Dall’assassinio di “Afrika” alle atrocità di Attica

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Il razzismo dei poliziotti copre la repressione sistemica di 38 milioni di Afroamericani.
Regime del terrore nelle Guantanamo nazionali. Su 7 milioni di detenuti e in libertà condizionata più della metà sono neri, mentre costituiscono il 12,5% della popolazione.

Continua a correre sangue afroamericano sulle strade degli Stati Uniti: cinque assassinii ad opera delle “forze dell’ordine” in poco più di due mesi. Dopo Ferguson nel Missouri, Staten Island nello Stato di New York ed altrove è stato il turno di Los Angeles dove sei poliziotti, dopo averlo immobilizzato, hanno ucciso con cinque colpi di pistola un giovane nero affetto da disturbi mentali noto con il nomignolo di “Afrika”. Se l’omicidio non fosse stato filmato da un passante, il caso sarebbe stato archiviato con la formula tradizionale della legittima difesa degli agenti minacciati dall’ucciso. Lo stesso giorno, lunedì 2 marzo, il Presidente Barack Obama ha chiesto che indagini indipendenti vengano condotte sugli omicidi di Ferguson e di Staten Island per “ripristinare la fiducia dell’opinione pubblica nelle forze dell’ordine”. Nell’assassinio di Los Angeles, come in quelli che lo hanno preceduto, è stato denunciato dai benpensanti il razzismo degli assassini: una denunzia motivata dal fatto che le vittime sono quasi sempre nere e le Beretta 9 sono sempre impugnate da agenti bianchi. Un più vasto giro di orizzonti sulla storia degli Stati Uniti degli ultimi quarant’anni, pur non ignorando la causale razzista, evidenzia in questi assassinii e nel trattamento spietato dei detenuti neri nei penitenziari USA una persecuzione sistemica ed una repressione violenta e generalizzata dei 38 milioni di afroamericani – il 12,5% della popolazione – nella land of the free and the home of the brave.
Le motivazioni sottaciute ma palesi in una lettura sia pur benevola della storia della “terra dei liberi e della casa dei coraggiosi” sono chiare e si riassumono nel potenziale eversivo, ribellistico se non rivoluzionario della gente di colore – il bianco apparentemente non è un colore. Tralasciamo gli antefatti di Nat Turner o di Abrahm Lincoln, il grande emancipatore che nella sua preveggenza aveva consigliato agli ex-schiavi di emigrare nell’isola di Barbados e torniamo ai nostri tempi. Tutti coloro che ricordano solo “I have a dream” di Martin Luther King preferiscono ignorare la radicalizzazione dell’Apostolo della Pace che aveva visto quel sogno infranto e sepolto dagli eventi seguiti alla marcia di Washington: malgrado i progressi sulla carta dell’integrazione razziale, le ulteriori perdite di diritti civili da parte della sua gente, la disgregazione e la non osservanza delle “quote” nell’assunzione di manodopera, la guerra nel Vietnam, l’aumento esponenziale dei detenuti neri. Il rev. King era diventato un rivoluzionario, molto vicino a Malcom X e alle Black Panthers che rivendicavano il diritto all’autodifesa armata contro la violenza sanguinaria della polizia: questa si affrettò a trucidarne dirigenti e militanti. L’assassinio di King nel 1968 e l’arresto del suo esecutore, ma non dei mandanti, suggellarono quel capitolo e ne promossero un altro già aperto anni prima e poi esteso con metodi illegali, anti-costituzionali e segreti a tutti gli esponenti del dissenso, neri o bianchi che fossero: prese il nome di “Cointelpro (Counter Intelligence Program), Richard Nixon lo portò ad estremi mai prima toccati grazie anche allo zelo dello FBI. Il Federal Investigation Bureau persegue, è vero, i linciaggi magari con ritardi di venti anni, ma le vittime del Ku Klux Klan sono diventate oggi quelle delle “forze dell’ordine”. Un’esagerazione? Sembra proprio di no, a giudicare da quanto è accaduto il 9 agosto 2011 nel carcere di massima sicurezza di Attica e dal procedimento giudiziario aperto il 2 marzo scorso nel piccolo centro di Varsavia, stato di New York.
