La nuova “missione di pace” in Afghanistan

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E hanno già coniato il nome…

Come aveva anticipato Analisi Difesa le truppe italiane destinate a restare in Afghanistan dopo il 2014 nell’ambito della missione NATO Resolute Support non saranno poche decine (come aveva sostenuto giorni fa il ministro della Difesa, Mario Mauro) ma tra 500 e 700. Effettivi numericamente simili ai 6/800 tedeschi che manterranno la presenza nel nord afghano. Ne hanno discusso il 20 giugno a Herat i ministri della Difesa di Italia, Germania ed Afghanistan.
Sara’ il Parlamento – ha premesso il ministro Mario Mauro – a valutare e poi votare sulla nostra nuova missione. Io sono qui par raccogliere informazioni e dico che non possiamo far mancare il nostro sostegno a questo Paese, se non vogliamo che torni l’atroce dittatura del passato. Resolute Support sarà una missione no combat, con l’obiettivo di proseguire l’assistenza e l’addestramento alle forze di sicurezza afgane. Non sono più previsti compiti di contrasto all’insorgenza o al narcotraffico. Gli italiani rimarranno nella zona di Herat anche dopo il 2014, con un numero di addestratori compreso tra 500 e 700.
Ma, come ha sottolineato il ministro tedesco Thomas De Maiziere, “serve prima un accordo fra NATO e l’Afghanistan su quello che i militari della coalizione potranno o non potranno fare”. In sostanza, si sta discutendo che lo status giuridico di quelle che saranno le forze di Resolute Support, con l’obiettivo di evitare che siano sottoposte alle leggi di Kabul [sic – ndr].
Da parte sua il ministro afgano Dismillah Mohammadi, ha ostentato ottimismo. Tutto il territorio nazionale – ha assicurato – è sotto il pieno controllo delle forze di sicurezza afgane, tranne quattro distretti in cui è ancora forte l’influenza degli insorgenti. Ma una visita ad Herat, che pure è una delle province “tranquille”, racconta una realtà differente. Per il breve tragitto tra la base di Herat e la villa di rappresentanza del governatore dove c’è stata la colazione fra i tre ministri, sono stati impiegati elicotteri Chinook e tutte le delegazione hanno dovuto indossare giubbotto antiproiettile e casco protettivo. Il luogo, una piccola collinetta sulla città, era presidiato da un numero consistente di forze armate. La strada per la sicurezza dell’Afghanistan è ancora lunga.

Fonte
[Il collegamento inserito è nostro]

Facce da schiavi con occhi a mandorla

“In un dibattito sulla Cina di inizio del ventesimo secolo, lo scrittore Lu Xun lamentò di come i cinesi, totalmente assuefatti al loro status coloniale, erano diventati “facce da schiavi”. Faccia da schiavo è l’atteggiamento di una persona abituata ad essere perseguitata e che vive adulando servilmente i potenti. Essa è l’espressione vuota di coloro che hanno perso il coraggio di pensare in proprio sulla condizione in cui si trovano, di quelli che non determinano il proprio destino. Questa è la “faccia da schiavo”.
Monitorando i servizi dei media sulla questione del trasferimento della base di Futenma a partire dall’autunno del 2009, mi resi conto che le espressioni di facce da schiavi sono diventate una caratteristica permanente degli intellettuali giapponesi, compresi i media. L’alleanza militare del Giappone con gli Stati Uniti è diventata rigida come un postulato inalterabile, e l’indolenza intellettuale di quelli che rifiutano totalmente qualsiasi proposta di modificare l’alleanza è semplicemente sconcertante.
Tornare al senso comune. Questo è ciò che è richiesto ai giapponesi, tornare al senso comune della comunità internazionale e ripristinare la consapevolezza che è innaturale per forze militari straniere essere stanziate per un lungo periodo di tempo in una nazione indipendente. Una nazione che non ha la volontà di trascendere i sofismi e lo stretto interesse personale e affrontare direttamente questo problema non può essere chiamata una nazione indipendente. Lasciatemi ancora una volta indicare i fatti che dobbiamo affrontare.
1) Nel 65° anno dalla fine della guerra del Pacifico e 20 anni dopo la fine della guerra fredda, ci sono circa 40.000 soldati statunitensi (e circa 50.000 civili e personale dipendente) di stanza in Giappone su basi USA che occupano approssimativamente 1.010 chilometri quadrati di terreno (1,6 volte l’area della città di Tokyo).
2) Delle prime cinque basi estere su larga scala che gli Stati Uniti mantengono in tutto il mondo, quattro sono in Giappone (la base navale di Yokosuka, e le basi aeree di Kadena, Misawa e Yokota).
3) Dal momento che vige un accordo che rende l’intero territorio del Giappone utilizzabile per le basi, e le decisioni su quali zone fornire sono prese dal Comitato congiunto dei rappresentanti dei governi USA e giapponese (art. 2 dello Status of Forces Agreement [SOFA]), le basi possono essere posizionate ovunque in Giappone, senza l’approvazione della Dieta giapponese. Vi è una concentrazione di basi USA in prossimità della capitale della nazione, Tokyo, che è senza pari in tutto il mondo (la base aerea di Yokota, la base navale di Yokosuka, la base dell’esercito a Zama e la stazione aero-navale di Atsugi, tra gli altri).
4) Il 70 per cento dei costi di stazionamento delle forze USA in Giappone sono a carico del paese ospitante, una situazione che non esiste in nessun’altra parte del mondo.”

