Idee per una sinistra nazionale e popolare

“Le elezioni del 4 marzo ci hanno consegnato un quadro politico davvero nuovo. Il disagio, il rancore, la rabbia prodotta dalle politiche liberiste hanno rotto i vecchi equilibri e premiato M5S e Lega, ovvero quei populismi dati frettolosamente già per già spacciati. Tuttavia, la scomposizione e ricomposizione delle forze è solo agli inizi. Qualunque soluzione venga data al rebus della formazione del governo, essa non potrà che acuire i problemi. Un’ improbabile riedizione del patto del Nazareno approfondirebbe il solco tra l’elettorato ed il vecchio sistema politico. Un governo Lega-M5S farebbe esplodere le contraddizioni con Bruxelles, oppure le sposterebbe all’interno del governo e di ciascuno dei due partner. Un qualche governicchio di transizione, premessa di turbolenze future, sarebbe comunque schiacciato tra le urgenze dell’Unione Europea e le impazienze popolari. Non c’è soluzione alla “questione italiana” perché nessuna delle forze in campo ha la volontà o la capacità di metter mano all’ormai ineludibile programma di ripubblicizzazione dell’economia e di piena occupazione, e di scontrarsi su questi punti definitivamente con Bruxelles, fino alla rottura. Non il PD né Forza Italia, ovviamente. Ma nemmeno il M5S a guida Di Maio, che ha già rassicurato gli investitori internazionali; e neppure la Lega, che vuol sostituire il liberismo bavarese con quello lombardo. Non si può uscire fruttuosamente dall’Unione Europea (posto che lo si voglia) se si riduce il ruolo della politica alla lotta agli sprechi, se si vuole la spesa pubblica per appropriarsene privatamente, se si continua a volere la flat tax, le privatizzazioni, lo Stato minimo.
La soluzione potrebbe arrivare soltanto da una forza politica nazionale e popolare capace di cogliere il nesso strettissimo tra difesa del lavoro, ricostruzione e rafforzamento dello Stato, autonomia nazionale e nuovo spazio geopolitico cooperativo. Una tale forza potrebbe alla lunga mostrare le inevitabili incongruenze di tutti coloro che oggi occupano la scena e potrebbe finalmente rimettere mano ad una esperienza e ad una riflessione orientate verso il socialismo. Ma una tale forza è ancora ben lontana dall’esistere. Per nascere ha bisogno di uomini e donne che non si illudano sulla possibilità di trasformare in senso positivo ciò che già esiste, e siano consapevoli della necessità di creare ciò che non è mai esistito: una forza capace di ridiscutere la collocazione internazionale del Paese e quindi i rapporti sociali che questa impone. Questi uomini e queste donne si trovano, di fatto, soprattutto all’interno della diaspora della sinistra (una diaspora molto ampia che si distribuisce nell’astensione, nel voto al M5S per arrivare fino alla stessa Lega), ed è per questo che il nostro discorso inizia col rivolgersi a loro. Per esortarli a cercare e trovare una strada autonoma, distinta sia dalla vecchia sinistra che dagli attuali improbabili sostituti.”

La traccia per la discussione dell’assemblea autoconvocata Per una sinistra nazionale e popolare che, su iniziativa di Ugo Boghetta, Carlo Formenti e Mimmo Porcaro, si terrà a Bologna il prossimo sabato 15 aprile (presso l’Hotel Allegroitalia in viale Masini 3/4, dalle ore 10), prosegue qui.

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Dilemmi

Una protesi artificiale di apparente pluralismo

I gruppi fondamentali della sinistra di tipo politico­-elettorale hanno cessato da tempo di rappresentare, sia pure contraddittoriamente, un punto di vista di conflitto e di emancipazione (più avanti ne verrà specificato il momento di passaggio), per adottare invece un punto di vista di aperta integrazione politico­-culturale e di gestione sistemica. E allora perché si continua a feticizzare la dicotomia destra­-sinistra ben oltre la congiuntura storica in cui questa dicotomia coglieva effettivamente elementi reali di contrapposizione?
(…) Abbandonare la dicotomia destra­-sinistra equivale per molti alla caduta nella più completa insensatezza ed irrilevanza. Il mondo sociale apparirebbe un caos senza nessun principio di comprensione e di collocazione possibile. E dunque ognuno cerca come può di difendere la propria identità personale e la propria appartenenza collettiva. E, come se non bastasse, pur di tenere in piedi questa dicotomia (integralmente storica e politica), si cerca di trasformarla in una manifestazione di una più profonda opposizione di tipo categoriale e metafisico (Eguaglianza­-Disuguaglianza, Progresso­-Conservazione).
Ma, soprattutto sono le elezioni a richiedere la permanenza di questa dicotomia. Da tempo ormai, il campo elettorale non è più un vero e proprio luogo di rappresentanza di interessi economici e sociali, ma è una protesi artificiale di apparente pluralismo che nasconde in realtà il dominio assoluto di una feroce oligarchia finanziaria, radicata in alcuni Stati imperialisti. Per favore non pensate subito agli Stati Uniti! Si tratta allora di predisporre, ad ogni scadenza elettorale, due imbuti in cui convogliare schede anonime di individui privati di vera sovranità sulla loro vita e sul loro futuro, ma che abbiano l’illusione di scontrarsi per giganteschi sistemi di valori morali contrapposti.
Giancarlo Paciello

