L’indifferenza dell’Occidente alle distruzioni nello Yemen

Gli attacchi dell’Arabia Saudita contro il patrimonio culturale yemenita compresi tre siti UNESCO

Il mondo intero ha pianto per Palmira, Hatra, Nimrud. La distruzione del centro storico della capitale dello Yemen, Sanaa, non provoca invece la stessa onda di emozione. Non in Occidente. «Secondo la General Organisation for Antiquities, Museums and Manuscripts (Goamm), a partire da marzo 47 siti sono stati distrutti nel corso degli scontri in Yemen», rende noto da Parigi l’archeologa del Centre national de la recherche scientifique (Cnrs) Lamya Khalidi. Tra di essi, figurano tre dei quattro siti dello Yemen classificati Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO: la stessa Sanaa, Zabid, capitale dello Yemen dal XIII al XV secolo, e Shibam, soprannominata la «Manhattan del deserto» per i suoi «grattacieli» costruiti nel XVI secolo.
Le ragioni di questa indifferenza occidentale? «Tradizionalmente, i rapporti tra gran parte dell’Europa e lo Yemen sono meno forti di quelli con la Siria. Il patrimonio yemenita, poi, non evoca l’antichità classica, come fa invece Palmira», suggerisce Samir Abdulac, vicepresidente del Comitato internazionale delle città e centri storici dell’Icomos (International Committee on Monuments and Sites). Ma le cause di questo silenzio sono senza dubbio politiche. Perché da marzo 2015, è una coalizione guidata dall’Arabia Saudita, alleata e partner dell’Occidente, a condurre violenti raid aerei sullo Yemen per scacciare le milizie sciite houthi, sostenute dall’Iran e dall’ex presidente yemenita Ali Abdallah Saleh. Una guerra aerea rafforzata da un embargo che ha portato oggi lo Yemen alle soglie di una catastrofe umanitaria (con le riserve alimentari di questo Paese, che conta già 5mila vittime, praticamente esaurite), che si aggiunge alla distruzione del suo patrimonio storico e culturale.
La situazione è tanto più complessa in quanto la distruzione del suo patrimonio millenario è deliberata, non un effetto collaterale al conflitto. I gruppi integralisti legati ad Al Qaeda e all’ISIS, che approfittano del caos per accrescere la loro influenza, al momento controllano di fatto il territorio intorno al porto di Mukalla, nel Sud-Est del Paese. Qui cancellano santuari e tombe di santi musulmani. A questo, si aggiungono le distruzioni causate da combattimenti e attentati: in un attentato suicida del giugno del 2015 Al Qaeda ha causato danni importanti alla città storica di Shibam e l’ISIS alla moschea di Qubat al Mahdi, nella città vecchia di Sanaa.
La maggior parte delle distruzioni, però, sembra causata dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita. «Eppure, spiega Anna Paolini, direttrice dell’ufficio UNESCO di Doha, che rappresenta i Paesi del Golfo e lo Yemen, era stata informata dall’inizio della guerra dei siti da evitare, dei quali l’UNESCO aveva fornito le coordinate».
Perché allora non sono stati evitati? Alcuni siti possono certo rivestire un interesse militare strategico per gli Houthi, come la fortezza medievale di Al Qahera, a Taez, nel Sud-Ovest del Paese, nel cuore degli altopiani, distrutta nel giugno scorso. «E purtroppo, in tempo di guerra, i militari non prendono in considerazione il valore storico o culturale di un sito se ritengono di doverlo bombardare», lamenta Samir Abdulac. Altri siti, però, avrebbero potuto non essere colpiti direttamente, ma essere stati vittime di danni collaterali. Così, l’antico sito di Baraqish, il cui tempio e le cui mura, appena restaurati, sono stati distrutti da un raid. «La coalizione aveva preso di mira un accampamento di archeologi, fortunatamente senza persone. Senza dubbio riteneva che contenesse degli armamenti, riferisce la Paolini. Ma l’Arabia Saudita non fornisce giustificazioni delle sue azioni».
Alcuni esperti sospettano così l’Arabia Saudita di scegliere come obiettivo proprio il patrimonio yemenita. A titolo d’esempio, l’archeologa Lamya Khalidi cita la diga di Ma’rib, l’antica capitale del Regno di Saba, costruita nell’VIII secolo a.C. e il maggiore sito antico della penisola araba, quasi integralmente polverizzata. «Si trova in una zona desertica. Quanti conoscono lo Yemen come me sanno che non può avere alcun interesse strategico e che non può nascondere nulla. L’Arabia Saudita disponeva delle coordinate di questo sito, che non può essere colpito per sbaglio», aggiunge. Stessa cosa per il Museo Nazionale di Dhamar, che ospitava 12mila reperti archeologici, distrutto a maggio perché alcuni ritenevano potesse nascondere delle armi. «Il personale della Goamm controllava l’accesso al museo 24 ore su 24. Come avrebbero potuto nascondervi delle armi?», denuncia Lamya Khalidi. Una distruzione ideologica, quindi, in sintonia con i crimini degli islamisti in Iraq e in Siria.

