Sergio Romano e l’Afghanistan

A due lettori de Il Corriere della Sera che gli scrivono chiedendo perché il Presidente statunitense Barack Obama abbia rimosso il generale Stanley McChrystal, comandante supremo delle truppe USA e NATO stanziate in Afghanistan, senza consultare preventivamente l’Alleanza Atlantica e perché nessun governo dei Paesi membri abbia espresso disapprovazione riguardo tale fatto, con ciò accettando ancora una volta la realtà che dura da più di mezzo secolo, e cioè la penosa subordinazione dell’Europa rispetto alla superpotenza d’oltreoceano, Sergio Romano risponde (grassetto nostro):

“Cari lettori, avete ragione. Non esiste in Afghanistan, nella realtà, una forza della NATO. Esiste una forza americana a cui sono aggregati, con compiti diversi, contingenti provenienti dai suoi membri. Può accadere ogni tanto che il comandante di un contingente adotti una linea diversa da quella del comando americano (è successo nel caso della Gran Bretagna), ma la strategia viene decisa a Washington e gli alleati possono tutt’al più, come a Varsavia negli scorsi giorni, fissare la data della loro partenza. Per molti aspetti l’ISAF ricorda la Grande Armée quando Napoleone, nel 1812, decise l’invasione della Russia. Era composta da uno straordinario campionario di corpi militari provenienti dagli alleati e dai satelliti dell’Impero (quelli del Regno d’Italia, organizzati in due divisioni e due brigate di cavalleria, erano 25 mila, quelli del Regno di Napoli 10 mila), ma il comando era fermamente nelle mani di Napoleone e dei suoi marescialli.
Aggiungo che gli americani non accetterebbero di combattere in condizioni diverse e risponderebbero alle vostre obiezioni con due argomenti. Sosterrebbero anzitutto che l’esperienza della guerra del Kosovo (quando i bersagli dei bombardamenti aerei venivano decisi a Bruxelles nel corso delle riunioni quotidiane di un comitato dell’Alleanza), fu, a loro avviso, disastrosa. E ricorderebbero che il prezzo dell’intervento, in numeri di uomini, denaro e perdite umane, è pagato in massima parte dagli Stati Uniti. Queste considerazioni non giustificano il silenzio e l’accondiscendenza degli europei. I nostri governi sanno che le prospettive del conflitto sono, a dire poco, incerte e che l’Afghanistan potrebbe essere per l’America un nuovo Vietnam. Ma preferiscono tacere per almeno due ragioni. In primo luogo perché la presenza in Afghanistan è diventata l’equivalente di una «prova d’amore», il fattore che misura, per Washington, l’indice di lealtà dell’alleato. In secondo luogo, perché chi avanza obiezioni e dà consigli deve responsabilmente accettarne e pagarne le conseguenze. I governi europei preferiscono limitare per quanto possibile il numero delle perdite, aspettare che l’America cambi politica e tacere. È difficile in queste circostanze prenderli sul serio.”

2013…

Milano, 17 maggio – E’ previsto nel 2013 il rientro definitivo dei militari italiani in Afghanistan. Lo ha ribadito il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, facendo il punto della situazione in Afghanistan dopo l’attentato di questa mattina durante una conferenza stampa alla Prefettura di Milano.
”Il piano Mc Cristal prevede dal 2011 l’avvio delle operazioni di rientro dei nostri militari, rientro che pensiamo diventerà definitivo nel 2013”. La Russa ha chiarito che entro il 2013 l’Afghanistan non sarà pacificato, ma sarà in grado di cavarsela da solo: ”Siamo convinti – ha spiegato a questo proposito – che entro quella data l’Afghanistan non sarà pacificato, ma sarà un Paese in grado di far fronte autonomamente a questa situazione”.
(ASCA)

Intanto, entro la prossima estate, ne partono altri mille circa, superando il totale di 4.000 unità.

Per un costo stimato non inferiore ai 600 milioni di euro durante il 2010, ovverosia 50 milioni al mese, quasi 2 milioni al giorno.
Sanità, scuola, pensioni…? Lì solo tagli.

