Libia: tanto casino per nulla

“Ma perchè tanto casino per nulla? Sarebbe interessante capire quali attori hanno avuto interesse a far uscire certe notizie proprio in questo momento. Gli stessi che probabilmente avevano diffuso false dichiarazioni attrribuite alla presidenza tunisina di aver negato il passaggio sul suo territorio alle truppe di Haftar, quando invece Erdogan non ne aveva neanche fatto richiesta. Ma quello che fa sorridere maggiormente, al di là delle congetture sul perchè Serraj non sia venuto a Roma, è la notizia del suo rapimento. E’ chiaro a tutti – e chi non lo ricorda o nega – mente, che Serraj è stato rapito il primo giorno del suo Governo. Una chiara descrizione di questo concetto ci viene fornita da Wolfram Lacher and Alaa al-Idriss nel rapporto “Capitale delle milizie, i gruppi armati catturano lo Stato libico”.
“Quando arrivò a Tripoli – si legge nel rapporto – il Consiglio presidenziale poteva contare sulla promessa di una manciata di gruppi armati nella capitale che lo avrebbero sostenuto. Una serie di altre milizie erano esplicitamente ostili, mentre la maggior parte dei gruppi armati a Tripoli non era schierata. Dal 2011, il panorama della sicurezza di Tripoli è stato un mosaico altamente frammentato e instabile di più gruppi armati. Ma nell’anno che seguì l’arrivo del Consiglio Presidenziale, quattro milizie che si erano associate a Serraj fin dall’inizio divisero la capitale tra di loro. Queste quattro milizie – la Special Deterrence Force (SDF), il Tripoli Revolutionaries Battalion (TRB), il Nawasi Battalion e l’unità Abu Slim dell’apparato di sicurezza centrale – hanno ampliato il loro controllo sul centro, il sud e l’ovest di Tripoli, spostando gradualmente i gruppi armati rivali durante una serie di pesanti scontri. Parallelamente, hanno convertito il loro controllo territoriale in influenza politica e finanziaria guadagnando e consolidandosi in un cartello”.
Ma non è tutto. Vale la pena ricordare alcuni crimini commessi da queste milizie che hanno preso in ostaggio Serraj dal primo giorno del suo insediamento. Tralasciando quelli più lontani nel tempo, ci limitiamo qui a citare solo i fatti più recenti verificatisi nella capitale Tripoli. Il 4 dicembre 2019, alcuni gruppi di uomini armati, probabilmente appartenenti alla città di Misurata e diverse formazioni, hanno attaccato mercoledì mattina la sede del Ministero delle Finanze, nei pressi di Dahra, circondadolo e sequestrando mezzi e armi. Lo stesso giorno gli stessi gruppi armati hanno circondato gli uffici presidenziali di Fayez al-Serraj, sequestrando armi e alcuni mezzi delle forze di sicurezza incaricate di proteggere il presidente. La notizia è stata confermata dal ministro dell’Interno, Fathi Pashagha, che promise giustizia e avvertì l’indomani l’avvio dell’ennesima indagine che rimarrà inconclusa, per la totale assenza dello stato di diritto a Tripoli.
Ancora prima, il 26 settembre 2019, pubblicando una nota del governo libico, riportavamo l’attacco da parte delle milizie al ministro dell’Economia, Faraj Boumtari. Il ministro aveva rivelato che, mentre si trovava nel suo ufficio, era stato attaccato da una persona di nome Taher Erwa, meglio noto come capo dell’intelligence di Tripoli. In una missiva indirizzata al procuratore generale e al Ministero degli Interni, il ministro spiegava di essere stato assalito nel suo Ministero perchè l’uomo sosteneva che il suo gruppo non aveva ricevuto il suo salario. Ma ancora prima, il 12 gennaio 2017, Federica Bianchi sull’Espresso scriveva: “i ribelli hanno attaccato le sedi dei principali dicasteri: è la dimostrazione di quanto la situazione nel paese africano sia ancora instabile nonostante le vittorie contro l’Isis”. Bianchi aggiunge: “Nonostante le milizie di Misurata, fedeli ai Fratelli Musulmani di cui Haftar è acerrimo nemico, abbiamo cacciato l’Isis da Sirte, il governo di Serraj su cui ripongono le speranze americani ed europei non solo ha perso importanti pezzi da novanta nell’ultimo anno ma non è riuscito ancora a garantire la ripresa della vita nella capitale libica, in questi giorni addirittura in preda al freddo per mancanza di elettricità”.
Tutto ciò – sebbene di esempi ce ne siano ancora tanti dal 2015 ad oggi – conferma che Serraj è solo un ostaggio dei suoi gruppi armati e della Fratellanza Musulmana con cui ha solo recentemente preso pubblichi accordi, firmando due Memorandum d’Intesa con Recep Tayyp Erdogan. Nuovo e non ultimo padrone a cui Serraj dovrà rendere conto e che probabilmente gli avrebbe “sconsigliato” di andare a Roma, qualora veramente la visita fosse stata in programma, visto che il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, nelle stesse ore era al Cairo e Conte aveva ricevuto lo spietato aggressore Haftar che ha cacciato Daesh ed al-Qaeda dalle principali città libiche.
E’ chiaro che non bastavano le notizie false diffuse da Anadolu, dai media russi e turchi, su chi nei giorni scorsi ha preso il controllo di Sirte, dove l’esercito era stato accolto dalla popolazione in festa. Più i gruppi armati della Fratellanza e gli estremisti inviati da Erdogan perdono terreno, più si fa aggressiva la loro reazione sui media. Più aumenta il coinvolgimento di attori esterni, più risulta difficile stabilire quali siano le notizie vere e quali quelle false. Ma dire che Serraj è stato rapito solo ieri sera, vuol dire ignorare cinque anni del suo governo.”