Le prime misure d’urgenza
Eppure, in questa guerra di estrema violenza, gli yemeniti, molto attaccati al loro patrimonio culturale (le case della città vecchia di Sanaa, di cui alcune antiche di 500 anni, sono sempre state abitate) tentano, con l’aiuto di organizzazioni non governative come l’UNESCO, l’Icom e l’Icomos, di organizzarsi per restaurare e proteggere ciò che possono. È così che la General Organization for the Preservation of Historic Cities (Gophcy) ha istruito un dossier per ottenere un finanziamento di 4,3 milioni di dollari per restaurare 113 abitazioni danneggiate dai bombardamenti dell’estate scorsa. Prima dell’inizio della guerra, tutte le abitazioni storiche erano state inventariate dall’Unesco. «Oggi abbiamo tutte le conoscenze necessarie per ricostruirle così com’erano. Ci mancano solo i fondi», si commuove al telefono da Sanaa il direttore del Gophcy, Nagi Thawabeh. «Se aspettiamo, i danni saranno irreversibili. Gli Yemeniti, privati di un tetto, non tarderanno a ricostruire queste abitazioni in modo incontrollato, utilizzando del cemento», spiega.
«Abbiamo creato un’applicazione per compilare lo stato dei luoghi d’urgenza e impartito formazione in questo senso agli Yemeniti», spiega Anna Paolini dell’UNESCO. Queste azioni di «primo soccorso» e di diagnostica permettono di non aggravare i danni, e preservare ciò che è possibile, per esempio scattando fotografie utili e mettendo al sicuro elementi decorativi o architettonici. Ma hanno come fine ultimo, soprattutto, la compilazione di banche dati per la ricostruzione al termine del conflitto, se l’estensione dei danni non sarà eccessiva e se l’azione di recupero sarà davvero possibile. Soltanto alcuni musei, particolarmente vulnerabili, sono stati in grado di mettere al sicuro le loro collezioni. Il Museo di Dhamar non aveva potuto farlo. «Ma l’inventario delle sue collezioni ha consentito di ritrovare nei detriti e di ricostituire circa 700 oggetti», rivela Anna Paolini. Intanto, dice speranzoso Nagi Thawabeh, «dopo i ripetuti bombardamenti di Sanaa, da settimane non ci sono più state distruzioni nella città vecchia da parte saudita».
Marie Zawisza

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La resistenza in Yemen: coraggio, compassione e molto cuore

Nella parte più buia dell’Arabia del sud, lontano dai riflettori, là dove nessun giornalista osa avventurarsi perché Riad ha costruito una cortina di ferro, ecco lo Yemen, un Paese spezzato – un sanguinante buco nero umanitario, e un deserto dal punto di vista istituzionale.

