News media alternativi a rischio censura e nessuno ne parla

In cinque minuti, questo video racconta come:
– l’intelligenza artificiale verrà utilizzata per mantenere il controllo sul libero scambio di informazioni;
– con la scusa di combattere gli “hate speeches” e il terrorismo, si voglia demonetizzare temi sensibili per disincentivare il dialogo sui conflitti nel mondo;
– lo scandalo “adpocalypse” dei “video inappropriati” su YouTube sia stato montato da Eric Feinberg, C.E.O. di GIPEC;
– grandi marchi proprietari dei mainstream media abbiano fermato le proprie campagne pubblicitarie con Google per tagliare i fondi ai news media alternativi.
Il fine è confinare l’agenda pubblica a una bolla sicura d’informazione che ci dica cosa sia giusto pensare e cosa no.
Questa è censura, il mondo deve sapere cosa sta succedendo.
Claudio Bazzuri

Il filo dei giorni

Dal maggio del 1992 alla fine del 1993 l’Italia è insanguinata da una decina di attentati firmati dal gruppo terroristico che si fa chiamare Falange Armata. Sono numerosi i morti che provocano in tutto il Paese. Un ispettore della Digos, che conosce bene gli ambienti dell’eversione neofascista, capisce in poco tempo cosa si muove dietro l’ambigua sigla che dice di aver scatenato l’ondata di bombe e terrore, ma non viene ascoltato. Un ambasciatore del nostro Paese consegna al capo dell’Arma dei Carabinieri una lista di sedici persone che dovranno essere indagate nell’eventualità che venga ammazzato. Una giovane giornalista, grazie al suo intuito spregiudicato e alla sua ferrea logica, ricostruisce pezzo per pezzo quello che solo in apparenza è impossibile vedere.
La rivelazione di Gladio, gli omicidi della Uno Bianca, le bombe davanti alle chiese e ai musei; ma anche la trattativa con Cosa Nostra, i tentativi di golpe, i segreti di Stato. È una partita a scacchi, giocata senza esclusione di colpi, che finisce in stallo. I testimoni che raccontano la verità vengono fatti sparire, quelli che accettano di mentire vengono premiati. Tutto torna normale. Può nascere la Seconda Repubblica.
E i morti? Danni collaterali. È un romanzo, ovviamente…

Il filo dei giorni. 1991-1995: la resa dei conti
di Maurizio Torrealta
Imprimatur, pp. 252, € 16.50

Ai confini della realtà

Riceviamo da un nostro lettore, cittadino russo residente in Italia fin dalla tenera età, questa testimonianza relativa alla sua esperienza da studente presso l’Università di Bologna, ed in particolare circa l’esito della laurea magistrale conseguita presso la facoltà di scienze politiche, sede di Forlì.

Ho deciso di raccontare cosa è successo lo scorso settembre durante la mia procedura di laurea. Sono passati sette mesi, ma se ci penso divento ancora realmente cattivo. In buona parte la cosa la si deve all’Ateneo, in piccola ma sostanziale parte alla locale Polizia. Nel settembre 2016, avrei dovuto conseguire la mia laurea magistrale presso la facoltá di scienze politiche dell’Universitá di Bologna (sede di Forlì), il giorno 21 ho sostenuto la discussione e il 23 sarebbe dovuta avvenire la proclamazione. Mi laureavo in Relazioni Internazionali (LM-52), corso di laurea internazionale, interamente in lingua inglese, il primo anno in Italia, il secondo all’estero. Faccio qualche precisazione tecnica per contestualizzare. La tesi è stata caricata sulla mia pagina personale nel sito dell’Ateneo il 24 agosto 2016, quando il termine di consegna era il 5 settembre. Lo stesso giorno, 24 agosto, la tesi è stata inviata al relatore (chiamato Supervisor), il quale l’ha approvata per e-mail il 29 successivo. Dal 5 al 21 settembre, giorno fissato per la discussione, l’Ateneo doveva inviarla al correlatore (chiamato Second Reader, e scelto liberamente dall’Ateneo). Il correlatore non si è mai messo in contatto con me né con il relatore in tutto il periodo, vi erano oltre 15 giorni dalla data di consegna al giorno della discussione e dubito (anche se al riguardo non ho certezza) che l’Ateneo abbia inviato al correlatore la tesi all’ultimo, inoltre dubito che il correlatore abbia letto la tesi il giorno prima o il giorno stesso della discussione. Infine la tesi stampata e rilegata, presentata il 21 alla Commissione durate la discussione, era la stessa inviata al relatore, e caricata sul sito dell’Ateneo. Io come studente ho quindi rispettato totalmente la parte tempistica e burocratica.
La tesi, già dal titolo – The New Silk Road in the Eurasian Integration, against the Western World Order. An analysis of possible future implications in international politics and economy – presenta una contrapposizione politica; a mio parere, è ovvio che una tesi di relazioni internazionali non possa mai essere oggettiva perché Relazioni Internazionali é una disciplina basata su politica, filosofia politica ad altre scienze sociali le quali non potrano mai essere totalmente oggettive come possono essere le materie scientifiche. La tesi, divisa cinque capitoli e relative conclusioni, vuole dimostrare che il processo di multipolarizzazione del mondo, di cui il progetto cinese “The New Silk Road” è parte, può porre fine al dominio unilaterale occidentale. Essa non si basa sul descrivere questo progetto, per ora non ancora realizzato, ma analizza lo scenario internazionale degli ultimi anni e spiega perché è auspicabile la multipolarizzazione in politica internazionale. Vi è quindi esposta una visione, una concezione politca delle relazioni internazionali antitetica a quella attuale, che puó non essere apprezzata o condivisa soprattutto in ambienti occidentali. Continua a leggere

