L’Europa ha disperatamente bisogno di un cambio di regime

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“Tutto questo mi dice una cosa: l’Europa è completamente fallita, moralmente ed intellettualmente. Spesso sentiamo parlare della cosiddetta “civiltà europea” o dei “valori europei”, ma sono frasi senza senso. Se l’Europa moderna avesse dei reali valori di civiltà sarebbe stata capace di affrontare la crisi dei rifugiati. Diavolo, argomenterei perfino che, se l’Europa avesse un qualsiasi valore reale, questa crisi non sarebbe accaduta, tanto per incominciare, semplicemente perché la Unione Europea non sarebbe stata una complice così volenterosa dei grandi schemi statunitensi per la destabilizzazione di tutto il Magreb ed il Mashrek. Proprio come un corpo in salute può far fronte a traumi ed infezioni che sarebbero devastanti per un corpo infettato dall’HIV, così una società in salute può affrontare problemi molto maggiori rispetto a quelli attualmente di fronte all’Europa, ma ciò richiede un “sistema immunitario” intellettuale, morale e spirituale, cioè un qualcosa di cui l’Europa odierna manca completamente.
Quello di cui l’Europa oggi ha disperatamente bisogno è un cambio di regime. E non intendo affatto “regime” in senso cattivo, lo intendo piuttosto in senso di cambio di “sistema”. Proprio come gli USA, a proposito. Sia in USA che in Europa, il sistema politico è marcio fino all’osso, e non ha senso mettere una persona diversa, potenzialmente appena migliore, a capo di un sistema o regime inguaribilmente cattivo. Gli europei del nord erano soliti guardare dall’alto in basso i loro vicini del sud, ma adesso sono coinvolti anche loro dal caos prodotto da un sistema politico completamente disfunzionale: dalla Grecia alla Norvegia, il caos è ovunque.
Per quanto riguarda il problema della immigrazione, credo che sia un affare concluso e niente lo fermerà. L’Europa “Bianca” è finita, è storia. Quei partiti politici che promettono di fermare o invertire quel flusso stanno semplicemente mentendo al loro elettorato. Sì, certo, qualche politico può, una volta al potere, chiudere la “porta principale” suppergiù “tappando” i “buchi” principali che permettono agli immigrati di entrare, ma essi continueranno semplicemente ad arrivare attraverso l’entrata secondaria (potrei scrivere un intero articolo solo su questo). Si può paragonare questa situazione alla patetica “guerra alla droga”, altro futile tentativo di affrontare una “pressione osmotica” di gran lunga troppo grande per essere contrastata da qualsiasi confine o legge. In entrambi i casi, la pressione sociale ed economica è così immensa che non c’è nulla che possa fermarla (e, se credete nella economia capitalistica, allora la spiegazione è pure più semplice, è solo una questione di domanda e offerta: poiché il prezzo dell’ingresso sarà sempre più basso della domanda, l’offerta fornirà sempre le merci).
Suppongo che ci sia una certa eleganza karmica nella conquista dell’Europa da parte di coloro che hanno subito le sue politiche imperialiste e colonialiste (e aspettate finché gli Ucraini cominceranno ad entrare in massa!). Ma questo è solo in astratto. Nella realtà, gente innocente da entrambe le parti soffre a causa degli eventi scatenati dal loro nemico comune, la plutocrazia Anglo-Sionista che domina l’Impero. Finché questo fatto cruciale rimarrà inesprimibile, e perciò non espresso, la crisi continuerà e le vittime continueranno ad attaccarsi a vicenda invece di girarsi contro il loro nemico comune. È per questo che personalmente, per quanto possa essere arduo difendere questa posizione, io propongo ancora un’alleanza fra europei ed immigrati contro coloro che cercano di distruggere il continente europeo, il Magreb ed il Mashrek. I fanatici wahabiti in Siria, i teppisti immigrati di Colonia, la mafia kosovara, i neo-nazisti della Germania (e dell’Ucraina), i “Lupi Grigi” della Turchia, sono tutti strumenti nelle mani dello stesso padrone che cerca solo di dividere per governare. La buona notizia è che tutte queste forze sono composte sempre da una minoranza di teppisti, e ciò lascia aperta la porta alla possibilità di una unione della gente perbene ed onesta in difesa del loro interesse comune.”

