Fino ad arrivare dove nessun è mai giunto prima

pd

Bologna, lo show stellare del capitano Kirk: “Vederlo costa fino a 150 euro”.
Alla Festa dell’Unità il PD si autofinanzia con Star Trek e ingaggia l’attore William Shatner

Il PD infrange ogni barriera post-ideologica e apre il business di Star Trek. I dem diventano “impresari” di William Shatner, alias il capitano James Tiberius Kirk della prima Enterprise, che sarà al Parco Nord dal 16 al 18 settembre. Per vederlo, i fan dovranno pagare da 120 a 150 euro per show, foto e autografo del divo. I bonifici per un selfie con Kirk vanno intestati direttamente a “Coordinamento PD di Bologna”, in via Rivani 35. E comprando il biglietto si “vince” pure l’iscrizione nei registri dem, dove i dati verranno “custoditi e raccolti manualmente o elettronicamente, allo scopo di tenerti aggiornato delle nostre iniziative “.
“A Bologna sono sempre innovativi… ” la prendeva in ridere Barbara Ceruleo, responsabile della Festa nazionale che però precisa: “L’evento è del PD bolognese. Noi non siamo coinvolti nell’organizzazione”. La tre giorni di Star Trek in memoria dei 50 anni della saga originaria, quella col trio Spock-Kirk e McCoy, diventa comunque la nuova frontiera dell’autofinanziamento PD. Oltre gli Indipendent day un tempo di casa al Parco Nord a prezzi “popolari” di 40 euro. Oltre le notti di discoteca coi Dj del Cocoricò, che pure lasciavano storditi gli anziani della mazurka. Oltre le cene, comprese quelle a 100 euro cadauno con imprenditori e finanzieri, che pure erano sembrate l’estremo confine cui ci si poteva spingere. Qui l’autofinanziamento oltrepassa la galassia politica. E atterra direttamente nell’universo dei fan internazionali. Ma a quale prezzo?
“Il cachet di Shatner non possiamo rivelarlo, da contratto” hanno spiegato ieri gli organizzatori. Il PD pagherà al “primo attore hollywoodiano mai intervenuto in una kermesse del PD” il viaggio completo: volo, vitto e pernottamento. “Ma il tutto costa comunque molto meno di quello che uno potrebbe pensare” rassicura il tesoriere PD Carlo Castelli: “L’idea di chiamare Shatner è venuta a Fabio Querci, il responsabile feste, che lo conosceva già. Aveva un contatto col suo agente, e così abbiamo organizzato “.
In effetti Shatner e Querci si sono incontrati ad aprile a Bellaria Igea Marina, a un altro evento organizzato dagli appassionati di Star Trek, sempre per commemorare i 50 anni della saga. Lo stesso Querci spiega: “Io sono sempre stato un fan, e non avevo mai partecipato a questo genere di eventi. Ero curioso. Quando sono andato, mi è venuta l’idea di portare questo tipo di raduno anche alla Festa dell’Unità, e abbiamo iniziato a organizzare, insieme all’agente di Shatner”. Lo stesso attore, canadese di 84 anni, avrebbe accettato subito “quando ha saputo che il PD è un partito di sinistra” sorride Querci. Detto fatto, la tre giorni è pronta. Con schiere di fan, già pronte a prenotarsi al sito startrek50. it. Molti di loro pronti pure, secondo l’uso di questo genere di eventi, a presentarsi al Parco Nord vestiti in tema Star Trek, tra le tipiche orecchie a punta dei vulcaniani o i bronci dei perfidi Klingon.
Si comincia venerdì 16 settembre, con Kirk disponibile per una sessione di foto (60 euro) e autografi (50 euro). Il 17 settembre alle 20,30 e il 18 alle 17,30 è l’ora del One Man Show di Shatner, che risponderà alle domande dei fan per oltre un’ora e mezza. Il tutto seguito ancora una volta da foto e autografi. Chi vuole passare l’intera serata con Kirk può acquistare i pacchetti completi: dal Platinum (150 euro) al Fan (120 euro), che comprendono anche una cena da BevaBè con primo secondo e bevanda a scelta. Prezzi alti, “ma comunque più bassi rispetto a quelli che lo stesso Shatner chiede in altre città, visto che il nostro è un evento popolare” assicura Querci.
Tra i dirigenti PD la trovata suscita comunque una qualche ironia: “Kirk alla Festa dell’Unità? Farà un dibattito con Critelli?” è la battuta che circola tra i “gufi” democratici. Di certo, l’evento promette di essere comunque il più costoso, per chi vorrà partecipare, della storia della Festa. Più costoso anche dei vecchi concerti che nella grande arena del Parco Nord, separata dalla festa, avevano accolto personaggi come Joe Strummer dei Clash, senza arrivare a 50 degli attuali euro.
Col rischio per di più che l’invasione dei trekkers, come vengono chiamati i fan della saga, impalli le iniziative politiche delle serate finali della Festa, quando sono previsti sul palco centrale Virginio Merola, Gianni Cuperlo e Maria Elena Boschi. Un azzardo, forse, che tuttavia spinge il PD laddove nessun partito si era mai spinto. Come l’Enterprise, “alla ricerca di altre forme di vita e di civilità, fino ad arrivare dove nessun è mai giunto prima”.
Silvia Bignami ed Enrico Miele