Fonte

“Una strategia fallita ma che ha lasciato un effetto duraturo”

L’intervento del dott. Guido Salvini, magistrato presso il Tribunale di Milano, presentato al convegno “La rete eversiva di estrema destra in Italia e in Europa (1964-1980)”, svoltosi a Padova l’11 novembre 2016.

“Il quinquennio 1969-1974 rappresenta il periodo cruciale e più sanguinoso, l’apice di quella che è stata chiamata la strategia della tensione: in Italia si verificano ben cinque stragi, un’altra mezza dozzina di stragi almeno, soprattutto su linee ferroviarie, falliscono per motivi tecnici perché l’ordigno non esplode o il convoglio riesce a superare il tratto di binario divelto, vi è il tentativo di colpo di Stato del principe Valerio Borghese seguito da altri progetti che durano fino al 1974, vi è infine un attentato in danno dei Carabinieri quello di Peteano, con tre vittime, del maggio ‘72 caratterizzato, come vedremo, da una propria specificità.
Già l’anno 1969 in Italia anno è denso di avvenimenti politici.
In quel momento il governo è un debole monocolore guidato dall’on. Rumor che si muove in una situazione incandescente per il rinnovo dei più importanti contratti e la mobilitazione quindi di centinaia di migliaia di operai; inizia la protesta studentesca nei licei e nelle università con un anno di ritardo rispetto al 1968 francese. Sono poi in discussione in quella fase politica riforme decisive sul piano strutturale e culturale come lo Statuto dei Lavoratori, l’approvazione del sistema delle Regioni, la legge sul divorzio.
Nixon è presidente gli Stati Uniti e sono gli anni della dottrina Kissinger, quella secondo cui i governi italiani e i partiti politici di centro dovevano respingere ogni ipotesi di accordo e di compromesso con il PCI e le forze di sinistra, scelta facilitata in passato, come ha ricordato anche Aldo Moro nel suo memoriale scritto dalla prigionia, da continui flussi di finanziamenti distribuiti nascostamente dall’amministrazione americana a partiti e organizzazioni di centrodestra talvolta tramite il SID del gen. Miceli. Il 27 febbraio 1969 il presidente della Repubblica americano fa una visita in Italia ed incontra al Quirinale il presidente Saragat. Vi è stata da poco la scissione del PSI e attorno al PSDI, cui Saragat appartiene, si radunano le correnti più determinate in senso filo-atlantico e più contrarie al mantenimento dell’esperienza di centro-sinistra.
Secondo un dossier contenuto negli archivi di Washington e desecretato il Presidente italiano concorda con quello americano sul “pericolo comunista” e afferma che agli occhi degli italiani il PCI si fa passare per un partito rispettabile ma è dedito agli interessi del Cremlino.
Il giorno della visita del presidente Nixon a Roma la città è blindata e scoppiano gravissimi incidenti tra la polizia ed extraparlamentari di sinistra cui seguono nell’Università scontri tra questi ultimi e militanti dell’estrema destra: vi è la prima vittima di quell’anno Domenico Congedo, uno studente anarchico, Congedo che durante un attacco dei fascisti alla facoltà di Magistero precipita da una finestra.
Del resto a livello internazionale la situazione è critica per il blocco occidentale in quanto molti Paesi afro-asiatici sotto la spinta della decolonizzazione entrano nell’orbita dei Paesi socialisti e alcuni passaggi di campo vengono impediti solo attraverso guerre civili o colpi di Stato molto sanguinosi da quello in Indonesia nel 1965 a quello in Cile nel 1973.
Non sembra un caso che la stagione delle stragi si collochi all’interno di questo quadro internazionale e coincida quasi perfettamente con la durata della presidenza Nixon e declini nel 1974 dopo la crisi del Watergate e lo sfaldarsi dei regimi dittatoriali in Europa, la Grecia, la Spagna, il Portogallo con il conseguente venir meno dell’ipotesi di un colpo di Stato anche in Italia che s’ispiri a quelle esperienze.”

