Agli yankee non piacciono le Tigri

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All’inizio del mese scorso, l’ambasciata statunitense a Colombo, capitale dello Sri Lanka, ha rilasciato una dichiarazione nella quale si rallegra per le recenti vittorie dell’esercito nazionale contro le Tigri del Tamil, che hanno condotto alla “liberazione” di Kilinochchi – la città che per un decennio è stata la capitale dell’enclave Tamil nelle parti settentrionale ed orientale dell’isola – e sprona il governo a proseguire sulla strada dell’annichilimento del movimento guerrigliero. Il passaggio chiave della dichiarazione recita che “Gli Stati Uniti non sono favorevoli a negoziati fra il governo dello Sri Lanka e le Tigri, un gruppo definito dall’America come organizzazione terroristica sin dal 1997”.
A distanza di poche ore, il governo ha formalmente messo al bando le Tigri. La rinnovata capacità militare dell’esercito è quasi interamente dovuta al sostegno ricevuto negli ultimi tempi da Washington direttamente o da alcuni suoi alleati chiave. Il Pentagono ammette di aver fornito addestramento per l’attività di contrasto alla guerriglia alle truppe dello Sri Lanka, così come notizie di intelligence ed armi non-letali. Fra queste, sofisticate attrezzature radar che hanno permesso a Colombo di smantellare le rotte marittime di rifornimento dall’India. Contemporaneamente, Israele ed il Pakistan hanno fornito all’esercito un largo arsenale di armamenti tecnologicamente avanzati.
Nel gennaio 2006, solo poche settimane dopo l’insediamento del nuovo governo e le sue denuncie circa le supposte eccessive concessioni fatte alle Tigri da quello precedente, l’allora ambasciatore USA Jeffrey Lunstead minacciò le Tigri che se non avessero rapidamente aderito ad un accordo secondo le condizioni espresse dal governo, avrebbero dovuto fronteggiare “un esercito più forte, capace e determinato”. A scanso di equivoci, Lunstead aggiunse: “Per mezzo dei nostri programmi di addestramento militare e di assistenza, inclusi gli impegni riguardo il controterrorismo ed il blocco delle transazioni finanziarie illegali, stiamo collaborando a formare la capacità del governo dello Sri Lanka di proteggere il suo popolo e difendere i propri intereressi”.
Il corrispettivo di questo sostegno è stato l’Access and Cross Servicing Agreement, firmato nel marzo 2007, che consente alle unità della Marina e dell’Aviazione statunitense di utilizzare le infrastrutture dello Sri Lanka.
Ad ogni modo, la venticinquennale guerra civile nello Sri Lanka rappresenta un disastro per il popolo intero, sia la maggioranza singalese che la minoranza Tamil. Più di 70.000 persone, su una popolazione di circa 19 milioni, sono rimaste uccise. Qualcosa come 800.000 Tamil hanno abbandonato l’isola ed un altro mezzo milione sono profughi interni, di modo tale che un terzo della popolazione Tamil è stata sradicata dalle proprie case. D’altro canto, oggi la sfera militare conta per il 17% del bilancio nazionale, mentre il presidente Mahinda Rajapakse ha avvisato la popolazione che, nonostante le disastrose condizioni economiche del Paese, esso dovrà sostenere ulteriori “sacrifici”.

L’agente Sion

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Riceviamo il seguente comunicato del Comité comprendre et agir contre la guerre di Marsiglia e volentieri pubblichiamo.

Nel confermare a Gaza, nella maniera più bieca, di aver sempre perseguito una politica volta all’eliminazione totale della presenza palestinese nella terra di Palestina, lo Stato sionista rivela al mondo intero la sua natura di stato guerresco, razzista e reazionario. Le sofferenze che esso infligge al popolo palestinese mostrano l’orribile realtà di questa Stato che, fondato dall’ONU, continuamente insulta l’ONU.

