Il sogno americano… continua

Casa Soros, Bedford Hills, Katonah, Stato di New York

Nel capitalismo tutto è merce, compresi i diritti fondamentali come l’educazione e la salute. Negli Stati Uniti, coloro che vogliono proseguire gli studi superiori e non sono (molto) ricchi devono contrarre prestiti esorbitanti: il costo di una laurea è di circa 80.000 dollari. Ne deriva, tra l’altro, un indebitamento che molti finiscono per non restituire, cadendo così, come i servi della gleba feudale, nelle mani dei loro creditori.

I prestiti contratti per l’istruzione superiore rappresentano, dopo i mutui per la casa, la maggior parte del debito degli statunitensi. Complessivamente 1,4 miliardi di dollari sono versati alle banche, un valore superiore al debito di tutte le carte di credito degli Stati Uniti e con più zeri rispetto al totale dei prestiti per automobili nel Paese. Per decenni, la speculazione finanziaria ha scommesso sul debito degli studenti come se giocasse alla roulette: solo dal 2007 a questa parte, il “credito all’istruzione” è passato dall’1 al 5% del PIL degli Stati Uniti.
E così continua a crescere, insaziabile, insostenibile, incontrollato, come sempre cresce il capitalismo, anche se, ogni giorno, tremila statunitensi vanno in fallimento perché non possono pagare il debito accademico.
Ricordiamo che il costo di una laurea negli Stati Uniti è di circa 80.000 dollari e che, in media, gli ex studenti impiegano 20 anni per saldare questo debito. Nel contempo, incapace di fermare la crescita dei debiti dei lavoratori e il dimagrimento dei salari che permettono di pagare questi debiti, il capitalismo è stato incapace di risolvere ciò che, più che una crisi, è l’essenza della sua stessa natura.
In 19 Stati è stata riscoperta una sorta di oppressione feudale: ai debitori delle banche è vietato lavorare. In questi Stati, l’insolvenza di un debito può comportare la revoca definitiva di ogni licenza professionale e persino della patente. Secondo il New York Times, infermieri e insegnanti sono tra i lavoratori più colpiti da queste leggi.
In alcuni di questi Stati, come il Tennessee, i debitori devono persino pagare dando in mano agli istituti di credito la loro licenza professionale e prestarsi in modo permanente ad essi, in una edizione moderna della servitù della gleba. In tutti i casi, ai lavoratori che a causa di bassi salari, malattia, disoccupazione o della furbizia di qualche speculatore diventano inadempienti, può essere vietato di vendere la propria forza lavoro, trovandosi quindi impossibilitati a pagare il debito. Un difetto dei modi e delle condizioni imposte dai creditori.
È la trasformazione del sistema educativo in uno strumento di oppressione.
Inutile dire che non si pone una così tremenda spada di Damocle su tutti gli studenti dell’istruzione superiore, senza obiettivi politici più ampi.
Antonio Santos