Oltre il canale

La Sicilia, le basi straniere e le guerre nel mondo islamico

Quello che abbiamo temuto, e denunciato, è avvenuto: la Sicilia è stata trasformata in una formidabile piattaforma militare, convenzionale e nucleare, in mano straniere, al servizio di progetti avventuristici e di dominio verso il mondo arabo e il Mediterraneo che nulla hanno a che fare con gli interessi veri dei Siciliani, anzi li danneggiano seriamente.
Storicamente, verso questo “mondo” la Sicilia, i suoi regnanti più illuminati, hanno tenuto un comportamento ispirato ai buoni rapporti, alla pace. Con risultati importanti per il bene dell’Isola e dell’Europa. Oggi, ci hanno arruolato in guerre, in pericolosi atti d’ingerenza in contrasto con il diritto internazionale vigente ed estranei alla nostra tradizione di Isola amante della pace e della cooperazione con i popoli del Mediterraneo e del mondo arabo. Tradizione rinverdita negli 70-80 del secolo trascorso, durante i quali abbiamo realizzato grandiosi progetti di cooperazione con il mondo arabo fra i quali ricordo: il metanodotto transmediterraneo Algeria, Tunisia, Sicilia, Italia (se volete vi spiego perché ho citato la Sicilia come un po’ a se stante) a quello con la Libia di Gheddafi, entrambi approdati sulle coste sud dell’Isola.
A proposito del “transmed” ricordo che, a un certo punto, a causa di pretese eccessive da parte tunisina, il progetto del metanodotto fu annullato. In quel caso, l’Italia non dichiarò guerra alla Tunisia che rifiutava il passaggio del “pipeline” sul suo territorio; non aprì le ostilità ma aprì una lunga e proficua trattativa (alla quale mi onoro di aver dato una mano, con alcuni deputati siciliani*) che portò a un accordo soddisfacente.
Oggi, la Siria è sotto attacco anche perché rifiuta di far passare, a certe condizioni, sul suo territorio alcuni oleodotti sauditi e degli emirati del Golfo Persico.
Questione di civiltà! Noi facemmo la trattativa, questi qui fanno la guerra!
Tutto ciò, conferma come la Sicilia, l’Italia con questi popoli desiderano convivere, lavorare, cooperare per far rinascere, in forme nuove e possibili, lo spirito della “civiltà mediterranea” (dai Greci ai Romani, dai Fenici agli Arabi, agli Egizi, ecc) che, per secoli, ha illuminato, illumina la “civiltà occidentale”.
Tale, forzato coinvolgimento, infatti, non solo contrasta col sentimento pacifista dei Siciliani, ma stride con una certa tradizione storica della Sicilia che, fin dall’antichità, quasi mai ha visto di buon occhio le guerre espansionistiche dell’Occidente contro i territori dell’Oriente islamico e ha fatto di tutto per evitare di parteciparvi.
Celebre è rimasto il comportamento, esemplare per saggezza e lungimiranza, di Federico II, re di Sicilia e imperatore del Sacro Romano Impero, il quale, inviato, suo malgrado, in Terra Santa (nel 1228) a capo della IX Crociata, “conquistò” Gerusalemme senza colpo ferire, sulla base di un accordo, lungamente e piacevolmente negoziato, con Malik al Kamil, sultano musulmano.
Addirittura, Qirtay Al-Izzi nel suo “Gotha” (manoscritto arabo del 1655) rileva che: “Quando l’imperatore, principe dei Franchi, aveva lasciato la Terra Santa e si era congedato da Al-Malik Al-Kamil ad Ascalona, i due monarchi si erano abbracciati promettendosi mutua amicizia, assistenza e fraternità”.
Prima di questo evento memorabile, accadde a Palermo un altro episodio di uguale valenza che vide protagonista un illustre avo del grande Federico, Ruggero I, il normanno, il quale riuscì a preservare la Sicilia dal coinvolgimento diretto nella prima Crociata, anche per non inimicarsi i vari regni del nord-Africa con i quali i Normanni intrattenevano ottime relazioni politiche ed economiche.
L’episodio è riportato nella cronaca musulmana della prima Crociata, dallo storico arabo Ibn Al-Athir che, nel suo “Kamil” (Edizione Torneberg), scrive, fra l’altro: “Nel 484/1091, i Franchi portarono a termine la conquista della Sicilia… Nel 490/1097, essi invasero la Siria ed eccone i motivi: il loro re Baldovino era imparentato con Ruggero il Franco (il normanno n.d.r.) che aveva conquistato la Sicilia, e gli mandò a dire che, avendo riunito un grande esercito, sarebbe venuto nel suo Paese e da là sarebbe poi passato in Africa (in Tunisia) per conquistarla…
Ruggero convocò i suoi fedeli e chiese loro consiglio in merito a questo problema…
“Per il Vangelo – risposero – ecco un’occasione eccellente per loro come per noi, l’Africa sarà terra cristiana…”
“Allora – annota lo storico arabo con disarmante naturalezza – Ruggero sollevò l’anca, fece un gran peto (sic!) e disse: Affè mia, questa è buona. Come? Se essi verranno dalle mie parti, andrò incontro a spese enormi per equipaggiare le navi…”
Quindi convocò l’ambasciatore di Baldovino per notificargli la sua contrarietà acché l’esercito crociato attraversasse la Sicilia per raggiungere l’Africa e gli disse le testuali parole: “Per quanto concerne l’Africa, tra me ed i suoi abitanti ci sono impegni di fiducia e trattati.”
Oggi, purtroppo non c’è un nuovo Ruggero!
Agostino Spataro