Da Serraj fu rapito il primo giorno del suo Governo, di Vanessa Tomassini.

La Libia è un caso di studio

“Senza entrare nel merito come ha fatto magistralmente Perra, si deve sottolineare una questione di metodo: non ridurre allo schematismo, alla ricerca dei burattinai di Haftar. Il generale libico avrebbe dietro di sé come danti causa Russi e Americani, Sauditi ed Emiratini, Francesi ed Egiziani, attori non necessariamente in armonia tra loro quando non rivali o nemici ma sempre uniti nell’armare, finanziare e telecomandare il nostro. Più che analisi, partite di Risiko a causa delle quali non comprendiamo come il signore della guerra nordafricano non sia mosso dal desiderio di sconfiggere il fondamentalismo islamico o da alleanze permanenti bensì solo da interessi permanenti: i propri. Dietro Haftar azzardiamo a dire che ci sia solo Haftar, ennesima incarnazione del capo vicino-orientale che cerca alleati e si offre come alleato sul mercato geopolitico, come prima di lui i regnanti hashemiti, sauditi o pahlavi con Inglesi ed Americani, o mutatis mutandis capi militari o di partito come Al Bashir o Saddam Hussein.
Pensiamo proprio a Saddam: già esponente di vertice dell’ala destra anticomunista della branca irachena del Baath, non esitò tanto a cercare la collaborazione degli elementi più religiosi dentro all’Iraq e della CIA all’esterno per prendere il potere e reprimere i comunisti, instaurando al contempo un governo progressista per quanto riguarda l’istruzione di massa e la condizione femminile. Da sempre avverso al clero sciita, alla Siria pure baathista e all’Iran rivoluzionario, fu però vicino alla causa palestinese. Anticomunista ma in discreti rapporti con l’URSS, combatté l’Iran con il consenso americano per poi tornare a giocare la carta antimperialista quando fu aggredito dagli USA a sua volta, così come la carta dell’unità sunnita. Chi aveva dunque “dietro di sé” Saddam Hussein? La domanda ci appare in tutta la propria insensatezza realpolitica.
Se nel Vicino Oriente ci si muove, lo ripetiamo, per interessi permanenti e non per alleanze permanenti, una volta scopertolo bisognerebbe capire quali interessi siano i nostri: stabilità degli Stati, possibilmente non ad opera di governi eccessivamente repressivi o reazionari che alienino le proprie popolazioni, lotta al radicalismo religioso formatosi ai margini del mondo sunnita (quello sciita non costituisce un problema per l’Europa, piaccia o meno al signor Bannon), costruzione di Paesi il più possibile inclusivi nei confronti delle donne, delle minoranze etniche e religiose (si pensi alle popolazioni cristiane o ai Curdi che al contrario potrebbero rifugiarsi in un separatismo disgregativo ed antiarabo) e dai sistemi economici efficaci ed efficienti che evitino povertà, emarginazione e conseguenti ondate migratorie. Si noti: abbiamo iniziato a parlare di Europa, non più di “Occidente”, e questo perché non pensiamo affatto che gli interessi di Europa, Stati Uniti e movimento sionista coincidano. Gli ultimi due attori hanno piuttosto interesse a garantire la disgregazione degli Stati vicino-orientali lungo linee etniche, religiose e tribali, al fine di assicurarne il sottosviluppo, la soggiogabilità o quanto meno la non pericolosità. Haftar o Serraj quindi, in Libia? La questione, per come l’abbiamo posta, precede e prescinde la domanda.
Nel metodo, la soluzione potrà venire, ancora una volta, da una “ecologia delle potenze” interessate alla stabilità del teatro mediterraneo e da un dialogo tra queste (Italia, Russia, forse la Turchia e l’Egitto che comunque si detestano, un Qatar e una Francia che non possono essere lasciati fuori dalla porta). Il lavoro di dialogo e tessitura diplomatica è tutt’altro che banale ed è urgente che l’Italia se lo assuma.
Nel merito, le uniche forze dialoganti sul terreno possono essere le tribù libiche e cioè il popolo del Paese: i capi tribù sono gli unici veramente interessati al benessere ed alla sopravvivenza delle proprie genti, molto più che non il signore della guerra di Bengasi o il “sindaco di Tripoli” (per tacere degli islamisti di Misurata).”

