Sì, badrone!

Il 28 Ottobre, lo stesso giorno dell’oceanica manifestazione di protesta dei Cocer delle FF.AA e dell’intera galassia delle organizzazioni sindacali di Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria e Corpo Forestale dello Stato a Roma per protestare contro i pesantissimi tagli alla sicurezza pubblica, alle dotazioni ed agli organici, decisi da Tremonti e Brunetta, il Consiglio dei Ministri ha varato con quattro giorni di anticipo sulla scadenza la proroga trimestrale al 31 dicembre 2009 per le “missioni di pace” con uscite autorizzate che arriveranno a fine anno a 1 miliardo e 521 milioni di euro.
In realtà, il conto che la Repubblica delle Banane fa pagare alla gente per bene, che paga le tasse alla fonte, per le operazioni di “polizia internazionale“ sfiora i 2 miliardi e 335 milioni di euro compresi i “rilievi“ denunciati dalla Corte dei Conti che risultano omessi nella contabilità, ufficiale, di Palazzo Baracchini.
Il Ministero per lo Sviluppo Economico e l’Industria ha contribuito nel 2008 a finanziare la Difesa per 1.8 miliardi, il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca per 1 miliardo.
Con i “rientri“ di capitale dal gettito dello scudo fiscale La Russa prevede di incassare da Tremonti 1.1 miliardi dei 5 previsti con una destinazione di spesa di 480 milioni di euro per le “missioni di pace“ del 2010 che vedranno un ulteriore aumento di militari italiani impegnati in Afghanistan.
Quanti?
Per ora il Ministro della Difesa risponde così : “Le illazioni, i numeri e le date apparse sui giornali sono tutte ipotesi perché ho preso impegno con il ministro Frattini e con i Presidenti Napolitano e Berlusconi di fare il punto sulla situazione dopo l’incontro che il Ministro degli Esteri avrà negli Stati Uniti con il Segretario di Stato Clinton. Quello che è sicuro è che guardiamo con grande attenzione alla richiesta che viene dalla NATO e dagli Stati Uniti.
La decisione sul numero di uomini (da sbattere in Afghanistan… lo aggiungiamo noi) avverrà dopo quell’incontro”. C’è solo da sperare che Robert (Gates) e Hillary non ci appesantiscano troppo il conto da pagare.
Immaginarci un Frattini che punti a contestare platealmente al ribasso le decisioni dell’Amministrazione USA ci risulta difficilissimo. Andrà in scena, statene certi, il solito… sì, badrone! Questa volta a ruoli rovesciati perché alla Casa Bianca da dicembre 2008 c’è lo Zio Tom.
Vediamo allora di fare una carrellata sulle principali voci di uscita che Ignazio La Russa, con la complicità di “istituzioni, politica e informazione“ lascia senza copertura legislativa per tener bordone a USA, NATO ed ONU.
Liquidata nel 2007 in perdita con miliardi di euro e un bel carico di morti e feriti l’avventura in Iraq, restiamo impantanati dal 1999, in Kosovo, con KFOR ed EULEX, con 1.870 scarponi, 700 mezzi terrestri e 6 aeromobili; dal 2004, con Althea, in Bosnia Erzegovina con 280 effettivi e 113 tra veicoli da trasporto, ricognizione, blindati e 2 aeromobili; in Libano, dal 2007, con UNIFIL, con 2.080 militari, 854 tra blindo, trasporti truppa e controllo armato delle linee di confine con “Israele“, 7 aeromobili ed un’unità navale; in Afghanistan, dal 2002, con ISAF, con 3.227 militari dichiarati (in realtà sono 352 in più tra personale di volo, manutenzione e di sicurezza per Tornado e AMX più 12 “Grifo“ della GdF), 667 mezzi ruotati e cingolati, 30 tra elicotteri da combattimento, UAV e cacciabombardieri.
