Per un’Europa fuori dalla NATO

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“Nell’Europa estremo-occidentale è venuto il momento perché un gruppo elitario d’avanguardia intraprenda una lotta politica violenta sul tema ‘NATO fuori d’Europa’.
Quello che ho scritto già 25 anni fa si realizza ora: la NATO sedicente scudo militare “contro il comunismo ateo” era soprattutto uno strumento di vassalizzazione politica. Da 2 anni Washington ha lasciato cadere la maschera.
Non vi è più alcun esercito sovietico che minacci l’Europa occidentale – ciò che non impedisce affatto a Washington di mantenere le strutture della NATO, se non addirittura di rafforzarle.
(…)
L’Europa dell’Ovest è dal 1945 nelle mani dei lacchè di Washington – dei leccapiedi del Pentagono.
La Russia potrebbe, in brevissimo tempo, vedersi anch’essa dotata di una classe ‘dirigente’ agli ordini di Washington.
La risposta è chiara: è necessario creare nel minor tempo possibile delle reti ideologiche, dottrinali, politiche fra l’élite lucida dell’ex-URSS e l’élite lucida dell’Europa dell’Ovest.
Queste due élites rivoluzionarie devono incastrarsi l’una nell’altra e preparare la partenza, l’espulsione dell’occupante americano.”

Da L’Europa fino a Vladivostok, di Jean Thiriart, in “Orion”, n. 96, settembre 1992, pp. 15-16.
Una esaustiva nota biografica dell’autore può essere consultata qui.

Nella foto, una delegazione del comitato organizzatore della prossima manifestazione per l’uscita dalla NATO, in programma sabato 8 ottobre a Berlino, fa tappa a Kaliningrad nel suo viaggio promozionale fino a Mosca, iniziato presso la Porta di Brandeburgo la scorsa domenica 7 agosto (ved. video sottostante).
Per info sull’iniziativa si può consultare friedensbewegung.info.

Una gigantesca ammissione di debolezza

13606961_1088155314563936_916820004075906369_n“La cosa più patetica di tutto ciò è come gli Anglosionisti stiano fraintendendo i Russi. Da un punto di vista culturale russo, tutto quello che hanno fatto l’Occidente e la NATO sono segni di debolezza. Perché un’alleanza forte avrebbe bisogno di impegnarsi in minacce senza senso (battaglioni della NATO o scudi antimissile)? Perché un’alleanza forte cercherebbe la sicurezza nei numeri? Perché una forte alleanza agisce come se in realtà non esistesse? Da un punto di vista russo tutto questo tintinnar di sciabole e protagonismo è in realtà una gigantesca ammissione di debolezza, e i Russi non sono affatto impressionati. E non temono di esprimere il loro compiacimento per quello che vedono come un patetico sfoggio di incompetenza da parte di una leadership occidentale incapace.
Questo non vuol dire che i Russi non siano preoccupati. Lo sono. Molto. Perché anche loro capiscono che nonostante tutta la patetica mancanza di visione politica e perfino di basilare professionismo, gli Anglosionisti sono ancora molto pericolosi. Non serve molta intelligenza per scatenare una guerra nucleare. Così anche se i Russi ora sono apertamente sprezzanti dell’Impero, capiscono comunque che è proprio l’inettitudine dell’Occidente che richiederà una tremenda dose di cautela e pazienza da parte della leadership russa per “far cadere con dolcezza” l’Impero senza scatenare una guerra nucleare planetaria.
Si potrebbe dire che la Russia tema la debolezza USA/NATO/UE molto più di quanto tema la forza di USA/NATO/UE.
Infine, molti Russi capiscono che la civiltà occidentale è screditata, moralmente in bancarotta e, fondamentalmente, morta come lo era la civiltà sovietica a fine anni ’80. Non ci sono più “valori occidentali”, almeno non di una qualità diversa da quella oggetto di barzellette e sogghigni disgustati. Tutta la grande costruzione concettuale composta da nozioni come “democrazia”, “diritti umani”, “libertà”, “giustizia”, è crollata e ora è irreparabile. La buona notizia è che questo crollo non è definitivo, e proprio come la Russia alla fine ha riscoperto sé stessa dopo il 2000, così farà l’Occidente, sia negli USA che in Europa. Posso facilmente immaginare i popoli d’Occidente che alla fine tornano alle loro antiche radici storiche, ma lo faranno in un nuovo modo. Proprio come la Russia del 2000-20016 non è la Russia di prima del 1917, così il nuovo Occidente emergerà come qualcosa di nuovo, ma con radici nel lontano passato. Ma prima che questo accada l’Occidente dovrà subire un doloroso e pericolosissimo processo di disintegrazione simile a quello che ha attraversato l’Unione Sovietica più o meno tra il 1980 e il 2000.
Dmitry Orlov ha assolutamente ragione. Il collasso dell’Occidente è inevitabile, e lo studio del collasso dell’Unione Sovietica può dare molte lezioni interessanti.
Ma per adesso siamo bloccati nella nostra attuale realtà. Un mondo diviso in due, con, da una parte, un morente, deludente e debole Impero e, dall’altra, più o meno il resto del genere umano. In questo mondo morente ed instabile, il summit della NATO a Varsavia ha avuto più o meno lo stesso ruolo del XXVI Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica nel 1981: un toccante sfoggio di unità di fronte ad un inevitabile collasso.
Se ricordiamo quello che è accaduto all’URSS e alla Russia nei seguenti due decenni, possiamo solo concludere che stiamo per entrare in un difficilissimo e pericoloso periodo della storia.”