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Per un’Europa fuori dalla NATO

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“Nell’Europa estremo-occidentale è venuto il momento perché un gruppo elitario d’avanguardia intraprenda una lotta politica violenta sul tema ‘NATO fuori d’Europa’.
Quello che ho scritto già 25 anni fa si realizza ora: la NATO sedicente scudo militare “contro il comunismo ateo” era soprattutto uno strumento di vassalizzazione politica. Da 2 anni Washington ha lasciato cadere la maschera.
Non vi è più alcun esercito sovietico che minacci l’Europa occidentale – ciò che non impedisce affatto a Washington di mantenere le strutture della NATO, se non addirittura di rafforzarle.
(…)
L’Europa dell’Ovest è dal 1945 nelle mani dei lacchè di Washington – dei leccapiedi del Pentagono.
La Russia potrebbe, in brevissimo tempo, vedersi anch’essa dotata di una classe ‘dirigente’ agli ordini di Washington.
La risposta è chiara: è necessario creare nel minor tempo possibile delle reti ideologiche, dottrinali, politiche fra l’élite lucida dell’ex-URSS e l’élite lucida dell’Europa dell’Ovest.
Queste due élites rivoluzionarie devono incastrarsi l’una nell’altra e preparare la partenza, l’espulsione dell’occupante americano.”

Da L’Europa fino a Vladivostok, di Jean Thiriart, in “Orion”, n. 96, settembre 1992, pp. 15-16.
Una esaustiva nota biografica dell’autore può essere consultata qui.

Nella foto, una delegazione del comitato organizzatore della prossima manifestazione per l’uscita dalla NATO, in programma sabato 8 ottobre a Berlino, fa tappa a Kaliningrad nel suo viaggio promozionale fino a Mosca, iniziato presso la Porta di Brandeburgo la scorsa domenica 7 agosto (ved. video sottostante).
Per info sull’iniziativa si può consultare friedensbewegung.info.

Libia, la grande spartizione

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Petrolio, immense riserve d’acqua, miliardi di fondi sovrani. Il bottino sotto le bombe