*Su tale trattativa esistono ampi resoconti di stampa, documenti parlamentari e politici.

Fonte

False flag in Siria?

E se non fosse stato Assad

Attenzione, se oggi ci mettiamo a discutere su chi ha lanciato i gas a Khan Sheikun, rischiamo di cadere in una trappola mediatica. Le convinzioni le lasciamo a quel coro di benpensanti ‘politicamente corretti’ che, lanciando anatemi, puntano il dito contro Bashar al-Assad. Nessuno si può esimere, è il bersaglio più facile. I gas si diffondono con vari mezzi: aerei, granate speciali (obici e mortai), oppure, come nelle battaglie sul Carso, generatori posti sottovento. Nella Coalizione che non solo combatte quella parte dei ribelli non presente agli accordi di Astana, ma fa anche altre cose, gli aerei li hanno tutti. I Siriani, certo, ma anche i Russi, i Turchi, i Sauditi e i Qatarioti. I ribelli no, né i ‘buoni’ né i ‘cattivi’. Le armi terrestri gassificanti, quelle, per intenderci, sparite in massa nel 2011 dagli arsenali di Gheddafi, con alta probabilità sono in mano ai ribelli jihadisti non-ISIS. Restringendo il campo, sembrerebbero nella disponibilità dell’ex al-Qaeda, ex al-Nustra e oggi Jahbat Fatah al-Sham. Allora ragioniamo, partendo da Astana e da un fondamentale quesito: cui prodest? Ovvero: a chi giova. Forse non arriveremo a nulla, ma ci chiariremo un po’ le idee. In prospettiva, i ribelli del Free Syrian Army (quelli ‘buoni’) avranno un loro limitato spazio a nord, con tutela turca. Assad e Putin mirano a distruggere (con la sporadica partecipazione degli USA) tutti i gruppi jihadisti, concentrati ormai nella provincia di Idlib. Se perdono quell’area, sono praticamente finiti. Assad, se l’avanzata prosegue, ha già la vittoria in tasca. L’offensiva, allora, va delegittimata agli occhi del mondo con ogni mezzo. Indovinello: chi può aver interesse a farlo?
Mario Arpino

