Una bomba saudita sul divano di casa?

Civili yemeniti miracolati da una bomba inesplosa caduta sulla loro abitazione

Dozzine di residenti nella capitale dello Yemen hanno evitato probabili ferite o conseguenze ben peggiori dopo che una bomba, che si pensa sia stata lanciata dalla coalizione a guida saudita, è caduta in una zona residenziale senza esplodere. Un testimone ha raccontato a RT che l’azione mirava ad un’area abitata esclusivamente da civili.
Appena un giorno dopo che il “cessate-il-fuoco umanitario” era terminato in Yemen, gli abitanti di una zona densamente popolata al centro di Sana’a sono scampati fortunosamente alla morte dopo che una bomba di un metro e mezzo ha distrutto il soffitto di un appartamento, devastando le mura ed il mobilio.
I residenti terrorizzati sono accorsi presso l’abitazione per esaminare la scena dopo essersi accertati della mancata detonazione. Foto surreali sono state postate dai testimoni su Twitter, con la bomba ferma su ciò che sembra essere un divano.
RT ha contattato un testimone, Hussein Al-Bukhiti, che racconta che la bomba è stata sganciata su di un palazzo vicino a dove vive e che al momento era pieno di persone.
“E’ una zona completamente civile, non ci sono edifici militari, o postazioni anti-aereo”, sottolinea Al-Bukhiti, aggiungendo che se la bomba fosse scoppiata ci sarebbero state “centinaia” di vittime, principalmente donne e bambini.
Non esistono rifugi anti-bombardamento, quindi l’unico posto in cui i civili yemeniti possono cercare protezione durante i raid aerei sono le proprie case, dice Al-Bukhiti.
L’incidente ha avuto luogo durante le prolungate incursioni aeree contro i ribelli sciiti Houthi, lanciate dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati in Yemen, e la popolazione locale ne ha considerato responsabile la coalizione.
Secondo Al-Bukhiti, “l’aggressione saudita sta colpendo tutta la nazione, nonostante il Paese sia popolato da 25 millioni di persone… dall’alto numero di morti si capisce che stanno attaccando qualsiasi cosa in Yemen”. Egli poi descrive gli incessanti attacchi che hanno colpito Sana’a “ogni giorno se non ogni ora” dal 26 marzo, ad eccezione del recente periodo di 5 giorni di cessate-il-fuoco.
Comunque egli aggiunge che la coalizione non ha rispettato il cessate-il-fuoco altrove, con la parte settentrionale della provincia di Saada, una roccaforte Houthi, quotidianamente sotto attacco.
Il testimone ha accusato la coalizione a guida saudita per crimini di guerra: “L’unica cosa che loro hanno fatto a Sadah, capitale della provincia di Saada, è stata quella di lanciare dei volantini in cui si chiedeva a tutta la popolazione della provincia di lasciare l’intera zona perché essa sarebbe stata dichiarata obiettivo militare e ogni luogo sarebbe stato bombardato. Questo è un crimine contro l’umanità perché come puoi tu chiedere ad un milione di persone di partire dopo un blocco di due mesi, senza che la gente abbia benzina per l’uso delle proprie auto, con tutti i ponti e le strade del Paese che sono stati distrutti. Non c’è modo per molta gente di andare via o di rifugiarsi, perché ogni area è stata colpita.”
Gli attacchi sono ricominciati nonostante una richiesta delle Nazioni Unite di estendere la tregua per permettere la consegna di cibo, benzina e medicine alle regioni devastate dello Yemen. Centinaia di persone sono fuggite dalle zone più colpite di Sana’a, mentre gli aerei della coalizione colpivano ripetutamente i depositi e le postazioni militari tenute dai ribelli. Gli attacchi hanno anche colpito la città meridionale di Aden, dove le forze leali al presidente rimosso Abd-Rabbu Mansour Hadi hanno combattuto con gli Houthi e le forze leali all’ex uomo forte Ali Abdullah Saleh.
Secondo l’agenzia umanitaria delle Nazioni Unite UNHCR, in un bilancio che data il 15 maggio, 1.849 persone sono state uccise e 7.394 ferite.
Con l’Arabia Saudita che addestra i combattenti anti-Houthi al confine yemenita, nonostante le trattative con l’ONU e la promessa di un impegno a trovare una soluzione diplomatica alla crisi, i cittadini di Sana’a temono che il peggiore degli scenari, con battaglie in strada e la completa devastazione, stia per arrivare.
“Presto Sana’a sarà come Aden e Taiz… C’è stata una grande preparazione già da prima del cessate-il-fuoco e credo che adesso ci sarà una grande battaglia”, un membro di una tribù della provincia centrale di Ibb ha detto al Financial Times.
I rapporti informativi dicono che un capo militare sunnita, il General Maggiore Ali Mohsen Al-Ahmar, sia diventato una figura di spicco nelle forze anti-Houthi finanziate dai Sauditi. Si pensa che Al-Ahmar, ritenuto un’islamista, sia uno degli orchestratori nella pianificazione della campagna militare in Yemen, sollevando preoccupazioni a riguardo del fatto che gli Islamisti possano prendere il potere nella nazione del Golfo se l’operazione di terra contro gli Houthi avesse succcesso.