Gli anni 1969-1974 in Italia: stragi, golpismo, risposta giudiziaria continua qui.

Quando la sinistra non aveva paura della sua ombra

“Cos’è successo tra il 1973 e il 2017? Mezzo secolo fa, la sinistra francese ed europea era generalmente solidale – almeno a parole – con i progressisti e i rivoluzionari dei Paesi del Sud. Senza ignorare gli errori commessi e le difficoltà impreviste, non sparava alla schiena dei compagni latinoamericani. Non distribuiva responsabilità ai golpisti e alle loro vittime con giudizi salomonici. Si schierava, a costo di sbagliare, e non praticava, come fa la sinistra attuale, l’autocensura codarda e la concessione all’avversario a mo’ di difesa. Non diceva: tutto questo è molto brutto, e ognuno ha la sua parte di responsabilità in queste violenze riprovevoli. La sinistra francese ed europea degli anni ‘70 era certamente ingenua, ma non aveva paura della sua ombra, e non beatificava a ogni piè sospinto quando si trattava di analizzare una situazione concreta. È incredibile, ma pure i socialisti, come Salvador Allende, pensavano di essere socialisti al punto da rimetterci la vita.
A guardare l’ampiezza del fossato che ci separa da quell’epoca, si hanno le vertigini. La crisi venezuelana fornisce un comodo esempio di questa regressione perché si presta a un confronto con il Cile del 1973. Ma se si allarga lo spettro dell’analisi, si vede bene che il decadimento ideologico è generale, che attraversa le frontiere. Nel momento della liberazione di Aleppo da parte dell’esercito nazionale siriano, nel dicembre 2016, gli stessi “progressisti” che facevano gli schizzinosi davanti alla difficoltà del chavismo, hanno cantato insieme ai media detenuti dall’oligarchia per accusare Mosca e Damasco delle peggiori atrocità. E la maggior parte dei “partiti di sinistra” francese (PS, PCF, Parti de Gauche, NPA, Ensemble, i Verdi) hanno organizzato una manifestazione davanti all’ambasciata russa a Parigi, per protestare contro il “massacro” dei civili “presi in ostaggio” nella capitale economica del Paese.
Certo, questa indignazione morale a senso unico nascondeva il vero significato di una “presa di ostaggi” che c’è stata, in effetti, ma da parte delle milizie islamiste, e non da parte delle forze siriane. Lo si è visto non appena sono stati creati i primi corridoi umanitari da parte delle autorità legali: i civili sono fuggiti in massa verso le zone governative, a volte sotto le pallottole dei loro gentili protettori in “casco bianco” che giocavano ai barellieri da una parte, e ai jihadisti dall’altra. Per la sinistra, il milione di siriani di Aleppo Ovest bombardata dagli estremisti abbigliati da “ribelli moderati” di Aleppo Est non contano, la sovranità della Siria nemmeno. La liberazione di Aleppo resterà negli annali come un tornante della guerra per procura combattuta contro la Siria. Il destino ha voluto che, purtroppo, segnasse un salto qualitativo nel degrado cerebrale della sinistra francese.
Siria, Venezuela: questi due esempi illustrano le devastazione causati dalla mancanza di analisi unita alla codardia politica. Tutto avviene come se le forze vive di questo Paese fossero state anestetizzate da chissà quale sedativo. Partito dalle sfere della “sinistra di governo”, l’allineamento alla doxa diffusa dai media dominanti è generale. Convertita al neoliberismo mondializzato, la vecchia socialdemocrazia non si è accontentata di sparare alla schiena degli ex compagni del Sud, si è anche sparata nei piedi.
(…)
