Forze ed operazioni militari USA in Africa – una rassegna

Di Benjamin Cote in esclusiva per SouthFront

L’importanza delle Forze Militari in Africa
Il 4 ottobre 2017, forze nigerine e Berretti Verdi americani sono stati attaccati da militanti islamici durante una missione di raccolta di intelligence lungo il confine con il Mali. Cinquanta combattenti di una affiliata africana dello Stato Islamico hanno attaccato con armi di piccolo calibro, armi montate su veicoli, granate lanciate con razzi e mortai. Dopo circa un’ora nello scontro a fuoco, le forze americane hanno fatto richiesta di assistenza. I jet Mirage francesi hanno fornito uno stretto supporto aereo e i militanti si sono disimpegnati. Gli elicotteri sono arrivati per riportare indietro le vittime per l’assistenza medica.
Quando la battaglia finì quattro Berretti Verdi sono risultati uccisi nei combattimenti e altri due furono feriti. I sergenti maggiori Bryan Black, Jeremiah Johnson, Dustin Wright e il più pubblicizzato di tutte le vittime il sergente La David Johnson sono stati uccisi in missione. Il presidente Trump si è impegnato in uno scontro politicizzato con la vedova di Johnson e la deputata della Florida Federica Wilson in merito alle parole da lui usate in una telefonata consolante.
La battaglia politica sui commenti del Presidente Trump ha avuto l’effetto non intenzionale di spostare l’attenzione della nazione sulle attività americane in Africa. In precedenza il pubblico americano, e buona parte dell’establishment politico, mostrava scarso interesse o conoscenza delle missioni condotte dai dipartimenti di Stato e della Difesa all’interno delle nazioni africane in via di sviluppo. Il 5 maggio, un Navy SEAL era stato ucciso vicino a Mogadiscio mentre assisteva le forze somale nel combattere al-Shabaab. Questa morte è arrivata un mese dopo che l’amministrazione Trump aveva revocato le restrizioni sulle operazioni di antiterrorismo nelle regioni della Somalia.
Certamente l’evento non ha registrato la stessa attenzione del mainstream come la polemica circa il sergente Johnson; tuttavia, tutto rivela come l’Africa stia lentamente diventando un’area di interesse nazionale cruciale per gli Stati Uniti. Le questioni concernenti le nazioni africane riguardanti le minacce terroristiche sia esterne sia interne, così come i loro problemi economici, servono a garantire che i responsabili politici degli Stati Uniti si concentrino sul continente. Iniziative globali come la Combined Joint Task Force for Operation Inherent Resolve coinvolgono diverse nazioni africane fondamentali per combattere l’ascesa dell’estremismo islamico radicale. L’ascesa di gruppi estremisti coesi insieme all’espansione degli investimenti economici nell’Africa post-coloniale ha comportato un aumento dei dispiegamenti militari stranieri e americani nella regione. Continua a leggere

Afghanistan 2017

Kabul, da 16 anni il nulla con i miliardi intorno

Sette miliardi e mezzo in sedici anni, cioè quasi mezzo miliardo l’anno, un milione e trecentomila euro al giorno. Questo – a fronte di 260 milioni per la cooperazione civile – è il costo della partecipazione dell’Italia alla campagna militare afgana, la più lunga della nostra storia, secondo il rapporto “Afghanistan, sedici anni dopo” pubblicato dall’Osservatorio Milex sulle spese militari italiane, che traccia un bilancio di questa guerra, iniziata il 7 ottobre 2001.
In realtà l’onere finanziario complessivo della missione italiana è assi più pesante considerando i suoi costi indiretti, difficilmente quantificabili: l’acquisto ad hoc di armi, munizioni, mezzi da combattimento ed equipaggiamenti, il loro continuo aggiornamento a seconda delle esigenze operative e il ripristino delle scorte, l’addestramento specifico del personale e, non da ultimo, i costi sanitari delle cure per le centinaia di reduci feriti e mutilati.
In sedici anni la guerra in Afghanistan è costata complessivamente 900 miliardi di dollari: 28mila dollari per ogni cittadino afgano (che mediamente ha un reddito di 600 dollari l’anno).
In termini umani è costata la vita di 3.500 soldati occidentali (53 italiani) e di 140mila Afgani tra combattenti (oltre 100mila, un terzo governativi e due terzi talebani) e civili (35mila, in aumento negli ultimi anni, quelle registrate dall’ONU: dato molto sottostimato che non tiene conto delle tante vittime civili non riportate). Senza considerare i civili afgani morti a causa dell’emergenza umanitaria provocata dal conflitto: 360mila secondo i ricercatori americani della Brown University.
Chi sostiene la necessità di portare avanti questa guerra si appella alla difesa dei progressi ottenuti. Quali? A parte un lieve calo del tasso di analfabetismo (dal 68% del 2001 al 62% di oggi) e un modestissimo miglioramento della condizione femminile (limitato alle aree urbane e imputabile al lavoro di organizzazioni internazionali e Ong, non certo alla NATO), l’Afghanistan ha ancora oggi il tasso più elevato al mondo di mortalità infantile (113 decessi su mille nati), tra le più basse aspettative di vita del pianeta (51 anni, terzultimo prima di Ciad e Guinea Bissau) ed è ancora uno dei Paesi più poveri del mondo (207° su 230 per ricchezza procapite).
Politicamente, il regime integralista islamico afgano (fondato sulla sharìa e guidato da ex signori della guerra della minoranza tagica) è tra i più inefficienti e corrotti al mondo e ben lontano dall’essere uno Stato di diritto democratico: censura, repressione del dissenso e tortura sono la norma. Per non parlare del problema del narcotraffico (si veda qui).
La cartina al tornasole dei progressi portati dalla presenza occidentale è il crescente numero di Afgani che cerca rifugio all’estero: tra i richiedenti asilo in Europa negli ultimi anni, gli Afgani sono i più numerosi dopo i Siriani.
Anche dal punto di vista militare i risultati sono deludenti. Dopo sedici anni di guerra, i talebani controllano o contendono il controllo di quasi metà Paese. Una situazione imbarazzante che ha spinto il presidente americano Donald Trump a riprendere i raid aerei e rispedire truppe combattenti al fronte, e la NATO a spostare i consiglieri militari dalle retrovie alla prima linea per gestire meglio le operazioni e intervenire in caso di bisogno.
Sul fronte occidentale sotto comando italiano dove, per fronteggiare l’avanzata talebana, dall’inizio dell’anno i nostri soldati (un migliaio di uomini, il secondo contingente dopo quello USA: alpini della brigata Taurinense e forze speciali del 4° reggimento alpini paracadutisti) sono tornati in prima linea a pianificare e coordinare le offensive dei soldati afgani.
Gli esperti militari dubitano del successo di questa strategia: perché mai poche migliaia di truppe che combattono a fianco dell’inaffidabile esercito locale dovrebbero riuscire laddove gli anni passati hanno fallito 150mila soldati occidentali armati fino ai denti? Secondo esperti e diplomatici, l’unica via d’uscita è il dialogo con i talebani e la loro inclusione in un governo federale e multietnico, il ritiro delle truppe USA e NATO e la riconversione della cessata spesa militare in ricostruzione e cooperazione.
È opportuno ricordare che i talebani, fortemente sostenuti dalla maggioranza pashtun degli Afgani, non rappresentano una minaccia per l’Occidente poiché la loro agenda è la liberazione nazionale, non la jihad internazionale: combattono i jihadisti stranieri dell’ISIS–Khorasan infiltratisi in Afghanistan e non hanno mai organizzato attentati in Occidente (né hanno avuto alcun ruolo negli attacchi dell’11 settembre, che avevano apertamente condannato).
L’alternativa è il prolungamento indefinito di una guerra sanguinosa che nessuno ha la forza di vincere e che sprofonderà l’Afghanistan in una situazione di caos e instabilità crescenti, facendone un rifugio ideale per formazioni terroristiche transnazionali come ISIS-Khorasan.
Una prospettiva pericolosa ma utile da un punto di vista geostrategico, poiché uno stato di guerra permanente giustificherebbe un’altrettanto permanente presenza militare occidentale che, seppur minima, basterebbe a scoraggiare interferenze da parte di potenze regionali avverse (Russia, Cina, Iran, Pakistan) desiderose di estendere la loro influenza strategica, stroncare il narcotraffico afgano che le colpisce e, non ultimo, mettere le mani sulle ricchezze minerarie afgane (in particolare le ‘terre rare’ indispensabili per l’industria hi-tech) valutate tra i mille e i tremila miliardi di dollari.
Enrico Piovesana

Fonte

Afghanistan, il mercato fiorente di oppio ed eroina

COVER_afghanistan“Perché ci riguarda ciò che accade così lontano in una terra da decenni martoriata da guerre come quella afgana? Leggi, ascolti, ti indigni, va bene, ma tutto ciò ha una ricaduta concreta su di noi: il ritorno dell’eroina”. Parto dalle parole conclusive di Enrico Piovesana, giornalista e autore di “Afghanistan 2001-2016: la nuova guerra dell’oppio” pubblicato da Arianna Editrice, per introdurre l’incontro/confronto ospitato al CostArena di Bologna.
Tra il 2014 e il 2015, il consumo di eroina nel Vecchio continente è raddoppiato, soprattutto tra gli adolescenti. Secondo i più recenti dati resi pubblici dal CNR, l’Italia è seconda soltanto alla Gran Bretagna, in Europa, in termini di consumo. Un dato che, da solo, dovrebbe spingerci a ritroso nella via che porta la droga in Europa, attraverso quella rotta balcanica che fino a qualche anno fa era abbandonata, e ancora indietro attraverso i Paesi mediorientali per approdare in Afghanistan.
Enrico Piovesana ha iniziato a frequentare la regione di Helmand nel 2003 e ci è tornato regolarmente fino al 2013, in teoria doveva occuparsi prevalentemente di temi umanitari per Emergency, tuttavia qualcosa si è evoluto in corso d’opera: “Quando ti trovi a lavorare nella zona capitale mondiale dell’oppio, tutti ne hanno a che fare ed è vissuta come una cosa normale“.
La gente della zona ha ripreso a coltivare l’oppio dopo la guerra del 2001 (precedentemente un editto del Mullah Omar ne aveva vietato la coltivazione) e oggi si susseguono operazioni NATO, presente nell’area con contingenti prevalentemente statunitensi, britannici e canadesi, che vanno a sequestrare ampie quantità di oppio da contadini. ”Vengono colpiti soprattutto – spiega Piovesana – quelli che non hanno pagato la ‘decima’ al Governo. Ciò accade, solitamente, per due ragioni: c’è chi non ha soldi per pagarla e chi si trova a vivere in zone controllate dai Talebani e quindi è a loro che va la tassa“. Il risultato è un clima di guerriglia costante per il controllo economico della produzione dell’area.
In questa battaglia per il potere politico-economico sono molti gli attori in gioco: il governo, l’ex presidente Karzai, i potenti locali, i vari contingenti internazionali, i clan con le loro milizie private, i Talebani, la DEA e le altre agenzie anti-droga. “Il punto assurdo – commenta Piovesana – è che almeno i trafficanti andrebbero colpiti, invece si lascia tutto com’è e chi perde è la povera gente. Un esempio su tutti: il fratello dell’ex presidente Karzai è legato al mondo del narcotraffico, tutti lo sanno, ma è troppo potente per essere colpito. Un’inchiesta del 2009 del New York Times ha denunciato il fatto che Karzai, come altri narcotrafficanti legati al mondo afgano, era a libro paga della CIA.”
Non si tratta poi di un caso isolato, anche i documenti resi pubblici da Wikileaks raccontano una storia simile: in Afghanistan, il mercato dell’oppio e dell’eroina è rinato, fiorente, in questi 15 anni di presenza militare internazionale e proprio le autorità occidentali non hanno agito, se non in casi isolati, per contrastare queste attività criminose.
La priorità è, ancora oggi, quella di assicurare la sicurezza interna al Paese. Un obiettivo cui vengono sacrificati molti altri fattori fondamentali per uno state building efficace: stato sociale, lotta a criminalità e corruzione, diritti umani sono scesi nell’agenda politica lasciando un grande vuoto in cima dove logiche da realpolitik la fanno da padrone. Enrico Piovesana si spinge oltre ipotizzando che la connivenza tra le forze USA e il business di oppio ed eroina non sia determinato da un semplice laissez-faire, ma sia ormai frutto di una vera e propria strategia consapevole orchestrata dalla CIA. ”Anche nei mercati dove andavo per incontrare contadini e mercanti, ricorda il giornalista, nessuno si stupiva della presenza di un bianco. Erano assolutamente abituati. Anzi, mi raccontavano di come grossi quantitativi venivano portati nelle basi NATO“. Da lì alla Turchia, al Kosovo grazie alla mafia macedone e poi nei mercati europei: questa è la nuova/vecchia via dell’eroina.
Per il giornalista la chiave per comprendere il conflitto e il coinvolgimento dei vari attori è quella storica: “Mi sono documentato e mi sono accorto che siamo di fronte ad un sistema che si ripete dall’Ottocento e la guerra dell’oppio, sistematicamente dal 1947. I casi sono molti, dalla Sicilia a Marsiglia, poi l’Indocina, l’America Centrale. L’Afghanistan è solo l’ultimo caso in cui ci si appoggia a narcotrafficanti per opportunità politica passando dal chiudere un occhio al prendere parte alla gestione del sistema.”
Un sistema oliato ed esportabile, tant’è che le autorità antidroga russe e britanniche hanno già denunciato che l’ISIS ha messo le mani sulla tratta balcanica dell’eroina, un commercio più “sicuro” rispetto a quello del petrolio e una consistente fonte di finanziamento. “L’indignazione non basta, conclude Piovesana, tutto ciò ci tocca da vicino. Alcune statistiche parlano di 100.000 morti all’anno in Europa. Non è un prezzo troppo alto da pagare?”.
Angela Caporale

