Una curiosa pellicola

L’assassinio di Moro è consumato cinematograficamente due anni prima che il cadavere del presidente della DC sia ritrovato in Via Caetani, nel bagaglio della Renault 4…

“Nel corso degli anni ‘70, quando l’ipotesi di un PCI “governativo” cresce e matura, Sciascia pubblica due romanzi che suonano come una severa condanna al compromesso storico: Il contesto (1971) e, appunto, Todo Modo (1974). Nel primo lavoro, un giallo sui generis, il Partito Comunista è presentato così organico al potere da insabbiare persino, per ragioni di Stato, la verità sull’omicidio del proprio segretario. Nel secondo libro, il protagonista, un pittore disilluso e agnostico, soggiorna nel misterioso eremo Zafer, dove il luciferino padre Gaetano ospita cardinali, ministri e boiardi di Stato per gli annuali esercizi spirituali: due indecifrabili omicidi culminano con l’assassinio dello stesso don Gaetano per mano del pittore, che compie così una sorta di redenzione. Il “giallo” è un durissimo attacco alla Democrazia Cristiana, dipinta come un nido di serpi, un informe ammasso di ladri e bigotti, devoti soltanto al potere e all’arricchimento personale. Il pittore-protagonista sogna “di vederli tutti annaspare dentro una frana di cibi in decomposizione”: è lo stesso sogno che coltivano gli ambienti anglofili e liberal, sogno poi avveratosi nei primi anni ‘90 con la stagione di Tangentopoli eterodiretta da Washington e Londra.
Passa qualche anno e, in vista delle elezioni del giugno 1976 (dove il PCI raggiunge il massimo storico, toccando il 34% dei consensi), crescono i timori che il compromesso storico si inveri: insediatosi il nuovo Parlamento, formato un governo con l’appoggio esterno dei comunisti, eletto Aldo Moro al Quirinale, il PCI potrà finalmente entrare a pieno titolo nella compagine governativa, dando all’Italia una stabilità (ed un peso geopolitico) senza precedenti. La macchina propagandistica si mette perciò prepotentemente in moto: i due romanzi di Sciascia sono un’ottima base per produrre altrettanti film, destinanti al grande pubblico, per denigrare il PCI, la DC ed il temutissimo compromesso storico.
Il contesto è riproposto abbastanza fedelmente nel film Cadaveri Eccellenti diretto da Francesco Rosi e uscito nella sale nel novembre 1976: la frase di chiusura, “la verità non è sempre rivoluzionaria”, è fedele allo spirito del libro e, messa in bocca ad un dirigente comunista, tratteggia un PCI totalmente succube degli intrighi e delle logiche di potere.
Todo Modo esce nella sale nell’aprile del 1976, nonostante alcuni dirigenti della DC facciano pressione sulla Warner Brothers, attraverso Dino Laurentiis, per bloccarne o, perlomeno ritardarne, l’uscita. La trama subisce però profondi e significativi cambiamenti, per adattare il film alla precisa situazione politica del 1976: scompare il pittore-protagonista ed appare una misteriosa epidemia di peste che affligge il mondo esterno (una probabile allusione al terrorismo dilagante), permane la figura di don Gaetano (interpretato da Marcello Mastroianni) e sopratutto compare la figura di Aldo Moro, interpretato da Gian Maria Volonté. La scia degli omicidi consumati nell’eremo si allunga e culmina con la plateale e brutale esecuzione di Aldo Moro: inginocchiato a terra, piagnucolante, Moro è giustiziato dal suo autista con una raffica di colpi alla schiena. Due anni prima dell’effettiva esecuzione nella “prigione del popolo”, Aldo Moro muore così sul grande schermo: taluni la definiscono una “profezia”, ma fu piuttosto un avvertimento mafioso.
Regista del film è Elio Petri, divenuto celebre nel 1970 con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, una corrosiva rappresentazione delle forze dell’ordine, rozze e prevaricatrici, che si colloca nell’incandescente clima di Piazza Fontana e dell’omicidio Pinelli. I produttori di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto furono Marina Cicogna e Daniele Senatore. La prima, all’anagrafe Marina Cicogna Mozzoni Volpi di Misurata, è la titolare della casa Euro International Film, nonché nipote di Giuseppe Volpi, Conte di Misurata: è la rampolla di una ricca e potente famiglia, da sempre legata all’Inghilterra per ragioni economiche e di obbedienza massonica. Il secondo, Daniele Senatore, è anche il produttore, assieme alla Warner Brothers, di Todo Modo: fondatore della “Vera Film”, con cui produce insieme alla Universal Pictures e alla Vic Films di Londra, la prima coproduzione anglo-italiana (In search of Gregory), produttore di una lunga serie di film di denuncia sociale (La classe operaia va in paradiso, Mimì metallurgico, etc.) lascia l’Italia dopo l’uscita di Todo Modo per vivere tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Tornerà in Italia nei primi anni ‘90, assumendo la carica di consulente di Telecom per le tecnologie avanzate.
Un film, Todo Modo, concepito, scritto e prodotto dagli ambienti liberal e anglofoni: gli stessi che, a distanza di due anni dall’uscita dal film, diressero poi l’effettivo rapimento di Aldo Moro e ne decretarono la morte, seppellendo insieme al suo corpo il compromesso storico e la nascita di una nuova Italia, poggiante su basi più forti e stabili. Vedendo la pellicola, Aldo Moro avrà senza dubbio colto il messaggio, neppure troppo subliminale, inviatogli dagli angloamericani: andò comunque avanti, non pensando forse che tutti lo avrebbero tradito.”

