Terrore Rosso colpisce ancora? Gli USA impongono la designazione di agenti stranieri sui media russi come ai tempi della seconda guerra mondiale

Di Robert Bridge per rt.com

Il McCarthyismo dell’epoca sovietica che ha imperversato in America alla metà del XX secolo è stato un semplice gioco da bambini rispetto all’isteria russofobica che ora sta attraversando gli USA, dove i media russi devono persino identificarsi con una designazione tipica dell’era nazista.

L’aspetto più inquietante della spettacolare esplosione delle relazioni USA-Russia nell’ultimo anno non è necessariamente la velocità fulminea con la quale si è verificata, ma che si tratta di un atto deliberato e premeditato di violenza politica assolutamente evitabile.
La massiccia campagna anti-Russia è arrivata con una ferocia così rapida e ingiustificata che nemmeno l’ultimo senatore americano Joseph McCarthy, il cui nome è praticamente sinonimo di caccia alle streghe, sarebbe arrivato a tanto. E proprio quando pensi di aver toccato il fondo nelle relazioni bilaterali, una botola si apre sotto i piedi, svelando un’altra caduta precipitosa.
In quello che sembra essere il motivo principale nelle relazioni mediatiche tra Stati Uniti e Russia, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha fatto al ramo americano di RT [Russia Today] la richiesta oltraggiosa di registrarsi come “agente straniero” per continuare ad operare sul suolo statunitense.
Ciò che rende la richiesta degli USA particolarmente inaccettabile, se non del tutto ripugnante, è la storia dietro la Legge per la registrazione degli agenti stranieri del 1938, o FARA, creata per contrastare l’agitazione filo-nazista. Poche persone avrebbero potuto dimenticare quanto sangue, sudore e lacrime costarono alla Russia nel suo straordinario sforzo per respingere l’armata di Hitler dal suo territorio. Infatti, senza il sacrificio incomparabile della Russia, che ha spezzato la schiena della macchina da guerra nazista, sarebbe assolutamente inutile parlare oggi di “libertà mediatica”. Continua a leggere

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“Make the economy scream!”

Ordinava Richard Nixon alla CIA per piegare il Cile di Salvador Allende.
Lo stesso scenario si ripete in Venezuela, per ora non con i risultati attesi.