Potrà anche rompere con la socialdemocrazia, ma questa sinistra aderisce alla visione occidentale del mondo e al suo dirittumanismo a geometria variabile. La sua visione delle relazioni internazionali è direttamente importata dalla doxa pseudo-umanista che divide il mondo in simpatiche democrazie (i nostri amici) e abominevoli dittature (i nostri nemici). Etnocentrica, guarda dall’alto l’antimperialismo lascito del nazionalismo rivoluzionario del Terzo Mondo e del movimento comunista internazionale. Invece di studiare Ho Chi Min, Lumumba, Mandela, Castro, Nasser, Che Guevara, Chavez, Morales, legge “Marianne” [una sorta di “l’Espresso” francese – n.d.t.] e guarda France 24 [la Rainews24 francese – n.d.t.]. Pensa che ci siano i buoni e i cattivi, che i buoni ci somigliano e che bisogna bastonare i cattivi. È indignata – o disturbata – quando un capo della destra venezuelana, formata negli USA dai neoconservatori per eliminare il chavismo, viene incarcerato per aver tentato un colpo di Stato. Ma è incapace di spiegare le ragioni della crisi economica e politica del Venezuela. Per evitare le critiche, è restia a spiegare come il blocco degli approvvigionamenti sia stato provocato da una borghesia importatrice che traffica con i dollari e organizza la paralisi delle reti di distribuzione sperando di abbattere il legittimo presidente Maduro.
Indifferente ai movimenti di fondo, questa sinistra si contenta di partecipare all’agitazione di superficie. In preda a una sorta di scherzo pascaliano che la distrae dall’essenziale, essa ignora il peso delle strutture. Per lei, la politica non è un campo di forze, ma un teatro di ombre. Parteggia per le minoranze oppresse di tutto il mondo dimenticando di domandarsi perché certe sono visibili e altre no. Preferisce i Curdi siriani ai Siriani tout court perché sono una minoranza, senza vedere che questa preferenza serve alla loro strumentalizzazione da parte di Washington che ne fa delle suppellettili e prepara uno smembramento della Siria conformemente al progetto neo-conservatore. Rifiuta di vedere che il rispetto della sovranità degli Stati non è una questione accessoria, che è la rivendicazione principale dei popoli di fronte alle pretese egemoniche di un occidente vassallo di Washington, e che l’ideologia dei diritti umani e la difesa del LGBT serve spesso come paravento per un interventismo occidentale che si interessa soprattutto agli idrocarburi e alle ricchezze minerarie.
(…)
Drogata di “moralina”, intossicata da formalismo piccolo-borghese, la sinistra radical-chic firma petizioni, intenta processi e lancia anatemi contro i capi di Stato che hanno la brutta abitudine di difendere la sovranità del proprio Paese. Questo manicheismo le impedisce il compito di analizzare ciascuna situazione concreta e di guardare oltre il proprio naso. Pensa che il mondo sia uno, omogeneo, attraversato dalle stesse idee, come se tutte le società obbedissero agli stessi principi antropologici, evolvessero secondo gli stessi ritmi. Confonde volentieri il diritto dei popoli all’autodeterminazione e il dovere degli Stati di conformarsi ai requisiti di un Occidente che si erge a giudice supremo. Fa pensare all’abolizionismo europeo del XIX secolo, che voleva sopprimere la schiavitù presso gli indigeni, portando la luce della civiltà con la canna del fucile. La sinistra dovrebbe sapere che l’inferno dell’imperialismo oggi, come il colonialismo ieri, è sempre lastricato di buone intenzioni. Nel momento dell’invasione occidentale dell’Afghanistan, nel 2001, non abbiamo mai letto tanti articoli, nella stampa progressista, sull’oppressione delle donne afghane e sull’imperativo morale della loro liberazione. Dopo 15 anni di emancipazione femminile al cannone 105, queste sono più coperte e analfabete che mai.”

