La Santa Democrazia


“Il principale nemico dell’umanità negli ultimi decenni non è stato il terrorismo ma la Santa Democrazia. Così si potrebbe dire, se si credesse davvero nella Santa Democrazia e non la si ritenesse una maschera e un pretesto.
Questa maschera e questo pretesto sono stati utilizzati per condurre le guerre dell’Impero, quelle palesi e quelle occulte. Sono stati utilizzati per giustificare embarghi e boicottaggi e distruggere l’economia dei Paesi refrattari all’Impero e il benessere dei loro popoli; per bombardarli e invaderli; per condurre in tutto il mondo campagne di propaganda contro gli Stati che cercavano di sottrarsi alla colonizzazione occidentale e alla rapina delle loro risorse.
Dall’Irak allo Zimbabwe, dal Congo al Sudan, dalla Jugoslavia all’Iran, da Cuba alla Birmania, dalla Cina alla Russia all’Afganistan, chiunque rifiutasse il dominio delle multinazionali occidentali, e che fosse dominio incondizionato senza limiti né regole, diventava uno “Stato canaglia” e veniva fatto oggetto, prima di un vero e proprio linciaggio mediatico, poi di guerra vera, dichiarata o non ma con morti veri, stragi, distruzioni, assassinii, quando non stermini senza limiti.
Non importava e non importa che tipo di Paese sia, come sia organizzato, se sia o no democratico nel senso capitalista del termine, cioè se ci sia la possibilità di fondare partiti che facciano l’interesse dei padroni e che si presentino alle elezioni e stampino giornali e abbiano televisioni. Non importa, a meno che quei partiti non vincano le elezioni e si insedino al governo e offrano il paese alle orde multinazionali.
“Democrazia” è diventata ormai una parola vuota ma una minaccia piena d’orrore. Come fu per “eresia” in secoli non così lontani.
La Russia di Eltsin, che faceva bombardare il parlamento ma lasciava rapinare allegramente il proprio Paese da multinazionali e mafie, era un Paese democratico. La Russia di Putin e Medvedev, che mantengono lo stesso ordinamento politico ma che hanno riportato nelle mani dello Stato l’economia del Paese, diventa automaticamente “un regime autoritario”.
I paladini della Santa Democrazia passano il loro tempo a ordire e organizzare colpi di Stato, assassinii politici, attentati terroristici, in tre quarti del mondo. Organizzano eserciti di mercenari criminali, che una volta chiamavamo “squadroni della morte” ma che oggi, a furia di progredire, chiamiamo “contractors”, per torturare, massacrare, trucidare, terrorizzare popolazioni inermi, al solo scopo di demoralizzare la resistenza di quei popoli o di destabilizzare governi e Stati che fanno qualche passo verso l’indipendenza economica e politica dall’Impero, verso un ordinamento sociale un po’ meno capitalista. In Nicaragua negli anni ottanta i contras, addestrati, armati, comandati dagli USA, lottavano per la democrazia.
Uccidendo in tre anni ottomila civili e novecentodieci funzionari statali. Gli ottomila civili erano sindacalisti, attivisti politici, famiglie di sindacalisti e attivisti politici, contadini di tutte le età e i sessi, villaggi interi di contadini compresi i bambini. I funzionari statali erano maestri, medici, infermieri mandati dal governo nei villaggi contadini, spesso volontari che volevano dare il proprio contributo alla crescita umana e culturale del Paese in cui vivevano.
Lottavano, i contras, contro il governo sandinista, e uccidevano nei modi più efferati per creare e diffondere panico e terrore, demoralizzazione, paura. Quella paura continua e totale che fa preferire la schiavitù alla libertà.
Ma non voglio e non posso fare un elenco dei crimini della Santa Democrazia. William Blum, ex funzionario del Dipartimento di Stato USA, ci ha provato, limitandosi appunto alla politica USA e utilizzando solo i documenti CIA dissecretati, e gli è venuto un libro di settecento pagine.
Il problema più grave oggi, però, per noi popoli dei Paesi santamente democratici, è che il mito della Santa Democrazia è ormai diffuso tra tutti noi. Grazie all’informazione e ai suoi mezzi, siamo diventati tutti paladini della Santa Democrazia. Un tempo invece molti di noi avrebbero lottato a fianco dei Paesi attaccati dall’Impero. Un tempo molti di noi avrebbero subito rizzato le orecchie, sentendo i giornali e le televisioni dell’Impero iniziare a sbraitare monotonamente e senza tregua contro il governo di un Paese non in linea con gli interessi dell’imperialismo.
Come una volpe rizza le orecchie al latrare dei cani e al corno del cacciatore, sapendo che è l’inizio della caccia e che, se anche quel giorno non toccherà a lei, toccherà a una sua simile.
Forse è solo questo il problema: non ci sentiamo più simili ai popoli sfruttati, né a quelli che rifiutano di essere sfruttati dai nostri Paesi, o meglio dai nostri padroni.
Forse ci sentiamo più simili al cacciatore. O almeno ai cani.”