Fonte

Sei terrorista se…

Gli yankee e la mossa del cavallo: qualcuno a Washington usa il cervello

Soldati russi a Manbij

Ci eravamo lasciati qualche settimana fa con una situazione tipicamente di stallo, se non di affanno, da parte dell’iniziativa targata a stelle e strisce in Siria: forze speciali dislocate in territorio di Rojava costrette ad accorrere a Manbij per fare da deterrente alla dichiarata offensiva turca nell’unico territorio amico rimasto in terra di Siria e, per giunta, umiliate dal successivo dietrofront curdo che riteneva, molto più pragmaticamente, più efficace un’area cuscinetto di qualche decina di chilometri ceduta direttamente ai Siriani; ripresa quindi dell’offensiva su Raqqa e su Mosul con estremo dispendio di energie e chiudendo entrambi gli occhi sui crimini di guerra commessi cammin facendo; ciò nonostante, stivali troppo fermi nel fango mentre il vero nemico, l’esercito siriano, nonostante la maggior scarsità di mezzi (ritorneremo anche su questo), chiudeva Turchi e Curdi a nord raggiungendo, dopo tanti anni, il Lago Assad (per i non ferratissimi in geografia, come me del resto, consiglio la visione contemporanea di una mappa dettagliata della Repubblica Araba di Siria come questa).
Una situazione decisamente favorevole all’esercito siriano e sintetizzata da questi ultimi dati recenti: con la liberazione di Dayr Hafir (23-25/03; fonte) l’ISIS perde l’ultima grande città nella provincia di Aleppo; le forze siriane liberano una media di 26,2 kmq al giorno (3426,1 da inizio anno, fonte), tengono a Dejr Ez-zor (Dayr az Zawr), nonostante le difficoltà di comunicazione fra città e aeroporto, avanzano a Deraa (Dar’ā), sul confine con la Giordania. Unica nota dolente, l’offensiva violenta verso Hama da parte di Jabhat Fatah al Sham (ex Al-Nusra, ovvero Al Qaeda), con l’utilizzo di riserve (oltre 500 soldati pro-turchi utilizzati nella operazione “Scudo dell’Eufrate”), armi turche e bottini di guerra siriani (tra cui non è passato inosservato agli analisti russi un caro, vecchio T-90 di loro fabbricazione, fonte): offensiva massiccia, che ha costretto i battaglioni d’élite Tigre siriani impegnati nell’assedio di Dayr Hafir a dividersi in due ed a dislocarsi nella difesa e nel contrattacco lungo il perimetro della periferia della città (in particolare, questa cartina mostra i progressi dei “verdi” dal fronte del 21/03 e il reale pericolo di sfondamento rappresentato dalla loro offensiva). In altre parole, i Siriani continuano a “riempire di rosso” zone che, dall’inizio del conflitto, erano passate sotto il controllo dell’ISIS o di Al-Nusra (mappa aggiornata a ieri).
Tuttavia, in quest’ultima mappa, si nota già un po’ più di “giallo”, in un punto dove non lo si sarebbe mai aspettato. Torniamo al Lago Assad: gli yankee, pardon, i “Curdi” (anche se dopo questo fatto, non ci crede ormai nessuno), tra il silenzio generale dei media occidentali, hanno passato il Lago nel suo punto più a sud e hanno preso il controllo della zona immediatamente prima della diga Al Tabqah (fonte che propone cartine aggiornate e foto di prima mano dell’operazione a cura di truppe speciali poco, molto poco, “curde”). Tutto questo macello per un pallino giallo a sud del lago, che sarà mantenuto di quel colore a prezzo di continui bombardamenti aerei e massicci rinforzi, forse più che per altre operazioni offensive… a che pro?