“Il 18 gennaio 2013, mentre l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (in inglese FAO) ha da poco pubblicato il suo rapporto annuale, il suo ambasciatore Marcelo Resende de Souza visita in Venezuela un mercato di Valencia (Stato di Carabobo), accompagnato dall’allora vicepresidente Nicolás Maduro. “Possediamo tutti i dati sulla fame nel mondo – dichiara. Ottocento milioni di persone soffrono per fame; 49 milioni in America Latina e nei Caraibi, ma nessuna in Venezuela perché qui la sicurezza alimentare è assicurata”.
Stranamente, passati appena quattro mesi, avendo la malattia portato via Hugo Chávez ed essendo stato eletto capo dello Stato il suo ex-vice-presidente, il quotidiano (e portavoce ufficioso delle multinazionali spagnole) El País intona tutta un’altra canzone: “La penuria mette in difficoltà Maduro”.
Certo, la penuria riguardava principalmente, in quel momento, la carta igienica (che, nelle settimane successive diventerà un appassionante argomento di dissertazione per i piscia-copie del mondo intero), ma, dice El País, si aggiunge a “un’assenza ciclica (…) di farina, polli, deodoranti, olio di mais, zucchero e formaggio (…) nei supermercati”
Così esordisce mediaticamente ciò che diventerà “la peggiore crisi economica” conosciuta da questo Paese, “potenzialmente uno dei più ricchi al mondo”, a causa della sua “dipendenza dall’oro nero”, del “calo del prezzo del barile di petrolio” e dello “sperpero del governo”. Mentre i portavoce dell’opposizione incolpano di ciò l’eccessivo intervento dello Stato, la regolazione “autoritaria” dei prezzi, l’impossibilità che ne consegue per l’impresa privata di coprire i suoi costi di produzione, la mancanza di valute concesse dal potere per importare materie prime e prodotti finiti, la penuria diventa cronica, i reparti dei supermercati desolatamente vuoti, le file in attesa interminabili, il “mercato nero” onnipresente. “In Venezuela, il ribasso del petrolio fa divampare i prezzi dei preservativi” potrà ben presto titolare Le Figaro (17 febbraio 2015). Anche i medicinali diventano introvabili, attizzando l’angoscia e le sofferenze della popolazione.
Una tale situazione ha di che commuovere gli umanitaristi del mondo intero. “Se c’è una crisi umanitaria importante, ovvero un cedimento dell’economia, al punto che loro [i Venezuelani] abbiano disperatamente bisogno di alimenti, di acqua e di cose simili, allora potremmo reagire”, annuncia alla CNN, il 28 ottobre 2015, il capo del Comando sud dell’esercito degli Stati Uniti , (Southern Command), il generale John Kelly, in risposta agli appelli “disperati” della “società civile” venezuelana. Fin da 2014, mentre il Tavolo di unità democratica (MUD) chiamava al rovesciamento del capo dello Stato, lanciando l’operazione “La Salida” (“l’uscita”), una delle sue dirigenti, María Corina Machado, aveva tracciato la via: “Certi dicono che dobbiamo aspettare le elezioni fra qualche anno. Ma chi non riesce a dar da mangiare ai suoi bambini può aspettare? (…) Il Venezuela non può più aspettare!”. La violenta sequenza sovversiva fallisce, ma si chiude con 43 morti e oltre 800 feriti. Ed i Venezuelani continuarono a trovare ogni giorno difficoltà sempre più insopportabili per rifornirsi.