Da Scemi di guerra, di Sonia Savioli, Edizioni Punto Rosso, pp. 195-196.

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Verità e sovranità

Da quando Donald Trump è divenuto presidente degli Stati Uniti, la destra italiana si è riscoperta «sovranista», facendo intendere che vuole difendere la sovranità nazionale senza, però, specificare da chi.
Non lo può dire perché il «sovranismo» è la mera reiterazione dello slogan di Donald Trump, è quindi l’ennesima dimostrazione di sudditanza psicologica e politica della destra nei confronti dell’alleato-padrone.
Invece, la sovranità nazionale è l’obiettivo primo di quanti si propongono di restituire l’Italia agli Italiani è per raggiungerlo l’ostacolo primo da rimuovere è rappresentato dalla politica coloniale degli Stati Uniti nei nostri confronti.
Come può l’Italia riacquistare la propria sovranità nazionale?
In un modo solo: uscire dopo 73 anni dal tunnel della sconfitta militare del 1945.
Sul finire del 2018, possiamo prendere atto che la classe politica dirigente imposta dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale all’Italia sconfitta è quasi scomparsa per un fisiologico ricambio generazionale, così che diviene possibile confrontarsi con la storia nazionale post-bellica.
Non sarà agevole perché non ci sono segnali da parte della classe politica italiana della volontà di percorrere a ritroso il cammino fatto dall’Italia sotto il dominio assoluto degli Stati Uniti per comprendere che siamo ancora una colonia americana.
Si può prendere coscienza di questa amara realtà ristabilendo la verità storica su quanto è accaduto nel nostro Paese perché è dalla sua affermazione che sarà possibile, per tutti gli Italiani, riconoscere che la prima conseguenza della sconfitta militare è stata proprio la perdita della sovranità nazionale, della dignità nazionale, della libertà di tutti e di ognuno a prescindere dallo schieramento ideologico nel quale si sono trovati a militare.
La verità è una sola, senza aggettivi, perché non può esistere una verità giudiziaria, una storica, una politica.
La verità si può raggiungere sia attraverso le indagini su episodi specifici svolte dalla magistratura, sia per mezzo delle ricerche fatte dagli storici ma tocca ai dirigenti politici – i soli che ne hanno i mezzi – la decisione di aprire gli archivi segreti dello Stato e di imporre a ufficiali, funzionari, dirigenti dei vari ministeri chiave (Esteri, Difesa, Interni) e della presidenza del Consiglio di dire quello che sanno.
In questo modo si potrà leggere la storia italiana senza ricorrere ai «distinguo» che la costellano per mantenere separati i fatti come se fossero avulsi dal loro contesto.
Non si possono, difatti, presentare le stragi di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947 e quella di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974, come ispirate a una logica diversa da quella di un anticomunismo che si era preposto di utilizzare ogni mezzo per bloccare la lenta ma inesorabile avanzata elettorale del PCI, ritenuto nel 1947 e nel 1974 la «quinta colonna sovietica» in Italia.
Non sarà più possibile non collegare il piano predisposto nel giugno del 1964 per una manifestazione indetta a Roma dalle forze anticomuniste, primo il Movimento Sociale Italiano, destinata a degenerare in sanguinosi incidenti per fornire ai politici del tempo il pretesto per far intervenire le Forze armate e i Carabinieri, con quello poi attuato nel mese di dicembre del 1969 che prevedeva, dopo le stragi del 12 dicembre, una manifestazione missina a Roma con l’identico fine del giugno 1964.
