Una enorme trappola… dalla quale ci si può liberare

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Che “carini” eh? Non vi viene voglia di unirvi a loro…

Sulla crisi politica in Venezuela i principali organi d’informazione maistream da varie settimane stanno proponendo stereotipi politico-mediatici tesi a suscitare consenso attorno alla causa neoliberista dell’opposizione, che come sappiamo mette insieme tutti, dai fascisti agli zombie trotzkisti, passando per i giovani-bene “cui tutto è dovuto per nascita e censo”, di Caracas e Miranda.
Vogliono costruire l’idea di una «rivoluzione democratica per i diritti di libertà individuali e l’amore» (gli unici “diritti”, per così dire, riconosciuti in Occidente, perché funzionali alla perpetuazione sine die del meccanismo consumistico di riproduzione del capitalismo odierno, mentre i diritti collettivi, sociali e nazionali, vengono definiti dalla stampa aziendale «espressione di un passato ormai anacronistico»), contro un governo denunciato, del tutto arbitrariamente, come «militare», «autoritario» e «repressivo».
Il 24 marzo La Stampa, quotidiano noto per la sua faziosità filo-globalizzazione, filo-mercati e filo-USA, ha pubblicato la foto che apre questo post.
Naturalmente questa ridicolaggine è stata ripresa da tutta la sarabanda di media aziendali che ci ritroviamo, dal Corsera in là.
Mostra due ragazzini dell’opposizione, presumibilmente studenti, affaccendati nelle manifestazioni anti-Maduro; in una pausa tra una molotov ed un sampietrino (vedasi il grosso sasso stretto nella mano della “pacifica ed innamorata manifestante” della foto) e l’altra scagliata dalla piazza all’indirizzo di poliziotti che fanno il loro dovere, ossia difendere uno Stato ed un governo frutto di un processo decisionale, costituente ed elettorale, legittimo e democratico, trovano il tempo per sbaciucchiarsi davanti alle telecamere… Guarda un po’, la costruzione del mito mediatico della “rivoluzione dei piccioncini”, brutalizzati dagli “sgherri” del “regime comunista” e “filo-castrista” è servita!…
Chiaramente si tratta di una roba da ridere; però su di un pubblico come quello occidentale, grande divoratore di reality show, sceneggiati televisivi made in USA per adolescenti che non dovranno crescere mai (così continuano a consumare, nonché a desiderare, come adolescenti, ed il gioco è fatto, il sistema si riproduce), facebook-dipendente, drogato di stereotipi modaioli ed imbevuto di politicamente corretto, questa messinscena triviale, rozza e banale, ha un effetto, produce un riflesso condizionato a livello inconscio. La gente, quella meno abituata al pensiero critico, dice: «Ma allora è vero, questo regime vuole ammazzare i giovani che si amano e si baciano!, perché non li lascia liberi?».
E’ un cliché che si ripete.
Domenica 16 marzo, giorno del referendum in Crimea sulla riunificazione con la Russia, il Corsera pubblicava, in terza pagina, un bel tondo ritraente due soldati (di sesso opposto…) ucraini, intenti a “limonarsi” prima di partire per un immaginario, immaginifico e mai esistito “fronte di guerra” con la Russia… Che “carini” eh? Chi, dinnanzi a queste foto, scattate apposta per piacere al pubblico occidentale sopra descritto, non proverebbe un moto di sostegno nei confronti della causa degli ucraini, così “dolci”, che si baciano anche quando sono in divisa mimetica, e di conseguente repulsione nei riguardi dei russi, così seri ed impettiti nelle loro uniformi correlate da aquile bizantine, allori romani e stelle rosse?!… Meglio i “piccioncini”, loro sì che «sono come noi». Loro sì che «hanno voglia di vivere e di divertirsi», proprio come i giovani unificati, nelle mentalità, nelle aspirazioni e nelle istanze consumistiche, di ogni parte del mondo…
Peccato che si tratti di una enorme trappola. In cui si può continuare ad affondare come nelle sabbie mobili, o dalla quale ci si può liberare. Io opterei per la seconda ipotesi. Voi?
Paolo Borgognone

