Il bipolarismo tecnologico


“Quando il 6 dicembre 2018 la direttrice finanziaria del gigante cinese Huawei, Meng Wanzhou, figlia del fondatore Ren Zhengfei, venne arrestata a Vancouver, in Canada, in base a un mandato di arresto emesso dagli Stati Uniti per una presunta violazione delle misure di embargo economico all’Iran, il genio uscì definitivamente dalla lampada. La guerra commerciale decretata dall’amministrazione Trump è stata l’utile foglia di fico con cui gli Stati Uniti hanno coperto un ben più cogente obiettivo geopolitico: isolare gradualmente la Cina, frenare l’ascesa tecnologica dell’Impero di Mezzo, ritardarne la scalata in terreni dalle applicazioni decisive per i futuri assetti di potere del pianeta. Vistasi indietro nella gara, Washington ha sdoganato le armi a disposizione: sanzioni commerciali, moniti agli alleati, non a caso divenuti sempre più espliciti poco prima dell’arresto di Meng, a non utilizzare tecnologie cinesi , sfruttamento delle armi del geodiritto, richiamo alla sbandierata “comunità di destino” contro la minaccia posta dalla Cina comunista.
Lo spartiacque del caso Huawei è decisivo, perché da un lato rappresenta il momento in cui lo scontro USA-Cina si fa realmente nuovo bipolarismo e dall’altro rende palese la valenza geopolitica dello scontro al resto del mondo, costringendo, d’altro canto, Washington a rendere palese ciò che negli apparati di potere era già noto, a far cadere la presunta immaterialità e neutralità dei colossi digitali della Silicon Valley, in realtà da sempre intrinseci alle logiche del potere globale statunitense. I campioni nazionali statunitensi sono stati rapidamente arruolati nella guerra a Huawei e al resto dei rivali cinesi. Il mondo della tecnologia, abdicando alla mitologia del paradiso libertario californiano, non può negare il suo sostegno ai programmi governativi, che rappresentano una fetta considerevole dei suoi introiti. La Casa Bianca, per irreggimentare i campioni nazionali statunitensi in una fase di confronto con la Cina, ribadisce la logica della scelta di campo, rilanciando con decisione la matrice statunitense della rete supposta come globale. Invitando i grandi del digitale a una nuova collaborazione con solidi argomenti economici, sotto forma di appalti dal valore di decine di miliardi di dollari e sconti fiscali a tutto campo, il governo federale aggiunge solidi argomenti alla focalizzazione sulla sicurezza nazionale.
(…) Nella tecnologia stiamo dunque parlando di un vero e proprio scenario di matrice bellica, di un conflitto sotterraneo ma continuo che amplifica gradualmente la faglia tra Stati Uniti e Cina, provocando da un lato la costruzione di paradigmi tecnologici paralleli a mano a mano che l’innovazione avanza in forma divergente sulle due sponde del Pacifico; e, dall’altro, producendo un contesto caotico che vede Washington estrarre su scala globale rendite di posizione dall’attuale egemonia dei suoi colossi digitali (Google, Amazon, Facebook e Apple gestiscono ancora l’80% dei dati su scala globale) e Pechino creare, gradualmente, i più efficaci standard del futuro.”

Dall’omonimo articolo a firma di Andrea Muratore, in Eurasia. Rivista di studi geopolitici n. 4/2020, pp. 123-125.

