Dov’è l’oro della Banca d’Italia?

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Nutro la motivata preoccupazione che c’è nell’aria uno scandalo che farà impallidire il Mose, Expo, mafia capitale, nonché tutte le altre forme di latrocinio che hanno “rallegrato” la cronaca nazionale.
Uno scandalo che farà impallidire anche quello che travolse la Banca Romana nel 1893, quando la Banca Romana venne scoperta avere stampato moneta in quantità doppia di quanto ordinato dal governo, con lauti guadagni dei ladroni di allora.
Adesso il fumus di uno scandalo emerge non tanto da fatti ben precisi, bensì da inadempienze senza alcuna giustificazione; ben sapendo quale risma di pubblici ladroni ha governato l’Italia in questi ultimi venti anni, sorge pesantemente il dubbio che ci sia l’aria di una scandalosa possibile appropriazione indebita, a meno che non vengano effettuati controlli, che, fin ora, sono stati latitanti.
Si tratta di verificare l’esatto ammontare delle riserve auree che dovrebbero giacere nel caveau della Banca d’Italia. Un documento ufficiale della Banca d’Italia certifica che la riserva è costituita da 2.452 tonnellate. Alla fine del 2013 il valore complessivo delle riserve auree era di quasi 69 miliardi di euro a prezzi correnti (871,22 euro per oncia di oro fino).
Nella sua dettagliata relazione la Banca d’Italia rivela che 1.194,40 tonnellate (pari a quasi la metà) sono stivate nei caveaux della sede di Palazzo Koch, in Via Nazionale a Roma.
La restante parte è immagazzinata presso i depositi della Federal Reserve di New York.
La relazione aggiunge che, in parti più modeste, l’oro italiano è conservato presso la Banca d’Inghilterra a Londra e presso la Banca Nazionale Svizzera a Berna.
Tornando al documento della Banca d’Italia: NON SONO SPECIFICATE le quantità esatte di oro depositato a New York, Londra e Berna.
E arriva il paradosso, affermato sempre nel documento ufficiale della Banca d’Italia: infatti sostiene che revisori esterni controllano le riserve auree di Palazzo Koch, sede della Banca d’Italia (ma chi controlla i controllori?), annualmente, in concomitanza con altre tipologie di carattere monetari e finanziario.
Questi revisori esterni, però, non hanno la facoltà di esaminare le riserve auree fisiche italiane detenute presso Paesi stranieri.
Queste riserve sono “controllate” tramite reports (attestazioni) rilasciati in forma di documenti ufficiali, ogni anno, dalle Banche Centrali che detengono il nostro oro. In buona sostanza le nostre riserve auree all’estero non sarebbero oggetto di revisione contabile “fisica” da parte di propri rappresentanti designati, con ampio margine discrezionale di chi occupa il palazzo Chigi.
Nessuno si è mai preoccupato di controllare questi depositi, specialmente quelle estere, per i quali il potere del governo italiano diventa unico e assoluto; da qui la mia convinzione che all’orizzonte c’è la nera nube dello scandalo, madre di tutti gli scandali.
Cosa mi aspetto? Che venga effettuato un rigoroso controllo con riscontri e verifiche accertate.
Cosa temo che accada? Un silenzio tombale coprirà ogni ipotesi scandalistica, mentre un silenzio omertoso soffocherà ogni legittimo diritto di sapere.
Rosario Amico Roxas