Da Libia e Vicino Oriente: quello che l’Occidente non capisce, di Amedeo Maddaluno.

Jamal Khashoggi, “un terribile errore”

“Ah sì, eravamo rimasti al 21 Ottobre con l’intervista a Fox News nella quale il ministro degli esteri saudita Adel al-Jubeir affermava che “i Sauditi non sapessero come Khashoggi fosse stato ucciso né tantomeno dove si trovi il corpo” aggiungendo che il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman (MBS) non era al corrente dell’uccisione del giornalista, assassino che che definisce “un terribile errore”.
Dal 21 Ottobre molta acqua è passata sotto i ponti di questa storia che trovo particolarmente significativa – nella sua raccapricciante turpitudine – non solo in quanto mette allo scoperto nefandezze che normalmente vengono accuratamente nascoste dagli Stati ma sopratutto perché indica con chiarezza come gli stessi Stati ormai non si sforzano neppure più di camuffare le proprie scelte spietate e perverse mostrando così il vero volto del potere.
(…) ci sono ancora dei punti da chiarire in questa vicenda.
Prima di tutto il reale motivo di questo assassinio.
In altri termini, come mai un Paese si è assunto il rischio di organizzare un sanguinoso crimine in un proprio consolato in un altro Stato per un semplice giornalista se pur critico del regime?
Ebbene Jamal Khashoggi, secondo fonti a lui vicine, stava indagando sull’uso di armi chimiche da parte dell’Arabia Saudita in Yemen.
Ahi ahi, questa è una tessera fondamentale del nostro puzzle.
Citando un suo amico, il tabloid britannico Sunday Express ha rivelato che Khashoggi stava per ottenere “prove documentali” per dimostrare l’uso di armi chimiche in Yemen.
Ma come, gli USA hanno annientato l’Iraq per il sospetto – rivelatosi poi una montatura – di armi chimiche, hanno sparato varie decine di missili Cruise contro la Siria per lo stesso sospetto – rivelatosi poi una montatura – e ora, se il loro alleato saudita le usa si girano dall’altra parte?
Una lectio magistralis di double standard, o doppia morale.
“L’ho incontrato una settimana prima della sua morte. Era infelice e preoccupato”, ha detto un accademico mediorientale che non desidera essere nominato. “Quando gli ho chiesto perché era preoccupato, non voleva rispondere, ma alla fine mi ha detto che stava ottenendo la prova che l’Arabia Saudita aveva usato armi chimiche”.
Fuocherello, ora iniziamo ad avvicinarci alla verità…
A questo punto c’è un’altra domanda che dobbiamo farci.
Come è possibile che gli USA che spiano ogni sospiro e ogni battito di ciglia di tutti gli abitanti del globo non sapessero nulla del progetto di neutralizzare questo scomodo ficcanaso?
Ma siamo proprio sicuri che non ne sapessero nulla?
Io non ne sarei così certo…
Guarda caso, cercando cercando scopriamo che il 16 Novembre nell’articolo sopra citato del Washington Post emerge che Langley [CIA] era a conoscenza del complotto dell’assassinio ma l’intelligence degli Stati Uniti non ha mosso un dito: “Gli Stati Uniti avevano anche ottenuto l’intelligence prima della morte di Khashoggi che indicava che poteva essere in pericolo. Ma è stato solo dopo la sua scomparsa, il 2 Ottobre, che le agenzie di intelligence degli Stati Uniti hanno iniziato a cercare archivi di comunicazioni intercettate e scoperto materiale che indicava che la famiglia reale saudita stava cercando di attirare Khashoggi a Riyadh.”
Bizzarro no?
Hai visto mai che facesse comodo anche alla CIA fare spezzatino dello sventurato Khashoggi?
Ma c’è ancora dell’altro.
Come ho avuto modo di accennare nel mio precedente articolo, Jamal Khashoggi non era uno stinco di santo ed aveva forti legami con la CIA e con il Deep State; considerando le sue connessioni passate e presenti con la CIA e i legami della sua famiglia con Lockheed Martin e con l’establishment politico statunitense, non è del tutto peregrina l’ipotesi che la scomparsa di Khashoggi sia stata sfruttata dall’alleato a stelle e strisce per fare pressione sul governo saudita in seguito alla decisione di Riyadh di rinunciare al piano di acquisto del sistema THAAD di Lockheed.
Insomma è lecito supporre che l’omicidio di Khashoggi sia stato utilizzato dagli Stati Uniti per ragioni che hanno più a che fare con il complesso militar-industriale statunitense e con ragioni economiche, piuttosto che con la situazione dei diritti umani del Regno.
Sappiamo che c’era una scadenza del 30 Settembre per l’Arabia Saudita che si era impegnata ad acquistare 15 miliardi di dollari di prodotti da Lockheed Martin, principalmente il sistema di difesa aerea THAAD, che faceva parte di un più ampio accordo sulle armi che il presidente Trump ha promosso per oltre un anno – un affare da 110 miliardi di dollari di armi. È noto che Trump ha fatto della vendita di armi la pietra miliare della sua politica estera.
Ma ad un certo punto viene fuori che l’accordo non è ancora stato siglato. Ci sono delle lettere di intenti, certo, lettere di interesse che i Sauditi hanno inviato agli Stati Uniti e ai fabbricanti di armi statunitensi per quanto riguarda gli armamenti che avrebbero pianificato di acquistare in futuro. Tuttavia i Sauditi non hanno realmente ancora dato seguito alle loro precedenti lettere di intenti, in particolare nel caso di questo acquisto previsto di 15 miliardi, anzi, avevano accennato al fatto che avevano in programma di acquistare il sistema S-400 dalla Russia.
Apriti cielo!
Guarda caso tutti i Paesi che hanno in animo di acquistare il sistema antimissile russo più efficace ed economico di quello statunitense sono ora sotto schiaffo da parte dell’amministrazione USA: Turchia, India, Qatar, Cina e, appunto, Arabia Saudita.
Quella scadenza abbiamo visto essere il 30 Settembre, e cioè due giorni prima che Jamal Khashoggi entrasse nel consolato per non uscirne vivo.
Dei tempi piuttosto sospetti, non trovate?
Sarà pure che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca…”