Non credo che i corrispondenti italiani negli Stati Uniti abbiano mai visitato Attica come facemmo noi nel settembre 1971, quando i detenuti in gran parte afroamericani si ribellarono, presero 9 ostaggi e occuparono la grande struttura carceraria. Quattro giorni dopo, quando le trattative con gli insorti erano giunte a buon punto il governatore dello stato, Nelson Rockefeller scatenò la guardia nazionale, la polizia statale e le guardie carcerarie contro gli insorti e pose fine all’occupazione con 43 morti, compresi i nove ostaggi uccisi dalle mitragliatrici degli attaccanti. Le punizioni e le torture di centinaia di detenuti, primo tra tutti John Smith, detto “Big Black” – divenuto poi nostro grande amico – furono estreme e vennero solo alla luce durante una causa protrattasi per 19 anni intentata dall’avvocato dei diritti civili Elizabeth Fink e conclusasi con un risarcimento di 12 milioni di dollari ai parenti delle vittime.
Il regime del terrore instaurato dalle guardie è continuato e ha assunto un profilo istituzionale di inusitata ferocia. Lo ha documentato l’inchiesta di Tom Robbins, difensore dei diritti civili dei detenuti, pubblicata dal New York Times il 28 febbraio u.s.. L’incidente del 9 agosto 2011 viene descritto in ogni minimo particolare: durante la distribuzione della posta sui corridoi del Blocco C, i detenuti avevano reagito verbalmente all’insulto di una guardia carceraria, avevano cioè violato la regola del silenzio. Era stato ordinato il “lock in”, il ritorno dei detenuti nelle celle, poi tre guardie carcerarie avevano sottoposto ad un bestiale pestaggio durato sei minuti uno dei detenuti, il ventinovenne afroamericano George Williams, ricoverato poi in infermeria con fuoriuscita di un globo oculare, tre costole e una caviglia spezzate, ematomi cranici e perdita della conoscenza. Se non fosse stato per l’assistente sanitaria di nuova nomina Katherine Tara che dopo aver constatato l’eccezionalità del caso “al di là di un normale uso della forza” aveva ottenuto il ricovero d’urgenza del Williams in un ospedale esterno, il caso non sarebbe mai venuto alla luce e il processo a carico delle tre guardie carcerarie non avrebbe mai avuto luogo anche se l’esito di un’assoluzione degli indiziati è più che probabile, accompagnato forse da un risarcimento di qualche migliaio di dollari alla vittima.
Dal 1971 al 1992 come corrispondente di un quotidiano romano e poi del TG3 abbiamo visitato altri penitenziari di massima sicurezza e non solo quelli dov’era rinchiusa Silvia Baraldini (anche se bianca e cittadina italiana venne sottoposta a prolungati isolamenti in cella, deprivazione sensoria, sonno interrotto ogni venti minuti per mesi e mesi ed altre amenità del genere).
Se Guantanamo verrà mai chiusa, non verranno certo chiuse le numerose Guantanamo della Repubblica Stellata: il primato di Attica nella repressione e deumanizzazione dei detenuti afroamericani viene eguagliato e spesso superato dalle “correctional facilities” di Marion nell’Illinois, di Pelican Bay in California, di Florence in Colorado, di Reiford in Florida, di Angola in Louisiana, di Atmore Holman in Alabama e di un’altra dozzina di penitenziari. I tagliagole dell’ISIS propagandano a fini terroristici le loro atrocità, il regime del terrore istituzionalizzato nelle carceri USA viene tenuto nascosto tranne le poche rare eccezioni quando viene alla luce per interventi esterni di enti umanitari non controllati dal “Department of Justice” o da omicidi, come quello di Los Angeles, perpetrati nelle strade delle città e filmate da cineamatori.
Un’ultima statistica: sono 7 milioni i detenuti, quelli in libertà condizionata e sottoposti a sorveglianza giudiziaria mediante bracciali elettronici. Più della metà sono afroamericani, mentre, ripetiamo, rappresentano solo il 12,5% della popolazione statunitense che nel 2012 aveva raggiunto e superato i 316 milioni. E questa guerra non dichiarata contro i neri d’America continua a imperversare nel Grande Impero d’Occidente.
Lucio Manisco

