Irak: si avvicina la soluzione finale?

POP ART

Dall’agosto del 2014, gli Stati Uniti, col sostegno di una coalizione di 19 paesi, stanno conducendo un’intensa campagna di bombardamenti aerei contro l’Irak e la Siria – 16.000 attacchi aerei, come risulta da Defence News del 19 gennaio – con l’obiettivo di colpire i jihadisti del DAESH. Ѐ facile immaginare che questi bombardamenti abbiano fatto un gran numero di vittime. Ma i media non ne parlano e sugli effetti di questa guerra c’è il silenzio totale. Non solo dei media mainstream ma, questa volta, anche di gran parte dell’informazione ‘antisistema’. Come spiegare questo fenomeno?
Gli Stati Uniti hanno presentato il DAESH come una minaccia mondiale. Una minaccia così terrificante che potrebbe metter fine alla nostra civiltà. Nulla di nuovo, si obietterà. Dopo il nazismo e il comunismo, ecco un altro pericolo mondiale: il terrorismo islamico. Ma l’analogia è solo apparente. I pericoli del passato erano identificati in governi nemici che, per quanto demonizzati, conservavano la possibilità della trattativa.
Con l’avvento della ‘guerra infinita’ di Bush, all’indomani dell’11 settembre 2001, è nata una nuova categoria della storia: quella del nemico-con-cui-non-si-tratta. Da che mondo è mondo, qualunque guerra si era sempre conclusa con una trattativa e una ridefinizione territoriale che metteva fine alla guerra. Ora, il concetto di guerra-senza-fine necessita di un nuovo tipo di nemico: un nemico totalmente de-umanizzato, al di là di ogni possibilità di trattativa e di legalità.
Per creare un tal nemico c’è bisogno di metterne in evidenza la brutalità, la barbarie, la disumanità: ecco allora comparire i video sulle decapitazioni, i roghi nelle gabbie, le minacce alla civiltà occidentale, sempre in perfetto tempismo con l’inizio dei bombardamenti. Col Califfo del Terrore non è possibile nessuna trattativa. Dunque, la guerra continuerà. All’infinito.
Ma quest’opera di propaganda non sarebbe efficace se contemporaneamente non venissero nascosti i crimini dei ‘salvatori del mondo’ e questo spiega perfettamente perché le immagini delle migliaia di torture di Abu Ghraib non sono state più pubblicate, perché degli orrori dei bambini deformi che nascono in Irak dopo i bombardamenti con le ‘armi segrete’ degli ‘esportatori di democrazia’ non se ne parla, perché le migliaia di morti causate dagli attacchi dei droni vengono tenute nascoste. E spiega anche perché l’Irak viene giornalmente bombardato e non vediamo niente. Se vedessimo, le atrocità dei ‘liberatori’ metterebbero in ombra quelle del DAESH.
Ѐ una propaganda diabolica che è riuscita a far piazza pulita di ogni critica su questa guerra. Non c’è più nulla: né opposizione, né controinformazione, né manifestazioni. E mentre la soluzione finale per l’Irak si avvicina, anche questo drammatico articolo di Gilles Munier è stato ignorato.

