Europa 2017

In un’epoca di durezza, l’Europa vuole essere più molle (e materna) che mai, dimentica della sua storia e della sua identità, beatamente adagiata sulle nuvole della moralina politicamente corretta. In un’epoca in cui la politica ritorna in forze, essa continua a credere alla “comunità internazionale” (o alla “comunità atlantica”) e si abbandona al mito della persuasione disarmata. In un’epoca in cui emerge l’irresistibile desiderio di trovare dei punti di riferimento, essa si impegna a privatizzare la questione del senso ed a far scomparire tutte le forme di radicamento. Avendo messo l’individuo al centro del corpo sociale, rimane estranea ai grandi progetti collettivi e sogna di dissolvere le frontiere insieme con le genealogie e adddirittura di far nascere un uomo nuovo, che, liberato dai pesi della storia, si fabbricherebbe egli stesso da solo – un self made man insomma. Lungi dall’approfittare dell’attuale ridiscussione dell’architettura geopolitica del mondo per rendersi autonomi, i dirigenti europei continuano a dibattere sul marciapiede della stazione ferroviaria. Senza accorgersi che il treno è già partito.
Alain de Benoist

(Fonte: Tre tigri e un’anatra senza testa)

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Se il vecchio nazionalismo dei popoli europei ha impedito a suo tempo l’unificazione positiva dell’Europa, adesso ci troviamo di fronte ad un altro pericolo, più perverso: lo sviluppo di un individualismo di livello continentale, a livello sia degli Stati sia degli individui. Questo individualismo è apparentemente meno distruttivo, poiché non presuppone la lotta contro gli altri. Purtroppo, invece, è altrettanto pernicioso, perché, come contropartita, nega ogni tipo di iniziativa costruttiva, transindividuale. Inoltre, esso impedisce ogni tentativo di costituire un profilo unitario dell’Europa, di un’identità europea a sé stante. L’Europa non si autodistrugge più con le guerre intestine, ma per la mancanza di volontà di costruire al di là della comodità personale. In ogni Europeo è nato un non Europeo. A lungo termine, ciò significa una neutralizzazione dell’Europa più pericolosa che all’epoca dei conflitti tra le grandi potenze continentali.
Oggi il quadro dell’Europa, a dir il vero, non presenta un bell’aspetto. La confusione tra Europa e Unione Europea serve interessi estranei al continente. Parimenti, la difesa dell’Europa tramite il braccio armato degli USA può condurre soltanto ad una ancor più grave neutralizzazione dello spirito europeo.
Cristi Pantelimon

(Fonte: La Romania, l’UE, la NATO)

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Una certa stampa ipocrita (e l’italiano “Corriere della Sera” si distingue) ci parla regolarmente dell’alleanza “obbligatoria” con gli Stati Uniti. Una specie di alleanza postulato. Tutte queste acrobazie dialettiche cercano, molto semplicemente, di nasconderci l’evidenza e cioé che questa “alleanza” non è che un’egemonia o una tutela.
Un’alleanza non si fa tra un vuoto e una realtà. L’Europa è il vuoto militare e politico all’ennesima potenza. Inoltre un’alleanza implica una scelta: cosa che questi campioni di pusillanimità respingono con meraviglia, orrore e panico.
Si potrà parlare di alleanza nel senso proprio della parola quando esisterà un esercito europeo (con armamento atomico) e quando noi potremo scegliere il nostro alleato.
Jean Thiriart

(Fonte: La NATO: strumento di servitù, da “La Nazione Europea”, novembre 1967, anno I, n. 9)

In dialogo con Giancarlo Paciello

Proponiamo ai nostri lettori le risposte fornite dall’amico Giancarlo Paciello a quattro domande che gli abbiamo sottoposto a seguito della pubblicazione del suo No alla globalizzazione dell’indifferenza, presso l’editrice Petite Plaisance.
Buona lettura!

