Segreti (di Pulcinella) nella Repubblica antifascista

“La strage compiuta da uomini dello Stato all’interno della Banca dell’Agricoltura di Milano, il 12 dicembre 1969, non è stata la prima, anzi è lunga la lista dei massacri di Stato iniziati con la caduta del regime fascista.
Il ritorno alla democrazia aveva illuso molti italiani sulla possibilità di manifestare liberamente il loro pensiero scendendo nelle piazze e nelle strade.
Illusione stroncata dalle pallottole dei reparti militari e di polizia che, senza alcuna provocazione o necessità, hanno aperto il fuoco sui manifestanti a Bari, il 28 luglio 1943, uccidendone 19, e a Reggio Emilia, lo stesso giorno, falciandone altri 9.
Per queste due stragi nessuno invocherà un processo a carico dei responsabili per crimini contro l’umanità, perché la democrazia rivendica il diritto di massacrare in nome degli ideali di libertà e dei valori dell’antifascismo.
(…)
Ci sono operazioni repressive che lo Stato compie in prima persona con il pretesto di mantenere l’ordine pubblico ed altre che, per i fini politici che si propongono e per gli effetti che producono, devono necessariamente essere affidate a forze irregolari a disposizione degli apparati segreti dello Stato.
Non è certo un caso che sia la mafia ad aprire la stagione delle stragi politiche con Portella della Ginestra, e a chiuderla con quelle del 1993, nel segno di una continuità di rapporti e di subalternità al potere che dura ancora oggi.
In attesa che si ripresenti la necessità di riprendere le stragi politiche, proseguono quelle compiute dalle forze di polizia.
Il 30 ottobre 1949, a Melissa (Catanzaro), sono in tre i cittadini a cadere sotto le fucilate dei rappresentanti in divisa dello Stato.
Il 9 gennaio 1950, tocca ad altri sei a Modena, tutti operai, tutti “rossi”.
Secondo i dati ufficiali del ministero degli Interni, dal 1° gennaio 1948 al 30 giugno 1950, sono 34 i cittadini italiani uccisi dalle forze di polizia in servizio di ordine pubblico.
Altri continueranno a morire come a Mussomeli (Caltanissetta), il 17 febbraio 1954, saranno in quattro i manifestanti a restare sul terreno. E a Barletta, il 14 marzo 1956, cadranno in tre sotto il fuoco delle forze di polizia. Mentre moriranno in cinque a Reggio Emilia, il 7 luglio 1960, e tre a Palermo l’8 luglio successivo.
Il reato di strage si configura quando il numero dei morti può essere indeterminato, come accade quando poliziotti e carabinieri sparano su folle disarmate, ed e molto lungo l’elenco delle stragi di Stato compiute in servizio di ordine pubblico senza che mai uno dei responsabili sia stato chiamato a rispondere del suo operato.
Ammazzare innocenti dalla parte “giusta”, quella di chi comanda, non è reato.
Un convincimento che ispira quanti irregolari, al servizio occulto dello Stato, cercheranno di facilitare un golpe di Stato istituzionale compiendo alcune stragi a partire dal 12 dicembre 1969, che rimangono misteriose solo per gli imbecilli e i disonesti.
Con buona pace di quanti, sul piano propagandistico, si affannano ancora oggi ad attribuire la responsabilità di quelle stragi alla “destra eversiva”, non uno solo degli inquisiti, diversi dei quali condannati con sentenze passate in giudicato, è risultato immune da rapporti con i servizi segreti civili e militari.
Tutti, cioè, erano collegati e dipendenti delle strutture segrete dello Stato: un verità che non riesce a travalicare il muro eretto dal potere politico e mediatico per riversarsi sull’opinione pubblica che deve essere ingannata anche dagli eredi dei mandanti non solo politici di quelle stragi.
Se lo Stato fascista è stato certamente autoritario, quello democratico e antifascista è stato stragista e può ancora esserlo se la verità sul suo conto continuerà ad essere negata.
Il senso di una battaglia politica è proprio quello di far conoscere la verità perché quanto accaduto non si ripeta.”

Da Stragi di Stato, di Vincenzo Vinciguerra.