Missili all’uranio impoverito contro lo Stato Islamico
di Gilles Munier

Un portavoce del Pentagono ha annunciato ad alcuni media scelti con cura – in videoconferenza e a condizione di non essere identificato! – che l’offensiva per riconquistare Mosul allo Stato Islamico verrà scatenata in aprile-maggio. Una forza di 25.000 uomini comprendente soldati governativi, peshmerga e miliziani si opporrà ai 2.000 jihadisti che tengono la città (stima della CIA).
L’offensiva potrebbe essere avviata per il 20 marzo, data del Nowruz del 2015 (festa di primavera, il nuovo anno persiano e curdo) con l’obiettivo di terminare prima dell’inizio del mese di Ramadan (circa il 17 giugno).
Ovviamente, gli eserciti della coalizione americana metteranno la loro potenza di fuoco aerea per aiutare i loro alleati ad avanzare. A questo proposito, bisogna segnalare lo squadrone di aerei da combattimento Fairchild A-10 Thunderbolt II, soprannominato Warthog (cinghiale) – basato in Kuwait – dotato di armi e di munizioni all’uranio impoverito (1).
Nonostante il disprezzo internazionale che circonda l’uso dell’uranio impoverito nel corso dei conflitti, gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia e Israele si sono opposti lo scorso ottobre a una risoluzione dell’ONU, sostenuta da 143 Paesi, mirante a regolamentare l’utilizzo di armi e di munizioni contenenti uranio impoverito (2).
Sir Hugh Beach, un generale britannico in pensione, ex-comandante vice capo delle forze di terra britanniche (1976-77), mette in guardia gli Stati Uniti e la Gran Bretagna contro l’uso di questo tipo di armi. La loro utilizzazione, ha detto, sarebbe “una vittoria di propaganda per i loro avversari” (3). Sapendo quello che è successo in Irak durante la seconda guerra del Golfo – e in particolare a Fallujah – bisogna temere il peggio per le popolazioni civili.

(1) http://www.aljazeera.com/humanrights/2014/10/us-deploys-du-aircraft-middle-east-201410287450282932.html
(2) http://www.un.org/press/fr/2014/agdsi3515.doc.htm
(3) http://www.bandepleteduranium.org/en/the-mods-nonsensical-faith-in-depleted-uranium

Fonte – introduzione e traduzione di M. Guidoni

“Il centro del bersaglio è la Russia”

Intervista a Giulietto Chiesa, co-promotore della “Campagna per l’uscita dell’Italia dalla NATO”.

Interventismo occidentale e mentalità coloniale

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Tim Anderson per telesurtv.net

L’eredità coloniale ancora presente nelle culture imperialiste ha portato a ribaltare il significato delle parole attraverso la colonizzazione del linguaggio progressista e la banalizzazione del ruolo degli altri popoli.

In questi tempi di ‘rivoluzioni colorate’ il linguaggio è stato ribaltato. Le banche sono diventate i protettori dell’ambiente naturale, i fanatici settari sono ora ‘attivisti’ e l’impero protegge il mondo dai più grandi crimini, di cui non è mai responsabile.
La colonizzazione della lingua è in atto in tutto il mondo, fra le popolazioni con alti livelli di istruzione, ma è particolarmente virulenta nella cultura coloniale. ‘L’Occidente’, l’autoproclamatasi epitome della civiltà avanzata, sta reinventando con vigore la propria storia, col fine di perpetuare la mentalità coloniale.
Scrittori come Fanon e Freire hanno notato che i popoli colonizzati hanno subito danni psicologici e che è necessario ‘decolonizzare’ le loro menti, al fine di renderli meno deferenti verso la cultura imperiale e di affermare i valori positivi delle loro culture. D’altra parte, l’eredità coloniale è ben evidente nelle culture imperiali. I popoli occidentali continuano a mettere la loro cultura al centro o a considerarla universale, e hanno difficoltà ad ascoltare o ad imparare dalle altre culture. La modifica di ciò richiede uno sforzo notevole.
Le potenti élites sono ben consapevoli di questo processo e cercano di cooptare le forze vitali all’interno delle loro società, colonizzando il linguaggio progressista e banalizzando il ruolo degli altri popoli. Per esempio, dopo l’invasione dell’Afghanistan nel 2001, venne promossa l’idea che le forze della NATO stessero proteggendo le donne afghane ed essa ottenne molta popolarità. A dispetto dell’ampia opposizione all’invasione e all’occupazione, questo fine umanitario faceva appello al sentimento missionario della cultura occidentale. Nel 2012, Amnesty International poteva innalzare cartelli che affermavano ‘NATO: sosteniamo il progresso’, in riferimento ai diritti delle donne in Afghanistan, mentre l’Istituto George W. Bush raccoglieva fondi per promuovere i diritti delle donne afghane.
Il bilancio della situazione, dopo tredici anni di occupazione NATO, non è però così incoraggiante. Il rapporto 2013 dell’UNDP mostra che solo il 5,8% delle donne afghane ha un’istruzione secondaria (la settima posizione più bassa al mondo), la donna afghana ha una media di 6 figli (un tasso pari al terzo più alto del mondo, e legato al basso livello d’istruzione), la mortalità materna è di 470 su 100,000 (pari alla nona-decima fra le più alte del mondo) e l’aspettativa di vita è di 49,1 anni (pari alla sesta più bassa del mondo). Questo ‘progresso’ non è di certo impressionante. Continua a leggere

