L’economia ai tempi di Mattei e ai tempi di… Marchionne

993547_10152197934146204_902721218_n“Due documenti d’archivio dell’ENI e un aneddoto-testimonianza ci permettono di avviare il discorso sull’economia ai tempi di Mattei e ai tempi di Madoff, i nostri tempi.
Il primo documento riguarda una riunione del Comitato interministeriale del 1955, cui prende parte anche Enrico Mattei in qualità di presidente dell’ENI; vi partecipano il Ministro dell’Industria e del Commercio (Villabruna), il Ministro del Tesoro (Gava) e quello delle Finanze (Tremelloni). Mattei, dopo avere illustrato un progetto dell’Ente di Stato per un impianto a Ravenna, chiede 800 milioni di lire. Accadesse oggi, la richiesta verrebbe subito bloccata: il debito, ovvero la “spending review”; quella del 1955 venne invece immediatamente accolta.
Il secondo documento riguarda una conferenza di Mattei alla Società dei Produttori di Petrolio e Gas di Zagabria (Jugoslavia, 8 dicembre 1957), in cui egli illustrava il funzionamento e le finalità dell’impianto AGIP di gas naturale di Ravenna: promuovere quella metanizzazione della struttura produttiva italiana e della stessa economia domestica (le prime bombole a gas), che fu uno dei grandi meriti storici di Mattei, la base energetica del boom italiano e della liberazione di milioni di famiglie italiane dei piccoli centri di campagna o di montagna dalla schiavitù del carbone e della raccolta della legna.
Dopo avere ricordato con estrema semplicità ai suoi interlocutori della Jugoslavia socialista di Tito, che «nel 1926 lo Stato», cioè lo Stato fascista, aveva «costituito l’AGIP» e dopo avere sottolineato – senza nemmeno citare la cesura-svolta repubblicana del dopoguerra – che «l’opinione pubblica, il Parlamento e il Governo manifestarono peraltro la precisa volontà di mantenere sotto il pubblico controllo lo sfruttamento di una ricchezza che era stata scoperta per merito di un’azienda dello Stato» (pp. 1-2), Mattei spiegava in questi termini l’adozione di una tariffa unica per il prodotto finito, indipendentemente dalla zona di destinazione: «Una differenziazione delle tariffe di vendita basata sui costi di trasporto avrebbe creato notevoli sperequazioni tra i centri più vicini e quelli più lontani. Si sarebbe così favorito – attenzione al passo che segue – l’ulteriore sviluppo di zone già fortemente industrializzate (ad esempio la provincia di Milano, che è la più vicina ai giacimenti) a scapito di altre più lontane ed economicamente progredite».
Una visione nazionale, dunque, dello sviluppo economico; un’apertura mentale capace di interloquire con il nemico jugoslavo al fine di una possibile cooperazione comune, e nessuna retorica dell’antifascismo, vista la continuità tacitamente ammessa da Mattei tra il periodo mussoliniano e quello repubblicano.
Oggi tutto questo sembra impossibile. La retorica dell’antifascismo ha raggiunto il suo apice e, con esso, la sostanziale assenza di una vera lotta ai veri poteri forti della nostra epoca, che ovviamente non sono né il fascismo, né gli sparuti gruppi fascisti che pretendono, spesso in modo caricaturale, di continuarne la memoria. A livello internazionale, dilagano gli embarghi contro i Paesi che non accettano il “nuovo ordine internazionale” postbipolare, erede di quello di Yalta, a cui avevano avuto il coraggio di opporsi Mattei e la Jugoslavia di Tito. Fioriscono poi, oggi, strampalate proposte di introiti maggiorati per quei Comuni, Province e Regioni del tutto casualmente beneficiati dalla presenza di risorse energetiche, sui loro territori, come nel caso di Filettino e del suo “principe”; oppure si sedimentano opzioni secessioniste, come presunta necessaria conseguenza delle legittime critiche alle distorsioni centralistiche dello Stato unitario o dei legittimi revisionismi storiografici sulle pagine di sangue del Risorgimento italiano.

