La strategia del terrore

terroristCome ho già scritto in un precedente commento, la strategia del terrorismo non coinvolge un nemico da abbattere, ma una popolazione da atterrire; così è stato. A Parigi domina la paura, mista ad un senso di impotenza come se una resa senza condizioni avesse imposto un fatalismo ancestrale.
· Hanno paura i comuni cittadini che, adesso, cercano di evitare i luoghi popolosi, come supermercati, locali di intrattenimento, banche, e altri luoghi di aggregazione.
· Hanno paura i cattolici che disertano le Chiese.
· Hanno paura gli ebrei che si sentono nel mirino, tant’è che nel solo 2014 ben 7.000 ebrei, nella sola Parigi, sono riparati in Israele ad ingrossare le fila del sionismo; anche loro hanno deciso di rinunziare alla preghiera comune rituale.
· Hanno paura i musulmani della banlieue, guardati con odio, come se fossero corresponsabili del terrorismo, oppure additati come se tra di loro si nascondessero potenziali terroristi pronti anche al sacrificio pur di colpire e atterrire.
· Hanno paura gli atei, gli agnostici e proprio perché atei e agnostici.
Il panico sfugge alle regole della logica, quando assale contagia e coinvolge, rendendo irrazionale ogni comportamento.
Pochi uomini, decisi a morire, hanno avuto il potere di atterrire una città, una nazione, l’intera Europa, coinvolgendo anche l’intero pianeta, perché potrebbe diventare, in ogni momento, platea di una ripetitiva aggressione incontrollabile.
I servizi dei media, oltre a mostrarci la diffusione del panico e l’orrore della strage, ci hanno mostrato scene di addestramento degli aspiranti terroristi; è stato impressionante vedere tanti giovani armati di moderni strumenti di morte e ci viene spontanea la domanda. “Chi li ha armati?”. “Chi ha speculato fornendo armi a questo nemico invisibile, ben sapendo contro chi avrebbero puntato le loro armi?”
Testate giornalistiche di ogni parte del mondo hanno sottolineato uno “stato di guerra”, ma non è così.
Le guerre si fanno in due ed hanno una specificità nella loro funzione, potendo essere guerre interne di difesa o guerre esterne di conquista. Tertium non datur.
Ma l’Occidente ne ha inventato una terza, terribile, ed è la guerra preventiva, che diventa guerra esterna di difesa, quando l’ipocrisia non arriva a identificarle come “missione di pace”, pur se le regole di ingaggio parlano di Codice militare di guerra; in pratica certezza di una guerra per evitare l’ipotesi di una guerra, con al centro il lucrosissimo commercio di armi.
La guerra esterna di difesa diventa una aggressione mascherata, perché utilizza gli stessi metodi che, reattivamente, saranno utilizzati da chi ha subito, subito identificati come terroristi per giustificare l’incremento aggressivo.
Ora che la paura ha coinvolto città, nazioni e continenti, ci si chiede “come” contrastare tali pericoli che, ormai, sono ovunque incombenti.
Ma nulla cambia; mentre milioni di ettari di terreni fertili vengono abbandonati e la fame aggredisce miliardi di persone, l’opulento Occidente continua a costruire carri armati al posto di trattori, lanciamissili al posto di mietitrebbiatrici, mine anti-uomo al posto di diserbanti ecologici.
Si uccide per il petrolio, scatenando reazioni terroristiche; si uccide per l’occupazione abusiva di territori da sottrarre ai legittimi abitanti; se ne uccidono mille per condizionarne 100.000.
L’uccisione pianificata segue logiche perverse: i Talebani vennero armati in funzione anti-sovietica, poi si rivoltarono contro accendendo una guerra, servendosi delle medesime armi ricevute prima.
L’Irak venne armato in funzione anti Iran, cosa che provocò una guerra tribale, dove la presenza del petrolio fornì l’occasione di intervento, mascherato dalla menzogna sostenuta di volere eliminare armi di distruzione di massa, di cui non si trovò traccia, ma vennero annientati eserciti in fuga, aviazione inesistente, flotta che non avrebbe potuto essere utilizzata neanche per la pesca d’altura; vennero bombardate moschee nel giorno sacro della preghiera, mercati rionali, autobus carichi di studenti, banchetti di nozze, tutto definito come “effetti collaterali”.
Il panorama che ci viene offerto è quello di un pianeta impazzito, dove un manipolo di finanzieri specula sulla vita stessa del pianeta, che sembra volersi avviare ad un suicidio apocalittico.
Rosario Amico Roxas