Nei sussulti di questo mortale attacco contro il suo popolo, la sua sovranità e il suo diritto all’autodeterminazione politica, lo Yemen è riuscito in qualche modo a resistere alla furia della coalizione militare a guida saudita; eppure, è la parte misera in un conflitto che da tempo avrebbe dovuto vincere ogni sua resistenza.
Ma lo Yemen non è un Paese qualunque. Ha già dimostrato che il suo popolo, anche quando sanguina, mantiene una forza d’acciaio che nessun conquistatore nella storia è mai riuscito a vincere. Gli Yemeniti non sono un popolo conquistato, così come non sono un popolo di conquistatori. Sono, piuttosto, un popolo gentile e armonioso.
L’anima dello Yemen, le sue mura, i suoi monumenti, le sue montagne e vallate recano la memoria dei tempi antichi, quando il profeta camminava sulla Terra e Dio parlava con i miracoli. La leggenda vuole che Sana’a, la capitale, sia stata fondata da Shem, figlio del patriarca Noè.
Gemma storica, Sana’a rischia di essere per sempre annichilita da Riad – e tutto ciò in nome di un feudalesimo politico. Il regno saudita infatti non cerca in Yemen di riportare al potere l’ex presidente Abd Rabbu Mansour Hadi, che da tempo ha perso ogni possibile legittimazione alla presidenza. I reali Saud perseguono piuttosto un obiettivo di riduzione in schiavitù del Paese, dal punto di vista politico e istituzionale, e l’ancoraggio del wahabismo nell’Arabia del sud, l’ultimo bastione religioso indipendente nella regione.
Oggi lo Yemen è piagato dalla distruzione. Da dieci interminabili mesi il regno dei Saud devasta questo Paese impoverito, facendo piovere dal cielo morte, crudeltà e abominio con ogni bomba a grappolo, con ogni esplosione.
La guerra contro lo Yemen è la meno mediatizzata dell’ultimo decennio. Il Paese sta quasi letteralmente scivolando nel precipizio, ignorato e abbandonato perché la sua lotta è contro l’agenda imperialista dell’Arabia Saudita wahabita, una nazione che l’amicizia con gli Stati Uniti d’America ha reso eccezionale. Continua a leggere

Le mura di Sana’a

Le mura di Sana’a è un film documentario in forma di appello, girato da Pier Paolo Pasolini e prodotto da Franco Rossellini nel 1971.
Come Pasolini ebbe a dire: “È uno dei miei sogni occuparmi di salvare Sana’a ed altre città, i loro centri storici: per questo sogno mi batterò, cercherò che intervenga l’UNESCO”.
L’appello di Pasolini fu accolto nel 1986 quando, per le sue preziose testimonianze artistiche, la città vecchia di Sana’a fu dichiarata patrimonio dell’umanità.
Il celebre autore non poteva certo prevedere che nella primavera del 2015 sarebbe stata bombardata dai Sauditi.

Per un goccio di oro nero

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Aerei che lanciano bombe sui civili, una popolazione martoriata, assediata e affamata, bambini cenciosi, strade, ponti, scuole, ospedali, aree residenziali, cimiteri, aeroporti distrutti, un patrimonio archeologico devastato. No, questa volta non si tratta della Siria, ma di una nazione dimenticata, lo Yemen.

Dal 25 marzo, lo Yemen viene attaccato e invaso dall’Arabia Saudita, questo Paese amico, che ci rifornisce di petrolio e acquista le nostre armi.
Secondo l’ONU, in meno di 200 giorni di guerra, il regime wahhabita ha ucciso nello Yemen circa 5.000 persone tra cui 500 bambini.
Il numero delle vittime civili della guerra in Yemen è proporzionalmente maggiore rispetto al numero di civili uccisi nella guerra in Siria.
Infatti, nello Yemen la metà dei morti sono civili mentre sono un terzo le vittime civili in Siria.
Eppure nessuno tra gli umanitari di professione che insultano Assad apre bocca contro il re Salman.
La Siria si è vista imporre una guerra condotta per procura da terroristi, una politica di isolamento e di sanzioni economiche. Per contro, l’Arabia Saudita raccoglie i nostri salamelecchi e la nostra compiacenza.
Con le sue bombe il “nostro amico Re” Salman non fa che distruggere. Impone un blocco terrestre, marittimo e aereo che secondo Medici Senza Frontiere (MSF) uccide tanti civili quanto la guerra guerreggiata. 20 milioni di yemeniti infatti rischiano di morire di fame e di sete a causa della guerra e dell’embargo saudita.
Raramente si vede all’opera in modo così eclatante la politica dei due pesi e delle due misure che scatena le passioni sulla Siria e lascia di marmo sullo Yemen.
Questa politica dei due pesi e due misure sembra un incontro di boxe tra un peso massimo e un peso mosca, dove il peso massimo può colpire il peso mosca sotto la cintura, ma non il contrario.