Fonte

“Dopo 14 anni di occupazione da parte della nazione più ricca al mondo, l’Afghanistan resta in condizioni disperate”

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Forze esterne non possono dettare come il sistema di governo di un Paese debba configurarsi, ma questo è ciò che sta accadendo in Afghanistan, Medea Benjamin, co-fondatrice della ong progressista Code Pink ha detto a RT.
Lunedì [scorso, 21 dicembre – ndr] due attacchi sono avvenuti in Afghanistan. Tre razzi hanno colpito la zona diplomatica di Kabul poco distante dal centro della città. Ciò è successo dopo che un attentatore suicida in moto aveva effettuato un attacco alla base aerea di Bagram uccidendo sei soldati americani.
Nel frattempo, i Talebani stanno aggressivamente facendo ritorno nella provincia di Helmand. I militanti sarebbero vicini ad espugnare la città chiave di Sangin.
Il Segretario di Stato USA John Kerry ha descritto gli sviluppi in Afghanistan come positivi. Tuttavia, l’attivista politica americana Medea Benjamin non è d’accordo definendola una dichiarazione ridicola.
“Gli Stati Uniti hanno speso probabilmente un trilione di dollari in Afghanistan ed esso rimane uno dei Paesi più poveri al mondo; uno dei posti peggiori per le donne per avere figli; con uno dei peggiori tassi di analfabetismo tra le donne”, ha detto a RT.
Gli Stati Uniti hanno invaso l’Afghanistan nel 2001 dopo gli attacchi dell’11 Settembre effettuati sul suolo americano, e secondo la Benjamin, «non è certo un Paese che dopo 14 anni di occupazione da parte della nazione più ricca al mondo ha molto da parlare a suo favore in termini di sviluppo.”
Lo Stato Islamico (già ISIS/ISIL) sta ora combattendo i Talebani, fatto che potrebbe rendere le cose ancora peggiori per il popolo afghano.
L’attivista sostiene quanto è terribile che, dopo tutti questi anni e i miliardi di dollari spesi dagli Stati Uniti nella formazione delle forze afghane locali esse non sono ancora in grado di controllare il proprio Paese.
“Penso che sia un riflesso del fatto che le forze provenienti dall’esterno non possono dettare come il sistema di governo di un Paese debba configurarsi”, ha affermato la Benjamin.
Ella suggerisce che c’è sempre stata la necessità di una soluzione politica ai problemi in Afghanistan e gli Stati Uniti dovrebbero investire i propri soldi nello sviluppo del Paese al posto dei militari.
Ragionando sulle possibili soluzioni, l’attivista ha dichiarato che ci sono stati continui tentativi di parlare con i Talebani. Tuttavia, lei crede che in merito hanno bisogno di fare sul serio.
“John Kerry dovrebbe impiegare alcune delle sue energie diplomatiche per trovare una soluzione politica che purtroppo dovrà includere i Talebani come parte di una transizione. I Talebani sono gente del posto e non possono essere cacciati via “, ha detto la Benjamin a RT.
“Ma penso che i restanti 10.000 soldati statunitensi non saranno sufficienti per dettare al governo afghano quale politica dovrebbe adottare”, ella ha continuato.
La Benjamin ha affermato che deve esserci una soluzione politica e tutta l’energia e le risorse dovrebbero essere impiegate per questo obiettivo.

‘L’Amministrazione Obama vuole nascondere sotto il tappeto gli abusi dei SEAL in Afghanistan’
Nel frattempo, un rapporto del New York Times ha accusato la US Navy di coprire l’abuso di detenuti afghani che ebbe luogo nel maggio 2012.
Il Naval Criminal Investigative Service aveva avviato un’indagine su un caso in cui la tortura provocò la morte di un uomo arrestato dai US Navy SEALS. Nonostante testimonianze oculari contro i militari statunitensi, l’indagine della Marina ha respinto le accuse, sostenendo che le prove non hanno dimostrato la presunta cattiva condotta.
L’avvocato penalista ed ex ufficiale della CIA Jack Rice parlando di abusi sui detenuti ha detto che in un caso come questo non si sarebbe dovuta svolgere un’indagine minimale.
“Questa avrebbe dovuto essere una indagine penale in piena regola, che è molto più grave sul piano militare”, ha dichiarato a RT.
Ha aggiunto che se volevano portare ciò all’estremo, avrebbero potuto portare l’addebito alla Corte Federale, che è un tribunale civile negli Stati Uniti.
“Sulla base del fatto che ci fu una morte in questo caso non c’è stata una indagine come si dovrebbe”, ha detto Rice.
Rice sostiene che l’indagine potrebbe essere riaperta “in base alla gravità del caso e al fatto che essenzialmente è stato respinto.”
“E ‘inquietante che sembrano prendere una decisione di trattarlo in maniera tanto illogica quanto lo hanno realmente basato sulla morte di uno dei detenuti”, ha continuato.
Il comandante dei SEAL ha detto che le prove fornite nel rapporto sono inconsistenti.
Rice ha replicato che è possibile che ci siano incongruenze nel rapporto. “Ma ciò in sé non significa che non si deve andare avanti con un’indagine”, ha aggiunto.
Secondo Rice, egli ha a che fare regolarmente con resoconti che mostrano contraddizioni al loro interno.
«Ciò non ferma l’inchiesta, non ferma l’accusa; solo perché alcune cose non tornano completamente non significa che non si deve continuare a scavare; ciò non significa che non si dovrebbe potenzialmente anche indagare qualcuno per reati gravi “, ha aggiunto.
L’ex funzionario della CIA ritiene che il governo degli Stati Uniti stia cercando di seppellire l’indagine stessa.
“Il fatto che quello che hanno compiuto è stato deviare il caso a un’indagine minimale ed al tipo di inchiesta e processo per eventi insignificanti, piuttosto che qualcosa di molto più serio davvero mi dice che sono in procinto di spingerlo via, per cercare di metterlo sotto il tappeto “.
Nel 2009 il presidente Obama disse che riteneva di non dover diffondere 2000 immagini fotografiche di tortura perché questo avrebbe messo a repentaglio le truppe USA all’estero. Rice sostiene che il presidente Obama abbia deciso che non era il caso di diffondere le foto di Abu Ghraib.
“Quando era in corsa per il ruolo promise che voleva la trasparenza e che il popolo americano e il mondo vedessero le foto stesse”, ha detto a RT.
In conclusione, ha affermato che “la probabilità di successo nella riapertura del caso non è molto certa, a questo punto.”
“La mia aspettativa è che esso non sarà riaperto”, prevede Rice.

[Fonte – traduzione di F. Roberti]

Lo strano caso di Liaquat Ali Hazara

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Eisa Ali per rt.com

L’Occidente dice ai Musulmani di condannare il terrore, ma il Regno Unito vuole rimpatriare in Pakistan un prominente esponente anti Talebani. Così facendo lo condannerebbe al suo destino.
Alla fine dello scorso anno il mondo ha espresso il suo orrore dopo che i Talebani pakistani lanciarono un attacco ad una scuola di Peshawar uccidendo 145 persone, la maggior parte delle quali figli di appartenenti alle forze armate della nazione.
Ciò accadde sullo sfondo di una campagna governativa contro i militanti nelle regioni tribali del Paese che aveva fino a quel momento condotto alla morte di migliaia di civili innocenti. Nei giorni successivi agli attacchi, i leader mondiali si unirono nel condannare le bombe, cogliendo anche l’occasione di parlare della minaccia rappresentata dai gruppi estremisti che seguono l’ideologia wahabita, sostenuta dai Sauditi e nel contesto pakistano rappresentata dalla scuola di pensiero dei Deobandi.
La settimana scorsa, mentre tutti guardavano in diretta televisiva i tragici eventi di Parigi, già veniva richiesto a innocenti Musulmani di “condannare” le azioni dei terroristi. Mentre tali richieste ridicole meritano tutto il disprezzo che hanno incontrato, si ignorano delle grandi verità. La prima è che, come uno studio del 2009 dimostra, i gruppi estremisti in stile Al-Qaeda uccidono otto volte di più musulmani che non musulmani. Questa ricerca fu realizzata prima dell’ascesa, la scorsa estate, del cosiddetto Stato Islamico che ha principalmente colpito Musulmani, in particolare Sciiti, considerati eretici e apostati, istruendo i propri giovani seguaci ad ucciderli.
La seconda è che esistono numerosi Musulmani coraggiosi che si sono opposti agli estremisti mettendo seriamente a rischio la propria sicurezza personale. Essi vivono sotto minaccia di morte e affermano la propria opposizione non perché spinti da politici ipocriti o da media demagoghi dell’estrema destra, ma perché considerano un dovere religioso resistere alla tendenza estremista che sta distruggendo la loro fede.
Così appare a stento credibile il fatto che il governo britannico stia lavorando al fine di rimpatriare un attivista nel natio Pakistan. Liaquat Ali Hazara è stato un grande critico dei Talebani negli ultimi quattro anni. Inizialmente nel Regno Unito come studente, ha cominciato la sua attività politica dopo che il gruppo estremista sunnita Tehrik Taliban Pakistan (TTP) lanciò un attacco dinamitardo che colpì la minoranza sciita degli Hazara, uccidendo un mucchio di persone innocenti. Ma Liaquat non ha limitato le sue campagne agli sciiti, ma si è regolarmente battuto per i diritti dei Cristiani, degli Ahmedi e dei Sunniti in Pakistan.
Liaquat ha guidato proteste presso l’ambasciata pakistana chiedendo alle autorità di prendere provvedimenti per fermare l’ondata di proiettili, bombe e attacchi suicidi che regolarmente colpivano i pakistani sciiti e in particolari gli Hazara, facilmente riconoscibili per la loro fisionomia mongola. Per questo i militanti in Pakistan hanno indirizzato verso di lui minacce di morte, arrivando finanche a consegnarle a mano a casa dei suoi genitori, a Quetta, la capitale della regione del Baluchistan.
Molto è stato scritto e detto in merito al ruolo giocato dalle agenzie di sicurezza pakistane nella crescita e nel supporto di gruppi estremisti come i Talebani. Non c’è alcuna garanzia che la polizia o l’esercito possa proteggere la vita di Liaquat. Anche egli crede che non sarà capace di arrivare a casa sua senza venir rapito e poi ucciso. Ciò è testimoniato anche dalle organizzazioni per i diritti umani che hanno documentato l’inarrestabile campagna di terrore dichiarata contro la comunità sciita pakistana.
Il Ministero per gli Affari Interni del Regno Unito sostiene di aver analizzato il caso di Liaquat e – nonostante le minacce di morte, gli abusi documentati in Pakistan, la mancanza di provvedimenti da parte delle autorità locali per gestire la situazione e la testimonianza dei gruppi per i diritti umani e dei leader di ogni tipo di comunità religiosa – di non vedere una minaccia alla sua vita. Egli è stato così detenuto in un centro per l’immigrazione nei pressi dell’aeroporto di Gatwick per diversi mesi, vivendo nel costante timore di esser messo su un aereo e rimpatriato.
Ad ottobre il rimpatrio sembrava essere prossimo e Liaquat stava per essere messo su di un volo per il Pakistan, ma all’ultimo momento è giunta una breve sospensione. In seguito un paio di settimane fa, un giudice ha lasciato che Liaquat tornasse a casa in attesa che il suo ricorso contro la deportazione sia discusso.
Se il Ministero per gli Affari Interni riesce a deportare Liaquat e altri in condizioni simili alla sua, l’unico risultato sarà una maggiore perdita di fiducia da parte della comunità musulmana verso il governo. Dimostrerebbe come da un lato il governo invita la comunità musulmana a combattere gli estremisti e dall’altro rimpatria quelli che prendono una chiara posizione che li porta a rischiare la propria vita. E con le misure del governo che già contribuiscono a creare un clima di tensione e sospetti, nessuno vincerebbe in un tale scenario.

