La questione curda

Il ruolo della attuale dirigenza curda di fronte a un’occasione storica

Ho troppo rispetto per il popolo curdo, per la questione curda, per esprimere giudizi in quella che sarà una pura e semplice valutazione dell’attuale corso del maggior movimento curdo oggi – temporaneamente – alla guida di un territorio da essi denominato Rojava (letteralmente “Ovest”, in riferimento con ogni evidenza a un “Est” iracheno), un’area attualmente di oltre 42mila km quadrati a nord della Siria, superiore per estensione alla superficie di due Regioni come la Lombardia e il Veneto, distribuita in maniera discontinua a occidente (Afrin) e a oriente (il restante territorio) del cuneo occupato dai Turchi proprio per impedirne il ricongiungimento, unico successo ottenuto dall’operazione Scudo dell’Eufrate (Fırat Kalkanı); un’area che nel giro di tre anni è andata ben oltre i tradizionali confini dei villaggi curdi, giungendo a occupare:
– il 23% del territorio siriano;
– le sue tre maggiori dighe (importanti sia per la fornitura di energia elettrica, che per l’irrigazione);
– il 60% della sua superficie coltivabile (fonte).
Interessante, vero? Come si è arrivati a questo, temporaneo, status quo? Quali le cause, quali i presupposti, quali le possibili conseguenze e configurazioni future?
Occorre, come sempre, fare un passo indietro. Un popolo di trenta, quaranta milioni di persone (a seconda di come si considerano i Curdi della diaspora), distribuito principalmente – ma non solo – su quattro Stati indipendenti (Turchia, Siria, Iraq e Iran), la nazione più popolosa al mondo senza Stato, è da oltre un secolo che lotta per la propria indipendenza. All’inizio del secolo scorso, occorre sottolinearlo, i Curdi furono impiegati dai britannici in chiave antiturca (I conflitto mondiale) e tedesca (II conflitto mondiale), sempre con l’illusione di uno Stato promesso e mai realizzato (Dmitrij Minin, I segreti del conflitto siriano: il fattore curdo). Successivamente, si accostarono all’URSS, ma senza successo: la tragica vicenda della Repubblica di Mahabad (1946), primo nucleo di un Kurdistan indipendente in territorio iraniano, vide l’appoggio esterno dei Sovietici, che coprirono successivamente la ritirata del Molla Mustafa Barzani, padre dell’attuale capo del Kurdistan iracheno Mas’ud Barzani. Riparato in Azerbaigian, organizzò campi di addestramento a Tashkent e completò gli studi militari a Mosca (fonte). Fino a metà degli anni Cinquanta i Curdi furono gli unici alleati dei sovietici in Medio Oriente. Tuttavia, anche lì le cose stavano cambiando. L’appoggio sovietico alle rivoluzioni baathiste fece progressivamente spostare l’occhio dei Curdi verso Occidente. I britannici non c’erano più, ma c’era Israele. Sono databili da allora i primi contatti fra Mossad e Curdi (fonti: france-irak-actualite.com; the-american-interest.com), culminati nella visita vera e propria di Barzani padre in Israele. L’opzione rivoluzionaria in senso socialistico persisteva solo fra i Curdi di Turchia, culminante nel 1978 con la fondazione del PKK di Ocalan, ma risultava sempre più minoritaria, in termini di peso specifico sull’intero movimento indipendentistico curdo, a partire soprattutto dalla fine dell’URSS.