Il vaso di ferro contro il coccio di argilla
L’aggressione saudita contro lo Yemen riveste una dimensione mitica.
E’ la storia del Paese arabo più ricco del mondo in guerra contro il Paese arabo più povero del mondo.
Ancora una volta, siamo soggetti alla legge del più forte.
Abbiamo acconsentito che il nostro amico re Salman fabbricasse una guerra tra sciiti e sunniti in Yemen quando la maggior parte dei musulmani del Paese pregano insieme in moschee senza etichette confessionali.
Abbiamo demonizzato e vietato il movimento ribelle Ansarullah definendolo “sciita” o “huthi” per compiacere il nostro amico re Salman quando Ansarullah è una coalizione patriottica che include molte figure sunnite come Saad Ibn Aqeel o gruppi non religiosi, come il Partito socialista arabo Baath dello Yemen.
Abbiamo escluso Ansarullah dai colloqui di pace mentre il movimento ribelle stava negoziando con i suoi avversari politici, tra cui con Abderrabo Mansour al Hadi, agente saudita che allora era agli arresti domiciliari.
Abbiamo lasciato lo Yemen diventare il cortile di Re Salman mentre questa nazione sognava l’indipendenza.
Abbiamo stornato lo sguardo quando gli scagnozzi del re Salman (Al Qaeda e ISIS) hanno bruciato la chiesa di San Giuseppe ad Aden e bombardato la moschea sciita di Al Moayyad a Jarraf.
Non abbiamo versato una sola lacrima per i bambini dello Yemen bruciati vivi dai bombardieri del nostro amico re Salman.
Lo Yemen è un Paese così lontano che i suoi rifugiati non possono raggiungerci.
Lo Yemen è un Paese così disprezzato che le sue lamentele non possono arrivarci.
Se Jean de la Fontaine avesse assistito alla guerra del re dell’Arabia Saudita contro il suo povero vicino, avrebbe citato il seguente passo della sua favola del vaso di terracotta e del vaso di ferro:
“Il più debole andò in mille pezzi
senza avere il tempo di dire amen”.
Ecco che da quasi 200 giorni il movimento internazionale per la pace lascia che il vaso di ferro si scontri con un Paese fragile come una vaso di terracotta.
E’ come se una pentola di ferro ci fosse caduta in testa.

Lo Yemen di oggi è il Vietnam di ieri
Durante gli anni ’60 e ’70, il Vietnam ha sperimentato più o meno lo stesso scenario dello Yemen di oggi.
Ngo Dinh Diem era il fantoccio degli USA nel Vietnam del Sud come d’Abderrabo Mansour al Hadi lo è nello Yemen.
I Vietcong (FNL) di ieri sono Ansarullah di oggi.
Che il primo avesse una connotazione comunista e il secondo sia di ispirazione sciita, poco importa. I movimenti nazionalisti vietnamita e yemenita mirano entrambi all’unificazione del loro Paese e all’emancipazione dal dominio degli Stati Uniti.
All’epoca, il movimento internazionale per la pace ha difeso la resistenza del popolo vietnamita, nonostante fosse comunista e sostenuto dall’Unione Sovietica e dalla Cina.
Oggi, il movimento internazionale per la pace, non solo rifiuta di difendere i diritti del popolo yemenita alla resistenza, con il pretesto che è sostenuta da Iran e Siria, ma non difende neppure quella che è la sua ragione d’essere, vale a dire la pace.

Niente sangue per il petrolio
Non molto tempo fa, nel 1991 e nel 2003, gli USA hanno usato il suolo saudita per condurre la loro guerra contro l’Irak.
Allora eravamo milioni di persone a gridare: “Niente sangue per il petrolio” (No Blood for Oil).
Oggi, né gli USA, né l’Arabia Saudita, né i motivi della guerra sono cambiati.
Inoltre, il sangue continua a scorrere per il petrolio.
Solo il movimento per la pace è cambiato.
Non è nemmeno più un movimento, ma solo una massa inerte e silenziosa, cullata dalle illusioni come la “rivoluzione araba”, il “diritto di ingerenza” e la “responsabilità di proteggere”… a colpi di bombe della NATO.
Nel frattempo, il popolo dello Yemen è vittima di una guerra, una guerra che a noi non è estranea, una guerra molto sanguinosa alla quale i nostri governi hanno dato il via libera per un goccio di oro nero.
Bahar Kimyongür

Fonte

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La complicità occidentale nel genocidio in Yemen e il silenzio dei media

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Finian Cunningham per rt.com

