Per una critica del radicalismo liberale

immaginesinistramurosam“Il radicalismo liberale postmoderno è l’unico e solo totalitarismo del nostro tempo storico e per legittimarsi strumentalmente come suo contrario, ossia come “religione identitaria salvifica” apportatrice di “libertà” e di “democrazia”, deve costruirsi un vero e proprio “bestiario” di eterogenei nemici ideologici, di volta in volta identificati nel nazionalismo di matrice anti-coloniale (il moderno, ma incline al recupero di elementi riconducibili a determinate specificità culturali tradizionali, soprattutto religiose, di popoli e nazioni, patriottismo solidaristico dei movimenti di liberazione antimperialisti del XX secolo), nel socialismo come teoria economica e come laborioso, difficoltoso e non privo di contraddizioni e di interessanti risvolti troppo spesso misconosciuti, processo di apprendimento finalizzato alla costruzione di moderne società postcapitalistiche, nel Tradizionalismo metafisico alla radice della cultura e dell’identità europea, nella spiritualità tradizionale cristiano-ortodossa quale vettore del patriottismo neobizantino, nell’eurasiatismo come originale “Quarta Teoria Politica” alternativa alla società liberale tecno-mercantile, al comunismo utopico e al fascismo storicamente concretizzatosi, nell’Islam (in particolar modo nello sciismo rivoluzionario, ma non solo) come fattore identitario di resistenza anti-coloniale e antimperialista (Iran, resistenza nazionale libanese, resistenza nazionale palestinese, ecc.). Inoltre, il crollo del comunismo storico novecentesco, avvenuto in Europa tra il 1989 e il 1991, ha contribuito all’innesco di un conflitto ideologico tra liberalismo totalitario contemporaneo, uscito “vittorioso” dalla pressoché cinquantennale confrontazione bipolare USA-URSS, e le varie ipotesi di Rivoluzione Conservatrice, una corrente di pensiero marginalizzata dopo il 1933 e ritornata di attualità, principalmente in Russia ma non solo, come alternativa “tradizional-socialista” sia al modello di liberalismo concretizzato sia al comunismo come utopico, messianico e apocalittico determinismo storicista di proletarizzazione sociale integrale, nonché tra Rivoluzione Conservatrice e residui, più o meno organizzati, del pensiero di sinistra novecentesco (sia nella variante veteromarxista, sia nella variante trasformistico-postmoderna).
Gli esiti di questo conflitto ideologico sono incerti (essendo il futuro imprevedibile per definizione), ma il dato imprescindibile è quello concernente il fatto che fino a quando le sinistre persevereranno nel proprio settarismo centrato sulla sacralizzazione della simulazione dicotomica destra/sinistra e privilegeranno il confronto e l’alleanza politica con i liberali e i “democratici” in chiave genericamente “anti-destra”, “anti-populista” e “antifascista” (in totale assenza di fascismo), il capitalismo americano e la globalizzazione di McMondo avranno già vinto, a causa dell’inesistenza di un coerente e praticabile progetto politico, ideologico, culturale e programmatico alternativo. La sinistra infatti non rappresenta, oggi come in passato, un campo di azione politica alternativo al capitalismo in nome della costruzione di una società socialista. Storicamente infatti, socialismo e sinistra non sono definizioni coincidenti.
(..)
napolitano-dalema-e-occhettoIl comunismo storico novecentesco dunque, levatosi miseramente dai piedi (in Europa) nel 1989, lasciò dietro di sé una scia di riciclati e convertiti al dogma liberaldemocratico anglosassone, rappresentanti, oggi, a livello continentale, l’espressione del più triste e marcescente degrado intellettuale e politico, generalmente e giornalisticamente indicato come «cultura di sinistra». Tuttavia, l’affermazione, in Europa, dopo il 1991, di una «cultura di sinistra» espressione di élite postcomuniste convertitesi al liberalismo anglosassone (adesione degli ex piccisti alla vulgata filosofica rappresentata da Hannah Arendt, Popper, Rawls, Bobbio, Habermas, allo scetticismo liberale, ecc.) o al radicalismo postmoderno (attraverso l’adozione, da parte dei gruppi sedicenti antagonisti o della stessa maggioranza del Partito della Rifondazione Comunista, dell’anarchismo postoperaistico e ultralibertario di Toni Negri) non può essere ricondotta alla categoria politica di «tradimento» (trahison des clercs) bensì più propriamente a quella filosofica di nichilismo (fine dell’hegelismo e sconfitta della filosofia, trionfo dell’ultimo uomo nicciano, ecc.), a quella politica di «opportunismo mercenario» e a quella psicologica di «mancata elaborazione del lutto» (per la fine del comunismo storico novecentesco e, soprattutto, per la supposta mancata attuazione dei propositi di «rivoluzione anarco-individualistica» e di liberalizzazione integrale dei costumi borghesi contenuti nel movimento del Sessantotto).
La sinistra odierna non si stanca di tributare sperticate lodi a quelle che definisce le «virtù del mercato globale senza frontiere e di ogni forma di affrancamento da appartenenze e identità date (comprese quelle sessuali)». La sinistra è il fattore di riproduzione, nella cultura, attraverso il Politicamente Corretto, della società liberale tecno-mercantile. La sinistra, nelle sue varianti liberaldemocratica, radicallibertaria e paleocomunista, combatte strenuamente la destra cosiddetta «reazionaria » (monarchici, clericali, fascisti) quando quest’ultima categoria politica, con i suoi apparati partitici e burocratici, è dileguata a seguito della stagione del Sessantotto, polverizzata dal travolgente incedere del capitalismo speculativo (americano), un capitalismo liberale totalmente incompatibile con ogni soggettività, fondamento storico-culturale e abitudine tradizionalista.