American Gulag 2013

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“L’incontrollata crescita dell’universo concentrazionario americano si è arrestata. Fino al 2008 ogni settimana 1.000 detenuti si aggiungevano al più grande esperimento di imprigionamento di massa dai tempi di Stalin, mentre ora una lieve diminuzione del numero dei detenuti fa ben sperare, anche se la situazione resta comunque senza confronti.
Poco meno di un milione e seicentomila carcerati gremiscono le prigioni statali e federali (quarant’anni fa erano duecentomila), settecentocinquantamila quelle locali (jails) e di questi cinquecentomila sono in attesa di giudizio. Con un po’ meno di centomila minori nei riformatori (e alcune migliaia nelle carceri per adulti) si arriva così a 2,4 milioni di detenuti.
Gli Stati Uniti d’America detengono il record mondiale di un carcerato ogni 125 abitanti, con un tasso di detenzione di 800 per 100.000. Ma, se aggiungiamo ai 2,4 milioni in prigione i 5 milioni che sono in libertà vigilata (probation e parole)2, arriviamo a un condannato ogni 40 abitanti e a un tasso di 2.466 per centomila. Nessuno sa quanti siano in libertà su cauzione (on bail) e in attesa di un giudizio che può anche perdersi nei meandri del sistema giudiziario.”

American Gulag di Claudio Giusti, aggiornato al 22 Settembre 2013, continua qui.

Sul caso Chico Forti e l’American Gulag

Cosa penso del caso Chico Forti, di Claudio Giusti
membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Legalità e i Diritti

Se Enrico “Chico” Forti fosse stato condannato a morte tutto sarebbe più semplice: daremmo per scontata la sua colpevolezza e cercheremmo di salvargli la pelle. Ma Forti non ha una sentenza capitale e proclama la sua innocenza da uno dei supermax dell’American Gulag (1) dove sta scontando l’ergastolo senza possibilità di rilascio anticipato (LWOP) (2).
Le sue proteste d’innocenza non si trovano a cozzare solo contro la “mission impossible” di convincere una corte americana, ma anche contro il prudente scetticismo di chi, come noi abolizionisti, non ha l’abitudine di prendere per buona qualsiasi dichiarazione innocentista (3) e, per quanto ne sappiamo, l’unica cosa inusuale del processo Forti è stata la sua notevole lunghezza.
Malauguratamente del caso giudiziario e dei dodici anni di appelli sappiamo solo quel poco che raccontano gli amici di Forti. Non abbiamo il verbale del processo, gli opening statements e le istruzioni date alla giuria, non possediamo i writs of certiorari che hanno preparato i difensori nei sei tentativi d’appello, non conosciamo il punto di vista dell’Accusa e nemmeno quello del tanto vituperato collegio di difesa. Non abbiamo le cronache dei giornali della Florida e nemmeno una time table degli avvenimenti. Inoltre i media italiani hanno, con poche eccezioni, sposato acriticamente le lacunose tesi della famiglia Forti. Tuttavia, grazie ai documenti e alle interviste reperibili su Internet, è possibile farsi un’idea, per quanto approssimativa, dei fatti. Senza mettere in dubbio la buona fede degli amici di Forti faccio notare alcuni dei punti che non mi convincono.. Continua a leggere

Amanda, Hank e Troy

Amanda Knox è tornata in America grazie a un nuovo test del DNA e vi è giunta come una santa salvatasi dalla medievale giustizia italiana.
Invece per Hank Skinner il test del DNA non l’hanno fatto e nemmeno lo faranno.
Al processo il suo avvocato non lo chiese e ora le corti del Texas si rifiutano ostinatamente di concederlo.
Peccato, perché quel test potrebbe scagionarlo.
Anche lui, come Troy Davis, è stato miracolato dalla Corte Suprema che ha fermato l’esecuzione mezz’ora prima che gli infilassero gli aghi, il 24 maggio 2010, ma ora il tempo è scaduto e il 9 novembre l’ammazzano in serena coscienza: perché loro, gli americani, non hanno mica la nostra giustizia medievale.
Claudio Giusti