Moshe Dayan e Molla Mustafa Barzani, 1967

Il resto è storia recente: la strumentalizzazione della questione curda come fattore destabilizzante in Iraq e in Siria, è segno distintivo della politica mediorientale a stelle e strisce (o, visti anche i precedenti storici appena citati, US-raeliana nel suo complesso). In altre parole, questi due Paesi hanno conosciuto negli ultimi tre anni un’intrusione sempre maggiore degli Statunitensi sul loro territorio con l’istallazione di basi militari nei territori controllati dai Curdi, per combattere ovviamente i propri avversari che non sono, come ormai è sotto gli occhi di tutti, l’ISIS o Al Qaeda. La base aerea siriana di Tabqah, per esempio, abbandonata a causa dell’ISIS, ripresa dai Curdi catapultati oltre l’Eufrate dai mezzi anfibi e dalla copertura aerea americani, è stata seduta stante ceduta ai loro padroni. Un’altra base, ancora più grande, è in costruzione a Kobane, per rendere più costante e consistente l’approvvigionamento ai loro alleati. Forti di questo appoggio, le milizie curde dell’YPG hanno recentemente annunciato un’offensiva verso i territori dello “scudo turco” che li separano da Afrin. A sud di Raqqa, dopo esser stati fermati a Resafa dalla perentoria avanzata dell’esercito siriano, si stanno ritagliando fette di territorio lungo la striscia a sud dell’Eufrate, ufficialmente per chiudere da sud la capitale del sedicente Stato Islamico, in pratica per sondare la possibilità di ulteriori movimenti espansivi verso Sud.
Qui però si ferma la pars construens della loro iniziativa e iniziano problemi non da poco:
1. Afrin, separata dal resto di Rojava dallo “scudo turco” e posta sotto minaccia diretta di invasione, sempre da parte turca, è appena stata “visitata” da una folta rappresentanza di ufficiali russi. Questo avvenimento non può non essere legato alla visita ad Ankara del ministro della difesa russo Šojgu del giorno prima. I Russi ad Afrin si stanno costruendo la loro base, di fatto depotenziando il resto di Rojava in mano all’YPG, garantendo di fatto il ritorno di quella fetta di territorio nell’alveo della Repubblica Araba di Siria. Questo a Erdoğan basta. E avanza. I suoi movimenti di truppe e incidenti di confine sembrano aver sortito l’effetto deterrente voluto.
2. Un diamante è per sempre, ma non l’appoggio USA. Né Londra, né Washington hanno mai dato apertamente garanzie concrete alla costituzione di un Kurdistan indipendente e sovrano. Lo stesso ex-ambasciatore USA in Siria Robert Ford, in una recente intervista, ha definito “non solo politicamente stupida, ma immorale” l’attuale politica verso i Curdi, visto che alla fine “li tradirà”. I Curdi mancano di un appoggio costante a Washington, come sono, per esempio, la lobby ebraica e quella armena. Sembrano più che altro la “cara amica di una sera” del nostro repertorio canoro. Questo Rojava, nella figura del suo presidente Salih Muslim, lo sa benissimo, e infatti cerca – piuttosto maldestramente – di tenere il piede in più scarpe, senza inimicarsi troppo Mosca (da qui la cessione della base di Afrin, anzi, di Afrin punto) e Damasco (senza indire – almeno al momento – “referendum” sulla falsariga di quello appena svoltosi in Iraq). E cerca di trarre il maggior vantaggio dalla presenza USA sul territorio che controlla, di fatto svendendolo al potente alleato… inimicandosi però le popolazioni arabe locali, e non solo.
3. A differenza del Kosovo, dove a fronteggiare la protervia NATO c’era una Serbia indomita ma debole, oggi ci sono Iraq, Iran, Siria e Turchia. La Russia non solo sta vincendo sul campo un conflitto che nei primi sei mesi di quest’anno ha visto radicalmente mutare scenario (vedasi le ultime due cartine della Siria datate 01/01 e 30/06 di quest’anno), non solo ha permesso un graduale ma decisivo ripristino della sovranità nazionale da parte dell’unico governo legittimo, quello che – piaccia o no – fa capo ad Assad (per la prima volta, per esempio, la provincia di Aleppo vede prevalere come possesso di territorio il governo siriano sui suoi nemici e oppositori, come si vede nella cartina proposta sopra le due mappe già citate), ma è riuscita nella non facile impresa di mettere d’accordo Iran e Turchia nella costituzione di unico asse anti-ISIS e anti-Al Qaeda, ovvero anti-israeliano (vedasi, per ultimo ma non da ultimo, dopo i raid aerei israeliani contro le postazioni siriane sul Golan, l’origine degli equipaggiamenti sequestrati dall’esercito siriano ad Al Qaeda, sempre sulle alture del Golan), e anti-USA (vedasi, sempre per ultimo ma non da ultimo, oltre agli attacchi USA contro le postazioni siriane fatti “per errore”, come quello che l’anno scorso ridusse enormemente le difese di Deir Ez-zor prima dell’immancabile offensiva ISIS, anche le forniture dirette via Bulgaria e Jeddah ai terroristi). Il che non significa che siamo di fronte a un blocco compatto e monolitico che fronteggia un altro blocco altrettanto compatto e monolitico. I Turchi oggi ci sono, trattano coi Russi per l’acquisto di sistemi antiaerei e antimissile S-400 Triumf, domani non si sa. Gli Iraniani oggi sono pesantemente coinvolti nelle vicende irachene (delle cosiddette milizie popolari) e siriane, cercano una loro via al Mediterraneo, sono in piena e pluriennale sintonia coi Russi, anche sul versante geopolitico del Caspio in chiave di contenimento dell’iniziativa USA nella regione, poi chissà. Tuttavia, ora sono tutti, incondizionatamente, uniti contro i Curdi e la loro svolta filoamericana.
Gli affari sono affari. E di questo stiamo parlando, meglio, stanno parlando le potenze geopolitiche attualmente presenti sullo scacchiere mediorientale. Prima i Curdi lo capiranno, meglio riusciranno a promuovere la loro causa, cercando di coordinarsi non con chi sta a un oceano di distanza, ma con chi oggi li vede sempre più come un pericolo o, peggio ancora, come una minaccia. Hanno di fronte a sé, dopo un secolo di lotte, un’occasione storica. Non la devono e non la possono perdere. L’alternativa, sarebbe la ripetizione di tragedie già viste.
Paolo Selmi