Il 6 dicembre 2015, al momento delle elezioni legislative, avendo le preoccupazioni, le privazioni e il malcontento eroso il morale dei cittadini di ogni parte, il chavismo perde 1.900.000 voti e diventa minoritario in parlamento. Invertendo i termini dell’equazione, la grande internazionale neoliberale celebra questo trionfo della “democrazia” sul “caos”. Sottomessi a un’informazione scelta e raccolta per rinforzare questa visione a priori, ben pochi, in particolare all’estero, hanno consapevolezza che questa vittoria si è fondamentalmente adagiata sul torpore della “rivoluzione bolivariana”, con una destabilizzazione economica simile a quella utilizzata negli anni 1970 in Cile contro Salvador Allende. Denunciata a suo tempo dai progressisti (più organizzati, lucidi e coraggiosi all’epoca rispetto a oggi) quest’ultima fu confermata ufficialmente, trentacinque anni più tardi, dalla declassificazione di ventimila documenti provenienti dagli archivi segreti del governo degli Stati Uniti. Per la “crisi venezuelana”, si può sperare quindi di vedere cessato lo scollamento tra discorso mediatico e realtà tra circa tre decenni. Cosa che, purtroppo, arriverà un po’ tardi per la comprensione degli avvenimenti e la difesa urgente, sulla terra di Bolivar, di una democrazia particolarmente minacciata. Ma permetterà probabilmente a quelli che oggi, per vendere giornali, chiudono intenzionalmente gli occhi o deviano vilmente lo sguardo, di pubblicare e commentare con indignazione queste “stupefacenti rivelazioni”.”

La guerra economica spiegata ai principianti (e ai giornalisti), di Maurice Lemoine continua qui, nella sua prima parte.
Seconda parte.
Terza parte.
Quarta ed ultima parte.

Primo comandamento del ceto politico italiano: onora l’occupante!

I sindaci di Valsamoggia e di Monte San Pietro, comuni in provincia di Bologna, Daniele Ruscigno e Stefano Rizzoli, onorano la memoria di Paul R. Joyce, pilota americano di un Republic P-47 abbattuto dalla contraerea il 15 luglio 1944, mentre faceva ritorno alla base dopo una missione di bombardamento.

Fonte

Trump, Syriza & Brexit provano che il voto è solo una piccola parte della battaglia


Di Neil Clark per rt.com

Se il voto cambiasse qualcosa, l’avrebbero abolito. Potrebbe sembrare un po’ scontato ma considerate questi eventi recenti.
Nel gennaio del 2015, il popolo greco, malato e stanco di austerità e di un modello di vita frenetico, ha votato per Syriza, un partito radicale anti-austerità. La coalizione della sinistra, che era stata costituita solo undici anni prima, ha conseguito il 36,3% del voto e 149 dei 300 posti del Parlamento ellenico. Il popolo greco aveva ragionevoli speranze che il suo incubo di austerità finisse. La vittoria di Syriza è stata salutata dai progressisti in tutta Europa.
Ma cosa è successo?
E’ stata applicata dalla “Troika” pressione sulla Grecia per accettare condizioni onerose per un nuovo salvataggio. Syriza si è rivolto alla gente nel giugno 2015 per chiederle direttamente in un referendum nazionale se dovessero accettare i termini.
“Domenica non stiamo semplicemente decidendo di rimanere in Europa, stiamo decidendo di vivere con dignità in Europa”, dichiarò Alexis Tsipras, leader di Syriza. Il popolo greco ebbe doverosamente a concedere a Tsipras il mandato che aveva chiesto e respinse i termini del salvataggio con il 61,3% di ‘No.’
Tuttavia, poco più di due settimane dopo il referendum, Syriza accettò un pacchetto di salvataggio che conteneva tagli più alti delle pensioni e maggiori aumenti di imposta rispetto a quello offerto in precedenza.
Il popolo greco avrebbe potuto starsene comodamente a casa dato che il voto non ha fatto grande differenza.
Molti sostenitori di Donald Trump negli Stati Uniti la pensano senza dubbio allo stesso modo. Continua a leggere