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Governare è far credere

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Con tempestività e grande visibilità, poche ore dopo gli attentati di Parigi, venne diffusa la notizia che i responsabili erano stati identificati, ma non per la fervente attività delle forze dell’ordine, dei servizi segreti, dei confronti internazionali… NO! L’identificazione era avvenuta grazie alla carta di identità che i fratelli attentatori avevano graziosamente lasciato o smarrito nell’auto usata per la fuga.
Veramente non proprio di fuga si è trattato, perché ci hanno mostrato uno spezzone di film dove i due, per niente eccitati, anzi chiaramente sotto effetto di droghe calmanti, predicavano pubblicamente le ragioni del loro gesto, quindi saltati in macchina sono partiti… ma, c’è sempre un “ma” che complica le cose, perché la macchina dei fuggitivi, appena compiuti pochi metri, si ritrovò bloccata da una macchina della polizia; i due fratelli elegantemente cominciano a sparare, mentre l’auto della polizia, poco elegantemente, ingranò la retromarcia, preferendo evitare un dibattito, diciamo, piuttosto acceso.
Ma non desidero soffermarmi sui singoli fatti che vanno emergendo, piuttosto su ciò che, particolarmente, non mi convince.
Nel “Manuale dei giovani terroristi” a pag. 1, cap. 1, primo rigo sta scritto che i terroristi in azione non debbono portare alcunché possa tornare utile alla loro identificazione; se l’attentato va a buon fine (secondo il loro punto di vista), allora la carta di identità, vera o fasulla, la ritroverebbero nel covo prestabilito, altrimenti sia in caso di cattura che di morte, non debbono risultare identificabili, anche per non fornire informazioni che potrebbero portare ai complici. I due fratelli, non solo ebbero cura di portarsi appresso la carta d’identità, ma addirittura, pur senza essere stati catturati, di lasciarla nella macchina che avrebbero abbandonato.
La cosa che mi intriga parecchio è il silenzio assordante su tale carta d’identità ritrovata; nessuno ne parla più, come se un tardivo pudore cercasse di nascondere altre possibili versioni che non siano quelle predisposte e fornite agli organi di informazione del mondo intero.
Si tratta di una forma di depistaggio già in uso, ma con risultati deludenti.
Come quando si volle far credere al mondo, atterrito, preoccupato e attirato nell’attenzione da versioni ufficiali, che un aereo, vero gigante dell’aria, con una apertura alare di 20 mt., schiantandosi su un importante fabbricato super sorvegliato, a 300 km/h. abbia lasciato un forellino di soli sei metri, senza danneggiare il restante; non solo, ma i due motori di sette tonnellate cadauno, sparirono come per magia; neanche a Napoli sarebbero stati capaci di sottrarre due motori di tal genere in così breve tempo; o ancora, un altro aereo, dirottato, in mano a terroristi decisi a schiantarsi sul più importante edificio delle Istituzioni, passò di mano e cadde sotto il controllo dei passeggeri, il pilota non cambiava rotta, allora i passeggeri, non più atterriti, decisero di far cadere l’aereo, sacrificando se stessi, ma non senza, prima dell’impatto fatale, che un passeggero telefonasse alla moglie per avvertirla che… non sarebbe rientrato per cena. “Ma cosa accade?” chiede la moglie e l’uomo-passeggero a spiegare di trovarsi su un aereo dirottato e di avere deciso di far cadere l’aereo, la moglie conclude la telefonata: “Stai attento, sii prudente!”.
Tutto ciò fa parte delle brillanti deduzioni di una commissione parlamentare, che ha messo un deciso punto alle critiche, diffidando di ogni altra più credibile interpretazione.
E’ intervenuto Cossiga, a suggerire una svolta che nessuno ha voluto verificare.
Così si è espresso Cossiga in una intervista al Corriere della Sera, della quale accludo il link per facilitare una lettura integrale.
“Da ambienti vicini a Palazzo Chigi, centro nevralgico di direzione dell’intelligence italiana, si fa notare che la non autenticità del video è testimoniata dal fatto che Osama Bin Laden in esso ‘confessa’ che Al Qaeda sarebbe stato l’autore dell’attentato dell’11 Settembre alle due torri in New York, mentre tutti gli ambienti democratici d’America e d’Europa, con in prima linea quelli del centrosinistra italiano, sanno ormai bene che il disastroso attentato è stato pianificato e realizzato dalla CIA americana e dal Mossad con l’aiuto del mondo sionista per mettere sotto accusa i Paesi arabi e per indurre le potenze occidentali ad intervenire sia in Irak sia in Afghanistan. Per questo – conclude Cossiga – nessuna parola di solidarietà è giunta a Silvio Berlusconi, che sarebbe l’ideatore della geniale falsificazione, né dal Quirinale, né da Palazzo Chigi né da esponenti del centrosinistra!”
Governare è far credere, e per imporre la linea progettata, ogni anno ce lo ricordano con commemorazioni varie.
Abbiamo così una ulteriore commemorazione annuale, durante la quale tutti diremo “Je suis Charlie”, con tutto il rispetto per le vittime, incolpevoli di essere diventate un mezzo per disegni sovversivi.
Rosario Amico Roxas