La digitalizzazione prossima ventura

“Il mondo sta combattendo la pandemia oppure il pianeta e il virus sono un campo di battaglia di un’altra gigantesca guerra di dimensioni planetarie? Qualche volta, nel liquidare con un’alzata di spalle il cosiddetto “complottismo”, un rischio grave c’è, bisognerà pur dirlo. È quello di appiattire a certe tesi caricaturali molte evidenze tutt’altro che fantasiose. Michel Chossudovskj, direttore di Global Research, il centro canadese di ricerca sulla globalizzazione, considerato uno dei massimi esperti internazionali di economia e geopolitica e collaboratore dell’Enciclopedia Britannica, sostiene da tempo che lo sganciamento delle risorse umane e materiali dai processi di produzione, scatenato dal confinamento paralizzando l’economia reale, è stato un atto di guerra. Un’operazione pianificata con cura, che è parte di un piano militare e di intelligence degli Stati Uniti e della NATO, per indebolire Cina, Russia e Iran e destabilizzare il tessuto economico dell’Unione Europea. Chossudovsky trova conferma della sua tesi in certe affermazioni “leggere” di Mike Pompeo, segretario di Stato USA. Ci si creda o meno, spiega Carlos Fazio su La Jornada, la disputa geopolitica per il controllo di zone di influenza fra le potenze – Stati Uniti e Cina, in particolare -, ha avuto nell’emergenza mondiale vincitori e sconfitti. È la solita fake news perché i morti sono ovunque? Difficile crederlo, Amazon e Jeff Bezos, per fare un esempio, in sole tre settimane di pandemia hanno accresciuto il patrimonio di 25 miliardi di dollari. Non sono i soli, né quelli che hanno guadagnato di più. Tutte le corporation della Silicon Valley, le grandi protagoniste di quello che Shoshana Zuboff chiama il capitalismo di sorveglianza, così come il primo fondo di investimenti del pianeta, BlackRock – che possiede il 5% di Apple e di Exxon Mobil e il 6% di Google ed è più grande di GoldmanSachs, J.P. Morgan e Deutsche Bank messi insieme – vivono una vera e propria Grande Abbuffata. Pechino risponde, intanto, lanciando la prima moneta digitale nazionale e la Via digitale della Seta. La guerra per la leadership digitale nel mondo – con i suoi assi portanti principali: l’intelligenza artificiale, l’Internet delle cose, le reti 5G e il Big Data – era già in corso molto prima dell’irruzione del coronavirus (in particolare, naturalmente, tra Cina e Stati Uniti), ma di certo il Covid-19, magari indipendentemente dalla sua genesi, non gli è estraneo. Nulla gli è estraneo. Lo si vede da tempo anche con la forsennata corsa al business sul vaccino. La colonizzazione digitale, quella che trasforma tutto quel che pensiamo e facciamo lasciando tracce nella rete in merce informativa da vendere e comprare, resta però il piatto forte delle nuove forme del dominio e della guerra, senza alcuna esclusione di colpi, per conquistarne l’egemonia.”

Così il sito comune-info.net presenta l’articolo di Carlos Fazio, Sul capitalismo della sorveglianza, di cui consigliamo attenta lettura.

Think3 è rinata dalle ceneri

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A tre anni dal crack e dopo una battaglia legale durissima con gli americani di Versata, un ex dipendente guida l’azienda informatica e cerca di ripartire dalle sue ceneri

Dal giorno del fallimento sono passati tre anni. Nel mezzo ci sono state battaglie legali intercontinentali contro un colosso americano dell’informatica, la messa al bando del curatore italiano dell’azienda dal territorio statunitense, l’intervento di due ministri dell’ex governo Berlusconi e la gestione aziendale più lunga che si ricordi da parte del Tribunale di Bologna. Ora la Think3, azienda informatica di Casalecchio che ha spostato la sede a Bologna, riparte sotto la guida di un suo ex dipendente, che da pochi mesi ha preso in mano il gruppo che aveva lasciato nel 2010.
Una vera e propria odissea, per quest’azienda che produce software di programmazione per l’industria meccanica e oggi, nonostante le peripezie, ha clienti come Faac, Honda, Toshiba, Alessi e Fiat. Certo le difficoltà non sono state indolori. Nata nel 1979 a Bologna come Cad Lab e poi trasferitasi a Casalecchio, ai tempi d’oro la Think3 è arrivata ad avere 500 dipendenti, impiegati in dieci filiali di tutto il mondo. Un patrimonio di conoscenze che nel 2010 passa sotto il controllo del colosso texano Versata, che però non evita il crollo: Think3 viene dichiarata fallita dal tribunale di Bologna nell’aprile 2011 quando l’azienda, che ha già attraversato anni di crisi, ha ancora 150 dipendenti.
È l’inizio della seconda vita di Think3, quella sotto la guida del tribunale e del curatore Andrea Ferri. Che oltre a portare avanti l’attività dell’azienda deve anche battagliare nelle aule di tribunale di mezzo mondo con Versata, che non intende mollare le preziose licenze dell’azienda bolognese. Ci sono procedimenti nei tribunali italiani e negli Stati Uniti, cause su cause, comunicati contro comunicati con cui l’azienda americana spiega ai clienti che sono loro i padroni dei software, mentre dall’Italia si replica che no, è a Casalecchio che bisogna rivolgersi.
Nel luglio 2011 l’assessore provinciale Graziano Prantoni scrive ai ministri del governo Berlusconi Paolo Romani (Sviluppo economico) e Franco Frattini (Affari esteri) per chiedere il loro intervento. Quest’ultimo risponde assicurando che «è stata interessata la nostra ambasciata a Washington». Mentre dagli Stati Uniti si cominciano le procedure per bandire dal territorio il curatore fallimentare. «C’è stato un enorme spiegamento di forze da parte di Versata, con un gran numero di advisors e legali impegnati», racconta Ferri. Solo a fine 2013 si raggiunge un accordo, che fa cessare le ostilità tra i due gruppi e consegna le licenze agli italiani.
Oggi la Think3 cerca di rinascere con 40 persone divise tra Bologna, Francia e Giappone. Ma alla sua guida c’è Tom Davis, uno degli ex dirigenti dell’azienda (richiamato dopo il fallimento da Ferri) che prima di andarsene seguiva da Hong Kong le attività cinesi di Think3. Oggi 39enne, di origine inglese ma vissuto per la maggior parte in Italia, Davis fa il pendolare tra Torino, dove abita, e Bologna, dove l’azienda si è trasferita e dove oggi lavorano una ventina di persone. «La maggior parte dei dipendenti, quasi tutti informatici, con la crisi ha trovato un altro lavoro», racconta Davis. «Ora fatturiamo circa 7/8 milioni di euro, non lontano dai livelli della vecchia Think3, e continuiamo a investire in ricerca per sviluppare nuovi prodotti», continua.
«Ogni tanto – sottolinea Ferri – è bello dire che nonostante un fallimento si possa ancora creare business. Think3 è rinata dalle ceneri e gode di buona salute».
Marco Bettazzi