Da Qualche pensiero sconnesso sui fatti di Colonia di The Saker.

Russia: salvatore del decadente Occidente?

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Nel momento in cui interi segmenti demografici attraverso l’Occidente si accorgono che i loro governi sono fortemente influenzati da interessi stranieri, molti guardano alla Russia – ed a Putin in particolare – per togliere le castagne dal fuoco. Ma è realistico?

Se si sente la stessa storia abbastanza spesso si finisce per pensare che esista solo quella.
Siamo programmati per tutta la nostra vita ad attendere una particolare narrazione: ci sono i buoni e i cattivi. Le cose brutte possono accadere – anche ai buoni – ma all’ultimo momento, la cavalleria arriverà cavalcando sulla collina e tutto andrà bene di nuovo.
Gli Stati Uniti hanno sperperato quanto capitale morale e buona volontà avevano e sono ora apertamente considerati dalla maggior parte del mondo come il bravo ragazzo andato a male. Ciò ha lasciato un vuoto di bontà nella mente di molti. E, sempre più, la Russia viene considerata in quel ruolo – almeno da parte di alcuni.
La tesi che guadagna terreno è che la Russia è l’ultimo baluardo del bene e della virtù.
Da Fratello Nathanael, un ebreo americano convertito al cristianesimo ortodosso, al sito Veterans Today la lode sia per la Russia che per Putin è abbondante e frequente.
Ma è giustificata?
Un punto ora citato a questo proposito è che Putin ha deciso di affrontare l’ISIS, a differenza degli Stati Uniti.
E’ vero che la Russia su questo è venuta al dunque. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che la Russia non ha fatto nulla se non prendere posizione in Afghanistan, Irak I, Irak II e Libia. Si tratta di un membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Avrebbe potuto porre il veto su qualsiasi di queste guerre.
Il veto della Russia non avrebbe fermato la NATO, naturalmente. Ma l’avrebbe privata della foglia di fico della legittimità.
Ma la Russia scelse di non farlo. Continua a leggere

Per un goccio di oro nero

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Aerei che lanciano bombe sui civili, una popolazione martoriata, assediata e affamata, bambini cenciosi, strade, ponti, scuole, ospedali, aree residenziali, cimiteri, aeroporti distrutti, un patrimonio archeologico devastato. No, questa volta non si tratta della Siria, ma di una nazione dimenticata, lo Yemen.

Dal 25 marzo, lo Yemen viene attaccato e invaso dall’Arabia Saudita, questo Paese amico, che ci rifornisce di petrolio e acquista le nostre armi.
Secondo l’ONU, in meno di 200 giorni di guerra, il regime wahhabita ha ucciso nello Yemen circa 5.000 persone tra cui 500 bambini.
Il numero delle vittime civili della guerra in Yemen è proporzionalmente maggiore rispetto al numero di civili uccisi nella guerra in Siria.
Infatti, nello Yemen la metà dei morti sono civili mentre sono un terzo le vittime civili in Siria.
Eppure nessuno tra gli umanitari di professione che insultano Assad apre bocca contro il re Salman.
La Siria si è vista imporre una guerra condotta per procura da terroristi, una politica di isolamento e di sanzioni economiche. Per contro, l’Arabia Saudita raccoglie i nostri salamelecchi e la nostra compiacenza.
Con le sue bombe il “nostro amico Re” Salman non fa che distruggere. Impone un blocco terrestre, marittimo e aereo che secondo Medici Senza Frontiere (MSF) uccide tanti civili quanto la guerra guerreggiata. 20 milioni di yemeniti infatti rischiano di morire di fame e di sete a causa della guerra e dell’embargo saudita.
Raramente si vede all’opera in modo così eclatante la politica dei due pesi e delle due misure che scatena le passioni sulla Siria e lascia di marmo sullo Yemen.
Questa politica dei due pesi e due misure sembra un incontro di boxe tra un peso massimo e un peso mosca, dove il peso massimo può colpire il peso mosca sotto la cintura, ma non il contrario.