Nell’attesa, armiamoci sempre più, strumentalizzando morti e feriti.
“E io pago”

Roma, 18 maggio – Alla missione in Afghanistan devono essere garantite le risorse necessarie a mantenere i più alti livelli di sicurezza per i militari italiani impegnati. E’ tornato a ribadirlo oggi il ministro della Difesa Ignazio La Russa, nel corso di un’informativa urgente alla Camera sull’attentato in cui ieri due alpini hanno perso la vita e altri due sono rimasti feriti.
“Fintanto che ci saranno le nostre missioni internazionali, avremo bisogno delle risorse necessarie a garantire il massimo di sicurezza possibile”, ha detto La Russa.
“Pertanto va confermata la ferma intenzione della difesa, del governo e penso di tutto il Parlamento a continuare ad aggiornare gli armamenti disponibili e a cercare soluzioni per garantire il massimo della sicurezza” ai militari italiani, ha aggiunto il ministro.
(Reuters)

Ebbrezze d’Afghanistan

Tutti contro tutti…

Kabul, 1 aprile – Il presidente afghano Hamid Karzai ha accusato dei funzionari stranieri, inclusi dei rappresentanti delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea, per ”la diffusa frode nel corso delle elezioni presidenziali e provinciali dello scorso anno”.
La dichiarazione del presidente afghano è giunta in occasione di una riunione dei lavoratori elettorali a Kabul. ”La verità è questa fratelli…c’è stata frode nelle elezioni presidenziali e del consiglio provinciale, non c’è dubbio che ci sia stata una frode molto diffusa, molto diffusa”, ha detto Karzai. ”Ma gli afghani non sono i responsabili di questo tipo di brogli. Sono gli stranieri ad aver fatto questo tipo di truffa”, ha aggiunto, precisando che le accuse maggiori vanno a Peter Galbraith, il n. 2 della missione dell’ONU in Afghanistan, allontanato dopo un litigio con il suo capo, Kai Eide, su come gestire le irregolarità di voto, e al responsabile della missione di osservazione elettorale dell’Unione Europea in Afghanistan Philippe Morillon.
(ASCA-AFP)

Washington, 5 aprile – La Casa Bianca definisce ‘false’ le recenti dichiarazioni del presidente Karzai sui brogli occidentali nelle elezioni in Afghanistan. Il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs ha espresso inquietudine e frustrazione, affermando che le accuse di ingerenza, lanciate in particolare contro l’ONU e gli USA, non hanno alcun riscontro. Il portavoce ha aggiunto che un incontro alla Casa Bianca previsto a maggio tra il presidente Barack Obama e Karzai è comunque ancora in programma.
(ANSA)

Washington, 6 aprile – Dopo aver accusato la comunità internazionale per i brogli alle elezioni presidenziali afghane del 20 agosto, Hamid Karzai avrebbe minacciato di unirsi ai talebani se i governi stranieri continueranno a fare pressioni su di lui interferendo negli affari interni del Paese. Lo ha rivelato uno dei deputati presenti all’incontro. Intanto da Washington è arrivata la replica dell’ex inviato dell’ONU, Peter Galbraith, accusato di aver organizzato le frodi alle ultime elezioni. Galbraith ha messo in dubbio la “stabilità mentale” del presidente afghano, che a suo parere farebbe uso di droghe.
(AGI)

Washington, 6 aprile – Il Dipartimento di Stato americano ha preso le distanze dall’ex numero due della missione ONU Peter Galbraith, che aveva dichiarato che Hamid Karzai ha problemi con la droga. Il portavoce dela Dipartimento di Stato ha definito le accuse “scandalose”.
(AGI)

Droghe? La materia prima certo non manca…

Gen. Stanley A. McChrystal is pleased
“He won’t lose a job as long as there is a war in Afghanistan”.
Chi vuole farsi due (amare) risate, legga le didascalie che accompagnano questa galleria fotografica.