La strategia del terrore

terroristCome ho già scritto in un precedente commento, la strategia del terrorismo non coinvolge un nemico da abbattere, ma una popolazione da atterrire; così è stato. A Parigi domina la paura, mista ad un senso di impotenza come se una resa senza condizioni avesse imposto un fatalismo ancestrale.
· Hanno paura i comuni cittadini che, adesso, cercano di evitare i luoghi popolosi, come supermercati, locali di intrattenimento, banche, e altri luoghi di aggregazione.
· Hanno paura i cattolici che disertano le Chiese.
· Hanno paura gli ebrei che si sentono nel mirino, tant’è che nel solo 2014 ben 7.000 ebrei, nella sola Parigi, sono riparati in Israele ad ingrossare le fila del sionismo; anche loro hanno deciso di rinunziare alla preghiera comune rituale.
· Hanno paura i musulmani della banlieue, guardati con odio, come se fossero corresponsabili del terrorismo, oppure additati come se tra di loro si nascondessero potenziali terroristi pronti anche al sacrificio pur di colpire e atterrire.
· Hanno paura gli atei, gli agnostici e proprio perché atei e agnostici.
Il panico sfugge alle regole della logica, quando assale contagia e coinvolge, rendendo irrazionale ogni comportamento.
Pochi uomini, decisi a morire, hanno avuto il potere di atterrire una città, una nazione, l’intera Europa, coinvolgendo anche l’intero pianeta, perché potrebbe diventare, in ogni momento, platea di una ripetitiva aggressione incontrollabile.
I servizi dei media, oltre a mostrarci la diffusione del panico e l’orrore della strage, ci hanno mostrato scene di addestramento degli aspiranti terroristi; è stato impressionante vedere tanti giovani armati di moderni strumenti di morte e ci viene spontanea la domanda. “Chi li ha armati?”. “Chi ha speculato fornendo armi a questo nemico invisibile, ben sapendo contro chi avrebbero puntato le loro armi?”
Testate giornalistiche di ogni parte del mondo hanno sottolineato uno “stato di guerra”, ma non è così.
Le guerre si fanno in due ed hanno una specificità nella loro funzione, potendo essere guerre interne di difesa o guerre esterne di conquista. Tertium non datur.
Ma l’Occidente ne ha inventato una terza, terribile, ed è la guerra preventiva, che diventa guerra esterna di difesa, quando l’ipocrisia non arriva a identificarle come “missione di pace”, pur se le regole di ingaggio parlano di Codice militare di guerra; in pratica certezza di una guerra per evitare l’ipotesi di una guerra, con al centro il lucrosissimo commercio di armi.
La guerra esterna di difesa diventa una aggressione mascherata, perché utilizza gli stessi metodi che, reattivamente, saranno utilizzati da chi ha subito, subito identificati come terroristi per giustificare l’incremento aggressivo.
Ora che la paura ha coinvolto città, nazioni e continenti, ci si chiede “come” contrastare tali pericoli che, ormai, sono ovunque incombenti.
Ma nulla cambia; mentre milioni di ettari di terreni fertili vengono abbandonati e la fame aggredisce miliardi di persone, l’opulento Occidente continua a costruire carri armati al posto di trattori, lanciamissili al posto di mietitrebbiatrici, mine anti-uomo al posto di diserbanti ecologici.
Si uccide per il petrolio, scatenando reazioni terroristiche; si uccide per l’occupazione abusiva di territori da sottrarre ai legittimi abitanti; se ne uccidono mille per condizionarne 100.000.
L’uccisione pianificata segue logiche perverse: i Talebani vennero armati in funzione anti-sovietica, poi si rivoltarono contro accendendo una guerra, servendosi delle medesime armi ricevute prima.
L’Irak venne armato in funzione anti Iran, cosa che provocò una guerra tribale, dove la presenza del petrolio fornì l’occasione di intervento, mascherato dalla menzogna sostenuta di volere eliminare armi di distruzione di massa, di cui non si trovò traccia, ma vennero annientati eserciti in fuga, aviazione inesistente, flotta che non avrebbe potuto essere utilizzata neanche per la pesca d’altura; vennero bombardate moschee nel giorno sacro della preghiera, mercati rionali, autobus carichi di studenti, banchetti di nozze, tutto definito come “effetti collaterali”.
Il panorama che ci viene offerto è quello di un pianeta impazzito, dove un manipolo di finanzieri specula sulla vita stessa del pianeta, che sembra volersi avviare ad un suicidio apocalittico.
Rosario Amico Roxas