[Traduzione di M. Janigro]

La chiamano barbarie

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Le decapitazioni filmate di ostaggi occidentali in Iraq e di un escursionista francese in Algeria suscitano legittimamente un senso di orrore e una condanna senza appello. Sono uccisioni senza senso, opera di criminali malvagi al servizio di una ideologia deviante. Queste scene macabre seguono quelle altrettanto insostenibili di esecuzioni di massa di uomini disarmati. L’emozione generata da questo teatro delle crudeltà, viene tuttavia manipolata con freddezza dai media e dai politici in Occidente. La costante qualificazione della “barbarie” a opera di “barbari” risponde al desiderio di disumanizzare gli autori di queste atrocità. Espunti dalla civiltà, non rientrano più sotto la legge comune e non sono soggetti a leggi ordinarie. Si tratta per la propaganda bianca, in linea con i suoi usi e le tradizioni consolidate, di denunciare l’irriducibile barbarie “dell’altro”, presentato come un tutto indistinto per meglio sottomettere o sterminare, al di là dei criminali, un’intera società. Oppure, come nel caso dell’Iraq e della Siria, per distruggere degli Stati.
Questi assassinii sono rappresentati dagli organi di propaganda come atti irrazionali, quasi non umani, commessi da un’alterità radicalmente diversa. La propaganda si spinge ancora più a fondo, descrivendo queste atrocità come inerenti a una sfera etnico-religiosa: l’Islam, che nonostante le sfumature del linguaggio, sarebbe intrinsecamente pericoloso, quasi incomprensibile e sistematicamente opposto a un Occidente che, per essenza e definizione, ha valori umanistici definitivamente superiori a tutti gli altri.
In una fusione spudorata ma assunta senza discutere, i musulmani di qui e all’estero, sono sospettati di collusione “culturale” con gli assassini, e chiamati dai repressori del pensiero a dissociarsi pubblicamente dai crimini. Gli si ingiunge di approvare la nuova guerra medio-orientale dell’Occidente e il bombardamento vendicatore deciso dalla Civilizzazione.
Questi argomenti di una propaganda essenzialista, volta a demonizzare intere comunità, sono odiosi e ridicoli. Questa propaganda volta a stigmatizzare e colpevolizzare è tanto più inaccettabile quando viene da giornalisti-pubblici ministeri, molto ben posizionati, che se facessero bene il loro mestiere, avrebbero innescato una discussione sulla brutalità e sull’abuso di inedite proporzioni rivolto contro le popolazioni arabo-musulmani per decenni.
I giornalisti, che martellano l’opinione pubblica con la parola barbaro, cosa hanno scritto delle centinaia di migliaia di morti civili in Iraq, cosa hanno scritto sull’uso del fosforo bianco e sulle munizioni all’uranio impoverito contro le popolazioni civili? Chi tra questi modelli di Civiltà ha parlato del destino di decine di bambini malformati a Fallujah e altrove a causa dell’uso di armi proibite?
Si sono levate grida di indignazione da parte della stampa, quando la molto civile Madeleine Albright, ex segretario di stato americano, giustificava la morte di mezzo milione di bambini iracheni? Quale giornalista, della carta stampata o televisivo, ha protestato per il fatto che in questo paese dei diritti dell’uomo, criminali altrettanto sadici che quelli dello Stato Islamico, possono morire nel loro letto grazie alle amnistie e all’amnesia dello Stato?
Non c’è bisogno di tornare alle guerre coloniali condotte in nome dell'”Illuminazione” della generazione passata per riconoscere la stessa barbarie contemporanea, altrettanto indecente, che si ammanta dei valori della democrazia e dei diritti umani. Barack Obama, Nobel per la Pace, può condurre sette guerre dopo aver ricevuto un’onoreficenza che ha definitivamente perso ogni significato morale. Chi di questi mezzi di comunicazione menziona le decine di migliaia di vittime innocenti degli attacchi dei droni in tutto il mondo? La morte sotto i missili teleguidati e le bombe “intelligenti” di cinquecento bambini di Gaza? Non è questa una “barbarie”? I bombardamenti delle scuole gestite dalle Nazioni Unite sarebbero il danno collaterale di attacchi chirurgici. E’ vero che senza immagini e sepolte sotto la mistificazione e la complicità silenziosa dei giornalisti dell’informazione, decine di migliaia di morti delle guerre asimmetriche semplicemente non esistono. Meri dati statistici, i cadaveri straziati dei poveri e degli indifesi, non suscitano alcuna emozione.
Non vi è pertanto necessità di condurre una ricerca approfondita per scoprire che la realtà della “barbarie” è molto diversa da quella che la stampa vuole far credere. Non cercheremo qui di stabilire la genealogia politica del fanatismo islamico prodotto dalle monarchie del Golfo e armate dall’Occidente. Chi si ricorda dei missili francesi, delle armi inglesi e statunitensi generosamente fornite ai “mujaheddin afghani”, ieri combattenti per la libertà e talebani estremisti di oggi?
Le messe in scena di omicidi abietti in circostanze orribili da parte di psicopatici apolitici non possono in ogni caso essere una scusa per manipolazioni odiose. Il discorso sulla barbarie inflitto dalla propaganda, destinato a designare falsi nemici interni, si propone di mettere a tacere coloro che tra i musulmani in Europa denunciano le avventure militari in Medio Oriente. Si propone altresì di far dimenticare quelli commessi dagli alleati dell’Occidente. Questa agitazione intorno a una cosiddetta barbarie musulmana non riesce a nascondere la verità sanguinante di un occidente colonialista di ieri e imperialista di oggi, che assume senza discontinuità fin dal XIX secolo, le sue guerre eminentemente civili e molto sanguinose sul mondo arabo-musulmano. I criminali dello Stato Islamico hanno frequentato una buona scuola.
Nel consolidato dispositivo di preparazione psicologica dell’opinione pubblica, la barbarie degli altri è la giustificazione ultima della guerra. Tuttavia, le “guerre” contro il terrorismo, ingaggiate da decine d’anni, lungi dall’avere arginato il fenomeno, lo hanno generalizzato e complicato. Ci sono pochi dubbi, alla luce dell’esperienza, che il rifiuto di approcci politici e la fascinazione per la guerra manifestata dai leader occidentali, oltre a una regressione pericolosa del diritto internazionale produrrà una maggiore sovversione.
I primi e peggiori barbari sono tra noi.
Fondazione Frantz Fanon

(Fonte)

Come si misura la sofferenza in Afghanistan?

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“Non esiste un dolorometro. La combinazione di macelleria-inferno – creata dalla NATO e dai talebani nel penultimo paese meno sviluppato del mondo, per la lotta tra i signori della guerra occidentali e quelli locali, l’inettitudine di un regime criminale formato da famiglie mafiose e protetto dalla NATO – ha strappato la vita a decine di migliaia di civili e costretto a fuggire dalle loro case milioni di loro.
Nell’Ospedale dei Bambini Indira Gandhi di Kabul il numero di bambini ricoverati per denutrizione severa si è quadruplicato dal 2012. Sono apparsi bimbi-vecchi, con la pelle che cade dal viso piena di rughe, a causa del marasma (Decadimento progressivo delle funzioni dell’organismo provocato da vecchiaia o da gravi malattie, n.d.t.), risultato di un forte deficit calorico.
Alle società occidentali che vivono dell’affare della guerra non importa neppure della morte di circa 3.400 soldati della NATO o lo sconvolgente dato che una media di 18 veterani delle guerre in Iraq e Afganistan si tolgano ogni giorno la vita. Alcuni, forse, per aver partecipato alla mattanza “per errore” di 16-23.000 afgani.
Il Nobel per la Pace Obama sostiene di essere l’artefice della “prima transizione democratica” afgana, una farsa dove la gente non potrà neppure scegliere tra un signore della guerra e l’altro; dalle urne uscirà quello deciso dallo Studio Ovale.”

Da Obama ha mentito: la NATO non se ne andrà dall’Afganistan, di Nazanín Armanian, politologa ispano-iraniana.

La nuova “missione di pace” in Afghanistan

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E hanno già coniato il nome…

Come aveva anticipato Analisi Difesa le truppe italiane destinate a restare in Afghanistan dopo il 2014 nell’ambito della missione NATO Resolute Support non saranno poche decine (come aveva sostenuto giorni fa il ministro della Difesa, Mario Mauro) ma tra 500 e 700. Effettivi numericamente simili ai 6/800 tedeschi che manterranno la presenza nel nord afghano. Ne hanno discusso il 20 giugno a Herat i ministri della Difesa di Italia, Germania ed Afghanistan.
Sara’ il Parlamento – ha premesso il ministro Mario Mauro – a valutare e poi votare sulla nostra nuova missione. Io sono qui par raccogliere informazioni e dico che non possiamo far mancare il nostro sostegno a questo Paese, se non vogliamo che torni l’atroce dittatura del passato. Resolute Support sarà una missione no combat, con l’obiettivo di proseguire l’assistenza e l’addestramento alle forze di sicurezza afgane. Non sono più previsti compiti di contrasto all’insorgenza o al narcotraffico. Gli italiani rimarranno nella zona di Herat anche dopo il 2014, con un numero di addestratori compreso tra 500 e 700.
Ma, come ha sottolineato il ministro tedesco Thomas De Maiziere, “serve prima un accordo fra NATO e l’Afghanistan su quello che i militari della coalizione potranno o non potranno fare”. In sostanza, si sta discutendo che lo status giuridico di quelle che saranno le forze di Resolute Support, con l’obiettivo di evitare che siano sottoposte alle leggi di Kabul [sic – ndr].
Da parte sua il ministro afgano Dismillah Mohammadi, ha ostentato ottimismo. Tutto il territorio nazionale – ha assicurato – è sotto il pieno controllo delle forze di sicurezza afgane, tranne quattro distretti in cui è ancora forte l’influenza degli insorgenti. Ma una visita ad Herat, che pure è una delle province “tranquille”, racconta una realtà differente. Per il breve tragitto tra la base di Herat e la villa di rappresentanza del governatore dove c’è stata la colazione fra i tre ministri, sono stati impiegati elicotteri Chinook e tutte le delegazione hanno dovuto indossare giubbotto antiproiettile e casco protettivo. Il luogo, una piccola collinetta sulla città, era presidiato da un numero consistente di forze armate. La strada per la sicurezza dell’Afghanistan è ancora lunga.

Fonte
[Il collegamento inserito è nostro]

Operazione Rottamazione

obama-karzai

Come risolvere il problema logistico costituito dai veicoli e dagli altri equipaggiamenti militari accumulati, in dodici anni di presenza in Afghanistan?
Nel momento in cui gli Stati Uniti si preparano a ritirarsi dal Paese centroasiatico, invece di donare tale materiale alle forze armate afghane che dovrebbero mantenere la sicurezza dopo la partenza dei soldati a stelle e strisce, o magari venderlo ad altre nazioni, essi stanno deliberatamente distruggendo sofisticate strumentazioni per il valore di miliardi di dollari, in uno sforzo così massiccio da non avere precedenti.
In totale, verranno distrutti oltre 7 miliardi di dollari di equipaggiamenti, corrispondenti a circa il 20% di quanto gli Stati Uniti detengono in Afghanistan, in quanto sarebbe troppo costoso organizzarne il rientro in patria.
Allo stato attuale, sono già stati demoliti più di 77.000 tonnellate di equipaggiamenti militari.
Le alternative considerate, quella di lasciarli alle forze afghane o venderli a qualche Paese alleato, sarebbero state abbandonate nel primo caso a causa dell’inesperienza dei soldati locali che finirebbero per spararsi addosso a vicenda, nel secondo caso per il timore che il Paese acquirente non sia poi in grado di ritirarli da quella che ancora viene considerata una zona di guerra.
L’unica possibilità rimane quindi quella di rottamare tutti i materiali considerati in eccesso, e successivamente provare a venderli a peso sul mercato afghano dei rottami.
Ciò non riesce comunque a tacitare i maligni, i quali suggeriscono che piuttosto che alla fine di un lungo periodo di conflitti sul terreno, si sia di fronte all’inizio di nuovi costosi acquisti di armamenti a favore delle industrie del complesso militare americano.
Secondo una diversa interpretazione, la rottamazione di tutti questi equipaggiamenti destinati alle operazioni di terra -fra cui ben 2.000 degli 11.000 veicoli blindati antimine che il Pentagono ha acquistato a partire dal 2007- potrebbe giustificarsi con l’ulteriore sviluppo delle “guerre dei droni”, che già rivestono una grande importanza nella strategia bellica statunitense in terra di Afghanistan (e Pakistan).
Ad ogni modo, nonostante da lunghi anni Karzai e soci siano a libro paga USA, non si può che concludere che i loro padrini non hanno mai imparato a fidarsene completamente.
Tanto che, in questo delicato frangente, preferiscono dare il via libera a uno spreco di risorse così ingente piuttosto che lasciarle nelle mani dei presunti alleati.
Episodi come quello accaduto ieri, con un commando talebano che per diverse ore ha tenuto in scacco i Palazzi del potere a Kabul, faranno loro mutare idea?
Federico Roberti