Chico e Amanda: ingiustizia è fatta

Amanda, ora libera e milionaria, che in America per molto meno sarebbe finita nel braccio della morte (provate voi negli States a raccontare un sacco di balle alla polizia e a fare la ruota nell’ufficio dello sceriffo…). Chico, che in 12 anni ha visto una sola volta i suoi tre figli, in Italia non sarebbe mai stato neppure processato sulla base di indizi così labili e ora marcisce nella quasi totale indifferenza in un carcere di massima sicurezza della Florida da dove potrebbe uscire solo in una bara di zinco. Le decine e decine di giornalisti americani che hanno commentato in diretta da Perugia la sentenza hanno descritto il nostro sistema giudiziario come «medioevale», i nostri magistrati come una manica di incapaci, gli italiani come dei bigotti sessisti assetati del sangue di una ragazza acqua e sapone di Seattle. Il nostro per molti aspetti è un Paese indecente e ridicolo, ma per ben altre vicende giudiziarie. La sentenza che ieri ha assolto Amanda Knox dimostra piuttosto, in modo inequivocabile, che l’Italia ha una giustizia forse inefficiente ma garantista. È semmai quello americano lo Stato di diritto da Far West dove se sei ricco eviti la forca, altrimenti non ti resta che piangere o pregare. Pregiudizi? Antiamericanismo? Mettiamo davanti allo specchio Amanda e Chico e vediamo dove sta il giustizialismo e dove sopravvive, a fatica, la civiltà del diritto. Amanda ammise di essere in casa durante l’omicidio (salvo ritrattare) e poi mentì accusando del delitto di Meredith un innocente, tanto da essere condannata per calunnia.
Chico Forti, senza l’assistenza di un avvocato, raccontò alla polizia di Miami di non aver incontrato la vittima Tony Pike il giorno dell’omicidio. L’indomani si corresse spiegando di aver mentito per paura, ma per la giuria quella bugia equivaleva ad una confessione. Amanda e Raffaele vennero visti da un clochard nei pressi del luogo del delitto, c’era dunque un testimone oculare, ma la sua deposizione è stata ritenuta inattendibile. Chico Forti non è stato visto da nessuno nei pressi della spiaggia dove venne ucciso Dale Pike. Sul reggiseno di Meredith sono state trovate tracce di dna riferibili a Sollecito, ma per la difesa c’era stata una contaminazione. Sul luogo del delitto a Miami venne trovato un guanto dell’assassino: il dna repertato al suo interno non era di Chico Forti: visto che non poteva essere lui l’assassino, per l’accusa l’italiano divenne a questo punto il mandante. Gli indizi raccolti dalla Scientifica nel delitto Meredith sono stati demoliti dalle difese a colpi di consulenze. Nessuna evidenza scientifica è stata mai raccolta a carico di Chico, salvo delle tracce di sabbia magicamente comparse a mesi di distanza sul gancio di traino della sua auto. Amanda Knox e Sollecito dopo essere stati condannati in primo grado con una sentenza lungamente motivata hanno avuto il diritto (nel nostro ordinamento lo ha anche un ladro di biciclette) ad un processo d’appello (e poi ci sarà la Cassazione) in cui tutte le prove sono state rivalutate e l’istruttoria riaperta. Chico invece è stato condannato senza uno straccio di motivazione, mentre l’appello se lo sogna di notte. Amanda è stata difesa da un agguerrito e costosissimo collegio difensivo. L’avvocato di Chico Forti, si è scoperto solo in seguito, lavorava anche per la procura di Miami ed era dunque incompatibile.
Chico Forti si è sottoposto alla macchina della verità: per il poligrafo è innocente, ma il risultato non valeva in giudizio. Amanda si è sempre proclamata innocente, ma nessun l’ha mai sottoposta allo stesso marchingegno. L’incubo di Amanda è durato 1.448 giorni; quello di Chico prosegue da 4380. Per la bella Amanda, incarcerata ingiustamente dagli italiani, si è mobilitato un intero Paese: la copertura mediatica è stata pari a quella per la morte del Papa, gli americani hanno minacciato di boicottare i nostri prodotti, i fan hanno tifato in diretta come al Super bowl, il segretario di Stato Hillary Clinton ha seguito personalmente il caso. Mancava solo che mandassero contro il Tribunale di Perugia i «berretti verdi». Solo lo zio Gianni, gli amici, il popolo di Facebook e qualche sterile interrogazione parlamentare, hanno evitato che su Chico calasse l’oblio. Il nostro ministro degli esteri Franco Frattini ha scelto, come fa spesso, il basso profilo per non urtare Washington. Per il futuro speriamo in un sussulto di attivismo. Lunedì sera dopo l’assoluzione di Amanda e Raffaele la folla a Perugia urlava «Vergogna! Vergogna!». Sbagliavano. La vera vergogna si consuma, tutti i giorni da 12 anni, nella più grande democrazia del mondo, dove un uomo sconta una condanna all’ergastolo senza lo straccio di una prova.