Relazione speciale sulla partecipazione italiana al Programma Joint Strike Fighter F-35 Lightning II

Dedicata a chi, nell’ormai lontano 2008, prometteva ritorni occupazionali nell’ordine di 10.000 posti di lavoro…

“L’Italia ha partecipato al programma fin dalle origini, nel perseguimento di obiettivi strategici (rimpiazzo di parte della propria flotta; mantenimento della sovranità nazionale) e economici (previsione di ritorni industriali, occupazionali e tecnologici).
Quanto agli obiettivi strategici, la Corte non entra nel merito della scelta dell’acquisizione, che ha natura politica, ed è quindi sottratta alle valutazioni dell’organo di controllo. Neppure ritiene possibile accertare, ora per allora, se l’ingresso nel programma come Partner di 2° livello fosse opportuno, all’epoca in cui la decisione fu presa. Si propone invece di fornire elementi di analisi alla riflessione, in corso al momento attuale, circa la prosecuzione o l’ulteriore ridimensionamento della partecipazione italiana al programma, opzione, quest’ultima, che rimetterebbe ad altre soluzioni il soddisfacimento dei requisiti operativi delle forze armate. Le considerazioni che seguono sono svolte pertanto con riferimento all’attualità, tenuto conto della circostanza che il programma è giunto a uno stadio ormai avanzato di svolgimento e che non sono prevedibili nel medio-lungo termine alternative comparabili.
La costruzione di un sistema d’arma aeronautico di ultima generazione è certamente una sfida impegnativa in termini di costi e di tempo. Il velivolo si vuole dotato delle più avanzate tecnologie, tanto estreme quanto immature.
Di fatto, le molteplici problematiche tecniche riscontrate negli anni (e ancora non tutte risolte) hanno portato con sé ritardi nella consegna delle capacità operative di cui era previsto il rilascio al termine della fase di sviluppo, e notevoli aumenti del costo finale di acquisizione a carico dei Partner. La mancanza di una configurazione stabile e la sovrapposizione di fasi (con la produzione iniziata prima che fossero completati i test dello sviluppo) sono fra i principali fattori responsabili dell’incremento dei costi e del mancato rispetto della tabella temporale.
Il programma è oggi in ritardo di almeno cinque anni rispetto al requisito iniziale. Se è vero che lo sviluppo si avvicina al completamento, il passaggio ai lotti di produzione piena è stato rinviato più volte (i lotti di produzione ridotta, inizialmente previsti in numero di 12, sono ormai 14 e si protrarranno fino al 2021), e per riconoscere la piena capacità di combattimento sarà necessario attendere il termine della fase detta di “ammodernamento successivo”, previsto per il 2021.
I costi unitari sono praticamente raddoppiati, e solo negli ultimi anni si sono manifestati segnali di miglioramento, in termini di maggiore efficienza produttiva e della catena di approvvigionamento da parte dei sub-fornitori. Nel frattempo, gli stessi Stati Uniti e alcuni dei Paesi partner sono stati indotti a ripensare la propria partecipazione al programma nel senso di una riduzione o di un rallentamento del profilo di acquisizione.
Per l’Italia, sono intervenute due decisioni: la prima (nel 2012) ha ridotto da 131 a 90 il numero di velivoli da acquisire; la seconda (nel 2016) ha impegnato il governo, per aderire alle indicazioni parlamentari, a dimezzare il budget dell’F-35, originariamente previsto in 18,3 miliardi di dollari (a condizioni economiche 2008).
La prima decisione ha avuto un costo per la base industriale: la perdita, in quota percentuale, delle opportunità di costruire i cassoni alari a Cameri, che presupponeva il mantenimento del volume di acquisti oltre il numero di 100 velivoli.
La seconda ha per ora prodotto solo un rallentamento del profilo di acquisizione fino al 2021, con un risparmio temporaneo pari a 1,2 miliardi di euro nel quinquennio 2015-2019, ma senza effetti di risparmio nel lungo periodo. Il rallentamento generale subito dal programma ha evitato che questa decisione, presa sul piano nazionale, assumesse un carattere traumatico. Occorrerà tuttavia chiarirne la compatibilità non solo formale con le indicazioni parlamentari, in funzione delle effettive esigenze operative della difesa e al di là dell’arco temporale in cui l’amministrazione ha pianificato l’attuale intervento riduttivo.
Il programma JSF-35 è stato ritenuto cruciale anche per le possibilità di partecipazione aperte alla base industriale nazionale, che detiene una capacità competitiva a livello mondiale nel settore aerospaziale, nonché per il mantenimento e lo sviluppo delle conoscenze tecniche e del livello di esperienza delle maestranze in un settore altamente “knowledge-intensive”.
Dal punto di vista occupazionale, si è ritenuto che il programma avrebbe consentito al comparto dell’industria aeronautica nazionale di continuare ad operare senza soluzione di continuità, una volta venute meno le esigenze di supporto delle attuali flotte aero-tattiche (Tornado, AMX e AV-8B) e i volumi produttivi dell’EF-2000, i cui pacchetti di lavoro industriale sono ormai in declino.
Anche per effetto del rallentamento generale del programma (che ha raggiunto per ora solo il 10% della produzione totale), quanto fin qui conseguito sul piano economico è solo in parte coerente con le aspettative e gli obiettivi enunciati dal Ministero della Difesa in termini di coinvolgimento dell’industria aeronautica nazionale al momento dell’approvazione parlamentare del 2009.
Sul piano industriale, pur segnalandosi positivi risultati, la dimensione quantitativa (opportunità effettivamente contrattualizzate) e qualitativa (contenuti tecnologici e capacitivi) del contributo fornito dalla base industriale nazionale non ha per ora raggiunto le dimensioni attese. La partecipazione dell’industria nazionale, soddisfacente nel settore velivolistico, è meno estesa, invece, nell’ambito del motore e nell’area “nobile” dell’avionica.
La maggiore distanza rispetto alle attese riguarda però le prospettive occupazionali, che non si sono ancora concretizzate nella misura (forse troppo ottimistica) sperata: si parla per il momento di circa 1.600 unità effettivamente impiegate, a fronte di una “forchetta previsionale” annunciata tra 3.586 e 6.395 unità.
Anche il ruolo della base di Cameri è lontano dalle attese iniziali. La capacità FACO risulta per il momento sovradimensionata, esercitandosi soltanto sui velivoli italiani e, a partire dal 2018, su quelli olandesi (entrambi numericamente ridotti rispetto alle originarie previsioni), mentre nessun altro Partner ha mostrato interesse a utilizzare la base come sito di assemblaggio per i propri velivoli.”