Solo per alimentare la guerra in questo Paese, l’Italietta di Napolitano & Soci fa spendere al contribuente “tricolore“ ogni tre mesi 145.3 milioni di euro anche se i resoconti del Ministero della Difesa sono misteriosamente fermi a 84.4 esclusi i costi di Active Endeavour ed Ocean Shield sostenuti dalla Marina Militare in missione “antipirateria“ nell’Oceano Indiano, mentre tra il Tigri e l’Eufrate, come abbiamo già detto, continuiamo a far guerra con l’unità NTM- I dell’Arma dei Carabinieri, 10 blindati… e così via.
Per comporre un elenco completo delle operazioni di “polizia internazionale“ a cui partecipa l’Italietta occorrerebbero intere pagine e altrettante ne servirebbero per elencare le colossali uscite erogate a fondo perduto dai titolari di Esteri e Difesa a “governi amici“ di USA, Europa e NATO.
La domanda a questo punto che possiamo farci è la seguente: cosa c’è dietro?
Abbiamo provato a darci delle risposte politiche, militari, tecnologiche, energetiche, finanziarie, commerciali ed industriali, che possano almeno compensare l’enormità delle risorse destinate ad alimentare l’avventurismo militare del Belpaese.
I ritorni, per quanto ne sappiamo, sono o modestissimi o addirittura inesistenti.
Per capire la portata del salasso che sopportiamo come comunità nazionale basterà dire che i contingenti “tricolori“ di terra, mare e cielo vanno avvicendati ogni 2-3-6 mesi nei Balcani, in Africa, Medio-Oriente, Asia e approvvigionati per l’intero ciclo annuale.
I materiali, per miliardi di dollari, che hanno in dotazione i militari italiani consumano milioni di litri di carburante, necessitano di costosissime manutenzioni, si usurano, vanno perduti e sostituiti a ritmi accelerati nell’impiego operativo fuori area.
Per incrementare i volumi di spesa per le “missioni di pace“ su input del Quirinale e del Consiglio Supremo di Difesa,  La Russa e Brunetta tagliano a livello nazionale sugli organici, sui costi di gestione e di specializzazione del personale, sull‘addestramento, sulle spese di esercizio, sugli acquisti logistici e sui sistemi d’arma destinati alle FF.AA. percepite come un complesso statuale parassitario, ormai inutilizzabile per le “proiezioni armate“ dell’“Occidente“ nelle aree regionali di crisi. Struttura da riciclare a funzioni equiparabili a “guardia nazionale“ utilizzabile per emergenze ambientali, per la vigilanza e la sicurezza del territorio compreso l’ordine pubblico.
Nel tentativo di arginare uscite sempre più ingenti per le operazioni di “polizia internazionale“, il nostro Ignazio intanto ha tirato fuori dal cilindro “Difesa-Servizi“ una società – per ora, ma solo per ora – a capitale interamente di Stato, per “attivare le procedure connesse alla valorizzazione ed alle dismissioni del patrimonio immobiliare non più utile ed allo sfruttamento commerciale affidato a gestione privata dei marchi (sentite, sentite…) delle Forze Armate a partire da quello delle Frecce Tricolori“.
Insomma, dopo le cartolarizzazioni di Tremonti arrivano quelle di La Russa.
Di quello che è successo al complesso della Scuola Ispettori della Guardia di Finanza di Coppito presso L’Aquila e ad altre migliaia di sedi ed immobili di proprietà dello Stato ne abbiamo già parlato. Ed ora la chicca!
Gli immobili ed i terreni delle FF.AA. censiti nell’area metropolitana di Roma per un valore di 500 milioni di euro verranno ceduti gratuitamente al Comune che a sua volta li metterà in vendita sul mercato (delle lobbies) per consentire al sindaco Alemanno di ripianare il deficit di bilancio lasciatogli in eredità dalla gestione Veltroni.
Vietato, per decreto Maroni, potersi sbellicare dalle risate.
Marrazzo chiede perdono a Benedetto XVI°, Berlusconi assolda i trans per il Grande Fratello.
Una goccia… una sola goccia di acqua pura, di imprevedibile.