Lo strano caso di Liaquat Ali Hazara

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Eisa Ali per rt.com

L’Occidente dice ai Musulmani di condannare il terrore, ma il Regno Unito vuole rimpatriare in Pakistan un prominente esponente anti Talebani. Così facendo lo condannerebbe al suo destino.
Alla fine dello scorso anno il mondo ha espresso il suo orrore dopo che i Talebani pakistani lanciarono un attacco ad una scuola di Peshawar uccidendo 145 persone, la maggior parte delle quali figli di appartenenti alle forze armate della nazione.
Ciò accadde sullo sfondo di una campagna governativa contro i militanti nelle regioni tribali del Paese che aveva fino a quel momento condotto alla morte di migliaia di civili innocenti. Nei giorni successivi agli attacchi, i leader mondiali si unirono nel condannare le bombe, cogliendo anche l’occasione di parlare della minaccia rappresentata dai gruppi estremisti che seguono l’ideologia wahabita, sostenuta dai Sauditi e nel contesto pakistano rappresentata dalla scuola di pensiero dei Deobandi.
La settimana scorsa, mentre tutti guardavano in diretta televisiva i tragici eventi di Parigi, già veniva richiesto a innocenti Musulmani di “condannare” le azioni dei terroristi. Mentre tali richieste ridicole meritano tutto il disprezzo che hanno incontrato, si ignorano delle grandi verità. La prima è che, come uno studio del 2009 dimostra, i gruppi estremisti in stile Al-Qaeda uccidono otto volte di più musulmani che non musulmani. Questa ricerca fu realizzata prima dell’ascesa, la scorsa estate, del cosiddetto Stato Islamico che ha principalmente colpito Musulmani, in particolare Sciiti, considerati eretici e apostati, istruendo i propri giovani seguaci ad ucciderli.
La seconda è che esistono numerosi Musulmani coraggiosi che si sono opposti agli estremisti mettendo seriamente a rischio la propria sicurezza personale. Essi vivono sotto minaccia di morte e affermano la propria opposizione non perché spinti da politici ipocriti o da media demagoghi dell’estrema destra, ma perché considerano un dovere religioso resistere alla tendenza estremista che sta distruggendo la loro fede.
Così appare a stento credibile il fatto che il governo britannico stia lavorando al fine di rimpatriare un attivista nel natio Pakistan. Liaquat Ali Hazara è stato un grande critico dei Talebani negli ultimi quattro anni. Inizialmente nel Regno Unito come studente, ha cominciato la sua attività politica dopo che il gruppo estremista sunnita Tehrik Taliban Pakistan (TTP) lanciò un attacco dinamitardo che colpì la minoranza sciita degli Hazara, uccidendo un mucchio di persone innocenti. Ma Liaquat non ha limitato le sue campagne agli sciiti, ma si è regolarmente battuto per i diritti dei Cristiani, degli Ahmedi e dei Sunniti in Pakistan.
Liaquat ha guidato proteste presso l’ambasciata pakistana chiedendo alle autorità di prendere provvedimenti per fermare l’ondata di proiettili, bombe e attacchi suicidi che regolarmente colpivano i pakistani sciiti e in particolari gli Hazara, facilmente riconoscibili per la loro fisionomia mongola. Per questo i militanti in Pakistan hanno indirizzato verso di lui minacce di morte, arrivando finanche a consegnarle a mano a casa dei suoi genitori, a Quetta, la capitale della regione del Baluchistan.
Molto è stato scritto e detto in merito al ruolo giocato dalle agenzie di sicurezza pakistane nella crescita e nel supporto di gruppi estremisti come i Talebani. Non c’è alcuna garanzia che la polizia o l’esercito possa proteggere la vita di Liaquat. Anche egli crede che non sarà capace di arrivare a casa sua senza venir rapito e poi ucciso. Ciò è testimoniato anche dalle organizzazioni per i diritti umani che hanno documentato l’inarrestabile campagna di terrore dichiarata contro la comunità sciita pakistana.
Il Ministero per gli Affari Interni del Regno Unito sostiene di aver analizzato il caso di Liaquat e – nonostante le minacce di morte, gli abusi documentati in Pakistan, la mancanza di provvedimenti da parte delle autorità locali per gestire la situazione e la testimonianza dei gruppi per i diritti umani e dei leader di ogni tipo di comunità religiosa – di non vedere una minaccia alla sua vita. Egli è stato così detenuto in un centro per l’immigrazione nei pressi dell’aeroporto di Gatwick per diversi mesi, vivendo nel costante timore di esser messo su un aereo e rimpatriato.
Ad ottobre il rimpatrio sembrava essere prossimo e Liaquat stava per essere messo su di un volo per il Pakistan, ma all’ultimo momento è giunta una breve sospensione. In seguito un paio di settimane fa, un giudice ha lasciato che Liaquat tornasse a casa in attesa che il suo ricorso contro la deportazione sia discusso.
Se il Ministero per gli Affari Interni riesce a deportare Liaquat e altri in condizioni simili alla sua, l’unico risultato sarà una maggiore perdita di fiducia da parte della comunità musulmana verso il governo. Dimostrerebbe come da un lato il governo invita la comunità musulmana a combattere gli estremisti e dall’altro rimpatria quelli che prendono una chiara posizione che li porta a rischiare la propria vita. E con le misure del governo che già contribuiscono a creare un clima di tensione e sospetti, nessuno vincerebbe in un tale scenario.

