Have a Brexit!

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“Si avvicina così la fatidica data del 23 giugno e l’eventualità del Brexit è più concreta che mai: nonostante i sondaggi segnalino un vantaggio del “Remain” nell’ordine dei dieci punti percentuali (52% vs 43%)*, è ormai assodato che queste rilevazioni servano ad influenzare più che a sondare l’opinione pubblica, come testimoniato dalla clamorosa vittoria del no al referendum greco sulle condizioni della Troika, dato per perdente da quasi tutti i sondaggi pubblicati prima della consultazione.
Chi ovviamente è deciso a scongiurare l’eventualità di un Brexit, con effetti esplosivi sulla tenuta complessiva della UE, è la City di Londra (con la solita stampa annessa, dal Financial Times al The Economist), che si spende per l’integrazione europea sin dai primi decenni del secolo scorso: Goldman Sachs e JP Morgan Chase sono tra i maggiori finanziatori della campagna per il “sì” alla permanenza in Europa (“Goldman Sachs makes large donation to pro-EU campaign” scrive il Financial Times) ed i maggiori nomi della finanza e dell’industria inglese (Shell, BAE Systems, BT, Rio Tinto, etc. etc.) si sono schierate compatte a fianco di David Cameron per restare nella UE (“Big business backs Cameron’s push to keep Britain in the EU. Bosses of about half of 100 largest companies to sign letter of support for In campaign” titola ancora il Financial Times).
Come nel caso del referendum ellenico ( ad ulteriore testimonianza di quanto sia alta la probabilità del Brexit) scatta poi la consueta campagna intimidatoria che pronostica le dieci piaghe d’Egitto nel caso in cui i cittadini votino contro la UE: sterlina in avvitamento, PIL in contrazione, costi annui nell’ordine delle 4.000 sterline per famiglia, mercati chiusi per le esportazioni (ma non esiste il WTO?), etc. etc..
I rischi che le oligarchie finanziarie corrono nel caso che Londra esca dall’Unione Europea sono sinteticamente riassunti nell’articolo apparso il 27 febbraio su The Economist col titolo “The real danger of Brexit. Leaving the EU would hurt Britain—and would also deal a terrible blow to the West”, di cui merita di essere riportato uno stralcio:
“Europe would be poorer without Britain’s voice: more dominated by Germany; and, surely, less liberal, more protectionist and more inward-looking. Europe’s links to America would become more tenuous. Above all, the loss of its biggest military power and most significant foreign-policy actor would seriously weaken the EU in the world. The EU has become an increasingly important part of the West’s foreign and security policy, whether it concerns a nuclear deal with Iran, the threat of Islamist terrorism or the imposition of sanctions against Russia. Without Britain, it would be harder for the EU to pull its global weight—a big loss to the West in a troubled neighbourhood, from Russia through Syria to north Africa. It is little wonder that Russia’s Vladimir Putin is keen on Brexit—and that America’s Barack Obama is not. It would be shortsighted for Eurosceptics to be indifferent to this. A weakened Europe would be unambiguously bad for Britain, whose geography, unlike its politics, is fixed.”
Gli argomenti sono gli stessi già impiegati da William Hague: Londra è il garante della natura atlantica dell’Unione Europea, è la cancelleria che tiene Bruxelles nell’orbita di Washington, è la potenza che ha imposto al resto dei 28 membri le sanzioni all’Iran ed alla Russia (spalleggiata da Angela Dorothea Kasner, alias “Merkel”), è il baluardo degli interessi angloamericani nella UE, intesa in termini geopolitici come la “testa di ponte” di Washington sul continente euroasiatico. Non c’è quindi da meravigliarsi che Barack Obama si spenda pubblicamente contro il Brexit (intervenendo a gamba tesa negli affari di un Paese terzo), a differenza di Vladimir Putin che, in privato, tiferà quasi sicuramente per il Brexit e la sua conseguente implosione della UE.
Già, perché sono basse le probabilità che la City e Wall Street risparmino l’Unione Europea nel caso di un addio inglese: sarebbe troppo grande il rischio la UE si evolva in nuovo “blocco continentale” napoleonico, egemonizzato dalla Germania, oppure, ancor peggio, in quell’Europa “dall’Atlantico agli Urali” preconizzata da Charles De Gaulle, il vero incubo strategico delle potenze marittime anglosassoni. Sarebbe più concreto invece lo scenario di un Brexit seguito a ruota dall’assalto speculativo che infligga il colpo di grazia alla già debilitata eurozona, sancendo così l’implosione dell’Unione Europea: il pericolo di un blocco continentale a guida tedesca sarebbe così scongiurato e si tornerebbe alla tradizionale politica dell’equilibrio tra potenze con cui Londra ha gestito per secoli gli affari europei, magari nella cornice del TTIP per ostacolare lo scivolamento dell’Europa verso est.
Concludendo, il 23 giugno sarà probabilmente la prima tappa dello smantellamento formale della UE (quello sostanziale risale alle restrizioni sui movimenti dei capitali adottate a Cipro nel 2013): sommando altre emergenze, come l’atteso picco migratorio, il rigurgito della Grexit, la riedizione delle elezioni spagnole ed i probabili sconquassi borsistici di accompagnamento, l’estate 2016 si preannuncia la più bollente degli ultimi decenni.”