Come a Fallujah

Mentre a Marjah, a causa del blocco militare Usa che impedisce di evacuare i feriti, altri civili rischiano di morire per mancanza di cure adeguate – nel finesettimana ne sono già deceduti sei – a Nadalì si contano i cadaveri dei civili rimasti uccisi sotto le macerie di una casa distrutta ieri in un bombardamento dell’artiglieria americana: almeno dodici morti, tra cui cinque bambini. I generali Usa si sono scusati, dicendo che si è trattato di un errore di mira: due missili sono caduti a 300 metri dall’obiettivo stabilito colpendo l’edificio sbagliato. Cose che capitano quando si bombarda un centro abitato con missili sparati da oltre venti chilometri di distanza – in questo caso dalla base di Camp Bastion.
Nonostante le dichiarazioni di alcuni generali afgani che parlano di talebani in rotta e di vittoria ormai vicina, le truppe alleate continuano a incontrare una forte resistenza da parte dei guerriglieri talebani.
Il capitano Ryan Sparks, al comando della compagnia Bravo del 1° battaglione, 6° reggimento Marines, ha paragonato l’intensità dei combattimenti in corso a Marjah con quelli dell’attacco a Fallujah, in Iraq, nel 2004. “E’ come a Fallujah, salvo che qui ci sparano addosso da tutte le parti perché non avanziamo in linea retta, ma da direzioni diverse”.
Secondo i comandi alleati, finora gli insorti uccisi sono 35 e le perdite subite sono solo 5.
I talebani hanno però dichiarato di aver perso solo 6 uomini (tutti gli altri sarebbero civili) e di aver ucciso 192 soldati, tra soldati afgani e stranieri.
Dai talebani è giunto ieri anche un messaggio per il presidente Obama in occasione del ventunesimo anniversario del ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan (15 febbraio 1989): “Gli americani dovrebbero capire che se hanno bisogno di 15 mila uomini per prendere il controllo di un solo distretto, per impossessarsi di tutti i 350 distretti dell’Afghanistan dovrebbero utilizzare oltre 5 milioni di soldati. I dirigenti della Casa Bianca trarrebbero maggior vantaggio a comprendere la lezione della storia invece di abbandonarsi a esibizioni di forza: Obama, come Gorbaciov, deve guardare realisticamente la realtà sul terreno in modo da mettere fine alla tirannia e alla repressione nei confronti degli afghani, invece di portare altre sventure all’America”.
(…)

Da Marjah, la Fallujah di Obama di Enrico Piovesana.
[grassetto nostro]

In tutto, dall’inizio dell’operazione Moshtarak, sono 19 i civili feriti nel corso dell’offensiva anglo-americana che sono riusciti a raggiungere l’ospedale di Emergency, che dista poche decine di chilometri dalla zona dei combattimenti. Tra di loro c’è un bambino di 7 anni colpito al petto da un proiettile e una bambina di 12 anni che invece è stata colpita al ginocchio.
Nel frattempo, come ci confermano dall’ospedale di Emergency, l’offensiva alleata si sta espandendo anche nella vicina provincia di Kandahar, dove la notte scorsa 5 civili sono stati uccisi in un bombardamento aereo Usa. Sale quindi a 26 il bilancio dei civili uccisi dall’inizio dell’operazione Moshtarak: oltre a questi ultimi, 12 (tra cui 6 bambini) uccisi in un bombardamento missilistico e Nadalì, 3 uccisi la notte scorsa nel corso degli scontri nella stessa zona e i 6 feriti deceduti a Marjah.
Dal punto di vista militare, le notizie che arrivano da Marjah sono tutt’altro che confortanti per i comandi alleati. Gli insorti continuano a opporre una dura resistenza ai Marines, che secondo fonti citate dal Guardian nelle ultime 24 ore sono avanzati in città di soli 500 metri, nonostante il supporto dell’artiglieria e dell’aviazione. “Gli americani arrivati in elicottero controllano solo alcune aree della città, dove ora li teniamo sotto assedio”, ha dichiarato un portavoce talebano, Tariq Ghazniwal , invitando i giornalisti a visitare Marjah per vedere “chi controlla la città”.

Da Marjah val bene una strage, di Enrico Piovesana.