Il vaso di ferro contro il coccio di argilla
L’aggressione saudita contro lo Yemen riveste una dimensione mitica.
E’ la storia del Paese arabo più ricco del mondo in guerra contro il Paese arabo più povero del mondo.
Ancora una volta, siamo soggetti alla legge del più forte.
Abbiamo acconsentito che il nostro amico re Salman fabbricasse una guerra tra sciiti e sunniti in Yemen quando la maggior parte dei musulmani del Paese pregano insieme in moschee senza etichette confessionali.
Abbiamo demonizzato e vietato il movimento ribelle Ansarullah definendolo “sciita” o “huthi” per compiacere il nostro amico re Salman quando Ansarullah è una coalizione patriottica che include molte figure sunnite come Saad Ibn Aqeel o gruppi non religiosi, come il Partito socialista arabo Baath dello Yemen.
Abbiamo escluso Ansarullah dai colloqui di pace mentre il movimento ribelle stava negoziando con i suoi avversari politici, tra cui con Abderrabo Mansour al Hadi, agente saudita che allora era agli arresti domiciliari.
Abbiamo lasciato lo Yemen diventare il cortile di Re Salman mentre questa nazione sognava l’indipendenza.
Abbiamo stornato lo sguardo quando gli scagnozzi del re Salman (Al Qaeda e ISIS) hanno bruciato la chiesa di San Giuseppe ad Aden e bombardato la moschea sciita di Al Moayyad a Jarraf.
Non abbiamo versato una sola lacrima per i bambini dello Yemen bruciati vivi dai bombardieri del nostro amico re Salman.
Lo Yemen è un Paese così lontano che i suoi rifugiati non possono raggiungerci.
Lo Yemen è un Paese così disprezzato che le sue lamentele non possono arrivarci.
Se Jean de la Fontaine avesse assistito alla guerra del re dell’Arabia Saudita contro il suo povero vicino, avrebbe citato il seguente passo della sua favola del vaso di terracotta e del vaso di ferro:
“Il più debole andò in mille pezzi
senza avere il tempo di dire amen”.
Ecco che da quasi 200 giorni il movimento internazionale per la pace lascia che il vaso di ferro si scontri con un Paese fragile come una vaso di terracotta.
E’ come se una pentola di ferro ci fosse caduta in testa.

Lo Yemen di oggi è il Vietnam di ieri
Durante gli anni ’60 e ’70, il Vietnam ha sperimentato più o meno lo stesso scenario dello Yemen di oggi.
Ngo Dinh Diem era il fantoccio degli USA nel Vietnam del Sud come d’Abderrabo Mansour al Hadi lo è nello Yemen.
I Vietcong (FNL) di ieri sono Ansarullah di oggi.
Che il primo avesse una connotazione comunista e il secondo sia di ispirazione sciita, poco importa. I movimenti nazionalisti vietnamita e yemenita mirano entrambi all’unificazione del loro Paese e all’emancipazione dal dominio degli Stati Uniti.
All’epoca, il movimento internazionale per la pace ha difeso la resistenza del popolo vietnamita, nonostante fosse comunista e sostenuto dall’Unione Sovietica e dalla Cina.
Oggi, il movimento internazionale per la pace, non solo rifiuta di difendere i diritti del popolo yemenita alla resistenza, con il pretesto che è sostenuta da Iran e Siria, ma non difende neppure quella che è la sua ragione d’essere, vale a dire la pace.

Niente sangue per il petrolio
Non molto tempo fa, nel 1991 e nel 2003, gli USA hanno usato il suolo saudita per condurre la loro guerra contro l’Irak.
Allora eravamo milioni di persone a gridare: “Niente sangue per il petrolio” (No Blood for Oil).
Oggi, né gli USA, né l’Arabia Saudita, né i motivi della guerra sono cambiati.
Inoltre, il sangue continua a scorrere per il petrolio.
Solo il movimento per la pace è cambiato.
Non è nemmeno più un movimento, ma solo una massa inerte e silenziosa, cullata dalle illusioni come la “rivoluzione araba”, il “diritto di ingerenza” e la “responsabilità di proteggere”… a colpi di bombe della NATO.
Nel frattempo, il popolo dello Yemen è vittima di una guerra, una guerra che a noi non è estranea, una guerra molto sanguinosa alla quale i nostri governi hanno dato il via libera per un goccio di oro nero.
Bahar Kimyongür