(…)
Il socialismo non aveva nulla a che spartire con la filosofia (e la mitologia) del progresso così come la costruzione di un impero tradizionale tellurocratico eurasiatico (il suolo prima del sangue) aveva nulla a che vedere (e anzi si situava in perfetta antitesi) con la categoria del moderno nazionalismo etnocentrico (il sangue prima del suolo) di impronta sciovinista (e inevitabilmente liberale). La democrazia liberale, a sua volta, è l’autogoverno dei ceti ricchi, proprietari, integrati, cosmopoliti e borghesi. Un regime crematistico-oligarchico che consente (e talvolta, subdolamente finanche agevola, al preciso scopo di autolegittimazione) il pluralismo delle opinioni individuali nell’ambito della chiacchiera televisiva, giornalistica e amicale ma che non tollera forme politiche organizzate di resistenza, critica incompatibile e opposizione a esso. I democratici liberali (di destra e di sinistra) definiscono infatti «comunismo», «fascismo» e «populismo» qualsivoglia proposta ideologica, culturale, politica e programmatica di alternativa pubblica alla cosiddetta democrazia di libero mercato e libero desiderio consumistico (perché, in regime di liberalismo reale, lo spazio pubblico è integralmente appaltato ai fautori della perpetuazione del sistema demoliberale vigente e le critiche non compatibili possono essere tollerate esclusivamente nel momento in cui restano confinate alla dimensione privata, individuale).
La democrazia patriottica (sia nella sua variante moderata di democrazia sovrana sul modello patrocinato da Vladimir Putin in Russia, sia nella sua variante radicale di democrazia organica tratteggiata dagli eurasiatisti quali Aleksandr Dugin) intesa come potere popolare di indirizzo politico della comunità storica di appartenenza, sia essa una comunità nazionale o nazional-statale, è un’ideologia e un processo politico decisamente difforme dalla democrazia liberale. Il potere popolare infatti ha nulla a che vedere con la democrazia liberale perché i ceti popolari, tradizionalmente orientati alla spiritualità religiosa degli avi (le Tradizioni d’Europa descritte da Alain de Benoist in un libro pubblicato da Controcorrente nel 2006), al patriottismo ancestrale, radicale e comunitario, al socialismo nazionale (peronismo) e al nazional-populismo, nonché istintivamente conservatori dal punto di vista culturale, rifiutano, come estranei alla loro forma mentis, il liberalismo e il cosmopolitismo.
(..)
putinLo Stato liberale, con la sua malcelata e falsa pretesa di “neutralità politica” rispetto alle opinioni dei propri consociati, non fa che veicolare la «perdita dei riferimenti, il materialismo pratico e il nichilismo. La religione idolatrica del mercato (monoteismo del mercato), del denaro e delle “libertà individuali” veicolata dai liberali postmoderni, stermina i popoli, favorisce il dileguare delle differenze (di nazionalità, di religione, di classe, di genere) e sostituisce alle classi sociali indistinte moltitudini biopolitiche snazionalizzate, dedite esclusivamente alle variabili attitudinali dei flussi di desiderio e dei modelli di consumo consentiti nell’ambito della subcultura del nomadismo cosmopolitico della rete internet globale (World Wide Web).
Il celebre giornalista Massimo Fini ha scritto che, nel mondo postcontemporaneo, vi sono «due totalitarismi. Da un lato quello occidentale», egemonizzato da «coloro che hanno scelto un certo modello di sviluppo e vorrebbero imporlo al mondo intero, dall’altro quello jihadista che vorrebbe imporre la sua legge a tutti». Peccato che questi due totalitarismi siano di fatto alleati nella strategia americanocentrica di smantellamento di ogni fattore di resistenza all’incedere dei processi di fine capitalistica della Storia (e di ogni tentativo di elaborazione di una filosofia alternativa all’odierno pensiero dominante liberal-progressista) e che solo il primo (fondamentalismo liberale contemporaneo, di ascendenza illuministica e anglosassone) sia riconducibile alla categoria di totalitarismo (un totalitarismo tecnomercantile, sentimentalistico e pubblicitario non repressivo, espressione della società liquido-moderna) mentre il secondo, (il jihadismo di ascendenza wahhabita) non sia che una risorsa d’intelligence, in funzione anti-europea, anti-russa, anti-cinese e anti-iraniana, dell’attuale totalitarismo neoliberale.
L’affermazione, in Europa, di una precaria quanto pervasiva e unificante cultura politica mondialista americanocentrica di questo tipo non è che la dimostrazione di quanto, nell’era del capitalismo assoluto e della relativa «impotenza della filosofia» come «invito alla trasformazione del mondo», quello di Europa sia ormai un concetto geopolitico e, soprattutto, culturale, tramontato e precipitato nell’abisso della subalternità e dell’asservimento coloniale. Il radicalismo liberale postmoderno unifica “destra” e “sinistra” in nome dell’antropologia della fine capitalistica della Storia. Esso è la cultura politica funzionale all’affermazione dell’“Idea di America” e alla negazione dell’“Idea di Europa” e dell’“Idea di Eurasia”.”