[Traduzione di M. Janigro]

A tutti i giovani in Europa e negli Stati Uniti d’America

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Messaggio dell’Imam Khamenei a tutti i giovani d’Europa e Stati Uniti
21 Gennaio 2015

Col Nome d’Iddio Clemente e Misericordioso

A tutti i giovani in Europa e negli Stati Uniti d’America,
gli avvenimenti accaduti recentemente in Francia e altri simili avvenuti in alcune nazioni occidentali mi hanno convinto a parlarvi direttamente al riguardo. Mi rivolgo a voi giovani non perchè trascuri i vostri genitori, ma piuttosto perchè il futuro delle vostre Nazioni e Paesi sarà nelle vostre mani, e perchè ritengo che il senso di ricerca della verità sia più vivo e vigoroso nei vostri cuori.
In questo scritto non mi rivolgo ai vostri politici e uomini di Stato, perché credo che essi abbiano consapevolmente separato il percorso della politica da quello della sincerità e verità.
Vorrei parlarvi dell’Islam, ed in particolar modo dell’immagine che vi viene presentata come Islam. Negli ultimi due decenni sono stati fatti innumerevoli tentativi – dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica – per collocare questa grande religione nella posizione di “nemico spaventoso”. Suscitare un sentimento di orrore e odio e poi utilizzarlo è qualcosa che ha sfortunatamente una lunga storia nella politica dell’Occidente.
Qui non voglio affrontare le diverse fobie inculcate alle Nazioni occidentali. Con un rapido sguardo agli studi critici di storia vedrete che il comportamento mendace e ingannatore con le altre Nazioni e culture da parte dei governi occidentali è stato criticato nella nuova storiografia.
La storia dell’Europa e degli Stati Uniti si vergogna dello schiavismo, si imbarazza del periodo coloniale ed è a disagio per l’oppressione della gente di colore e non-cristiana. I vostri ricercatori e storici si vergognano profondamente delle stragi compiute in nome della religione tra Cattolici e Protestanti o delle rivalità nazionali ed etniche durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Questo approccio è ammirevole.
Nel menzionare una parte di questa lunga lista, il mio obiettivo non è quello di rimproverare la storia; vorrei piuttosto che voi chiediate ai vostri intellettuali perchè la coscienza pubblica in Occidente si deve svegliare sempre con un ritardo di decenni e a volte di secoli. Perchè la revisione della coscienza collettiva deve applicarsi al passato remoto e non ai problemi correnti? Perchè in una questione importante come il confronto con la cultura e il pensiero islamico si cerca di prevenire la formazione di una consapevolezza pubblica?
