Storia alternativa dell’Iran islamico

“Il lettore sappia che in questo poderoso lavoro di Paolo Borgognone troverà la documentazione necessaria per capire l’architettura del potere imperiale israelo-americano che governa il mondo occidentale e che non desiste, nonostante le sconfitte e gli incidenti di percorso, nel suo progetto di dominio del mondo intero. Nel caso dell’Iran vi sono tutti gli ingredienti per capire la strategia globale dell’imperialismo nordamericano, in coppia con lo Stato coloniale sionista, finalizzata alla reductio ad unum dei modelli socio-economici su scala planetaria e, in particolare, alla frammentazione del Medioriente in tanti piccoli Stati, divisi e disarmati, sotto l’egemonia totale dello Stato ebraico allargato fino ai futuri confini del Grande Israele, dal Nilo fino all’Eufrate, un territorio giudaizzato che dovrebbe comprendere tutta la Palestina storica, la Giordania, metà dell’Iraq, quasi tutta la Siria, un terzo dell’Arabia Saudita e una parte dell’Egitto. Un disegno messianico folle che si chiama TERRA PROMESSA. Promessa da chi? Gli Ebrei, credenti e atei, rispondono all’unisono: da Dio. Bene: allora che dio sia convocato a testimone e firmi un atto notarile! Gli ebrei sionisti, però, sanno che le promesse divine non esistono nel diritto internazionale. Ma insistono, confidando nella credulità religiosa dei più e nel sostegno dei sionisti cristiani che negli USA, si dice, siano circa cinquanta milioni. Per raggiungere questo obiettivo, nel medio e lungo periodo, Israele ha bisogno di sconvolgere il Medioriente e di imporre la propria volontà, scatenando guerre per procura e mettendo l’una contro l’altra le varie fazioni in lotta, sia politiche che religiose.
(…) Il libro di Borgognone fornisce una descrizione minuziosa di tutte le fasi della tormentata vicenda della Repubblica islamica, mettendo in evidenza con ammirevole attitudine analitica le lotte di potere tra i vari partiti e la dislocazione politica delle classi sociali iraniane. In questi 40 anni l’Iran è cambiato, piaccia o no ai suoi detrattori. Nonostante gli errori imperdonabili, la Repubblica islamica si è consolidata ed è diventata un baluardo della lotta antimperialista e antisionista in Medioriente.”
(Dalla prefazione)

Storia alternativa dell’Iran islamico. Dalla rivoluzione di Khomeini ai giorni nostri (1979-2019),
di Paolo Borgognone, prefazione di Diego Siragusa,
Oaks Editrice, pp. 854, euro 30

Salvini non vede e provvede

“Davvero strano che nessuno tra i media mainstream che stanno inneggiando a Asmae Dachan “martire dell’attacco islamofobo sferrato dalla Meloni”, si sia domandato il perché del silenzio di Matteo Salvini. Il quale, con una presenza davvero assillante sui social, non ha dedicato, per cinque mesi, a questa faccenda nemmeno un tweet.
Ma riepiloghiamo i fatti.
Il 30 maggio con il mio articolo precedente denunciavamo l’imminente consegna ad Asmae Dachan del titolo di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica evidenziando, quanto meno, l’inopportunità di una onorificenza del Presidente della Repubblica ad una persona che, al di là delle sue posizioni oltranziste sull’Islam (e, in particolare, sulla sudditanza delle donne in questo) si è distinta, come giornalista, nel sostegno ai “ribelli siriani” (in realtà, tagliagole importati in Siria da al-Nusra ISIS). Più o meno contemporaneamente, un attivista del movimento contro la guerra alla Siria, per sua stessa ammissione su Facebook, compila un dossier su Asmae Dachan inviandolo a Giorgia Meloni, (leader della formazione di destra “Fratelli di Italia”) la quale presenta una interrogazione parlamentare imperniata, oltre che sul sostegno della giornalista ai terroristi che stanno insanguinando la Siria, principalmente, sulle sue oltranziste posizioni inerenti l’Islam. (“l’onorificenza sarebbe un clamoroso atto di sottomissione all’Islam radicale”). Ovviamente, l’interrogazione della Meloni scatena la “sinistra” in una isterica campagna mediatica “contro l’islamofobia” trasformando la Dachan in una “martire del razzismo”.
Si, ma che c’entra Salvini in tutto questo?”

L’onorificenza a chi parteggia per i tagliagole in Siria e l’inquietante silenzio (assenso) di Salvini, di Francesco Santoianni continua qui.