Fonte: ladige.it

[Il caso Forti: ombre e dubbi di un processo surreale]

Brevità del processo

Il processo americano più che breve è inesistente.
Il sistema giudiziario statunitense funziona perché non fa i processi, non fa gli appelli e non motiva le sentenze.
Ogni anno (anche se metà dei crimini gravi non è denunciata alle autorità) le 18.000 polizie americane effettuano 15 milioni di arresti che però si riducono a 155.000 processi (di cui un terzo civili). Questo miracolo si spiega col fatto che il 96% delle condanne è ottenuto con il patteggiamento e che solo una parte piccolissima dei procedimenti giudiziari civili e penali arriva in aula.
Qui le cose avvengono rapidamente sia perché le udienze preliminari hanno fatto piazza pulita di tutti gli impicci procedurali, sia perché l’imputato non ha vantaggi nel dilazionare il dibattimento, dato che la prescrizione si è interrotta per sempre con l’inizio dell’azione giudiziaria, sia perché i giudici, quasi tutti ex procuratori, non amano perdersi in chiacchiere.
La giuria non deve motivare la sua decisione. Che vi spediscano sulla forca o vi mandino libero a dispetto dell’evidenza la decisione è finale e “the show is over” (come del resto accade quando vi siete dichiarato colpevole). Sono solo quei fortunelli dei condannati a morte che hanno la certezza di una revisione formale del verbale del processo. L’appello americano, civile e penale, può diventare una messa cantata pluridecennale, ma la stragrande quantità dei casi è decisa dall’unico giudizio di merito.
A onor del vero è doveroso far notare che non sempre le cose sono così spicciative. Le prigioni americane traboccano di decine di migliaia di detenuti in attesa di giudizio. Poveracci che non sono in grado di pagare la cauzione e preferiscono dichiararsi colpevoli di un crimine che non hanno commesso, pur di non attendere per mesi il giudizio.
Anche per i crimini gravi ci vuole il suo tempo ed è raro che un omicidio di primo grado arrivi al dibattimento prima di due o tre anni. L’estate scorsa un padre, accusato dell’assassinio della figlia, è stato rimesso in libertà dopo più di cinque anni di detenzione cautelare.
Claudio Giusti

[Dello stesso autore:
American gulag 2011
Il delitto di Perugia in America]