Sappiamo che nell’estate del 1964 fu il generale Giovanni De Lorenzo a opporsi al piano che trova implicita ma chiara conferma nelle parole dette alla moglie al rientro a casa dopo la riunione presso l’abitazione del senatore Tommaso Morlino: «Volevano fare di me un nuovo Bava Beccaris, ma non ci riusciranno».
Nel mese di dicembre del 1969 non sappiamo se, viceversa, c’era un «nuovo» Bava Beccaris perché a vietare le manifestazioni sul territorio nazionale, compresa quella indetta a Roma il 14 dicembre dal MSI, fu il presidente del Consiglio Mariano Rumor.
Sarà anche possibile, finalmente, chiedere conto all’alleato-padrone della morte del presidente dell’ENI Enrico Mattei, del sabotaggio dell’aereo «Argo 16», della morte del generale Enrico Mino, del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro, fine all’uccisione del questore Nicola Calipari.
L’affermazione della verità, pertanto, non è fine a se stessa, non è circoscritta alla conoscenza dei nomi di esecutori e mandanti, viceversa è il mezzo più idoneo per riconquistare la sovranità nazionale.
Nelle tragiche pagine della storia italiana post-bellica, difatti, non ci sono responsabilità esclusivamente nazionali ma anche – e soprattutto – internazionali.
L’adesione alla NATO è stata un’operazione liberticida e suicida da parte della classe politica dirigente perché ha vincolato il Paese a una guerra alla quale, restando neutrale, poteva evitare di prendere parte.
Non conosciamo i protocolli segreti, le intese multilaterali e bilaterali stipulate con la potenza egemone e i suoi alleati, ma sappiamo con certezza assoluta che in questo Paese hanno agito con libertà d’azione e con totale impunità tutti i servizi segreti dei Paesi occidentali e che i servizi di sicurezza italiani sono ancora mero strumento di quelli americani.
Una condizione di servaggio che nessuno osa denunciare, che nessuno chiede di modificare perché nessuno osa scrivere la storia per quella che essa è stata.
La storia in Italia non rappresenta un problema politico, non è oggetto di dibattiti parlamentari né di esami sul piano governativo che dovrebbero concludersi con provvedimenti legislativi finalizzati a rivendicare l’indipendenza del Paese.
Nell’Italia dei rinnegati al potere, abbiamo assistito perfino alla richiesta, avanzata dal governo diretto dall’ex comunista Massimo D’Alema a quello americano, di non rendere pubblici i documenti desecretati della CIA sulle elezioni politiche del 1948.
Non risulta che i governi successivi abbiano revocato la richiesta perché temono che emerga la verità sui fatti che risalgono a 70 anni fa.
Non è che un esempio, questo, di tutto quello che hanno fatto nel tempo i governi italiani contro la verità.
Non si può sperare, oggi, che si possa invertire la tendenza quando al governo siedono i rinnegati della Lega Nord complici da un trentennio di ogni infamia perpetrata contro la verità e chi se ne è fatto portatore.
I Salvini passano, l’Italia resta.
Quando l’Italia firmò a Parigi il Trattato di Pace, le campane di tutte le chiese suonarono a morto per segnalare che era un giorno di lutto nazionale.
Può ancora arrivare il giorno in cui potranno suonare a festa per dire agli italiani che hanno ritrovato libertà, indipendenza e sovranità.
Il mezzo c’è e ha un nome breve: verità.
Vincenzo Vinciguerra

Fonte

Il quarto uomo del delitto Moro

L’introduzione dell’ultimo libro di Sergio Flamigni, pubblicato da Kaos Edizioni, che il parlamentare del PCI dal 1968 al 1987, nonché membro delle Commissioni parlamentari d’inchiesta sul caso Moro, sulla P2 e Antimafia, ha dedicato all’enigma del brigatista Germano Maccari.