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Caro Federico, a tener conto dei punti interrogativi mi poni quattro domande. Le domande che mi fai sono decisamente di più. Ripercorrerò perciò il tuo testo e cercherò di rispondere, cercando di includere tutto, ove possibile, nel quadro della riflessione che mi ha spinto a scrivere No alla globalizzazione dell’indifferenza.
La genesi del libro, come si legge nella premessa, da te molto gentilmente pubblicata nel tuo blog, è la richiesta esplicita di mia figlia, che dopo aver letto le mie considerazioni sull’assassinio di Gheddafi nell’ottobre del 2011, mi sollecitava ad esporre le mie convinzioni universalistiche chiaramente inconciliabili con una teoria dei diritti umani del tutto prona agli interessi dell’imperialismo statunitense. Certo di poter contare sul sostegno del mio amico, ma soprattutto grande filosofo, Costanzo Preve, accettai la sfida.
Ma, l’uomo propone e … dio dispone!
Il 23 novembre del 2013, Costanzo, provato da tutta una serie di vicissitudini ospedaliere, ci ha lasciato e io mi sono trovato, da solo, di fronte al problema. Il compito restava dei più difficili, anche se la collaborazione con Costanzo, sulla base prevalente di una corrispondenza epistolare e qualche mia scappata a Torino, dove vive mia figlia, mi aveva però permesso di gettare le basi per un solido saggio di risposta alla sollecitazione filiale.
Ho riordinato le idee e pazientemente ho affrontato uno studio sull’universalismo, che faceva comunque parte del mio bagaglio culturale. Senza mai allontanarmi dalla storia, e recuperando i termini di una polemica filosofica di oltre duemila e cinquecento anni. L’intento dichiarato era quello di gettare un ponte fra la mia cultura, formatasi all’interno della Guerra Fredda e quella di mia figlia e dei suoi coetanei, che si era andata determinando all’interno della globalizzazione. Due cicli storici a dir poco antitetici, il secondo dei quali, quello che stiamo vivendo, caratterizzato da un individualismo sfrenato.
E il capitolo iniziale “Da un ciclo storico all’altro” costituisce la struttura portante di tutta l’argomentazione del libro, anticapitalistica e anticrematistica in senso assoluto, contro un capitalismo che ha raggiunto livelli di pericolosità per la specie umana che neanche la follia delle bombe di Hiroshima e Nagasaki potevano far ipotizzare. Continua a leggere