Dalle considerazioni conclusive in L’immagine sinistra della globalizzazione. Critica del radicalismo liberale, di Paolo Borgognone, Zambon editore, 2016, pp. 1015-1024.

Paolo Borgognone, nato nel 1981 in provincia di Cuneo, membro del comitato scientifico del CIVG, è autore di diversi saggi, tra cui una trilogia sul tema della “disinformazione strategica” ed il controverso e discusso Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche.

25 anni dalla Guerra del Golfo. Stessa guerra, stesso bisogno di pace

12400439_10153776981401678_3878290060635043217_n

Il 16 gennaio, a 25 anni dall’inizio della Guerra del Golfo, varie forze anti-guerra manifesteranno a Roma e in altre città contro le guerre in corso.

Venticinque anni fa, nelle prime ore del 17 gennaio 1991, iniziava nel Golfo Persico l’operazione «Tempesta del deserto», la guerra contro l’Iraq che apriva la fase storica che stiamo vivendo.
Questa guerra, preparata e provocata da Washington, veniva lanciata nel momento in cui, dopo il crollo del Muro di Berlino, stavano per dissolversi il Patto di Varsavia e la stessa Unione Sovietica. Approfittando della crisi del campo avversario, gli Stati Uniti rafforzavano con la guerra la loro presenza militare e influenza politica nell’area strategica del Golfo.
La coalizione occidentale, formata da Washington, inviava nel Golfo una forza di 750 mila uomini, di cui il 70 % statunitensi, agli ordini di un generale USA. Per 43 giorni, l’aviazione statunitense e alleata effettuava, con 2800 aerei, oltre 110 mila sortite, sganciando 250 mila bombe, tra cui quelle a grappolo che rilasciavano oltre 10 milioni di submunizioni.
Partecipavano ai bombardamenti, insieme a quelle statunitensi, forze aeree e navali britanniche, francesi, italiane, greche, spagnole, portoghesi, belghe, olandesi, danesi, norvegesi e canadesi.
Il 23 febbraio le truppe della coalizione, lanciavano l’offensiva terrestre. Essa terminava il 28 febbraio con un «cessate-il-fuoco temporaneo» proclamato dal presidente Bush.
La Guerra del Golfo fu la prima guerra a cui partecipava, sotto comando USA, la Repubblica Italiana, violando l’articolo 11, uno dei principi fondamentali della propria Costituzione. I caccia Tornado dell’aeronautica italiana effettuarono 226 sortite, bombardando gli obiettivi indicati dal comando statunitense.
Nessuno sa con esattezza quanti furono i morti iracheni nella guerra del 1991: sicuramente centinaia di migliaia, per circa la metà civili. Alla guerra seguiva l’embargo, che provocava nella popolazione più vittime della guerra: oltre un milione, tra cui circa la metà bambini.
Subito dopo la Guerra del Golfo, gli Stati Uniti lanciavano ad avversari e alleati un inequivocabile messaggio: «Gli Stati Uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali. Non esiste alcun sostituto alla leadership americana» (Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, agosto 1991).
La NATO, pur non partecipando ufficialmente, in quanto tale, a quella guerra, mise a disposizione le sue forze e le sue strutture. Pochi mesi dopo, nel novembre 1991, il Consiglio Atlantico varava, sulla base della guerra del Golfo, il «nuovo concetto strategico dell’Alleanza». Nello stesso anno in Italia veniva varato il «nuovo modello di difesa» che, stravolgendo nuovamente la Costituzione, indicava quale missione delle forze armate «la tutela degli interessi nazionali ovunque sia necessario».
Nasceva così la strategia che ha guidato le successive guerre sotto comando USA – contro la Jugoslavia nel 1999, l’Afghanistan nel 2001, l’Iraq nel 2003, la Libia nel 2011, la Siria dal 2013 – accompagnate nello stesso quadro strategico dalle guerre di Israele contro il Libano e Gaza, della Turchia contro i curdi del PKK, dell’Arabia Saudita contro lo Yemen, dalla formazione dell’ISIS e altri gruppi terroristi funzionali alla strategia USA/NATO, dall’uso di forze neonaziste per il colpo di stato in Ucraina funzionale alla nuova Guerra Fredda e al rilancio della corsa agli armamenti nucleari.
Su tale sfondo il Comitato No Guerra No NATO ricorda la Guerra del Golfo di 25 anni fa, nel massimo spirito unitario e allo stesso tempo nella massima chiarezza sul significato di tale ricorrenza, chiamando a intensificare la campagna per l’uscita dell’Italia dalla NATO, per una Italia sovrana e neutrale, per la formazione del più ampio fronte interno e internazionale contro il sistema di guerra, per la piena sovranità e indipendenza dei popoli.
Noi non mettiamo tutti sullo stesso piano. Questa guerra viene dall’Occidente. Il terrorismo viene dall’Occidente. La crisi mondiale viene dall’Occidente.
Tutti coloro che hanno firmato l’appello di questo comitato, e che ne condividono l’analisi e gli scopi, sono invitati a partecipare alla manifestazione romana del 16, e alle manifestazioni che verranno realizzate nei centri minori di ogni parte d’Italia, con queste precise posizioni. Noi chiediamo a tutti i cittadini italiani di unirsi a noi nella richiesta di un’Italia neutrale.
Comitato No Guerra No NATO