«L’Italia valuta positivamente le operazioni aeree avviate oggi dagli Stati Uniti su alcuni obiettivi di DAESH a Sirte. Esse avvengono su richiesta del Governo di Unità Nazionale, a sostegno delle forze fedeli al Governo, nel comune obiettivo di contribuire a ristabilire la pace e la sicurezza in Libia»: questo il comunicato diffuso della Farnesina il 1° agosto.
Alla «pace e sicurezza in Libia» ci stanno pensando a Washington, Parigi, Londra e Roma gli stessi che, dopo aver destabilizzato e frantumato con la guerra lo Stato libico, vanno a raccogliere i cocci con la «missione di assistenza internazionale alla Libia». L’idea che hanno traspare attraverso autorevoli voci. Paolo Scaroni, che a capo dell’ENI ha manovrato in Libia tra fazioni e mercenari ed è oggi vicepresidente della Banca Rothschild, ha dichiarato al Corriere della Sera che «occorre finirla con la finzione della Libia», «Paese inventato» dal colonialismo italiano. Si deve «favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che faccia appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi», spingendo Cirenaica e Fezzan a creare propri governi regionali, eventualmente con l’obiettivo di federarsi nel lungo periodo. Intanto «ognuno gestirebbe le sue fonti energetiche», presenti in Tripolitania e Cirenaica.
È la vecchia politica del colonialismo ottocentesco, aggiornata in funzione neocoloniale dalla strategia USA/NATO, che ha demolito interi Stati nazionali (Jugoslavia, Libia) e frazionato altri (Iraq, Siria), per controllare i loro territori e le loro risorse. La Libia possiede quasi il 40% del petrolio africano, prezioso per l’alta qualità e il basso costo di estrazione, e grosse riserve di gas naturale, dal cui sfruttamento le multinazionali statunitensi ed europee possono ricavare oggi profitti di gran lunga superiori a quelli che ottenevano prima dallo Stato libico. Per di più, eliminando lo Stato nazionale e trattando separatamente con gruppi al potere in Tripolitania e Cirenaica, possono ottenere la privatizzazione delle riserve energetiche statali e quindi il loro diretto controllo.
Oltre che dell’oro nero, le multinazionali statunitensi ed europee vogliono impadronirsi dell’oro bianco: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana, che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad. Quali possibilità essa offra lo aveva dimostrato lo Stato libico, costruendo acquedotti che trasportavano acqua potabile e per l’irrigazione, milioni di metri cubi al giorno estratti da 1300 pozzi nel deserto, per 1600 km fino alle città costiere, rendendo fertili terre desertiche.
Agli odierni raid aerei USA in Libia partecipano sia cacciabombardieri che decollano da portaerei nel Mediterraneo e probabilmente da basi in Giordania, sia droni Predator armati di missili Hellfire che decollano da Sigonella. Recitando la parte di Stato sovrano, il governo Renzi «autorizza caso per caso» la partenza di droni armati USA da Sigonella, mentre il ministro degli esteri Gentiloni precisa che «l’utilizzo delle basi non richiede una specifica comunicazione al Parlamento», assicurando che ciò «non è preludio a un intervento militare» in Libia. Quando in realtà l’intervento è già iniziato: forze speciali statunitensi, britanniche e francesi – confermano il Telegraph e Le Monde – operano da tempo segretamente in Libia per sostenere «il governo di unità nazionale del premier Sarraj».
Sbarcando prima o poi ufficialmente in Libia con la motivazione di liberarla dalla presenza dell’ISIS, gli USA e le maggiori potenze europee possono anche riaprire le loro basi militari, chiuse da Gheddafi nel 1970, in una importante posizione geostrategica all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente. Infine, con la «missione di assistenza alla Libia», gli USA e le maggiori potenze europee si spartiscono il bottino della più grande rapina del secolo: 150 miliardi di dollari di fondi sovrani libici confiscati nel 2011, che potrebbero quadruplicarsi se l’export energetico libico tornasse ai livelli precedenti.
Parte dei fondi sovrani, all’epoca di Gheddafi, venne investita per creare una moneta e organismi finanziari autonomi dell’Unione Africana. USA e Francia – provano le mail di Hillary Clinton – decisero di bloccare «il piano di Gheddafi di creare una moneta africana», in alternativa al dollaro e al franco CFA. Fu Hillary Clinton – documenta il New York Times – a convincere Obama a rompere gli indugi. «Il Presidente firmò un documento segreto, che autorizzava una operazione coperta in Libia e la fornitura di armi ai ribelli», compresi gruppi fino a poco prima classificati come terroristi, mentre il Dipartimento di Stato diretto dalla Clinton li riconosceva come «legittimo governo della Libia». Contemporaneamente la NATO sotto comando USA effettuava l’attacco aeronavale con decine di migliaia di bombe e missili, smantellando lo Stato libico, attaccato allo stesso tempo dall’interno con forze speciali anche del Qatar (grande amico dell’Italia). Il conseguente disastro sociale, che ha fatto più vittime della guerra stessa soprattutto tra i migranti, ha aperto la strada alla riconquista e spartizione della Libia.
Manlio Dinucci