“La II Commissione parlamentare d’inchiesta sul delitto Moro (2014-2017) ha accertato tre dati di fatto di estrema gravità sul sequestro e l’uccisione del presidente della DC.
Il primo è che subito dopo la strage di via Fani, la mattina del 16 marzo 1978, i terroristi in fuga con l’ostaggio si rifugiarono in uno stabile di via Massimi 91 di proprietà dello IOR (la banca vaticana). Dunque non ci furono trasbordi del rapito in piazza Madonna del Cenacolo, né la successiva tappa nel sotterraneo del grande magazzino Standa dei Colli Portuensi, e men che meno l’approdo finale nel covo-prigione di via Montalcini, come sostenuto dalla menzognera versione ufficiale dei terroristi assurdamente avallata dalla magistratura.
Il secondo dato accertato dalla II Commissione parlamentare Moro è che anche le modalità dell’uccisione del presidente DC raccontate dai terroristi – all’interno del box auto di via Montalcini, nel baule dell’auto Renault 4 rossa, con 11 colpi, alle ore 6-7 del mattino – sono una sequela di menzogne. Le vecchie e le nuove perizie hanno infatti definito improbabile il luogo, ben diverse le modalità, e falso l’orario del delitto indicato dalla versione brigatista.
Il terzo dato di fatto è che la “verità ufficiale” sulla prigionia e sull’uccisione di Moro in via Montalcini – originata dal “memoriale Morucci”, poi confermata da altri ex brigatisti, e avallata da un paio di magistrati – è stata confezionata in carcere con la regia del servizio segreto del Viminale (SISDE) e la fattiva collaborazione di settori della DC. Si è trattato cioè di una vera e propria operazione politica e di intelligence, dopo la quale gli ex terroristi hanno ottenuto i promessi benefici penitenziari e la semilibertà. In proposito, le risultanze della Commissione parlamentare sono inequivocabili: «Il memoriale [Morucci] presenta le caratteristiche formali e compositive di un elaborato interno agli apparati di sicurezza, che dunque non possono essere ritenuti a priori estranei alla composizione del testo… La costruzione della verità giudiziaria sulla vicenda Moro appare legata all’azione di una pluralità di soggetti, che operarono attorno al percorso dissociativo di Morucci: i giudici istruttori Imposimato e Priore, il SISDE, alcune figure di rilievo della politica e delle istituzioni».
Del resto, i particolari rapporti del SISDE col terrorista dissociato Valerio Morucci, supportati dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria con la benedizione dell’allora Presidente del Senato e poi Presidente della Repubblica Francesco Cossiga (già ministro dell’Interno durante il sequestro Moro), erano finalizzati proprio a confezionare una versione di comodo per coprire quelle “verità indicibili” di connivenze e complicità all’interno dei servizi di sicurezza e dei poteri occulti, nazionali e esteri, che hanno accompagnato la preparazione e l’attuazione del delitto Moro. Non a caso Morucci, anni dopo la detenzione, verrà assunto da una società privata di intelligence (la G Risk srl) di proprietà dell’ex colonnello dei Carabinieri e ex dirigente dei Servizi segreti Giuseppe De Donno, e amministrata dal generale dei Carabinieri Mario Mori ex capo del SISDE – plastica saldatura fra un ex capo brigatista e gli ex vertici dei Carabinieri e dei Servizi.
Il procuratore generale della Corte d’appello del Tribunale di Roma, Enrico Ciampoli, con la requisitoria dell’11 novembre 2014 aveva già smentito la versione del duo Morucci-Moretti circa la dinamica dell’agguato e della strage. Secondo la versione brigatista, i terroristi in via Fani avrebbero sparato tutti e solo da sinistra, mentre per la Procura generale «il caposcorta dell’on. Moro [maresciallo Oreste Leonardi, nda] fu ucciso inequivocabilmente da destra, come d’altronde conferma la perizia balistica. Quindi, oltre ai 4 brigatisti di cui parlano Morucci e Moretti…, c’era necessariamente un quinto sparatore. Un killer solitario, posizionato a destra, la cui presenza, con alta probabilità, non fu neppure percepita dal caposcorta dell’on. Moro, se è vero che il suo cadavere venne ritrovato “in posizione rilassata e serena”».
I tre dati di fatto accertati dalla II Commissione parlamentare, in pratica, smentiscono la versione ufficiale del delitto Moro dall’inizio (la fuga con l’ostaggio fino in via Montalcini) alla fine (l’uccisione del prigioniero nel box auto di via Montalcini con trasporto del cadavere nel centro di Roma), e confermano che il sequestro del Presidente della DC è rimasto un delitto senza verità. Infatti non c’è nessuna certezza sul luogo (o i luoghi) dove Moro fu tenuto segregato per quasi due mesi, né si sa chi, come e perché lo abbia ucciso. E si tratta di tre questioni – Moro nella fantomatica prigione di via Montalcini, le modalità della sua uccisione, e il castello di menzogne confezionato dal quartetto Morucci-Moretti-destra DC-SISDE – che delineano il contesto in cui si colloca l’enigmatica figura del brigatista Germano Maccari.
Secondo l’ex capo brigatista Moretti, Maccari sarebbe stato presente nel covo di via Montalcini con lo pseudonimo di “Luigi Altobelli” come finto marito dell’intestataria dell’appartamento-covo Anna Laura Braghetti. A detta del trio Faranda-Morucci-Moretti, Maccari sarebbe stato uno dei carcerieri di Moro durante tutti i 55 giorni della prigionia, avrebbe collaborato all’uccisione dell’ostaggio, e avrebbe partecipato poi al grottesco trasporto del cadavere fino in via Caetani la mattina del 9 maggio 1978. La vera identità dell’Altobelli di via Montalcini restò coperta per un quindicennio, fino all’estate del 1993: cioè fino a quando l’ex capo brigatista Mario Moretti, nel ruolo di delatore interessato, decise di permettere l’individuazione e l’arresto di Maccari.
La vicenda che ha avuto come protagonista Germano Maccari è un compendio delle ambiguità, delle menzogne, delle omertà, delle oscurità, del criminale cinismo e delle “verità indicibili” che hanno caratterizzato le sanguinarie BR morettiane e che hanno scandito la strage di via Fani e il delitto Moro. Ed è una vicenda che rende vieppiù inverosimile la versione brigatista, assurdamente avallata dalla magistratura, sulla prigionia e sull’uccisione dello statista democristiano.”