Una questione essenzialmente politica

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“Ora, è vero che qualcosa è realmente cambiato nelle imprese e attorno a esse dai tempi dell’ingegner Adriano; però si tratta di qualcosa che le obiezioni citate, e altre cento consimili, non sfiorano nemmeno. Ciò che è cambiato è la concezione stessa dell’impresa, le ragioni sociali della sua esistenza. Senza dimenticare che per un’impresa capitalistica la finalità ultima è la valorizzazione del capitale, va riconosciuto che per buona parte del Novecento, e per almeno trent’anni dopo la Seconda guerra mondiale, non mancarono le imprese che tra i loro scopi principali collocavano la produzione di beni e servizi innovativi; l’aumento del fatturato e del numero dei dipendenti; l’offerta di buoni salari e condizioni di lavoro, insieme con il mantenimento di relazioni industriali soddisfacenti per le due parti. E mentre agivano in tal modo, conseguivano pure elevati profitti. Negli anni Ottanta tale concezione dell’impresa venne rimpiazzata da un’altra, che vedeva nella massimizzazione del valore per gli azionisti l’unico scopo che un’impresa aveva il dovere di perseguire a scapito di ogni altro. È famosa al riguardo la battuta di Milton Friedman, il piú noto degli economisti neoliberali dell’epoca: «L’unico compito di un’impresa è quello di fare buoni affari».
L’irresistibile ascesa della nuova concezione fu sospinta da diversi fattori. Ma uno fu determinante; la crescita del patrimonio gestito in complesso dai cosiddetti «investitori istituzionali»: fondi comuni di investimento, fondi pensione, compagnie di assicurazione e altri tipi di fondi, gran parte del quale è costituito da azioni e obbligazioni emesse da imprese medie e grandi (tra parentesi: definire «investitori» tali attori economici è del tutto scorretto. Un investitore è uno che anticipa capitali al fine di creare un’attività che senza tale anticipazione non vedrebbe la luce. I movimenti di capitale dei suddetti fondi ecc. non perseguono alcun fine del genere: mirano quasi soltanto a realizzare plusvalenze speculative). Nel 1990 il patrimonio di tali cosiddetti investitori toccava i 10 trilioni di dollari; nel 2000 era triplicato; dieci anni dopo superava il Pil del mondo: oltre 60 trilioni di dollari.
Quali gestori di tale colossale patrimonio finanziario, gli investitori istituzionali perseguono, come s’è detto, un unico scopo: far rendere al massimo i capitali loro affidati da chi acquista le loro quote, a prescindere dalle modalità mediante le quali il rendimento viene conseguito. A tale scopo acquistano in genere una quota limitata – di rado superiore al 4-5 per cento – del pacchetto azionario di gran numero di differenti imprese, e da ciascuna pretendono un rendimento pari o superiore al 15 per cento annuo. Un cda di un’impresa può ignorare le pressioni in tal senso di uno o due investitori in possesso delle relative quote; tuttavia se essi cominciano a essere quattro o cinque, accade che o esso si adopera al più presto per soddisfarle, oppure il suo destino, se non anzi quello dell’intera impresa, è segnato.
Le conseguenze sul governo delle imprese sono state micidiali, non solo a causa delle pressioni esercitate dai «proprietari globali» – come sono stati chiamati gli investitori istituzionali, visto che posseggono la metà del capitale azionario complessivo del mondo – ma ancor più dell’urgenza a esse sottesa. Se un’impresa consegue profitti del 10 per cento, e gli investitori pretendono che essi salgano al 15 per cento a breve termine – cioè entro pochi mesi al più tardi – non esistono mezzi strutturali per soddisfare la richiesta, quali sarebbero aumentare l’investimento in ricerca e sviluppo, accrescere le vendite con nuove strategie commerciali, tentare di espandersi in nuovi Paesi, e simili. I mezzi atti a conseguire con rapidità notevoli aumenti del capitale azionario sono altri. Consistono nel riacquisto di azioni proprie, il che fa salire di colpo il loro prezzo o valore in quanto le rende più scarse sul mercato; in qualche sorta di fusione o acquisizione con altre società, eventualmente effettuata con un massiccio ricorso al debito, un’operazione che spinge gli analisti a mirabolanti previsioni sull’aumento del valore borsistico della nuova società, anche se in genere ciò si realizza solo per breve tempo dopo l’operazione; nel brusco licenziamento di alcune centinaia o meglio ancora migliaia di dipendenti, il che fa salire immediatamente il valore del titolo. Non da ultimo, consistono nella compressione sistematica e prolungata dei salari e delle condizioni di lavoro dei dipendenti, che include ogni mezzo possibile per ridurre il peso dei sindacati.
Un altro effetto perverso di simile «finanziarizzazione» del governo dell’impresa è stato sia l’astronomico aumento delle retribuzioni complessive degli alti dirigenti, sia la scomparsa del criterio della competenza e dell’esperienza nel reclutamento dei medesimi. Una volta stabilito che nel governo di un’impresa la priorità massima deve essere assegnata all’aumento del suo valore azionario in borsa, ne segue che per scegliere un manager il requisito primo deve essere la sua capacità di far crescere tale valore, non già la sua competenza nel produrre un determinato complesso di beni o servizi. Con il volenteroso aiuto dei manager, sempre ben disposti a votare nei comitati aziendali istituiti per stabilire il compenso degli alti dirigenti l’aumento del medesimo a favore di qualche collega, con il sottinteso di ricevere al momento giusto lo stesso favore, i relativi compensi sono schizzati alle stelle.
(…)
Senza tuttavia che venisse quasi mai meno l’impegno del dirigente in parola a comprimere diritti dei lavoratori e condizioni di lavoro, a emarginare i sindacati, a delocalizzare produzioni all’estero al fine, più ancora che di conseguire economie di produzione, di disciplinare i lavoratori ancora occupati in patria – nessuno sa fino a quando. Numerosi saggi pubblicati dal 2008 a oggi documentano con innumeri dati l’irresistibile marcia parallela della massimizzazione del valore per gli azionisti e la minimizzazione delle condizioni di lavoro dei dipendenti.
Per tornare alla Olivetti di Ivrea negli anni Cinquanta. La sua responsabilità sociale si esprimeva in salari elevati, un’organizzazione del lavoro rispettosa della persona sulle linee di produzione e montaggio, significative riduzioni d’orario (la Olivetti fu la prima impresa italiana a introdurre, nel 1957, il sabato interamente festivo), massima libertà di espressione e movimento per i sindacati (anche se l’ingegner Adriano non amava la Cgil, che lo considerava un padrone come gli altri), e un’assoluta stabilità dell’occupazione, anche durante la mezza crisi del 1952-53. A ciò si aggiungevano prestazioni da stato sociale scandinavo: scuole interne di formazione per i giovani, case per i dipendenti, ambulatori, asili e colonie per i loro figli, assistenza sociale in caso di bisogno, biblioteche. Che cosa dunque impedisce a un’impresa del presente di riprodurre almeno in parte quella situazione così socialmente responsabile?
(…)
Molto bene, direbbe a questo punto un raro ad convinto a metà dagli argomenti di cui sopra: resta il fatto che il passaggio a un governo dell’impresa orientato a una maggior responsabilità sociale sarebbe comunque ostacolato dal fatto di avere sempre addosso la pressione della proprietà, in specie degli investitori istituzionali. È un’osservazione di peso. Tuttavia anche in questo caso la storia della «fabbrica» di Adriano Olivetti suggerisce forse qualcosa su cui riflettere. Se la proprietà ha il diritto di appropriarsi totalmente del valore aggiunto dell’impresa, compreso quello fittizio derivante da un aumento del valore delle azioni artificiosamente provocato, e nel contempo di disinteressarsi non meno totalmente di quello che succede ai dipendenti, ciò non è dovuto a qualche ferrea legge dell’economia. Avviene perché sta scritto in varie forme nella legge sulle società in vigore. Per introdurre un minimo di uguaglianza tra le due parti sarebbe necessario che la legge sulle società prevedesse esplicitamente che una quota del valore aggiunto prodotto in qualsiasi modo dall’impresa compete di diritto anche ai lavoratori, e che comunque sui modi di produrre quella quota, industriali o finanziari che siano, essi hanno diritto di parola e di decisione.
È vero: una simile legge non esisteva nella Olivetti di Adriano. Ma era «come se» esistesse. E non perché l’ingegner Adriano fosse un imprenditore cosiddetto illuminato. Avveniva perché tutto ciò che faceva al fine di rendere la sua fabbrica un luogo dove la dignità del lavoratore venisse al primo posto rientrava in un disegno politico. Quel disegno che ha esposto in opere quali nessun altro imprenditore si è mai sognato di scrivere (e nemmeno di leggere, temo): ricorderò, ad esempio, L’ordine politico delle comunità. La sorte gli ha impedito di sviluppare il suo disegno affinché la legge che aveva concepito e informalmente applicato per quindici anni all’azienda di Ivrea prendesse una appropriata forma giuridica. Ma la sua lezione rimane, caso mai qualcuno volesse accoglierla: la superiorità di coloro che tutto dispongono e mantengono la loro posizione qualunque cosa accada, e l’inferiorità di coloro che al minimo fremito dell’economia sono buttati nel fosso, per decisione dei primi e con l’aiuto comprensivo del governo, non ha niente a che fare con l’economia. Nel fondo si tratta di una questione essenzialmente politica. Entro la quale va collocata pure l’intera questione della responsabilità sociale dell’impresa.”

