E’ il sovranismo, bellezza!


Il nostro sovranismo? Se gratti bene non c’è niente

Certe volte i sovranisti fanno i furbi. Cos’è il sovranismo? È la difesa del concetto che ogni Stato è sovrano. Quindi no alle interferenze di Paesi stranieri, no a diktat politici o militari. Benissimo. Però poi alcuni sovranisti fanno i furbi. Prendete Orban, il leader ungherese. Parto da lui ma poi arrivo all’Italia. Dunque, Budapest incassa dai rimborsi europei il quadruplo di quello che paga per le spese comuni. Una pacchia. Infatti l’Ungheria ha tassi di crescita di tipo cinese. In cambio dovrebbe rispettare educatamente gli accordi europei. Ma manco per sogno. L’UE si accorda di ripartire tra i vari Paesi i migranti che sbarcano in Italia? L’Ungheria non ne prende nemmeno uno. “La patria è sacra! Viva l’Ungheria! Noi siamo sovranisti!”. E per rafforzare il concetto mette il filo spinato ai confini. Idem Polonia, Slovacchia e Cekia, che insieme all’Ungheria formano il quartetto di Visegrad. “Migranti africani? No, grazie”. Ma scusate, ve lo chiede Salvini, non siete amici di Salvini? “Salvini chi? Ma chi lo conosce?”.
Arriviamo all’Italia. Autunno 2018. Giovanni Tria, ministro dell’economia, va a Bruxelles. Nella borsa ha il DEF italiano, che prevede uno sforamento dei parametri, con espansione di spesa al 2,4% anziché all’1,6-1,9 che è il massimo che Bruxelles ci vuole concedere. L’Europa ci boccerà? “Niente paura. In Europa ci sono gli amici di Salvini, il quartetto di Visegrad”. Sì, c’erano, ma in quel momento erano andati in bagno. Zitti e muti. Anzi, dalla porta socchiusa della toilette chiedevano agli inservienti: “Pss… Pss… Ma che vogliono gli Italiani? Vogliono sforare? Ma che, sono matti?” Alla fine ci mette una pezza Conte. Parla con Merkel, parla con Macron, e sia come sia l’Europa ci grazia: il DEF viene tagliuzzato da 2,4 a 2,04. Non è il massimo della vita, ma meglio che essere mandati al gabinetto con gli amici di Salvini.
Intanto scoppia il caso Venezuela. Guaidò si autoproclama presidente, ma a Caracas c’è già un presidente eletto e si chiama Maduro. L’America si fa minacciosa e, tanto per non perdere le buone abitudini, appoggia il golpista Guaidò. L’Europa, prima che Trump si arrabbi, si accoda. L’Italia invece, quasi unica in UE, assume una posizione equidistante tra Guaidò e Maduro. A quel punto il nostro líder máximo si affaccia al balcone e grida: “Siamo vicini a Guaidò! Via il dittatore Maduro”. Ma come, Maduro è stato eletto, l’altro no! La democrazia non vale per il Venezuela? Allora il sovranismo che è? Niente, e adesso viene il bello. Di Maio va in Cina, si spertica in elogi alla Via della Seta e alla fine riesce ad accordarsi per un Memorandum d’intesa Italia-Cina che potrebbe risollevare la stremata economia italiana. A quel punto l’Europa è gelosa e sbraita, l’America minaccia, ed entrambe interferiscono con la nostra sovranità. Per fortuna abbiamo Salvini: ci difenderà!
Invece niente: lui mette il broncio, prende le distanze dal governo, non partecipa agli incontri romani con Xi Jinping ed esclama: “Non mi dicano che la Cina è un Paese democratico”. Invece i nostri partner commerciali, come l’Arabia Saudita, sarebbero tutti fior di democratici (a proposito, il mese scorso l’Arabia ha decapitato 37 oppositori politici e ha infilzato le teste sui pali nelle strade di Riad: ma Salvini zitto, lui è sovranista!).
E arriviamo al primo trimestre 2019. L’economia italiana esce dalla recessione. Per poco, ma esce: PIL +0,1%. Grazie al cielo e grazie anche alla Cina e al Memorandum cinese. Intanto il sottosegretario leghista Siri è indagato per presunte mazzette, non vuole dimettersi e Conte deve rimuoverlo. In Lombardia la Procura inquisisce il governatore leghista e arresta per presunte mazzette una quarantina di persone. Torna lo spettro di Mani Pulite. E Salvini di tutto questo che dice? Dice chiaro e tondo: “Basta con la cannabis leggera, chiudiamo i negozi e riapriamo i bordelli, meglio fare l’amore”. Che c’entra? Be’, c’entra, c’entra: è il sovranismo, bellezza! A Roma si chiama in un altro modo, ma qui non lo posso scrivere.
Paolo Di Mizio

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“Centro Studi Americani” di Via Caetani… ricorda qualcosa?