Da La “XXVI Conferenza del Partito della NATO” a Varsavia (un commento), di Il Saker.

Succedeva nel 1939

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Una lezione per l’oggi?

“Il 18 settembre 1939, un documento del Governo sovietico, sulla cui autenticità nessuno può porre dubbi, afferma che è intenzione di Mosca “adottare tutte le misure per garantire la protezione del popolo polacco dalla sciagura della guerra, nella quale è stato gettato dalla sconsideratezza dei suoi capi, offrendo al popolo stesso la possibilità di condurre una vita tranquilla”. Non solo: il giorno seguente, il 19 settembre, un comunicato congiunto sovietico–tedesco manifesta la comune intenzione di “aiutare il popolo polacco a riorganizzare la propria compagine statale”. Strano lessico, quello dei documenti in questione, per chi avesse inteso condurre in porto una spartizione, un’annessione, distruggendo per intero la sovranità di uno Stato! Altro elemento che distrugge ogni tesi di “sacra unione” sovietico–tedesca: il 7 settembre, nei suoi diari, Halder, Capo di Stato Maggiore tedesco, aveva affermato che Hitler era pronto a riconoscere, entro certi limiti territoriali, una Polonia sovrana svincolata da Gran Bretagna e Francia. Parimenti, le aree a maggioranza ucraina e russa dovevano essere staccate dalla nuova compagine statale. Il 12 settembre, Canaris aveva ricevuto l’ordine di attivare focolai insurrezionali per creare una Galizia nazionalista e anticomunista sotto l’egida ucraina. E’ evidente che, se è vero questo, non esiste alcuna intesa con l’URSS! Infatti, solo l’intervento dell’Armata Rossa, il giorno 17, evita questo scenario, che avrebbe portato ad uno Stato anticomunista aggressivo e fanaticamente nazionalista alle porte dell’URSS, con rivalse inimmaginabili verso le popolazioni polacca ed ebraica, concepite come dominatrici e vessatrici. Grazie a quell’intervento, la Germania, rappresentata a Mosca da Von der Schulenburg, pezzo da novanta della diplomazia, capisce che l’URSS, corretta nel rispetto dei trattati, non intende avallare espansionismi eccessivi e incontrollati, e nemmeno Stati-fantoccio per essa pericolosi. Da parte sovietica si spera anche, e questo la storiografia non lo ha quasi mai messo in evidenza, che nella leadership nazista prevalga l’ala “eurasista“, non del tutto sopita, desiderosa di addivenire ad un patto organico con l’URSS buttando a mare le farneticazioni imperialiste del “Mein Kampf” e realizzando il “Drang nach osten” pacificamente, con il rafforzamento delle relazioni economiche e politiche con l’URSS e gli Stati dell’area centro–orientale e balcanica. Questa tendenza si paleserà, ad onta di storiografie manichee e tendenziose che nulla hanno di dialettico, tanto meno di marxista, quando nel giugno–luglio 1941 diversi studiosi, militari, politici nazionalsocialisti si dimetteranno dai loro posti, giudicando assurda e inammissibile l’invasione dell’URSS. Nel gruppo dirigente nazista c’è chi carezza l’ipotesi della Polonia indipendente per motivi contrastanti: l’ala eurasista, di cui abbiamo trattato, per rafforzare la propria concezione nel quadro politico–istituzionale del Reich; quella hitleriana ortodossa, per raggiungere, tramite una pace con il Regno Unito, l’obiettivo di una futura crociata unitaria dell’occidente e della Polonia stessa contro l’URSS.