Arrivano i “nostri”?
Roma, 17 febbraio – Il ministro degli Esteri Franco Frattini non “esclude” che truppe italiane in Afghanistan possano effettuare “un intervento temporaneo” nelle operazioni in corso in Helmand “se ci sarà una richiesta di impiego” da parte della NATO.
Il titolare della Farnesina, ai microfoni di SkyTg24, ha sottolineato che questa è un’eventualità ma che la decisione spetta ai “comandi militari sul campo sulla base delle informazioni in loro possesso”. Comandi, ha aggiunto il ministro, che secondo le regole di ingaggio, “hanno 6 ore per decidere se accettare o respingere” la richiesta.
(AGI)

“Uno straordinario patriota”
Segnaliamo l’articolo di Rick Rozoff Afghanistan: Charlie Wilson And America’s 30-Year War.
In esso l’autore sottolinea come il generale McChrystal, attuale comandante delle forze USA/NATO in Afghanistan, la scorsa estate avesse individuato tre raggruppamenti protagonisti della guerriglia. A capo di due di essi vi sono Jalaluddin Haqqani e Gulbuddin Hekmatyar, i medesimi individui che negli anni ottanta combatterono i sovietici facendo tesoro del generoso sostegno fornito da parte americana.
Sostegno che pervenne loro mediante un’operazione coperta della CIA (detta “Operazione Ciclone”), coordinata dal congressista Charlie Wilson, sorto agli onori delle cronache per il film di Mike Nichols che dalla sua figura trae ispirazione La guerra di Charlie Wilson.
Charlie Wilson è deceduto lo scorso 10 febbraio, celebrato da parte del titolare del Pentagono Robert Gates come “uno straordinario patriota per la liberazione dell’Afghanistan dall’occupazione sovietica”.
Wilson sarà tumulato con tutti gli onori militari il prossimo 23 febbraio, presso il cimitero di Arlington.

Dodici militi ignoti
Kabul, 19 febbraio – Altre due vittime fra i soldati della NATO in Afghanistan. Uno dei militari è deceduto nel corso dell’Operazione Mushtarak, l’offensiva che tende alla riconquista del controllo della città di Marjah, bastione della resistenza talebana. L’ISAF non ha reso note la nazionalità dei militari, né le cause della morte del secondo militare. Ieri erano stati sei i soldati della coalizione a perdere la vita in Afghanistan, dodici dall’inizio dell’Operazione Mushtarak, entrata oggi nella sua seconda settimana di attuazione.
(ASCA-AFP)

[Onore a PeaceReporter, la cui redazione è la sola in Italia a raccontare in dettaglio quanto sta avvenendo nel sud dell’Afghanistan in questi ultimi giorni]