Siria e terrorismo

Se l’Occidente persevera nei suoi errori, il nostro futuro è tragico…

Mentre scriviamo, nel sud della Siria, presso Al Zagif (tra Al Tanf e il fiume Eufrate), forze speciali USA e britanniche mettono a punto un campo di addestramento avanzato per le cosiddette Guardie Rivoluzionarie, un gruppo islamista nato sulle ceneri del disciolto New Syrian Army, ex perla della CIA. I due gruppi, nati ufficialmente per combattere l’ISIS, in realtà sono stati istituiti con l’obiettivo di sottrarre ad Assad i confini tra Siria e Iraq, di cui il valico di Al Tanf è uno dei perni principali.
In queste ore, i ribelli, equipaggiati dagli USA con gli stessi materiali forniti agli arabo-curdi delle Syrian Democratic Forces, contrastano l’avanzata dell’esercito siriano che con l’aiuto di Russi e filoiraniani cerca di riprendere il controllo delle frontiere meridionali. I recenti raid aerei della Coalizione anti-ISIS, parlano chiaro (leggi articolo 1 e articolo 2).
Sempre mentre scriviamo, persiste l’abominevole campagna mediatica mainstream che davanti agli attentati di Londra e a decine di morti innocenti, continua a mascherare l’unica scomoda realtà: la jihad sunnita che alimenta il terrorismo internazionale è stata creata dall’Occidente (USA e UE con l’occhiolino di Israele), a cui è poi sfuggita di mano. Anziché colpire i responsabili e arginare il flusso che li foraggia, si continua a contrastare gli unici che combattono lo Stato Islamico, cioè il governo siriano e i suoi alleati. L’obiettivo principale è assecondare l’Arabia Saudita, proprietaria di molti assets finanziari in USA ed Europa, nel suo gioco di opposizione all’Iran sciita, unica potenza regionale “fuori controllo”.
Chiariamo alcuni aspetti.
Piuttosto che dibattere sulle ragioni di Assad, pedina di un gioco evidentemente più grande, o quelle di un Iran comunque non immune da responsabilità politiche e storiche, sembra più opportuno non perdere il lume della ragione, ormai sfuggito a molti.
Andiamo per passi.
Su queste pagine, da anni ricordiamo che lo Stato Islamico è nato dalle macerie del regime sunnita iracheno di Saddam Hussein. La geniale mossa americana del 2003 di sciogliere gli apparati politici e militari di un Paese a maggioranza sciita ma governato da un clan sunnita, è stato il primo passo; il secondo è stato approfittare del caos post-bellico per favorire una struttura parastatale (lo Stato Islamico appunto), che arginasse la crescita dell’Iran, unico vero incubo di Israele e dei suoi partner arabi (Arabia Saudita e Paesi del Golfo). La principale conseguenza dell’anarchia seguita a Iraqi Freedom è stata proprio il ritorno in cattedra degli sciiti arabi, maggioranza in Iraq ma abbastanza forti anche in Arabia Saudita, Bahrein e Yemen.
Ecco quindi il punto. Se comprendiamo che dietro lo sciismo incombe l’ombra della Persia, spauracchio di tutti i seguaci della Sunna, allora ne deriviamo una realtà incontrovertibile: la Seconda guerra del Golfo si è dimostrata un errore di calcolo di portata secolare dell’amministrazione Bush.
A quanto pare però, gli errori sono come le ciliegie: l’uno chiama l’altro. La violenza incontrollata della jihad sunnita, sfociata in atti di terrorismo inaccettabili per l’opinione pubblica globale, ha costretto l’Occidente a prendere le armi contro l’ISIS nel 2014. Inherent Resolve, l’armata dei buoni arrivata a togliere le castagne dal fuoco in Iraq, è nata però come un salto nel buio che ha indotto generali e politici in un inevitabile cul de sac: la crociata internazionale contro il terrorismo islamico in Iraq e Siria, prima o poi si sarebbe rivelato un boomerang.
Per capire meglio il perché, offriamo ai lettori uno spunto di riflessione: perché non si parla più della liberazione di Mosul in Iraq da parte della Coalizione anti-ISIS? La grande copertura mediatica e il rullo di tamburi scattati a ottobre 2016 sono improvvisamente cessati… Facendo una rassegna stampa di quei giorni, sembrava che il giudizio universale fosse prossimo e che il mondo libero avesse ormai in pugno i cattivi tagliagole di turno; passati sei mesi, le notizie di Mosul ormai liberata arrivano col contagocce.
Un caso? Niente affatto. La ragione è evidente.
Il grosso dello sforzo militare nell’Iraq nordoccidentale non lo fanno più le truppe irachene a guida americana, ma le PMU, le milizie sciite equipaggiate e controllate direttamente dall’Iran, con l’appoggio ambiguo del governo iracheno, il cui premier Al Abadi è sciita. Le milizie sciite hanno già raggiunto il confine tra Iraq e Siria all’altezza del territorio controllato dai curdi del Rojava (Kurdistan siriano). L’intenzione di scacciare l’ISIS per controllare i valichi fra i due Paesi con l’aiuto diretto iraniano, non è più un tabù. La presenza di alti ufficiali di Teheran al fronte per ispezionare le linee dei miliziani, è stata segnalata più volte nelle ultime settimane.
I nodi a quanto pare, sono arrivati al pettine. Non si potrà sfuggire per molto tempo ancora alla domanda cardine: per l’Occidente è più importante distruggere l’ISIS e il terrorismo islamista o arginare l’Iran e i suoi alleati?
La risposta nemmeno troppo maliziosa è semplice: se noi occidentali avessimo voluto chiudere la partita con lo Stato Islamico, lo avremmo fatto in due settimane al massimo.
Chiudiamo l’articolo mentre da Deir Ezzor, in Siria, arrivano notizie di una controffensiva jhadista contro le forze di Assad. La guerra non si fa solo con miliziani drogati e fucili: ci vogliono mezzi, equipaggiamenti, intelligence, esperienza, infrastrutture e soprattutto tanti, tantissimi soldi. Gli aiuti al Califfato continuano a piovere dal Governatorato iracheno di Anbar che arriva fino ai confini dell’Arabia Saudita. Lo sappiamo tutti, ma fingiamo che non sia così. Nel festival dell’ipocrisia non poteva mancare la notizia bomba dell’ultim’ora: Riad accusa il Qatar di finanziare Al Qaeda, l’ISIS e la jihad in genere. Si parla addirittura di rottura diplomatica con Doha. La corsa al capro espitario evidentemente è iniziata…
Il punto di non ritorno sembra dunque arrivato. Mentre a Londra si piange per gli attentati, una politica estera suicida continua in silenzio nella stessa direzione di sempre. Il fronte atlantista, pur nelle sfumature e nelle diversità che lo caratterizzano, insiste a trafficare con i Paesi che finanziano nemmeno troppo in sordina l’estremismo islamico. Per pura etica umana, sarebbe il caso di raccontarlo, cercando di spiegarlo magari alle famiglie di decine di innocenti che in Europa continuano a morire secondo un rituale macabro ormai passivamente accettato da tutti. Rinnoviamo le sanzioni alla Russia e bombardiamo Assad; seguiamo come un gregge intontito delle linee che ci portano verso non si sa quali interessi.
La nostra ipocrisia è più colpevole di mille bombe; i tramonti di morte della nostra civiltà hanno sempre più il colore rosso della vergogna.
Giampiero Venturi