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Matteo Renzi e il suo consigliere per la politica estera

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“Da Ledeen a Renzi e ritorno a Tel Aviv. Le stragi non vanno mai in prescrizione anche sotto governi telecomandati dall’estero. Quei 20 chilogrammi di esplosivo che il 2 agosto 1980 fecero saltare in aria la stazione di Bologna provocando 85 morti e 200 feriti non c’entrano niente con il terrorismo palestinese, né tanto meno con il terrorista Carlos. Il giudice per le indagini preliminari di Bologna Bruno Giangiacomo ha recentemente archiviato in via definitiva le indagini a carico dei terroristi tedeschi, Thomas Kram e Margot Christha Frohlich che erano finiti indagati dalla Procura nel filone della pista palestinese soffiata dal Mossad. Dopo 35 anni, tuttavia, la magistratura italiana non ha ancora individuato i mandanti e gli esecutori materiali.
Si trattò di un eccidio anomalo, perché avvenne in una situazione politica stabilizzata; perciò la strage assume la caratteristica di un tentativo di cancellare dalla città, dall’attenzione dei mass media e dell’opinione pubblica, dal dibattito politico, dall’indagine dei magistrati la precedente strage di Ustica.
Il Dc-9 Itavia ammarato il 27 giugno 1980 al largo di Ustica, mentre volava da Bologna a Palermo con 77 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio, non esplose in volo e nelle vicinanze c’era almeno un altro aereo che lo attaccò, quasi certamente con un missile, lasciando una traccia radar che per anni era stata scambiata per i rottami del Dc-9 stesso. Lo afferma uno studio del Dipartimento di ingegneria aerospaziale dell’Università di Napoli consegnato ai legali dei familiari di alcune vittime. Gli ingegneri dell’Università Federico II, a distanza di anni dalle ultime indagini tecniche promosse dalla magistratura, sono giunti alla fine del 2014, a queste conclusioni rielaborando con nuove tecnologie gli stessi dati che erano stati acquisiti subito dopo il disastro.”

La strage di Bologna per occultare quella di Ustica, di Gianni Lannes continua qui.

OSS, CIA, Gladio

Vecchia puntata di Blu notte. Misteri italiani di Carlo Lucarelli, dedicata ai rapporti segreti tra Italia e Stati Uniti a partire dal secondo conflitto mondiale.
Nonostante gli anni trascorsi, sono numerosi e ancora attualissimi gli spunti di riflessione offerti.
Gli approfondimenti sviluppati al riguardo su questo blog possono essere rintracciati inserendo le corrette chiavi di ricerca nell’apposita casella, selezionando una categoria nella relativa colonna a destra oppure cliccando sui tags presenti in fondo a ciascun post.

La Repubblica delle stragi impunite

“La tesi è che l’Italia, dopo la spartizione di Yalta, divenne una sorta di colonia americana, quasi una nazione a sovranità limitata. E che, nel tempo, la CIA, ma anche pezzi dei nostri servizi segreti, insieme a gruppi dell’estrema destra, Ordine Nuovo in testa, fino alla loggia P2, a frange delle forze armate e, a volte, perfino di mafia, n’drangheta e camorra, tentarono di condizionare con ogni mezzo la nostra democrazia. (…)
Un quadro complesso, che già aveva trovato riscontro oggettivi, anche se parziali, in alcune sentenze del passato.”
[Fonte]

Un quadro che è stato arricchito da una vasta documentazione finora inedita, che l’autore ha analizzato nel corso degli ultimi mesi, poi confluita in questo libro.

Ferdinando Imposimato, nato nel 1936, avvocato penalista, magistrato, è Presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione.
È stato giudice istruttore in alcuni dei più importanti casi di cronaca degli ultimi anni, tra cui il rapimento di Aldo Moro, l’omicidio di Vittorio Bachelet, l’attentato a Giovanni Paolo II. Grand’ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica italiana, ha ricevuto diverse onorificenze in patria e all’estero per il suo impegno civile.
È stato anche senatore, prima nelle liste del PDS e poi del PD. È autore di numerosi saggi.

Stragi di (quello) Stato