Da Maschera e volto del potere, di Piero Cammerinesi.

Per un’Europa della libertà e della capacità sovrana dei popoli di autogovernarsi

Fulvio Grimaldi intervista alcuni esponenti dell’opposizione al governo Tsipras in Grecia.

F.G. Cos’è il Plan B?
Alekos Alavanos (economista, psicoterapeuta, già presidente di Synaspismos e poi capogruppo di Syriza, oggi segretario della formazione “Plan B”, staccatasi da Syriza dopo il referendum consultivo del luglio 2015) E’ un’idea alternativa per una politica totalmente diversa rispetto a quelle dettateci da Bruxelles, Francoforte e Berlino e che hanno distrutto la società e l’economia della Grecia. Non siamo io e altri compagni che abbiamo cambiato idea, è stata Syriza a cambiare totalmente. La rottura avviene nel 2011 quando Syriza sostiene che non era possibile avere una linea autonoma nel quadro dell’eurozona e dell’UE.

F.G. Che Grecia sarebbe quella del Piano B?
A.A. Nessuno può pensare che ogni cosa possa essere fatta senza correre rischi, trappole, difficoltà. Proponiamo una cosa molto semplice: le politiche che la maggioranza dei Paesi evoluti ha attuato dopo una prolungata recessione. Significa liquidità, domanda, salari e pensioni in grado di far girare la ruota. Significa un ruolo diverso dello Stato, creativo e dinamico, una politica di bilancio opposta a quella dell’UE.

F.G. Pensi che ci possa essere vita fuori dall’UE?
A.A. Certamente c’è vita fuori dall’Europa. Ma non c’è alcuna Europa, non è Europa. Per oltre vent’anni sono stato un membro del Parlamento europeo, amo l’Europa, tengo al confronto con gli altri Paesi, le altre forze politiche. Abbiamo bisogno di cooperazione in Europa. Ma deve essere una cooperazione basata sulla solidarietà, sul mutuo beneficio, sul rispetto. Se vuoi essere filo-Europa devi essere contro l’UE e la sua valuta. Siamo all’ennesimo memorandum: ancora tagli, riduzione delle pensioni, più tasse, meno esenzioni. Tutto questo mentre già stiamo in una gravissima depressione.

F.G. Il popolo greco aveva deciso diversamente…
A.A. Il venerdì, prima del referendum della domenica in cui vinse il no alla Troika, vidi la Merkel in tv che diceva che se i Greci avessero votato no, il lunedì non sarebbero più stati membri dell’UE e dell’euro. Ci minacciò. Usano campagne terroristiche, ora anche in Italia, di fronte alla rivolta della gente. I Greci non si fecero intimidire: oltre il 60% votarono no. Poi furono traditi, ingannati. Se io voto no e il governo il giorno dopo dice sì, ciò che si perde sono l’autostima, la fiducia, la prospettiva, la dignità morale.

F.G. E adesso?
A.A. Credo che ci siano dei buoni segni, che non ci vorrà molto prima che il popolo greco si svegli e riprenda in mano il fucile, il fucile della politica.

F.G. Anche noi abbiamo vinto un referendum contro i desideri della Troika. Credi che l’UE abbia per l’Italia un progetto come quello imposto a voi?
A.A. Spero che i poteri sistemici in Italia non si comportino come i nostri e le sinistre come le nostre sinistre. In effetti l’Italia è un boccone grosso. Ma potrebbe anche essere la leva per cambiare l’intera Unione. Le recenti elezioni, chiunque governi ora, hanno espresso una chiara volontà della maggioranza contro quanto all’Italia viene imposto. L’Europa non può sopravvivere nella forma e con i contenuti di adesso. Brexit è la soluzione. Spero che i popoli italiano e greco ritrovino la propria autostima e lottino, insieme ai Francesi, ai Tedeschi, a tutti, per un’Europa diversa, senza la BCE, senza questa valuta tossica. Un’Europa della libertà, creatività e della capacità sovrana dei popoli di autogovernarsi.