Il saggio di Jitsuro Terashima, consigliere per la politica estera del Primo Ministro giapponese Yukio Hatoyama, nonché rettore dell’Università di Tama, continua qui.

I”Patrioti” di Morag

Lo scorso 20 gennaio, il ministro della Difesa polacco ha annunciato che una batteria di missili Patriot statunitensi, e 100 soldati americani che la faranno funzionare, dovrebbe essere installata non più tardi del prossimo aprile in Polonia. Ma non nei sobborghi della capitale Varsavia come inizialmente previsto bensì nella città di Morag affacciata sul Mar Baltico, ad una cinquantina di chilometri dal confine con la Russia.
A dicembre 2009, Washington aveva firmato uno Status of Force Agreement (SOFA) per formalizzare i progetti miranti ad installare truppe ed equipaggiamento militare statunitensi sul territorio della Polonia, aprendo così la strada ai già promessi missili Patriot come primo passo di un più complessivo rafforzamento del sistema di difesa aerea NATO in Europa.
Il precedente ottobre, poco dopo la visita del vice Presidente USA Joseph Biden in Polonia per concludere l’accordo, il vice ministro della Difesa polacco Stanislaw Komorowski si era incontrato con il suo pari grado statuntense Alexander Vershbow dichiarando che i missili Patriot sarebbero stati “pronti al combattimento”, e non disarmati come inizialmente ipotizzato. Secondo la stessa fonte giornalistica, funzionari degli Stati Uniti e dell’Ucraina avrebbero affermato che il territorio della seconda potrebbe essere interessato in qualche modo dal nuovo progetto di scudo antimissile. Se la Polonia confina con l’enclave russo di Kaliningrad, dal canto suo l’Ucraina condivide con la Russia un confine di oltre 1.500 chilometri…
Il Dipartimento di Stato USA ha rilasciato un comunicato sull’accordo per dispiegare militari statunitensi in Polonia – i primi soldati stranieri ad esservi installati dopo la fine del Patto di Varsavia nel 1991 – secondo il quale “il trattato favorirà una serie di attività concordate fra le parti, inclusi addestramento ed esercitazioni congiunte, il dispiegamento del personale militare USA, ed i prospettati insediamenti per la difesa con missili balistici”.
Un portavoce del Pentagono ha dichiarato che “l’Esercito statunitense in Europa aiuterà le Forze Armate polacche a sviluppare le proprie capacità di difesa aerea e missilistica. Considerando l’addestramento congiunto che già svolgiamo con i polacchi, questo programma relativo ai Patriot è solo un’altra estensione di quello sforzo”.
Se i precedenti piani per installare in Polonia missili di media gittata basati a terra evocavano, per quanto in maniera non plausibile, una presunta minaccia missilistica da parte dell’Iran, i Patriot possono essere diretti solamente contro la Russia.