Legenda delle cartine
Rosso: governativi e alleati
Grigio: Stato Islamico (ISIS-DAESH)
Verde: gruppi vari della galassia “ribelle” (Esercito Libero Siriano, etc.)
Bianco: gruppi derivati dallo scioglimento di Jabhat Al Nusra
Giallo: Curdi

1 gennaio 2017

30 giugno 2017

Annunci

Russi, Siriani, Iraniani e la loro mossa del cavallo: qualche breve cenno su un piccolo capolavoro

Ci eravamo lasciati con un primo bilancio sulle zone di diminuzione e sull’effetto favorevole (per le forze siriane) che esse avevano avuto in termini di dislocamento su un fronte che, in pochi giorni riusciva a tornare unito da nord a sud, consentendo non solo di raggiungere la superiorità numerica in situazioni di conflitto locali fino ad allora dominate da un incerto equilibrio, ma anche di costituire la necessaria forza d’urto per rompere l’intero fronte avversario e trarre il massimo vantaggio possibile in termini di occupazione di zone cedute dal nemico e consolidamento delle stesse. Una mossa che andrà studiata molto più approfonditamente negli anni a venire e che, a prescindere dall’esito finale di questo conflitto, resterà una pietra miliare di quella guerra “liquida” che altri, senza successo, hanno tentato di applicare in Siria.
A chi mi riferisco? Agli Americani, ovviamente: apprendisti stregoni abituati a confrontarsi col nemico solo da posizioni di schiacciante superiorità: una superiorità ribadita da lanci imponenti (e milionari) di missili (inutili per lo scopo prefissato) e di madri di tutte le bombe, insieme ad altre esibizioni muscolari di dubbia efficacia nonché, sul versante più nascosto della propria azione, da massicci finanziamenti di terroristi e gruppi criminali, da robuste iniezioni di “caos creativo” nelle fila nemiche, da montature mediatiche a effetto destinate a spegnersi subito dopo l’ottenimento della risoluzione ONU prefissata; più in generale, da quel “non badare a spese” tipico di una concezione grossolana del conflitto basata sull’applicazione di ricette che si ritengono, meccanicamente, anche ingenuamente se vogliamo, uguali per tutti. Ebbene, spinti fondamentalmente dall’ingresso in campo della Russia a interrompere la propria azione offensiva, per non entrare in conflitto con un avversario decisamente più ingombrante del solo Assad, e a cambiare tattica, gli Americani entrarono in una crisi da cui non si ripresero più. La mancanza di un interlocutore pubblico credibile li costrinse a cercare una sponda amica fra i curdi dell’YPG, attirandosi così le ire di un potente alleato, quello turco, sempre più ex, e a liquidare il proprio, quantomeno ambiguo, rapporto con il sedicente Stato Islamico.
L’avanzata vittoriosa delle truppe di Assad a est della provincia di Aleppo, che aveva liquidato in un sol colpo sia la presenza dell’ISIS, sia le velleità turche in una possibile espansione verso Raqqa del cosiddetto “Scudo dell’Eufrate”, aveva preoccupato non poco i vertici americani e li aveva portati a fare quello che negli scacchi è “mossa del cavallo”: scavalcare verso la fine del lago Assad e portarsi apertamente in territorio arabo, occupando Tabqa e costituendo un argine alla discesa siriana. Discesa che non si è fatta attendere: dopo la caduta di Maskanah, il 9 giugno è avvenuto “l’incontro sull’Elba” fra Siriani e Curdi.
Tuttavia, quella che inizialmente pareva rivelarsi una mossa strategicamente azzeccata, si sta rivelando un pericoloso boomerang per la “coalizione alleata”. I Siriani li bloccano da ovest e proseguono, con la chiusura della sacca con quella “U” rovesciata creatasi nel frattempo.