Dalla Prefazione dell’autore a L’impresa responsabile. Un’intervista su Adriano Olivetti, di Luciano Gallino.

“L’Europa ha bisogno di una vera e propria rivoluzione”

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“L’Europa cade a pezzi di continuo, ma sembra che a cadere a pezzi sia anche il modo di costituire l’Europa stessa. Ogni volta che tenta di rimettersi in piedi, l’Europa fallisce sempre di più. Ciò di cui abbiamo veramente bisogno è di un’Europa che vada dall’Atlantico al Pacifico e crediamo in questa visione, ma l’Europa ha prima bisogno di una vera e propria rivoluzione. La vera illusione è che gli obiettivi di giustizia sociale, la stabilità finanziaria e la sostenibilità ambientale possano essere raggiunti entro i parametri del sistema capitalistico globale. Le vere cause della miseria del popolo, dopotutto, non provengono dai danni provocati da alcune centinaia di politici o dall’avidità di alcune migliaia di banchieri, ma dalle dinamiche strutturali che, in primo luogo, consentono e premiano tale comportamento. La crisi di oggi non può essere risolta mediante l’introduzione di piccole regole, o tramite una sorta di “chirurgia estetica” di un qualche tipo. Essa può essere risolta solo mediante la trasformazione in un sistema completamente diverso. Ci auguriamo vivamente che l’idea di un’Europa unita possa essere salvata, ma non la fredda Europa tecnocratica di Bruxelles e delle banche che opera solo secondo i dettami del dogma neoliberista, ma un’Europa ri-politicizzata, fondata su un progetto di emancipazione condivisa. L’Unione Europea deve trovare il giusto equilibrio tra il dibattito e il consenso su una visione d’insieme. Questa visione deve permeare tutti gli aspetti della società. Senza questa visione l’Europa non può progredire ma può solo continuare nel suo declino.”

Da “Uno spettro si aggira per l’Europa”. Intervista ai Laibach, a cura di Marco De Baptistis.

Inside Job

Suddiviso in cinque capitoli, il documentario Inside Job esamina la crisi globale del 2008 di cui tutt’ora si pagano le conseguenze, di quello che qualcuno ha definito “tsunami” economico, contestualizzando con precisione la situazione, facendo un passo indietro, mostrando i come e i perché si sia arrivati impreparati a quei drammatici giorni, incapaci di porre rimedio a un meccanismo che, una volta inceppato, ha travolto in maniera inarrestabile l’economia mondiale, causando una recessione senza precedenti.
Avvalendosi di economisti, giornalisti, docenti, alternando interviste e dichiarazioni di banchieri, esponenti politici a materiali d’archivio, il film con un ritmo implacabile – risalendo fino agli anni Ottanta e individuando nella deregolamentazione finanziaria, voluta dall’amministrazione di Ronald Reagan, l’origine del tutto – formula il proprio j’accuse con grande maestria, conducendo lo spettatore in un viaggio all’interno del mondo finanziario statunitense. Ne emerge un ritratto allarmante, un’inquietante relazione tra esponenti del mondo economico e della sfera politica, sia a destra che a sinistra, di ieri e di oggi.
Inside Job – espressione inglese per indicare che chi ha commesso il crimine ha le mani in pasta –  mostrando e “spiegando” quel che è accaduto, rende facilmente comprensibili termini quali cartolarizzazione, strumenti derivati, prestiti predatori.
Charles Ferguson, autore del documentario, laureato a Berkeley in matematica, mostra di conoscere bene la materia di cui parla, costruendo un film teso come un thriller, dal ritmo impeccabile e dalla struttura classica.
Inside Job è risultato vincitore del premio Oscar 2011 per la categoria documentari.

L’Atlantismo è un totalitarismo (3° parte)

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Concludiamo la pubblicazione, in tre parti, del breve saggio di Guillaume de Rouville, autore francese  e curatore del sito l’idiot du village. geopolitique, chaos & idiotie.
Traduzione di M. Guidoni.

Per arrivare ad imporsi, l’Atlantismo ha bisogno (i) di sovvertire le sovranità delle nazioni europee e (ii) di controllarne le opinioni pubbliche. Deve raggirare, indebolire o corrompere tutte le componenti democratiche delle società del nostro continente, al fine di poter avere la meglio sulle ribellioni, i dubbi, le contestazioni alle quali potrebbe trovarsi di fronte. In altre parole, l’Atlantismo attacca direttamente e in profondità i fondamenti della democrazia dei popoli europei, ai quali è richiesto di seguire ciecamente un’ideologia nascosta (perché è impresentabile), senza nome (perché è innominabile) e che li spoglia della loro sovranità e del loro libero arbitrio.