Fonte – traduzione di M. Janigro

Papa Francesco attore della Nuova Guerra Fredda

Obama-Papa-640“Il pontefice cattolico diffonde nel mondo non soltanto le parole del Vaticano, ma anche il “vangelo” del nazionalismo e vittimismo ucraini. Francesco va in prima pagina quando afferma che le uccisioni di massa di gente di etnia armena avvenute negli ultimi giorni dell’Impero Ottomano, fu “il primo genocidio del 20° secolo”. In gran parte persa nel putiferio è la sua successiva affermazione che “i restanti due (genocidi) furono compiuti dal Nazismo e dallo Stalinismo”, la quale è una forte allusione alla decennale campagna dei nazionalisti ucraini per far riconoscere il Golodomor [NdT: in italiano] come genocidio, di cui il Vaticano ed in particolare Francesco stesso sono fervidi proponenti. Il Presidente Putin ha rimarcato nella sua annuale sessione di Domande & Risposte che “i tentativi di metterli [Nazismo e Stalinismo] nello stesso cesto sono del tutto privi di fondamento… Pur brutto come fu il regime stalinista, con tutte le sue repressioni e deportazioni etniche, non provò mai a estirpare [un gruppo etnico] completamente”, e sebbene le sue parole fossero in risposta alla recente legge ucraina che assimila i due regimi, i suoi commenti sono pertinenti al Papa così come lo sono a Poroshenko.
La parte I di questo articolo inizia con una rassegna sull’antagonismo storico e geopolitico del Vaticano contro la Russia ortodossa, incluso il ruolo giocato dal Cattolicesimo e dal suo delegato, il Commonwealth Polacco-Lituano, nella costruzione dall’esterno dello Stato ucraino. L’articolo poi esplora come e perché l’Ucraina è ancora un campo di battaglia in questa epica saga, e illustra i dettagli del disegno geopolitico statunitense per il Paese, nel tentativo di trasformarlo in una base avanzata contro la Russia. La parte II sfata il mito del “genocidio” che circonda il Golodomor e mostra come una manciata di stati estremisti hanno preso il controllo dell’argomento per portare avanti i loro obiettivi russofobici. Poi la serie raggiunge l’apice con un profondo esame della pretesa di Papa Francesco che il Golodomor è “genocidio” e le sue affermazioni di ipotetico sostegno all’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, entrambe funzionali ai fini del revisionismo storico anti-russo e rafforzanti l’ipotesi di un Papa Francesco destinato a diventare uno dei più noti attori della Nuova Guerra Fredda.”

Papa Francesco è l’agente del nazionalismo ucraino più influente al mondo continua qui.
La fondamentale analisi di Andrew Korybko sull’operato delle gerarchie vaticane, volto al contenimento geopolitico della Russia e alla frammentazione del continente eurasiatico.