Da 1973-2017 : il collasso ideologico della “sinistra” francese (ed europea), di Bruno Guigue.

Populismo

La separazione tra il popolo e la nuova classe dominante sta crescendo sempre di più. Ovunque emergono nuove divisioni che rendono superata la vecchia contrapposizione destra-sinistra, che all’oggi può essere sostituita da quella tra il populismo e il governo di poche persone, o in un’accezione ideale, tra culture comunitarie e individualismo liberale.
Ma che cos’è esattamente il “populismo”?
Si tratta di un semplice sintomo di una crisi generale di chi ci rappresenta al potere? Di un’ideologia? Di uno stile? Oppure il populismo è fondamentalmente la manifestazione di una richiesta di democrazia di fronte a governi tecnici che vogliono paradossalmente governare senza il popolo?
Da oggi in libreria, l’ultima fatica di Alain De Benoist, tra i più significativi pensatori europei, scrittore, saggista, filosofo e noto conferenziere, autore di più di 80 libri e oltre 2.000 articoli, tradotti in una quindicina di lingue.

Populismo. La fine della destra e della sinistra
di Alain de Benoist,
Arianna Editrice, pp. 336, € 14,50

Love me, I’m a liberal

İ cried when they shot Medgar Evers
Tears ran down my spine
I cried when they shot Mr. Kennedy
As though I’d lost a father of mine
But Malcolm X got what was coming
He got what he asked for this time
So love me, love me, love me, I’m a liberal

I go to civil rights rallies
And I put down the old D.A.R.
I love Harry and Sidney and Sammy
I hope every colored boy becomes a star
But don’t talk about revolution
That’s going a little bit too far
So love me, love me, love me, I’m a liberal

I cheered when Humphrey was chosen
My faith in the system restored
I’m glad the commies were thrown out
of the A.F.L. C.I.O. board
I love Puerto Ricans and Negros
as long as they don’t move next door
So love me, love me, love me, I’m a liberal

The people of old Mississippi
Should all hang their heads in shame
I can’t understand how their minds work
What’s the matter don’t they watch Les Crain?
But if you ask me to bus my children
I hope the cops take down your name
So love me, love me, love me, I’m a liberal

I read New republic and Nation
I’ve learned to take every view
You know, I’ve memorized Lerner and Golden
I feel like I’m almost a Jew
But when it comes to times like Korea
There’s no one more red, white and blue
So love me, love me, love me, I’m a liberal

I vote for the democratic party
They want the U.N. to be strong
I go to all the Pete Seeger concerts
He sure gets me singing those songs
I’ll send all the money you ask for
But don’t ask me to come on along
So love me, love me, love me, I’m a liberal

Once I was young and impulsive
I wore every conceivable pin
Even went to the socialist meetings
Learned all the old union hymns
But I’ve grown older and wiser
And that’s why I’m turning you in
So love me, love me, love me, I’m a liberal

Ora, nel ventesimo secolo, la nostra esperienza degli antagonismi imperialistici, della competizione internazionale per la conquista del mondo, e delle guerre globali, ci rende piuttosto difficile condividere la convinzione illuminista che il capitalismo possa promuovere la pace mondiale. L’ideale cosmopolita dell’Illuminismo, anche se resta un ingrediente fondamentale del liberalismo moderno, ci colpisce soprattutto per la sua arroganza, per il disprezzo che ostenta verso le masse non illuminate, e, allo stesso tempo, per la sua ingenuità. Inoltre la “benevolenza” – quell’amore per l’umanità che avrebbe dovuto imporsi con il superamento dei pregiudizi nazionali – ci appare come una forma di bontà piuttosto debole, fondata più sull’indifferenza che sulla dedizione. Possiamo apprezzare l’atteggiamento derisorio di Rousseau nei confronti di “quei pretesi cosmopoliti che nel giustificare l’amore per il genere umano, si vantano di amare tutto il mondo per godere del privilegio di non amare nessuno”.
Christopher Lasch

(da Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica, Feltrinelli, 1992; nuova edizione, Neri Pozza, 2016)

Sono pertante le esigenze stesse di una lotta coerente all’utopia liberale e al rafforzamento della società classista che essa genera invariabilmente (e con questo intendo semplicemente un tipo di società in cui la ricchezza e il potere indecenti degli uni hanno come condizione principale lo sfruttamento e il disprezzo degli altri) a rendere oggi politicamente necessaria una rottura radicale con l’immaginario intellettuale della sinistra. Capisco benissimo che l’idea di una rottura del genere ponga a molti seri problemi psicologici, perché la sinistra, da due secoli, ha soprattutto funzionato come un surrogato della religione (la religione del “progresso”); e si sa bene che qualsiasi religione ha come funzione principale quella di conferire un’identità ai suoi fedeli e di assicurare loro una pace interiore.
(…) Io credo invece che questo modo di vedere sia l’unico che dia un senso logico alla spirale di fallimenti e di sconfitte storiche a ripetizione che ha caratterizzato il secolo scorso, e la cui comprensione resta evidentemente oscura per molti nella strana situazione che è oggi la nostra. In ogni modo, è più o meno questa l’unica possibilità non esplorata che ci rimane, se vogliamo davvero aiutare l’umanità a uscire, finché siamo in tempo, dall'”impasse Adam Smith”, dal vicolo cieco dell’economia.
Jean-Claude Michéa

(da Il vicolo cieco dell’economia. Sull’impossibilità di sorpassare a sinistra il capitalismo, Elèuthera, 2012)