Giancarlo Chetoni

Sotto mentite spoglie

La flotta dell’UNIFIL, la forza di interposizione sotto mandato delle Nazioni Uniti presente nel sud del Libano, è composta da due navi italiane – la fregata Espero e il ricognitore Comandante Bettica – la fregata francese Courbet, due navi greche, una turca, quattro tedesche ed una spagnola, il ricognitore Vencedora che si è aggregato al complesso a metà marzo 2008.
Ma… sorpresa!: a partire dal 29 febbraio, le navi italiane, francese e spagnola non sono apposte a questa Task Force in quanto appartenenti al loro Paese, ma a titolo di Euromarfor (acronimo di “Forza marittima europea”). Tuttavia, contrariamente a quello che potrebbe far credere la bandiera europea che issa sui suoi pennoni, l’Euromarfor non sarà uno strumento dell’Unione Europea che a partire dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, prevista nel 2009. I “27” non hanno mai discusso del suo impegno, anche se ne sono stati informati. L’Euromarfor è una struttura franco-ispano-italo-portoghese posta sotto il comando di uno Stato maggiore congiunto dei soli “4”. Per il momento, l’Unione Europea dispone di un’altra forza marittima, l’Eumarc, che esiste solo sulla carta.
L’Euromarfor può essere attivata sulla base dell’articolo 5 del Trattato di Bruxelles modificato (Unione dell’Europa Occidentale, detta UEO), sia in base all’articolo 5 del Trattato di Washington istitutivo della NATO. In pratica, essendo l’esecutivo dell’UEO moribondo, l’Euromarfor è stata attivata esclusivamente dalla NATO.
Creata nel 1995, essa ha svolto numerose esercitazioni, ma finora non ha ricevuto che due missioni, entrambe assunte in applicazione di una decisione adottata in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001. Nell’ottobre-novembre 2002, l’Euromarfor ha condotto l’operazione Coherent Behavior, nel Mediterraneo orientale, al largo della Siria e del Libano. All’interno di Enduring Freedom, l’Euromarfor ha integrato la Task Force 150 della Coalizione dei Volontari e sorvegliato il traffico marittimo nell’Oceano Indiano, al largo del Corno d’Africa, da febbraio 2003 al dicembre 2004 e di nuovo dopo l’agosto 2005.
Ne segue che la partecipazione dell’Euromarfor all’UNIFIL (Operazione Impartial Behavior), se avviene ufficialmente sotto l’autorità del Comitato interministeriale franco-ispano-italo-portoghese, può allo stesso tempo essere intesa come una partecipazione della NATO nel quadro della guerra al terrorismo.
La flotta UNIFIL è oggi comandata dall’ammiraglio dell’Euromarfor, l’Italiano Ruggero Di Biase. Questi si trova in una strana situazione: a titolo dell’UNIFIL, dipende dall’ONU, ma a titolo dell’Euromarfor, è collegato alla NATO. In quanto UNIFIL, egli applica le risoluzioni 1701 e 1773, che stabiliscono un certo equilibrio tra Israele ed il Libano, ma in base alla guerra atlantica al terrorismo, egli lotta contro gli elementi che accusa di essere (o di essere stati) implicati in operazioni terroristiche. E non si vede chi – eccetto Hezbollah – possa costituire il bersaglio preso di mira dalla NATO.
Che cosa significa dunque questa irruzione dell’Alleanza Atlantica nel Vicino Oriente e perché essa si schiera sotto mentite spoglie? Nel piano israelo-statunitense di invasione del Libano dell’estate 2006, era stato previsto che l’avanzata israeliana potesse essere interrotta dalla pressione internazionale; in tal caso, la NATO si sarebbe schierata, sotto mandato dell’ONU, per continuare la caccia a Hezbollah. Il piano era stato abbandonato sotto la pressione della Francia, con Washington e Tel Aviv costrette ad accontentarsi di un’UNIFIL rafforzata. In seguito, ogni tentativo di coinvolgere la NATO era stato bloccato dal presidente libanese Emilè Lahoud. Avendo questi terminato il proprio incarico, la NATO è tornata alla carica con la massima discrezione: anche questa volta però – è cronaca degli ultimi giorni – la torta è venuta senza buco.