Riprendiamo la prima cartina, quella politica della Siria. Individuiamo Aleppo e Ar Raqqah. Notiamo la linea viola che le unisce, costeggiando l’Eufrate sia quando diventa Lago Assad, sia dopo. È l’unica strada. La guerra siriana è una guerra di strade in mezzo al deserto, dove il controllo dell’unica via di comunicazione da un punto a un altro diviene questione ben più strategica, rispetto per esempio all’andamento di un conflitto bellico in Val Padana o nell’Île-de-France. Riprendiamo di nuovo la nostra cartina e vediamo che, a Raqqa, ci si arriva anche in altro modo, ma per un giro più lungo e strade secondarie, da Hama (guarda caso teatro di scontri fra terroristi e Siriani proprio in questi giorni) ed a sud da As-Sukhnah (non a caso obbiettivo primario dei Siriani dopo la liberazione di Palmira, sia per questo motivo, sia perché sulla strada diretta verso Dejr Ez-zor).
Insomma, come in ogni partita a scacchi che si rispetti sono entrati in gioco i cavalli: un-due-tre, scavalcando le linee nemiche e andandosi a mettere nel punto peggiore, dal punto di vista dell’ISIS (ma non solo!): infatti, i “neri” si trovano ora tagliati nell’unica via di comunicazione fra ovest ed est della zona a ridosso di Al Tabqa. E’ vero che hanno perso Dayr Hafir, ma così i Siriani non tarderanno a papparsi tutto il resto fino, per l’appunto, ad arrivare a questo sbarramento. E qui verrà il bello: inutile dire che gli yankee hanno già provato, senza successo, di chiudere Al Tabqa a tenaglia, da sud e da nord (nel già citato articolo di Colonel Cassad, è stata dedicata una cartina solo per illustrare quest’ultima azione, l’ultima prima delle foto). I “neri” non mollano. Sanno benissimo che, finché rimane giallo solo quel fazzoletto di strada a ridosso dell’aeroporto di Tabqa, il giorno che le difese “dormono” un po’ più del solito, sarà sempre possibile scagliargli addosso uno stormo di shahid-mobile imbottite di tritolo e quant’altro e provocare lo stesso danno con cui si ripresero – temporaneamente – Palmira. Ma se questo fazzoletto dovesse estendersi all’aeroporto (e questo è il primo obbiettivo yankee per la costruzione di un avamposto stabile, approvvigionato e sicuro) e ricongiungersi a nord col territorio di Rojava tramite la diga sull’Eufrate (che alcuni siti occidentali, cantando presto vittoria, danno già per presa) ogni corridoio a ovest sarebbe immediatamente chiuso. Su questi obbiettivi, quindi, si gioca in questi giorni il consolidamento di questa mossa del cavallo.
Tuttavia, non può non sfuggire l’altro, vero, significato di questa operazione a stelle e strisce. Raqqa è nostra. Controlliamo noi la strada per arrivarci (un domani anche la base militare a ridosso e tutta la zona a sud del Lago Assad, leggi: il Kurdistan a stelle e strisce inizia qui) e voi, Siriani, arriverete qui e poi vi fermerete, né più né meno di come avete appena bloccato voi Turchi e Curdi. Intento chiaro, ma mossa – forse – ancora tutt’altro che decisiva. Anzi tutto perché non è detto che i Curdi, in virtù del ruolo che i Siriani svolgono da cuscinetto contro i Turchi (e che potrebbero anche smettere di svolgere…), non lascino passare i Siriani, specialmente se i territori raggiunti non riuscissero presto a unirsi territorialmente a Rojava e quel fazzoletto restasse solo, per l’appunto, un’enclave rifornita dal cielo (e circondata per il resto dai Siriani). Per questo i soldati a stelle e strisce (che compaiono col volto oscurato nei fotogrammi “celebrativi” dell’impresa) hanno una maledetta fretta di chiudere la faccenda PRIMA che i Siriani facciano capolino da nordovest (e, probabilmente, ci riusciranno). Inoltre se, come appare, la regione Aleppo sarà presto completamente bonificata dai “neri”, i reparti speciali siriani, Tigre e non solo, potranno essere impiegati a sud, accelerando notevolmente l’avanzata da Hama e da Palmira. E se la presa di Raqqa continuerà a essere tutto fuorché una passeggiata (considerando anche i raggruppamenti derivati dal concentramento delle energie restanti su un territorio più ristretto), questo “tutti contro tutti” avrà ancora molti colpi di scena.
Paolo Selmi

P.S.: aeroporto di Tabqa conquistato.