Criminali si nasce, spie della CIA si diventa

giustizia per abu omar

Milano, 23 settembre – Gli agenti della CIA a processo per il sequestro dell’ex imam di Milano, Abu Omar, “sono criminali e, come tali, vanno puniti”.
Con questa esortazione, il procuratore aggiunto, Armando Spataro, ha concluso la prima parte della sua requisitoria, che proseguirà mercoledì prossimo, davanti al giudice Oscar Magi. Armando Spataro ha supportato questa considerazione citando l’ex responsabile dei sequestri illegali avvenuti in Europa per la CIA, il quale, facendo mea culpa in un libro, ha scritto: “Se non avessero compiuto tali operazioni illegali, questi agenti avrebbero rapinato delle banche”.
(AGI)

Si leggano anche:
Abu Omar, sospeso il processo
Abu Omar, la CIA e la sovranità italiana

Abu Omar, USA vogliono giurisdizione su ufficiale NATO
Gli Stati Uniti si sono mossi formalmente oggi per la prima volta per opporre l’immunità dalle imputazioni a beneficio di uno dei 26 americani sotto processo a Milano per il rapimento dell’ex imam Abu Omar. Lo ha riferito oggi un funzionario americano.
Washington ha invocato la tutela dal processo del colonnello Joseph Romano, in base a un accordo NATO che si applica ai presunti reati commessi oltreoceano da personale militare “nello svolgimento del proprio servizio”, ha detto a Reuters il portavoce del Dipartimento della Difesa, comandante Bob Mehal.
E’ la prima volta che gli Stati Uniti intervengono formalmente per tutelare uno degli americani imputati nel processo. “Quest’azione è stata presa ora perché il processo si sta avviando verso una sentenza. Sembra che tutti gli sforzi per una soluzione diplomatica o legale siano falliti”, ha detto Mehal.
Mehal ha detto che il giudice di Milano ha inizialmente respinto la richiesta dell’avvocato di Romano oggi di far cadere le accuse nei confronti dell’ufficiale dell’aeronautica, in ottemperanza all’accordo “Status of Forces Agreement” della NATO, noto come “SOFA”.
“Stiamo rivedendo questa decisione, ma speriamo e ci aspettiamo che il governo italiano ottemperi ai suoi obblighi previsti dal trattato e rispetti il nostro richiamo alla giurisdizione secondo il SOFA della NATO”, ha detto.
Romano, promosso colonnello nel 2007 e attualmente in Texas, era comandante delle forze di sicurezza della base aerea di Aviano ai tempi della scomparsa di Abu Omar. Mehal ha detto che la decisione di invocare la tutela giurisdizionale “non è un commento nel merito del processo in Italia o sulla validità delle accuse”.
Gli altri sospetti americani non dovrebbero poter beneficiare dell’accordo NATO in quanto questo si applica solo ai militari.
Uno degli imputati, l’ex capostazione della CIA di Milano Robert Seldon Lady, ha detto in un’intervista a un quotidiano italiano a giugno che stava solo eseguendo gli ordini e si è descritto come un soldato nella guerra contro il terrorismo.
Oggi a Milano si è svolta la prima parte della requisitoria, durante la quale il procuratore aggiunto Armando Spataro ha definito gli agenti della CIA dei “criminali”. Sotto processo a Milano, vi sono in totale 33 imputati, fra i quali l’ex direttore del SISMI Nicolò Pollari e 26 agenti americani della CIA, che non sono in Italia e per i quali gli USA hanno escluso l’estradizione.
La requisitoria si concluderà mercoledì prossimo con le richieste di condanna da parte dei pm – oltre a Spataro, Ferdinando Pomarici – al giudice Oscar Magi.
Phil Stewart per Reuters

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L’avvertimento del Presidente emerito
Milano, 30 settembre – Dalla politica è arrivato “un tentativo di intimidazione per cercare di impedire che il pm eserciti la sua funzione”.
Al processo sul rapimento di Abu Omar, ormai alle battute finali, interviene in aula a Milano il pm Ferdinando Pomarici e porta la sua “solidarietà personale dell’intero ufficio al collega” in seguito ad una serie di interpellanze parlamentari successive all’avvio, la settimana scorsa, della requisitoria dell’accusa nei confronti dei numerosi agenti CIA e funzionari ed ex funzionari del SISMI imputati per il rapimento dell’ex imam. Pomarici si augura poi che “le sguaiate polemiche che fino ad oggi sono rimaste fuori dall’aula” continuino a non influenzare il giudizio in corso.
(Adnkronos)

Roma, 30 settembre – ”Il procuratore aggiunto Pomarici dovrebbe avere il coraggio di citarmi nominalmente, dato che io lo conosco bene e altrettanto lui me; e invece di chiamare ‘intimidazioni’ normali atti di sindacato e indirizzo, dovrebbe forse spiegarci che cosa in realtà è successo anni fa a via Montenevoso in Milano”. Lo afferma il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga.
”Comunque, agli insulti suoi e del suo amico Spataro – sostiene – io rispondo dando a lui e al suo collega un consiglio: si tengano alla larga dagli Stati Uniti e dai territori da essi controllati perché la CIA e l’FBI non sono l’Aise dell’ammiraglio De Pinto e del colonnello dei Carabinieri Damiano”.
(ANSA)