Dalla deliberazione n. 15 del 3 agosto 2017 della Corte dei conti – Sezione di controllo per gli Affari comunitari e internazionali, composta dai magistrati dott. Ermanno Granelli, dott. Giovanni Coppola, dott.ssa Maria Annunziata Rucireta, dott. Giacinto Dammicco e dott. Carlo Mancinelli (il grassetto è nostro).

Anche i Curdi hanno la loro lobby…

Alla luce degli ultimi svolgimenti mi sento in dovere di rettificare parzialmente una frase recentemente espressa in una mia analisi della questione curda: “I Curdi mancano di un appoggio costante a Washington, come sono, per esempio, la lobby ebraica e quella armena.”
Vero, ma piccole lobby crescono. E crescono a dismisura, specialmente se a capeggiarle c’è una certa Exxon.
Questo articolo di Brad Blankenship sembra fatto quasi apposta per correggere, e integrare, alcune posizioni che necessitavano un migliore approfondimento.
In particolare, rileviamo alcuni importanti punti:
1. Perché l’attuale fase di espansione dei territori controllati dall’aggregazione curda, fervente aspirante a divenire l’ennesimo Stato fantoccio governato dagli USA, vada BEN OLTRE i confini dei territori a maggioranza etnica curda. “Follow the money”: ripete l’antico adagio il nostro blogger a fine contributo. I pozzi di petrolio della provincia di Deir Ez-Zor valgono più di una messa.
2. Come lo schema iracheno, aggiungo io, stia di fatto per essere replicato in Siria. In sostanza:
– L’SPG “libera” i pozzi di Deir Ez-Zor dall’ISIS.
– Per farlo, deve battere sul tempo l’esercito siriano. Una breve sintesi della strategia criminale in atto (esposizione aggiornata qui) comprende:
a. attacchi massicci di jihadisti in altri territori, tali da impegnare l’aviazione lì e non sul fronte orientale in fase di copertura dell’avanzata delle truppe meccanizzate (Offensiva di Hama – una zona di diminuzione, peraltro – di questa settimana);
b. patti di non belligeranza con tribù affiliate prima all’ISIS e ora passate dalla parte dell’SPG (il che spiega l’avanzata chilometrica delle ultime due settimane, una lingua di terreno protesa avidamente verso i pozzi, un errore madornale in una situazione di conflitto “normale” dove oltre cento km di fronte esposto su entrambi i lati al fuoco di artiglieria nemico sarebbe spazzato via con la creazione di sacche e la perdita di migliaia di uomini e mezzi ma che, in questo caso, “stranamente” regge senza sparare un colpo, con colonne di mezzi made in USA che transitano tranquillamente sulla strada asfaltata);
c. tentativi di gioco sporco coi Siriani, accusati di bombardamenti aerei inesistenti e, cornuti e mazziati, sottoposti a pesante fuoco d’artiglieria dai soldati della cosiddetta “coalizione” (contro chi ora appare sempre più chiaro), oltre che dai terroristi ISIS che concentrano sulla loro avanzata quello che resta della loro potenza di fuoco, dagli obici alle shahid-mobile.
– Ammesso (e non concesso, i Siriani macinano terra e nemici con un vigore impressionante ed è di stamattina la notizia della liberazione dell’isola di Sakr – impressionante la differenza fra la mappa di fine giugno che compare alla fine del mio contributo citato qui sopra e l’attuale), ammesso – ripeto – e non concesso che questo miscuglio criminale funzioni, entrerà infine in gioco la Exxon di turno al posto delle diplomazie occidentali, in un ennesimo gioco delle tre carte fra impiego criminale del diritto internazionale e prassi criminale tout court.
– Fatta un po’ di pulizia etnica, ripristinato il controllo clanistico del territorio e delle risorse tipico delle borghesie compradore delle colonie, avverrà il “referendum”. Come da copione.
3. Come la forma Stato ormai sia stata soppiantata da un ibrido privatizzato, manipolato, che non ha precedenti nella storia perché va ben oltre il livello di sfruttamento schiavistico, feudale, coloniale, imperialistico. La creazione artificiale di conglomerati sociali che non rispondono a nessuna autorità statale. A quanto pare, l’ennesimo atto di accusa del Ministro degli Esteri Siriano all’ONU due giorni fa, dove ribadisce che l’intervento USA in Siria è vera e propria “occupazione, flagrante violazione del diritto internazionale” è caduto nel vuoto del silenzio occidentale, silenzio assordante anche sui morti civili della cosiddetta “coalizione”, cresciuti enormemente dopo il bombardamento a tappeto di Raqqa degli ultimi mesi e che nessuno si sognerà mai di chiamare strage.
4. Come i Curdi si apprestino a governare con pugno di ferro i territori assegnati dai loro nuovi padroni, espellendo (vedasi l’araba Raqqa rasa al suolo palmo a palmo) e reprimendo le popolazioni arabe e assire divenute, improvvisamente, minoranza in un conglomerato a maggioranza curda. Alla faccia della “democrazia” di facciata di cui i media li ammantano. Alla faccia del “modello curdo” che ogni tanto qualcuno tira fuori dal cilindro come modello di coesistenza pacifica fra varie etnie.
Su un punto, tuttavia, resto convinto circa la questione curda. Se è vero che anche i Curdi hanno la loro lobby, la realtà dei fatti è che il tasso di manipolazione della seconda sui primi è tanto e tale, rispetto per esempio alla lobby ebraica sullo Stato di Israele, con un Netanyahu che vola indifferentemente a Mosca, a Washington, e fa volare qualcuno per conto suo anche a Riad, che i Curdi dell’SPG si sono infilati ormai in cul-de-sac che li lega alle multinazionali e allo Stato a stelle e strisce con un cordone ombelicale che sarà anche la loro condanna. La Exxon non è la lobby ebraica o quella armena, è una multinazionale che appoggia oggi e molla domani. L’idea della “cara amica di una sera”, anche se diventa “cara amica di una stagione”, resta ancorata sempre a un calcolo costi/benefici.
Staremo a vedere.
Paolo Selmi