Le bugie (sull’Afghanistan e non solo) hanno le gambe corte

La conferenza di Kabul dei donatori pro-Afghanistan appartenenti alla cosiddetta Comunità Internazionale, inizialmente prevista per novembre 2009, è stata spostata a Londra e si terrà il prossimo 28 gennaio.
Il ministro Frattini avrebbe dovuto portare un assegno di 250 milioni di euro per sostenere il governo Karzai.
A quanto trapela dalla Farnesina, l’importo che verrà versato dall’ Italietta di Berlusconi & Napolitano sarebbe intanto lievitato a 315 milioni. Altre spesucce.
L’aggiuntino si sarebbe reso necessario per provvedere in quota spettante al reclutamento nell’esercito e nella polizia dell’ex vicepresidente della Unocal di 70.000 nuovi scarponi di etnia pashtun, appartenenti a clan e tribù capeggiate dai signori della guerra e del traffico di oppio fedeli a Karzai, che in virtù dei nuovi arruolamenti potrà contare su un organico combattente (si fa per dire) di 257.000 militari e militarizzati.
Siamo andati a vedere il PIL dell’Afghanistan e ci è venuto da ridere.
Previsto il congedo, o meglio la smobilitazione graduale, di altrettanti tagiki, uzbeki e hazara che fanno capo rispettivamente a Rachid Dostum, Burhanuddin Rabbani ed Ismail Khan.
Decisione pilotata dalla Clinton dopo il rifiuto di Abdullah Abdullah di partecipare al ballottaggio farsa messo in piedi dalla Segreteria di Stato USA per l’elezione del nuovo presidente dell’Afghanistan, al cui insediamento erano presenti i ministri degli Esteri Kouchner, Miliband e Frattini.
Elezione che ha generato le avvisaglie del terremoto che finirà per radere al suolo le residue speranze del generale-criminale di Abu Ghraib Stanley McChrystal di ottenere con il controllo militare di Enduring Freedom ed ISAF la “pacificazione” del Paese delle Montagne.
Non passa giorno che le minoranze tribali che la Clinton intende mantenere fuori dal governo dell’Afghanistan non manifestino a Kabul bruciando bandiere a stelle e strisce ed innalzino striscioni con offese sanguinose rivolte a Barack Obama chiamato “black dog” per le centinaia di nuovi morti ammazzati causati dai bombardamenti della Coalizione sui villaggi afghani.
La decisione presa dalla Casa Bianca di inviare altri 33.000 militari in Afghanistan porta a 102.000 gli effettivi USA ed i 7.000 chiesti dal Pentagono e dalla Segreteria di Stato alla NATO di Rasmussen, quando saranno schierati sul terreno entro il 2010, faranno lievitare quelli di ISAF (statunitensi esclusi) dagli attuali 36.000 a 43.000, anche se Olanda ed Estonia ritireranno i loro contingenti nel corso del 2010-2011.
I contractor afghani ed “internazionali” che operano a supporto della “sicurezza” della Coalizione Alleata sono stimati in oltre 100mila, con la prospettiva di superare presto i 150.000.
Il personale ONU concentrato nei maggiori centri abitati dell’Afghanistan supera le 5.500 unità.
La “cooperazione internazionale” tra esperti e tecnici della “ricostruzione”, operatori Ong, personale accreditato presso ambasciate e consolati e servizi di intelligence porta in dote dai 3 ai 4.000 addetti.
Il totale tra militari e civili presenti a sostegno di USA, Alleati e governo centrale entro l’anno potrebbe superare le 500.000 unità (!). Una bazzecola modello Vietnam. Continua a leggere