Milano, 30 settembre – Il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro ha preannunciato oggi che chiederà l’assoluzione di tre ex funzionari del SISMI nel processo per il sequestro dell’ex imam Abu Omar, lasciando intendere che chiederà la condanna dell’ex direttore del SISMI Nicolò Pollari e degli altri imputati, tra i quali 26 agenti americani della CIA.
Spataro, parlando durante la sua requisitoria in aula, ha detto che chiederà l’assoluzione di Giuseppe Ciorra, Raffaele Di Troia, e Luciano Di Gregorio perché la Corte Costituzionale ha escluso l’utilizzabilità di alcuni atti coperti dal segreto di Stato e, sulla base della sentenza della Corte, non può chiederne la condanna.
Su Pollari, Spataro ha detto che “nessuna direttiva” avrebbe potuto indurre l’ex direttore del SISMI “ad omettere la denuncia di un ordine illegittimo quale era quello di eseguire un sequestro di persona”, tanto più che Pollari “aveva l’opportunità di discutere l’ordine” perché era il direttore del Servizio per le informazioni e la sicurezza militare.
In un altro passaggio, Spataro ha detto che “non si può pensare che la Corte Costituzionale abbia detto che è possibile coprire col segreto di stato una condotta criminale”.
“Nessun segreto di stato può coprire il reato di sequestro di persona”.
(Reuters)

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Milano, 30 settembre – Il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro ha chiesto oggi 13 anni per Nicolò Pollari, ex numero uno del SISMI, e 26 condanne — tra 10 e 13 anni — per ex agenti della CIA, nella requisitoria al processo per il sequestro dell’ex imam Abu Omar.
“Si è trattato di un insopportabile strappo alla legalità e ai diritti fondamentali, inaccettabile neppure nell’interesse della sicurezza”, ha detto oggi Spataro.
Il pm di Milano ha poi parlato di “ineluttabili prove di responsabilità per Pollari e per Marco Mancini”, l’ex numero due del SISMI per il quale sono stati chiesti 10 anni di reclusione.
“E’ impensabile che il SISMI abbia eseguito il sequestro senza che Pollari sapesse”, ha aggiunto Spataro.
Nella requisitoria il pm ha detto anche che “le democrazie si fondano su principi irrinunciabili anche nei momenti di emergenza. Se rinunciassimo a questa visione la lotta al terrorismo sarebbe persa in partenza”.
Il processo per il rapimento del religioso vede imputate 33 persone, tra ex funzionari dei servizi segreti italiano e USA, con l’accusa di aver rapito nel 2003 Abu Omar – imputato a Milano per terrorismo internazionale in un altro procedimento – e di averlo poi inviato in una cosiddetta operazione di “rendition” in Egitto, dove il religioso sostiene di aver subito torture durante la detenzione.
Tra le altre richieste avanzate dal pm, c’è quella a 13 anni di reclusione per Jeff Castelli, ex capo della CIA a Roma e quella a 12 anni per Robert Seldon Lady, ex capo della stazione CIA di Milano.
Per Pio Pompa e Luciano Seno — ex funzionari del SISMI accusati di favoreggiamento — Spataro ha chiesto 3 anni.
Inoltre, come preannunciato stamani, Spataro ha chiesto l’assoluzione degli ex funzionari del SISMI Giuseppe Ciorra, Raffaele Di Troia e Luciano Di Gregorio perché la Corte Costituzionale ha escluso l’utilizzabilità di alcuni atti coperti dal segreto di Stato.
(Reuters)

Similes cum similibus
Roma, 1 ottobre – ”Le richieste del pm Spataro al processo per il sequestro di Abu Omar sono un insulto ai servizi di informazione e di sicurezza che proteggono la sicurezza del nostro Paese”, afferma Francesco Cossiga in una dichiarazione.
L’ex capo dello Stato esprime ”piena solidarietà” agli ex dirigenti del SISMI Nicolò Pollari, Marco Mancini ”ed anche a Pio Pompa”; solidarietà, inoltre, ai “‘colleghi’ della Central Intelligence Agency che hanno operato in Italia, in Europa e nel mondo per combattere il terrorismo di Al Qaeda”.
Nella sua dichiarazione, Cossiga attacca gli attuali vertici del servizio segreto militare ed invita il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta a sostituirli e a ”trovare una qualche sistemazione a quella brava persona e buon marinaio che è l’ammiraglio Branciforte. Se le mie richieste non saranno soddisfatte – dice l’ex capo dello Stato – mi porrò sotto la protezione degli agenti della CIA che operano in Italia!”.
Cossiga, inoltre, si dice ”certo che con queste richieste il magistrato Spataro (il magistrato che ha avanzato la richiesta di condanna a 13 anni di reclusione per il generale Pollari, ndr) si è guadagnato i ‘galloni’ di procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano, galloni – conclude il senatore a vita – che otterrà anche grazie alla sua militanza nella corrente di ultrasinistra dell’Anm, ‘testa’ e ‘padrona politica’ del Csm”.
(ANSA)