Fonte

La mia patria è l’Italiano

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“Al venir meno di una regolata e corretta vita istituzionale si aggiunge quindi anche una spesso totale incompetenza degli attori dello scenario politico e amministrativo, che produce danni che vanno ben oltre alle conseguenze di politiche, per esempio, di tagli radicali ai finanziamenti destinati a scuola e università, aggiungendo la iattura di scelte insensate ed esiziali, prodotte da impreparazione, velleitarismo, superficialità e irresponsabilità intellettuale di funzionari, politici e ministri.
Fra i più recenti progetti di riforma della didattica universitaria, che sembrano appartenere a quel gruppo di decisioni e di proposte generate da superficialità, si colloca senz’altro quello di imporre l’uso dell’inglese come lingua dei corsi della laurea specialistica, avanzato da Francesco Profumo, attuale [ex! – ndr] Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, nel governo di tecnici a cui dovrebbe essere affidato il delicato compito di risollevare le sorti in rovina del paese.
Fermo restando che non solo è opportuno, ma è necessario che gli studenti, sin dal termine degli studi medi superiori, conoscano in modo approfondito non solo l’inglese, ma anche tutte le altre materie, italiano naturalmente in primo luogo, oggetto dell’insegnamento dei loro corsi di studio, appare insensato pensare di utilizzare in Italia, nelle nostre università, l’inglese come lingua di comunicazione nei corsi della laurea specialistica.
Una simile scelta porterebbe alla creazione di un’élite anglofona e alla distruzione della cultura e della lingua italiana, che rappresentano la nostra ricchissima e invidiabile tradizione e la nostra identità intellettuale. Rinunciarvi, adottando ai livelli culturali e formativi più elevati la lingua dell’Impero Statunitense, rappresenterebbe un vero e proprio suicidio culturale, che non si comprende come possa essere proposto dal Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca italiano, che invece dovrebbe avere fra i suoi obiettivi proprio la tutela della nostra tradizione culturale e della nostra lingua.
Un sistema universitario sano ed efficiente attira gli studenti stranieri per l’eccellenza della formazione che è in grado di offrire nella propria lingua nazionale, che chi vuole accedere a quelle competenze si assume l’onere di imparare, e non per i prezzi da saldo che è disposto a praticare. Al MIT gli studenti che aspirano a una formazione tecnica di alto livello vanno non perchè i corsi sono in inglese, ma per l’eccellenza dell’insegnamento che è in grado di garantire per alcune discipline.
(…)
Da diversi anni purtroppo, in generale nella società italiana e, in particolare, nella realtà accademica ha preso sempre più piede un atteggiamento di subalternità intellettuale, oltre che economica, già più volte ripetutosi nei secoli passati di fronte alle culture degli stati dominanti: comportamenti, mode, gusti e valori della società si sono nel tempo adattati ai modelli statunitensi (almeno in alcuni ambiti, perchè, per esempio, i modelli borbonici della vita politica e della pubblica amministrazione sono rimasti tutti italici), con gli esiti di degrado culturale che sono sotto gli occhi di tutti.
Il mondo accademico non si è sottratto a questa tendenza, facendosene anzi convinto promotore. Da anni si assiste a un’anglofilia alimentata da un provinciale senso d’inferiorità rispetto a quello che si ritiene essere il centro del mondo occidentale, quindi superiore anche da un punto di vista culturale e creatore di forme e modelli intellettuali da imitare. Ci sono riviste italiane che accettano contributi solo se stesi in inglese; altre che, seppure finanziate con fondi pubblici italiani, vengono pubblicate da editori stranieri, in quanto si ritiene che sia così più facile raggiungere quel contesto culturale, che evidentemente si ritiene l’unico interlocutore interessante, si organizzano convegni in Italia in cui l’unica lingua accettata è l’inglese e così via con simili amenità. Nelle stesse valutazioni concorsuali sembra ormai che l’eccellenza sia espressa solo da contributi stesi in inglese su riviste straniere, quando è ovvio che si possono scrivere – e molto frequentemente si scrivono – banalità prive di alcun valore scientifico su pubblicazioni in inglese in sedi internazionali e cose molto intelligenti e originali in italiano su riviste nazionali, magari neppure di fascia A, cioé indicate dalle consorterie accademiche e dalle clientele politiche e ideologiche dell’Anvur (con abusi scandalosi, denunciati pubblicamente, ma sinora mai corretti) come di superiore livello scientifico rispetto alle altre.
Il provincialismo è evidentemente di chi vede bene e buono solo in quello che ritiene il centro del mondo occidentale, scordandosi dello straordinario valore della lingua e della tradizione culturale italiana e mostrandosi così privo di autonomia intellettuale da non voler giudicare opere e scritti per quello che sono, ma per la lingua in cui sono stesi.”

Dalla Premessa di Dario Generali al volumetto di Antonio Vallisneri Che ogni Italiano debba scrivere in lingua purgata italiana, Leo S. Olschki, 2013, Firenze.