ll nuovo Grande Gioco

Secondo la dottrina del Generale David “Mi sto sempre posizionando in vista delle elezioni del 2012” Petraeus, la proporzione soldati/autoctoni dev’essere 20 o 25 su 1000 afghani. Adesso Petraeus e il Generale Stanley McChrystal ne hanno ottenuti altri 30.000. Inevitabilmente i generali – proprio come nel Vietnam, che a Obama piaccia o no – chiederanno molto di più, fino a ottenere quello che vogliono; almeno 660.000 soldati, più tutti gli extra. Al momento gli Stati Uniti hanno circa 70.000 soldati in Afghanistan.
Questo significherebbe ripristinare la coscrizione negli Stati Uniti. E sono altri trilioni che gli Stati Uniti non hanno e che dovranno prendere in prestito… dalla Cina.
E a cosa porterebbe? Negli anni Ottanta la potente armata rossa sovietica ha usato tutti gli espedienti della contro-insurrezione a sua disposizione. I sovietici hanno ucciso un milione di afghani. Hanno fatto cinque milioni di profughi. Hanno perso 15.000 soldati. Hanno praticamente mandato l’Unione Sovietica in bancarotta. Ci hanno rinunciato. E se ne sono andati.
Ma allora perché gli Stati Uniti sono ancora in Afghanistan? Con uno sguardo in macchina, come rivolgendosi al “popolo afghano”, il presidente ha detto: “non abbiamo interesse a occupare il vostro paese”. Ma non poteva dire le cose come stanno agli spettatori americani.
Per l’America delle corporazioni l’Afghanistan non significa nulla; è il quinto paese più povero del mondo, una società tribale e decisamente non consumistica. Ma per le grandi compagnie petrolifere statunitensi e per il Pentagono l’Afghanistan ha un gran fascino.
Per il Big Oil, il sacro graal è l’accesso al gas naturale del Turkmenistan proveniente dal Mar Caspio, cioè il Pipelineistan nel cuore del nuovo grande gioco in Eurasia, evitando sia la Russia che l’Iran. Ma non c’è modo di costruire un gasdotto enormemente strategico come il TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) – attraverso la provincia di Helman e il Balochistan pakistano – con un Afghanistan che si trova nel caos grazie alle misere imprese dell’occupazione USA/NATO.
C’è interesse a sorvegliare/controllare un traffico di droga da 4 miliardi di dollari l’anno, direttamente e indirettamente. Fin dall’inizio dell’occupazione USA/NATO l’Afghanistan è diventato un narco-Stato de facto, producendo il 92% dell’eroina mondiale per una serie di cartelli narco-terroristici internazionali.
E c’è la dottrina del dominio ad ampio spettro del Pentagono per cui l’Afghanistan fa parte dell’impero mondiale delle basi statunitensi, che controllano da vicino competitori strategici come la Cina e la Russia.
Obama ha semplicemente ignorato che in Eurasia si sta svolgendo un nuovo grande gioco dalla posta vertiginosamente alta. E così, a causa di tutto quello che Obama non ha detto a West Point, gli americani si sorbiscono una “guerra di necessità” che sta prosciugando trilioni di dollari che potrebbero essere impiegati per ridurre la disoccupazione e aiutare davvero l’economia statunitense.
(…)
Dunque il finale di partita in Afghanistan non può essere molto diverso da una spartizione del potere all’interno di una coalizione, con i taliban nel ruolo di partito più forte. Perché? Basta esaminare la storia della guerriglia dall’Ottocento in poi, o ripensare al Vietnam. I guerriglieri che combattono più strenuamente contro gli stranieri l’hanno sempre vita. E perfino con una fetta del potere ai taliban a Kabul, i potenti vicini dell’Afghanistan – il Pakistan, l’Iran, la Cina, la Russia, l’India – si assicureranno che il caos non superi i loro confini. È un affare asiatico, questo, che deve essere risolto dagli asiatici; è una buona ragione per trovare una soluzione nell’ambito della Shanghai Cooperation Organization (SCO, Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione).
Nel frattempo, c’è la realtà. Il dominio ad ampio spettro del Pentagono ha ottenuto quello che cercava, per ora. Chiamatela vendetta dei generali. Chi vince, a parte loro? Il guerriero da salotto australiano David Kilcullen, consigliere e ghostwriter di Petraeus e McChrystal considerato un semidio dai guerrafondai di Washington. Alcuni neocon moderati; di certo non l’ex vice presidente Dick Cheney, che ha condannato la “debolezza” di Obama. E complessivamente tutti coloro che hanno sottoscritto il concetto di “guerra lunga” del Pentagono.
Due settimane prima di andare a Oslo per accettare il Premio Nobel per la Pace, Obama vende al mondo il suo nuovo Vietnam in versione “lite” tenendo un discorso in un’accademia militare. Onore a George Orwell. È proprio vero che la guerra è pace.

Da Un Vietnam in versione “lite”, di Pepe Escobar.

NATO, my personal trainer

Kabul, 21 novembre – La NATO ha assunto oggi il comando delle operazioni di addestramento della polizia e dell’esercito afghani, per consolidare l’impegno per la costruzione di un’efficiente forza di sicurezza nazionale, precondizione fondamentale per il ritiro delle truppe straniere.
I vertici militari hanno annunciato oggi durante una cerimonia a Kabul che l’attuale missione USA di addestramento, ufficialmente denominata CSTC-A e finora responsabile della maggior parte delle attività di training, si fonderà con la nuova “NATO Training Mission-Afghanistan” (NTM-A), sotto comando unico NATO.
Il vice comandante della nuova missione NATO, general maggiore Michael Ward, ha detto di ritenere che la decisione incoraggerà l’invio di altro personale NATO addetto agli addestramenti in Afghanistan, contribuendo a rendere più rapida l’espansione delle forze locali.
(…)
Attualmente sono circa 95mila i soldati afghani, e 93mila i poliziotti.
Nella sua valutazione sulla guerra, il comandante USA in Afghanistan, il generale Stanley McChrystal, ha raccomandato che le forze locali siano portate a un totale di 400mila tra soldati e agenti.
Ward ha detto che l’obiettivo immediato è di portare l’esercito a 134mila soldati e la polizia a 96.800 agenti entro l’ottobre 2010.
(Reuters)