Nell’ultima atrocità in Yemen, aerei da guerra sauditi hanno bombardato una zona residenziale, uccidendo almeno 65 persone. La maggior parte delle vittime sarebbero civili del quartiere Salah di Taiz, terza città più grande dello Yemen.
Il supposto crimine di guerra commesso è tragicamente diventato un evento quasi quotidiano durante cinque mesi di bombardamenti aerei incessanti dello Yemen da parte di una coalizione filo-occidentale di potenze straniere.
Nei giorni scorsi, ci sono stati attacchi aerei simili su centri civili nella città portuale di Hodeida sul Mar Rosso e nella provincia settentrionale di Saada.
Save the Children ha avvertito che il pesante bombardamento delle infrastrutture e porti del Paese ha già avuto gravi conseguenze sulla disastrosa situazione umanitaria emergente in Yemen – sia Hodeida che Aden sono passaggi chiave per il trasporto dei rifornimenti di aiuti umanitari, compresi cibo e medicine salvavita ora disperatamente necessari per i 21 milioni di Yemeniti.
Sicuramente, questa dovrebbe essere una notizia di prima pagina, con la CNN, la BBC e France 24, tra gli altri grandi mezzi di comunicazione occidentali, che la rilanciano come la loro storia di punta. Spetta a loro, perché i loro governi sono implicati in crimini gravi. Tuttavia, non vi è stata alcuna copertura giornalistica dei tragici eventi. A parte alcune brevi, vaghe notizie di una crisi umanitaria generalizzata, vi è stato un muro di silenzio su come la coalizione a guida saudita sostenuta dall’Occidente stia polverizzando civili yemeniti e creando la crisi. Ciò suggerisce una censura deliberata da parte dei media occidentali. Continua a leggere

L’ISIS contro lo Yemen

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Quattro bombe dell’ISIS contro le moschee di Sana’a

A poche ore dall’inizio del mese sacro di Rama­dan, ieri sera 4 auto­bomba hanno vio­lato di nuovo la capi­tale yeme­nita Sana’a. Almeno 31 i morti, secondo il bilan­cio a pochi minuti dall’attacco, desti­nato a salire. Kami­kaze hanno cen­trato tre moschee e il quar­tier gene­rale del movi­mento sciita Hou­thi, che da set­tem­bre ha occu­pato la capitale.
«Quat­tro auto­bomba hanno col­pito l’ufficio poli­tico di Ansa­rul­lah [il par­tito Hou­thi] e le moschee di Hashush, Kibsi e Qubat al-Khadra», ha detto un fun­zio­na­rio Hou­thi. In tarda serata è giunta la riven­di­ca­zione online di soste­ni­tori dell’ISIS che attri­bui­scono l’attacco allo Stato Isla­mico. Già prima gli Hou­thi ave­vano pun­tato il dito con­tro l’ISIS, respon­sa­bile del deva­stante attacco con­tro una moschea di Sana’a che il 20 marzo uccise quasi 150 per­sone: quel giorno il califfo mostrava di avere cel­lule attive nel paese dove ad avere il mono­po­lio dell’estremismo è al Qaeda.
Poche ore prima gli Hou­thi ave­vano fatto sal­tare in aria la casa del lea­der gover­na­tivo Abdel Aziz Jubari, impe­gnato a Gine­vra al nego­ziato ONU. Perché, men­tre lo Yemen esplode per la guerra civile e le bombe sau­dite, in Sviz­zera va in scena il silen­zio: le parti non si par­lano. Gli Hou­thi, che hanno pro­po­sto una tre­gua accet­tata dal governo uffi­ciale, rifiu­tano di discu­tere con il pre­si­dente Hadi «per­ché ille­git­timo» e chie­dono il nego­ziato diretto con l’Arabia Sau­dita, la mano che muove i fili della crisi. Hadi risponde insi­stendo con la sua pre­con­di­zione: il ritiro degli sciiti dai ter­ri­tori occupati.
Così muore il ces­sate il fuoco ane­lato da Ban Ki-moon per dare respiro alla popo­la­zione nei primi giorni di Ramadan.
Chiara Cruciati

Fonte

Una bomba saudita sul divano di casa?