Infine l’aneddoto. È uno dei fidi di Mattei a raccontarlo, Renzo Cola: durante una visita in Egitto il presidente dell’ENI avanza l’idea di un finanziamento italiano della diga di Assuan, per la cui costruzione Nasser si era rivolto anche agli Stati Uniti e avrebbe poi accettato il sostegno dell’URSS. Fatti i calcoli l’idea viene scartata, ma la sua mera presa in considerazione è emblematica della visione di Mattei dell’economia come sviluppo, e dello sviluppo anche come grandi progetti, grandi imprese. Un mondo scomparso: lo dimostrano il dibattito per certi versi surreale, in Italia, tra crescita e saldatura del debito – un debito quasi tutto frutto di interessi sugli interessi – e il dilagare, negli ultimi vent’anni, di un’ideologia deproduttivistica o microproduttivistica. Pozzi d’acqua sì, dighe no: un’ideologia peraltro convergente con il programma di International Transparency, una sorta di “tangentopoli” a livello internazionale, di origini ovviamente occidentali, che colpisce appunto soprattutto le grandi opere nel mondo sottosviluppato con la motivazione-alibi della lotta alla corruzione. Una sorta di via giudiziaria al pauperismo.
Ma quanto fin qui detto e i tre esempi fatti evidenziano soprattutto una cosa: non solo la visione matteiana dell’economia come progresso economico, ma anche la struttura stessa dell’economia postbellica e del boom degli anni Cinquanta e Sessanta, come fondata soprattutto sulla sfera della produzione e non su quella finanziaria. All’epoca, il rapporto tra capitale industriale e capitale finanziario-bancario non era quello terribile di oggi: 10 a 1 alla svolta del secolo, 20 a 1 nel 2011. Il dollaro, asceso a valuta internazionale con gli accordi di Bretton Woods del 1944, non era ancora stato sganciato dall’oro (Nixon, 1971). La valuta nazionale – emessa dalla Banca Centrale dello Stato – era il riflesso della ricchezza sociale reale del Paese. Il problema del denaro virtuale, o addirittura elettronico, non esisteva. Le banche italiane erano anche di Stato e aiutavano i piccoli imprenditori e in generale le imprese fondate sulla produzione di beni materiali. Come racconta Valerio Castronovo la famosa Banca Nazionale del Lavoro – oggi scomparsa e fagocitata dalla BN Paris, dopo quasi un secolo di storia – era di supporto attivo alla sfera produttiva, una sorta di struttura di servizio garantita dallo Stato. Lo Stato controllava l’emissione monetaria attraverso una Banca d’Italia che sarebbe stata privatizzata solo nel 1992, e attraverso un Ministero del Tesoro che controllava per legge il tasso di interesse. Così sarebbe rimasto nei fatti fino alla lettera di Andreatta – non a caso ministro nel governo Spadolini (1980-81) – all’allora governatore della Banca d’Italia Ciampi e, in diritto, fino alle privatizzazioni dell’industria di Stato da parte del governo Amato del 1992.
Ovviamente la finanza, la sfera finanziaria e i suoi uomini con il loro potere esistevano, ma non erano così forti, così capaci, ad esempio, di dominare il ceto politico tutto. Ricordiamo la battuta simbolo di Fassino, la sua esultanza di qualche anno fa: «Abbiamo una banca». La politica era basata sui partiti di massa e non era dipendente, come oggi, dalle promozioni interessate e dalle velenose campagne denigratorie fatte dai mass media. Inoltre, Mattei aveva le idee ben chiare sulla grande “finanza laica” e ne capiva bene l’antagonismo, rispetto alla sua strategia economica e alla sua visione cristiana, nazionale e internazionale dell’Italia e del mondo. Come ha raccontato Giancarlo Galli,

Qualunque sia stata la causa della sua morte, fra i “nemici” si collocava, in primissima fila, lo gnomo di via Filodrammatici […] Fu a cena da Enrico Mattei che sentii per la prima volta nominare Enrico Cuccia […] disse Mattei: «È molto bravo, sa dove vuole andare e bisognerà fare i conti con lui. Se passa ci distrugge […] Qui stanno le divisioni di Cuccia: i francesi, gli americani, i tedeschi, gli ebrei»… Baldacci fece presente che era «uomo di Mattioli, un amico», al che Mattei scosse la testa, con un «ne riparleremo» pieno di irritazione.