L’Atlantismo sovverte le sovranità nazionali

Senza parlare del numero incalcolabile di governi democraticamente eletti rovesciati dagli Stati Uniti dal 1945 in tutto il mondo, con l’aiuto diretto o la tacita approvazione dei loro alleati Atlantisti, per limitarci all’Europa, si possono segnalare i casi della Grecia e dell’integrazione europea.
In Grecia, all’indomani della seconda guerra mondiale, i Britannici e gli Stati Uniti appoggiano i movimenti di estrema destra e i vecchi collaboratori dei Nazisti al fine di impedire la presa del potere legale da parte dei movimenti democratici progressisti. Le potenze occidentali atlantiste fomentano la guerra civile che si conclude con la vittoria dei loro favoriti e con quasi 200.000 morti. Dopo una evoluzione democratica verso la fine degli anni 60, gli Americani, con l’aiuto delle potenze europee e grazie alle loro reti atlantiste, mettono al potere, nel 1967, una giunta militare che proclama il regno dell’ordine morale [7] e la fine dell’apertura democratica.
L’integrazione europea guidata da Jean Monnet è prima di tutto un progetto atlantista. C’erano sicuramente altre maniere che avrebbero potuto portare alla realizzazione di un’Europa più unita. L’Atlantismo ha fatto la scelta dell’impotenza europea per non contrastare le ambizioni egemoniche degli Stati Uniti. L’Atlantismo ha ridotto la sovranità europea e represso tutti i movimenti indipendenti, gollisti, sovranisti, comunisti, sia di destra che di sinistra. Ha imposto i suoi dirigenti a tutti i livelli della burocrazia europea e a capo dei principali Stati d’Europa, che hanno imposto trattati ingiusti anche quando questi venivano rifiutati dai popoli (come nel 2005 col Trattato costituzionale).
L’Atlantismo europeo ha distrutto, a tappe successive, tutti i principi di sovranità di cui disponevano gli Stati-nazione d’Europa (e quindi lo spazio democratico dei popoli europei).
Ha così attaccato la sovranità (i) elettorale – il principale organo decisionale, la Commissione, non è eletto; i trattati rifiutati dai popoli sono tuttavia imposti; con la sistematica messa da parte della democrazia diretta a vantaggio della democrazia rappresentativa – (ii) monetaria – una banca centrale indipendente dai popoli o dai loro eletti che non presta direttamente agli Stati membri che devono finanziarsi a tassi più elevati sui mercati finanziari-, (iii) di bilancio – mediante l’imposizione della regola d’oro e il controllo dei bilanci nazionali attraverso una commissione composta da tecnocrati non eletti – e (iv) militare – integrazione di tutti i Paesi europei nella NATO.
L’ultimo principio di sovranità attaccato dall’Atlantismo è quello della sovranità militare francese, avendo la Francia resistito più a lungo delle altre nazioni europee al rullo compressore dell’Atlantismo (fu questa la parentesi gollista). Oggi gli Atlantisti propongono la fusione tra la francese EADS e l’inglese BAE allo scopo di togliere alla Francia il pieno controllo della sua catena industriale di armamenti. Domani, mineranno la deterrenza nucleare francese usando il pretesto ecologico antinucleare.
In Francia, la messa all’angolo dei non-atlantisti si è pienamente realizzata sotto la presidenza Sarkozy. La diplomazia (con a capo Bernard Kouchner), l’esercito, i media (grazie agli sforzi di Christine Ockrent) sono stati quasi tutti depurati delle loro componenti non atlantiste. Hollande, da buon cane da guardia dell’Atlantismo, completerà l’opera.
La French-American Foundation e gli Atlantico-Boys
La French American Foundation è un’organizzazione senza scopo di lucro che dal 1976 si dedica a scoprire in Francia uomini e donne influenti suscettibili di vestire i colori dell’Atlantismo.
Qualche vecchio Young Leader della French American Foundation che ci governa in questo momento : François Hollande (1996), Arnaud Montebourg (2000), Pierre Moscovici (1996). Nell’opposizione, il più in vista è Jean-Francois Copé.
Una lista non esaustiva degli Atlantico-Boys in Francia (oltre a quelli già menzionati) e della loro rete: Alain Finkielkraut, André Glucksmann, Bernard Kouchner, Bernard-Henri Lévy, Alexandre Adler, Caroline Fourest, Frédéric Encel, Philippe Val, Francois Heisbourg, Mohamed Sifaoui, Jean-Claude Casanova, Pierre Rosanvallon, Alain Minc, Jean Daniel, Pierre-André Taguieff; la rivista Commentaire, la Fondation Saint Simon (sciolta nel 1999), il Cercle de l’Oratoire, l’Institut Turgot, l’Atlantis Institute, le riviste Le Meilleur des MondesLa Règle du JeuLe Nouvel ObservateurLe MondeLibération, ecc.

L’Atlantismo è un controllo e una manipolazione delle masse

“La consapevole e intelligente manipolazione di abitudini e opinioni organizzate delle masse è un importante elemento nella società democratica. Coloro che manipolano questo invisibile meccanismo della società costituiscono un governo nascosto che rappresenta il vero potere decisorio del paese”.
Propaganda, par Edward Bernays, 1928.

“L’Atlantismo è nato all’inizio della guerra fredda. Negli anni 50, un vasto programma chiamato Operazione Mockingbird, oggi ben documentato, è stato messo in atto dalla CIA per infiltrare i media nazionali e stranieri e influenzare i loro contenuti affinché questi ultimi si mostrino favorevoli agli interessi americani. La metodologia consisteva nel fornire rapporti redatti a partire da informazioni della CIA ai giornalisti consapevoli o inconsapevoli di questa manovra. Queste informazioni erano poi trasmesse dai giornalisti e dalle agenzie di stampa”.
11-Septembre: de la misère journalistique à la logique de collabos, de Lalo Vespera, ReOpen911.info