Da Todo Modo: genesi del film che “anticipò” l’assassinio di Aldo Moro, di Federico Dezzani.

Il filo dei giorni

Dal maggio del 1992 alla fine del 1993 l’Italia è insanguinata da una decina di attentati firmati dal gruppo terroristico che si fa chiamare Falange Armata. Sono numerosi i morti che provocano in tutto il Paese. Un ispettore della Digos, che conosce bene gli ambienti dell’eversione neofascista, capisce in poco tempo cosa si muove dietro l’ambigua sigla che dice di aver scatenato l’ondata di bombe e terrore, ma non viene ascoltato. Un ambasciatore del nostro Paese consegna al capo dell’Arma dei Carabinieri una lista di sedici persone che dovranno essere indagate nell’eventualità che venga ammazzato. Una giovane giornalista, grazie al suo intuito spregiudicato e alla sua ferrea logica, ricostruisce pezzo per pezzo quello che solo in apparenza è impossibile vedere.
La rivelazione di Gladio, gli omicidi della Uno Bianca, le bombe davanti alle chiese e ai musei; ma anche la trattativa con Cosa Nostra, i tentativi di golpe, i segreti di Stato. È una partita a scacchi, giocata senza esclusione di colpi, che finisce in stallo. I testimoni che raccontano la verità vengono fatti sparire, quelli che accettano di mentire vengono premiati. Tutto torna normale. Può nascere la Seconda Repubblica.
E i morti? Danni collaterali. È un romanzo, ovviamente…

Il filo dei giorni. 1991-1995: la resa dei conti
di Maurizio Torrealta
Imprimatur, pp. 252, € 16.50

Ricorda qualcosa?

“Il parossismo generale nei riguardi del debito pubblico – che, lungi dall’essere il fulcro del problema come vorrebbe qualcuno, costituisce invece la vera cartina tornasole capace di misurare grado di deterioramento delle altre attività economiche nazionali – non è altro che uno specchietto per le allodole, utile per giustificare lo smantellamento totale e definitivo dell’industria strategica italiana in nome dell’imperativo categorico di “far cassa”.
Per questa ragione il nuovo piano strategico elaborato da Finmeccanica ha suscitato l’approvazione di Morgan Stanley, che ha alzato il rating sulla società romana poche ore dopo che l’Amministratore Delegato Giuseppe Orsi ebbe esternato pubblicamente l’intenzione di “alleggerire” la holding attraverso la dismissione di alcune aziende “meno produttive”.
Parlare, inoltre, di concorrenza in un sistema estremamente corporativo ed oligopolistico come quello dell’energia appare quanto meno fuorviante, dal momento che i prezzi di petrolio e gas vengono stabiliti arbitrariamente da un cartello composto da un pugno di società petrolifere e da un numero altrettanto esiguo di istituzioni finanziarie che speculano sui rialzi. Alla luce di tutto ciò, giustificare l’indebolimento dell’ENI in nome della concorrenza tirando persino in ballo i minori costi che gli utenti si ritroverebbero ad affrontare appare analogo alla crociata guidata dall’attuale esecutivo “tecnico”, che intendeva provocare una diminuzione dei prezzi della benzina liberalizzando le pompe di distribuzione senza prendere in minima considerazione il ruolo di quelle che Enrico Mattei definiva “sette sorelle”. Il che la dice lunga sulla presunta risolutezza del governo Monti, che “non guarda in faccia nessuno”.
L’ultimo tassello da inserire in questo desolante mosaico è costituito dalla nomina ad advisor (consigliere), con compiti di valutazione delle modalità di vendita della Snam, di Goldman Sachs da parte della Cassa di Depositi e Prestiti presieduta da Franco Bassanini, che nel 1992 era salito a bordo del Panfilo Britannia in compagnia di una nutrita schiera di alti esponenti della politica e dell’economia italiana (Ciampi, Draghi, Costamagna, ecc.).
Sull’onda di Tangentopoli si insediò il governo tecnico presieduto da Giuliano Amato, il quale si affrettò a trasformare le aziende pubbliche in Società Per Azioni mente il Fondo Monetario Internazionale segnalava la necessità di provocare una svalutazione della moneta italiana per favorire il processo di privatizzazione. Così, non appena i “tecnici” del governo Amato ebbero incaricato Goldman Sachs di supervisionare alla vendita dell’ENI, il gruppo Rothschild “prestò” il direttore Richard Katz al Quantum Fund di George Soros per imbastire la colossale manovra speculativa contro la lira, provocando una svalutazione della moneta italiana pari al 30%. Ciò consentì ai Rothschild di acquisire parte dell’ENI a un prezzo fortemente “scontato”.
Lo scorporo della Snam appare quindi come una fase avanzata della lunga marcia di logoramento di quel che rimane dell’industria strategica italiana avviata nel 1992, con Tangentopoli e con gli attentati del 1992 che costarono la vita a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle rispettive scorte.
Proprio in questi giorni è stato celebrato l’anniversario della strage di Capaci tra altisonanti discorsi da parte dei più autorevoli esponenti istituzionali. Sarebbe stato interessante se qualcuno avesse osato tirare in ballo le dichiarazione rese dall’ex ministro dell’interno Vincenzo Scotti nel corso di un’intervista resa al quotidiano romano “Il Tempo” il 6 dicembre 1996. In quell’intervista, Scotti spiegò che nel febbraio 1992 i servizi segreti e il capo della polizia Vincenzo Parisi avevano redatto e fatto pervenire sulla sua scrivania un rapporto in cui erano sommariamente elencate e descritte le modalità di un imminente piano di destabilizzazione politico, sociale ed economico dell’Italia, orchestrato da svariate potenze internazionali in combutta con alcune potenti lobby finanziarie. Il piano in questione, secondo quanto affermato da Scotti, comprendeva attentati di varia natura atti a distorcere la percezione di sicurezza nazionale in seno alla società, in modo da creare un clima di instabilità che spianasse la strada agli attacchi finanziari diretti contro il patrimonio industriale e bancario di stato. Non ricorda qualcosa?”