Voi sapete bene che l’umiliazione e la diffusione di odio e paura illusoria dell’”altro” sono stati la base comune di ogni sfruttamento oppressivo. Vorrei che vi chiedeste ora perchè stavolta la vecchia politica della diffusione di fobia e odio ha colpito l’Islam e i musulmani con un’intensità senza precedenti. Perchè la struttura del potere nel mondo di oggi vuole emarginare il pensiero islamico e disattivarlo? Quali concetti e principi nell’Islam disturbano i programmi delle superpotenze e quali interessi vengono salvaguardati all’ombra della distorsione dell’immagine dell’Islam? La mia prima richiesta è quindi: studiate e cercate i motivi dietro questo offuscamento dell’immagine dell’Islam.
La mia seconda richiesta è che, in reazione alla marea di pregiudizi e campagne propagandistiche, cerchiate di ottenere una conoscenza diretta e di prima mano di questa religione. La logica corretta richiede che almeno sappiate quale è l’essenza e natura di ciò da cui vi fanno fuggire e spaventare.
Io non insisto che voi accettiate la mia, o di chiunque altro, lettura dell’Islam. Quello che voglio dirvi è di non permettere che questa realtà dinamica ed efficace nel mondo di oggi venga presentata a voi attraverso intenzioni e scopi loschi. Non permettetegli di presentare ipocriticamente i terroristi da loro reclutati come rappresentanti dell’Islam.
Ricavate la conoscenza dell’Islam dalle sue fonti prime e originali. Ottenere informazioni sull’Islam attraverso il Corano e la vita del suo grande Profeta. Vorrei chiedervi se avete letto direttamente il Corano dei musulmani. Avete studiato gli insegnamenti del Profeta dell’Islam e le sue dottrine umane ed etiche? Avete ricevuto il messaggio dell’Islam da altra fonte oltre quella dei mass media?
Vi siete chiesti come e sulla base di quali valori l’Islam ha stabilito la più grande civiltà scientifica e intellettuale del mondo ed elevato i più eminenti scienziati e intellettuali nel corso dei secoli?
Vorrei che non permettiate che, con la creazione di immagini false e odiose, sii crei un ostacolo emotivo e sensibile tra voi e la realtà, privandovi della possibilità di un giudizio imparziale. Oggi i mezzi di comunicazione hanno rimosso i confini geografici, non permettete quindi loro di assediarvi all’interno di confini fabbricati e virtuali.
Sebbene nessuno possa individualmente colmare i vuoti creati, ognuno di voi può costruire un ponte di pensiero ed equità sulle lacune per illuminare voi stessi e l’ambiente circostante. Anche se questa tensione pre-pianificata tra l’Islam e voi giovani è sgradevole, può sollevare nuove questioni nelle vostre menti curiose ed esploratrici. Cercare di trovare risposte a queste domande vi fornirà un’opportunità per scoprire nuove verità.
Non perdete quindi l’occasione di ottenere una comprensione appropriata, corretta e imparziale dell’Islam, in modo che forse, grazie al vostro senso di responsabilità verso la verità, le future generazioni possano scrivere la storia di questa corrente interazione tra Islam e Occidente con una coscienza chiara e minore disagio.
Seyyed Ali Khamenei