Verità e sovranità

Da quando Donald Trump è divenuto presidente degli Stati Uniti, la destra italiana si è riscoperta «sovranista», facendo intendere che vuole difendere la sovranità nazionale senza, però, specificare da chi.
Non lo può dire perché il «sovranismo» è la mera reiterazione dello slogan di Donald Trump, è quindi l’ennesima dimostrazione di sudditanza psicologica e politica della destra nei confronti dell’alleato-padrone.
Invece, la sovranità nazionale è l’obiettivo primo di quanti si propongono di restituire l’Italia agli Italiani è per raggiungerlo l’ostacolo primo da rimuovere è rappresentato dalla politica coloniale degli Stati Uniti nei nostri confronti.
Come può l’Italia riacquistare la propria sovranità nazionale?
In un modo solo: uscire dopo 73 anni dal tunnel della sconfitta militare del 1945.
Sul finire del 2018, possiamo prendere atto che la classe politica dirigente imposta dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale all’Italia sconfitta è quasi scomparsa per un fisiologico ricambio generazionale, così che diviene possibile confrontarsi con la storia nazionale post-bellica.
Non sarà agevole perché non ci sono segnali da parte della classe politica italiana della volontà di percorrere a ritroso il cammino fatto dall’Italia sotto il dominio assoluto degli Stati Uniti per comprendere che siamo ancora una colonia americana.
Si può prendere coscienza di questa amara realtà ristabilendo la verità storica su quanto è accaduto nel nostro Paese perché è dalla sua affermazione che sarà possibile, per tutti gli Italiani, riconoscere che la prima conseguenza della sconfitta militare è stata proprio la perdita della sovranità nazionale, della dignità nazionale, della libertà di tutti e di ognuno a prescindere dallo schieramento ideologico nel quale si sono trovati a militare.
La verità è una sola, senza aggettivi, perché non può esistere una verità giudiziaria, una storica, una politica.
La verità si può raggiungere sia attraverso le indagini su episodi specifici svolte dalla magistratura, sia per mezzo delle ricerche fatte dagli storici ma tocca ai dirigenti politici – i soli che ne hanno i mezzi – la decisione di aprire gli archivi segreti dello Stato e di imporre a ufficiali, funzionari, dirigenti dei vari ministeri chiave (Esteri, Difesa, Interni) e della presidenza del Consiglio di dire quello che sanno.
In questo modo si potrà leggere la storia italiana senza ricorrere ai «distinguo» che la costellano per mantenere separati i fatti come se fossero avulsi dal loro contesto.
Non si possono, difatti, presentare le stragi di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947 e quella di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974, come ispirate a una logica diversa da quella di un anticomunismo che si era preposto di utilizzare ogni mezzo per bloccare la lenta ma inesorabile avanzata elettorale del PCI, ritenuto nel 1947 e nel 1974 la «quinta colonna sovietica» in Italia.
Non sarà più possibile non collegare il piano predisposto nel giugno del 1964 per una manifestazione indetta a Roma dalle forze anticomuniste, primo il Movimento Sociale Italiano, destinata a degenerare in sanguinosi incidenti per fornire ai politici del tempo il pretesto per far intervenire le Forze armate e i Carabinieri, con quello poi attuato nel mese di dicembre del 1969 che prevedeva, dopo le stragi del 12 dicembre, una manifestazione missina a Roma con l’identico fine del giugno 1964.
Sappiamo che nell’estate del 1964 fu il generale Giovanni De Lorenzo a opporsi al piano che trova implicita ma chiara conferma nelle parole dette alla moglie al rientro a casa dopo la riunione presso l’abitazione del senatore Tommaso Morlino: «Volevano fare di me un nuovo Bava Beccaris, ma non ci riusciranno».
Nel mese di dicembre del 1969 non sappiamo se, viceversa, c’era un «nuovo» Bava Beccaris perché a vietare le manifestazioni sul territorio nazionale, compresa quella indetta a Roma il 14 dicembre dal MSI, fu il presidente del Consiglio Mariano Rumor.
Sarà anche possibile, finalmente, chiedere conto all’alleato-padrone della morte del presidente dell’ENI Enrico Mattei, del sabotaggio dell’aereo «Argo 16», della morte del generale Enrico Mino, del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro, fine all’uccisione del questore Nicola Calipari.
L’affermazione della verità, pertanto, non è fine a se stessa, non è circoscritta alla conoscenza dei nomi di esecutori e mandanti, viceversa è il mezzo più idoneo per riconquistare la sovranità nazionale.
Nelle tragiche pagine della storia italiana post-bellica, difatti, non ci sono responsabilità esclusivamente nazionali ma anche – e soprattutto – internazionali.
L’adesione alla NATO è stata un’operazione liberticida e suicida da parte della classe politica dirigente perché ha vincolato il Paese a una guerra alla quale, restando neutrale, poteva evitare di prendere parte.
Non conosciamo i protocolli segreti, le intese multilaterali e bilaterali stipulate con la potenza egemone e i suoi alleati, ma sappiamo con certezza assoluta che in questo Paese hanno agito con libertà d’azione e con totale impunità tutti i servizi segreti dei Paesi occidentali e che i servizi di sicurezza italiani sono ancora mero strumento di quelli americani.
Una condizione di servaggio che nessuno osa denunciare, che nessuno chiede di modificare perché nessuno osa scrivere la storia per quella che essa è stata.
La storia in Italia non rappresenta un problema politico, non è oggetto di dibattiti parlamentari né di esami sul piano governativo che dovrebbero concludersi con provvedimenti legislativi finalizzati a rivendicare l’indipendenza del Paese.
Nell’Italia dei rinnegati al potere, abbiamo assistito perfino alla richiesta, avanzata dal governo diretto dall’ex comunista Massimo D’Alema a quello americano, di non rendere pubblici i documenti desecretati della CIA sulle elezioni politiche del 1948.
Non risulta che i governi successivi abbiano revocato la richiesta perché temono che emerga la verità sui fatti che risalgono a 70 anni fa.
Non è che un esempio, questo, di tutto quello che hanno fatto nel tempo i governi italiani contro la verità.
Non si può sperare, oggi, che si possa invertire la tendenza quando al governo siedono i rinnegati della Lega Nord complici da un trentennio di ogni infamia perpetrata contro la verità e chi se ne è fatto portatore.
I Salvini passano, l’Italia resta.
Quando l’Italia firmò a Parigi il Trattato di Pace, le campane di tutte le chiese suonarono a morto per segnalare che era un giorno di lutto nazionale.
Può ancora arrivare il giorno in cui potranno suonare a festa per dire agli italiani che hanno ritrovato libertà, indipendenza e sovranità.
Il mezzo c’è e ha un nome breve: verità.
Vincenzo Vinciguerra