F.G. Vedi un filo che corre dalla vostra guerra contro i nazifascisti, alla guerra civile, a quella partigiana contro i britannici, alla dittatura NATO di Papadopulos, fino alla Troika?
A.A. C’è un filo, un filo assai pericoloso. E’ il filo della dipendenza, della subordinazione, militare, politica, anche psichica. La Grecia, inizio e simbolo della nazione che resiste, fin dall’800, è un simbolo increscioso, intollerabile. Dobbiamo farla finita. Non siamo agli inizi dell’800, quando qui comandavano i sultani. Sai, non c’è più sovranità nazionale. Una sovranità che non sarebbe in contraddizione con la collaborazione internazionale. Anzi. C’è sovranità nazionale quando il popolo si autogoverna e quando la cooperazione internazionale rispetta e favorisce una sovranità nazionale democratica. Il frutto è sull’albero. Lasciamolo maturare. Arriverà sulle nostre tavole.

F.G. Sembra che in Grecia rinasca una resistenza.
Panagiotis Lafazanis (segretario di “Unità Popolare”, già dirigente del partito comunista greco KKE e ministro nel primo governo Tsipras) Per la prima volta dopo molto tempo si sono viste manifestazioni popolari di massa davanti al parlamento e in molte città contro la Troika, l’alleanza con Israele di un paese da sempre vicino ai palestinesi, la cessione del nome Macedonia (“Macedonia del Nord”), nome greco di terra greca, al vicino slavo. E si è vista la brutalità della repressione di un governo che si dice di sinistra, per quanto alleato all’estrema destra. Pensiamo che il movimento risponderà e si rafforzerà, in vista anche di una data molto importante, quella del referendum vittorioso contro l’austerità e la Troika, il 5 luglio.

F.G. Come siete messi, dopo l’ennesimo memorandum?
P.L. La condizione della società greca è catastrofica, una situazione in cui non ci si vuol far vedere nessun futuro. Il 34,6% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, 3.796.000 persone su 10 milioni. E il debito che dovremmo pagare con questo strangolamento continua a crescere. E’ ancora forte la sensazione che tutto è perduto. Ma c’è anche l’altra faccia della luna: resta un potenziale sociale in grado di riprendere in mano la situazione e reagire. Insomma, c’è un corpo sociale che si convince di essere fottuto e un altro che è deciso a uscire dal vicolo cieco impostoci da Tsipras.

F.G. Basteranno le sole forze greche, o ci vorrà il concorso di altri Paesi?
P.L. In effetti, perché il popolo greco possa liberarsi, gli occorre il concorso di altri popoli europei, in prima linea di quello italiano. Però a noi tocca l’impegno di non aspettare che si muova un popolo vicino. Dovremo comunque essere i primi a rompere le sbarre del carcere tedesco. Forse saremmo l’ispirazione per altri, fino all’affondamento di tutta l’eurozona, come di questa Unione Europea.

F.G. Qual è il progetto strategico dei vostri nemici?
P.L. Per la Grecia è la distruzione del Paese, non c’è dubbio. Per l’Europa si tratta di una nuova feudalizzazione che elimini i soggetti nazionali in modo da riunire sotto il controllo dell’oligarchia tutte le ricchezze dei singoli Paesi. Per noi del Sud si tratta dell’applicazione di classici criteri colonialisti. Sono questi i caposaldi del progetto europeo. Sono caposaldi razzisti, ma a dispetto del suo razzismo, l’Europa sta conoscendo l’inserimento massiccio nel suo seno di altre popolazioni spodestate e sradicate e chi nutre dubbi sull’onestà del fenomeno, che non nasconda qualcosa di letale, viene accusato di xenofobia.

F.G. Potrebbe trattarsi di una strategia dei globalisti finalizzata a svuotare delle proprie generazioni giovani il Sud del mondo, ricco di risorse appetite dall’imperialismo?
P.L. Evidentemente. Ma si noti che i Paesi costretti a ricevere queste masse di migranti sono la Grecia e l’Italia. Non è un caso. E si prevede che queste masse aumenteranno man mano che l’Africa viene impoverita e si diffondono altre guerre. Non per nulla gli USA e la NATO hanno intensificato in questi giorni i bombardamenti su Iraq e Siria, mentre si accentua la militarizzazione dell’Africa. Di questi sviluppi Grecia e Italia sono le grandi vittime.

F.G. Siamo tutti figli della civiltà greca. E’ per questo che la Grecia deve essere punita?
P.L. E’ da qualche secolo che ci si vendica della nostra civiltà. Poi, per le élite euro-atlantiche punire la Grecia alla vista di tutti gli altri ha lo scopo di fornire un esempio. Se voi non accettate incondizionatamente l’impero, sarete puniti come i Greci. Ma potrebbe anche succedere che la Grecia si riveli il tallone d’Achille di questo progetto.