Crescere tra quelle righe

“Crescere tre le righe” è il convegno organizzato dall’Osservatorio Permanente Giovani-Editori, quest’anno giunto alla sua nona edizione, che vede come protagonisti il mondo italiano ed internazionale dell’editoria, gli studenti e le Istituzioni.
Esso “rappresenta un’occasione unica, nel panorama della comunicazione nazionale, per riunire attorno allo stesso tavolo tutti i protagonisti dell’informazione sia scritta che parlata, oltre ad autorevoli esponenti delle Istituzioni e gli studenti, per fare il punto della situazione sul rapporto tra giovani e informazione e per confrontarsi sul ruolo che questa può esercitare quale strumento per la crescita, nelle giovani generazioni italiane, di quel solido spirito critico indispensabile per garantire la convivenza civile e democratica del nostro Paese”.
Così recita il sito dedicato.
L’Osservatorio Permanente Giovani-Editori è presieduto dall’infaticabile Andrea Ceccherini, che ne è stato anche co-fondatore insieme a Cesare Romiti (allora presidente di RCS-Corriere della Sera) e Andrea Riffeser Monti (vice presidente e amministratore delegato del Gruppo Poligrafici Editoriale) nel giugno 2000.
Nell’estate del 2002, il Ceccherini è stato quindi invitato dal Dipartimento di Stato USA a “compiere un viaggio di studi incentrato sulla costruzione di relazioni internazionali nei campi dell’editoria e della politica”, riferisce la nota biografica sul sito dell’Osservatorio.
Successivamente, egli ha avuto il privilegio di essere ricevuto da Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano, S.S. Papa Benedetto XVI, Cardinal Tarcisio Bertone, Papa Francesco.
Un importante alleato dell’Osservatorio Permanente Giovani-Editori sono i Gruppi Editoriali: la squadra che affianca l’Osservatorio nelle sue iniziative è composta dal primo giornale di opinione italiano, il Corriere della Sera, dal più importante quotidiano economico, Il Sole 24 Ore, e da alcune delle principali testate locali, La Nazione, Il Giorno, Il Resto del Carlino, L’Unione Sarda, l’Adige, Il Tempo, L’Arena, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi, La Stampa, la Gazzetta di Parma, Il Gazzettino. A questi si sono aggiunti più di recente La Gazzetta dello Sport, il più diffuso quotidiano sportivo, e l’Osservatore Romano, il quotidiano ufficiale della Santa Sede.
L’Osservatorio Permanente Giovani-Editori collabora da diversi anni anche con il sistema delle Fondazioni di origine bancaria italiana, ed è affiancato da grandi aziende come Enel, Eni, Telecom Italia e Rai nonché dai tre principali istituti bancari italiani: Intesa Sanpaolo, Unicredit e MPS.
Tralasciando gli esponenti dei media nazionali -i soliti Vespa e insetti similari dell’informazione atlanticamente corretta di casa nostra- non resta dunque che elencare i rappresentanti di alcuni fra “i maggiori gruppi editoriali internazionali” che saranno ospiti al Borgo La Bagnaia, alle porte di Siena, i prossimi 22 e 23 Maggio:
Gerard Baker, Direttore The Wall Street Journal;
Dean Baquet, Direttore The New York Times;
Martin Baron , Direttore The Washington Post;
Jeff Bewkes, Amministratore Delegato Time Warner;
Richard Gingras, Senior Director dei prodotti News e Social Google;
Davan Maharaj, Direttore Los Angeles Times;
Mark Thompson, Presidente e Amministratore Delegato The New York Times.
Dulcis in fundo, è assicurata la presenza di John R. Phillips, Ambasciatore USA in Italia.
I viaggi studio negli Stati Uniti, promossi dal Dipartimento di Stato, hanno colpito ancora!
Federico Roberti

[Si vedano:
Le ragioni di François
Sedurre gli intellettuali per ammaestrare il popolo
La NATO culturale]

Impero e imperialismo

america-under-communism“Occorre innanzitutto distinguere nettamente tra le definizioni di “impero” e di “imperialismo”, che non sono sinonimi, contrariamente a quanto veicolato dalla vulgata mediatica russofobica corrente. L'”impero” è principalmente una categoria metafisica, un «servizio religioso», per citare le parole di Alain de Benoist. L'”impero” è, nel caso eurasiatico, l’epifania della “Terza Roma”, bizantina, ortodossa, profondamente influenzata dalla tradizione dei “popoli della steppa” (unni, tataro-mongoli), un ancestrale e non sempre lineare crogiuolo di identità tradizionali, popoli, culture, lingue, religioni e vissuto storico, unificato dalla comune consapevolezza di appartenere e votarsi a una “missione universale”.
La categoria di “impero” è ostile al particolarismo etnico dello Stato nazionale, al nazionalismo borghese, al razzismo, a ogni forma d’intolleranza religiosa. L'”impero” ha peculiarità geopolitiche tellurocratiche. Si configura, nell’ambito della geopolitica dei grandi spazi, o dei blocchi geopolitici continentali, in opposizione all’imperialismo, ossia alla strategia talassocratica anglosassone di compimento della teoria liberaldemocratica postmoderna della “fine capitalistica della Storia” e del trionfo illimitato della società tecno-mercantile dei consumi, dei desideri e dell’alienazione di massa. L’imperialismo utilizza i nazionalismi etnici e gli sciovinismi campanilistici per aprire delle fratture politiche all’interno delle singole unità statuali che vuole ricondurre al proprio dominio.
L’imperialismo è omologatore e tende allo scioglimento, nella postmoderna “società liquida”, delle identità collettive, riconvertite in tribalizzati atomi di consumo e desiderio capitalistico. L'”impero” è invece custode geloso di identità e culture premoderne. Quella russa è una «nazione costitutiva di impero» (cit. Alain de Benoist), gli USA non sono che una «democrazia imperialista». Naturalmente, non vedo incomponibilità tra l’idea moderna di Stato-Nazione e l’idea premoderna di “impero”, perché gli Stati possono sopravvivere, seppure ridimensionati rispetto ad alcune prerogative sovrane, come unità nazionali interne al summenzionato blocco continentale eurasiatico.
Il modello da seguire è, a mio avviso, quello della nascente Unione eurasiatica indicata da Putin. Per quel che riguarda i temuti “residui autocratici stalinisti” in Russia, credo che essi siano presenti più nella letteratura e nella pubblicistica scandalistica (infogossip politico) occidentali che non nella realtà delle cose. Oggi la Russia tende verso la concretizzazione di un sistema politico interno di «democrazia sovrana» nazionalmente orientata all’autonomia geopolitica ed economica, che ricorda più il gollismo francese o il neoperonismo argentino che non lo stalinismo. Il modello politico di «democrazia sovrana» dovrebbe essere guardato con particolare attenzione da chi, nei Paesi della UE, si oppone alla riduzione dell’Europa al rango di vassallo strategico degli USA per il tramite della NATO, del Trattato transatlantico di libero scambio e libero commercio (TTIP) e dell’invasività dei modelli consumistici, televisivi e mediatici più in generale, provenienti da Oltreoceano.”