Come abbiamo visto, sono proprio i Polacchi, o meglio il loro gruppo dirigente, a rendere impossibile uno scenario gradito, per ragioni opposte, tanto all’URSS quanto alla Germania: la fuga ingloriosa del governo polacco in Romania distrugge ogni possibilità di accordi e obbliga URSS e Germania a stabilire un confine, in forma pattizia, pubblica e trasparente, in territorio polacco, il 28 settembre 1939. L’URSS si attesta lungo la linea Narev–Bug–San, lasciando la Vistola all’influenza tedesca. Lo Stato sovietico vede riconosciuta anche la Lituania come componente della sua sfera di influenza. Ora, la Vistola sarebbe dovuta entrare, secondo i “protocolli”, nell’area sovietica, mentre la Lituania avrebbe dovuto essere appannaggio della Germania. Se ciò non avviene è per mutamenti completamente indipendenti da inesistenti volontà pattizie presuntamente modificate nel tempo. La Germania, in quel 1939, vuol fare del Baltico un sol boccone, come provano movimenti e trame che dureranno fino a tutto il 1940 e che verranno sventati solo grazie alla volontà sovietica di pace, al movimento dei lavoratori e al barlume di saggezza di settori governativi estoni, lituani e lettoni, consapevoli del rischio di finire sudditi del Reich. Se nel 1940 quei Paesi entreranno a far parte della comunità sovietica, sarà per la loro volontà di non sottostare alle minacce naziste e con il grave scorno della Germania, dimostrato da note di protesta e minacce. Stesso ragionamento vale per la Finlandia che, lungi dall’essere una vittima, in quello stesso periodo provoca l’URSS in nome di un nazionalismo sapientemente rinfocolato da Berlino e finisce per pagarne il prezzo, rinunciando a propositi che prevedevano la conquista di una porzione consistente dell’area di Leningrado assieme all’esercito del Reich.”

Da Il Patto Molotov–Ribbentropp. Vero patto, finti protocolli di Luca Baldelli.
Per arricchire l’analisi dell’autore in merito al patto tedesco-sovietico di non aggressione del 23/8/1939, si riporta un estratto da Carl Schmitt, La guerra d’aggressione come crimine internazionale (il Mulino, 2015, p. 119):
“Il 28 settembre 1939 fece seguito il Trattato tedesco-sovietico di amicizia e per i confini, che fissava i confini degli interessi imperiali di entrambi i contraenti nel territorio dell’allora Stato polacco; riconosceva questi confini come definitivi e rigettava “ogni intrusione di potenze terze in questa regolazione”. In uno scambio di lettere tedesco-sovietico del 28 settembre 1939 si concordò, sulla base e nel senso della raggiunta intesa politica, di promuovere con ogni mezzo le relazioni economiche e lo scambio di merci tra Germania e Unione Sovietica e di realizzare un programma economico che prevedesse lo scambio tra le materie prime sovietiche e i prodotti industriali tedeschi. Per l’adempimento di questo piano, l’11 febbraio 1940 fu concluso tra i due Paesi un accordo economico e il 10 gennaio 1941 un accordo economico allargato.”