In cattedra e dietro i banchi… gli spettri

Nonostante l’avversione dello stesso regime fascista, il progetto gentiliano, pur stravolto e svuotato di contenuti in molti suoi punti, restò l’unico punto di riferimento possibile per la formazione di nuove leve dirigenti nell’arco di tutto il Ventennio. I suoi effetti benefici continuarono a prodursi nel dopoguerra, quando le nuove generazioni, formatesi grazie all’impostazione meritocratica gentiliana, iniziarono a guidare il “boom” economico e industriale che doveva condurre l’Italia fuori dalla tragedia della guerra e verso la riacquisizione di una sovranità nazionale fondata su una riconquistata posizione di forza sullo scenario degli scambi internazionali.
Fu allora che, negli Stati Uniti, i responsabili della nostra colonia iniziarono a preoccuparsi.
Non si poteva permettere all’Italia di acquisire spazi troppo ampi di sovranità, che avrebbero rischiato di renderla una pedina pericolosamente autonoma nello scacchiere europeo e perfino di trascinarla, sul medio periodo, fuori dall’alleanza atlantica. Ogni velleità di espansione commerciale, di autonomia nella politica estera e nazionale, di crescita industriale, di tutela e recupero dell’identità culturale – tutte cose che l’impianto educativo di Gentile, in modo diretto o indiretto, consentiva di attuare – doveva essere stroncata sul nascere. Una colonia le cui strutture educative siano in grado di produrre una classe dirigente, di alto o medio livello, che si ponga a capo delle strutture politiche, economiche e finanziarie, nonché di garantire la refrattarietà della cultura nazionale alla penetrazione dei nuovi modelli di pensiero imposti dai dominanti attraverso i mezzi di comunicazione di massa, non resterà una colonia per molto tempo. Tutto questo doveva essere fermato.
Com’è noto, l’ostracismo al boom economico che avrebbe potuto sollevare l’Italia dal suo giogo iniziò fin da subito e si indirizzò su diverse linee d’azione. Il 27 ottobre 1962 venne assassinato, tramite un finto incidente aereo, il presidente dell’ENI Enrico Mattei, l’uomo che rischiava di dare all’Italia l’autosufficienza energetica necessaria per sostenere la sua crescita industriale indipendente. Mattei aveva iniziato a stringere accordi con Paesi petroliferi come l’Egitto di Nasser, l’Iran, il Sudan, restituendo all’Italia una politica estera mediterranea e mediorientale di grande prestigio che ampliava a dismisura gli ambiti d’iniziativa della politica nazionale. I proventi dell’ENI avrebbero potuto inoltre finanziare una classe politica autoctona del tutto slegata dalle logiche neocoloniali imposte dai dominanti. A piazzare la bomba sull’aereo di Mattei furono gli uomini di Giuseppe di Cristina, capo di una famiglia mafiosa manovrata, come molte altre, dagli interessi statunitensi.
Successivamente la battaglia per privare l’Italia di una classe politica autonoma si servì della “strategia della tensione”, durata quasi un ventennio e culminata nel rapimento e nell’assassinio di Moro. Essa doveva servire a tenere sotto costante minaccia la politica nazionale, allo scopo di chiudere all’Italia, con il ricatto e gli omicidi politici, ogni spazio di trattativa con l’estero che rischiasse di allentare i legami con la NATO. Tutte le strategie terroristiche e le bombe di quegli anni, pur diramate in mille rivoli di connessioni, collusioni, depistaggi, strumentalizzazioni e partecipazioni di agenzie d’intelligence nazionale e internazionale di varia provenienza ed estrazione, puntano decisamente ad una regia di marca statunitense che ideò e diresse le linee portanti dell’operazione.
Ma tra l’assassinio di Mattei e l’avvio della strategia della tensione, vi fu un altro evento, che servì a distruggere definitivamente alla radice ogni possibilità che una nuova classe dirigente italiana potesse rinascere dalle ceneri del terrorismo. Tale evento fu la contestazione studentesca del ’68, che spazzò via per sempre dall’impianto educativo italiano ogni forma di selettività e meritocrazia, eliminando una volta per tutte l’idea stessa che scopo e funzione primaria della scuola di Stato sia quello di garantire ad una nazione un’élite di “optimates” capaci di assicurarne la guida e i necessari spazi di sovranità. Quest’idea squisitamente gentiliana è stata sradicata non solo dalle normative scolastiche, ma dalle stesse teorizzazioni sulla funzione della scuola – falansteri “pedagogici”, la maggior parte dei quali sono, manco a dirlo, di provenienza statunitense – e rappresenta oggi, per chi osa riproporla, l’equivalente ideologico di una bestemmia in chiesa.
(…)