Gli esperti del narcotraffico e la questione afghana

Da un’intervista a Sandro Donati, già consulente del Ministero della Solidarietà Sociale, direttore scientifico del progetto Narcoleaks, che raccoglie un gruppo di ricercatori volontari italiani impegnati nel monitoraggio dei dati relativi alla produzione e al commercio di droga a livello globale.
La recente diffusione di un documento redatto dal gruppo, eloquentemente intitolato Le bugie di Obama sul traffico internazionale di cocaina, ha suscitato una certa apprensione presso la Casa Bianca

“La questione afghana è una cartina di tornasole, un qualcosa che consente di comprendere tutto ed è sconcertante come osservatori ed esperti di narcotraffico facciano finta di non vedere. Ci sono infatti una serie di elementi eclatanti che parlano con estrema chiarezza.
Anzitutto, fino a prima che iniziasse il conflitto afghano – mi riferisco al periodo precedente finanche all’invasione sovietica in Afghanistan – la produzione nel Paese era una percentuale minima di quella mondiale. Diciamo che la quasi totalità della produzione mondiale era tutta quanta concentrata nel Triangolo d’oro. La produzione afghana cominciò a muoversi durante l’invasione sovietica e ci sono molti riferimenti che indicano come gli Stati Uniti finanziassero i mujahidin all’epoca, proprio facilitando il traffico dell’oppio. Fatto è che l’Afghanistan cominciò a produrre una parte un po’ più consistente della produzione mondiale, portandosi intorno ad un 15-20% del totale, ma il Triangolo d’oro continuava sempre ad essere dominante nel settore. Quando i sovietici si ritirarono, la produzione era ormai consolidata, e rimase tale sino a che nel 2000 intervenne un primo editto dei talebani. Questo editto provocò una prima diminuzione che mi pare si attestò attorno ad un 20-30% della produzione. L’anno successivo i talebani fecero sul serio, perché emisero un altro editto molto più duro che evidentemente spaventò i contadini; fatto sta che la produzione venne pressoché azzerata e si ridusse a circa un 7-8% di quello che era prima. Ora, nell’ottobre del 2001 arrivano gli americani e i loro alleati. Quello che è eclatante è seguire la curva con la quale da quel momento in poi aumenta annualmente la produzione di oppio. La pendenza della curva dimostra un aumento di produzione spaventosamente più elevato rispetto alla lenta crescita avuta durante il periodo dell’occupazione sovietica. La produzione arriva infatti a raddoppiare o triplicare anno per anno e si arriva ad una situazione limite intorno al 2007, anno in cui l’Afghanistan diventa pressoché il monopolista nella produzione mondiale. E quindi qui intervengono diversi fatti clamorosi che vanno osservati con attenzione: non soltanto l’Afghanistan vede esplodere la sua produzione, ma al tempo stesso crolla quella del Sud-Est asiatico. E qualcuno mi deve spiegare chi è che manovra quello che io definisco una sorta di simbolico semaforo internazionale che diventa rosso da una parte e verde dall’altra. Sul versante del Triangolo d’oro, d’improvviso cominciano a funzionare tutte quelle politiche di sviluppo dell’agricoltura alternativa e la produzione di oppio si abbatte fortemente.
In Afghanistan invece assistiamo all’esplosione della produzione in uno dei Paesi più controllati al mondo da satelliti, ricognizioni aeree e movimenti di truppe terrestri. Ammettiamo per un attimo di credere alla favoletta che l’oppio si produce soltanto nelle zone controllate dai talebani; dovremmo anzitutto superare la contraddizione che gli stessi talebani in precedenza avevano emesso degli editti contro la produzione. Ma anche volendo ammettere che i talebani a loro volta, accecati dal bisogno di armarsi dettato dalla guerra, abbiano cercato finanziamenti nel narcotraffico: è evidente che gli Stati Uniti hanno una capacità aerea di totale controllo del Paese e che i talebani non sono certo in grado di contrastarli dal punto di vista aereo, soprattutto nei voli ad alta quota. Potendosi tutto ricostruire minuziosamente dai satelliti, vi sarebbe la possibilità di distruggere le coltivazioni come per esempio gli stessi statunitensi hanno insegnato a fare ai colombiani con le fumigazioni, cioè gettando sostanze chimiche che cadono sulle piantagioni e le distruggono. Come mai tutto questo non è stato mai attuato in Afghanistan?
Ma poi c’è una seconda domanda più stringente, che supera pure il pretesto che le coltivazioni siano solo nei territori controllati dai talebani: l’oppio coltivato deve poi essere lavorato e trasformato. Dei vari passaggi necessari il primo è la trasformazione in oppio dei fiori. Che già significa movimentare delle quantità notevoli di materia prima, che dal punto di vista di volume e peso è in rapporto di 5 a 1 rispetto all’oppio che ne verrà ricavato. La merce si sposta con camion e poi arriva nei laboratori nei quali deve essere trasformata in oppio e da oppio in eroina. Qualcuno dovrebbe spiegare alla comunità internazionale per quale motivo dai report dell’ONU emerge un numero bassissimo di laboratori di trasformazione dell’oppio in eroina in Afghanistan. Ed anche come esce questa quantità immensa di oppio ed eroina dall’Afghanistan, visto che gli americani in teoria controllerebbero tutto. Le questioni per la verità sono tante e l’esplosione di produzione in Afghanistan comporta un’altra considerazione di estrema importanza: per la prima volta in maniera eclatante si dimostra che, decidendo a migliaia di km dai mercati di consumo che si deve aumentare la produzione, si è comunque sicuri che quella produzione avrà buon fine, avrà – in sostanza – sbocco nel mercato. E questo dimostra in maniera inequivocabile che è l’offerta che determina la domanda, e quindi è almeno in parte fallace tutta quella serie di argomenti addotti soprattutto in America Latina per spiegare che la produzione è colpa dei Paesi che consumano.”

Hanno sfidato una tempesta di sabbia

Herat, 17 settembre – Hanno sfidato una tempesta di sabbia per consegnare le schede elettorali in una delle zone più remote dell’Afghanistan, Por Chaman. Gli elicotteri italiani hanno compiuto la missione questa mattina ed hanno consegnato alle autorità afghane gli scatoloni sigillati contenenti le schede elettorali per le votazioni che si svolgeranno domani in tutto l’Afghanistan. Una missione durata due ore e che ha visto impegnati un CH47, elicottero da trasporto, e due Mangusta che hanno scortato le schede elettorali.
Nel corso della settimana molte volte l’operazione era fallita proprio a causa della tempesta di sabbia che ha colpito la regione. “Negli ultimi giorni – spiega il maggiore Bruno Pagnanelli abbiamo messo a punto un piano dettagliato per portare le scatole sigillate con all’interno le schede elettorali nei vari distretti. Una tempesta di sabbia però ha impedito che l’operazione giungesse a buon fine. Fino a questa mattina quando il maltempo ha concesso una tregua di due ore e così gli elicotteri sono partiti da Farah, nella provincia di Herat, affrontando una missione al limite, sorvolando la zona montuosa e desertica di quella provincia. Nessun atto ostile da parte degli insorti è stato registrato contro le forze dell’aviazione leggera dell’Esercito e dunque sabato gli abitanti di quella zona potranno recarsi alle urne”.
(AGI)

Peccato però che…

Kabul, 17 settembre – Alla vigilia del voto afghano, sequestrate migliaia di schede false e badge per l’accredito degli osservatori. Lo hanno annunciato le autorità in Afghanistan, dove crescono i timori di brogli elettorali, in un voto che i talebani hanno invitato a boicottare e minacciato di insanguinare con attentati.
(AGI)

Roma, 17 settembre – In Afghanistan si corre il rischio di brogli elettorali: lo ha detto il ministro della difesa Ignazio La Russa. “Qualche volta sentiamo parlare di rischio brogli elettorali nei Paesi europei – ha dichiarato La Russa – e qualche volta anche in casa nostra. Potete immaginare come sia più facile sentirne il pericolo in una terra così devastata come l’Afghanistan“. La riflessione del responsabile della Difesa a margine dell’incontro che ha avuto con il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen.
(AGI)

Ma come, signor Ministro, non ci ha sempre detto che in Afghanistan siamo sulla buona strada?!?
Intanto, i “nostri ragazzi” continuano a giocare alla guerra:

Roma, 17 settembre – Due incursori italiani, un ufficiale e un militare di truppa della Task Force 45, costituita dalle forze speciali italiane, sono rimasti feriti oggi nel distretto di Bakwah, provincia di Farah, a sud di Herat. I due, colpiti da proiettili di arma da fuoco alla spalla, non sono in pericolo di vita. In particolare, riferisce il Regional Command West di ISAF, i militari sono rimasti feriti nel corso di un’operazione mirata alla cattura di quattro insorti che erano stati avvistati da un velivolo senza pilota dell’Aeronautica militare mentre posizionavano un ordigno lungo la strada che collega Farah a Delaram.
Gli insorti si erano spostati in un’abitazione verso la quale si stavano dirigendo un elicottero da trasporto CH47 con a bordo gli elementi delle forze speciali, scortato da due elicotteri Mangusta. I due feriti sono stati subito evacuati presso l’ospedale da campo USA di Farah. La dinamica dell’evento è in fase di ricostruzione, mentre le famiglie dei due militari sono state avvisate.
(ASCA)

Un elicottero da trasporto CH47 e due Mangusta in entrambi gli episodi, ma che curiose coincidenze!

Altri addirittura, pur di sparare a qualche animale di grossa taglia, da cacciatori accaniti arrivano a firmare contratti annuali o pluriennali con le nostre Forze Armate che organizzano safari a proprie spese.
Il ragionamento è semplice: se, tra acquisto di mimetica, scarponi, fucile, munizioni, costo di viaggio di spostamento all’estero ecc, se ne vanno più di mille euro, e io posso risparmiare, anzi mi pagano lautamente per la trasferta internazionale, perché non farlo?
Qualche rischio c’è, ma a vedere i dati che ogni anno ci arrivano dagli enti preposti, ma anche dalla stessa televisione, decine di morti e feriti per ogni stagione faunistica, c’è da ammettere che c’è più rischio di essere impallinati dai cacciatori della domenica o morti precipitati in dirupi a causa di un terreno che frana in tutta Italia, piuttosto che percorrere le lande desolate afgane o irachene a caccia di qualche bella preda.
Qualche volta dallo schermo tv, ci arrivano delle notizie curiose che ci parlano del cinghiale che inferocito ha fatto cadere un cacciatore, al quale partendo un colpo ha ammazzato accidentalmente l’amico o di qualche volpe che fintasi morta ha poi staccato il naso o la mano al cacciatore imprudente, ma sono cose che non fanno paura, anzi danno una bella scossa di adrenalina a ogni impenitente cacciatore.
Oggi, l’incidente di caccia è avvenuto non nei boschi della Garfagnana, bensì tra le pietraie del distretto di Herat, dove un gruppo di cacciatori italiani in trasferta, che in Afghanistan sono inquadrati dalla agenzia di Safari “Incursori Taskforce45”, addestrata ad eliminare a colpi di silenziatore dei fastidiosi esemplari di una specie che si chiama talebana, dopo aver avuto le indicazioni da parte di un cane-volante robot (chiamato Predator) ove si trovasse la tana di alcuni esemplari di questa razza, è incautamente incappata in un branco di cuccioli talebani con mamme al seguito.
La reazione di questi animali che, notoriamente, appena vedono un cane-robot Predator a stelle e strisce, si fanno immediatamente annichilire a colpi di missile, è stata inconsulta, rabbiosa provocando la morte di un cacciatore ed il ferimento di un altro.
L’ennesimo incidente di caccia scatenerà nuove polemiche tra coloro che sono sfavorevoli alle attività di caccia grossa all’estero sotto il patrocinio del Ministero della Difesa e coloro che invece richiederanno l’impiego di cani-robot armati, capaci di ammazzare prima la preda a distanza, onde far fare ai cacciatori incalliti un safari teleguidato senza rischi.
Si prevede che i missili da installare su questi nuovi cani da caccia saranno acquistati con i risparmi sulle pensioni di invalidità, sulla scuola, sulla sanità e con tariffe più alte sui servizi pubblici.

“La caccia grossa è garantita dai principi delle libertà costituzionali, corrobora lo spirito italico e fa tenere alto il nome della nostra Nazione all’Estero!“.
Con queste parole, il nostro ministro della Difesa richiederà la mozione di fiducia sulla prossima manovra relativa all’acquisto della ”nuova attrezzatura” per un’attività venatoria che quest’anno si presenta molto interessante.