Senza la collaborazione dei media, non sarebbe possibile all’Atlantismo imporre i suoi principi all’opinione pubblica. I media sono parte integrante della macchina da guerra atlantista. Per creare il consenso e il pensiero unico in una società aperta bisogna controllare l’informazione. Perciò è necessario mettere a capo dei principali media dei servi zelanti dell’Atlantismo. In Francia, nel settore privato dei media, solo pochi grandi gruppi industriali appartenenti a una nebulosa oligarchia sono nei posti di comando (mercanti d’armi e industriali che vivono in parte grazie alle commesse statali): è naturale per loro servire gli interessi del più forte (il periodo della collaborazione con i Nazisti sta ancora a ricordarcelo [8]). Nel settore pubblico, il Presidente della Repubblica e la sua cerchia scelgono le loro cinghie di trasmissione che infonderanno lo spirito di sottomissione negli ingranaggi della macchina della disinformazione.
I responsansabili dell’informazione commettono dei crimini mediatici nel momento in cui si rendono semplici esecutori della propaganda atlantista, come abbiamo visto durante la guerra contro la Serbia, durante l’invasione dell’Afghanistan e il bombardamento della Libia da parte della NATO, durante la guerra in Irak, la destabilizzazione della Siria (sempre da parte della NATO) o come stiamo costatando a proposito della continua pulizia etnica di cui sono vittime i Palestinesi. In ognuno di questi casi, i media avallano le spiegazioni ufficiali, gli danno forza e credibilità, presuppongono intenzioni umanitarie, anche se coprono crimini che dovrebbero sollevare la nostra indignazione e portare all’incriminazione giudiziaria e politica dei loro principali responsabili.
Il tabù creato attorno all’11 Settembre è sintomatico della maniera in cui viene costruito il pensiero unico in una società in cui si presume regnino la libertà di espressione e la diversità dei punti di vista. Si demonizza chi osa porre domande, si dà la caccia alle teste calde, a cui viene data la responsabilità dei crimini peggiori del secolo scorso, li si ridicolizza. Si erigono nell’opinione pubblica barriere psicologiche invalicabili (attraverso accuse come quelle di antisemitismo, di negazionismo e di revisionismo) affinché la coscienza del cittadino non arrivi a vedere quello che c’è dietro; si erigono muri nelle coscienze per racchiudere il consenso nel solo campo di possibilità ammesse dagli atlantisti.
C’è una forma d’intolleranza radicale verso il pensiero alternativo che è mantenuto racchiuso nella Rete. Quest’intolleranza è radicale nel senso che stigmatizza i «devianti» e tenta di farne dei paria da mettere al bando della società e che giunge a chiudere del tutto, per il pensiero dissidente, l’accesso ai grandi media che contano, quando si tratta di discutere i fondamenti dell’Atlantismo.
La psiche degli Europei al servizio dell’Atlantismo
«Gli Europei non si sono mai liberati psicologicamente dallo stato di dipendenza nel quale sono caduti alla fine della seconda guerra mondiale. Col pretesto che gli Stati Uniti sono venuti a liberare gli Europei più di 60 anni fa, si vorrebbe che oggi questi ultimi abbandonino ogni volontà di indipendenza e ogni aspirazione a scegliere un modello di sviluppo alternativo. Non c’è alcuna logica in tutto ciò. Gli Stati Unti dovrebbero forse essere eternamente sottomessi alla Francia sulla base del pretesto che grazie alle armi, alle finanze e, in definitiva, alla flotta di Luigi XVI [9] gli Americani hanno potuto ottenere la loro indipendenza dall’Inghilterra? Che gli Europei siano riconoscenti agli Stati Uniti per il loro coinvolgimento nelle due Guerre Mondiali, è giusto e sacrosanto. Come è ugualmente giusto che gli Americani siano riconoscenti nei confronti della Francia per il sostegno che questo Paese ha dato loro in un momento decisivo della loro storia [10]. Ma la riconoscenza non deve portare alla dipendenza e al vassallaggio. Ѐ normale che le élites europee si lascino mantenere in questa condizione di dipendenza o che non cerchino affatto di contrastarla? Il semplice rispetto di se stessi dovrebbe essere sufficiente a che ognuno rifiuti di considerarsi il soggetto di un’altra persona. Accettare di sottomettersi è un’attitudine morale e psicologica perniciosa e umiliante. C’è, in realtà, una sicura umiliazione nel lasciarsi dettare il proprio stile di vita e nell’andare sempre a cercare i propri riferimenti culturali, politici, economici oltreatlantico, senza mai porsi una domanda sui loro valori e sui loro benefici.», La Démocratie ambiguë.

Concludere per finire

Abbiamo fatto una breve raccolta delle caratteristiche atlantiste. Si tratta di una panoramica certamente incompleta, ma i tratti principali bastano già da soli a disegnare il ritratto di un totalitarismo contemporaneo non meno pericoloso e inquietante di quelli che lo hanno preceduto. Che si inventi un nemico reale o immaginario o un nemico che diventa reale a forza di essere immaginato (e sperato), i crimini dell’Atlantismo non possono essere scusati sotto il falso pretesto che il suo alter ego nel male (l’islamismo radicale) ne commetterebbe di uguali o che il suo modello (il totalitarismo imperialista del suo padrone) gli intimerebbe l’ordine di perpetrarli. L’Atlantismo ha bisogno del crimine dell’altro per commettere il suo in piena impunità e con la coscienza pulita.
Nell’essenza della sua logica c’è la morte degli altri, la guerra generalizzata, la miseria su larga scala. L’Atlantismo è infatti un’ideologia di genocidio, proprio come l’imperialismo americano. Caratterizzazione esagerata che discredita chi la utilizza, direbbero alcuni? Banalizzazione di un crimine che non può essere evocato alla leggera, diranno altri? Poniamoci allora questa semplice domanda: quanti morti e quante sofferenze ci sono al suo attivo (come autore o come complice)? La risposta dello storico è chiara e netta: milioni di vittime dalla fine della seconda guerra mondiale; milioni dalla caduta del muro di Berlino [11] e un lungo fiume di ombre, di sangue e di sofferenze che non cessa di scorrere in tutti i continenti.
La lotta contro l’Atlantismo è per noi Europei la grande avventura umana di quest’inizio di secolo. A ognuno il compito di prendervi parte secondo i propri mezzi e le proprie credenze. Che sia credente o non lo sia, fortunato o sfortunato, qui o altrove, ognuno può fare la sua parte nella lotta contro la fatalità dell’Atlantismo che trascinerà con essa, se sarà necessario al suo trionfo, i cadaveri della democrazia e della pace nei carnieri del capitalismo. La lotta contro l’Atlantismo è un umanesimo.

Note
[7] Su questo argomento si veda il film de Costa Gavras: Z.
[8]  Vedi: “Le Choix de la Défaite”, d’Annie Lacroix-Riz, Éditions Armand Colin, 2010.
[9] Ѐ grazie all’appoggio decisivo della flotta francese, diretta dal conte di Rochambeau, che gli Stati Uniti vinsero la battaglia di Yorktown nel 1781, importante punto di svolta della Guerra d’Indipendenza.
[10] Durante la Guerra d’Indipendenza degli Stati Uniti contro la Gran Bretagna, fra il 1775 e il 1783.
[11] A titolo d’esempio: il genocidio degli indigeni in Guatemala dopo il colpo di Stato del 1954; l’embargo all’Irak che uccise centinaia di migliaia di bambini in un periodo di 10 anni; la mattanza del Congo da oltre 15 anni con l’aiuto dei grandi gruppi occidentali che, fino ad oggi, è costata la vita a circa 4 milioni di civili.

(Fonte)

L’Atlantismo è un totalitarismo (2° parte)

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Proseguiamo la pubblicazione, in tre parti, del breve saggio di Guillaume de Rouville, autore francese e curatore del sito l’idiot du village. geopolitique, chaos & idiotie.
Traduzione di M. Guidoni.

Autoritratto del totalitarismo
Vediamo ora, a grandi linee e per dare qualche riscontro, le principali caratteristiche che ci permettono di dire che l’Atlantismo è a tutti gli effetti un totalitarismo.

1. L’Atlantismo è un imperialismo

“Quale dovrebbe essere quel ruolo? Una egemonia globale benevolente. Avendo sconfitto “l’impero del male”, gli Stati Uniti godono di un predominio strategico e ideologico. Il primo obiettivo della politica estera statunitense dovrebbe essere di preservare e innalzare quel predominio rafforzando la sicurezza dell’America, sostenendo i propri amici, curando i propri interessi, e difendendo i propri principi nel mondo”.
Toward a Neo-Reaganite Foreign Policy, di William Kristol e Robert Kagan, Foreign Affairs, luglio/agosto 1996.