Escono dalla porta per rientrare dalla finestra

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Dapprima, per contestualizzare i fatti, si legga l’articolo di Frida Berrigan Come restare 1.000 anni in Irak che avevamo inserito qui in occasione della firma del SOFA.
Non si trascuri la pagina dei commenti, dove abbiamo riportato una serie di segnalazioni circa i fatti succedutisi negli ultimi mesi, fino alla dichiarazione in pompa magna di Barack Obama di ieri.

Washington, 28 febbraio – Subito dopo aver ufficialmente annunciato dalla North Carolina la decisione di ritirare dall’Iraq tutte le truppe da combattimento americane entro il 31 agosto dell’anno prossimo, per poi concludere definitivamente la missione alla fine del 2011, Barack Obama ha rilasciato un’intervista al network pubblico ‘Pbs’, nel quale è ritornato sulla genesi della disposizione, assicurando che c’è pieno consenso anche da parte dei vertici delle Forze Armate, di cui è nota peraltro una certa recalcitranza a porre fine all’impegno iracheno in tempi così stretti.
“Siamo stati in grado di raggiungere un’unità di vedute molto forte, che ha il sostegno dei nostri comandanti, tanto di coloro che sono sul campo quanto dei nostri diplomatici e dei nostri analisti”, ha assicurato il presidente degli Stati Uniti, per poi sottolineare: “Io penso che sia questo il giusto modo di agire”. Nondimeno, mentre Obama ancora si trovava nella base dei Marines a Camp Lejeune, negli ambienti del Pentagono e dello stato maggiore interforze si è insistito nel non voler escludere a priori e una volta per tutte l’ipotesi secondo cui soldati USA potrebbero rimanere nel Paese arabo anche oltre il 2011, e quindi anche al di là della scadenza ultima già prevista dal ‘Sofa’: l’accordo in materia stipulato nei mesi scorsi con le autorità irachene dalla precedente amministrazione di George W. Bush. Come sempre, hanno puntualizzato le anonime fonti, tutto dipenderà dalle circostanze concrete e dal momento.
In proposito le medesime fonti hanno ricordato come il comandante in capo del contingente statunitense in Iraq, generale Ray Odierno, consideri “estremamente importante disporre di forze adeguate per superare una serie di eventi-chiave nel corso del 2009”: in particolare, le residue elezioni provinciali in programma intorno alla metà dell’anno, dopo quelle già svoltesi a fine gennaio, e le politiche su scala nazionale previste invece per dicembre.
(AGI)
[grassetto nostro]

Come restare 1.000 anni in Irak

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Esiste un sistema grazie al quale i negoziatori statunitensi possano rimediare delle basi permanenti senza il via libera del Congresso? Certo. Si chiama SOFA.
Di Frida Berrigan, 22 agosto 2008