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La cartina di tornasole, i conti non tornano ancora

Nulla ci vieta di fare alcune osservazioni critiche al governo in carica anche se consapevoli del fatto che l’unica alternativa sarebbe il Partito Democratico e/o Forza Italia, entrambi nemici di classe e del popolo sovrano.

Non sappiamo se la manovra economica del governo del cambiamento sarà veramente efficace, non abbiamo la certezza se questo governo sia veramente del cambiamento o avrà il tempo per tentar di cambiar le cose. Non sappiamo se riuscirà a risolvere il problema della povertà e rialzare il PIL. Non sappiamo neanche se basterà l’ottimismo o il deficit fissato al 2,4% per ridurre il coefficiente di Gini, quello che misura le disuguaglianze della ricchezza. Non sappiamo neppure se riuscirà a liberare la vita reale dallo spettro dello spread. Non sappiamo se avrà la forza morale per bandire quei tassi d’interesse da usurai che spezzano il popolo. L’economia, ed ancor meno la finanza, non sono una scienza esatta, anzi non sono neanche una scienza, anche se a questo mirano per sedersi poi sul trono dell’indiscutibilità divina.
Certo il governo definito populista e sovranista qualche grattacapo all’Europa delle banche lo ha creato, producendo un pericoloso precedente.
E’ bastato solo che qualcuno dal fondo degli ultimi banchi della classe reclamasse, anche se con aria un po’ sommessa a volte timida, che i compiti dati dai maestri erano insostenibili, e questi subito sono andati su tutte le furie, una lesa maestà, una bestemmia impensabile, ed allora giù con anatemi, richiami e strali avvelenati.
Certamente la sovranità di un nazione si raggiunge attraverso un percorso di grande difficoltà, ma con un po’ di coraggio bisognerà pur partire da qualche parte. Tutto sta però nello stabilire quale è il paradigma di riferimento e cosa noi consideriamo per sovranità. Negli ultimi decenni si è assunto come naturale un assurdo disumano che di naturale non ha nulla, un’insana perversione che ha scandito il tempo della nostra esistenza, capace di orientare ogni cosa che facciamo al fine di non irritare ed innervosire i mercati, mentre questi, i mercati, hanno potuto tranquillamente a loro piacimento, per vendetta o per capriccio, portare sul baratro una nazione sana, indipendentemente dalla sua operosità. Guardando le cose alla radice possiamo affermare sicuramente che la sovranità vera non può prescindere da quella monetaria. Il potere della moneta per l’esistenza di un nazione è così forte ed indispensabile che viene riconosciuto da chiunque sia in buona fede, indipendentemente dal suo orientamento politico o economico.
“Datemi il controllo della moneta e non mi importa chi farà le sue leggi”, scriveva Rothschild, così come il problema fu sentito nella stessa misura da Lenin, per non parlare di Ezra Pound.
Lasciamo stare questo gravoso problema della sovranità monetaria che, nel solo chiederci a chi spetta la proprietà dell’euro, produrrebbe una crisi d’astinenza ai poveri euroinomani, altro che piano B. Non chiediamoci allora a quale entità antidemocratica sono state affidate le chiavi di casa, della zecca in questo caso. Cosa rimane quindi come misura della nostra presunta sovranità se non la nostra visione in termini di geopolitica? Attraverso questa abbiamo l’opportunità, anzi l’obbligo di dichiarare al mondo chi siamo e cosa vogliamo. La politica estera è la cartina di tornasole per chi si batte per la propria e l’altrui sovranità. Chi crede in questa forma d’autogoverno, non può in questo ambito che affermare la propria multipolarità da contrapporre a chi della unipolarità ha fatto una ragione storica, il suo destino manifesto, e che dopo la caduta del muro di Berlino ha colto un segno della provvidenza per la sua realizzazione.