Fonte

The smoking gun


A parte tutte le – straripanti – motivazioni che condannano senza appello il folle decreto Lorenzin…
…di cui si è parlato abbondantemente in questi giorni, mi stavo domandando: perché proprio in Italia questo accanimento, visto che in Europa vige una – di gran lunga – maggiore libertà di scelta in tema di vaccinazioni?
Cosa c’è dietro? Che senso ha questa esasperata aggressività da parte delle istituzioni italiane notoriamente forti con i deboli e deboli con i forti? Non può essere farina del sacco dei risibili personaggi che ci governano, deve esserci qualcosa d’altro.
Magari qualcosa che ci arriva – come sempre – da oltreatlantico.
Magari un invito che non si può rifiutare.
Magari tramite una visita ufficiale di un ex-presidente…
Gratta gratta, poi salta fuori ‘the smoking gun’, la pistola fumante…e scopriamo che nel settembre 2014 viene deciso a Washington – alla presenza della improbabile Ministra Lorenzin e di Pecorelli, presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco – che “L’Italia guiderà nei prossimi cinque anni le strategie e le campagne vaccinali nel mondo”.
Continuando la lettura del documento, scopriamo che l’Italia ha ricevuto questo straordinario incarico nientemeno che “dal Summit di 40 Paesi cui è intervenuto anche il Presidente USA Barack Obama”.
L’ordine parte dalla GHSA o Global Health Security Agenda, e Pecorelli e la Lorenzin, con l’entusiasmo dei servi sciocchi, hanno tosto assicurato che l’Italia farà il suo dovere fino in fondo.
“È un importante riconoscimento scientifico e culturale all’Italia, soprattutto in questo momento in cui stanno crescendo atteggiamenti ostili contro i vaccini”, afferma Pecorelli.
E la brillante, plurilaureata Ministra della Salute, rilancia: “Sul tema della salute dobbiamo rafforzare la cooperazione internazionale. Il tema dei vaccini sarà una delle priorità durante il semestre italiano di Presidenza Europea. Il nostro Paese si trova al centro dell’area mediterranea e le molte crisi internazionali hanno portato a nuovi imponenti flussi migratori.”
Ecco una ulteriore dimostrazione dell’utilità dei flussi migratori.
Da una parte servono a creare paura, incertezza, angoscia nei popoli, in modo che le élite possano rispondere con una sempre maggiore riduzione delle libertà civili; limitazioni nel viaggiare, nel pensare e nell’esprimersi liberamente, fino al privatissimo ambito della salute.
Dall’altra sono preziosi per chi li causa e li gestisce; le lobby delle armi che distruggono i loro Paesi di provenienza, quelle industriali che li ricostruiscono, i traghettatori che li trasportano in Europa, e infine le lobby che lucrano sulla loro accoglienza.
D’altra parte, se così non fosse, la situazione dei migranti sarebbe stata risolta da un pezzo; questo solo uno stolto può non capirlo.
Per ritornare al nostro decreto Lorenzin, questo era quello che ci mancava per capire anche il collegamento con la recente visita di Obama in Italia.
Arriva lui e, guarda caso, pochi giorni dopo arrivano i 12 vaccini. Una coincidenza?
E dopo la visita odierna di Trump cosa ci aspetta?
Che ordini porterà ai suoi sudditi il nuovo puparo?
Nella migliore delle ipotesi un salasso – peraltro già anticipato a quell’altra perla di presidente del Consiglio, lo scialbo Gentiloni, nel corso della sua recente visita a Washington – per comprare più armi, nella peggiore un ulteriore asservimento agli interessi angloamericani.
E qui ci sarebbe da scrivere fino a domani.
W l’Italia!
Piero Cammerinesi