Da Incidenti di caccia: morto un incursore italiano che andava a caccia di talebani, di Antonio Camuso.
[grassetto nostro]

Missione di pace
Roma, 20 settembre – “Il tenente Romani era un valoroso combattente”, ha detto Franco Frattini, ricordando la figura del militare ucciso. Il ministro degli Esteri ha aggiunto che gli uomini della Task Force 45, di cui faceva parte Romani, sono militari “addestratissimi”, in Afghanistan da volontari, che “devono andare a snidare quei talebani con cui non potremo fare mai un accordo”.
(AGI)

“Fiaccola per la nostra Patria, lampada per i popoli martoriati”
Roma, 20 settembre – ”Alessandro in Afghanistan voleva che gli ordigni non spegnessero più i sogni dei bambini, che le donne non fossero più sfigurate e lapidate, che gli uomini non fossero più legati su pali in attesa della morte, dinanzi agli occhi dei figli”. Con queste parole mons. Vincenzo Pelvi, ordinario militare per l’Italia, ha ricordato la figura del tenente Alessandro Romani, l’incursore del reggimento ‘Col Moschin’ ucciso il 17 settembre in uno scontro a fuoco con i talebani e del quale si sono celebrati i funerali oggi a Roma alla presenza del capo dello Stato Giorgio Napolitano.
”In questa basilica, diventiamo alunni dinanzi alla sua bara, cattedra non sempre condivisa e riconosciuta. Eppure è una cattedra da cui viene trasmesso un insegnamento che debella l’egoismo e fa trionfare la solidarietà. Una cattedra che non respinge i poveri e gli emarginati ma insegna ad accogliere i più deboli e li mette in cattedra”. ”Caro Alessandro, – ha detto mons. Pelvi rivolgendosi direttamente al militare caduto – con la partecipazione alle missioni internazionali di sicurezza e di sviluppo, sei diventato, senza cercarlo, fiaccola per la nostra Patria e l’intera umanità. Non ti sei preoccupato delle tue paure o delle tue ferite perché avevi a cuore di restituire dignità umana a ogni persona. Prima per il popolo iracheno e poi per quello afghano, sei stato luce di speranza, convinto che la vita di ogni uomo è un valore non negoziabile”.
Per mons. Pelvi la morte di Romani ”è un ammonimento circa la necessità di abbandonare la mentalità che considera i poveri – persone e popoli – come fardello e come fastidiosi importuni. Eppure solo assieme a loro possiamo creare un mondo più giusto e per tutti più prospero. Se vogliamo la pace, la costruiremo assicurando a tutti la possibilità di una crescita ragionevole: le ingiustizie, prima o poi, presentano il conto a tutti. Il servizio dei nostri militari rivela un obiettivo di profonda solidarietà: mirare al bene di ognuno e di tutti”. Da qui l’impegno a ”non distogliere mai l’attenzione ai progetti di sviluppo dei popoli, specialmente di quelli più bisognosi di aiuto, promuovendo il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale anche col minimo dispendio delle risorse umane ed economiche mondiali per gli armamenti. Lo sviluppo è dato dall’incremento di scelte buone che sono possibili quando esiste la nozione di un bene umano integrale”.
Il vescovo castrense ha concluso l’omelia ringraziando a nome dell’Italia ”i nostri militari, che, liberi dal proprio io, si espongono come lampada per i popoli martoriati dalla tirannia e dalla violenza con l’intento di rendere ospitale la casa dell’umanità. La guerra non è mai inevitabile e la pace è sempre possibile. Anzi doverosa”.
(ASCA)

[La puntata precedente del “Monsignore atlantico”.
Le ingiustizie, prima o poi, presentano il conto a tutti…]

Wikileaks disinformazione calcolata

Dopo la drammatica pubblicazione di un video militare americano di un elicottero che sparava su giornalisti inermi in Iraq, Wikileaks ha guadagnato notorietà e credibilità a livello mondiale quale audace sito web che rende di pubblico dominio materiale sensibile proveniente da delatori all’interno dei vari governi. Il suo ultimo “colpo” riguarda la presunta fuga di migliaia di pagine di documenti, presumibilmente sensibili, riguardanti delatori degli americani tra i talebani in Afghanistan e i loro legami con persone in alto, legate ai servizi segreti militari pakistani ISI. Tuttavia, la realtà suggerisce che, lungi dall’essere una fuga di notizie onesta, essa è invece una disinformazione calcolata a favore degli Stati Uniti e, forse, dei servizi segreti israeliani e indiani, ed è una copertura del ruolo degli Stati Uniti e dell’ Occidente nel traffico di droga dall’Afghanistan.
Dal momento della pubblicazione dei documenti afgani qualche giorno fa, la Casa Bianca di Obama ha dato credibilità alla fuga di notizie, sostenendo che ulteriori fughe possono rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Eppure, i dettagli dei documenti rivelano ben poco di sensibile. L’unica figura più spesso menzionata, il generale (in pensione), Hamid Gul, ex capo dell’agenzia dei servizi segreti militari pakistani, ISI, è l’uomo che nel corso degli anni ‘80 coordinava la guerriglia mujaheddin, finanziata dalla CIA, in Afghanistan contro il regime sovietico. Negli ultimi documenti di Wikileaks, Gul è accusato di aver regolarmente incontrato i capi di Al Qaeda e dei Talebani e orchestrato attacchi suicidi contro le forze della NATO in Afghanistan.
(…)
Il ritenere oggi Gul il principale collegamento con i “talebani” afgani fa parte di un più ampio disegno dei recenti sforzi americani e inglesi di demonizzare l’attuale regime pakistano come una parte fondamentale dei problemi in Afghanistan. Una siffatta demonizzazione aumenta notevolmente la posizione del recente alleato militare degli Stati Uniti, l’India. Inoltre, il Pakistan è l’unico paese musulmano in possesso di armi atomiche. Alle Forze di Difesa Israeliane e all’agenzia dei servizi segreti israeliana Mossad piacerebbe moltissimo cambiare la situazione. Una falsa campagna contro il politicamente schietto Gul via Wikileaks potrebbe essere parte di tale sforzo geopolitico.
Il Financial Times di Londra afferma che il nome di Gul compare in circa 10 dei 180 files riservati degli Stati Uniti i quali sostengono che i servizi segreti del Pakistan sostenevano i militanti afghani che combattono le forze NATO. Gul ha dichiarato al giornale che gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Afghanistan, e che la fuga dei documenti aiuterebbe l’amministrazione Obama a deviare la colpa, suggerendo che il Pakistan sia responsabile. Gul ha detto al giornale, “Sono il capro espiatorio preferito d’ America. Non riescono ad immaginare che gli afgani possano vincere guerre per conto proprio. Sarebbe una vergogna senza fine che un generale di 74 anni che vive una vita ritirata e che controllava i mujaheddin in Afghanistan risulti nella sconfitta d’America”.
Alla luce dei più recenti documenti afghani di Wikileaks, notevole è l’attenzione sul 74enne Gul. Come ho scritto in un pezzo precedente, Warum Afghanistan? Teil VI: Washingtons Kriegsstrategie in Zentralasien, pubblicato a giugno su questo sito, Gul è stato esplicito sul ruolo delle forze armate americane nel contrabbando di eroina afgana fuori dal paese attraverso la base aerea ad alta sicurezza Manas, nel Kirghizistan.
Inoltre, in un’ intervista all’ UPI del 26 settembre 2001, due settimane dopo gli attacchi dell’11 settembre, Gul dichiarò, in risposta alla domanda chi ha fatto l’11 Settembre Nero?, “Il Mossad e alcuni suoi complici. Gli Stati Uniti spendono 40 miliardi di dollari l’anno per le sue 11 agenzie di Intelligence. Questo fa 400 miliardi di dollari in 10 anni. Eppure l’amministrazione Bush dice che è stata colta di sorpresa. Io non ci credo. Entro 10 minuti dall’ attacco alla seconda torre gemella nel World Trade Center, la CNN disse che lo aveva fatto Osama bin Laden. Quello era un pezzo di disinformazione pianificata dagli autori reali … “. Gul evidentemente non è ben gradito a Washington. Egli sostiene che la sua richiesta di visti di viaggio per il Regno Unito e gli Stati Uniti gli sono stati ripetutamente negati. Fare di Gul il nemico acerrimo sarebbe andato proprio bene a qualcuno a Washington.
(…)

Da Operazioni nascoste dell’intelligence dietro la diffusione di documenti “segreti” di Wikileaks?, di F. William Engdahl.

28 novembre 2010

Ed è bene che resti dov’è…

Armato di pistola, pugnale e spada

Peshawar, 15 giugno – Armato di pistola, pugnale e spada andava in giro per le montagne di Chitral in Pakistan a caccia di Osama Bin Laden.
Gary Brooks Faulkner, uomo d’affari californiano di 50 anni, che è stato arrestato dalla polizia pakistana, aveva con sé anche degli occhiali ed una macchina fotografica per vedere e scattare immagini al buio ed alcuni testi di letteratura cristiana. Faulkner, che soffre di pressione alta e problemi ai reni, era arrivato come turista nel distretto di Chitral, vicino al confine con la provincia afgana del Nuristan ed aveva preso una stanza in un hotel. L’albergo aveva provveduto a fornirgli una scorta di sicurezza, ma l’uomo è scomparso senza dire nulla. E’ stato ritrovato dalla polizia a 14 chilometri dal confine afgano, in una zona che è da sempre una roccaforte dei ribelli talebani e per molto tempo è stata individuata come il possibile nascondiglio del leader di Al-Qaeda.
Si tratta del primo caso del genere da quando gli Stati Uniti hanno posto sulla testa di Bin Laden una taglia di 25 milioni di dollari.
(ASCA-AFP)

Come a Fallujah

Mentre a Marjah, a causa del blocco militare Usa che impedisce di evacuare i feriti, altri civili rischiano di morire per mancanza di cure adeguate – nel finesettimana ne sono già deceduti sei – a Nadalì si contano i cadaveri dei civili rimasti uccisi sotto le macerie di una casa distrutta ieri in un bombardamento dell’artiglieria americana: almeno dodici morti, tra cui cinque bambini. I generali Usa si sono scusati, dicendo che si è trattato di un errore di mira: due missili sono caduti a 300 metri dall’obiettivo stabilito colpendo l’edificio sbagliato. Cose che capitano quando si bombarda un centro abitato con missili sparati da oltre venti chilometri di distanza – in questo caso dalla base di Camp Bastion.
Nonostante le dichiarazioni di alcuni generali afgani che parlano di talebani in rotta e di vittoria ormai vicina, le truppe alleate continuano a incontrare una forte resistenza da parte dei guerriglieri talebani.
Il capitano Ryan Sparks, al comando della compagnia Bravo del 1° battaglione, 6° reggimento Marines, ha paragonato l’intensità dei combattimenti in corso a Marjah con quelli dell’attacco a Fallujah, in Iraq, nel 2004. “E’ come a Fallujah, salvo che qui ci sparano addosso da tutte le parti perché non avanziamo in linea retta, ma da direzioni diverse”.
Secondo i comandi alleati, finora gli insorti uccisi sono 35 e le perdite subite sono solo 5.
I talebani hanno però dichiarato di aver perso solo 6 uomini (tutti gli altri sarebbero civili) e di aver ucciso 192 soldati, tra soldati afgani e stranieri.
Dai talebani è giunto ieri anche un messaggio per il presidente Obama in occasione del ventunesimo anniversario del ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan (15 febbraio 1989): “Gli americani dovrebbero capire che se hanno bisogno di 15 mila uomini per prendere il controllo di un solo distretto, per impossessarsi di tutti i 350 distretti dell’Afghanistan dovrebbero utilizzare oltre 5 milioni di soldati. I dirigenti della Casa Bianca trarrebbero maggior vantaggio a comprendere la lezione della storia invece di abbandonarsi a esibizioni di forza: Obama, come Gorbaciov, deve guardare realisticamente la realtà sul terreno in modo da mettere fine alla tirannia e alla repressione nei confronti degli afghani, invece di portare altre sventure all’America”.
(…)

Da Marjah, la Fallujah di Obama di Enrico Piovesana.
[grassetto nostro]

In tutto, dall’inizio dell’operazione Moshtarak, sono 19 i civili feriti nel corso dell’offensiva anglo-americana che sono riusciti a raggiungere l’ospedale di Emergency, che dista poche decine di chilometri dalla zona dei combattimenti. Tra di loro c’è un bambino di 7 anni colpito al petto da un proiettile e una bambina di 12 anni che invece è stata colpita al ginocchio.
Nel frattempo, come ci confermano dall’ospedale di Emergency, l’offensiva alleata si sta espandendo anche nella vicina provincia di Kandahar, dove la notte scorsa 5 civili sono stati uccisi in un bombardamento aereo Usa. Sale quindi a 26 il bilancio dei civili uccisi dall’inizio dell’operazione Moshtarak: oltre a questi ultimi, 12 (tra cui 6 bambini) uccisi in un bombardamento missilistico e Nadalì, 3 uccisi la notte scorsa nel corso degli scontri nella stessa zona e i 6 feriti deceduti a Marjah.
Dal punto di vista militare, le notizie che arrivano da Marjah sono tutt’altro che confortanti per i comandi alleati. Gli insorti continuano a opporre una dura resistenza ai Marines, che secondo fonti citate dal Guardian nelle ultime 24 ore sono avanzati in città di soli 500 metri, nonostante il supporto dell’artiglieria e dell’aviazione. “Gli americani arrivati in elicottero controllano solo alcune aree della città, dove ora li teniamo sotto assedio”, ha dichiarato un portavoce talebano, Tariq Ghazniwal , invitando i giornalisti a visitare Marjah per vedere “chi controlla la città”.