In virtù dell’impegno militare italiano, e data l’expertise universalmente riconosciuta e apprezzata dei Carabinieri nell’addestramento delle forze di polizia “robusta”, l’Italia ha meritato, nella distribuzione dei posti di comando della NTM-A, un ruolo di primo piano vedendosi assegnato il posto di responsabile della formazione della polizia afgana (CTAG-P), che sarà affidato al Colonnello Carmelo Burgio.
A partire da ottobre 2009, 16 unità dell’Arma opereranno nello staff di NTM-A e 20 unità addizionali si affiancheranno ai 40 Carabinieri formatori già impiegati nella base di Adraskan. L’Italia istituirà inoltre tre POMLTs, cui saranno complessivamente destinate 60 unità: il primo, operativo da novembre, sarà responsabile dell’assistenza, per un massimo di dieci mesi, di un reparto della polizia distrettuale afgana, scelto in una lista dei distretti appartenenti alle province di Farah ed Herat. Si prevede inoltre, su iniziativa italiana, la creazione di un polo addestrativo a Kabul, in cui saranno dispiegate addizionali 60 unità dell’Arma.
(Fonte Ministero degli Affari Esteri)

James & Douglas

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James Stavridis, il nuovo comandante militare della NATO, entrato in carica lo scorso luglio in coincidenza con l’inizio dell’offensiva statunitense in Afghanistan, precedentemente ha ricoperto l’incarico di capo del Comando Meridionale del Pentagono (SOUTHCOM).
In questo ruolo, Stavridis aveva la responsabilità delle operazioni militari USA nei Caraibi e nell’America centrale e meridionale, inclusa l’attività di controguerriglia in corso in Colombia. In un’intervista rilasciata ad un quotidiano statunitense, egli diceva fra l’altro: “Le operazioni sulle quali mi sono maggiormente impegnato in Sud America sono state quelle contro la guerriglia in Colombia. La mia esperienza sul campo si trasferirà bene al mio ruolo di comandante della NATO in Afghanistan… Le mie esperienze nel capire ed apprendere la controguerriglia credo saranno utili per il nuovo compito.
Sono molto contento per la nomina del generale Stanley McChrystal quale comandante di ISAF… il comando NATO nel Paese. Penso che egli rappresenti una scelta perfetta”.
Un profilo di James Stavridis pubblicato nell’edizione dello scorso 29 giugno del New York Times – in realtà una tirata celebrativa intitolata “Per un posto in Europa, un Ammiraglio della Rinascita” recitava: “Nella sua nuova posizione alla NATO, egli collaborerà con il generale Stanley McChrystal, che recentemente è diventato il nuovo comandante delle forze americane e NATO in Afghanistan, dove deve portare avanti una nuova strategia che è la prima iniziativa di sicurezza nazionale dell’amministrazione Obama.
Riflettendo sulla sua esperienza quale ufficiale capo del Comando Meridionale, l’ammiraglio Stavridis ha detto di essere orgoglioso per l’assistenza fornita alla Colombia in tema di controguerriglia e lotta al narcotraffico…”.
Il suo predecessore come Supremo Comandante Alleato della NATO e capo del Comando Europeo del Pentagono (EUCOM) – i due incarichi sono sempre contestuali – è stato il generale John Bantz Craddock, anch’egli all’epoca trasferito ai due comandi da quello di capo di SOUTHCOM e responsabile del Piano Colombia, teoricamente un’operazione contro la coltivazione ed il traffico di droga ma nei fatti diretta a combattere la guerriglia.