Dal suo insediamento con toni chiari il governo giallo-verde ha tenuto a sottolineare la sua vicinanza geostrategica agli USA, troncando ogni speranza a chi avrebbe voluto un disimpegno magari graduale dalla NATO, non solo per risparmiare quei 70 milioni di euro al giorno di spese militari, ma proprio per liberarsi da un alleato troppo ingombrante e premuroso.
E’ anche vero che si é parlato di revocare le sanzioni alla Russia, novità sul nostro piano politico, ma in questi giorni mentre gli USA hanno deciso di riprendere unilateralmente le sanzioni contro l’Iran (colpevole di esistere come la Siria o la Palestina) e tutti i suoi alleati saranno allora costretti a non acquistare più petrolio iraniano per non incorrere nelle medesimi sanzioni, nessuna flebile voce s’è levata contro un’altra guerra commerciale alla quale ossequiosamente ci accoderemo ancora una volta.
Si ha l’impressione che se riusciamo a parole (finalmente) ad alzar la voce contro la Troika, il senso di riconoscimento nei confronti degli Americani a stelle e strisce é ancora così grande che non ci permette neanche di dubitare mai del loro altruismo e della loro bontà. Riusciamo solo ad annuire, o quando pronunciamo parola é solo per promettere fedeltà eterna, foss’anche quella del premier Conte a Trump per sfavorire la Russia a vantaggio del gasdotto TAP.
Per non parlare di Bolsonaro, dove si chiude il cerchio in cui “di notte tutte le vacche sono nere” e sovraniste. Certamente gli entusiasmi e le congratulazioni sono state fatte a titolo privato da uno dei due vice premier. Comunque si è dimostrato soltanto o la propria malafede sovranista o peggio ancora di non rendersi conto della storia dei fatti per ignoranza o superficialità. Quale è la presunta sovranità che spinge a stare con chi ha nostalgia della più classica delle dittature sudamericane? Pur ammettendo che anche le dittature possono essere sovraniste, pensiamo a Cuba, è da sottolineare che molto peggio sono quelle che lavorano per la spoliazione del Paese per conto terzi. A quel tipo di dittatura, sempre incoraggiata sul piano militare e logistico dagli USA, è sempre seguito il più sfacciato programma di privatizzazioni sul modello dettato dai Chicago boys. Chi svende la propria Patria non sarà mai libero ne starà mai dalla parte del popolo, non basta vincere le elezioni.
I sovranisti in Sud America hanno avuto la tempra di una Evita Duarte Peron, di un Hugo Chavez, di un Ernesto Guevara, di un Salvador Allende, hanno nazionalizzato nell’interesse della propria terra per difendersi dal quel maledetto vicino. Bolsonaro è evidentemente dall’altra parte, vicino a Pinochet, a Faccia d’Ananas Noriega ed a Milton Friedman, questo un vicepremier sovranista lo dovrebbe sapere perché altrimenti i conti, non quelli della manovra ma quelli che valgono veramente per il bene del popolo, perché autentici valori, non tornano.
Lorenzo Chialastri