Fonte

Per l’Italia si avvicina il momento della verità

“Il nostro Paese si colloca quindi ad uno stadio successivo dell’eurocrisi rispetto alla Francia e si trova ora, svanito lo scenario di una dissoluzione “politica” dell’Unione Europea, all’avanguardia di quella “economica”.
Sul versante del debito pubblico, è sufficiente ricordare come l’ultima “A” assegnata ai nostri titoli di Stato sia stata tolta dall’agenzia canadese Dbrs lo scorso gennaio. Il versante bancario è persino più preoccupante: pesano i 205 €mld di sofferenze bancarie ed il misterioso stallo nel salvataggio pubblico di Monte dei Paschi di Siena, ormai fermo dallo scorso dicembre. È forte il sospetto, come già anticipammo mesi fa, che il braccio di ferro tra Germania ed Italia sull’istituto senese sia tutt’altro che risolto, lasciando aperta la strada del “bail in” o a perdite particolarmente severe per gli obbligazionisti. Sia la salute delle finanze pubbliche che quella gli istituti privati è aggravata dall’assenza di crescita economica (stimata dalla Commissione Europea al +0,9% per il 2017 ed al 1,1% nel 2018): è un’attività economica così debole da poter scivolare facilmente nella recessione qualora il governo dovesse attuare le ulteriori misure d’austerità imposte dall’Europa, il quadro globale dovesse deteriorarsi o la BCE riducesse la politica monetaria ultra-espansiva, rafforzando l’euro e facendo lievitare gli interessi sul debito pubblico.
Già, molti collocano nel biennio 2018-2019, con la dell’allentamento quantitativo e la scadenza del mandato di Mario Draghi, il termine ultimo dell’Italia per “rimettersi in carreggiata”. In realtà, il precipitare della situazione italiana potrebbe essere questione di sei-nove mese, in coincidenza delle (ineludibili) elezioni legislative: se esistono pochi dubbi sulla vera natura del Movimento 5 Stelle, classico esempio di partito populista “addomesticato”, sono alte però le probabilità che dalle prossime urne esca un parlamento “impiccato”, incapace di esprimere una chiara maggioranza a causa della tripartizione quasi perfetta dello schieramento politico. È quanto sta sperimentando dallo scorso ottobre la Spagna, dove Mariano Rajoy si è visto costretto a formare un governo di minoranza che presto sarà sottoposto al battesimo di fuoco della legge finanziaria. Se il governo Gentiloni dovesse cadere entro l’autunno, l’attuale parlamento fosse incapace di esprimere una legge elettorale od il prossimo di formare un saldo esecutivo, bisogna attendersi che la speculazione sul debito pubblico riesploda, come nell’estate del 2011.
Gli squali della City e di Wall Street agirebbero, proprio come allora, coordinandosi con i tre principali alfieri dell’establishment euro-atlantico in Europa: la Banca Centrale di Mario Draghi. la Germania di Angela Merkel e la Francia di Emmanuel Macron (che ricopre il ruolo che Nicolas Sarkozy ebbe nel 2011). Andrebbe in onda una leggera variante di quanto sperimento sei anni fa dall’esecutivo Berlusconi: Francoforte invierebbe “una lettera” suggerendo le riforme strutturali inderogabili per continuare ad acquistare i titoli di Stato (lettera che “filtrerebbe” al Corriere della Sera in pochi giorni), Berlino chiederebbe all’Italia di accettare un prestito dal Fondo Monetario Internazionale e/o dall’ESM così da mettere al riparo le finanze pubbliche, Parigi si adagerebbe alla linea tedesca, conscia che è l’unico modo per continuare ad avvalersi dello scudo politico offerto dal “motore franco-tedesco”.