Da Capire la Russia. Intervista a Paolo Borgognone, di Alberto Melotto.

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George Friedman è un whistleblower?

Se il giornalismo europeo non fosse asservito alla galassia di entità atlantiste di cui fa parte Stratfor, in un sussulto di dignità avrebbe già travolto questo discorso di Friedman come uno dei più disastrosi rovesci nella storia delle pubbliche relazioni. Invece zitti.
Ma chissà, potrebbero esserne invece capaci i lettori, se si scandalizzassero per via di tutta questa cinica strafottenza imperiale, e facessero sapere in ogni angolo del web, diffondendo questo video, cosa guadagniamo a stare con i padroni della NATO: soltanto il loro disprezzo assassino, e la promessa del ritorno della guerra nel nostro suolo.
Pino Cabras

Fonte

Le rivelazioni di un ufficiale turco in congedo su operazioni sovversive dell’agenzia turca di intelligence MIT contro la Siria

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Attualmente in fuga dal sistema carcerario turco, l’ex ufficiale Önder Sığırcıkoğlu sostiene di non essere motivato dal denaro: “Sto agendo per salvare la mia identità, il mio onore e la mia coscienza”.

“Ho sequestrato l’omicida di massa Colonnello Harmoush e l’ho riportato in Siria”.

Il Tenente Colonnello Hussein al-Harmoush era il disertore di più alto grado dell’Esercito Siriano all’inizio del conflitto. E’ scappato in Turchia nel giugno 2011 dove ha fondato un sedicente “Movimento degli Ufficiali Liberi” con lo scopo di rovesciare il governo siriano. Le sue ambizioni hanno avuto vita breve. E’ scomparso dal campo Altınözü di Hatay  il 29 agosto insieme a Mustafa Kassoum, un istruttore di palestra che si faceva passare per un Maggiore dell’Esercito. Due settimane dopo Harmoush appariva alla televisione siriana, confessando i suoi crimini e la complicità della Turchia.
Dopo una frenetica investigazione, i servizi di sicurezza turca hanno indagato diverse persone, e in sette sono stati accusati per il “crimine” di aver rimpatriato Harmoush in Siria. Il più esperto tra loro, Önder Sığırcıkoğlu, un veterano con 19 anni di servizio presso l’agenzia turca di intelligence MIT, è stato condannato a 20 anni di reclusione. Dopo 32 mesi di incarcerazione presso il carcere di Osmaniye, Sığırcıkoğlu è fuggito durante un trasferimento verso un’altra prigione ed è stato in grado di lasciare la Turchia clandestinamente. Quella che segue è la prima parte delle sue rivelazioni a Ömer Ödemiş per il primario sito turco di informazione OdaTV.

Önder Sığırcıkoğlu ha parole molto dure per la politica della Turchia nei confronti della Siria. Era stato incaricato dal MIT di filtrare e controllare gli arrivi durante la prima invasione di rifugiati.
“Ne ho intervistati a migliaia durante i primi giorni. Il primo gruppo era composto da circa 250 rifugiati che avevano attraversato il confine turco ad Altınözü. I loro responsabili erano lo studente di legge Seri Hammodi e il tassista Abdusselam Sadiq. Questi erano in costante contatto con i media internazionali, Al Jazeera e altri, propagandando il fatto che i rifugiati erano stati costretti a scappare dalla Siria a causa di una violenta oppressione. Le storie che raccontavano erano delle costruzioni, ma loro agivano per smuovere la pubblica opinione e assicurarsi fondi dalla Turchia, le Nazioni Unite, i Paesi del Golfo e le istituzioni internazionali.” Continua a leggere

Fuori l’Italia dalla NATO – sintesi video

Sintesi degli interventi al convegno svoltosi il 21 Aprile u. s. a Roma, quale presentazione della campagna per l’uscita dell’Italia dalla NATO.