Il sostituto di Stavridis nel ruolo di comandante di SOUTHCOM è il generale Douglas Fraser, il quale alla fine dello scorso giugno non ha esitato ad identificare il futuro casus belli affermando che “la crescente influenza dell’Iran in America Latina rappresenta un potenziale rischio per la regione” e che “sono preoccupato per il concentramento di truppe in Venezuela perché non capisco quale minaccia essi percepiscano”.
Fraser ha anche aggiunto: “SOUTHCOM dovrebbe continuare ad aiutare la Colombia nel combattere i guerriglieri di sinistra come le FARC” perché “le FARC non sono sconfitte e noi abbiamo bisogno di mantenere quell’impegno…”.
Dopo pochi giorni, il presidente venezuelano Hugo Chavez ha replicato che “il governo [del Venezuela] sta rafforzando il suo apparato militare perché gli Stati Uniti rappresentano una minaccia per Caracas” ed ha consigliato a Fraser di procurarsi uno specchio sul quale sia scritto “Guardati, generale, la minaccia sei tu!”.
Un mese più tardi, dopo l’annuncio da parte statunitense di stare insediando altre cinque basi militari in Colombia, Chavez ha rinnovato la sua preoccupazione, affermando che la Colombia sta agendo da base per “quelli che ci attaccano costantemente e si stanno già preparando per nuovi attacchi contro di noi”.

Come dice Eduardo Galeano, pare proprio che il Pentagono si sia messo all’opera per insultare la dignità e l’intelligenza dell’America Latina per molto tempo a venire.

[SOUTHCOM, EUCOM e le altre “aree di responsabilità” del Pentagono]

Una nuova leadership USA per l’Afghanistan

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Washington ha intanto individuato il capro espiatorio per autoassolversi da qualsivoglia responsabilità per l’inaudito massacro di civili durante i raid aerei nella provincia di Farah. Si tratta del comandante delle forze militari in Afghanistan, generale David McKiernan, che a poco meno di un anno dalla sua nomina è stato “invitato” dal segretario della difesa, Robert Gates, ad abbandonare l’incarico. A sostituirlo è stato chiamato il generale Stanley McChrystal, noto specialista in “operazioni speciali” e comandante dal 2003 al 2008 del Joint Special Operations Command delle forze armate USA. “Abbiamo fatto scattare una nuova strategia e una nuova missione che richiedono anche una nuova leadership”, ha dichiarato Gates.
Merita essere ricordato il curriculum professionale del nuovo zar delle guerre in Afghanistan e Pakistan. Dopo un primo incarico come comandante del 1° Battaglione Paracadutisti della 82^ divisione aviotrasportata di Fort Bragg, nel 1980 Stanley McChrystal partecipò ad un corso specializzato per ufficiali di fanteria presso la cosiddetta “Scuola delle Americhe” di Fort Benning, Georgia, centro di formazione alla lotta anti-guerrigliera e alle più efferate pratiche di tortura per migliaia di militari dei regimi dittatoriali latinoamericani degli anni ’70 e ’80.
Nel giugno 1990, l’ufficiale entrò a far parte del team per le “operazioni speciali” dell’esercito USA che sarà poi inviato in Arabia Saudita per preparare le operazioni Desert Shield e Desert Storm (prima guerra del Golfo). Dieci anni più tardi, l’amministrazione Bush assegnò McChrystal allo staff esecutivo che pianificò e coordinò il secondo grande attacco all’Iraq. Il suo volto entrò nelle case di tutti gli americani. Fu infatti McChrystal a rappresentare il Pentagono in tutti i briefing con stampa e tv sull’andamento del conflitto iracheno. Conquistata Baghdad, il generale si defilò dai palcoscenici mediatici e passò a condurre una forza d’intervento supersegreta, la “Task Force 6-26”, che scatenò la caccia ai più stretti collaboratori di Saddam Hussein. È a questa unità speciale che è stato attribuito l’assassinio di Abu Musab al-Zarqawi, presunto leader di Al-Qaeda in Iraq, nel giugno 2006. Ma la “6-26” ha conquistato la notorietà internazionale per le torture commesse durante gli interrogatori di prigionieri iracheni a Camp Nama e Abu Ghraib. Una quarantina di militari appartenenti alla task force sono stati oggetto di provvedimenti disciplinari per i crimini commessi all’interno delle basi-prigioni istituite dagli USA in Iraq.

Da Un miliardo di dollari per le nuove basi USA in Afghanistan, di Antonio Mazzeo.