Ѐ un’ideologia che serve uno Stato militarizzato (gli Stati Uniti [2]) che ha fatto ricorso (a) al terrore – guerre preventive, rapimenti, deportazioni nei campi di tortura, assassini extragiudiziali quotidiani, ecc.- (b) alla paura – minaccia terroristica strumentalizzata fra le sue popolazioni e (c) alle minacce – di ritorsioni economiche contro gli Stati recalcitranti, di guerre su tutti i fronti, di colpi di Stato – per imporre sulla superficie del globo la sua visione ultra-liberista e per accaparrarsi, con la forza distruttiva, le risorse naturali di cui essa pensa di aver bisogno per il suo dominio.
Ѐ un’ideologia al servizio di una visione egemonica della potenza americana. Quest’ultima rivendica il suo carattere egemonico: (i) nel dominio militare, attraverso i think tanks neoconservatori come il Project for a New American Century (e la sua manifesta volontà di impedire l’emergere di qualunque potenza capace di rivaleggiare con quella degli Stati Uniti) o l’American Entreprise Institute e, infine, attraverso la sua dottrina militare ufficiale chiamata Full Spectrum Dominance; (ii) nel dominio economico e finanziario con, fra le altre cose, l’imposizione del dollaro come moneta di scambio internazionale; (iii) nel dominio culturale, con la messa in atto di un programma di corruzione delle élites occidentali e internazionali, soprattutto attraverso, l’operazione Mockingbird [3] negli anni 50 e il National Endowment for Democracy oggi.
L’Atlantismo aderisce, senza proferir parola e come un buon soldato, a questa proiezione planetaria di un ego che non è il suo. Senza l’Atlantismo la visione egemonica degli Stati Uniti non potrebbe avere il carattere globale che essa ha oggi. L’Atlantismo partecipa pienamente all’insieme dei crimini commessi in nome di quest’ego smisurato, sia direttamente, sia giustificandoli o trasformandoli, davanti ai suoi popoli, in “azioni umanitarie’.

2. L’Atlantismo è un terrorismo

“Alla fine della Guerra Fredda, una serie di inchieste giudiziarie condotte su misteriosi atti di terrorismo commessi in Francia costrinse il Primo ministro italiano Giulio Andreotti a confermare l’esistenza di un’armata segreta in Francia come in altri Paesi dell’Europa occidentale membri dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO). Coordinata dalla sezione delle operazioni militari clandestine della NATO, quest’armata segreta era stata messa in piedi dall’Agenzia centrale americana d’informazioni (CIA) e dai servizi segreti britannici (MI6 o SIS) all’indomani della seconda guerra mondiale allo scopo di lottare contro il comunismo in Europa occidentale. […] Se dobbiamo credere alle fonti secondarie oggi disponibili, le armate segrete si sono ritrovate implicate in tutta una serie di azioni terroriste e di violazioni dei diritti umani per le quali sono stati accusati i partiti di sinistra al fine di screditarli agli occhi degli elettori. Queste operazioni, che miravano a diffondere un clima di paura fra le popolazioni, comprendevano attentati a treni o mercati (in Francia), l’uso sistematico della tortura contro gli oppositori al regime (in Turchia), il sostegno ai tentativi di colpi di Stato d’estrema destra (in Grecia e in Turchia) e il pestaggio di gruppi di oppositori.”
Les Armées secrètes de l’OTAN, Daniele Ganser, Éditions Demi- Lune, pagina 24.

Dagli attentati degli Anni di piombo in Italia al conflitto in Afghanistan, dalla guerra del Kosovo all’aggressione contro la Libia e dalla destabilizzazione della Siria fino alla preparazione d’un attacco contro l’Iran [4], il terrorismo è stato uno dei mezzi privilegiati dall’Atlantismo per il raggiungimento dei suoi obiettivi.
Per imporsi all’Europa del dopoguerra, l’Atlantismo non ha esitato ad utilizzare il metodo terrorista degli attentati sotto falsa bandiera: in Italia, per esempio, per screditare le forze di sinistra gli Atlantisti hanno usato le bombe, negli anni 60 (attentato di piazza Fontana a Milano), 70 e 80 (attentato della stazione di Bologna) nei luoghi pubblici con l’intenzione di uccidere persone innocenti. Grazie alla potenza dei suoi media l’Atlantismo ha potuto attribuire quelle stragi all’opera di gruppuscoli d’estrema sinistra e giustificare, così, la progressiva emarginazione del pensiero progressista in quei Paesi e assicurare il trionfo della loro ideologia.
Oggi, per destabilizzare i Paesi che contestano uno dei suoi sei pilastri, esso strumentalizza su larga scala, sotto la spinta degli Stati Uniti, il terrorismo islamico (principalmente wahabita-salafita) con l’aiuto dei suoi alleati, che sono l’Arabia Saudita e il Qatar: è stato visto all’opera, in particolare, in Serbia, in Cecenia, in Libia e in Siria. Esso utilizza la stessa leva per creare sacche di terrorismo che gli consentano (i) di arricchirsi vendendo armi e consulenze nel quadro della guerra al terrorismo, (ii) di estendere il numero dei suoi interventi e basi militari (quelle della NATO o solo degli Stati Uniti, a seconda delle situazioni) là dove esso vi vede un interesse geostrategico e (iii) di dare sostanza alla teoria dello scontro di civiltà, che gli permette di ottenere l’approvazione popolare delle sue politiche di conquista.
Il terrorismo è, più generalmente, nel cuore della dottrina e delle strategie militari delle democrazie occidentali e in particolare di quelle degli Stati Uniti (dottrina Shock and Awe) che le mettono in opera, soprattutto, attraverso la NATO (per maggiori dettagli su questo argomento, rinviamo ad un articolo precedente: Dommages Collatéraux: la face cachée d’un terrorisme d’État).
Qui si vede bene che l’Atlantismo è sempre e solo l’esecutore docile, ma consenziente, dell’imperialismo americano da cui deriva tutti i concetti (guerra contro il terrorismo, scontro di civiltà) e le strategie (manipolazione del terrorismo islamico). Quando gli fa comodo (per gestire la sua opinione pubblica interna), l’imperialismo americano lascia giocare il ruolo di protagonista agli Atlantisti europei, ma solo in apparenza, come in Libia, dove Nicolas Sarkozy e David Cameron hanno fatto a gara per mettersi in mostra, anche se tutte le operazioni militari erano dirette, in realtà, dall’esercito americano.