Fonte

Un susseguirsi di “misteri” e depistaggi

“Dall’«oro di Dongo» alla strage di via D’Amelio, a Palermo, la storia italiana è un susseguirsi di «misteri» e depistaggi.
Anche gli storici più onesti hanno cercato di dare spiegazione a ognuno di essi senza mai riuscirci appieno, perché tutti sono incorsi nell’errore di valutarli al di fuori del loro contesto reale.
Hanno, cioè, questi storici, inquadrato i fatti come se fossero allegati l’uno dell’altro, attribuendoli a singole persone o gruppi che, nella più ardita delle ipotesi, erano collegati a personaggi politici anche di primo piano o a centri di potere genericamente definiti «occulti».
Il risultato è sotto i nostri occhi: abbiamo la storia della «banda Giuliano», della mafia «buona» di Calogero Vizzini e, poi, di Stefano Bontate, quella «cattiva» di Salvatore Riina, la «Gladio rossa» e quella bianca, l’«eversione nera» e quella «rossa», la banda della Magliana e «Mafia Capitale», la corruzione politica, Andreotti e Lima, Berlusconi e Dell’Utri, la P2 e la massoneria «deviata», i servizi segreti «deviati», la democrazia sotto attacco, lo Stato debole e incapace.
Una frammentazione di fatti ed episodi che ha permesso sempre ai responsabili, che si sono alternati ai vertici nel corso degli anni, di creare uno scudo difensivo che nessuno, fino a oggi, è riuscito a infrangere.
Se, per ipotesi, si riuscisse ad avere la verità su tutti gli episodi «misteriosi» che costellano la storia dell’Italia del dopoguerra, non si avrebbe comunque la verità assoluta, la sola in grado di cambiare le sorti e il destino di questa Nazione.”