L’Italia, svuotata di qualsiasi sovranità, sarebbe così rimessa alla mercé della Troika sulla falsariga di quanto sperimento dalla Grecia. Con una significativa differenza, però: il piatto è molto più appetitoso, grazie al tessuto produttivo più diversificato, imprese pubbliche più floride, un patrimonio immobiliare dello Stato più ricco e risparmi privati più cospicui. Sarebbe così portato a compimento il grande saccheggio dell’economia italiana iniziato nel biennio 1992-1993 e consumato, prima, per agganciarci all’euro e, poi, per scongiurare la nostra uscita: da quinta economia del mondo che era nei primi anni ‘90, l’Italia scivolerebbe verso il rango di Stato semi-fallito, depauperata della sua industria, dei suoi giovani, dei suoi capitali.
Diversi elementi indicano che sia questo il prossimo futuro dell’Italia: il governatore della BCE, l’ex-Goldman Sachs Mario Draghi, ha più volte sottolineato che l’uscita dalla moneta unica non è contemplata dai trattati ed ha ammonito che, in ogni caso, tutti i debiti contratti da Bankitalia con la BCE (si parla di 350-400 €mld sul sistema Target2) devono essere saldati. È chiaro che Draghi farà di tutto per impedire l’Italexit, usando la liquidità della banca centrale come arma di ricatto (lo stesso schema applicato nel 2015 in Grecia). I consiglieri economici di Angela Merkel hanno già “suggerito” all’Italia, in occasione del salvataggio di MPS, di chiedere soccorso al Fondo salva-Stati (ESM) ed al FMI: al coro si è aggiunto anche il ministro delle finanze, Wolfgang Schäuble, che ha recentemente ribadito la necessità di potenziare l’ESM per aggirare i Parlamenti nazionali ed evitare che “l’Europa si disgreghi” al riesplodere della speculazione. Da ultimo, il neo-presidente Emmanuel Macron non ha alcun interesse a sposare la causa dell’Italia o dell’Europea mediterranea e preferisce venderci alla Troika così da guadagnare altro tempo per la Francia: la “modernizzazione” dell’economia transalpina, a colpi di austerità e liberismo, deve ancora iniziare e si preannuncia drammatica.
Non c’è alcun dubbio che l’attuale od il prossimo parlamento, se lasciati liberi da qualsiasi vincolo esterno, voterebbero per il commissariamento dell’Italia da parte della Troika: la soluzione sarebbe in continuità con la linea “europeista” della Seconda Repubblica e diversi centri di potere (il presidente Sergio Mattarella, la Bankitalia di Ignazio Visco, la Confindustria di Vincenzo Boccia, i sindacati, il salotto di RCS, etc. etc.) premerebbero per mantenere lo status quo anche a costo di vedere il FMI e l’ESM installarsi stabilmente a Roma, svuotando di qualsiasi significato le nostre istituzioni. Il parlamento italiano dovrà però tenere conto degli umori di una società che, sfibrata dalla peggiore depressione economica dai tempi dell’Unità, è tanto esausta quanto insofferente: qualsiasi opportunità di ribellione (che si tratti del referendum costituzionale o del referendum sul salvataggio di Alitalia) è ormai prontamente sfruttata per gridare un “No!” in faccia all’establishment. C’è da chiedersi quale sarebbe la reazione della società italiana di fronte a nuova austerità, nuove umiliazioni, nuovi saccheggi.
È pronto il parlamento italiano ad affrontare uno scenario simile, o probabilmente peggiore, a quello greco? È pronta la nostra fallimentare classe dirigente a mantenere l’ordine con la violenza, dopo aver trascinato nel baratro il Paese? È pronto il nostro establishment a giocare fino in fondo la partita, col rischio di spezzarsi l’osso del collo?
Sono interrogativi che troveranno una risposta nei prossimi mesi. Nel frattempo il deflusso di capitali, ben visibile su Target 2, continua mese dopo mese. L’eurozona è sempre più polarizzata tra area marco (con la Francia in posizione ancillare) e area mediterranea: le tensioni finanziarie, nonostante la morfina della BCE, sono molto più gravi del 2011-2012. Il momento della verità si avvicina e l’Italia è (contro la sua volontà) in prima linea.”