Civili yemeniti miracolati da una bomba inesplosa caduta sulla loro abitazione

Dozzine di residenti nella capitale dello Yemen hanno evitato probabili ferite o conseguenze ben peggiori dopo che una bomba, che si pensa sia stata lanciata dalla coalizione a guida saudita, è caduta in una zona residenziale senza esplodere. Un testimone ha raccontato a RT che l’azione mirava ad un’area abitata esclusivamente da civili.
Appena un giorno dopo che il “cessate-il-fuoco umanitario” era terminato in Yemen, gli abitanti di una zona densamente popolata al centro di Sana’a sono scampati fortunosamente alla morte dopo che una bomba di un metro e mezzo ha distrutto il soffitto di un appartamento, devastando le mura ed il mobilio.
I residenti terrorizzati sono accorsi presso l’abitazione per esaminare la scena dopo essersi accertati della mancata detonazione. Foto surreali sono state postate dai testimoni su Twitter, con la bomba ferma su ciò che sembra essere un divano.
RT ha contattato un testimone, Hussein Al-Bukhiti, che racconta che la bomba è stata sganciata su di un palazzo vicino a dove vive e che al momento era pieno di persone.
“E’ una zona completamente civile, non ci sono edifici militari, o postazioni anti-aereo”, sottolinea Al-Bukhiti, aggiungendo che se la bomba fosse scoppiata ci sarebbero state “centinaia” di vittime, principalmente donne e bambini.
Non esistono rifugi anti-bombardamento, quindi l’unico posto in cui i civili yemeniti possono cercare protezione durante i raid aerei sono le proprie case, dice Al-Bukhiti.
L’incidente ha avuto luogo durante le prolungate incursioni aeree contro i ribelli sciiti Houthi, lanciate dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati in Yemen, e la popolazione locale ne ha considerato responsabile la coalizione.
Secondo Al-Bukhiti, “l’aggressione saudita sta colpendo tutta la nazione, nonostante il Paese sia popolato da 25 millioni di persone… dall’alto numero di morti si capisce che stanno attaccando qualsiasi cosa in Yemen”. Egli poi descrive gli incessanti attacchi che hanno colpito Sana’a “ogni giorno se non ogni ora” dal 26 marzo, ad eccezione del recente periodo di 5 giorni di cessate-il-fuoco.
Comunque egli aggiunge che la coalizione non ha rispettato il cessate-il-fuoco altrove, con la parte settentrionale della provincia di Saada, una roccaforte Houthi, quotidianamente sotto attacco.
Il testimone ha accusato la coalizione a guida saudita per crimini di guerra: “L’unica cosa che loro hanno fatto a Sadah, capitale della provincia di Saada, è stata quella di lanciare dei volantini in cui si chiedeva a tutta la popolazione della provincia di lasciare l’intera zona perché essa sarebbe stata dichiarata obiettivo militare e ogni luogo sarebbe stato bombardato. Questo è un crimine contro l’umanità perché come puoi tu chiedere ad un milione di persone di partire dopo un blocco di due mesi, senza che la gente abbia benzina per l’uso delle proprie auto, con tutti i ponti e le strade del Paese che sono stati distrutti. Non c’è modo per molta gente di andare via o di rifugiarsi, perché ogni area è stata colpita.”
Gli attacchi sono ricominciati nonostante una richiesta delle Nazioni Unite di estendere la tregua per permettere la consegna di cibo, benzina e medicine alle regioni devastate dello Yemen. Centinaia di persone sono fuggite dalle zone più colpite di Sana’a, mentre gli aerei della coalizione colpivano ripetutamente i depositi e le postazioni militari tenute dai ribelli. Gli attacchi hanno anche colpito la città meridionale di Aden, dove le forze leali al presidente rimosso Abd-Rabbu Mansour Hadi hanno combattuto con gli Houthi e le forze leali all’ex uomo forte Ali Abdullah Saleh.
Secondo l’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite UNHCR, in un bilancio che data il 15 maggio, 1.849 persone sono state uccise e 7.394 ferite.
Con l’Arabia Saudita che addestra i combattenti anti-Houthi al confine yemenita, nonostante le trattative con l’ONU e la promessa di un impegno a trovare una soluzione diplomatica alla crisi, i cittadini di Sana’a temono che il peggiore degli scenari, con battaglie in strada e la completa devastazione, stia per arrivare.
“Presto Sana’a sarà come Aden e Taiz… C’è stata una grande preparazione già da prima del cessate-il-fuoco e credo che adesso ci sarà una grande battaglia”, un membro di una tribù della provincia centrale di Ibb ha detto al Financial Times.
I rapporti informativi dicono che un capo militare sunnita, il General Maggiore Ali Mohsen Al-Ahmar, sia diventato una figura di spicco nelle forze anti-Houthi finanziate dai Sauditi. Si pensa che Al-Ahmar, ritenuto un’islamista, sia uno degli orchestratori nella pianificazione della campagna militare in Yemen, sollevando preoccupazioni a riguardo del fatto che gli Islamisti possano prendere il potere nella nazione del Golfo se l’operazione di terra contro gli Houthi avesse succcesso.