Da La lunga marcia di logoramento dell’Italia, di Giacomo Gabellini.

La fedelissima portaerei nel Mediterraneo

“La fase internazionale di pieno fermento che stiamo vivendo è quasi in netto contrasto con la situazione italiana, che invece sembra decisamente avviarsi verso un rapido declino. L’insediamento del nuovo governo tecnico ha messo in chiaro ciò che molti dei nostri redattori e collaboratori andavano sostenendo ormai da almeno dieci mesi nelle testate o nei siti che raccoglievano le loro impressioni ed analisi. L’Italia è un Paese a sovranità quasi inesistente. Da oggi anche la sovranità formale del popolo (espressa attraverso le elezioni e la rappresentanza parlamentare) è venuta meno. Ogni record è stato battuto. Nessun governo tecnico, infatti, ha mai avuto il tempo di formarsi in appena dieci giorni, dalla nomina a senatore a vita dell’ex commissario europeo Mario Monti alla presentazione dei ministri del suo esecutivo dinnanzi al presidente della Repubblica. Proprio Napolitano, eletto uomo italiano dell’anno da numerosi osservatori negli Stati Uniti, può essere ridefinito il deus ex machina della politica italiana in questo 2011 così pesantemente e negativamente decisivo ai fini della determinazione delle sorti nazionali.
Il deciso piglio all’interventismo neo-coloniale durante la crisi libica, dove persino i falchi del centro-destra, tradizionalmente e culturalmente legati all’ideologia atlantica e alle ragioni della NATO, avevano esitato a dare il proprio convinto assenso, e l’ultimo determinato appello alla rapidità del regime-change, hanno contribuito a condurre il sistema Paese dalla padella alla brace. Quella che molti giornali legati alla “sinistra” riformista e borghese, denunciavano come la “scarsa credibilità internazionale” di Berlusconi, in seguito alle sue presunte frequentazioni di escort e prostitute, andava tradotta con un termine più preciso: ricattabilità. L’ex presidente del Consiglio dei Ministri era ormai in balìa delle pressioni internazionali più forti, a cominciare da quelle operate da Washington.
Il volta-gabbanismo nei confronti di Gheddafi rappresenta l’emblema di un “vorrei ma non posso” che ha contraddistinto nei fatti tutti gli ultimi tre anni della politica interna ed estera italiana. “Vorrei salvare la Piccola e Media Industria ma non posso”, “vorrei fornire un credito di Stato diretto a famiglie e piccole imprese senza passare per il filtro delle banche ma non posso”, “vorrei portare a termine l’accordo per il South Stream con Putin ed Erdogan ma non posso”. Potremmo continuare per ore, ma bastino questi eloquenti esempi per comprendere tutta la portata di una simile condizione di inferiorità e sub-dominanza personale di Berlusconi come leader politico e di governo, a cui corrispondeva quasi perfettamente la condizione di inferiorità e sub-dominanza strategica ed economica dell’Italia come nazione, iniziata nel 1947-1948 con l’inclusione di Roma nel Piano Marshall, la vittoria democristiana e la conseguente adesione alla NATO (1949), e poi aggravatasi lungo gli ultimi trent’anni, sino all’incrinatura decisiva nel biennio post-Tangentopoli 1992-‘93. Da allora, in particolar modo, l’Italia è diventata un non-Stato, un agglomerato formale ma non sostanziale, amministrativo ma non esecutivo, geografico ma non geopolitico.”

L’Italia ritorna ad essere una colonia, di Andrea Fais continua qui.