Fonte

Il mito della guerra buona

pauwels“L’edizione riveduta di Jacques Pauwels di The Myth of the Good War [Il mito della guerra buona], contiene importanti e significativamente nuove ricerche e contribuisce a una considerazione storicamente più accurata e più critica del ruolo degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Il libro dimostra che molti capitalisti statunitensi e funzionari di governo ebbero un atteggiamento amichevole verso i regimi fascisti prima della guerra e anche dopo l’inizio della guerra, che Washington rimase neutrale nel conflitto fino a quando la neutralità servì gli interessi capitalistici e che questi interessi – non già la vantata causa della libertà e della democrazia – determinarono come gli Stati Uniti entrarono, combatterono e conclusero la guerra.
Pauwels rifiuta le opere convenzionali “buoniste” sulla partecipazione degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale. Invece, prendendo a prestito una frase di Michael Parenti, Pauwels esplora le “verità sporche” nelle azioni degli Stati Uniti prima, durante e dopo la guerra. Concentrandosi sull’economia politica e gli interessi della classe capitalista degli Stati Uniti e dell’elite al potere, attraverso la ricostruzione critica del contesto storico della guerra, l’autore è in grado di spiegare il coinvolgimento di Washington nel conflitto più catastrofico della storia come il prodotto dell’imperialismo.
(…)
Entro metà dell’estate del 1945, i leader giapponesi sapevano di essere stati sconfitti e stavano cercando un modo per arrendersi. Anche se i Sovietici stavano preparandosi per attaccare le forze giapponesi in Cina, Truman non volle il loro aiuto. Mentre la guerra stava per finire, Truman era determinato a riaffermare e ampliare il potere prebellico degli Stati Uniti in Asia, senza alcuna concessione all’Unione Sovietica. Attingendo alla ricerca di altri storici, Pauwels mostra che il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki non era militarmente necessario, ma era invece destinato a garantire l’acquiescenza di Stalin all’ordine globale del dopoguerra dettato dagli Stati Uniti. Come sottolinea l’autore, questo “ricatto nucleare” fallì e condusse a cinquanta anni di Guerra Fredda, con gravi conseguenze per l’intero pianeta.
Pauwels scrive acutamente che mentre l’Unione Sovietica fu utile agli Stati Uniti come alleato durante la guerra, divenne utile come nemico dopo. Invocando lo spettro del cosiddetto “impero del male”, i leader di governo e i capitalisti degli Stati Uniti potevano sostenere massicce spese militari per lo stato di guerra, razionalizzare la corsa agli armamenti nucleari e giustificare gli interventi militari in tutto il mondo.
L’opera scrupolosamente ricercata e ben scritta di Pauwels dimostra in modo convincente che il ruolo del governo degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale fu in gran parte determinato dagli interessi della classe capitalista del Paese, non dagli alti ideali di libertà e democrazia professati. Questa importantissima comprensione storica, anche se ancora controversa, è stata affrontata da alcuni altri autori, ma il libro di Pauwels è probabilmente il più completo e penetrante riguardo le motivazioni e le azioni dei governi inglese e statunitense prima, durante e dopo la guerra.
Molto può ancora essere appreso dalle importanti conclusioni dell’autore sulla più sanguinosa e distruttiva deflagrazione della storia, rivelatasi decisamente “buona” per gli Stati Uniti che emersero dalla guerra come la più potente potenza imperialista del pianeta. Questo volume rende così un contributo sostanziale per comprendere le origini dell’imperium dominante nel mondo del dopoguerra in capo agli Stati Uniti.”

Da Il mito della guerra buona: gli USA nella Seconda Guerra Mondiale, di David Smith.