Fonte – traduzione di M. Janigro

Air Algérie nello Yemen: l’operazione di salvataggio che si è quasi trasformata in tragedia

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La tensione è al suo apice tra l’Arabia Saudita e l’Algeria. Anche se nessuna dichiarazione ufficiale è giunta a confermarlo, molti segnali, a volte palesi, tradiscono la segretezza che circonda questo conflitto latente.

Prima, 250 algerini bloccati a Gedda a partire da venerdì mentre è in corso il rimpatrio, poi il divieto agli equipaggi di Air Algérie di scendere dal loro aereo e passare la notte a Gedda e, infine, la chiusura dello spazio aereo saudita agli aerei battenti bandiera algerina, sia civili che militari.
Ora gli aerei di Air Algérie dovranno bypassare l’Arabia Saudita per raggiungere Dubai e quindi allungare le distanze, aumentare il consumo di carburante e attraversare delle zone pericolose.
Il motivo di questo picco di rabbia di Riyad è l’audace operazione di espatrio, in piena guerra aerea, di oltre 200 cittadini maghrebini, tra cui 160 algerini, che si è conclusa sabato [4 Aprile u.s. – ndc] sulla pista dell’aeroporto di Algeri Houari Boumediene.

L’unità di crisi
Tutto ha inizio quando comincia l’offensiva aerea “Tempesta Decisiva”, lanciata il 25 Marzo da una coalizione guidata dall’Arabia Saudita contro i ribelli Houthi nello Yemen.
L’Algeria decide in quel momento preciso di istituire un’unità di crisi per monitorare gli eventi. La presidenza della Repubblica, il ministero della Difesa nazionale e quello degli Affari Esteri coordinano la loro azione. Il 26 Marzo, mentre alcune navi cinesi e saudite si dirigono verso Aden per rimpatriare i loro cittadini, l’Algeria inizia a studiare un piano di evacuazione.
Nessuna imbarcazione delle forze navali è nella zona. La Cina è responsabile di recuperare il 31 Marzo un gran numero di suoi cittadini, ma anche quelli di altri Paesi asiatici per via marittima. Questa opzione non rappresenta una soluzione per le autorità algerine, tanto più che il personale diplomatico e la maggior parte dei connazionali si concentrano nella regione di Sana’a.
L’Arabia Saudita, che è riuscita a coalizzare attorno a sé quasi la maggioranza dei Paesi arabi nella sua guerra allo Yemen, ha reagito male all’atteggiamento provocatorio di Algeri. Perché l’Algeria non solo rifiuta di partecipare a questa offensiva, ma difende con forza la sua decisione e osa perfino proporre un’alternativa pacifica per risolvere il conflitto.
Peggio ancora, il disprezzo con cui la diplomazia algerina ha accolto la proposta egiziana di creare una forza militare araba per “lottare contro il terrorismo” è stato sentito dall’asse Riyad-Cairo come un vero affronto, tanto più che gli eventi hanno avuto luogo in territorio egiziano e nel corso di un vertice della Lega Araba.

Pianificazione
Algeri ancora non lo sa, ma Riyad sembra volerla far pagare alla capitale ribelle. A Sana’a, i funzionari dell’ambasciata algerina sono sulle spine. Come tutti gli abitanti della capitale yemenita, essi subiscono i bombardamenti della coalizione. Sono occupati ad identificare i cittadini e a stabilire i contatti con le diverse parti sul territorio per assicurarsi della riuscita di un’operazione di espatrio. Sono entrambe missioni cruciali, poiché da esse deriva il dimensionamento dei mezzi che le autorità algerine dovranno impiegare per la riuscita dell’operazione.
Sono un po’ più di un centinaio, fra cui molte donne, cui si aggiungono i diplomatici e le loro famiglie. In tutto, 160 algerini sono nella lista delle persone da evacuare. La lista è aperta ai cittadini dei Paesi vicini che non hanno potuto lasciare lo Yemen: quaranta tunisini, quattordici mauritani, otto libici, tre marocchini e un palestinese. Si tratta, in tutto, di quasi 230 persone da evacuare.
Stabilita la portata dell’operazione, Algeri decide di inviare il più grosso aereo civile della sua flotta, un Airbus A330 d’Air Algérie. Anche se la tratta aerea Algeri-Sana’a non è mai stata servita dalla compagnia di bandiera, i piloti sono fiduciosi, nonostante le difficoltà che si annunciano.
L’ostacolo maggiore che si presenta di fronte a quest’impresa è innanzitutto il sorvolo e l’atterraggio in una zona di guerra, con un centinaio di caccia che occupano lo spazio aereo, da un lato, e una ribellione che dispiega missili anti-aerei di diversa portata, dall’altro.
Altra difficoltà, l’altitudine dell’aeroporto di Sana’a, più di 7.300 piedi [2.225 metri ca. – ndc], che fa sì che il velivolo faccia fatica a decollare col pieno carico di carburante. Il rapporto peso/portata gli è sfavorevole. Il rifornimento a Sana’a è escluso per motivi di sicurezza. L’equipaggio dovrà fare tutto il tragitto con un solo pieno, e ciò metterà l’aereo ai limiti della sua portata.