Baldacci, in effetti, o non aveva capito nulla, o faceva finta di non capire.
Oggi quel potere, come già accennato, è enormemente aumentato. I pilastri di un’economia e di una politica monetaria ancorate o sensibili alla produzione sono venuti meno: le Banche Centrali che emettono o cogesticono la moneta – ancora tutte di Stato, nei Paesi del Medio Oriente, Iran compreso – sono private, come la Banca Centrale Europea e come la Banca d’Italia. La BCE, in particolare, in base al Trattato di Lisbona sfugge a qualsiasi controllo da parte degli Stati membri dell’UE e dell’eurosistema. Tutto questo si traduce non solo in Potere in quanto autonomia decisionale, ma anche in Potere in quanto formidabile accumulazione di denaro, grazie al reddito da signoraggio.”

Da Rompere la Gabbia. Sovranità monetaria e rinegoziazione del debito contro la crisi, di Claudio Moffa, Arianna Editrice, 2013, pp. 121-124.

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Sergio Marchionne e una ristretta lista di invitati

italia usaVenezia, 31 maggio – La ventiquattresima edizione del Workshop del Consiglio per le Relazioni fra Italia e Stati Uniti si terrà a Venezia, presso l’Hotel Excelsior Lido, venerdi 7 e sabato 8 giugno 2013. La conferenza internazionale sarà riservata ai membri del Consiglio e a una ristretta lista di invitati, tra i quali esponenti del mondo della politica, della cultura, dell’industria e della finanza.
Il Workshop di Venezia è una delle principali iniziative del Consiglio Italia-USA, associazione privata volta a sviluppare i rapporti transatlantici e la partecipazione italiana in essi. Il Consiglio è attualmente presieduto per la parte italiana da Sergio Marchionne, Amministratore delegato di Fiat SpA, Presidente di Fiat Industrial SpA e Presidente e Amministratore delegato di Chrysler Group LLC, e per quella americana da David W. Heleniak, Senior Advisor di Morgan Stanley. Sergio Marchionne aprirà il Workshop con un discorso di benvenuto. I keynote speech saranno tenuti, nell’ordine, da David H. Thorne (Ambasciatore USA in Italia), Enrico Giovannini (Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali), Fabrizio Saccomanni (Ministro dell’Economia e delle Finanze) e Giuliano Amato (già Presidente del Consiglio).
(Adnkronos)

Il mago Marchionne

“Che la piccola utilitaria di Fiat, la 500, retrò sia nell’eleganza che nell’efficienza, potesse correre e vincere sul mercato statunitense era un una fantasia alla quale credevano soltanto i tappetini della stampa e della politica nostrana, i quali si sono lasciati abbagliare da Marchionne per timore di essere accecati dal faro di Obama. Quest’ultimo ha investito molto sull’Ad del Lingotto, non tanto per salvare Chrysler ma per mettere le ganasce ad un’Italia apparsa troppo spericolata e fuori controllo sulle piste internazionali, con Berlusconi che si recava in Lada alla dacia di Putin. Ovvio che nessuno desidera un frontale con l’Hammer di Washington per paura di rimetterci il telaio e la carrozzeria ma oliare così spudoratamente le qualità dell’uno per compiacere l’altro denota nessuna dignità professionale. Poiché alla Casa Bianca non bastava un cavallo di Troia per entrare a Roma, Obama si è affidato a tutto il “cavallaggio” della casa torinese. In tal maniera, giornalisti di tutte le “testate”, esperti di ogni sterzata e leader partitici di varie metallizzazioni si sono riverniciati d’accondiscendenza e si sono prodotti in esaltazioni accelerate dell’italo-canadese che dimostrava sicurezza sul lavoro ed affidabilità nella vita privata, con quel pullover così sobrio ed elegante come un coprisedile, precorritore dei tempi del loden e della Redenzione Morale. Ma il ceo di Chieti, divoratore di operai e sindacati, fagocitare di accordi e di contributi di Stato, serbatoio di pensieri e catalizzatore di speranze irrealizzabili, da buon superdotato con uno scappamento abnorme di chiacchiere e di promesse, ha ammesso di aver fatto una grande cazzata. Scegliere di volare negli USA con una autovettura che gli americani avrebbero visto bene in giardino con i sette nani è stata una mossa da ubriachi al volante. Se il celebrato talento dell’automobile fa adesso retromarcia mostrando un po’ di finta resipiscenza ed annunciando la sua rottamazione per il 2015, i marmittoni decerebrati dei mass media italiani, nonostante la sportellata in faccia ed il fumo alzato in tutti questi mesi, provano ancora a nascondere l’incidente che potrebbe segnare la definitiva scomparsa del marchio piemontese oltreoceano. Il colpo sarà difficilmente ammortizzato anche perché il Mago Marchionne ha il cilindro rotto come i cilindri dei suoi macinini che si scassano durante i lanci pubblicitari. Meglio dunque riporre tutti i sogni nel bagagliaio e scendere con i piedi per terra. Ma, soprattutto, ora che è chiaro a tutti che Marchionne non è della stazza declamata, sarà opportuno chiedere seriamente conto dei 20 miliardi d’investimento da lui assicurati per rilanciare gli stabilimenti nel nostro Paese e di cui non si è vista ancora alcuna traccia. Costui starà pure tentando di rilanciare la Panda ma i nostri connazionali non hanno nessuna intenzione di diventare una specie in via di estinzione industriale.”