Chiamati a scegliere tra due gang

“Per sovranità si intende correntemente la qualità giuridica pertinente allo Stato considerato come potere originario e indipendente da qualunque altro potere, cosicché uno Stato può dirsi sovrano solo se è indipendente rispetto agli altri Stati ed è in grado di determinare la propria politica estera in maniera autonoma.
Quanto alle condizioni oggettive che al di là dei formalismi giuridici permettono ad uno Stato di essere realmente sovrano, ce n’è una che non può essere elusa, perché concerne il “livello critico in materia di dimensioni d’uno Stato”: si tratta della “soglia critica quantitativa” necessaria affinché lo Stato disponga della potenza sufficiente ad agire in maniera autonoma nelle relazioni internazionali, le quali sono sostanzialmente regolate da rapporti di forza. Orbene, tale “soglia critica quantitativa” non corrisponde più, nell’epoca attuale, alla ridotta dimensione dello Stato nazionale, ma alla dimensione di un “grande spazio”.
In un mondo che come l’attuale è dominato da due tendenze contrapposte – quella perseguita dagli Stati Uniti, favorevoli alla frammentazione dei grandi spazi, e quella che invece mira alle integrazioni continentali – un piccolo Stato nazionale è dunque condannato a svolgere un ruolo subalterno, se non trova il modo di integrarsi in una più ampia unità territoriale.
Perciò non è un caso che a favorire l’illusione sovranista siano gli strateghi dell’imperialismo statunitense, i quali hanno individuato nel sovranismo, variante aggiornata del piccolo nazionalismo, uno strumento ideologico idoneo a destabilizzare ulteriormente l’Europa e ad allontanare da essa qualunque prospettiva di unità, perfino quella che è rappresentata dalla miserabile costruzione denominata Unione Europea.
Ciò che in Europa preoccupa il potere statunitense, al di là delle laceranti controversie tra le fazioni in cui esso è diviso, è il “problema tedesco”, costituito dall’eccedenza commerciale della Germania e dagli accordi che quest’ultima ha stabilito con la Russia e con la Cina. D’altra parte la diffusa insofferenza nei confronti della Germania, causata dalla politica di austerità imposta da Berlino, agevola il disegno del potere statunitense, che intende utilizzare come proprie pedine le forze politiche euroscettiche, populiste e sovraniste.
Il compito di coordinare tali pedine sulla scacchiera europea è stato assunto dallo stratega ufficioso di Donald Trump: l’uomo d’affari, produttore cinematografico e giornalista Steve Bannon.
(…) L’offensiva di Steve Bannon nella politica italiana è stata immediatamente seguita dallo speculare intervento di un suo connazionale, finanziatore a sua volta della campagna elettorale di Hillary Clinton: George Soros. Dopo avere elargito i propri consigli all’Europa, il noto “filantropo” ha parlato dalla tribuna del Festival dell’Economia di Trento, dicendosi “molto preoccupato” per il fatto che i due partiti che sostengono il nuovo esecutivo hanno chiesto l’abolizione delle sanzioni contro la Russia. Preoccupazione eccessiva quella del “filantropo”, perché il governo giallo-verde, con la massima nonchalance, ha dato il proprio beneplacito all’Unione Europea quando si è trattato di prorogare di altri sei mesi le sanzioni antirusse.
Comunque sia, la simultanea ingerenza dei due grandi manipolatori statunitensi negli affari politici italiani costituisce un simbolo eloquente della tragica situazione in cui si trovano attualmente l’Italia e con essa l’Europa intera, chiamate a scegliere tra la gang di Hymie Weiss e quella di Al Capone.”

