La superficialità della ricerca sull’uranio impoverito

D: A che punto è la ricerca sugli effetti che l’uso dell’uranio impoverito ha sulla salute umana e sull’ambiente?
R: Nei Paesi dove la ricerca sanitaria è più avanzata, come USA, Gran Bretagna, Canada e Francia, sono stati effettuati numerosi studi. In Italia, almeno a quanto è dato conoscere, è stato dato corso ad uno studio, lo studio Sigmun, del quale da cinque anni aspettiamo l’esito. La “Commissione Mandelli” eseguì un lavoro statistico sui casi di uranio impoverito, ma purtroppo fu affetta da un insieme di rilevanti manchevolezze. In genere possiamo comunque dire che in Italia l’analisi del problema non è stata esente da superficialità. Possiamo ad esempio in proposito menzionare che in Sardegna fu deciso di individuare la radioattività eventualmente presente nei poligoni. In particolare venne preso in esame il poligono di Salto di Quirra, che ha una superficie di 135 kmq. Ma come dati di partenza per l’analisi ci si limitò a raccogliere tre secchielli di terra!

D: Quale Paese ha preso per primo le necessarie misure precauzionali? L’Italia è stata tenuta al corrente?
R: Come ho detto, le prime misure di protezione che vennero rese note in Italia risalgono al 1984 e furono a noi inviate dalla NATO. Siamo in possesso di questo testo. Successivamente vennero emanate, come sopra citato, le norme edite in Somalia il 14 ottobre 1993. Come sopra accennato non si è mai saputo con certezza se queste norme furono fatte conoscere dagli USA anche agli altri Paesi partecipanti all’operazione “Unosom”. In Somalia vennero inviati contingenti da numerosissimi paesi (credo 41). Un quesito in proposito è stato mosso dall’Anavafaf all’Ambasciata USA a Roma.

D: Approvando il Decreto Legge sulle missioni internazionali, i vertici delle Forze Armate sono stati deresponsabilizzati per quanto riguarda le vittime dell’uranio impoverito. Che cosa rimane da fare?
R: Questa domanda getta l’attenzione su un problema delicatissimo: quello dell’uso di misure di protezione nei riguardi di chi (militari e civili) si trova ad operare in zone colpite da armi all’uranio impoverito. Gli Stati Uniti dopo che nella prima guerra del Golfo del 1991 si accorsero che molti dei loro militari tornati dalla guerra si erano ammalati di gravi malformazioni che toccarono anche la nascita dei figli (sono nati molti bambini con malformazioni) conseguenza di danni genetici, adottarono già dal 14 ottobre 1993 (almeno da quanto ci è dato conoscere), delle norme di protezione rigidissime che implicano di indossare una tuta molto fitta (da lavare dopo ogni giorno di operazione), occhiali (a perdere), maschere (a perdere), guanti. In determinate situazioni occorre anche servirsi di soprascarpe (a perdere). Delle norme edite nel 1993 in Somalia abbiamo copia. Ma in Somalia queste norme, almeno a quanto sappiamo, non vennero messe a conoscenza dei reparti italiani che quindi non le adottarono. Il Generale Fiore in un’intervista a “Famiglia Cristiana” (n. 15 del 2001) confermò questa situazione. Alcuni dei nostri militari che operarono in Somalia hanno affermato che i militari degli Stati Uniti, in condizioni operative, adottavano le misure anche a 40° all’ombra. Ai nostri militari che ponevano queste domande le risposte erano del tipo: gli americani sono fanatici. Il Tribunale Civile di Firenze in un procedimento che si riferiva a un paracadutista che si era ammalato di un tumore ed aveva operato in Somalia (G.B. Marica) ha richiesto al Ministero della Difesa (con una sentenza del 17 dicembre 2008, riportata sul sito Altalex.it) di effettuare un risarcimento di 545 mila euro perché non erano state adottate le misure di protezione. Esistevano quindi perciò delle responsabilità relativamente a quanto accaduto.

D: Le associazioni di cui lei è presidente hanno potuto compiere delle stime circa il numero delle vittime militari e civili nelle zone di guerra e nei siti dei poligoni di tiro e circa le malformazioni dei bambini venuti alla luce dopo che il padre aveva prestato servizio militare nei luoghi suddetti. Quanti sono a tutt’oggi i deceduti per malattie ascrivibili all’uranio impoverito? Quanti i malati?
R: Ad oggi non è possibile la conoscenza esatta del numero di morti e di ammalati. Ciò che si è potuto sapere è stato reso possibile attraverso il “passaparola” (Radiofante) ed è quindi solo parziale. La Commissione senatoriale (che ha concluso i suoi lavori nel 2007) ha disposto che la polizia giudiziaria eseguisse delle indagini nei distretti militari per raccogliere dei dati. Risulta che dei dati sono stati trasmessi dalla polizia giudiziaria all’Istituto Superiore di Sanità a Roma ma, almeno a quanto sappiamo, questi dati non sono stati resi noti in ambito parlamentare alle Commissioni Difesa (nel periodo in cui non è stata operante la Commissione d’Inchiesta del Senato). Limitandoci comunque a quanto sappiamo dai dati ufficiali, possiamo affermare che nel 2007 (da dichiarazioni del ministro della Difesa pro-tempore On. Arturo Parisi, alla Commissione senatoriale) i morti a quella data erano 77 e i malati 312. Altri dati però divergono sensibilmente da questi. Infatti nelle relazioni della Commissione d’inchiesta senatoriale si trova anche un dato relativo al fatto che i casi riscontrati sarebbero stati 1991. Risulta anche che alla stessa Commissione d’inchiesta sia stato inviato dalla direzione della Sanità Militare un elenco, relativo alla situazione del 2006, in cui si menzionano oltre 2500 casi (l’elenco contiene anche i nominativi delle persone colpite e quindi resta coperto dalla privacy). Scarsissima attenzione (anzi nulla, specie per quanto riguarda i risarcimenti) è stata data ai casi di malformazioni alla nascita. In notizie di stampa si è parlato di sette casi, ma la cifra è certamente inferiore a quella reale.
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Da «Migliaia i militari italiani colpiti» – F. Accame sull’uranio impoverito, intervista di Anna Maria Turi.

[L’Italia chiamò: i soldati denunciano l’uranio impoverito]