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Una grandiosa operazione durata 16 anni

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“Purtroppo, molte persone ancora non pensano al perché Stati Uniti e Inghilterra ora facciano pressione al nostro Paese così intensamente. La risposta può essere trovata leggendo il materiale qui sopra. Così come nel valutare cosa sia stato esattamente fermato dalla prima operazione militare su vasta scala della Russia post sovietica fuori dal suo territorio.
Non c’è dubbio che i tentativi dell’Occidente di fare pressione sulla nostra economia, destabilizzare la nostra società civile, di attirare la Russia in unioni anti-russe e giocare sulle tensioni inter-etniche continueranno.
In ogni caso, dobbiamo riconoscere che le paure degli Stati occidentali sono abbastanza giustificabili…
Un territorio enorme, risorse colossali, una popolazione intelligente, alta moralità: la Russia ha tutto ciò che serve per diventare uno Stato dominante. La storia dimostra che tutte le volte che la Russia ha sconfitto questa o quella aggressione e la pressione su di essa si è temporaneamente indebolita, ne è seguito sempre un periodo di sviluppo furibondo. Liberandosi di “manette e catene” che tenevano bloccato il Paese, la Russia ha invariabilmente risposto con tante azioni, realizzazioni, successi e rapida crescita.
Pertanto, difficilmente sorprende che durante questi periodi l’Occidente si unisca subito e che, sempre collettivamente, faccia pressione sul nostro Paese. In altre parole, ha fatto esattamente quello che vediamo oggi.
Fortunatamente, una diplomazia eccellente, azioni magistrali in ambito geopolitico e un approccio ben ragionato con i nemici interni, così come una forza nucleare di difesa che è la migliore nel mondo, in collaborazione con le forze mobili e altamente professionali, hanno permesso alla Russia un rafforzamento del suo ruolo costruttivo come super potenza eurasiatica, il ruolo del principale contrappeso all’egemonia imperiale degli Stati Uniti e alla follia liberale dell’Unione Europea.
Nel suo insieme, tutto ciò, in un prossimo futuro, potrebbe fare del nostro Paese un leader riconosciuto della resistenza mondiale alla corporatocrazia, alla globalizzazione, alla falsa tolleranza e correttezza politica e farlo diventare il principale difensore dei valori tradizionali spirituali, religiosi, morali e storici dei popoli sulla Terra a fronte di un Occidente che ha invece perso ogni punto di riferimento.”

Dalle conclusioni generali di Il Grande Maestro Putin, di RoSsiBaRBeRa.

Pericoli fantasma, reti imperiali: il mondo visto dal Pentagono

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Il mondo è minacciato da Russia, Cina, Iran, Corea del Nord – e oh sì, lo Stato Islamico – e la sua unica speranza è l’America, sostenuta da alleati fedeli di tutto il mondo. Questa è la visione dipinta dal capo del Pentagono, con il presidente Hillary Clinton in mente.

Il Segretario alla Difesa USA Ashton “Ash” Carter ha delineato la sua visione delle sfide strategiche dell’America in una conferenza ospitata dal Center for New American Security (CNAS) lunedi [20 maggio – n.d.t.] a Washington, DC. Mentre il capo del Pentagono ha detto che sarebbe stato “estremamente attento a non rilasciare commenti sulle elezioni,” il contenuto della sua presentazione si è molto chiaramente allineato alla posizione oligarchica abbracciata dalla Clinton e minacciata dagli appelli di Donald Trump di mettere “l’America prima.”
Mentre Trump è stato critico del coinvolgimento degli Stati Uniti in tutto il mondo, Carter ha sostenuto che l’America è “il tutore della sicurezza globale” grazie alla sua “rete di lunga data di alleati e partner in ogni angolo del mondo”.
Il che non è esagerato. Allo stato attuale, gli Stati Uniti hanno 187.000 militari schierati in 140 Paesi, secondo il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito generale Mark Milley. Si noti, anche, che il Dipartimento della Difesa USA ha diviso il mondo in sei “comandi di combattimento”. Il Pentagono è così impegnato ad occupare il mondo che il governo degli Stati Uniti ha dovuto istituire un separato Dipartimento per la Sicurezza Nazionale dopo gli attacchi terroristici dell’11 Settembre. Continua a leggere