Da Euro-crack: l’Italia è ora in prima linea, di Federico Dezzani.

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie

“Sulle presidenziali francesi è calato un anomalo silenzio: nessun invito, nessun monito, nessuna esortazione da parte delle istituzioni di Bruxelles. Soltanto qualche asciutto complimento all’indomani del primo turno (“Sollievo a Bruxelles e Berlino, Juncker si congratula con Macron” titolava il Sole 24 ore il 23 aprile), seguito da qualche discreta esternazione a favore all’ex-Rothschild (“Merkel, se vince Macron, presidente forte” scriveva l’ANSA il 28 aprile). Le ragioni di questa riservatezza sono chiare, ma indicibili: l’Unione Europea e la cancelliera tedesca sono così impopolari in Francia (come nel resto del continente) che qualsiasi lancia spezzata in favore del candidato europeista rischia di trasformarsi in uno spuntone in cui il malcapitato può infilzarsi. Una prova del tasso di impopolarità raggiunto da Bruxelles (e, per traslazione, dei candidati chiamati a difenderla) è stata fornita dallo stesso Emmanuel Macron che, intervistato dalla BBC inglese, ha evocato a sua volta lo spettro di una “Frexit”, qualora non si rimediasse al “malfunzionamento” dell’Unione Europea: il suo fianco destro è, evidentemente, troppo scoperto.
Non c’è però alcun dubbio che, dietro l’apparente distacco delle istituzioni europee, si nasconda uno stato di ansia, se non di panico tout court: come abbiamo già evidenziato nelle nostre analisi, la vittoria di Marine Le Pen infliggerebbe un colpo letale alla già malconcia architettura euro-atlantica, con la duplice uscita di Parigi dalla UE e dalla NATO, seguita dalla convergenza geopolitica tra Francia e Russia. Se l’angoscia è diffusa in tutte le cancelliera europee, c’è però un governo che, più di qualsiasi altro, deve vivere questi giorni con particolare inquietudine. I famosi versi di Giuseppe Ungaretti, “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, gli saranno molto congeniali in questo momento : l’esecutivo in questione è, ovviamente, quello italiano.
All’indomani della nascita dal governo Gentiloni, costruito sulle macerie della sconfitta referendaria del 4 dicembre, definimmo il terzo esecutivo della legislatura come la “Salò della Seconda Repubblica”: definizione piuttosto calzante perché, bocciata la riforma della costituzione caldeggiata dalla Troika ed uscito di scena il premier Renzi (“the last hope for the Italian élite”, secondo il Financial Times), le probabilità che “le riforme strutturali” proseguissero e che l’Italia rimanesse agganciata all’eurozona, si assottigliavano drammaticamente. Con loro si spegne anche la Seconda Repubblica, che ha indissolubilmente legato le sue fortune alla moneta unica ed all’Unione Europea: il governo Gentiloni non è nient’altro che il disperato arroccamento di una classe dirigente che, consapevole dell’imminente disfatta, si è asserragliata nel Palazzo per procrastinare il più possibile il drammatico epilogo finale.
La missione del governo Gentiloni è soltanto una: durare, durare, durare. Almeno fino alla primavera del 2018, e poi chissà…
Come la Repubblica di Salò fu travolta dalla disfatta tedesca, così il governo Gentiloni correperò il rischio di essere travolto, dall’oggi al domani, dallo sfaldamento dell’impalcatura politica che lo sorregge, nella fattispecie l’Unione Europea. A questo punto, rientra in campo la vittoria di Marine Le Pen: la conquista dell’Eliseo da parte del FN implicherebbe la fine de facto del’Unione Europea (come ammesso dall’ex-premier Enrico Letta), erodendo le esili fondamenta su cui poggia il governo di centro-sinistra italiano. “Durare” diventerebbe inutile, perché la stessa UE si avvierebbe alla dissoluzione, le pulsioni anti-sistema diverrebbero incontenibili e la situazione finanziaria, nonostante le contromosse della BCE, si farebbe così incandescente da essere ingestibili per il debole ed esautorato governo Gentiloni. L’ipotesi di un governo “tecnico” emergenziale per sganciarsi dall’eurozona diverrebbe allora di tremenda attualità.
L’intero 2017, “l’anno della frattura”, ruota attorno a domenica prossima: l’8 maggio, giorno in cui sarà ufficialmente proclamato il vincitore delle presidenziali francesi, difficilmente sarà ancora ricordato in futuro per la vittoria alleata sul Terzo Reich.”

Da Presidenziali francesi: anche le sorti dell’Italia si decideranno domenica, di Federico Dezzani.

Primarie PD

Chi è il più servo del reame?

“Sarebbe molto pericoloso che qualcuno prenda a riferimento Putin.”
Michele Emiliano

“Io con la Russia ho lavorato affinché con l’Unione Europea dialogassero. Ma certo la libertà di stampa là, non è ai livelli UE.”
Matteo Renzi

“E’ pericoloso che anche solo lontanamente si prenda come esempio la Russia di Putin per la nostra democrazia.”
Andrea Orlando

Fonte: ANSA