Minacce…
Giovedì [2 Aprile u.s. – ndc] l’aereo decolla da Algeri, direzione Sana’a, il ministero degli Affari Esteri avverte l’Arabia Saudita e l’Egitto della missione. Il piano di volo dell’aereo civile è condiviso, convenzionalmente, con tutti i Paesi che saranno attraversati o che potrebbero esserlo. Il volo procede normalmente fino alle prossimità dello spazio aereo saudita. Mentre l’equipaggio di Air Algérie si aspettava una scorta militare a partire dall’Arabia Saudita, esso rimane sorpreso dall’atteggiamento di caccia inviati per dissuaderli a penetrare nello spazio aereo.
Il controllo saudita avverte l’equipaggio del divieto e gli intima di tornare indietro. Sorpresi e pensando a un problema di comunicazione o a un qualche pericolo sopra lo Yemen, gli algerini chiedono di poter deviare verso Dubai. Ancora una volta, sono sorpresi dalla fermezza dei toni del controllo aereo. Lo spazio saudita è chiuso a tutti i velivoli algerini.

…sequestro
L’equipaggio non ha scelta: [deve] tornare indietro al Cairo e attendere che la macchina diplomatica faccia il suo corso. In meno di un’ora e mezza l’A330 atterra al Cairo. Ma la situazione peggiora. La piccola delegazione algerina viene maltrattata e i suoi membri portati all’albergo dove abitualmente sono alloggiati gli equipaggi di Air Algérie; qui viene loro imposto l’obbligo di domicilio col divieto di lasciare la struttura. Questo sequestro durerà 48 ore.
Ad Algeri il caso desta sorpresa, i sauditi fanno orecchie da mercante. La richiesta algerina per il rimpatrio della sua comunità in Yemen è respinta. Il caso prende una piega seria. Ѐ la Presidenza della Repubblica a gestire ormai il dossier. Algeri avverte Riyad che l’aereo svolgerà la sua missione in ogni caso, visto il suo carattere umanitario.
L’aereo decolla sabato e atterra a Sana’a, i funzionari dell’ambasciata sono stati in grado di riunire e portare tutti in modo organizzato all’aeroporto. Il volo di ritorno avviene senza nessun problema, ma l’equipaggio tira un sospiro di sollievo solo dopo aver raggiunto il Mediterraneo. I funzionari algerini e la direzione della compagnia aerea scelgono di non divulgare questo caso. Le poche persone che scelgono di parlarne mettono in evidenza l’audacia dell’equipaggio e la sua determinazione nell’andare fino in fondo alla missione.
Ma l’Arabia Saudita ha deciso di mantenere la pressione sull’Algeria. La compagnia di bandiera non ha tuttora il diritto di sorvolare lo spazio aereo saudita; viene mantenuto solo il servizio di Gedda, con il divieto agli equipaggi di passarvi la notte. La più piccola formalità in linea con i codici dell’organizzazione dell’aviazione civile internazionale richiede delle ore. Questo è ciò che spiega le difficoltà incontrate dalla compagnia per rimpatriare gli algerini bloccati a Gedda nelle ultime 48 ore. Al Cairo Air Algérie soffre ugualmente della lentezza delle procedure e di pressioni.
Questo sarà, in parte, il prezzo da pagare dall’Algeria per il suo rifiuto di partecipare alla guerra nello Yemen.
Kamel Abdelhamid

[Fonte – traduzione di M. Guidoni]

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