F.G. Anche qui per certe finte sinistre del neoliberismo globalista la parola sovranità è diventata reazionaria e sovranismo sinonimo di destra?
Grigoriou Panagiotis (antropologo, sociologo, economista, giornalista, autore di Asimmetrie sulla vicenda UE-Grecia) Posso solo dirti che il governo Tsipras ha ceduto controllo e sovranità del Paese, compresi i beni pubblici, ai creditori, titolari di un debito sistematicamente creato da dominanti esterni e complici interni. E questo per 99 anni. Si è perso il 40% dell’industria, il 40% del commercio, il 30% del turismo, tutti i porti, tutti gli aeroporti. Il 30% dei greci sono esclusi dalla sanità pubblica e al 30% è anche la disoccupazione reale. Per un po’ si è ricevuta un’indennità di 450 euro, poi più niente. Tutto questo si chiama effetto Europa, effetto euro. L’ingresso della Grecia nell’UE e nell’euro ha comportato il progressivo smantellamento della nostra economia produttrice. Importiamo addirittura gran parte dei nostri viveri. E’ una condizione di totale dipendenza. Non c’è patria, non c’è autodeterminazione e, ora con il vicino slavo titolato “Macedonia del Nord”, non ci sono più neppure gli spazi e confini della nazione greca. Un processo che interessava a UE e NATO che ora possono incorporare anche Skopje.

F.G. Come e più dell’Italia questo massacro sociale ed economico è stata aggravato dall’afflusso di decine di migliaia di migranti da Siria e altri Paesi.
G.P. Un gravame terribile, insostenibile e sicuramente non innocente da parte della Turchia e di coloro che hanno messo queste persone in condizione di dover fuggire. E’ sconcertante come a questi profughi sia garantita, giustamente, un minimo di copertura sociale, mentre a milioni di Greci è stata tolta. Le ONG straniere sollecitano l’immigrazione, per esempio affittando abitazioni a basso prezzo e riempiendole di migranti, cui pagano anche elettricità, gas e acqua. Migliaia di Greci rimangono senza casa e senza niente.

F.G. Stavo filmando un gruppo di persone dell’OIM (Organizzazione Internazionale Migranti), un organismo a metà tra ONU e privati. Non gradivano essere ripresi. Poi mi è piombato addosso un arcigno poliziotto che mi ha intimato di cancellare quelle riprese, se no mi avrebbe addirittura arrestato. Cosa significa tutto questo?
G.P. Non appena si affrontano queste cose si viene accusati di razzismo. Qui abbiamo una strategia contro certi Paesi del Sud. Da un lato la gente viene indotta a lasciare casa sua dalla violenza o dalla miseria importate a forza; dall’altro, chi li riceve non deve sentirsi più padrone a casa sua. Tanto meno, in quanto forze ed enti esterni assumono il controllo della tua economia nazionale. E qui, a difenderla, sei tacciato di nazionalismo. I Greci pensano a ragione di aver perduto la loro sovranità. E’ come essere sotto occupazione. Di nuovo un’occupazione tedesca. Pensa che in tutti i settori dello Stato ci sono dei controllori della Troika! Ricevono i ministri all’Hotel Hilton. Della Costituzione non c’è più traccia e neppure i diritti fondamentali del lavoro sanciti dall’UE sono rispettati.

F.G. Perché si impedisce di filmare migranti e chi se ne occupa? Cosa si vuole nascondere?
G.P. Il fatto è che altri decidono sulle sorti del tuo Paese e che devi fare o non fare quello che vogliono loro. Sempre di più la vicenda dei migranti, come in Italia, diventa un segreto. Un segreto delle ONG e dei loro finanziamenti occulti o, comunque, finalizzati a fargli assumere un ruolo che non è il loro e che sottrae prerogative allo Stato nazionale, uno Stato che non è più padrone delle proprie frontiere, del proprio territorio, delle persone che vuole o può accogliere. Tutte queste decisioni sono prese altrove, con le ONG che gestiscono un fenomeno, in effetti nella piena illegalità, dato che non esiste un quadro giuridico entro il quale farle agire. A cosa ti fa pensare un Paese mandato in default dall’Europa e a cui l’Europa, Dublino, impongono di ricevere e tenersi decine di migliaia di migranti che ne sono la rovina definitiva? Dobbiamo integrare chi non lo vorrebbe quando dalla nostra comunità nazionale, costituzionale, espelliamo tre quarti dei Greci? A cosa ti fa pensare un Paese mandato in default dall’Europa e a cui l’Europa, Dublino, impongono di ricevere e tenersi decine di migliaia di migranti che ne sono la rovina definitiva?

F.G. All’Italia.