Come Napoleone 200 anni fa

12742123_10153972546296204_1780401827931378062_n“Ho osservato la storia e ho concluso che tutta questa russofobia è iniziata quando Carlo Magno ha creato l’Impero occidentale 1.200 anni fa, ponendo le basi per il grande scisma religioso del 1054. Carlo Magno creò il suo impero in opposizione alla situazione esistente, quando il centro del mondo civilizzato era Bisanzio.
La cosa più sconvolgente di cui mi sono reso conto era che tutto quello che ci hanno insegnato a scuola era sbagliato. Sostenevano che i dissidenti appartenevano alla Chiesa d’Oriente, che si era divisa da Roma. Ora so che quello che è successo è proprio il contrario: è stata la Chiesa cattolica occidentale a dissentire dalla Chiesa universale, mentre la Chiesa d’Oriente è rimasta ed è ancora ortodossa.
Al fine di spostare la colpa da se stessi, i teologi occidentali di quel tempo lanciarono una campagna giustificatoria per dare la colpa alla Chiesa d’Oriente. Hanno usato argomentazioni che sono ritornate ancora e ancora come parte del confronto tra l’Occidente e la Russia. Allora, nel Medioevo, hanno cominciato a riferirsi al mondo greco, o bizantino, come un “territorio di tirannia e barbarie”, al fine di sconfessare la responsabilità dello scisma.
Dopo la caduta di Costantinopoli, quando la civiltà bizantina si è conclusa, e la Russia ne ha preso il posto come Terza Roma, tutte quelle superstizioni, tutte quelle bugie circa la desacralizzazione del mondo ellenico, sono state trasferite automaticamente alla Russia.
È strano vedere le note di viaggiatori occidentali in Russa a partire dal XV secolo: tutti descrivono la Russia negli stessi termini che avevano usato per descrivere Bisanzio. Questa critica artefatta è considerevolmente aumentata dopo le riforme di Pietro il Grande e Caterina la Grande, quando la Russia è diventata potente sulla scena politica europea. Ed entro la fine del XVIII secolo, la critica è diventata russofobia.
Nata in Francia sotto Luigi XV, è stata utilizzata per un po’ da Napoleone per giustificare un’animosità verso la Russia, che era un ostacolo alla politica espansionistica della Francia. Il “Testamento di Pietro il Grande” [un documento politico contraffatto, NdT] fu utilizzato da Napoleone come giustificazione per la sua campagna di Russia.
Possiamo confrontare questo caso con i tempi moderni, in cui, al fine di raggiungere i loro obiettivi, gli Americani hanno inventato la menzogna che Saddam Hussein avesse armi di distruzione di massa. La russofobia è rimasta in Francia come ideologia politica fino al XIX secolo, quando dopo aver perso la guerra franco-prussiana, la Francia si rese conto che il suo principale nemico non era più la Russia, ma la Germania, diventando alleata della Russia.
Per quanto riguarda l’Inghilterra, la russofobia vi apparve intorno al 1815, quando la Gran Bretagna, alleata con la Russia, sconfisse Napoleone. Una volta che il nemico comune fu sconfitto, l’Inghilterra invertì la rotta e fece della Russia il suo nemico, alimentando la russofobia. Dal 1820, Londra utilizzò un’ideologia anti-russa per mascherare le sue politiche espansionistiche, sia nel Mediterraneo sia in altre regioni – Egitto, India e Cina.
In Germania, la situazione non cambiò fino alla fine del XIX secolo, quando fu creato l’impero tedesco. Non aveva colonie, e non c’era posto per ottenerne, poiché Inghilterra, Francia, Spagna e Portogallo avevano avuto un vantaggio iniziale. Poiché tutte le colonie erano state assegnate senza la Russia, apparve in Germania un movimento politico che cercava una “espansione verso l’Oriente”, vale a dire, le moderne Ucraina e Russia. Questo tentativo fallì durante la Prima Guerra Mondiale, e più tardi, Hitler usò la stessa ideologia.
Non è un caso che gli storici tedeschi siano stati all’origine di quello che è conosciuto come “revisionismo”, la tendenza a sottovalutare il contributo dell’URSS alla vittoria sul Terzo Reich, sopravvalutando il contributo degli Stati Uniti e della Gran Bretagna.
Il terzo tipo di russofobia è americano, ed è iniziato nel 1945. Non appena hanno sconfitto la Germania attraverso iniziative comuni con l’URSS, a costo di milioni di vite sovietiche, hanno disseminato la stessa storia creata dopo la vittoria su Napoleone nel 1815. Gli Stati Uniti hanno invertito la rotta e l’alleato del giorno prima è diventato il loro principale nemico. Così è iniziata la Guerra Fredda.
Gli Americani hanno usato gli stessi argomenti degli Inglesi nel 1815, sostenendo che essi “combattevano contro il comunismo, la tirannia, l’espansionismo”, e i loro argomenti erano ben poco diversi, fatta eccezione per la cosiddetta lotta contro il comunismo. Questa si è rivelata un trucco, perché al crollo dell’Unione Sovietica il confronto tra l’Occidente e la Russia non è terminato.
La storia del XIX secolo si ripete: gli Stati Uniti continua a parlare di una “minaccia” presumibilmente proveniente dalla Russia, al fine di raggiungere i propri obiettivi, promuovere i propri interessi, e perseguire la propria espansione. Oggi si demonizza la Russia in modo da mettere i missili della NATO in Polonia, usando le stesse parole e gli stessi argomenti che usava Napoleone 200 anni fa.”