Da Marjah val bene una strage, di Enrico Piovesana.

Arrivano i “nostri”?
Roma, 17 febbraio – Il ministro degli Esteri Franco Frattini non “esclude” che truppe italiane in Afghanistan possano effettuare “un intervento temporaneo” nelle operazioni in corso in Helmand “se ci sarà una richiesta di impiego” da parte della NATO.
Il titolare della Farnesina, ai microfoni di SkyTg24, ha sottolineato che questa è un’eventualità ma che la decisione spetta ai “comandi militari sul campo sulla base delle informazioni in loro possesso”. Comandi, ha aggiunto il ministro, che secondo le regole di ingaggio, “hanno 6 ore per decidere se accettare o respingere” la richiesta.
(AGI)

“Uno straordinario patriota”
Segnaliamo l’articolo di Rick Rozoff Afghanistan: Charlie Wilson And America’s 30-Year War.
In esso l’autore sottolinea come il generale McChrystal, attuale comandante delle forze USA/NATO in Afghanistan, la scorsa estate avesse individuato tre raggruppamenti protagonisti della guerriglia. A capo di due di essi vi sono Jalaluddin Haqqani e Gulbuddin Hekmatyar, i medesimi individui che negli anni ottanta combatterono i sovietici facendo tesoro del generoso sostegno fornito da parte americana.
Sostegno che pervenne loro mediante un’operazione coperta della CIA (detta “Operazione Ciclone”), coordinata dal congressista Charlie Wilson, sorto agli onori delle cronache per il film di Mike Nichols che dalla sua figura trae ispirazione La guerra di Charlie Wilson.
Charlie Wilson è deceduto lo scorso 10 febbraio, celebrato da parte del titolare del Pentagono Robert Gates come “uno straordinario patriota per la liberazione dell’Afghanistan dall’occupazione sovietica”.
Wilson sarà tumulato con tutti gli onori militari il prossimo 23 febbraio, presso il cimitero di Arlington.

Dodici militi ignoti
Kabul, 19 febbraio – Altre due vittime fra i soldati della NATO in Afghanistan. Uno dei militari è deceduto nel corso dell’Operazione Mushtarak, l’offensiva che tende alla riconquista del controllo della città di Marjah, bastione della resistenza talebana. L’ISAF non ha reso note la nazionalità dei militari, né le cause della morte del secondo militare. Ieri erano stati sei i soldati della coalizione a perdere la vita in Afghanistan, dodici dall’inizio dell’Operazione Mushtarak, entrata oggi nella sua seconda settimana di attuazione.
(ASCA-AFP)

[Onore a PeaceReporter, la cui redazione è la sola in Italia a raccontare in dettaglio quanto sta avvenendo nel sud dell’Afghanistan in questi ultimi giorni]

L’arco della crisi afghana si allarga a macchia d’olio

L’Afghanistan è un Paese complesso. Se è vero che Karzai era stato imposto dagli americani otto anni or sono è anche vero che in questo lasso di tempo ha lavorato per avvicinare i vari signori della guerra che avevano cercato di contenere i talebani in tempi non sospetti, né è da dimenticare che furono questi warlords ad entrare per primi a Kabul nell’autunno 2001. Così, a dispetto del suo esordio come uomo di paglia, Karzai ha finito per diventare il punto di convergenza di quelle forze (principalmente i clan tagiki, uzbeki e hazara) che in Afghanistan si oppongono ai talebani. Ed in America si fa sempre più strada l’ipotesi di una cooptazione di gruppi talebani al governo e di una parziale talebanizzazione delle strutture di potere afghane.
Il presidente afghano si stava accorgendo che forse gli USA cercavano di scaricarlo, dopo aver goffamente tentato di trasformarlo in una sorta di capro espiatorio locale dei loro fallimenti. Il rapporto con Karzai è arrivato a rasentare la vera e propria sfida. L’attuale presidente afghano è arrivato al punto di rispondere colpo su colpo a molte accuse lanciategli nell’ultimo mese dall’Occidente. Il ministro afghano che si occupa della lotta alla droga, gen. Khodaidad, si è incaricato di replicare alle accuse rivolte dalla stampa americana ai presunti traffici illeciti del fratello di Karzai chiamando in causa il ruolo delle truppe anglo-americane nel traffico della droga. Khodaidad (che ha studiato alle accademie militari indiane e sovietiche ed è piuttosto conosciuto negli ambienti di questi paesi) ha specificato che britannici e canadesi pongono addirittura una tassa sulla produzione di oppio nelle zone da loro presidiate. Con questa mossa ha aperto il vaso di Pandora, anche se sia i russi, che i cinesi, che gli indiani sapevano già da tempo quale fosse la strategia anglo-americana in merito alla spinosa questione del narco-traffico. Le pressioni esercitate da Washington su Kabul affinché l’Afghanistan fosse meno solerte a collaborare con i paesi confinanti in materia di lotta alla droga rappresentava già un messaggio piuttosto eloquente.
Probabilmente la goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza americana si è avuta quando Karzai si è spinto a chiedere lumi circa i sospetti voli di elicotteri militari britannici che stanno facendo la spola tra il sud ed il nord del paese, trasportando enigmatici personaggi barbuti. Se sotto la spinta dell’esercito pakistano le bande talebane (e affiliate) si ritirano e cercano una dislocazione per compiere i loro propositi, il sospetto affacciato da alcuni osservatori è che i britannici non disprezzino affatto un loro trasferimento verso nord, verso il fiume Amu-Dariya, verso il confine con le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale che in questi anni si sono riavvicinate a Mosca e verso il Turkestan orientale cinese.
L’arco della crisi aperto dall’intervento statunitense nella regione rischia di allargarsi a macchia d’olio, questa volta però gli antagonisti degli USA potrebbero trovarsi trascinati direttamente nel conflitto con danni incalcolabili per tutta la regione.
(…)
Per alleggerire la situazione al fronte e non perdere la partita dietro le quinte i vertici di potere statunitensi sono forse disponibili ad una riconciliazione con parte dei talebani, all’inserimento di alcuni di loro nelle strutture a Kabul e a consentire (se non a incoraggiare) una loro dislocazione nelle aree circostanti, al fine di destabilizzare gli antagonisti degli USA.
Come mostrano anche i nostri media, e come hanno già registrato vari esperti internazionali, i commenti di molti esponenti integralisti che additano la necessità di una “jihad” nello Xingijan o nella valle del Fergana sono in aumento e sembrano fare da “curioso” contrappunto al coro degli strateghi di Washington.
“La priorità di Washington è che i Talebani destabilizzino l’Asia centrale, il Caucaso settentrionale, allo stesso modo della provincia cinese del Xinjiang, e che mettano a soqquadro le regioni orientali dell’Iran”, come ha notato l’ex diplomatico indiano M.K. Bhadrakumar.
Non pare quindi un caso che le fiamme della violenza terrorista riprendano a propagarsi in Caucaso o nel Belucistan iraniano. Probabilmente non lo è nemmeno il fatto che si registri un revival (o quanto meno un rilancio) dei rapporti tra gli USA e l’integralismo islamico di matrice wahhabita nel momento in cui l’uomo che fu l’architetto dell’alleanza tra la CIA ed i mujahiddin afghani (Brzezinski) è tornato, seppur per interposta persona, alla Casa Bianca.
(…)

Da Il teatrino afghano dei burattini, di Spartaco Puttini.

Una questione di percezioni

cimitero musulmano

Washington, 27 luglio – Cambia la strategia di comunicazione degli USA in Afghanistan: le forze armate americane hanno deciso di non rendere più noto il numero dei talebani uccisi. La decisione, annunciata dal generale Gregory Smith, punta a concentrare gli sforzi sulla protezione dei cittadini afghani piuttosto che sull’eliminazione dei ribelli. “Indicare il numero delle vittime tra gli estremisti ha ben poca importanza per le vite degli afghani”, ha spiegato il direttore della comunicazione delle forze USA.
La divulgazione del numero dei caduti tra i nemici è sempre stata molto spinosa per le forze USA sin dalla guerra del Vietnam, quando ai bollettini trionfalistici dei generali non facevano seguito progressi sul terreno. Nelle missioni in Afghanistan e in Iraq, il Pentagono ha cambiato più volte strategia. In passato, alcune fonti militari hanno ammesso che le dichiarazioni sul numero delle vittime dei raid USA erano parte di una precisa strategia messa a punto per evidenziare il successo contro le forze nemiche. “Non abbiamo condotto le nostre operazioni per uccidere i ribelli, anche se in molti casi questo è il risultato, ma per dare alla popolazione la possibilità di ricostruire le proprie vite, socialmente ed economicamente”, ha sottolineato Smith.
(AGI)

Ipotesi: forse ultimamente le hanno sparate così grosse che più nessuno ormai ci credeva?
Comunque, il cinismo (in salsa obamiana) regna sovrano.

Pace e democrazia a colpi di Gatling

Nel filmato, la piattaforma da cui si spara con la Gatling è un elicottero AB-212, uno dei cinque in dotazione ad ISAF Italia in Afghanistan, con una capacità di fuoco inferiore ai Mangusta A-129 presenti a Camp Arena, che montano tubi di lancio per missili Hellfire e mitragliatrice a tre canne Gatling in calibro 20 mm, con un serbatoio da 500 proiettili e due mitragliatrici da 12.7 per complessivi 1.500 colpi.
La Gatling è una delle armi, meno sofisticate e distruttive, impiegate contro le abborracciate formazioni di guerriglieri afghani che tentano di difendersi con qualche fucile d’assalto AK-47. Tiro utile in altezza: 200 metri.
Napolitano & soci (del PD e del PdL) li chiamano terroristi.
Ignazio La Russa ha mandato da quelle parti anche quattro caccia Panavia Tornado armati di dispersori, di bombe a caduta libera e laser da 2.000 libbre per mettere nel mirino con più precisione dall’aria presunti terroristi.
I piloti da caccia dell’ Aeronautica Militare Italiana, dal canto loro, sganciano sui “bersagli” senza rischiare un graffio. Per ora su quel terreno non è arrivato a dorso di mulo o di cavallo niente di più sofisticato (missili antiaerei a spalla e controcarro) di qualche vecchio RPG.
Il West Rac di Herat a guida “tricolore”, dopo averli avvistati con gli UAV Predator mentre si spostano a piedi sui percorsi di montagna o si concentrano nel dopo marcia in qualche abitazione fatta di mattoni di fango dei fondovalle, dà l’ok per sbriciolare i “ribelli”, fornendo le coordinate in tempo reale ai Tornado IDS.
USA ed alleati della NATO, tra una strage e l’altra di anziani, di uomini, donne e bambini, stanno portando avanti una guerra di aggressione senza fine, sempre più sanguinosa e vigliacca.

Ecco un esempio di come l’Occidente esporta “pace e democrazia ” in Afghanistan.
Un immenso volume di fuoco su obbiettivi a terra da un AB-212 con una mitragliatrice Gatling.

Nervosismo italiano in Afghanistan

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La notizia dell’uccisione di una bambina e del ferimento dei suoi parenti, da parte di soldati italiani in Afghanistan, ci riempie di dolore e ci fa istintivamente condannare l’accaduto, attribuendo esso alla reiterazione della volontà dei governi italiani a mantenere truppe in quel teatro di guerra, pur sapendo che esse vanno incontro sempre più a rischi per se stessi oltre che al ripetersi di deprecabili incidenti come quello accaduto.
Le circostanze del fatto, così come sono state spiegate dai portavoci militari italiani, squarciano parzialmente il velo di silenzioso riserbo che ultimamente è caduto sulla nostra presenza militare in Afghanistan e sulla ulteriore decisione di rafforzare, anche su richiesta del presidente USA Obama il nostro contingente militare.
“… Più aerei, più mezzi più uomini, sperando che questo serva a dare quel colpo di grazia alla guerriglia talebana più intransigente e cercando la collaborazione dei talebani moderati, ovvero i signori dell’oppio più malleabili all’odore dei dollari.”…
Purtroppo nel frattempo la situazione sul campo è tesissima, se dobbiamo vederla analizzando quanto è successo oggi e i nervi, anche per i soldati più esperti, sono a fior di pelle.
Se a soli quattro chilometri del campo militare più importante della zona di Herat, tre mezzi militari potentemente armati e blindati vedendo arrivare, anche se a velocità sostenuta, sulla sua naturale corsia di marcia una macchina, si son sentiti tanto minacciati per porre in essere manovre quali quelle che hanno poi portato al tragico incidente, dobbiamo dire che la situazione anche per noi italiani è molto grave e dà troppo l’impressione di reazione da contingente assediato, per lo meno psicologicamente.
Le circostanze ci ricordano amaramente un altro incidente, quello in cui furono coinvolti l’agente dei servizi Calipari e l’inviata del Manifesto qualche anno fa, a Baghdad.
Anche lì si parlò di velocità sostenuta dell’auto italiana, che il marine aveva fatto i segnali luminosi atti a far segnalare l’alt alla macchina dei Servizi italiana , che il marine avesse sparato in aria e poi solo una piccola raffica e che l’autista dell’auto non si era voluto ostinatamente fermare se non dopo il fattaccio.
(…)
La cosa più grave è poi il fatto che ben tre mezzi dopo aver fatto fuoco contro un’automobile sospetta, se la siano svignata senza curarsi di sapere che cosa avevano combinato o neanche provare ad inseguire probabili terroristi che avrebbero potuto fare qualche macello contro altri colleghi e che solo in seguito hanno saputo che ben diversi erano gli occupanti dell’auto sospetti, beh… questa suona proprio come la balla raccontata dal marine Lozano sulla strada dell’aeroporto di Baghdad!
Quale sarà la naturale conclusione delle inchieste aperte sul caso?
Due sono le possibili soluzioni:
1) i soldati che hanno fatto fuoco così prontamente ed efficacemente come da disposizioni ricevute avranno un encomio;
2) il responsabile della pattuglia, i diretti superiori, generali compresi, che hanno impartito le regole d’ingaggio tali da portare a questo incidente, dovranno essere tutti processati non lasciando solo o soli coloro che hanno materialmente premuto il grilletto.
L’esperienza c’insegna che la prima soluzione sarà in pole position per il verdetto finale.