3. L’Atlantismo è un razzismo

“Questa logica del “Mussulmano colpevole per natura’, solo perché Mussulmano, è alla base dell’istituzionalizzazione della tortura da parte degli Stati Uniti che possono così sottoporre a trattamenti disumani migliaia di persone in giro per il mondo (Guantanamo non è che uno dei campi di tortura diretti dall’amministrazione americana) sulla base di un semplice sospetto di “terrorismo”, sospetto che non è oggetto di alcun controllo giudiziario. La colpevolezza di un Mussulmano non ha bisogno di essere provata, essa si deduce dalla sua stessa natura. Si tratta qui di una forma di essenzialismo, che è esso stesso una forma radicale di razzismo” .
L’esprit du temps ou l’islamophobie radicale.

Per giustificare la sua guerra contro il terrorismo e lo scontro di civiltà, l’Atlantismo stigmatizza l’Islam e cristallizza il Mussulmano con tratti poco lusinghieri: il Mussulmano sarebbe per natura un nemico degli Occidentali, perfino del genere umano, dei valori democratici e della pace. Una volta cristallizzato, è più facile andare a ucciderlo; poiché le popolazioni occidentali non vedranno altro nelle sofferenze dei Mussulmani che la giusta punizione da riservare alla feccia dei popoli.
L’islamofobia, il nazionalismo pro-occidentale e il sionismo – che è una forma di razzismo e di etnicismo – sono al centro della matrice ideologica atlantista. La cosa più sorprendente, senza dubbio, e la più inquietante, è che questi elementi sono condivisi dalle élites (e in parte dai popoli occidentali) al di là del divario politico destra-sinistra. Si può arrivare all’islamofobia radicale per vie opposte: il difensore della laicità vi arriverà in nome del suo odio per le religioni, il piccolo borghese socialdemocratico in nome del femminismo o della difesa dell’omosessualità; il conservatore in nome della protezione delle sue radici minacciate; il sionista in nome del diritto di un popolo eletto al suo spazio vitale, anche se ciò deve passare per la pulizia etnica di un altro popolo, ecc.

4. L’Atlantismo è un antiumanesimo

A partire dal 2001, l’Europa ha fallito nel difendere i diritti dell’uomo sul proprio suolo e si è resa complice di gravi violazioni del Diritto internazionale in nome della “guerra al terrorismo”. Dei cittadini europei o stranieri sono stati prelevati dai servizi segreti americani sul suolo europeo al di fuori di qualunque disposizione legale – si tratta delle “extraordinary renditions” – e sono stati condotti nelle prigioni segrete della CIA, alcune delle quali situate in Paesi europei“.
ReOpen911.info

Esso si fonda sul dogma dell’infallibilità democratica, che vuole che gli Occidentali non possano mai agire male né commettere dei crimini di massa, perché essi rappresenterebbero delle società democratiche aperte. Essi sono dunque liberi di bombardare civili e obietivi economici, di assassinare cittadini di tutto il mondo, di destabilizzare i regimi che non gradiscono e, così facendo, eserciteranno semplicemente il diritto del migliore, un modo per dire, in modo più aristocratico, il diritto del più forte. L’altro non è il simile o il fratello umano; l’altro è l’avversario, il nemico, un essere non civilizzato, a malapena un essere. Si può allegramente negare la sua umanità o trattarlo come una variabile geopolitica.
Vincere non gli basta, deve disumanizzare, torturare, umiliare, violare, degradare, distruggere. Gli Atlantisti hanno collaborato militarmente, economicamente, diplomaticamente, mediaticamente a tutti i progetti disumani degli Stati Uniti: per limitarsi ad esempi recenti, si potranno citare il campo di tortura di Guantanamo (diventato campo di addestramento di gihadisti al servizio dell’impero), Abu Ghraib in Irak e l’umiliazione dei prigionieri, la morte filmata di Gheddafi, le esecuzioni sommarie (in special modo quelle coi droni), i rapimenti effettuati dalla CIA in suolo europeo (extraordinary rendition) e i danni collaterali in Afghanistan, ecc.
Da un altro punto di vista, si può anche dire che l’Atlantismo è un’alienazione consumista: l’uomo non è sacro; può essere ucciso per realizzare obiettivi economici e geostrategici. Questa profanazione dell’uomo che viene fatta a vantaggio della merce (i cui marchi, essi, sì, sono intoccabili) è intrinsecamente mortale. Il profitto è al di sopra dell’uomo: per quanto riguarda la Francia, possiamo fare gli esempi dello scandalo del sangue contaminato e del Mediator del gruppo Servier.
Hollande e Jules Ferry
Non è un caso che François Hollande abbia scelto Jules Ferry come patrono laico della sua “presidenza normale”. Jules Ferry rappresenta perfettamente l’ideale atlantista: l’uomo che è capace di utilizzare la democrazia per servire le banche e il colonialismo, ingannando la gente con qualche concessione sociale di sinistra. Non recherà mai danno ai pilastri del potere bancario e ai capitalisti colonizzatori. Conquistatore al servizio dei potenti, è un razzista che non si rammarica di nulla, nonostante i crimini dei suoi amici partiti per colonizzare terre lontane.

5. L’Atlantismo è un neo-colonialismo

Se il braccio armato dell’Atlantismo è la NATO, il suo braccio economico è costituito dal binomio FMI-Banca Mondiale. Queste due istituzioni (nelle mani degli Stati Uniti e degli Europei), per mantenere i Paesi in via di sviluppo alle dipendenze degli Occidentali, hanno utilizzato le tre leve principali seguenti [5]: (i) l’indebitamento degli Stati e dei popoli [6], (ii) la privatizzazione delle loro economie e delle funzioni sovrane dello Stato a beneficio delle grandi aziende occidentali (i famosi piani di aggiustamento strutturale) e (iii) l’apertura forzata delle loro economie al libero scambio e alla concorrenza mondiale (anche se non vi sono preparati e si trovano in una situazione di sicura vulnerabilità di fronte all’Occidente).
L’Atlantismo commette consapevolmente dei crimini economici di massa per il profitto di pochi eletti: così facendo, dimostra la sua fedeltà ai principi dell’ultra-liberalismo esaltato dalla prima potenza mondiale, che subordina i valori umani al fondamentalismo del mercato.

Note
[2] Gli Stati Uniti hanno un bilancio militare annuo equivalente a quello di tutti gli altri Paesi messi insieme.
[3] Si veda infra.
[4] Nel settembre 2012, gli Stati Uniti hanno ritirato dalla lista delle entità da loro considerate terroriste l’organizzazione dissidente iraniana Moudjahidin-e Khalk (MEK) che compie regolarmente attentati sul suolo iraniano.
[5] L’Europa cerca di imporre ciò, chiaramente, attraverso gli Accordi di Partenariato Economico.
[6] Per i popoli, attraverso lo sviluppo incontrollato della microfinanza.