Operazione di ieri, la conquista dei quindici villaggi segnalati nella cartina qui sopra, occupati dal 2013. La liquidazione di questa sacca, oltre a mettere in sicurezza Khanasir e la sua importantissima arteria, teatro non a caso di azioni diversive da parte dell’ISIS fino a poche settimane fa, tese a tagliarla in due, para il fianco anche all’offensiva verso sud. Questo metterà in ulteriore difficoltà i Curdi, impedendo loro di espandere ulteriormente la propria sfera d’influenza e obbligandoli, di fatto, a fare quello per cui avevano dichiarato di aver “sconfinato”: combattere l’ISIS liberando Raqqa. E così, mentre un alleato curdo sempre meno convinto libererà una Raqqa che resterà sempre araba e sempre ingestibile, i Siriani sfonderanno a sud puntando verso Palmira e tagliando materialmente la strada anche alle truppe ISIS in fuga da Raqqa.
Al centro, l’azione bellica appare meno veloce che al nord. La guerra-lampo lascia il terreno a uno sforzo quotidiano di avanzamento complessivo della linea di fronte su più direttrici: se è vero che solo ora ad est si punta ad Arak, che si trova ancor prima di Sukhna, ultimo centro importante prima della galoppata finale verso Deir Ez-zor, vero è anche che l’azione si è parimenti svolta verso nord e verso sud.

Verso nord, si può chiaramente notare la formazione di una sacca a est di Homs, ben visibile nella cartina qui sotto, che con la presa di Huwaisis si chiuderebbe e collasserebbe allo stesso tempo, sia ottenendo la scomparsa dell’ISIS a est di Homs, sia mettendo in sicurezza da nord la strada che si va, parallelamente, liberando a sud e che porta ad Arak-Sukhna-Deir Ez-zor.

Verso sud, l’azione di consolidamento e parimenti offensiva sfociava con la chiusura dell’ennesima sacca e con il raggiungimento del confine giordano. Una frangia infine si spingeva verso At Tanf ma era prontamente respinta da bombardamenti “alleati” che la dissuadevano dal proseguire verso quella base USA.

Tuttavia, mentre colonne siriane si sottoponevano al fuoco dei bombardamenti aerei USA -tre serie nel giro di pochi giorni- e terroristi addestrati e armati dagli USA tentavano, senza successo, di arginare l’avanzata verso sud dei Siriani (le frecce blu della prima cartina qui sotto), ecco avvenire l’inaspettato: la mossa del cavallo dei Siriani: un veloce scarto a nord-est e un’altrettanto fulminea calata a sud-est (vedi seconda cartina) a soli 20 km dalla base USA!


Questa operazione, se non risolutiva, è di estrema importanza. Consente, infatti di:
– impedire l’ulteriore espansione a est dei “ribelli” filoamericani, chiusi ora su tutti i versanti e costretti a ripiegare verso la Giordania;
– togliere ogni ragion d’essere alla stessa base di At Tanf (centro di addestramento e non base operativa);
– ampliare ancor più la linea di fronte verso Deir Ez-zor,
– ricongiungersi alle milizie popolari sciite irachene e ripristinare linee d’approvvigionamento interrotte da anni.
A questo proposito, si ripristina anche il cosiddetto corridoio iraniano al Mediterraneo.

In conclusione, in una condizione di conflitto assolutamente “liquida”, laddove la linea di fronte è altamente instabile a causa del crollo di una delle parti in conflitto e della susseguente avanzata delle restanti, questa “mossa del cavallo” ha assestato un gravissimo colpo ai già precari equilibri, minati da dissidi e contrasti interni, della cosiddetta “coalizione alleata”. Una compagine in crisi netta, che si trova scoperta su più fianchi, vulnerabile proprio laddove intendeva partire per la conquista, palmo a palmo, della Repubblica Araba di Siria, invisa alle grandi potenze regionali confinanti (Turchia e Iran). In questo frangente, essa dovrà tirar fuori ben più di un coniglio dal cilindro per ribaltare la situazione. E, al momento, non sembra esservi alcun presupposto per tale colpo di scena. Stiamo in campana.
Paolo Selmi