[Fonte]

Lo spirito del tempo o l’islamofobia radicale

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Il presente articolo è apparso in rete il 12 Settembre 2012.

La grande questione del XXIesimo secolo è e sarà quella dell’islamofobia. L’islamofobia è il vero male del nostro secolo, a immagine di quello che fu l’antisemitismo nel secolo passato. Se l’odio ha cambiato bersaglio, esso non ha però cambiato il suo metodo. La ‘bestia infame’ è sempre là e si aggira attorno alla sua preda con lo stesso appetito predatorio. I lupi sono entrati a Parigi, a Washington, a Londra e a Gerusalemme. Oggi sono i Musulmani i principali capri espiatori dell’odio ordinario dei popoli occidentali e delle loro élites, e rischiano di pagare un prezzo molto alto per la scarsa importanza che noi, cittadini dei Lumi e bambini viziati della democrazia, diamo ai loro poco invidiabili destini.
L’Occidente, una volta gettato il cadavere del comunismo nei bassifondi della storia, ha saputo fare dell’Islam il male assoluto, il nemico da combattere, il nuovo totalitarismo che minaccerebbe le nostre libertà, le nostre terre, le nostre identità. Mezzo astuto per deviare la rabbia legittima dei popoli occidentali contro le predazioni ripetute delle loro élites che, per arricchirsi oltre misura, non hanno trovato migliore soluzione che quella di spostare i posti di lavoro dei loro concittadini in lontane contrade, dopo aver aperto le porte dell’immigrazione economica per far pressione sui salari dei loro lavoratori. Di fronte al fallimento di un sistema liberale dominato dalla finanza e dal profitto, bisognava brandire una minaccia che potesse canalizzare tutti i vecchi risentimenti del popolo, frutto di successivi fallimenti delle nostre società capitaliste.
L’islamofobia ha i suoi teorici rispettati e riconosciuti all’interno della ristretta cerchia delle nostre élites atlantiste: un esempio è Samuel Huntington con il suo “scontro delle civiltà” che è, in qualche modo, un invito alla guerra eterna, un breviario dell’odio dell’altro in nome degli interessi geostrategici di un pugno di Occidentali; oppure una Bat Ye’or con il suo concetto di “Eurabia” (“Eurabia : l’asse euro-arabo), che vorrebbe estendere all’Europa il modello di apartheid e di discriminazione già in opera in Israele al fine di resistere all’invasione dei nuovi ‘barbari’.
Le nostre élites islamofobe non hanno solo i loro teorici, esse hanno anche i loro guerrieri, che sono andati a portare la guerra in terre musulmane per mettere in pratica le loro ripugnanti teorie. Occorreva dare sostanza alla loro paranoia, dar prestigio alla loro volontà di nuocere e praticare la fisica del crimine dopo aver esaurito tutte le risorse della metafisica della paura. I loro signori della guerra sono ritornati dalla loro crociata afghana, irachena, libica, gonfi d’eroismo sanguinario, dopo aver massacrato innocenti, torturato bambini che difendevano i loro villaggi con una pietra o con un pezzo di legno, dopo aver devastato le campagne e le città con armi proibite dalle convenzioni internazionali, dopo essersi impadroniti delle ricchezze dei Paesi aggrediti; sono tornati, dunque, proclamando senza vergogna: “Essi ci detestano”, “essi ci odiano”, “essi ci maledicono”. Continua a leggere