Stato guerrafondaio
In guerra permanente, Israele – 6 milioni di abitanti, pari cioè ad un millesimo della popolazione mondiale – è un attore importante del mercato mondiale delle armi: 6° importatore e 12° esportatore. Queste cifre sono da prendere con cautela, perché inficiate dalla profonda interconnessione tra il complesso militar-industriale statunitense ed il suo fratello minore israeliano (interconnessione voluta ed organizzata dal potere statunitense).
Per esempio: General Dynamics, uno dei grandi produttori di armi degli USA, è proprietario al 25% di Elbit, che è il secondo produttore di armi israeliane. Bisogna dunque imputare il 25% delle vendite di armi del primo allo Stato del secondo?
Armi di distruzione di massa: Israele possiede tante armi nucleari quanto quelle dell’India e del Pakistan messe insieme. Dispone, inoltre, di armi chimiche e batteriologiche. Israele consacra il 9% del suo prodotto interno lordo alla guerra: una delle cifre più elevate in tutto il mondo.

Stato reazionario su scala mondiale
Da più di 60 anni in guerra con i Palestinesi e gli Stati vicini, che di volta in volta hanno tentano di sostenerli, Israele ha sviluppato tecnologie ed industrie di guerra che vende al mondo intero. Questa attività permanente e costitutiva dello Stato sionista assume forme diverse:
– vendita di materiali di guerra o di sorveglianza poliziesca o di spionaggio;
– addestramento di personale alla lotta antiguerriglia;
– inquadramento di milizie paramilitari nei Paesi dove il regime al potere è minacciato da rivolte popolari.

Ecco qualche esempio tra i numerosi :
– Colombia: le competenze sioniste sono state messe al servizio del narco-presidente Uribe per aiutarlo a distruggere la guerriglia delle FARC;
– Georgia: i consiglieri militari israeliani hanno addestrato l’esercito georgiano per l’attacco dell’Ossezia del sud e dell’Abkhazia ed hanno installato sul suolo georgiano basi missilistiche che possono attentare la sicurezza dell’Iran;
– Azerbaigian: addestramento di ufficiali in Israele;
– India: Israele è il secondo fornitore di armi dell’India ed i gruppi induisti «fondamentalisti» sono addestrati da agenti israeliani per organizzare azioni di terrorismo contro la popolazione musulmana;
– Pakistan: nell’attuale operazione di destabilizzazione del Paese che ha come obiettivo la distruzione dell’armamento nucleare pakistano, battezzato dai sionisti come «la bomba atomica musulmana», i servizi segreti sionisti giocano un ruolo molto attivo;
– Sri Lanka: consiglieri israeliani aiutano il governo di Colombo nella lotta di sterminio dei ribelli Tamil;
– Sudan: consiglieri israeliani hanno formato i ribelli del Sud del paese per aiutarli a far cadere il regime di Khartum che ha sempre sostenuto i Palestinesi;
– Stati Uniti: la sorveglianza del muro di 3.500 km che separa gli USA dal Messico è assicurata da materiale israeliano.

Spesso accade che Israele, dietro le quinte, faccia il lavoro sporco di vendere le armi a contro-rivoluzionari quando gli USA vogliono «mantenersi le mani pulite». Ci ricordiamo, ad esempio, che nell’operazione segreta «Irangate» alcuni intermediari israeliani fornirono armi statunitensi all’Iran per evitare che l’Irak vincesse la guerra e che con il ricavato della vendita questi intermediari, su richiesta degli USA, consegnarono armi alla controguerriglia nicaraguense.

Questo commercio della morte è tanto più fiorente, quanto questi strumenti e queste tecnologie vengono sperimentate su bersagli palestinesi vivi.
Solo la disfatta dello Stato sionista può mettere fine a questo mercato insanguinato.
Lo Stato sionista non è soltanto il boia del popolo palestinese, esso è anche un ingranaggio importante della contro-rivoluzione mondiale orchestrata dagli USA.
La lotta accanita del popolo palestinese con lo Stato sionista, che essa inizia a far vacillare, è un punto chiave della lotta mondiale contro la catastrofe capitalista in corso.