Il delitto di Perugia in America

Mi è stato chiesto come si sarebbe svolto il processo di Perugia se i fatti fossero accaduti in America.
Provo a rispondere facendo due ipotesi e inizio togliendo di mezzo la polemica sulla polizia scientifica e i forensic labs: ribadendo che gli americani farebbero meglio a guardare in casa loro, dove una quantità di laboratori di polizia sono stati investiti da furiose polemiche e inchieste che hanno riempito le pagine dei giornali. Mi limito a ricordare che il laboratorio dello Houston Police Department è stato chiuso d’autorità. Fra le molte ragioni quella che ci pioveva dentro, come del resto pioveva in quello di Dallas. In quelle due contee hanno avuto fatto più del 10% delle esecuzioni americane e lo stato della scienza forense texana (vedi il caso di Cameron Todd Willingham) è così penoso da avere indotto il Parlamento del Texas a istituire una commissione d’inchiesta.
Tornando a Perugia iniziamo notando che il sistema giudiziario americano è completamente diverso dal nostro (come lo è dagli altri sistemi di common law) ed è basato sull’assoluta libertà d’azione di cui dispone il District Attorney. E’ il Procuratore che decide chi incriminare e per quali reati ed è sempre il DA che decide se patteggiare e in che termini. Questa incondizionata autonomia consente una pressione enorme sugli accusati e produce una totale arbitrarietà nell’imposizione della pena.
La Procura ha il completo controllo della situazione e decide se chiedere o meno la pena di morte (magari dopo essersi consultata con la famiglia della vittima) o se utilizzarne la minaccia per ottenere un patteggiamento. In Europa lo chiamiamo torturare la gente, ma in America accade spesso che le cose vadano così:
”Sei in prigione da due anni in attesa del processo quando si presenta un tizio che dice: – Se ti dichiari colpevole questa è la condanna e fra due anni sei fuori, ma, se ti ostini a proclamarti innocente, fra un anno c’è il processo e se vinciamo noi ti ammazziamo – Voi cosa fareste?”
Questo immenso potere consente di patteggiare il 70% delle condanne per omicidio e il 96% di quelle per i felonies (crimini che prevedono una pena superiore all’anno). In definitiva il processo americano è una specie in via d’estinzione, visto che 15 milioni di arresti si riducono a 100.000 processi.
Nei casi di omicidio con più complici la funzione del Procuratore è stata paragonata a quella di un regista che assegna le parti in una recita teatrale. Il paragone è calzante, non tanto perché è lui che decide tutto, quanto perché gli americani spezzettano il processo in tanti procedimenti quanti sono gli imputati, ognuno dei quali avrà il suo dibattimento. In ognuno di questi la Procura si sente libera di presentare alle giurie una versione dei fatti completamente diversa dalle altre, come di costringere un imputato, in cambio del patteggiamento, a fornire la testimonianza adatta alla sua parte. (I casi paradigmatici sono quelli di Jesse DeWayne Jacobs e di Napoleon Beazley)
Questa recita è allestita a beneficio di un pubblico esiguo ma scelto: i dodici giurati, le loro fobie e pregiudizi: con il vantaggio che il loro gradimento non deve essere motivato, perché essi non devono spiegare le ragioni per cui accettano le tesi di una parte e non quelle dell’altra. I giurati decidono all’unanimità se l’imputato è colpevole o non colpevole del reato ascrittogli, ma non spiegano il ragionamento che li porta a tale conclusione.
Nel processo americano (in cui non c’è la parte civile) vince chi inizia con gli opening statements più facilmente comprensibili e conclude con le arringhe (closing arguments) che raccontano una storia semplice da capire e ricordare. Quello che convince una giuria non è la solidità delle prove, ma la coerenza del racconto. Se la storia che le viene esposta funziona sotto l’aspetto narrativo è difficile che la giuria vada poi a vedere se ci sono prove sufficienti della colpevolezza dell’imputato. Solo così si spiegano tante condanne a morte o alla prigione: la giuria ha gradito di più il racconto che le ha fatto l’Accusa.
Più che un processo un premio letterario.
In America, i tre di Perugia, sarebbero passibili di pena capitale, ma ben difficilmente questa sarebbe chiesta per tutti e gli scenari possibili erano almeno due.
Nella prima sceneggiatura, che chiameremo “Impicca il negro”, la parte principale è assegnata all’imputato di colore, per il quale si chiede la pena di morte. Al ragazzo bianco sarà invece data la parte del complice pentito che, in cambio di una condanna all’ergastolo, fornisce alla giuria una versione concordata con l’Accusa. La ragazza bianca, in questa versione della recita, se la caverebbe con poco o nulla; l’importante è che si atteggi a vittima delle circostanze.
La seconda sceneggiatura è ben più intrigante e originale della prima e ha per titolo “Morte alla strega”. In essa la parte principale è assegnata alla ragazza (che i tabloid inglesi chiamano Foxy Knoxy), mentre i due maschi reciteranno quella dei poveri coglioni irretiti dalla dark lady. La bionda dallo sguardo di ghiaccio sarà dipinta come una perversa mangiatrice di uomini che, nel suo delirio di onnipotenza, non si ferma davanti a nulla. Una sadica pervertita che merita la morte.
Queste sono ovviamente le mie fantasie di studioso, ma occorre tenere presente che la realtà supera sempre la fantasia. Non per nulla a Washington (lo Stato di Amanda Knox) un serial killer ha patteggiato 48 omicidi.
Ricordo infine che in America l’appello non è un diritto previsto dalla Costituzione e che i nostri ragazzotti, non essendo stati condannati a morte, non avrebbero nemmeno goduto del beneficio della revisione formale del verbale del processo da parte della locale Corte Suprema.
Claudio Giusti

P.S.
Credo sia doveroso ricordare che, al contrario di quanto affermato da una rumorosa propaganda pseudo-garantista, giudici e procuratori americani sono assolutamente immuni da cause civili prodotte dalle decisioni prese nell’esercizio delle loro funzioni. Possono essere perseguiti per via amministrativa e penale, ma NON possono essere citati in un giudizio civile.

[Dello stesso autore: American gulag 2011]