Da Guy Mettan: le radici della russofobia, intervista all’autore di Russofobia. Mille anni di diffidenza.

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2017, guerra con la Russia

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Esce in Gran Bretagna il romanzo 2017, War with Russia. Un trhiller che racconta della prossima guerra tra l’Occidente e Mosca a seguito dell’acuirsi della crisi ucraina. Solo un romanzo certo, “se non che l’autore è sir Richard Shirreff, un generale britannico a quattro stelle, più alto in grado della NATO, secondo al solo comandante supremo, e come tale, testimone e partecipe delle riunioni di più alto livello dove si decidevano le politiche di sicurezza dell’Occidente”. Così sul Corriere della Sera del 9 giugno Ricardo Franco Levi.
Ovviamente nel libro la guerra sarebbe conseguenza dell’aggressività russa. E però, annota l’autore, “se siamo arrivati a questo punto, la responsabilità non è solo della Russia di Vladimir Putin, è anche nostra, dell’Occidente. Dopo aver allargato la NATO ai Paesi dell’Europa centrale, ai Balcani e ai Paesi baltici, con la promessa di un ingresso nell’Alleanza estesa all’Ucraina abbiamo reso concreta la possibilità e acuito la storica paura di un accerchiamento militare in una Russia che, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e il caos degli anni novanta, stava recuperando la propria potenza e il proprio orgoglio nazionale”.
Levi conclude che è necessario attutire il confronto ed è dovere della politica recuperare «un dialogo e una collaborazione con Mosca», evitando di cercare rassicurazioni solo sul piano della sicurezza militare.

Nota a margine. Il libro di sir Richard Shirreff suona come un campanello d’allarme. L’ennesimo. Ché il pericolo è reale. Come anche la datazione: chi spinge per l’opzione bellica (i neocon) immagina di avere una finestra di opportunità ridotta per la vittoria. Ora o mai più, stante che l’avversario storico sta riprendendo sempre più vigore.
Un’idea folle, che si fonda sulla presunzione di gestire l’eventualità di una guerra atomica grazie al gap tecnologico-militare tra i contendenti. Follia, certo, ma basta vedere la follia dell’ISIS, l’altra faccia della medaglia della rivoluzione globale alimentata dagli ambiti neocon, per capire quanto sia reale e pervicacemente perseguita.
Anche la data ha la sua suggestione per gli ambiti neocon, i quali hanno spinto per la disfatta del comunismo rifiutando l’opzione riformista di Gorbaciov. Infatti, il prossimo anno sarà il centenario della rivoluzione russa, un anno ideale per chiudere definitivamente i conti con il mostro rivoluzionario.
La rivoluzione comunista di Marx, improntata alla difesa dei lavoratori e alla razionalità (almeno negli ideali del filosofo), deve lasciare spazio alla rivoluzione neoconservatrice, fondata sul trionfo dell’aristocrazia plutocratica e l’irrazionalismo.

Fonte