La Russia degli anni ’90 rivisitata

Russia-90.8-yeltsin-mcdonalds1

“Negli ultimi tempi il segmento in lingua russa di Internet è stato inondato da fotografie personali degli anni ’90. L’ho notato la prima volta nella mia bacheca di Facebook. Alcune sembravano comprensibilmente buffe — immaginatevi il taglio dei capelli! — altre erano nostalgiche. Ma quello che sembrava un flash mob spontaneo si è rivelato essere un evento pianificato. Infatti, questo esperimento di utilizzo delle reti sociali è stato organizzato dalla Fondazione Yeltsin insieme ad una rivista di opposizione. È stata pensata per le persone non ancora quarantenni e, soprattutto, per quelle nate a cavallo del 1990, troppo giovani per ricordare alcuni orrori di quel decennio. Quindi, lo scopo di questa condivisione di fotografie falsamente spontanea era quello di ridisegnare la memoria di una nazione riguardo i primi anni successivi al collasso dei Soviet. Questa memoria è stata negativa per la gran parte: razzia delle risorse naturali della nazione da parte di poche e selezionate persone, violenza fra bande sulle strade, fame quotidiana, collasso istituzionale, umiliazione nazionale, giusto per nominare alcuni di quegli orrori.
Ed ora, il 25 novembre, la stessa organizzazione non governativa apre a Yekaterinburg, in Russia, un nuovo Centro Yeltsin che include un museo ed un archivio. Il suo scopo dichiarato è quello, apparentemente benefico, di preservare e analizzare gli eventi sociali e politici avvenuti negli anni ’90. Questa prossima apertura è stata accompagnata da una grossa e professionale campagna sulle reti sociali, dalle relative proteste.
Alcuni protestanti sottolineano che la sua sistemazione in Siberia e la recente sfilza di visite da parte di diplomatici stranieri non sono casuali e sono intese a rinfocolare agitazione sociale ed il “separatismo siberiano”. Quest’ultimo attualmente non esiste su nessuna scala significativa, anche se certe fonti sui media occidentali, montandolo per servire gli interessi geopolitici dei rispettivi Paesi, vorrebbero che fosse vero. In ogni caso, questi manifestanti sono consapevoli delle cosiddette rivoluzioni colorate andate storte e molti Russi, in generale, vedono nel riscrivere la storia lo scopo del Centro. Mentre ciò che accadrà al Centro Yeltsin resta da vedere, l’esercizio di condivisione di foto a fini di soft power è finito in un fallimento.
Dopotutto, oltre alle fotografie, migliaia di persone, comprese quelle della fascia demografia bersagliata, hanno diffuso commenti personali risultati men che favorevoli. Alcuni di questi si meritano la traduzione e sono riportati qui sotto. Ho preso questi commenti dei lettori dalla pagina Facebook di un giornalista russo molto conosciuto, Dmitrii Steshin, che scrive per Komsomolskaia Pravda.
Ci sono molte interpretazioni sulla dissoluzione della URSS, dalla cattiveria dell’Occidente al desiderio utopico della gente per i valori ideologicamente liberali di democrazia e libertà, personale ed economica. La verità è nel mezzo: la combinazione della pressione occidentale, il fallimento nella trasformazione, disperatamente necessaria, del gigantesco ed ossificato organismo burocratico e il tradimento degli interessi nazionali da parte delle élite del Paese sono fra i più importanti fattori da considerare.”

Se sei così furbo, perché sei così povero? La Russia degli anni ’90 rivisitata, di Nina Kouprianova continua qui.

Per non dimenticare. 25 anni fa, Cuba e Yemen soli contro la prima guerra del Golfo

10583776_10153283780531204_6751347330747575742_n

Autunno 1990: il Consiglio di Sicurezza dice sì al sequestro dell’ONU da parte statunitense, nella preparazione della devastante «Tempesta del deserto» contro l’Iraq, scatenata a partire dal 17 gennaio 1991.