Da Il mago coi cilindri rotti, di Gianni Petrosillo.
[Collegamenti nostri]

Dal Lingotto al Gattopardo

Kennst du das Land,
wo die Betrüger blühn?

L’uomo dell’anno, secondo Gianni Riotta, rivendica la sua appartenenza all’era cristiana e relega i metalmeccanici della FIOM e ogni suo avversario o critico all’era pre-cristiana.
C’è invece chi fa risalire i suoi comportamenti a quelli dei dinosauri del Giurassico Superiore.
A noi, afflitti da una visione geologica e storica più limitata, ricorda un personaggio letterario più recente, mirabilmente descritto mezzo secolo fa da Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”: il faccendiere rozzo e rampante Don Calogero Sedara che approfittando della decadenza della nobiltà latifondista siciliana e del subbuglio garibaldesco del 1860 arraffa terreni e quattrini, sposa la causa sabauda-piemontese, si dà una ripulita con il matrimonio della figlia con il principe Tancredi e diventa senatore del Regno.
Per mancanza di scrupoli, decisionismo, irresponsabilità sociale e violazione di norme, statuti e diritti dei lavoratori – i “ca’funi” di centocinquanta anni fa – l’italo-canadese Marchionne non ha nulla da invidiare al Sedara ma una cosa è certa: anche ai fini dell’immunità parlamentare non darà la scalata ad una delle due Camere.
(…)
Sono d’obbligo a questo proposito alcune meste considerazioni sul ruolo dell’informazione in Italia.
(…)
A nessun organo dell’informazione è passato per l’anticamera del cervello di chiedere non solo al giovin signore John Elkann ma alla miriade di eredi Agnelli, Rattazzi&Co. se si siano per il momento accontentati delle poche decine di milioni elargite loro in borsa dall’AD o se insistano per liquidare su due piedi non solo l’Alfa come sostiene la stampa tedesca ma l’intera FIAT auto italiana senza attendere i dodici mesi di grazia apparentemente chiesti loro dallo stesso AD. I “molti, maledetti e subito” degli eredi dell’avvocato costituiscono un ostacolo non irrilevante per il grande imbonitore alle prese con una Chrysler più decotta del previsto e con la scadenza del gennaio 2012 entro cui dovrà restituire in contanti ai Governi degli Stati Uniti, del Canada e alle banche americane sette miliardi e mezzo di dollari più un miliardo e novantanove milioni di interessi per evitare di far la fine di altri imbonitori italiani nella repubblica stellata come lo infamous salvatore della lira. Nessun giornalista italiano gli chiede come fa a scommettere a parole sul successo di modelli “gas guzzlers” riciclati come la SUV, Jeep Cherokee e la Chrysler 300 con il petrolio che marcia verso i cento dollari al barile o, all’altro estremo, della 500 che data l’obesità degli improbabili acquirenti USA richiederà come accessorio essenziale un apriscatole.
E gli interrogativi mai posti non si fermano qui: perché non si consultano quotidiani di poco tempo fa come il “Frankfurter Algemeine” o il “Frankfurter Rundschau” per ricordare a tutti quali furono i motivi che indussero il governo federale tedesco e il sindacato IG-Metal a sbattere la porta in faccia a Marchionne che voleva acquistare la Opel con impegni altrettanto aleatori di quelli assunti oggi con la Chrysler, per non parlare dei venti miliardi nella FIAT Auto sui quali “è offensivo” chiedere ragguagli di sorta?
(…)
Nell’expertise e nel patrimonio tecnologico portato in dote da Sergio Marchionne ha creduto solo il Presidente Obama che pur di salvare dalla disoccupazione 58.000 metalmeccanici di quegli Stati che gli avevano assicurato la vittoria nelle presidenziali avrebbe affidato la Chrysler al fratello di Bin Laden. E c’è da chiedersi perché nel maggio del 2007 la Daimler-Benz liquidò con una perdita secca di 600 milioni, a cui altre non meno gravose seguirono, il controllo della stessa compagnia e quale ruolo abbia avuto e tuttora probabilmente ha il gruppo finanziario “Cerberus Capital Management L.P.” nel fallimento (Capitolo 11 di bancarotta) del 2009 e poi nelle intese con la FIAT.
E’ mai possibile che nessuno dei giornali e telegiornali italiani abbia spedito un solo inviato alle locals del sindacato “United Automobile Workers, USA” o a quelle più agguerrite dello Stato canadese dell’Ontario per capire cosa pensi la base operaia degli enormi sacrifici accettati dai loro vertici sindacali? E’ possibile che vere e proprie pubblicità occulte vengano travestite da inchieste giornalistiche sulla stampa nazionale?
E’ ovviamente possibile perché la FIAT è la principale inserzionista pubblicitaria di quotidiani, periodici e TV nazionali, anche se da un paio di settimane la presentazione dei suoi prodotti è praticamente assente dai mass media mentre è diventata massiccia quella della concorrenza straniera.
Per concludere chiediamo venia a Johann Wolfgang Goethe per aver sostituito zitronen (limoni) con betrüger nel famoso interrogativo su citato che tradotto in italiano recita “Conosci tu il paese dove fioriscono i cialtroni?”.