Una visione unitaria, di Vincenzo Vinciguerra continua qui.

Questa Repubblica sulla cui bandiera hanno scritto la parola “infamia”

“Dietro ogni depistaggio che ha segnato la vita di questa Repubblica fin dal suo sorgere, c’è sempre una «ragion di Stato», una strategia del potere, un disegno politico che non si vuole svelare, che deve essere protetto a ogni costo.
Dall’«oro di Dongo» all’uccisione di Salvatore Giuliano, appaltata dal colonnello dei carabinieri Ugo Luca all’«alta mafia», da piazza Fontana alle stragi mafiose del 1993, i depistaggi sono una costante della storia italiana post-bellica che confermano l’esistenza di uno Stato che non è «doppio» né «parallelo», che è uno solo ma ha due volti, uno democratico e l’altro totalitario.
Le commemorazioni sono un esercizio retorico di menzogne e mezze ammissioni di cui tutti si fanno complici perché nessuno ha mai avuto il coraggio di chiamare in causa dirigenti politici, magistrati, vertici militari e di polizia per svelarne le responsabilità che sono, spesso, palesi.
Per l’attentato di Peteano dove, il 31 maggio 1972, sono morti tre carabinieri solo per la mia scelta sono emerse le responsabilità di alti ufficiali dell’Arma mentre quelle dei vertici sono state occultate da Felice Casson, con il concorso di altri suoi colleghi e dell’affiliato alla loggia P2, il vicequestore Giuseppe Impallomeni.
Per quell’attentato il Casson ha inventato prima la responsabilità della loggia P2, poi quella di Gladio, perché carabinieri fedeli alla Repubblica (nessuno però fino a oggi ha provato l’infedeltà dei gladiatori) non avrebbero mai depistato le indagini su un attentato nel quale erano morti tre loro colleghi.
Ora si ritrovano con appartenenti alla Polizia di Stato che hanno depistato le indagini in una strage in cui, oltre a un magistrato, sono morti ben cinque dei loro colleghi.
Se il depistaggio delle indagini sull’attentato del 31 maggio 1972 è stato deciso ai vertici dei corpi di polizia, dei servizi segreti, con l’assenso delle autorità politiche per occultare i rapporti con l’estrema destra, quindi per nascondere quella che era una strategia politica, quello sulla strage di via d’Amelio, a Palermo, compiuta da mafiosi, occulta i rapporti fra lo Stato e le cosche e l’inserimento di queste ultime in una strategia politica.
Il depistaggio non è solo quello della manipolazione delle prove e della loro sottrazione dagli atti giudiziari, è anche quello tipico della magistratura nel suo complesso che si ingegna a inventare ogni volta «deviazioni» e «collusioni», «infedeltà» e tradimenti, pur di non riconoscere che se questori, generali dei carabinieri, alti funzionari dei servizi segreti occultano prove, proteggono colpevoli, «suicidano» testimoni, lo fanno perché motivati dalla «ragion di Stato».
Ed è giunto il momento di affermare questa verità a voce alta, facendo crollare il castello di menzogne eretto in oltre 70 anni di storia di questa Repubblica sulla cui bandiera hanno scritto la parola «infamia».
Cancelliamola.”

Da La Repubblica dei depistaggi, di Vincenzo Vinciguerra.