Da Il ferimento della bambina afgana e il caso Calipari, di Antonio Camuso.

Oh, che cambiamento!

cambiamento

Washington, 10 aprile – In una lettera alla speaker della Camera dei rappresentanti Usa, Nancy Pelosi, il presidente Barack Obama chiede l’autorizzazione di ulteriori fondi per 83,4 miliardi di dollari per le missioni militari in Iraq e Afghanistan.
Il 95% della richiesta militare per il corrente anno fiscale che termina il 30 settembre, scrive il presidente USA, andrà a coprire le necessità per le operazioni in Iraq e la guerra in Afghanistan che sempre di più coinvolge il vicino Pakistan. “Abbiamo di fronte una situazione di sicurezza in Afghanistan e Pakistan che richiede urgente attenzione”, sottolinea Obama, rilevando che “l’insorgenza talebana e al-Qaeda minacciano l’America dai loro sicuri rifugi lungo il confine afgano-pakistano”.
I fondi aggiuntivi richiesti serviranno a coprire le necessità militari, ma anche operazioni diplomatiche e di intelligence nei due conflitti.
(Adnkronos)

Washington, 9 aprile – Il presidente Barack Obama intende chiedere al Congresso 83,4 miliardi di dollari in più del previsto per finanziare le operazioni militari in Iraq e Afghanistan negli ultimi mesi del 2009.
Lo hanno riferito fonti dell’Amministrazione specificando che in questa somma sono compresi 75,8 per il Pentagono e 7 per aiuti a governi amici. Di questi 1,8 andranno al Pakistan.
In totale i fondi stanziati nel cosiddetto ‘anno fiscale 2009’ – da ottobre 2008 a settembre 2009 – per i due conflitti ammonteranno a circa 150 miliardi di dollari. Se il Congresso autorizzerà il nuovo stanziamento il totale delle spese di guerra americane dall’11 settembre 2001 raggiungerebbe quota mille miliardi di dollari.
(AGI)

Ricordiamo che nell’anno fiscale 2008 l’importo totale dello stanziamento ammontava a 141 miliardi.
[grassetti nostri]

Date un occhio anche alla pagina dei commenti.

Droni CIA in Pakistan

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La CIA sta utilizzando in segreto una base aerea nel sud del Pakistan per lanciare i Predator, che osservano ed attaccano i militanti talebani – e contemporaneamente causano anche numerose vittime civili – sul versante pakistano della frontiera con l’Afghanistan. E’ quanto ha appurato un’inchiesta del Times.
I governi di Islamabad e Washington hanno ripetutamente smentito che si stiano svolgendo operazioni militari statunitensi, sotto copertura o di altro genere, in territorio pakistano. 
Il Times ha però scoperto che la CIA sfrutta la base aerea di Shamsi da almeno un anno. La base, situata ad una cinquantina di chilometri dal confine afghano, consente agli USA di lanciare droni entro pochi minuti dopo aver ricevuto informazioni di intelligence. Gli statunitensi utilizzarono Shamsi durante l’invasione dell’Afghanistan nel 2001, ma nel 2006 il governo pakistano dichiarò ufficialmente che gli Stati Uniti l’avevano abbandonata insieme con altre due basi aeree.
Inizialmente, infatti, agli USA fu concesso di utilizzare anche le basi di Jacobabad, Pasni e Dalbadin. Jacobabad divenne la principale base aerea statunitense in attesa che quella di Bagram, in territorio afghano, venisse ripristinata. Pasni, sulla costa, fu usata per gli elicotteri e Dalbadin come struttura logistica delle forze speciali. Nel luglio del 2006, il governo pakistano dichiarò che le forze armate USA non stavano più utilizzando le basi di Shamsi, Pasni e Jacobabad, benché queste rimanessero a loro disposizione in caso di emergenza.
Il maggior generale Athar Abbas, portavoce capo militare pakistano, ha confermato che gli statunitensi stanno utilizzando Shamsi, pur senza fornire maggiori spiegazioni. Ha inoltre aggiunto che viene da loro usata anche un’altra base aerea nelle vicinanze di Jacobabad, trecento miglia a nordest di Karachi.
Chiave della scoperta del Times è stata la fornitura non motivata di 730.000 galloni di carburante avio F34 a Shamsi, i cui dettagli sono stati reperiti sul sito del Defence Energy Support Centre, l’agenzia per l’acquisto di carburante del Pentagono. Da esso si desume che una società privata, la Nordic Camp Supply (NCS) con sede in Danimarca, si è aggiudicata la distribuzione di carburante, per un importo di 3,2 milioni di dollari, dalle raffinerie pakistane nei pressi di Karachi. Il carburante è stato fornito l’anno scorso, in coincidenza con l’aumento degli attacchi di aerei senza pilota USA alle aree tribali.
“Possiamo vedere gli aerei innalzarsi dalla base” ha detto Safar Khan, un giornalista locale.”L’area attorno alla base è una zona ad alta sicurezza ed a nessuno è consentito avvicinarsi”. Egli ha affermato anche che il perimetro esterno di Shamsi è vigilato da militari pakistani, ma il campo di volo rimane sotto il controllo delle forze statunitensi.
Paul Smyth, direttore al Royal United Services Institute, afferma che
730.000 galloni di carburante avio F34, conosciuto anche come JP8, non sono sufficienti a rifornire regolarmente i voli degli aerei da trasporto Hercules ma bastano per i droni o gli elicotteri.
Altri esperti sostengono che la pista di atterraggio di Shamsi è troppo corta per la maggior parte dei velivoli, ma è comunque grande abbastanza per i Predator ed è collocata in maniera ideale. Essa si trova, infatti, in una regione scarsamente popolata, a circa 180 miglia sudest della città di Quetta, dove ben poche persone possono notare il via vai dei droni.

Oggi ne parla anche il paludato Corsera, attribuendo “la soffiata” a Dianne Feinstein, democratica, presidente del Comitato sull’Intelligence del Senato americano.

PAKISTAN-MISSILES

Piombo per tutti

Marines in Poppies

Cambia la strategia anti Talebani.
Così la notizia per come è riportata dall’Ansa.

Berlino, 29 gennaio – Il generale americano John Craddock, comandante supremo della NATO in Europa, ha autorizzato le truppe in Afghanistan ad ”attaccare direttamente” i produttori di oppio e i narcotrafficanti nel Paese, anche se non ci sono le prove di un loro legame con le forze ribelli. Lo scrive oggi il settimanale tedesco Der Spiegel nella sua edizione online sulla base di un documento riservato in suo possesso.
Il documento, che prevede l’uso della ”forza letale” contro i produttori e le loro strutture, scrive lo Spiegel, è stato contestato da alcuni comandanti della NATO [il tedesco Egon Ramms e l’americano David McKiernan – ndr], che non vogliono seguire le ”direzioni” di Craddock.
Nel documento, spiega il settimanale, il generale americano autorizza le truppe ”ad attaccare direttamente i produttori di droga e le loro strutture sul territorio dell’Afghanistan”. Craddock scrive poi: ”Non è più necessario produrre intelligence o altre prove per dimostrare che ciascun trafficante di droga, o ciascuna struttura, soddisfano i requisiti per essere considerati obiettivi militari”.
Il comandante, sempre secondo lo Spiegel, spiega che l’alleanza ”ha deciso che (i trafficanti di droga e le strutture per la produzione dei narcotici) sono inestricabilmente legati alle forze militari all’opposizione e quindi possono essere attaccati”. La direttiva, prosegue Craddock, è il risultato di un incontro tra i ministri della Difesa della NATO tenuto nell’ottobre del 2008, durante il quale è stato concordato che le truppe in Afghanistan possono attaccare i trafficanti di oppio.
(Ansa)

Consultando la fonte originale, va precisato che si tratterebbe di colpire “drug traffickers and narcotics facilities” (i trafficanti di droga e le infrastrutture utilizzate per la lavorazione della materia prima), ma – osserva Der Spiegel – la catena di persone che traggono profitto dal commercio di droga va ben oltre, raggiungendo i lavoratori giornalieri nei campi di oppio, i tecnici dei laboratori fino ai nuclei di polizia, le amministrazioni locali ed i circoli governativi vicini al Presidente Hamid Karzai. Se l’ordine di Craddock diventasse operativo, decine di migliaia di afghani diventerebbero “legitimate military targets” (bersagli militari legittimi).
Non proprio il massimo, considerato che le relazioni tra le forze NATO e la popolazione locale sono ormai estremamente tese a causa del crescente numero di bombardamenti aerei ed il relativo drammatico aumento delle vittime civili.

Sempre Der Spiegel, oggi, racconta che questa fuga di notizia alla NATO non sia stata presa proprio bene… Si tratterebbe solo di “un orientamento” (guidance), non di un ordine. Intanto, comunque, hanno avviato una inchiesta interna per individuare la talpa.

ISAF

L’assunzione, da parte della NATO, del comando dell’International Security and Assistance Force (ISAF) in Afghanistan nell’agosto 2003, rappresenta uno spartiacque nella storia dell’Alleanza Atlantica. Si tratta infatti della prima operazione mai condotta dalla NATO fuori dall’area euro-atlantica, tale che da molti è stata percepita come la nascita di una NATO veramente globale.
La missione ISAF era stata lanciata diciotto mesi prima a seguito della conferenza di Bonn durante la quale, sotto gli auspici delle Nazioni Unite (risoluzione 1386), si era deciso di dispiegare una forza militare di 5.000 unità volta a stabilizzare il Paese dopo la cacciata del regime talebano.
L’11 agosto 2003, dunque, l’ISAF si è trasformata in una missione di responsabilità della NATO ed ha iniziato ad espandere la sua area operativa a tutto l’Afghanistan. Nel giugno 2004, autorizzata dalla risoluzione ONU 1510, essa si è estesa comprendendo le province occidentali e settentrionali; nel luglio 2006, è stata la volta delle province meridionali, con 12.000 soldati statunitensi precedentemente inquadrati nell’operazione Enduring Freedom che sono stati messi sotto il comando della NATO; infine, nel successivo ottobre 2006, la risoluzione ONU 1707 ha allargato i compiti dell’ISAF anche alle rimanenti province orientali, in modo che tutto l’Afghanistan ora si trova sotto l’autorità della NATO.
Secondo i dati aggiornati a settembre 2008, in Afghanistan sono presenti circa 47.600 soldati – quasi dieci volte la cifra iniziale! – provenienti da 40 Paesi, inclusi tutti i 26 membri della NATO. La componente maggiore è quella statunitense, con poco meno di 18.000 unità sotto il comando ISAF oltre alle 31.000 dispiegate nel quadro di Enduring Freedom (dato, quest’ultimo, aggiornato a marzo 2008). Il secondo maggior contingente è quello britannico, pari a quasi 8.400 uomini. L’Italia si piazza al sesto posto, con un totale di 2.350 soldati, preceduta dalla Germania (3.200), dalla Francia (2.700) ed appena dopo il Canada (2.500).
Qui la descrizione grafica di come sono dispiegati i maggiori contingenti.
Il comando della missione, stabilito nella capitale Kabul, è affidato al generale dell’US Army David McKiernan; vi sono poi quattro comandi decentrati a livello regionale per ciascuna zona territoriale (Nord, Est, Sud ed Ovest). La direzione politica ed il coordinamento delle operazioni sono forniti dal Consiglio Nord Atlantico, il principale organo decisionale della NATO; il comando strategico è invece nelle mani del Supremo Comando Alleato in Europa, lo SHAPE di Mons in Belgio.
Ultima “pensata” dei vertici della NATO, annunciata a Bucarest lo scorso aprile, è la creazione di NATOChannel, emittente televisiva diffusa esclusivamente in rete che punta a recuperare terreno sul fronte della propaganda contrastando l’attivismo mediatico dei gruppi della guerriglia talebana, anche se il promotore dell’iniziativa, il primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen, ne assicura la “provata imparzialità”. Affermazione che, in quanto ad attendibilità, potrebbe fare il paio con quella di un piano segreto di “exit strategy” nel tempo massimo di 5 anni, rivelato dal quotidiano tedesco Der Spiegel.