Fonte

Uno scontro epocale, un momento pericoloso

Mentre tutti i giornali e le TV nostrane sono impegnati sulle modeste vicende politiche di casa nostra fatte di patteggiamenti di basso livello, veti incrociati, piccoli ricatti, false promesse, a molti sfugge la drammaticità del contesto internazionale dove assistiamo ad uno scontro epocale dai risvolti molto pericolosi.
Le potenze nord-atlantiche, guidate dagli USA, puntano in modo sempre più aggressivo sulla Russia di Putin, rea di non inchinarsi agli interessi imperiali statunitensi come ai bei vecchi tempi di Gorbaciov ed Eltsin. Contemporaneamente cercano di far fronte alla perdurante stagnazione economica occidentale, ed ai continui pericoli di nuove crisi, cercando di tamponare l’ascesa impetuosa di concorrenti politici ed economici, tra cui si distingue la Cina. Questo grande ex-Paese coloniale, un tempo preda privilegiata di imperialismi occidentali e giapponesi, non solo ha da tempo superato gli USA in termini di produzione globale (espressa in termini reali, cioè tenuto conto dei prezzi interni), ma ormai supera gli USA anche in settori tecnologici di avanguardia come quello dei supercomputer e della computazione quantistica.
Dopo le ridicole mai provate accuse lanciate agli hacker russi che avrebbero determinato la sconfitta della povera Clinton, ora la campagna denigratoria è stata lanciata dagli Inglesi, capeggiati dal borioso ministro degli Esteri Boris Johnson. Il cattivo Putin in persona è accusato di aver fatto avvelenare col gas Sarin (perbacco! Lo stesso che sarebbe stato usato anche in Siria!) una ex-spia di basso livello ormai in tranquilla pensione in Inghilterra da otto anni. Questa follia sarebbe stata commessa da Putin giusto alla vigilia delle elezioni presidenziali russe e dei Campionati di Calcio in Russia cui quel Paese teneva moltissimo come rilancio di immagine. Un vero autogol! Peccato che gli Inglesi, pur di fronte alle argomentate richieste russe, non abbiano fornito alcuna prova. Continua a leggere

L’illegale soggiorno americano in Siria

Non dovrebbe sorprendere nessuno che l’amministrazione di Donald Trump abbia recentemente affermato di avere il perfetto diritto legale di rimanere in Siria finché vuole perché combatte il terrorismo. L’argomento è più o meno questo: il Congresso ha approvato un disegno di legge che consente all’esercito statunitense di cercare e distruggere Al-Qaeda e gruppi associati ovunque si trovino. Fa parte di ciò che viene indicato come Autorizzazione all’Uso della Forza Militare (acronimo AUFM). Secondo la Casa Bianca, un gruppo associato, lo Stato Islamico in Siria (ISIS), rimane attualmente attivo in Siria e la presenza militare degli Stati Uniti è quindi legale fino a quando il gruppo non sarà completamente eliminato, non richiedendo ulteriori leggi o autorità per rimanere nella nazione siriana.
La conclusione legale di Trump è stata spiegata in due lettere diffuse dai sottosegretari per la politica presso i Dipartimenti di Stato e della Difesa. Erano in risposta alle richieste del senatore Time Kaine della Virginia, che per diversi anni ha chiesto alla Casa Bianca sotto Barack Obama e Donald Trump di chiarire quale autorità legale ha permesso loro di dispiegare 2.000 soldati americani in Siria senza alcuna dichiarazione di guerra, qualsiasi autorizzazione delle Nazioni Unite o qualsiasi invito da parte del governo legittimo di Bashar Al-Assad a Damasco. Kaine ha citato le restrizioni imposte dal War Powers Act del 1973, che consente a un presidente di usare la forza militare in una situazione di emergenza ma dopo 60 giorni è necessario andare al Congresso per l’approvazione.
La lettera del Dipartimento di Stato ha accentuato l’ambiguità della posizione degli Stati Uniti con la sua spiegazione che “gli Stati Uniti non cercano di combattere il governo della Siria o dell’Iran o gruppi sostenuti dall’Iran in Iraq o in Siria. Tuttavia, gli Stati Uniti non esiteranno a usare la forza necessaria e proporzionata per difendere gli Stati Uniti, la coalizione o le forze alleate…”.
Sorgono sono una serie di problemi con la giustificazione della Casa Bianca di rimanere in Siria, a cominciare dal fatto che Al-Qaeda e ISIS non sono in alcun modo associati e potrebbero essere meglio descritti come rivali o addirittura nemici, rendendo l’intero argomento AUFM irrilevante. Inoltre, la ragione per cui le forze americane si trovano in Siria è stata variamente descritta da alti funzionari dell’Amministrazione. Il Segretario di Stato Rex Tillerson è stato impegnato a sottolineare che è necessario un soggiorno prolungato per bloccare la rinascita dell’ISIS e anche per impedire al governo siriano di riconquistare le aree attualmente occupate da gruppi ribelli sostenuti dagli Stati Uniti. Descrive curiosamente tali aree fuori dal controllo del governo come “liberate”. Ha anche affermato che gli Stati Uniti rimarranno sul posto per fare pressione affinché Bashar Al-Assad si dimetta, cioè il cambio di regime.
Tillerson usa l’esempio della Libia per sostenere la sua tesi, osservando che la Libia non era occupata e “stabilizzata” dalle nazioni che si sono alleate per rovesciare il governo di Muammar Gheddafi. Ha anche citato la decisione del presidente Barack Obama di ritirare le forze statunitensi dall’Iraq come un fattore che contribuisce all’ascesa dell’ISIS, apparentemente inconsapevole che i militari americani sono stati costretti al ritiro dal governo iracheno.
Ma lo scorso venerdì il presidente Trump ha inviato un segnale diverso, affermando durante la conferenza stampa con il primo ministro australiano che “siamo lì per un motivo: mettere le mani sull’ISIS, sbarazzarsi dell’ISIS e andare a casa. Non siamo lì per nessun altro motivo e abbiamo ampiamente raggiunto il nostro obiettivo”. Questo rappresenta un notevole avvitamento da parte dell’Amministrazione a sostegno delle sue affermazioni. Ciononostante, si dovrebbe accettare che il regime siriano di Al-Assad è quasi universalmente riconosciuto come legittimo e sovrano nel proprio territorio, un fatto che è persino riconosciuto dagli Stati Uniti, che allo stesso tempo sostiene i ribelli che cercano di rovesciare quel governo. E l’intenzione degli Stati Uniti di mantenere una presenza costante al di fuori di ogni possibile minaccia di Al-Qaeda nel Paese è completamente illegale sia per il diritto interno sia per quello internazionale.
In breve, la continua presenza degli Stati Uniti in Siria reca tutti i tratti distintivi di un’altra politica statunitense avvolta in un’ambiguità di alto livello che è un fallimento ancora prima che inizi. Non solo illegale, è poco pratico, con 2.000 consiglieri statunitensi sparsi nel territorio e pochi sparuti sostenitori curdi che sono già fortemente impegnati a combattere i Turchi. Alla fine Washington stremata si stancherà e andrà via. Che quel giorno venga presto.
Philip M. Giraldi