Fonte

Miscellanea video estate 2016

Una gigantesca ammissione di debolezza

13606961_1088155314563936_916820004075906369_n“La cosa più patetica di tutto ciò è come gli Anglosionisti stiano fraintendendo i Russi. Da un punto di vista culturale russo, tutto quello che hanno fatto l’Occidente e la NATO sono segni di debolezza. Perché un’alleanza forte avrebbe bisogno di impegnarsi in minacce senza senso (battaglioni della NATO o scudi antimissile)? Perché un’alleanza forte cercherebbe la sicurezza nei numeri? Perché una forte alleanza agisce come se in realtà non esistesse? Da un punto di vista russo tutto questo tintinnar di sciabole e protagonismo è in realtà una gigantesca ammissione di debolezza, e i Russi non sono affatto impressionati. E non temono di esprimere il loro compiacimento per quello che vedono come un patetico sfoggio di incompetenza da parte di una leadership occidentale incapace.
Questo non vuol dire che i Russi non siano preoccupati. Lo sono. Molto. Perché anche loro capiscono che nonostante tutta la patetica mancanza di visione politica e perfino di basilare professionismo, gli Anglosionisti sono ancora molto pericolosi. Non serve molta intelligenza per scatenare una guerra nucleare. Così anche se i Russi ora sono apertamente sprezzanti dell’Impero, capiscono comunque che è proprio l’inettitudine dell’Occidente che richiederà una tremenda dose di cautela e pazienza da parte della leadership russa per “far cadere con dolcezza” l’Impero senza scatenare una guerra nucleare planetaria.
Si potrebbe dire che la Russia tema la debolezza USA/NATO/UE molto più di quanto tema la forza di USA/NATO/UE.
Infine, molti Russi capiscono che la civiltà occidentale è screditata, moralmente in bancarotta e, fondamentalmente, morta come lo era la civiltà sovietica a fine anni ’80. Non ci sono più “valori occidentali”, almeno non di una qualità diversa da quella oggetto di barzellette e sogghigni disgustati. Tutta la grande costruzione concettuale composta da nozioni come “democrazia”, “diritti umani”, “libertà”, “giustizia”, è crollata e ora è irreparabile. La buona notizia è che questo crollo non è definitivo, e proprio come la Russia alla fine ha riscoperto sé stessa dopo il 2000, così farà l’Occidente, sia negli USA che in Europa. Posso facilmente immaginare i popoli d’Occidente che alla fine tornano alle loro antiche radici storiche, ma lo faranno in un nuovo modo. Proprio come la Russia del 2000-20016 non è la Russia di prima del 1917, così il nuovo Occidente emergerà come qualcosa di nuovo, ma con radici nel lontano passato. Ma prima che questo accada l’Occidente dovrà subire un doloroso e pericolosissimo processo di disintegrazione simile a quello che ha attraversato l’Unione Sovietica più o meno tra il 1980 e il 2000.
Dmitry Orlov ha assolutamente ragione. Il collasso dell’Occidente è inevitabile, e lo studio del collasso dell’Unione Sovietica può dare molte lezioni interessanti.
Ma per adesso siamo bloccati nella nostra attuale realtà. Un mondo diviso in due, con, da una parte, un morente, deludente e debole Impero e, dall’altra, più o meno il resto del genere umano. In questo mondo morente ed instabile, il summit della NATO a Varsavia ha avuto più o meno lo stesso ruolo del XXVI Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica nel 1981: un toccante sfoggio di unità di fronte ad un inevitabile collasso.
Se ricordiamo quello che è accaduto all’URSS e alla Russia nei seguenti due decenni, possiamo solo concludere che stiamo per entrare in un difficilissimo e pericoloso periodo della storia.”

Da La “XXVI Conferenza del Partito della NATO” a Varsavia (un commento), di Il Saker.

Succedeva nel 1939

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Una lezione per l’oggi?