Da Sergio Marchionne come Don Calogero Sedara, di Lucio Manisco.

[grassetto nostro]

Marchionne in Serbia

A chiarirci le idee è arrivato tempestivamente Sergio Marchionne, che ha annunciato l’intenzione della FIAT di spostare la propria produzione in Serbia, dove la “tassazione sarebbe minore”.
Non a caso, uno dei rari autori a scrivere con cognizione di causa sulla vicenda kosovara, diversi anni fa notò come: “L’obiettivo mancato di allontanare Milosevic dal potere, non fa che ritardare un programma occidentale che vede nella Serbia un formidabile fornitore di manodopera, oltretutto una manodopera molto qualificata e a buon mercato. Secondo studi recenti, la manodopera serba, con un salario doppio di quello che percepisce attualmente, costerebbe dieci volte meno di quella immigrata in Europa. Inoltre la sua vicinanza con i mercati europei ridurrebbe enormemente le spese di trasporto. In questo modo per il mercato mondiale del lavoro la Serbia diventerebbe molto più appetibile dell’Estremo Oriente” (Sandro Provvisionato, UCK: l’armata dell’ombra, Gamberetti, Roma, 1999).
Come giustamente rilevato nell’ultimo importante discorso tenuto dallo stesso Milosevic, le potenze occidentali fecero guerra al presidente jugoslavo come pretesto per colpire la Serbia e trasformarla in un paese del Terzo Mondo: oggi questo concetto dovrebbe essere chiaro anche a quei lavoratori italiani che nei prossimi mesi verranno lasciati a casa, grazie alle “munifiche” opportunità offerte dalla delocalizzazione produttiva degli stabilimenti FIAT.
Come in un gioco ad incastro, la questione serba e quella del Kosovo e Metohija, in particolare, rappresentano un esempio significativo della strategia globalizzatrice a guida statunitense, che vorrebbe uniformare tutti i popoli del pianeta ai dettami del nuovo ordine mondiale-multinazionale, perché ne riassume le principali motivazioni di carattere economico (dominio del libero mercato), geopolitico (occidentalizzazione del mondo) e militare (influenza atlantista).
Vedremo nei prossimi mesi se le potenze eurasiatiche saranno in grado di bloccare questa offensiva e quali saranno le loro mosse, aldilà delle inevitabili dichiarazioni di condanna per il pronunciamento della Corte giunte in queste ore.

Da La Serbia perde il Kosovo ma guadagna la FIAT, di Stefano Vernole.