Fonte

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“In politica, nulla accade per caso”, disse Franklin Roosevelt, il presidente degli Stati Uniti. Eppure, i media hanno presentato le rivolte arabe come movimenti del tutto spontanei. Sì, i popoli arabi avevano tutte le ragioni per essere arrabbiati. Ma il ricercatore Ahmed Bensaada oggi rivela il coinvolgimento del governo statunitense che ha lavorato nell’ombra affinché il cambiamento politico fosse a vantaggio degli Stati Uniti.
Attingendo a molte fonti e con un’attenta analisi dei cablogrammi di Wikileaks, Bensaada dimostra che, in ogni Paese, gli attivisti promettenti sono stati discretamente finanziati e inquadrati dalle agenzie statunitensi di “esportazione” della democrazia, e agevolati dai giganti della Rete Facebook, Google, YouTube e Twitter.
Come nelle rivoluzioni colorate in Europa orientale e nel Caucaso, questi attivisti sono stati formati sulla base delle teorie del politologo Gene Sharp, e ben prima che gli eventi si manifestassero.

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Enquête sur le rôle des États-Unis dans les révoltes arabes

di Ahmed Bensaada
con una prefazione di Michel Collon
Investig’Action, pp. 280, € 15

Per acquisti: michelcollon.info

You stink: protesta popolare o destabilizzazione “colorata” a Beirut?

you_stink_birthday_card-rf4bea26ce3ac4912beeaae8d6251a14b_xvuat_8byvr_512Da settimane la capitale del Libano è sconvolta da manifestazioni antigovernative. Il pretesto iniziale per queste manifestazioni, che appaiono ben organizzate e coinvolgono una media di 20.000 o 25.000 persone, è la mancata raccolta dei rifiuti che ha causato indubbiamente disagi alla cittadinanza. Ma è credibile che per un motivo del genere vada avanti da settimane una protesta politica che ora chiede le dimissioni del governo e nuove elezioni? E’ possibile che solo per questo i manifestanti invochino una “rivoluzione” che sconvolga gli equilibri faticosamente raggiunti con gli accordi di Taez tra le fazioni che posero fine alla guerra civile degli anni ’70?
Il Libano è da molti mesi bloccato dal fatto che i due principali schieramenti contrapposti non riescono ad accordarsi sulla nomina del nuovo Presidente che per costituzione deve essere un cristiano. Lo schieramento definibile come “progressista” che aveva finora governato  è quello che fa capo ai partiti sciiti Hezbollah e Amal, ed ai cristiani nazional-progressisti del generale Aoun. Questo schieramento è su posizioni antisioniste e filo-siriane.
Le agguerrite milizie di Hezbollah, sostenute dall’Iran, dopo aver clamorosamente costretto Israele a ritirarsi dal Libano nel 2000 e dopo aver frustrato nel 2006 l’ultimo tentativo di Israele di invadere il Libano, combatte ora a fianco dell’esercito siriano e si oppone ai tentativi dei jihadisti provenienti dalla Siria (come l’ISIS o Al Nusra) di fare irruzione anche in Libano. Lo schieramento opposto è quello che fa capo al partito sunnita legato all’Arabia Saudita, egemonizzato dalla potente famiglia Hariri. Suoi alleati sono i cristiani di estrema destra (già responsabili del massacro di Sabra e Chatila del 1982), ora guidati dal famigerato fascistoide Geagea. Questo schieramento appoggia i cosiddetti “ribelli” siriani e flirta con Israele e con gli USA.
A questo punto non è difficile intravvedere nei disordini in corso un nuovo tentativo di “rivoluzione colorata”  come quelli già attuati nel colpo di stato contro il governo di Milosevic in Jugoslavia tramite il gruppo pseudo-rivoluzionario e studentesco “Otpor”;  in Ucraina con la “rivoluzione arancione” che portò al potere Yuschenko e la Timoschenko e poi, dopo il fallimento di questa “rivoluzione”, con il colpo di Stato di piazza Maidan; in Georgia con la “rivoluzione delle rose”, ecc. Anche le cosiddette “primavere arabe” rientrano in questo schema: sono state mandate in piazza persone inizialmente attratte da parole d’ordine formalmente “progressiste”, che poi si sono trasformate in incubi jihadisti appoggiati dall’esterno, come in Libia o in Siria, o hanno portato al potere la “Fratellanza musulmana” come in Egitto.
Anche a Beirut i manifestanti, organizzati presumibilmente dalle solite ONG “umanitarie” internazionali che in realtà sono iscritte nel libro paga della CIA, esibiscono slogan “progressisti” come quello di richiedere che il sistema elettorale non si basi più sulle tre confessioni principali (musulmani sciiti o sunniti, e cristiani) ma diventi laico. Dietro questi paraventi ideologici atti a sedurre settori della gioventù borghese progressista si intravvedono però le mire dei monarchi oscurantisti dell’Arabia Saudita e degli altri emirati feudali del Golfo, e dei loro alleati come USA, Turchia, Francia e Gran Bretagna. In questa fase i disordini servirebbero solo a destabilizzare il governo libanese che finora, anche perché spaventato dalla prospettiva di un’estensione della ribellione jihadista anche al Libano, ha di fatto sostenuto il governo di Bashar Al-Assad che resiste ai jihadisti in Siria.
Anche lo slogan assunto dai manifestanti testimonia dell’attenta programmazione della protesta che certamente gode del supporto di abili agenzie pubblicitarie come già le precedenti “rivoluzioni colorate”. A Belgrado lo slogan unificante era “Resistenza!”, a Kiev “E’ ora!”, a Tiflis “Basta!”. A Beirut è “You stink!”, ovvero “Voi puzzate!” rivolto al governo libanese (giocando sulla presenza della spazzatura in strada, fenomeno “normale” per un napoletano, come chi scrive). La strategia del caos in tutto il Vicino Oriente portata avanti dagli USA va avanti inesorabilmente. Ma il Libano degli Hezbollah è un osso duro, così come la Siria di Bashar Al-Assad che resiste ostinatamente da 4 anni e mezzo ad una potente coalizione internazionale (cosiddetti “Amici della Siria”, oggi “Gruppo di Londra”) che vorrebbe fare a pezzi il Paese, come già riuscito in Libia e – parzialmente – in Irak.
Vincenzo Brandi