P.S.: un breve sunto da un contributo appena pubblicato dal buon Boris Rozhin, alias Colonel Cassad. Titolo emblematico: “In piena sicurezza”.
La prima foto è una cartina, in azzurro l’ISIS, il numero a tre cifre dentro ogni “insieme” cerchiato è la quantità di combattenti, in rosso le forze armate siriane, in arancione la direttrice scelta dall’SDF per arrivare a Deir Ez-zor.
Si, perché i Russi non l’anno proprio mandata giù e, disponendo di un satellite, hanno fatto le foto prima e dopo l’arrivo degli americani, mai come ora “garibaldini marziani”, come cantavano gli Stormy Six.
Le foto satellitari sulla prima cartina rappresentano i bastioni difensivi dell’ISIS, badate, presidiati da centinaia di uomini il che, in un conflitto a bassa intensità e a sempre meno carne da macello disponibile, rappresenta giorni, se non settimane, se non mesi di scontri per espugnarle. Li vedete, belli, intonsi, senza crateri o segni di combattimento: normale, fino a ieri era anni che non sparavano più un colpo.
Le foto che seguono invece risalgono A DOPO la “liberazione” degli SDF. Notate qualche differenza? Si, al posto dei “neri” ci sono gli Hummer e i mezzi blindati delle forze speciali a stelle e strisce, che presidiano i punti “conquistati”, segnalati dalle scritte a commento… a parte questo?
NULLA! non ci sono segni di combattimento… “Piace vincere facile”, direbbe qualcuno, facendo partire il jingle.

Il fondamentalismo hollywoodista di Roberto Quaglia

“Ho appena terminato di scrivere. Il fondamentalismo hollywoodista.
Cos’è il fondamentalismo hollywoodista? Per capirlo, dobbiamo innanzitutto renderci conto che non è vero che tutte le ideologie siano morte, come si usa dire. Anche il mondo delle ideologia è probabilmente soggetto alla selezione naturale di Darwin, alcune ideologie agonizzano, altre si estinguono, ma le nicchie ecologiche che si liberano vengono subito occupate da qualche nuovo arrivato. La natura aborrisce il vuoto. In molti casi assistiamo all’insorgere di piccoli culti più o meno strampalati, culti pseudoreligiosi o pseudoscientifici. Di solito rimangono confinati a quattro gatti e durano poco. Ma in altri casi compare un nuovo grande predatore, una super ideologia che in quattro e quattr’otto si pappa tutto e tutti in vastissime porzioni del mondo. Il paradosso è che più questa ideologia è vasta, più chiunque ne venga assorbito non la riconosce più in quanto ideologia. Quando ci si è dentro, l’ideologia assume la forma della realtà, e tutto ciò che si trova al di fuori dell’ideologia diventa un’eresia. Quando la Chiesa perseguiva gli eretici, era proprio perché per lei essi si collocavano al di fuori della realtà, e così facendo mettevano in crisi, per la Chiesa, il concetto stesso di realtà. Per quanto possa suonare strano alle nostre orecchie, un fenomeno analogo è in atto proprio ora, ed il “Vaticano” di questa nuova ideologia-religione – i due concetti in parte si sovrappongono – è situato a Hollywood.
L’Occidente oggi non si rende conto di essere ideologico, profondamente ideologico, così ideologico da fare impallidire le altre grandi ideologie del passato. No, non sto parlando del capitalismo, del liberismo, e nemmeno della democrazia – queste sono tutte cosucce nel confronto dell’ideologia di cui sto parlando, ed in una certa misura ne sono parte. La grande ideologia della quale non siamo bene consapevoli di essere succubi in Occidente è l’Hollywoodismo, un vero e proprio sistema completo di valori, di modelli di comportamento e di pensiero, di come ci si debba abbigliare e cosa si debba mangiare, eccetera eccetera. Insomma, un intero modello di realtà, a cui in varia misura finiamo per credere. Ed è proprio chi non è consapevole della natura fideistica della fede che lo attanaglia che in men che non si dica si ritrova essere un fondamentalista, cioè qualcuno che crede ciecamente ai propri modelli di riferimento senza rendersi conto in nessuna misura della loro relatività. Ci piaccia o no siamo quindi tutti fondamentalisti hollywoodisti – in vita nostra abbiamo guardato troppo cinema e televisione americani per non esserlo. Alcuni lo saranno più di altri, ma nessuno sfugge.”

Fonte