(Fonte)

L’Atlantismo è un totalitarismo (1° parte)

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Iniziamo la pubblicazione, in tre parti, del breve saggio di Guillaume de Rouville, autore francese e curatore del sito l’idiot du village. geopolitique, chaos & idiotie.
Traduzione di M. Guidoni.

Un dovere d’introspezione
L’Atlantismo è l’ideologia dominante delle società europee attuali, quella che avrà di sicuro più influenza sul divenire dei nostri destini comuni; tuttavia è una di quelle ideologie quasi nascoste di cui si parla apertamente solo nel cerchio ristretto del mondo alternativo. Sono Atlantisti tutti gli europei che collaborano alla visione egemonica degli Stati Uniti e condividono la sua particolare ideologia che risponde al candido nome di imperialismo. In altre parole, l’Atlantismo è l’ideologia degli esecutori servili dell’ideologia imperialista americana; esso le è subordinata e dalla sua sottomissione non raccoglie che le briciole cadute a terra dalla mensa dopo il banchetto dell’imperatore.
Ѐ un’ideologia minore che fa parte di un’ideologia maggiore. Ѐ a un tempo vile e aggressiva: vile, perché gioca solo ruoli secondari; aggressiva, perché prende in prestito dal proprio padrone d’oltre atlantico le sue visioni egemoniche deliranti e tutte le sue caratteristiche totalitarie. Ѐ un totalitarismo nel totalitarismo, un dominio dei dominati, un imperialismo di servi e di schiavi diventati maestri nell’arte di sottomettersi. Parlare dell’Atlantismo europeo è parlare del progetto imperialista americano e viceversa. La sola cosa che li distingue è la loro posizione nella gerarchia totalitaria: il primo non è che l’emanazione del secondo, non si definisce che attraverso di esso, si accontenta di imitarlo e di obbedirgli in tutto; in compenso, non gli è alla pari in nulla.
Ogni continente ha i suoi collaboratori al servizio dell’imperialismo americano, ogni zona d’influenza di quest’ultimo ha il suo proprio Atlantismo. Potremmo così accontentarci di evocare le caratteristiche totalitarie dell’imperialismo americano per comprendere l’Atlantismo. Ma la posizione di subordinazione che gli Europei hanno adottato in relazione al loro modello nordamericano è il risultato di una scelta delle nostre élites con la quale dobbiamo confrontarci direttamente, piuttosto che imputare ogni forma di responsabilità sull’oligarchia americana. Prendiamoci la nostra parte di responsabilità, guardiamo come veramente siamo, facciamo il lavoro d’introspezione necessario prima di rialzare la testa e ritrovare la nostra dignità. Poiché, prima di poter ribellarsi contro i propri padroni, bisogna sapersi percepire come schiavi e riconoscere la parte di consenso e di codardia che c’è in questa situazione.

Da un totalitarismo all’altro
Le caratteristiche di questa ideologia sono numerose e non rivestono tutte la stessa importanza, ma evidenziano molto chiaramente una ideologia totalitaria che ha sue proprie specificità che non si ritrovano necessariamente nella stessa forma nei totalitarismi eretti a modelli cristallizzati come lo stalinismo o il nazismo. Non ci sembra utile, in effetti, paragonare l’Atlantismo ad altri totalitarismi del passato, poiché può esserci un totalitarismo a sé stante che non condivide necessariamente tutte le caratteristiche dei modelli più compiuti, modelli che appartengono a un’altra epoca.
Ci sono gradi diversi nel totalitarismo atlantista; come ci sono diversi modi di subirlo. A seconda che si sia un popolo dell’Africa o del Medio Oriente o un cittadino tedesco o francese appartenente alla classe dei privilegiati, il totalitarismo atlantista non sarà vissuto nella stessa maniera. Se globalmente è assassino, esso può essere localmente benefico per una minoranza. In altre parole, il totalitarismo atlantista è a geometria variabile (il suo carattere è ambiguo): tanto spietato e brutale verso gli uni, può divenire più compassionevole e portatore di qualche beneficio per coloro che lo rispettano e chinano il capo di fronte alla sua potenza. Esso è ugualmente presente ovunque e quasi mai tollera la contestazione, soprattutto quando questa assume un carattere di minaccia per il suo dominio.
Infatti, se potete contestarne gli aspetti secondari e godere, nel farlo, della più totale libertà, non vi sarà mai permesso di attaccarne, con la forza dei fatti [1], i fondamenti: (1) il liberismo finanziario e la potenza delle banche, (2) il dominio del dollaro negli scambi internazionali, (3) le guerre di conquista del complesso militar-industriale volte all’accaparramento delle risorse naturali dei Paesi lontani dai suoi valori; (4) l’egemonia totale degli Stati Uniti (in campo militare, economico e culturale) da cui riceve le sue direttive e la sua ragion d’essere; (5) l’alleanza incrollabile con l’Arabia Saudita (principale Stato terrorista islamico del mondo); (6) il sostegno senza eccezione al sionismo.
L’Atlantismo è, in effetti, un totalitarismo che definisce una libertà controllata, limitata agli elementi che non la rimettono in causa; una libertà senza conseguenza; una libertà senza portata contestataria; una libertà consumistica e libidica; una libertà impotente. Ѐ una libertà che ci rivolge questo messaggio: «Schiavo, fa’ ciò che vuoi, purché mi baci i piedi e lavori per me».
Per giudicare il carattere totalitario dell’Atlantismo, conviene averne uno sguardo generale e vedere come opprime e come uccide, in un luogo qualsiasi del pianeta. Poco ci importa che possa essere tollerabile per intere popolazioni (le élites occidentali e i loro protetti), se poi si rende terribile e spietato per il resto dell’umanità, poiché la sua mansuetudine agli occhi di alcuni non lo rendono migliore o meno criminale. Così, la sua ambiguità è il risultato della percezione che possiamo averne quando ci mettiamo nella pelle dell’uomo bianco occidentale. Perché, se proviamo per un istante a metterci al posto degli Iracheni, dei Libici, dei Siriani (tre esempi fra i tanti), la sua essenza perde l’ambiguità e si rivela per ciò che è: una potenza criminale che corrompe l’umanità e i valori democratici.

Nota
[1] Le parole delle minoranze alternative sono raramente dei fatti nel senso che possono cambiare il corso delle cose.

(Fonte)