Privata della sua originaria e primaria funzione – quella di plasmare l’élite di una nazione, elevandola al di sopra della massa – la scuola è sopravvissuta ritagliandosi (senza mai ammetterlo) una serie di ruoli posticci: quello di ammortizzatore sociale, per lenire i morsi della disoccupazione che l’aborto prematuro del “boom” industriale ha disastrosamente generato; quello di baby-sitter, per tenere occupati con frizzi e lazzi di lieta ebetudine i figli delle famiglie così fortunate da contare ancora fra i propri membri una pluralità di individui dotati di stabile occupazione; quello di rinforzo all’ordine pubblico, assumendo su di sé il controllo e la parziale “detenzione” coatta giornaliera degli elementi più esagitati, sbandati e criminali del sottobosco giovanile, proliferati a dismisura con l’espansione dello scimunimento televisivo e dell’immigrazione; infine quello di vivaio clientelare che ha garantito per anni la permanenza ai vertici delle istituzioni degli artefici della rivolta sessantottarda. Costoro rappresentano l’élite borghese locale “di sinistra” che, su direttive impartite dall’establishment politico statunitense, si occupò della devastazione della scuola pubblica e della definitiva cancellazione dei criteri meritocratici gentiliani, sopravvissuti per un quarantennio e forieri di rischiose prospettive per i dominatori d’oltreoceano. A compenso dei loro servigi, i guastatori dell’istruzione nazionale ricevettero, com’è noto, una generosa distribuzione di poltrone di potere nel campo dell’informazione, della politica, dell’amministrazione e dell’industria di Stato; poltrone che occupano ancora oggi e che trasmettono per via ereditaria ai propri discendenti, su solenne giuramento di continuare a servire, nei secoli dei secoli, gli interessi contingenti dei loro munifici mecenati. Ottennero anche l’illimitata fiducia degli ambienti statunitensi, che consentì loro, dopo l’ordalia di “mani pulite”, di accreditarsi come successori privilegiati della vecchia classe politica scomparsa e come liquidatori della sovranità italiana a prezzi di realizzo, a favore, inutile dirlo, degli stessi loro burattinai. Le cose non andarono esattamente come avevano sperato a causa della discesa nell’agone politico di un certo Silvio Berlusconi… ma questa è un’altra storia.
Nella scuola pubblica, i guastatori sessantottardi hanno allevato per anni un’abnorme progenie di manutengoli in grado di fungere da serbatoio elettorale e da giustificazione politico-sociale delle loro cariche di potere. Ma questa sciarada volge ormai al termine. La burocrazia nata dal ’68 è ormai anagraficamente decrepita e politicamente sfiancata, non tanto dall’inatteso protrarsi del berlusconismo, quanto dalla rivelazione coram populo del suo tradimento e delle sue antiche vergogne. Il vivaio di funzionari della “cultura”, che ha garantito per anni la sua permanenza al potere, non ha più tutori. Si infittiscono i provvedimenti miranti a sfoltire e decurtare senza pietà le schiere di insegnanti, bidelli, dirigenti e rettori che hanno prosperato per decenni sulla devastazione della cultura nazionale, sull’asservimento ad ignobili politiche propagandistiche eterodirette (si pensi all’indecente celebrazione scolastica della “giornata della memoria”), sullo smantellamento sistematico di ogni residuo di sovranità nazionale. Contestualmente al repulisti, si levano stridule le grida di lesa maestà da parte degli ex intoccabili colpiti dalla falcidia. Che urlino pure. Se una critica (pesantissima) deve essere mossa ai recenti provvedimenti sulla razionalizzazione degli operatori della scuola, essa non sta nella meritoria potatura dei rami secchi che tali provvedimenti perseguono, bensì nel fatto che tali “riforme” non accennano neppure a mettere mano alla questione di base. Che sarebbe quella di estirpare alla radice, con metodi appropriatamente dolorosi, tutta la vanvera pedagogica sull’”egualitarismo”, sulla “valorizzazione delle diversità”, sui “programmi personalizzati”, sulla “didattica del gioco”, sul “cooperative learning”, sul pernicioso antiautoritarismo d’accatto, fonte d’indisciplina generalizzata che ha reso impossibile tanto la didattica quanto l’apprendimento… e su una pletora di altre sesquipedali fesserie con cui la scuola post-sessantottina, perduta la finalità di selezione delle eccellenze per cui era stata istituita, ha cercato di rifarsi un maquillage teorico-funzionale sbarazzandosi del fondamentale “perché” della propria esistenza e concentrandosi sull’abito da indossare nelle feste di società. Del ripristino di una funzione concreta e credibile dell’istruzione pubblica, nelle recenti rattoppature ministeriali non si trova la minima traccia.
E’ la perdita di un “perché” autentico e veritiero in grado di giustificare e rendere rilevante il suo compito che rende la scuola la città fantasma che è oggi. Un deserto in cui gli spettri di operatori e fruitori dell’insegnamento si aggirano in cerca di un senso, senza più ricordare il significato originario, di nobile e insostituibile pilastro della sovranità nazionale, un tempo assegnato al loro comune lavoro. Una commedia dell’arte in cui insegnanti ed allievi improvvisano giorno per giorno il proprio singolo ruolo, avendo perso di vista la sceneggiatura e la visione d’insieme della rappresentazione. S’intenda bene: non si tratta affatto di “crisi della scuola” (la scuola, in altre realtà nazionali, produce ben diversi e più preziosi risultati), ma di crisi di un “sistema scolastico”: quello italiano del dopoguerra, annichilito, insieme al resto dell’ossatura culturale del Paese, da un asservimento ai vincitori che sembra non lasciare scampo. E invece non si tratta di una dipartita terminale, ma di un semplice, benché funesto, aggiustamento delle strutture locali in funzione delle contingenze storiche. Che sono mutevoli e, come qualche recente avvisaglia lascia sperare, stanno già faticosamente cambiando direzione.