Pochi americani avevano sentito nominare il SOFA prima di quest’anno, quando in rete ha fatto scalpore una rivelazione che molti osservatori della politica estera americana avevano previsto da molto tempo. Malgrado abbiano ripetutamente sostenuto il contrario, le autorità statunitensi stavano facendo pressioni sul governo iracheno perché accettasse una presenza militare degli Stati Uniti a tempo indeterminato, comprese – e questa era la cosa più sconvolgente – fino a 58 basi americane sul suolo iracheno.
Il termine SOFA, acronimo di Status of Force Agreement, è balzato improvvisamente sulle prime pagine. I Paesi hanno negoziato febbrilmente per raggiungere questo ed un altro accordo chiamato Strategic Framework Agreement (Accordo sul Quadro Strategico). I due distinti patti sono stati messi insieme e confusi sia da esperti di politica estera che dalle voci critiche. Il SOFA fornisce la base legale per la presenza e le operazioni delle forze armate statunitensi. L’Accordo sul Quadro Strategico è più vasto – benché non vincolante – e affronta tutti gli aspetti della relazione bilaterale tra l’Irak e gli Stati Uniti, compreso il controllo delle basi, le comunicazioni tra forze di sicurezza irachene e statunitensi e la questione principale: per quanto tempo? Nelle bozze dell’accordo i negoziatori hanno fatto riferimento ad “orizzonti temporali” per il ritiro delle truppe. Semantica astuta, vero? Non serve essere una persona di scienza per capire che un orizzonte non si avvicina mai all’osservatore.
Questi accordi servono a sostituire il mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 2003, che scadrà alla fine dell’anno e che autorizzava la presenza militare multinazionale in Irak. Emanato senza una significativa partecipazione da parte dell’Irak, dice essenzialmente che l’Irak è sovrano, che l’occupazione militare è una collaborazione temporanea con le forze irachene, che si svolgeranno delle elezioni, che comincerà una fase di transizione democratica e che la forza militare “multinazionale” ricorrerà “a tutte le misure necessarie a contribuire al mantenimento della sicurezza e della stabilità in Irak”. La proroga del 2007 di questo mandato incontrò la strenua opposizione di un parlamento iracheno alle prime armi, che fece appello direttamente (e inutilmente) al Consiglio di Sicurezza quando il Primo Ministro Nouri al-Maliki richiese la proroga senza l’approvazione parlamentare.
I negoziati in corso sono l’ultima occasione dell’amministrazione Bush per risuscitare la sua tormentata politica mediorientale. Se tecnicamente il mandato delle Nazioni Unite potrebbe essere ulteriormente esteso, l’Irak però aveva già indicato che la proroga del 2007 sarebbe stata l’ultima. Richiederne un’altra denuncerebbe la debolezza del governo iracheno, dimostrerebbe che non ha il controllo della situazione ed equivarrebbe a riconoscere davanti al mondo che la politica di Bush in Irak ha fatto fiasco.
Ma quello perseguito dall’amministrazione non era un normale accordo sullo status delle forze. “Si distingue da tutti gli altri SOFA conclusi dagli Stati Uniti in quanto può contenere l’autorizzazione da parte del governo ospite… perché le forze statunitensi possano intraprendere operazioni militari”, osserva il Congressional Research Service (Servizio di Ricerca del Congresso). Continua a leggere

Status Of Force Agreement (SOFA)