Il 29 novembre dovrebbe essere una delle tante “giornate del ringraziamento” a Cuba per la funzione storica che ha avuto, spesso da sola, piccola gigante, contro l’imperialismo delle guerre e dei privilegi. Vediamo cosa accadde nei mesi dell’autunno-inverno 1990, mentre l’Occidente (e l’Italia dell’art. 11 della Costituzione…) scivolavano verso una atroce guerra all’Iraq. Uno spartiacque nella storia recente. E forse nella vita di alcuni di noi. Appartenere a un Paese guerrafondaio è atroce.
Il 2 agosto 1990 l’Iraq invade il Kuwait, che accusa di condurre una guerra economica perché invadendo il mercato con il suo petrolio ha contribuito ad affossarne il prezzo, con enormi perdite per gli iracheni appena usciti dalla disastrosa guerra con l’Iran. Pochi giorni prima, l’ambasciatrice statunitense April Glaspie ha dato al presidente Saddam Hussein una sorta di (ingannevole) via libera all’azione militare.
Nei mesi che seguono, gli Stati Uniti mettono i bastoni fra le ruote a qualunque possibile soluzione diplomatica e preparano la legittimazione dell’ONU alla loro guerra aerea, la «Tempesta nel deserto» che distruggerà l’Iraq, a partire dalla notte del 16 gennaio 1991, con la partecipazione di diversi Paesi arabi e occidentali fra i quali l’Italia. Ma già da agosto Bush manda in Arabia Saudita centinaia di migliaia di uomini; è l’operazione «Scudo nel deserto».
Lo Yemen è l’unico Paese arabo nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e, prendendo sul serio il compito di rappresentare l’insieme della regione, rifiuta di partecipare al voto sull’immediata risoluzione 660 che chiede il ritiro dell’Iraq dal Kuwait. Intanto la Giordania cerca una soluzione negoziale presso la Lega Araba, ma dopo una prima riunione, con divisioni nette (unici a non sposare la posizione USA sono Libia, Giordania, Algeria e Yemen), gli USA procedono come carri armati al Consiglio di Sicurezza e la Lega Araba è estromessa.
Al Consiglio di Sicurezza George Bush e alleati rifondano l’ONU trasformandola in strumento del volere e del potere statunitense. Come scrive Phillis Bennis nel libro Calling the Shots. How Washington Dominates Today’s UN (Olive Branch Press, 1995), le Nazioni Unite sono fra le «vittime della guerra del Golfo», «diventando agente legittimante per le decisioni unilaterali dell’unica superpotenza rimasta»: «Del resto, Washington aveva bisogno di un confronto militare, con una chiara vittoria garantita, e con l’avallo ONU, per far capire che, pur rimanendo l’unica superpotenza strategica, non aveva intenzione di piegare le tende; e che Mosca ormai era in linea con il nuovo ordine mondiale».
Alle risoluzioni sull’Iraq, l’Unione Sovietica, in totale declino, prossima alla dissoluzione, fortemente dipendente dagli aiuti occidentali, non oppone mai il veto cui ha diritto in quanto membro permanente del Consiglio di Sicurezza: «Chi siamo noi» risponde mestamente l’ambasciatore sovietico all’ONU a un giornalista, «per dire che il Pentagono non può prendere tutte le decisioni di una guerra che sarà condotta in nome dell’ONU?». Anche la Cina asseconda, non opponendosi a Washington sia per avere un ruolo diplomatico più influente, sia per ottenere un alleggerimento delle sanzioni di cui è gravata dopo i fatti di piazza Tienanmen (1989).
La risoluzione clou che porta alla guerra, il cosiddetto ultimatum all’Iraq, è la 687 del 29 novembre 1990, che autorizza i Paesi membri a cooperare con il Kuwait usando tutti i mezzi necessari, quindi la forza. Gli Stati Uniti e le petromonarchie preparano per bene il terreno utilizzando il bastone e la carota per acquisire il consenso dei membri non permanenti. Fra questi ultimi, a parte i Paesi occidentali (Canada, Finlandia) e la Romania post-muro, uniformemente schierati a favore delle decisioni USA, gli altri membri di turno, appartenenti al gruppo dei non allineati vengono convinti a suon di pacchetti di aiuti, militari e non: Costa d’Avorio, Colombia, Etiopia, Malaysia, Zaire. L’Unione Sovietica, agli sgoccioli, e pronta a tutto pur di avvicinarsi all’Occidente, ottiene 4 miliardi dai Sauditi.
Cuba e Yemen sono i due membri di turno del Consiglio di Sicurezza che fin dall’inizio della crisi hanno puntato i piedi, spesso in solitudine, ricordando al Consiglio la Carta dell’ONU che invoca soluzioni pacifiche alle controversie, e cercando di convincere altri membri ad allontanarsi dalla linea belligerante di Washington. Contro Cuba e Yemen, gli USA e i Sauditi usano il bastone. Alla vigilia della risoluzione cruciale, la pressione sui due disobbedienti si intensifica.
Veramente il bloqueo contro Cuba dura da decenni, quindi gli Stati Uniti non hanno molti strumenti diplomatici ed economici ancor da giocare. Ma ci provano lo stesso: alla vigilia del voto, si svolge a Manhattan il 28 novembre il primo incontro a livello ministeriale fra Washington e l’Avana da 30 anni. E’ chiaramente una verifica della possibilità di convincere i Cubani a desistere. Niente da fare: Cuba e Yemen votano no alla 687 (la Cina si astiene, tutti gli altri dicono sì).
Lo Yemen, il Paese più povero della regione, da poco unificato, paga un prezzo altissimo per il coraggio di violare il consenso ordinato dagli Statunitensi. Pochi minuti dopo il voto, gli USA informano l’ambasciatore Abdallah Saleh al-Ashtal: «Sarà il no più caro che abbiate mai detto»; e cancellano il piano di aiuti di 70 milioni di dollari. Non basta: dal canto suo, l’Arabia Saudita espelle centinaia di migliaia di lavoratori yemeniti. Una ritorsione nazista.
La notte del 16 gennaio 1991 USA e alleati iniziano a bombardare, malgrado la risposta positiva dell’Iraq agli ultimi tentativi negoziali, da parte del segretario generale dell’ONU, dell’Iran (appoggiato da Mosca), e di Nicaragua, India e Germania (Daniel Ortega fu l’ultimo capo di Stato a recarsi a Baghdad per scongiurare la guerra).
Mentre le città irachene vengono distrutte dalle bombe poco intelligenti, e i soldati che si stanno ritirando dal Kuwait vengono sepolti vivi nel deserto dai marines, Mosca appoggia l’accettazione da parte irachena della risoluzione 660: il ritiro dal Kuwait. Ma USA e Gran Bretagna chiedono di più e subito; e continuano a bombardare.
Marinella Correggia

Per un goccio di oro nero

lainfo-es-33289-protesta_yemen-5f0f8

Aerei che lanciano bombe sui civili, una popolazione martoriata, assediata e affamata, bambini cenciosi, strade, ponti, scuole, ospedali, aree residenziali, cimiteri, aeroporti distrutti, un patrimonio archeologico devastato. No, questa volta non si tratta della Siria, ma di una nazione dimenticata, lo Yemen.