Fonte – traduzione di C. Palmacci

Forze ed operazioni militari USA in Africa – una rassegna

Di Benjamin Cote in esclusiva per SouthFront

L’importanza delle Forze Militari in Africa
Il 4 ottobre 2017, forze nigerine e Berretti Verdi americani sono stati attaccati da militanti islamici durante una missione di raccolta di intelligence lungo il confine con il Mali. Cinquanta combattenti di una affiliata africana dello Stato Islamico hanno attaccato con armi di piccolo calibro, armi montate su veicoli, granate lanciate con razzi e mortai. Dopo circa un’ora nello scontro a fuoco, le forze americane hanno fatto richiesta di assistenza. I jet Mirage francesi hanno fornito uno stretto supporto aereo e i militanti si sono disimpegnati. Gli elicotteri sono arrivati per riportare indietro le vittime per l’assistenza medica.
Quando la battaglia finì quattro Berretti Verdi sono risultati uccisi nei combattimenti e altri due furono feriti. I sergenti maggiori Bryan Black, Jeremiah Johnson, Dustin Wright e il più pubblicizzato di tutte le vittime il sergente La David Johnson sono stati uccisi in missione. Il presidente Trump si è impegnato in uno scontro politicizzato con la vedova di Johnson e la deputata della Florida Federica Wilson in merito alle parole da lui usate in una telefonata consolante.
La battaglia politica sui commenti del Presidente Trump ha avuto l’effetto non intenzionale di spostare l’attenzione della nazione sulle attività americane in Africa. In precedenza il pubblico americano, e buona parte dell’establishment politico, mostrava scarso interesse o conoscenza delle missioni condotte dai dipartimenti di Stato e della Difesa all’interno delle nazioni africane in via di sviluppo. Il 5 maggio, un Navy SEAL era stato ucciso vicino a Mogadiscio mentre assisteva le forze somale nel combattere al-Shabaab. Questa morte è arrivata un mese dopo che l’amministrazione Trump aveva revocato le restrizioni sulle operazioni di antiterrorismo nelle regioni della Somalia.
Certamente l’evento non ha registrato la stessa attenzione del mainstream come la polemica circa il sergente Johnson; tuttavia, tutto rivela come l’Africa stia lentamente diventando un’area di interesse nazionale cruciale per gli Stati Uniti. Le questioni concernenti le nazioni africane riguardanti le minacce terroristiche sia esterne sia interne, così come i loro problemi economici, servono a garantire che i responsabili politici degli Stati Uniti si concentrino sul continente. Iniziative globali come la Combined Joint Task Force for Operation Inherent Resolve coinvolgono diverse nazioni africane fondamentali per combattere l’ascesa dell’estremismo islamico radicale. L’ascesa di gruppi estremisti coesi insieme all’espansione degli investimenti economici nell’Africa post-coloniale ha comportato un aumento dei dispiegamenti militari stranieri e americani nella regione. Continua a leggere