A proposito di Irak, e non solo…

“Quando devono chiedere il permesso per costruire una o più basi militari in un paese straniero, gli Stati Uniti prima negoziano un contratto fondamentale, che in genere ha lo scopo di stabilire un’ «alleanza» con la controparte.
(…)
Concluso questo accordo preliminare, gli Stati Uniti passano a negoziare un Accordo sullo status delle forze armate (SOFA), che ha essenzialmente lo scopo di concedere a qualsiasi militare americano presente nel paese ospite la massima immunità possibile nei confronti delle leggi locali. Il sistema giuridico di alcuni di questi paesi «ospiti» non è meno sofisticato del nostro, cosicché è improbabile che degli americani possano essere seriamente puniti dalle forze dell’ordine o dai tribunali locali. Il SOFA, però, concede ai soldati americani, ai dipendenti delle società appaltatrici, ai dipendenti civili del dipartimento della Difesa, tutta una serie di privilegi particolari di cui i normali cittadini di quel paese o i forestieri non americani non godono. Nel solco della grande tradizione dell’«extraterritorialità», inaugurata nel XIX secolo dal colonialismo occidentale, questi trattati non prevedono quasi mai la reciprocità; in altre parole, il SOFA concede agli americani privilegi che non valgono per i cittadini dell’altro paese sul territorio degli Stati Uniti. La principale eccezione è costituita dal SOFA fondativo della NATO, che invece prevede la reciprocità. Per il personale militare di un paese NATO attivo sul territorio USA dovrebbero valere gli stessi diritti e benefici concessi alle truppe americane in Europa.
(…)
I SOFA non sono, di per sé, accordi che diano accesso al territorio o consentano la creazione di basi. L’articolo 6 del trattato di sicurezza nippo-americano, ad esempio, dice semplicemente: «Al fine di contribuire alla sicurezza del Giappone e al mantenimento della pace e della sicurezza in Estremo Oriente, si concede alle forze americane di mare, d’aria e di terra l’utilizzo di strutture e zone sul territorio giapponese. L’utilizzo di queste strutture e aree e lo status delle forze armate americane in Giappone saranno regolati da un accordo separato». I SOFA sono appunto questi accordi separati che enunciano ciò che la nazione ospite consente di fare agli Stati Uniti sul proprio territorio.
(…)
Il SOFA a fondamento della NATO e gli accordi con i singoli paesi europei non contengono esenzioni dalle responsabilità nell’inquinamento ambientale e acustico, ed è sicuramente per questo che il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld vuole spostare le basi americane dalla Germania nei paesi della «nuova Europa», cioè in quei paesi ex satelliti dell’Unione Sovietica che sono abbastanza poveri e disperati – almeno per ora – da permettere agli Stati Uniti di inquinare quanto vogliono, gratuitamente, nella speranza di ricavarne almeno qualche beneficio economico.
I SOFA tolgono, di fatto, la questione dell’arrivo e della partenza degli americani dalle mani dei paesi ospiti, il che, ovviamente, conferisce al termine «ospite» un nuovo e curioso significato. L’articolo 9.2 del SOFA sottoscritto dal Giappone è esemplare, in questo senso. «I membri delle forze armate degli Stati Uniti», afferma, «non sono tenuti al rispetto di leggi e regolamenti riguardanti passaporti e visti.» Ciò significa che i militari americani accusati di crimini commessi in Giappone hanno potuto, in alcuni casi, lasciare in tutta fretta il paese senza incontrare ostacoli legali, e senza che i giapponesi potessero farci alcunché.
(…)
I SOFA, comunque, sollevano molti altri problemi assai complessi. Per limitarci a pochi esempi, si pensi alle vaste superfici di terra preziosa che gli Stati Uniti hanno preso in affitto gratuito in paesi «poveri di terra» come il Giappone; al fatto per cui né le leggi sul lavoro locali né quelle americane proteggono i lavoratori del posto operanti all’interno delle nostre basi; al fatto che i funzionari doganali dei paesi ospiti non hanno autorità sul materiale americano che entra sul suo territorio.
Tuttavia, il problema senz’altro più sentito dalle popolazioni dei paesi che ospitano le nostre basi è quello della giurisdizione civile e penale. Nelle questioni civili – ad esempio, nel caso di danni causati da militari americani fuori servizio alla guida delle loro auto – il SOFA prevede in genere che il danno sia da determinare e da risarcire, al punto che spesso si richiede ai nostri soldati di stipulare un’assicurazione contro eventuali danni a beni o persone. Nel caso di reati da codice penale, i vari SOFA prevedono misure diverse, ma conferiscono perlopiù la giurisdizione agli Stati Uniti, qualora il reato sia stato commesso da un soldato contro un altro o mentre il colpevole era impegnato nello svolgimento delle proprie mansioni. In presenza di accuse diverse, l’autorità resta di solito nelle mani della nazione ospite.
(…)
I SOFA sottraggono piuttosto esplicitamente ai paesi ospiti la rispettiva sovranità, il che spiega come mai sia sempre stato più facile imporli a paesi sconfitti o occupati, come la Germania e il Giappone dopo la seconda guerra mondiale e la Corea del Sud dopo la guerra del 1953, o estremamente deboli e dipendenti, come Ecuador e Honduras. Questi accordi, però, sebbene tentino di regolarizzare le relazioni internazionali dell’impero militare americano, spesso a suo esclusivo vantaggio, e siano spesso volontariamente rispettati dai governi alleati, satelliti o dipendenti, introducono anche fattori che a lungo termine generano lo scontento e la protesta popolare nei confronti dell’impero. I SOFA non possono che dar luogo a dispute politiche esplosive quando le leggi americane e le aspettative delle truppe USA creano un clima di impunità nella nazione ospite. Lo sdegno, allora, è spesso innescato da semplici differenze di cultura giuridica.
(…)
Nel 1957, secondo la rivista «Time», erano in vigore «più di» quaranta SOFA «concepiti per legalizzare lo status dei 700.000 militari USA dislocati in paesi amici». Nell’aprile 1996 il dipartimento di Stato disse che avevamo sottoscritto accordi sullo status delle forze armate con cinquantatré paesi. Prima dell’ 11 settembre 2001, gli Stati Uniti riconoscevano di avere stretto accordi del genere con novantatré nazioni, sebbene in alcuni paesi, soprattutto nel mondo islamico, vengano tenuti segreti in quanto fonte di grave imbarazzo. Poiché, però, dalla metà degli anni Novanta l’impero di basi americano ha continuato a espandersi, il vero numero di SOFA in vigore è ignoto all’opinione pubblica.”