Dispiegamento truppe aggiornato.

Attenti a quei due

In un articolo apparso su La Repubblica lo scorso 27 maggio, il generale Fabio Mini commenta le novità che i neoministri degli Esteri Frattini e della Difesa La Russa vorrebbero introdurre sull’impiego del contingente italiano in Afghanistan.

Entrambi (…) invocano la flessibilità cercando di dimostrare che essa non comporta né cambiamenti, né maggiori rischi. Sbagliato. Tradotta in termini militari la flessibilità a cui fanno riferimento comporta invece più rischi, una gamma di operazioni più ampia, forze più mobili, più versatili e più integrabili in contesti multinazionali. In soldoni, più carri armati, missili, elicotteri, aerei, intelligence, più combattenti e barelle.
Il ministro La Russa ritiene di poter ottenere maggiore flessibilità incidendo sul fattore tempo. Secondo lui essere più flessibili significa non avere 76 ore di tempo per rispondere alle richieste Nato ma soltanto sei. Operativamente sei ore sono una eternità identica alle 76. In realtà non servono più di sei minuti per dare una risposta politica ad una richiesta militare della Nato. E se l’intervento è necessario e urgente, il caveat non si applica. Dal punto di vista operativo, il caveat temporale (massimo e non minimo) serve perciò da alibi per l’indecisione. Dal punto di vista politico serviva invece ad un governo diviso e traballante a prevenire e vagliare le richieste, a decantarle e a frenare le pulsioni omicide o le frustrazioni di gente che non faceva differenza nell’ammazzare dei civili o dei terroristi.
Quel tempo era una prova di profonda sfiducia nelle regole, nella politica e nella strategia dei maggiori alleati che, mescolando la missione di assistenza con la guerra di Enduring Freedom, le avevano rese inefficaci e inutilmente vessatorie nei riguardi del popolo afgano. Nulla è cambiato nell’atteggiamento, nelle strategie o nei risultati dei nostri alleati perché questa sfiducia possa essere rimossa. Semmai, proprio perché tira un vento di allineamento acritico, il tempo di decantazione e riflessione è più necessario che mai.
Il ministro Frattini insiste sull’aspetto geografico della flessibilità: bisogna rimuovere i limiti ai nostri interventi in aree diverse da quelle assegnate. Anche questo è un caveat teorico che non ha mai impedito ai nostri di fare il loro dovere e più del loro dovere. È un caveat che tutte le nazioni hanno e che i cosiddetti alleati maggiori impongono in maniera feroce. Cattiveria, miopia? No, è una questione di autonomia di comando e controllo. La flessibilità geografica e l’allineamento di Frattini possono includere operazioni che destabilizzano gli equilibri locali che altri hanno faticosamente costruito, e comunque comportano l’impiego delle nostre truppe in settori distanti, diversi, sotto comando altrui, in situazioni provocate o subite da altri. Significa dare uomini per operazioni non chiare e per scopi diversi dalla lotta al terrorismo o dalla ricostruzione. La flessibilità geografica comporta quindi una preparazione diversa, mezzi diversi, regole d’ingaggio diverse, responsabilità e rischi diversi. Significa fare quello che vogliono gli altri alle dirette dipendenze degli altri.
Non è esattamente una evoluzione. È vero che la guerra è guerra, ma allora bisogna ribattezzare la missione e prendere atto che la rimozione dei caveat non ci consegna più libertà, efficienza e conoscenza, ma solo più subalternità e maggiore corresponsabilità negli errori o nelle velleità altrui
”.

Tutto ciò avviene mentre sul terreno è in atto un tentativo di resuscitare la filosofia del cosiddetto gruppo “Sei più Due” – i sei Paesi confinanti con l’Afghanistan: Iran, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan, Cina e Pakistan più Russia e Stati Uniti – che nel 1997 aveva provato, inutilmente, di far dialogare l’Alleanza del Nord con i Talebani.
Suscitando reazioni gelide da parte di Washington, russi e cinesi hanno attivato i loro referenti dell’ex Alleanza del Nord – oggi nota come Fronte Nazionale Unito, partito di opposizione al sempre più debole governo Karzai – i quali negli ultimi mesi si sono ripetutamente incontrati con esponenti talebani di alto livello al fine di avviare negoziati per una riconciliazione nazionale.

La guerra dell’oppio

La NATO l’ha persa.
Secondo l’autorevole rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga ed il crimine del 2006, le coltivazioni di papavero da oppio sono inesorabilmente cresciute, sino a raggiungere i 165.000 ettari di estensione. Con uno stratosferico aumento del 59% rispetto all’anno precedente. Solo sei delle trentaquattro province afghane sono libere dai campi di papavero, mentre la sola provincia di Helmand è responsabile del 42% della produzione nazionale e quindi di ben oltre un terzo di quella mondiale. Il risultato è che oggi l’82% dei campi che nel mondo sono coltivati ad oppio, si trovano in Afghanistan.
Di pari passo alla coltivazione, è aumentata la produzione che nel 2006 ha toccato il picco storico di sempre, 6.100 tonnellate, facendo balzare la percentuale di oppio proveniente dal Paese al 93% del totale mondiale. Praticamente, la totalità dell’eroina che circola nel mondo viene dall’Afghanistan; in piena era talebana, la produzione era quasi la metà (3.300 tonnellate nel 2001) e nel 2000, a seguito degli editti delle autorità religiose, essa era crollata ad appena 185 tonnellate.
In un’intervista all’International Herald Tribune il generale James Jones, comandante della NATO in Europa, individuava quale più grande minaccia per l’Afghanistan il legame tra la produzione di droga, il crimine e la corruzione. A stretto giro di posta, la replica del suo superiore, il Segretario Generale Jaap de Hoop Sheffer: “La NATO non ha e non cerca un ruolo direttivo in questa lotta, pur se importante”. Al massimo, si adopera per far appaltare a qualche corporation a stelle e strisce, tipo la Dynacorp, i lucrosi programmi di eradicazione dei campi di papavero. Risultati? Risibili.

A Bucarest ha vinto il perdente

 

Secondo alcuni commentatori, in particolare russi, Mosca avrebbe “perso” il vertice NATO di Bucarest. In effetti, la delegazione statunitense non ha concesso nulla alla Russia. L’ingresso di Georgia ed Ucraina nel processo di adesione alla NATO (Membership Action Plan) è stato solo rinviato, al prossimo dicembre, mentre il successo più evidente della diplomazia a stelle e strisce parrebbe consistere nell’aver convinto gli altri Paesi membri della NATO a costituire un sistema di raccordo con lo scudo antimissile che gli Stati Uniti vogliono installare in Polonia e Repubblica Ceca, estendendo la protezione di tale strumento a tutto il territorio NATO, anche quello che l’originale progetto statunitense avrebbe lasciato scoperto. I risultati del relativo studio di fattibilità dovrebbero essere presentati al prossimo vertice in programma nell’aprile 2009, che celebrerà anche il sessantesimo della nascita dell’Alleanza Atlantica.
La Russia, attraverso le parole del ministro degli esteri Sergej Lavrov, rimane convinta del fatto che la NATO non dovrebbe garantirsi la sicurezza a spese di quella altrui e si è detta pronta ad affrontare vari scenari promettendo una risposta “pragmatica” (neanche tanto velata allusione al sostegno di un’eventuale dichiarazione d’indipendenza dalla Georgia delle repubbliche secessioniste di Abkhazia ed Ossezia del Sud).
Dato però l’evidente scontento della parte russa, è stato lo stesso presidente Putin – al suo ultimo discorso importante prima di cedere il testimone al neoeletto Medvedev – a voler fare qualcosa per controbilanciare la situazione, avanzando alcune concrete proposte sulle future relazioni fra i due interlocutori. Il senso di tutto questo è probabilmente da cercare sui monti impervi del lontano Afghanistan, dove la NATO – a detta di tanti (fra cui Paddy Ashdown, ex-leader del Partito Liberal Democratico britannico e già rappresentante dell’Unione Europa in Bosnia) – è ad un passo dal perdere il controllo della situazione.
La Russia, come avevamo anticipato alcuni giorni fà, ha gettato una corda alla quale l’Alleanza Atlantica si è aggrappata fingendo di non accorgersi di nulla: si tratta dell’accordo che autorizza il transito attraverso il territorio della stessa Russia (e di Kazakhistan ed Uzbekistan) di approvvigionamenti alimentari e di “alcuni tipi di equipaggiamento militare non letale” diretti ai contingenti ISAF in Afghanistan. Il fatto che la Russia si sia mossa in sintonia con e per conto degli altri Paesi membri della Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva (OTSC, che comprende anche Armenia, Bielorussia, Kirghizistan e Tagikistan) ha implicazioni rilevanti, non soltanto relative a ragioni geografiche. Lavrov a tal proposito ha dichiarato: “Se fingiamo di offenderci e blocchiamo il transito, (…) l’unico risultato sarà che in assenza di un fattore limitante tutti questi trafficanti di droga e terroristi si sentiranno più liberi di agire in Asia Centrale ed in Russia”.
Ma c’è anche di più. L’ambasciatore russo a Kabul, Zamir Kabulov, ha sottolineato che più a lungo la NATO rimarrà in Afghanistan, peggio sarà per essa. E che la Russia non la lascerà uscire finché non avrà risolto i problemi che ha creato, fra cui la crescita incontrollata del traffico di droga. Vale a dire che la Russia fornirà tutto il supporto logistico necessario alla NATO perché essa possa svenarsi in Afghanistan.
Premesso che è ancora tutta da verificare la propensione del nuovo governo pakistano ad essere un alleato fedele nella “Guerra al Terrore”, l’accordo sul transito fornisce alla Russia un ruolo nelle operazioni NATO che è destinato a diventare vitale qualora il passaggio attraverso il Pakistan – nella misura in cui si svolge oggi, più del 70% del totale – divenga insostenibile. Segnali in tal senso giungono dalle ultime azioni dei Talebani, giunti ormai a prendere di mira la postazione di Torkham sul confine tra Afghanistan e Pakistan, principale punto di ingresso per i rifornimenti alle forze NATO, dove il 20 marzo u.s. sono state fatte esplodere quaranta autocisterne di carburante. Da ultimo ma non ultimo vi è l’aspetto economico, un vero e proprio salasso per le sempre più sconnesse finanze statunitensi (100 milioni di dollari al giorno ovverosia 36 miliardi l’anno, 127 già spesi dal 2001 a questa parte).
Se sono rose, fioriranno.

A Vilnius cattive notizie per l’Alleanza

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I ministri della Difesa dei 26 Paesi membri della NATO si sono incontrati gli scorsi 7 ed 8 febbraio nella capitale lituana per discutere della missione in Afghanistan. Tutto era pronto per un grande spettacolo mediatico, con trasmissioni televisive per il nord Europa, la Russia e gli ex Paesi sovietici appositamente preparate per mostrare un’Alleanza Atlantica forte e decisa. E’ successo, invece, il contrario.
Gli alleati si sono scambiati accuse pesanti come macigni: “scarso impegno”, “mancanza di preparazione”, “errori di strategia”, “sconfitte in arrivo” e così via. Si sono denunciate assenze importanti scoprendo che non si riescono a trovare altri 7.500 soldati da impiegare nel sud del Afghanistan: italiani, tedeschi, francesi e spagnoli – interpellati al riguardo da statunitensi, canadesi e britannici – hanno risposto che le questioni della ricostruzione non sono meno importanti delle azioni belliche contro i Talebani. Ad appesantire ulteriormente l’atmosfera è arrivata la reprimenda di Robert Gates, ministro della Difesa statunitense, il quale ha parlato di “un’alleanza a due velocità”, divisa cioè tra chi è pronto “a combattere e morire in difesa della sicurezza” e chi non lo è.
Gli ha risposto subito il tedesco Jung, dicendo che la Germania invierà altri 200 militari che però non dovranno combattere. L’Olanda ha prolungato il suo impegno fino al 2009 ma ha ridotto il contingente di un quarto circa. Dall’altra parte, i britannici che avvicenderanno le proprie truppe inviando nuovi aerei ed elicotteri, la Polonia che invierà ulteriori 400 soldati e soprattutto – ci mancherebbe – gli Stati Uniti, in procinto di mandare 3.200 marines di rinforzo. Mancano però all’appello ancora almeno altre 3.500 unità.
Il tutto dovrebbe definirsi in occasione del vertice NATO in programma a Bucarest dal 2 al 4 aprile prossimi, “il più grande mai realizzato” sempre secondo Gates: i temi principali saranno l’espansione della NATO nei Balcani, le questioni della sicurezza degli approvvigionamenti energetici e soprattutto la situazione in Afghanistan. Già è stata annunciata la richiesta statunitense agli “alleati” che tergiversano di rimuovere i caveat, cioè i vincoli che limitano la partecipazione dei rispettivi contingenti alle operazione belliche.