Da La geopolitica giallo-verde, di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 4/2018.

Sovranità o barbarie

Sovranità o barbarie è il primo titolo di una nuova collana dell’editore Meltemi, diretta da chi scrive e intitolata “Visioni eretiche”. Titolo paradossale, ove si consideri che le “eresie” in questione altro non sono che la riproposizione di princìpi, teorie, concetti, ideali e punti di vista che, fino agli anni Settanta del secolo scorso, rappresentavano un patrimonio comune a tutto il movimento operaio internazionale (sia pure con varie sfumature, a seconda dei partiti e dei movimenti che si sforzavano di metterlo in pratica nei diversi contesti nazionali). Se oggi quelle idee appaiono eretiche, al punto da esporre chi le sostiene alle accuse di “rossobrunismo” da parte della nuova ortodossia, è perché tutte le sinistre – dai socialdemocratici più moderati agli antagonisti più radicali – hanno subìto, nel giro di qualche decennio, una mutazione culturale, politica, direi quasi “antropologica”, di portata tale da cambiarne il codice genetico. La collana intende condurre una battaglia senza quartiere contro tale mutazione, denunciandone l’impatto devastante sui rapporti di forza e sulle condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne. Tuttavia l’obiettivo non è solo evidenziare il contributo decisivo che queste sinistre “degenerate” hanno dato al successo della controrivoluzione neoliberista: si tratta anche di recuperare strumenti politico-culturali in assenza dei quali non è pensabile condurre una controffensiva popolare contro le élite politiche e finanziarie transnazionali. Non credo si sarebbe potuto trovare un lavoro più adatto a inaugurare questa impresa di Sovranità o barbarie. Il ritorno della questione nazionale, di Thomas Fazi e William Mitchell, un libro che già dal titolo prende il toro per le corna, affrontando di petto quello che è il tasto più dolente della perdita di orientamento delle sinistre mainstream, vale a dire la rimozione della consapevolezza che lo Stato-nazione è la sola cornice in cui le classi subalterne possano sperare di migliorare le proprie condizioni e allargare gli spazi di democrazia.”

Dalla prefazione di Carlo Formenti.

Vi siete dimenticati chi c’era prima?