Fonte
[Il collegamento inserito è nostro]

Chi fa da sè, pensa fino a tre

In Parlamento qualcosa si sta muovendo per salvare la Think3, l’azienda di Casalecchio di Reno che opera dal 1979 nel campo dello sviluppo, vendita e assistenza software ad alta tecnologia, e dà lavoro qualificato a 150 dipendenti, la maggioranza dei quali laureati.
Lo scorso 2 maggio il Tribunale di Bologna aveva emesso ordinanza di fallimento per la Think3 Inc. e la Think3 S.r.l. Contestualmente lo stesso Tribunale aveva nominato un curatore fallimentare, che in una nota aveva comunicato di “aver esercitato il diritto di scioglimento del contratto di licenza con Versata ai sensi dell’art. 72 della Legge Fallimentare”.
La nota non è piaciuta ai vertici della holding Versata, che l’aveva acquisita nel settembre del 2010 e che in ragione del provvedimento del curatore fallimentare, non potrebbe più concedere in licenza i prodotti Think3 e usarne i marchi.
L’assessore alle Attività Produttive della Provincia di Bologna, Graziano Prantoni ha informato lo scorso 20 Luglio tutti i parlamentari bolognesi e i ministri degli Affari Esteri Franco Frattini e dello Sviluppo Economico Paolo Romani, degli “intenti predatori” del competitor statunitense che “vorrebbe bypassare la legge italiana sulla tutela dei lavoratori e dei creditori”.
Infatti il Tribunale di Bologna, con l’Ordinanza del 2 Luglio 2011 dichiara che “il contratto stipulato tra Think3 Inc e Versata deve intendersi risolto in ciascuno dei suoi aspetti legali”.
La pensa diversamente Austin Scee, manager della holding Versata secondo il quale “il curatore fallimentare italiano non ha l’autorità legale di togliere a Versata la proprietà dei prodotti Think3”. Dunque i cow-boys a stelle e strisce non fanno mistero di considerare le leggi di legittimi Stati sovrani alla stregua di superstizioni degli Indiani d’America. Forse siamo già in riserva, ma dobbiamo ancora accorgercene?
Non la pensano così i senatori Rita Ghedini, Gian Carlo Sangalli e Walter Vitali, che sono stati i primi ad aver risposto ai segnali di fumo dell’assessore Prantoni, presentando lo scorso 21 Luglio un’interrogazione parlamentare ai Ministri Romani e Frattini, per tutelare la correttezza della procedura fallimentare e garantire così creditori e lavoratori.
Infatti secondo i senatori, la società Versata sta “fornendo false informazioni ai clienti e al mercato in merito alla procedura fallimentare Italiana che interessa Think3 e Think Inc, adombrando cointeressenze non più esistenti con le due società italiane in oggetto, vantando la proprietà di licenze e brevetti delle due società italiane in parola, pubblicizzandone i prodotti come propri ed utilizzando illegalmente il dominio http//www.tunk3.versata.com: ciò configura a tutti gli effetti azione sistematica di dumping competitivo e concorrenza sleale. Tali fatti rischiano di compromettere la corretta gestione della procedura fallimentare in corso”.
La lotta se posta su un piano “di pura forza economica” ha un esito scontato. D’altro canto pur lodando l’impegno di Prantoni e dei tre senatori, occorre una buona dose di ottimismo per confidare nel rispetto della legge italiana da parte di colossi dell’informatica statunitense come Versata, che non sono nuovi ad azioni di concorrenza sleale come questa. Chi conosce lo stato delle nostre politiche industriali può prevedere facilmente l’esito di questo scontro economico. Chi va a spiegare ai 150 dipendenti della Think3 che, come diceva l’economista Ernst Schumacher, piccolo è bello?

Fonte: eurekaassociazione