Dal 25 marzo, lo Yemen viene attaccato e invaso dall’Arabia Saudita, questo Paese amico, che ci rifornisce di petrolio e acquista le nostre armi.
Secondo l’ONU, in meno di 200 giorni di guerra, il regime wahhabita ha ucciso nello Yemen circa 5.000 persone tra cui 500 bambini.
Il numero delle vittime civili della guerra in Yemen è proporzionalmente maggiore rispetto al numero di civili uccisi nella guerra in Siria.
Infatti, nello Yemen la metà dei morti sono civili mentre sono un terzo le vittime civili in Siria.
Eppure nessuno tra gli umanitari di professione che insultano Assad apre bocca contro il re Salman.
La Siria si è vista imporre una guerra condotta per procura da terroristi, una politica di isolamento e di sanzioni economiche. Per contro, l’Arabia Saudita raccoglie i nostri salamelecchi e la nostra compiacenza.
Con le sue bombe il “nostro amico Re” Salman non fa che distruggere. Impone un blocco terrestre, marittimo e aereo che secondo Medici Senza Frontiere (MSF) uccide tanti civili quanto la guerra guerreggiata. 20 milioni di yemeniti infatti rischiano di morire di fame e di sete a causa della guerra e dell’embargo saudita.
Raramente si vede all’opera in modo così eclatante la politica dei due pesi e delle due misure che scatena le passioni sulla Siria e lascia di marmo sullo Yemen.
Questa politica dei due pesi e due misure sembra un incontro di boxe tra un peso massimo e un peso mosca, dove il peso massimo può colpire il peso mosca sotto la cintura, ma non il contrario.

Il vaso di ferro contro il coccio di argilla
L’aggressione saudita contro lo Yemen riveste una dimensione mitica.
E’ la storia del Paese arabo più ricco del mondo in guerra contro il Paese arabo più povero del mondo.
Ancora una volta, siamo soggetti alla legge del più forte.
Abbiamo acconsentito che il nostro amico re Salman fabbricasse una guerra tra sciiti e sunniti in Yemen quando la maggior parte dei musulmani del Paese pregano insieme in moschee senza etichette confessionali.
Abbiamo demonizzato e vietato il movimento ribelle Ansarullah definendolo “sciita” o “huthi” per compiacere il nostro amico re Salman quando Ansarullah è una coalizione patriottica che include molte figure sunnite come Saad Ibn Aqeel o gruppi non religiosi, come il Partito socialista arabo Baath dello Yemen.
Abbiamo escluso Ansarullah dai colloqui di pace mentre il movimento ribelle stava negoziando con i suoi avversari politici, tra cui con Abderrabo Mansour al Hadi, agente saudita che allora era agli arresti domiciliari.
Abbiamo lasciato lo Yemen diventare il cortile di Re Salman mentre questa nazione sognava l’indipendenza.
Abbiamo stornato lo sguardo quando gli scagnozzi del re Salman (Al Qaeda e ISIS) hanno bruciato la chiesa di San Giuseppe ad Aden e bombardato la moschea sciita di Al Moayyad a Jarraf.
Non abbiamo versato una sola lacrima per i bambini dello Yemen bruciati vivi dai bombardieri del nostro amico re Salman.
Lo Yemen è un Paese così lontano che i suoi rifugiati non possono raggiungerci.
Lo Yemen è un Paese così disprezzato che le sue lamentele non possono arrivarci.
Se Jean de la Fontaine avesse assistito alla guerra del re dell’Arabia Saudita contro il suo povero vicino, avrebbe citato il seguente passo della sua favola del vaso di terracotta e del vaso di ferro:
“Il più debole andò in mille pezzi
senza avere il tempo di dire amen”.
Ecco che da quasi 200 giorni il movimento internazionale per la pace lascia che il vaso di ferro si scontri con un Paese fragile come una vaso di terracotta.
E’ come se una pentola di ferro ci fosse caduta in testa.