Da Brexit: tutto finirà là dove tutto è cominciato?, di Federico Dezzani.

*Precisazione importante: l’articolo è stato pubblicato il 21 aprile u.s..


Intervento di Paolo Maddalena, già presidente di sezione presso la Corte dei conti e vice-presidente della Corte Costituzionale, in occasione della manifestazione No TTIP del 7 maggio 2016 a Roma.

Il potere geopolitico si sta muovendo

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Alla domanda se il potere geopolitico stia sfuggendo di mano agli USA e all’Europa occidentale o piuttosto l’Occidente stia consolidando la propria potenza economica e politica, Robert Pringle, direttore e fondatore del Central Banking Journal afferma:

“Vorrei rispondere a questa domanda da un angolo particolare. Penso che non ci sia dubbio che la Cina e i mercati emergenti stanno per diventare i leader [economici] del mondo; l’aumento del PIL e della domanda mondiale sta per venire dai grandi mercati emergenti. Ma quello che vogliono è un sistema monetario internazionale equo. Stavo parlando con un ex vice-governatore della Banca del Popolo cinese un paio di settimane fa a Vienna e ha detto che l’attuale sistema monetario internazionale deve cambiare se la Cina continuerà a far parte di esso. Si deve cambiare, la dipendenza da una sola moneta – il dollaro – deve cambiare e le nuove potenze, tra cui l’India, non solo la Cina, intendono mostrare i muscoli, il loro peso geopolitico per spingere al cambiamento, per spingere alla riforma. In questo momento gli Stati Uniti sono di gran lunga il Paese più potente del mondo, possono promuovere la riforma, sono ancora in una posizione di forza. Mi ricordo quando il Regno Unito ha avuto un problema con la sterlina come valuta di riserva – abbiamo aspettato troppo tempo prima di accettare la trattativa sul problema della sterlina come valuta di riserva, che era già in declino. Il dollaro statunitense non è ancora in quella posizione. Gli Stati Uniti possono ancora ottenere un buon accordo con il resto del mondo, compresi la Cina e altri Paesi, se propongono seri negoziati sul futuro del sistema monetario internazionale . L’ex vice governatore della Banca del Popolo cinese ha chiesto che gli Stati Uniti e gli altri Paesi siano soggetti a norme in materia di politica fiscale e alla supervisione della comunità internazionale. Ho detto, dai, la Cina è davvero disposta ad obbedire a queste regole internazionali – non avete firmato per le regole relative al cambiamento climatico che gli altri Paesi hanno sottoscritto. Egli ha risposto, non posso parlare per il governo cinese, ma credo che in futuro se avremo un sistema internazionale giusto in cui fossimo tutti soggetti alle stesse regole, la Cina sarebbe d’accordo anche su questo. Questo è un esempio che il potere geopolitico si sta muovendo. La cosa migliore che gli Stati Uniti e l’Europa possono fare è di riconoscere e anticipare, guidare e gestire il processo. Finora, però, non vi è alcuna indicazione che l’amministrazione USA stia pensando in questo senso.”

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