La moda dell’estate nelle redazioni dei giornali, nei talk-show televisivi, sui social è trasformare ogni parola di un qualunque esponente di M5S e Lega nella prova provata della loro incompetenza, della guerra sotterranea tra le due forze. Non c’è argomento – dai vaccini alle grandi infrastrutture, dalla prossima manovra finanziaria sino alla revoca della concessione alle Autostrade dei Benetton – che non alimenti il fuoco di sbarramento contro l’attuale governo, al quale tra l’altro viene imputato ormai di tutto; dal revanscismo neofascista ai reumatismi per il maltempo. Oggettivamente, come qualsiasi nuovo esecutivo, le perplessità non mancano e alcune improvvide uscite di qualche esponente poteva essere risparmiata, però la foga con la quale le grandi firme della stampa nazionale si vanno avventando contro il governo fa pensare. Certo, potrebbero fallire anche loro come i predecessori. Vero: nessuno nasce perfetto, e anche con tutta la buona volontà di cambiamento gli ostacoli da superare potrebbero rivelarsi invalicabili. Ma in questi 20 e più anni ricordo che solo nei confronti di Berlusconi e solo da una parte del sistema dei media c’è stato totale scetticismo fin dalla vigilia della formazione di un nuovo esecutivo. Non un dubbio sulle capacità taumaturgiche di chi c’era prima. Mai un fronte scettico a 360 gradi come per il premier Conte Salvini e Di Maio, mai un esercito mondiale di Cassandre come in questo caso. Ma vi siete dimenticati i campioni al governo in questi ultimi sette anni? Del Paese che hanno lasciato in eredità? Fermiamoci un attimo e recuperiamo la memoria e ditemi se vorreste mai tornare ad essere governati dagli stessi che hanno disintegrato il Paese. Perché chi è stato al governo ininterrottamente in questi sette anni, può nascondersi come vuole e può negare fino alla morte, ma non potrà mai dire di aver fatto qualcosa per migliorare il Paese. Vi siete già dimenticati le ricette miracolose di Monti, Letta, di Matteo Renzi e della esperta di banche Maria Elena Boschi? Della sindacalista Fedeli, priva di titolo di studio superiore quindi Ministra dell’Istruzione, ovvero l’allegoria umana dell’inadeguatezza e dell’ipocrisia di una oligarchia di immeritevoli che peraltro ci ha ammorbato con la insopportabile retorica del merito? O del perito agrario Poletti, quello secondo il quale è meglio che i precari emigrino per non averli tra i piedi; quello dell’alternanza scuola-lavoro: studenti allontanati dallo studio vero e mandati, ovviamente senza paga, a passare prodotti alle casse di Eataly e servire nei fast-food. Cioè a fare quel che faranno da grandi e da laureati se avessimo continuato ad avere governanti del calibro di questi qui. Vi siete già dimenticati di tutti i ridicoli (se il loro agire non fosse stato tragico) fantocci del potere in Parlamento, che hanno tenuto il Paese in scacco per anni, con tutte le loro alchimie di “governi tecnici”, “larghe intese”, “governi di responsabilità” e avventuristiche “riforme” (più un tentato scasso della Costituzione), e che oggi non sentono nessun imbarazzo a ripresentarsi in tv, ancorché la maggioranza degli italiani li abbia da tempo sgamati e si aggirano fischiettando sul luogo del disastro di Genova, come i piromani dei film, atteggiandosi a paladini dei sofferenti? Loro che hanno contribuito a ridurre in povertà assoluta 5 milioni e passa di persone e a rendere precari 3 milioni e mezzo di lavoratori (dati ISTAT). Potrei andare avanti per giorni con gli esempi, con fatti che hanno reso tragico, ridicolo, crudele e intollerabile, uno Stato che avrebbe dovuto, secondo la nostra Costituzione, tutelare i cittadini (i tanti per bene) e rendere la loro vita accettabile. Quindi perdonatemi se reputo ridicoli i tentativi, peraltro maldestri, di ostacolare questo governo. Chissà, può anche combinare qualcosa di buono, questa volta…
Raffaele Pengue

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Euroinomani

Dieci anni di crisi economica sembrano aver distrutto il mito positivo dell’Europa, alimentando l’insofferenza verso Bruxelles, la rigidità dei trattati e la soffocante leadership tedesca.
Ma com’è stato possibile che i partiti populisti e sovranisti siano arrivati, in Italia, a raccogliere il 50% dei consensi?
Questo clamoroso successo si deve in larga parte ai cosiddetti “euroinomani”. Così Alessandro Montanari definisce tutti quei politici, quegli economisti e quei giornalisti che per troppi anni si sono rifiutati di riconoscere l’oggettiva anomalia dell’euro, ostinandosi a negare il sostanziale fallimento dell’austerità espansiva e sposando acriticamente il nuovo ordine della globalizzazione.
Brexit, la vittoria di Trump e le elezioni italiane dimostrano però che i popoli stanno invertendo la Storia.
Quella che è iniziata infatti non è una protesta, ma una rivolta: contro la disuguaglianza crescente, contro l’impoverimento del lavoro, contro la finanziarizzazione dell’economia, contro le delocalizzazioni predatorie e, soprattutto, contro il dominio delle élite.
Un testo prezioso per vedere la realtà in modo diverso.

Euroinomani
Come l’euro ha ucciso l’Europa – Il risveglio dei popoli contro le élite
di Alessandro Montanari
Uno editori, pp. 260

Alessandro Montanari, giornalista e autore televisivo, ha lavorato per le più importanti televisioni nazionali.
Al fianco di Gianluigi Paragone dai suoi esordi professionali nelle tv locali, firma i programmi Lultimaparola (Rai 2) e La Gabbia (La7) che per primi in Italia sdoganano il dibattito sull’euro e sui vincoli dei trattati europei, dando voce alle vittime della crisi e raccontando la crescita dei movimenti anti-establishment.
Ora è a Rete 4, nella squadra della trasmissione Stasera Italia. “Euroinomani” è il suo saggio d’esordio.