Da Scuola pubblica: chi l’ha uccisa e perché?, di Gianluca Freda.
[grassetto nostro]

Pochi ragazzi in gamba?

Come il No Child Left Behind Act ha permesso a reclutatori militari di raccogliere informazioni su milioni di ignari ragazzi.
Di David Goodman per motherjones.com

John Travers camminava a grandi passi nel Centro Commerciale Westfield a Wheaton, nel Maryland, per fare alcuni acquisti nel doposcuola alla vigilia del suo terzo anno alla Bowling Green State University. Quando gli chiesi se avesse mai parlato con un reclutatore militare, Travers, un afro-americano di 19 anni con i capelli rasati, una maglietta bianca, e un diamante incastonato nell’orecchio sinistro, sorrise ironicamente: “Nel mio liceo, per arrivare a pranzare si doveva passare i reclutatori”, disse. “È stato travolgente”. Poi aggiunse: “Pensavo che i reclutatori avessero troppe informazioni su di me. Mi hanno chiamato al telefono, ma io non ho mai dato loro il mio numero”.
Non aveva mai dato loro una e-mail, né il numero della Social Security, nemmeno dettagli circa la sua origine etnica, le abitudini negli acquisti od i programmi riguardanti la scuola. Eppure probabilmente loro conoscevano già tutto.
Negli anni passati, i militari hanno pianificato un’invasione virtuale nella vita dei giovani americani. Utilizzando il prelievo di dati informatici, siti internet nascosti, test sulle opportunità di carriera, e programmi di marketing sofisticati, il Pentagono raccoglie ed analizza informazioni su tutto, dalla GPA [Grade Point Average, sistema di attribuzione di punteggi scolastici (media) per le scuole superiori – ndt] e punteggi SAT [Scholastic Assessment Test, ovvero test finalizzato all’ammissione universitaria – ndt] degli studenti delle scuole superiori fino al tipo di videogiochi preferiti. Prima che un reclutatore dell’esercito prenda il telefono per chiamare un candidato come Travers, il militare potrebbe saperne di più sulle abitudini del ragazzo di quanto non siano a conoscenza i suoi stessi genitori.
I militari hanno lottato a lungo allo scopo di trovare modi più efficaci per raggiungere potenziali arruolati; per ogni nuovo soldato registrato l’anno scorso, l’Esercito ha speso 24.500$ per il reclutamento. (Le università quadriennali invece spendono una media di 2.000 dollari per ogni studente che si iscrive). Il picco negativo di spesa per i reclutatori si è verificato nel 2002, quando l’allora membro della Camera dei Rappresentanti, ed attuale senatore, il repubblicano David Vitter incluse una disposizione nel No Child Left Behind Act (NCLB) che chiedeva alle scuole superiori di fornire ai reclutatori nomi e recapiti di tutti gli studenti junior e senior. Le scuole inadempienti potevano perdere il loro finanziamento previsto dal NCLB. Questo regolamento poco conosciuto ha di fatto trasformato la firma del disegno di legge sull’istruzione del Presidente George W. Bush nello strumento più aggressivo per il reclutamento militare dopo la leva. Gli studenti potrebbero firmare un modulo di rinuncia, ma non tutti i distretti scolastici li mettono a conoscenza di questo diritto.
Eppure il NCLB è solo la punta di un iceberg di dati. Continua a leggere