Lo Yemen di oggi è il Vietnam di ieri
Durante gli anni ’60 e ’70, il Vietnam ha sperimentato più o meno lo stesso scenario dello Yemen di oggi.
Ngo Dinh Diem era il fantoccio degli USA nel Vietnam del Sud come d’Abderrabo Mansour al Hadi lo è nello Yemen.
I Vietcong (FNL) di ieri sono Ansarullah di oggi.
Che il primo avesse una connotazione comunista e il secondo sia di ispirazione sciita, poco importa. I movimenti nazionalisti vietnamita e yemenita mirano entrambi all’unificazione del loro Paese e all’emancipazione dal dominio degli Stati Uniti.
All’epoca, il movimento internazionale per la pace ha difeso la resistenza del popolo vietnamita, nonostante fosse comunista e sostenuto dall’Unione Sovietica e dalla Cina.
Oggi, il movimento internazionale per la pace, non solo rifiuta di difendere i diritti del popolo yemenita alla resistenza, con il pretesto che è sostenuta da Iran e Siria, ma non difende neppure quella che è la sua ragione d’essere, vale a dire la pace.

Niente sangue per il petrolio
Non molto tempo fa, nel 1991 e nel 2003, gli USA hanno usato il suolo saudita per condurre la loro guerra contro l’Irak.
Allora eravamo milioni di persone a gridare: “Niente sangue per il petrolio” (No Blood for Oil).
Oggi, né gli USA, né l’Arabia Saudita, né i motivi della guerra sono cambiati.
Inoltre, il sangue continua a scorrere per il petrolio.
Solo il movimento per la pace è cambiato.
Non è nemmeno più un movimento, ma solo una massa inerte e silenziosa, cullata dalle illusioni come la “rivoluzione araba”, il “diritto di ingerenza” e la “responsabilità di proteggere”… a colpi di bombe della NATO.
Nel frattempo, il popolo dello Yemen è vittima di una guerra, una guerra che a noi non è estranea, una guerra molto sanguinosa alla quale i nostri governi hanno dato il via libera per un goccio di oro nero.
Bahar Kimyongür

Fonte

550046_514038708642269_138765216_n

L’Unione Europea è soltanto una colonia degli Stati Uniti

Selection_012-275x200_c

“L’Unione Europea è governata da una classe di persone completamente vendute agli Stati Uniti. Esempio tipico e classico è stata la debacle libica, dove gli Stati Uniti e la Francia hanno completamente distrutto il Paese più sviluppato in Africa. Ottenendo che centinaia di migliaia di profughi attraversino il Mediterraneo e cerchino rifugio dalla guerra in Europa. Tale risultato avrebbe potuto essere molto facile da prevedere, e tuttavia i Paesi europei non ha fatto nulla per impedirlo. In realtà, tutte le cosiddette Obamawars (Libia, Siria, Afghanistan, Irak, Yemen, Somalia, Pakistan) hanno portato a enormi flussi di rifugiati. Si aggiunga anche il caos in Egitto, Mali e la povertà in tutta l’Africa. Assistiamo a un esodo di massa che nessun muro-frontiera, fosso di scavo o bombe lacrimogene fermeranno.
Se non bastasse, l’UE ha realizzato quello che può solo essere chiamato un suicidio politico ed economico, consentendo all’Ucraina di esplodere in una guerra civile che coinvolge 45 milioni di persone, che ha distrutto completamente un’economia e installato al potere un vero e proprio regime nazista. Anche questo risultato era facile da prevedere. Ma la reazione degli Euroburocrati e’ stata di imporre sanzioni economiche masochiste alla Russia. Il che che ha finito per creare esattamente le condizioni e l’incentivo necessario per l’economia russa a diversificare e a produrre localmente invece di importare tutto dall’estero.
Vale la pena di ricordare che alla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Europa era praticamente un territorio occupato. I Sovietici avevano la parte centro-orientale, mentre gli Stati Uniti/Regno Unito avevano la parte occidentale. Siamo stati condizionati a pensare che le persone che vivevano sotto “l’oppressione” di ciò che la propaganda degli Stati Uniti ha denominato il “Patto di Varsavia” (in realtà chiamato “Organizzazione del Trattato di Varsavia”) siano stati meno liberi rispetto a quelli che vivevano sotto la “protezione” del Trattato Nord Atlantico.
A parte il fatto che il termine “Nord Atlantico” è stato coniato deliberatamente per legare l’Europa occidentale agli Stati Uniti, la questione centrale è che mentre in molti modi le persone in Occidente hanno avuto più libertà rispetto a quelli in Oriente, gli Stati Uniti/Gran Bretagna occupavano parte di un’Europa che non si è mai ripresa la propria sovranità. E proprio come i Sovietici hanno coltivato un’élite compradora locale in ogni Paese dell’Europa orientale, così hanno fatto gli Stati Uniti in Occidente.
La grande differenza è apparsa solo alla fine degli anni ’80 e ai primi ’90, quando l’intero sistema a conduzione sovietica è crollato mentre il sistema gestito dagli Stati Uniti è uscito rafforzato a seguito del crollo sovietico. Sicché, a partire dal 1991, la morsa di ferro degli Stati Uniti sopra l’UE è diventata ancora più forte di prima.
La realtà è triste e semplice: l’Unione Europea è una colonia degli Stati Uniti, gestita da marionette degli Stati Uniti che non sono in grado di lottare per gli interessi fondamentali ed evidenti degli Europei.”

Da L’Europa è in caduta libera, del Saker.
[Il collegamento inserito è nostro]