“Il 18 settembre 1939, un documento del Governo sovietico, sulla cui autenticità nessuno può porre dubbi, afferma che è intenzione di Mosca “adottare tutte le misure per garantire la protezione del popolo polacco dalla sciagura della guerra, nella quale è stato gettato dalla sconsideratezza dei suoi capi, offrendo al popolo stesso la possibilità di condurre una vita tranquilla”. Non solo: il giorno seguente, il 19 settembre, un comunicato congiunto sovietico–tedesco manifesta la comune intenzione di “aiutare il popolo polacco a riorganizzare la propria compagine statale”. Strano lessico, quello dei documenti in questione, per chi avesse inteso condurre in porto una spartizione, un’annessione, distruggendo per intero la sovranità di uno Stato! Altro elemento che distrugge ogni tesi di “sacra unione” sovietico–tedesca: il 7 settembre, nei suoi diari, Halder, Capo di Stato Maggiore tedesco, aveva affermato che Hitler era pronto a riconoscere, entro certi limiti territoriali, una Polonia sovrana svincolata da Gran Bretagna e Francia. Parimenti, le aree a maggioranza ucraina e russa dovevano essere staccate dalla nuova compagine statale. Il 12 settembre, Canaris aveva ricevuto l’ordine di attivare focolai insurrezionali per creare una Galizia nazionalista e anticomunista sotto l’egida ucraina. E’ evidente che, se è vero questo, non esiste alcuna intesa con l’URSS! Infatti, solo l’intervento dell’Armata Rossa, il giorno 17, evita questo scenario, che avrebbe portato ad uno Stato anticomunista aggressivo e fanaticamente nazionalista alle porte dell’URSS, con rivalse inimmaginabili verso le popolazioni polacca ed ebraica, concepite come dominatrici e vessatrici. Grazie a quell’intervento, la Germania, rappresentata a Mosca da Von der Schulenburg, pezzo da novanta della diplomazia, capisce che l’URSS, corretta nel rispetto dei trattati, non intende avallare espansionismi eccessivi e incontrollati, e nemmeno Stati-fantoccio per essa pericolosi. Da parte sovietica si spera anche, e questo la storiografia non lo ha quasi mai messo in evidenza, che nella leadership nazista prevalga l’ala “eurasista“, non del tutto sopita, desiderosa di addivenire ad un patto organico con l’URSS buttando a mare le farneticazioni imperialiste del “Mein Kampf” e realizzando il “Drang nach osten” pacificamente, con il rafforzamento delle relazioni economiche e politiche con l’URSS e gli Stati dell’area centro–orientale e balcanica. Questa tendenza si paleserà, ad onta di storiografie manichee e tendenziose che nulla hanno di dialettico, tanto meno di marxista, quando nel giugno–luglio 1941 diversi studiosi, militari, politici nazionalsocialisti si dimetteranno dai loro posti, giudicando assurda e inammissibile l’invasione dell’URSS. Nel gruppo dirigente nazista c’è chi carezza l’ipotesi della Polonia indipendente per motivi contrastanti: l’ala eurasista, di cui abbiamo trattato, per rafforzare la propria concezione nel quadro politico–istituzionale del Reich; quella hitleriana ortodossa, per raggiungere, tramite una pace con il Regno Unito, l’obiettivo di una futura crociata unitaria dell’occidente e della Polonia stessa contro l’URSS.
Come abbiamo visto, sono proprio i Polacchi, o meglio il loro gruppo dirigente, a rendere impossibile uno scenario gradito, per ragioni opposte, tanto all’URSS quanto alla Germania: la fuga ingloriosa del governo polacco in Romania distrugge ogni possibilità di accordi e obbliga URSS e Germania a stabilire un confine, in forma pattizia, pubblica e trasparente, in territorio polacco, il 28 settembre 1939. L’URSS si attesta lungo la linea Narev–Bug–San, lasciando la Vistola all’influenza tedesca. Lo Stato sovietico vede riconosciuta anche la Lituania come componente della sua sfera di influenza. Ora, la Vistola sarebbe dovuta entrare, secondo i “protocolli”, nell’area sovietica, mentre la Lituania avrebbe dovuto essere appannaggio della Germania. Se ciò non avviene è per mutamenti completamente indipendenti da inesistenti volontà pattizie presuntamente modificate nel tempo. La Germania, in quel 1939, vuol fare del Baltico un sol boccone, come provano movimenti e trame che dureranno fino a tutto il 1940 e che verranno sventati solo grazie alla volontà sovietica di pace, al movimento dei lavoratori e al barlume di saggezza di settori governativi estoni, lituani e lettoni, consapevoli del rischio di finire sudditi del Reich. Se nel 1940 quei Paesi entreranno a far parte della comunità sovietica, sarà per la loro volontà di non sottostare alle minacce naziste e con il grave scorno della Germania, dimostrato da note di protesta e minacce. Stesso ragionamento vale per la Finlandia che, lungi dall’essere una vittima, in quello stesso periodo provoca l’URSS in nome di un nazionalismo sapientemente rinfocolato da Berlino e finisce per pagarne il prezzo, rinunciando a propositi che prevedevano la conquista di una porzione consistente dell’area di Leningrado assieme all’esercito del Reich.”

Da Il Patto Molotov–Ribbentropp. Vero patto, finti protocolli di Luca Baldelli.
Per arricchire l’analisi dell’autore in merito al patto tedesco-sovietico di non aggressione del 23/8/1939, si riporta un estratto da Carl Schmitt, La guerra d’aggressione come crimine internazionale (il Mulino, 2015, p. 119):
“Il 28 settembre 1939 fece seguito il Trattato tedesco-sovietico di amicizia e per i confini, che fissava i confini degli interessi imperiali di entrambi i contraenti nel territorio dell’allora Stato polacco; riconosceva questi confini come definitivi e rigettava “ogni intrusione di potenze terze in questa regolazione”. In uno scambio di lettere tedesco-sovietico del 28 settembre 1939 si concordò, sulla base e nel senso della raggiunta intesa politica, di promuovere con ogni mezzo le relazioni economiche e lo scambio di merci tra Germania e Unione Sovietica e di realizzare un programma economico che prevedesse lo scambio tra le materie prime sovietiche e i prodotti industriali tedeschi. Per l’adempimento di questo piano, l’11 febbraio 1940 fu concluso tra i due Paesi un accordo economico e il 10 gennaio 1941 un accordo economico allargato.”

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