John Hopkins University, Bologna: studiare, e non solo

In questo articolo daremo qualche informazione sulla Paul H. Nitze School of Advanced International Studies (SAIS, Scuola di Studi Internazionali Avanzati) di Bologna, spesso identificata semplicemente come la “Johns Hopkins di Bologna”, ovvero la sezione italiana della SAIS della Johns Hopkins University di Washington.
Il ruolo e gli obiettivi “profondi” di questa istituzione “italiana” sono impliciti nelle vicende della sua storia e dei suoi protagonisti e nel modo in cui si è sempre posta  in relazione con l’ambiente esterno; crediamo che per i lettori di questo blog non sarà difficile riconoscerli.
La Johns Hopkins University è stata fondata nel 1876 negli USA. Dopo 130 anni di attività, essa si pone oggi come leader nell’insegnamento e nella ricerca in numerose discipline. Oltre alle relazioni internazionali, l’università ha altri corsi come quelli in medicina, economia, scienze naturali, ingegneria e musica. Le sedi di questi diversi dipartimenti si trovano tutti nell’area di Baltimora – Washington, compresa la sede del dipartimento che si occupa delle relazioni internazionali, la già citata Paul H.Nitze School of Advanced International Studies, la casa madre di quella italiana, che ha sede nell’area del Dupont Circle di Washington.
A differenza degli altri rami fondati a fine XIX ed inizio XX secolo, la nascita della SAIS è relativamente recente. Essa fu fondata come scuola autonoma nel 1943, durante la seconda guerra mondiale,  da due uomini di stato che faranno significative carriere nel governo statunitense, Christian A. Herter e Paul H. Nitze.
Dal primo prende nome il comitato (Herter Committee) che nel 1947 ha presentato la relazione dalla quale sono scaturite le proposte che hanno portato al Piano Marshall del presidente Truman e sarà, tra le altre cose, segretario di Stato sotto Eisenhower; il secondo coprirà importanti ruoli nella maggior parte dei governi USA del dopoguerra ed è il principale autore del significativo National Security Council Report 68 firmato dal presidente Truman nel 1950, un documento importante per il cambiamento generale della politica estera statunitense verso una strategia globale di contenimento dell’URSS e che fu confermata dalle amministrazioni successive. Sarà proprio Nitze a dare il nome alla scuola di studi internazionali. Continua a leggere

Come ti erudisco il pupo

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L’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia Ronald P. Spogli e il professor Patrizio Bianchi, presidente della Fondazione Crui (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) e Rettore dell’Università di Ferrara, firmeranno oggi nella città emiliana una convenzione tra la Crui e l’ambasciata USA.
Si tratta di un accordo con il quale l’ambasciata apre le porte agli studenti di tutte le Università italiane, che potranno infatti fare domanda di stage presso la stessa ambasciata o presso i consolati. La Convenzione consentirà a laureandi e neolaureati di vecchio e nuovo ordinamento di svolgere un programma di attività di tirocinio denominato ‘”Programma di tirocinio Missione Diplomatica Usa in Italia – Università Italiane”.
Gli studenti ed i laureati particolarmente meritevoli, potranno effettuare periodi di tirocinio formativo e di orientamento presso le sedi dell’Ambasciata di Roma e delle sedi consolari di Milano, Firenze e Napoli.