Estratto da Nemesi, di Chalmers Johnson, Garzanti, 2008, pp. 225-233.
[Grassetti nostri]

Ciò detto e premesso…

Quello che segue è il resoconto stenografico della seduta n. 252 del 23/1/2003 della Camera dei Deputati della Repubblica Italiana. Il Senatore Francesco Bosi, Sottosegretario di Stato per la difesa, risponde all’interpellanza n. 2-00602 presentata dall’Onorevole Mauro Bulgarelli.

“Preliminarmente, è opportuno puntualizzare che in linea generale, dal punto di vista degli accordi internazionali, la presenza di forze NATO o di forze statunitensi in Italia si inquadra nell’ambito dell’applicazione del Trattato del Nord Atlantico del 1949.
Al riguardo, per l’utilizzazione delle basi non vige alcuna condizione di extraterritorialità permanendo allo Stato italiano l’esercizio della piena sovranità. Difatti, nello specifico di Camp Darby, il comandante della base è un ufficiale italiano. In particolare, le basi intese come porzione di territorio di sostegno logistico ed operativo, dotate di uomini e mezzi, non appartengono dunque alla NATO od agli americani: esse sono solo concesse in uso alle forze militari della NATO o statunitensi senza che la sovranità nazionale sia in alcun modo limitata o messa in discussione.
Come si è detto gli accordi che regolano la materia trovano il proprio fondamento nell’articolo 3 del Trattato di Washington e nei discendenti accordi, che cito: Convenzione di Londra del 19 giugno 1951 (NATO Status of Forces Agreement – SOFA), ratificato dall’Italia con la legge n. 1335 del 1955; Protocollo di Parigi del 28 agosto 1952, approvato con la legge 30 novembre 1955, n. 1338; Convenzione di Ottawa del 20 settembre 1951, approvata con la legge 10 novembre 1954, n. 1126; decreto del Presidente della Repubblica del 18 dicembre 1962, n. 2083.
In questo quadro si inseriscono gli accordi bilaterali che regolano la presenza delle forze statunitensi in Italia. Sono accordi sia generali, che prevedono forme di assistenza militare reciproca fra i due paesi, sia particolari, che disciplinano gli aspetti della presenza e delle attività dei contingenti militari statunitensi.
Il più importante accordo bilaterale, a carattere complessivo, è il Bilateral Infrastructure Agreement del 20 ottobre 1954, firmato per l’Italia dal Presidente del Consiglio pro tempore. Ad esso sono poi strettamente collegati un accordo tecnico aereo del 30 giugno 1954 ed un accordo tecnico navale del 20 ottobre 1954.
Questi accordi bilaterali hanno un’elevata classifica di segretezza e non possono essere declassificati unilateralmente poiché il regime di segretezza è stato stabilito di comune accordo dai Governi italiano e statunitense. Il segreto militare relativo alle infrastrutture, ai compiti, alla distribuzione di uomini, mezzi e materiali ed al tipo di presenza militare nelle diverse località si espande fino ad abbracciare le regole che disciplinano le funzioni di comando nelle basi ove operano forze statunitensi, nonché le disposizioni sui rapporti fra le autorità militari italiane e statunitensi. D’altra parte, è normale che tali notizie siano coperte da segreto: la diffusione indiscriminata di informazioni sugli strumenti di difesa è, a ragione, considerata da tutti gli Stati una fonte di rischio. L’Italia non fa eccezione essendo la sua difesa integrata con quella dei paesi alleati, ivi compresa la loro presenza nel nostro territorio.
Vero è che tali accordi possono essere oggetto di modifiche o di aggiornamenti, come è più volte avvenuto. Infatti, questi accordi elaborati negli anni della “guerra fredda” e costruiti su modelli che risalgono alla fase di maggior tensione tra i due blocchi, nel tempo sono stati rinegoziati ed adeguati al mutato contesto storico in un spirito che riconosce, tra l’Italia e gli Stati Uniti, una condizione di assoluta pariteticità e reciprocità.
In questo quadro, tra gli accordi più significativi vi è lo Shell Agreement o Memorandum d’Intesa tra il Ministero della Difesa della Repubblica italiana ed il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America, stipulato il 2 febbraio 1995, che è specificatamente riferito alle installazioni e alle infrastrutture concesse in uso alle forze statunitensi in Italia.
Ciò detto e premesso (…)”.

(Grassetto nostro)