Un giorno non avremo più un’America di cui doverci preoccupare?

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“Invece di collassare in silenzio, gli Stati Uniti hanno deciso di fare a botte con la Russia. Sembra che abbiano già perso l’incontro, ma rimane un problema: quante altre Nazioni dovranno ancora distruggere gli Stati Uniti prima che si rendano finalmente conto della loro inevitabile sconfitta e disintegrazione?
Come Putin disse la scorsa estate, parlando al Forum per la Gioventù di Seliger, “Ho la sensazione che qualunque cosa tocchino gli americani, finisca come la Libia o l’Irak”. Indubbiamente gli americani ci si sono messi d’impegno a distruggere una Nazione dopo l’altra. L’Irak è stato smembrato, la Libia è un non-Stato, la Siria un disastro umanitario, l’Egitto una dittatura militare con un programma di detenzioni di massa. L’ultimo fiasco è quello dello Yemen, dove di recente è stato rovesciato il governo filo-americano e dove i cittadini americani, che erano rimasti intrappolati, hanno dovuto aspettare che i Russi e i Cinesi li liberassero e li riportassero a casa. Ma è stato il precedente fallimento della politica estera americana in Ucraina che ha indotto i Russi, insieme ai Cinesi, a dichiarare apertamente che gli Stati Uniti si sono spinti troppo oltre e che ogni loro ulteriore mossa porterà ad una escalation automatica della situazione.
Il piano russo è quello di prepararsi, insieme a Cina, India e buona parte del mondo, alla guerra con gli Stati Uniti, ma di fare il possibile per evitarla. Il tempo è dalla loro parte, perché, ogni giorno che passa, essi diventano più forti, mentre l’America diventa più debole. Mentre questo processo fa il suo corso, l’America potrebbe però “toccare” alcuni altri Stati, facendoli diventare come la Libia o l’Irak. E’ la Grecia la prossima in lista? E che cosa ne dite di buttare sotto l’autobus gli Stati baltici (Estonia, Lettonia, Lituania), che sono attualmente membri della NATO (leggi: agnelli sacrificali)? L’Estonia è a poche ore di macchina dalla seconda in grandezza delle città russe, San Pietroburgo, una grossa percentuale della sua popolazione è russa, la capitale è a maggioranza russa e ha un governo ferocemente anti-russo. Di questi quattro fattori solo uno è incongruo. Viene preparata all’autodistruzione? Anche alcune Repubbliche centro-asiatiche, nel ventre molle della Russia, potrebbero essere pronte per una “toccatina”.
Non c’è il minimo dubbio che gli americani continueranno a far danni in giro per il mondo, “toccando” Nazioni vulnerabili e sfruttabili fino a che saranno in grado di farlo. Ma c’è anche un’altra domanda che merita di essere fatta: gli americani “toccheranno” se stessi? Perchè se lo faranno, i prossimi candidati ad essere ristrutturati a forza di bombe, potrebbero essere gli stessi Stati Uniti. Consideriamo questa opzione.”