La Libia è un caso di studio

“Senza entrare nel merito come ha fatto magistralmente Perra, si deve sottolineare una questione di metodo: non ridurre allo schematismo, alla ricerca dei burattinai di Haftar. Il generale libico avrebbe dietro di sé come danti causa Russi e Americani, Sauditi ed Emiratini, Francesi ed Egiziani, attori non necessariamente in armonia tra loro quando non rivali o nemici ma sempre uniti nell’armare, finanziare e telecomandare il nostro. Più che analisi, partite di Risiko a causa delle quali non comprendiamo come il signore della guerra nordafricano non sia mosso dal desiderio di sconfiggere il fondamentalismo islamico o da alleanze permanenti bensì solo da interessi permanenti: i propri. Dietro Haftar azzardiamo a dire che ci sia solo Haftar, ennesima incarnazione del capo vicino-orientale che cerca alleati e si offre come alleato sul mercato geopolitico, come prima di lui i regnanti hashemiti, sauditi o pahlavi con Inglesi ed Americani, o mutatis mutandis capi militari o di partito come Al Bashir o Saddam Hussein.
Pensiamo proprio a Saddam: già esponente di vertice dell’ala destra anticomunista della branca irachena del Baath, non esitò tanto a cercare la collaborazione degli elementi più religiosi dentro all’Iraq e della CIA all’esterno per prendere il potere e reprimere i comunisti, instaurando al contempo un governo progressista per quanto riguarda l’istruzione di massa e la condizione femminile. Da sempre avverso al clero sciita, alla Siria pure baathista e all’Iran rivoluzionario, fu però vicino alla causa palestinese. Anticomunista ma in discreti rapporti con l’URSS, combatté l’Iran con il consenso americano per poi tornare a giocare la carta antimperialista quando fu aggredito dagli USA a sua volta, così come la carta dell’unità sunnita. Chi aveva dunque “dietro di sé” Saddam Hussein? La domanda ci appare in tutta la propria insensatezza realpolitica.
Se nel Vicino Oriente ci si muove, lo ripetiamo, per interessi permanenti e non per alleanze permanenti, una volta scopertolo bisognerebbe capire quali interessi siano i nostri: stabilità degli Stati, possibilmente non ad opera di governi eccessivamente repressivi o reazionari che alienino le proprie popolazioni, lotta al radicalismo religioso formatosi ai margini del mondo sunnita (quello sciita non costituisce un problema per l’Europa, piaccia o meno al signor Bannon), costruzione di Paesi il più possibile inclusivi nei confronti delle donne, delle minoranze etniche e religiose (si pensi alle popolazioni cristiane o ai Curdi che al contrario potrebbero rifugiarsi in un separatismo disgregativo ed antiarabo) e dai sistemi economici efficaci ed efficienti che evitino povertà, emarginazione e conseguenti ondate migratorie. Si noti: abbiamo iniziato a parlare di Europa, non più di “Occidente”, e questo perché non pensiamo affatto che gli interessi di Europa, Stati Uniti e movimento sionista coincidano. Gli ultimi due attori hanno piuttosto interesse a garantire la disgregazione degli Stati vicino-orientali lungo linee etniche, religiose e tribali, al fine di assicurarne il sottosviluppo, la soggiogabilità o quanto meno la non pericolosità. Haftar o Serraj quindi, in Libia? La questione, per come l’abbiamo posta, precede e prescinde la domanda.
Nel metodo, la soluzione potrà venire, ancora una volta, da una “ecologia delle potenze” interessate alla stabilità del teatro mediterraneo e da un dialogo tra queste (Italia, Russia, forse la Turchia e l’Egitto che comunque si detestano, un Qatar e una Francia che non possono essere lasciati fuori dalla porta). Il lavoro di dialogo e tessitura diplomatica è tutt’altro che banale ed è urgente che l’Italia se lo assuma.
Nel merito, le uniche forze dialoganti sul terreno possono essere le tribù libiche e cioè il popolo del Paese: i capi tribù sono gli unici veramente interessati al benessere ed alla sopravvivenza delle proprie genti, molto più che non il signore della guerra di Bengasi o il “sindaco di Tripoli” (per tacere degli islamisti di Misurata).”

Da Libia e Vicino Oriente: quello che l’Occidente non capisce, di Amedeo Maddaluno.

Antisionismo non è antisemitismo

Ritengo che un ebreo possa rimanere tale e professare la sua religione senza neppure porsi il problema del sionismo. Ritengo comunque che una volta posto tale problema, un Italiano ebreo debba nettamente schierarsi contro il sionismo, come contro qualsiasi altro movimento o ideologia che possa in qualsiasi, anche remota contingenza, essere in contrasto con i propri sentimenti di italianità profondamente radicati e consacrati da secoli di tradizione.
Renzo Ravenna
(Da una lettera al Popolo d’Italia, 7 giugno 1937)

La voce “Renzo Ravenna” del Dizionario Biografico degli Italiani, curato dall’Istituto Treccani, è qui.

Lo afferma il segretario di Stato USA Mike Pompeo

I documenti ottenuti da Israele sul programma nucleare iraniano “sono autentici” e dimostrano che Teheran “ha mentito ripetutamente all’AIEA” e “alle sei nazioni che hanno negoziato l’accordo sul nucleare”: lo afferma il segretario di Stato USA Mike Pompeo.