P.S.: Come si può vedere dall’immagine più sotto riportata, anche i russi (e non i “filo-russi”, come qualche interessato buontempone del mainstream si ostina a definirli…) di Crimea esprimono in maniera festosa e sentimentale la loro felicità per il ritorno della propria terra alla madrepatria, ma i media aziendali non se ne accorgono, o meglio, fingono di non accorgersene, continuando a parlare di repubbliche ex-sovietiche (Crimea, Transnistria) «minacciate dall’Esercito russo» (forse non sanno che nel 2006 il 90 per cento e più degli elettori della Transnistria, a margine di un democratico referendum, optarono per l’ingresso del proprio Paese all’interno della Federazione russa).

[Fonte]

Il Trattato sulle armi convenzionali in Europa

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Il Trattato sulle armi convenzionali in Europa (CFE), nella sua versione originale, venne siglato nel 1990, un anno prima del collasso dell’Unione Sovietica e tre mesi prima della dissoluzione del Patto di Varsavia. Fu firmato da sedici Paesi membri della NATO e sei appartenenti al Patto di Varsavia, entrando in vigore nel 1992. Esso imponeva strette limitazioni quantitative all’equipaggiamento militare pesante consentito alle parti firmatarie, e stabiliva vincoli ancora più severi al dispiegamento delle truppe russe nei distretti di Leningrado e del Caucaso meridionale, che non potevano quindi essere spostate senza previa notifica e successivo consenso espresso dalla NATO.
La fine della Guerra Fredda e la dissoluzione del Patto di Varsavia privò immediatamente di significato le limitazioni del Trattato CFE. La NATO si è allargata a 26 Stati, con l’ingresso di molti Paesi ex comunisti; sia la NATO che la Russia hanno rapidamente diminuito i loro armamenti scendendo ben al di sotto dei limiti del Trattato.
Per adattare il Trattato CFE alla nuova realtà, nel 1999 ne venne elaborata una versione aggiornata che prevedeva limiti non per blocchi militari ma per singoli Stati. Dei 30 che hanno firmato questa versione “Adattata”, solo quattro – Russia, Bielorussia, Ucraina e Kazakhistan – l’hanno ratificata. I membri della NATO si sono infatti pretestuosamente rifiutati di ratificarla prima che la Russia avesse ritirato le propria presenza militare dalla Georgia (da cui le truppe russe sono state definitivamente sgomberate nel novembre 2007) e dalla Moldavia (dove permane un piccolo contingente di peacekeeping nella regione secessionista della Transnistria), secondo una dichiarazione volontaria che la stessa Russia aveva precisato non ritenere vincolante. Inoltre, quattro nuovi membri della NATO – le tre repubbliche baltiche e la Slovenia – si sono rifiutate di unirsi al Trattato CFE nonostante l’Alleanza Atlantica si fosse pubblicamente impegnata in questo senso.
Il Trattato Adattato non è quindi mai stato operativo ed è servito solo come uno strumento per limitare la libertà russa di occuparsi della propria sicurezza senza imporre simili restrizioni alla NATO, la quale adesso ha un numero tre volte superiore in equipaggiamenti militari pesanti (aerei, carri ed artiglieria) rispetto alla Russia (che, i suoi, li ha pure spostati dietro gli Urali). Ciò ha indotto il presidente Putin a tentare di raggiungere un compromesso con gli altri Stati firmatari nell’ambito di una conferenza convocata nel giugno 2007 a Vienna. La moratoria del Trattato, annunciata nel successivo autunno, è stata provocata dal mancato raggiungimento di un intesa nella capitale austriaca: così facendo, la Russia non si è ritirata ma ha dichiarato che non lo metterà più in pratica sino a quando non sarà ratificato anche dagli altri firmatari. Il principale dei quali, gli Stati Uniti d’America, si sono ritirati unilateralmente dal Trattato anti missili balistici (ABM) nel 2001 ed ora progettano l’installazione di missili intercettori e sistemi radar alle porte del territorio russo.
Al nuovo inviato presso gli uffici NATO di Bruxelles, Dmitry Rogozin, non mancherà certo il lavoro.