Il tallone d’Achille dell’America di Dmitry Orlov continua qui.

Le rivelazioni di un ufficiale turco in congedo su operazioni sovversive dell’agenzia turca di intelligence MIT contro la Siria

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Attualmente in fuga dal sistema carcerario turco, l’ex ufficiale Önder Sığırcıkoğlu sostiene di non essere motivato dal denaro: “Sto agendo per salvare la mia identità, il mio onore e la mia coscienza”.

“Ho sequestrato l’omicida di massa Colonnello Harmoush e l’ho riportato in Siria”.

Il Tenente Colonnello Hussein al-Harmoush era il disertore di più alto grado dell’Esercito Siriano all’inizio del conflitto. E’ scappato in Turchia nel giugno 2011 dove ha fondato un sedicente “Movimento degli Ufficiali Liberi” con lo scopo di rovesciare il governo siriano. Le sue ambizioni hanno avuto vita breve. E’ scomparso dal campo Altınözü di Hatay  il 29 agosto insieme a Mustafa Kassoum, un istruttore di palestra che si faceva passare per un Maggiore dell’Esercito. Due settimane dopo Harmoush appariva alla televisione siriana, confessando i suoi crimini e la complicità della Turchia.
Dopo una frenetica investigazione, i servizi di sicurezza turca hanno indagato diverse persone, e in sette sono stati accusati per il “crimine” di aver rimpatriato Harmoush in Siria. Il più esperto tra loro, Önder Sığırcıkoğlu, un veterano con 19 anni di servizio presso l’agenzia turca di intelligence MIT, è stato condannato a 20 anni di reclusione. Dopo 32 mesi di incarcerazione presso il carcere di Osmaniye, Sığırcıkoğlu è fuggito durante un trasferimento verso un’altra prigione ed è stato in grado di lasciare la Turchia clandestinamente. Quella che segue è la prima parte delle sue rivelazioni a Ömer Ödemiş per il primario sito turco di informazione OdaTV.

Önder Sığırcıkoğlu ha parole molto dure per la politica della Turchia nei confronti della Siria. Era stato incaricato dal MIT di filtrare e controllare gli arrivi durante la prima invasione di rifugiati.
“Ne ho intervistati a migliaia durante i primi giorni. Il primo gruppo era composto da circa 250 rifugiati che avevano attraversato il confine turco ad Altınözü. I loro responsabili erano lo studente di legge Seri Hammodi e il tassista Abdusselam Sadiq. Questi erano in costante contatto con i media internazionali, Al Jazeera e altri, propagandando il fatto che i rifugiati erano stati costretti a scappare dalla Siria a causa di una violenta oppressione. Le storie che raccontavano erano delle costruzioni, ma loro agivano per smuovere la pubblica opinione e assicurarsi fondi dalla Turchia, le Nazioni Unite, i Paesi del Golfo e le istituzioni internazionali.” Continua a leggere