Civiltà contro barbarie

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“Ci sarà un crescendo di bugie ed accuse. E’ inevitabile, perché l’Esercito Arabo Siriano sta per liberare gli ultimi quartieri di Aleppo in mano ai tagliagole. E i tagliagole sono disperati e i loro sponsor sono furenti. Qualcuno ha fatto notare che se si contano tutti gli ospedali che l’aviazione siriana avrebbe distrutto, ne salta fuori il Paese col più alto numero in assoluto di nosocomi del mondo. E’ vero che la sanità pubblica è un diritto nella Siria laica e multiconfessionale, ma qui si esagera. Eppure vedrete se non ne verrà bombardato qualcun altro. Ne potete star certi.
Ma le denunce disperate, le richieste di aiuto dei medici, degli infermieri, dei civili, dei leader religiosi dell’Aleppo martoriata da anni dai tagliagole e difesa strenuamente dall’Esercito Arabo Siriano, no, quelle non contano. Sono anni che due milioni di persone gridano letteralmente nel deserto. Nelle menti desertificate dei nostri governanti, dei nostri media e della nostra sinistra.
Eppure, non so se avete notato, in mezzo all’infuriare di accuse e contro accuse, nonostante le ingiurie e le patenti bugie che i nostri media e i nostri governi vomitano sulla Russia, Lavrov e Kerry continuano a sentirsi e a incontrarsi. Perché? Ve lo siete mai chiesti?
Ho cercato di impostare una risposta qui.
Ogni crisi sistemica crea un caos sistemico. E il caos sistemico penetra anche nelle nazioni che lo generano, anche in quella più forte e potente. E il caos sta imperando a Washington.
Può quindi essere difficile da capire per chi pensa in bianco e nero, ma Lavrov continua a incontrare Kerry non perché spera ancora in una tregua. Entrambi hanno detto che non ci credono più. Si incontrano perché Putin cerca disperatamente di mantenere in sella Obama, l’Obama azzoppato, l’Obama a cui forse ubbidiscono solo i figli, non certo il Pentagono e non certo la CIA, che conducono le loro specifiche guerre, che hanno le loro peculiari strategie, una elaborata sulla riva destra del Potomac e un’altra a Langley, tutte contro il Foggy Bottom dove Kerry prende decisioni che vengono immediatamente, anzi preventivamente, boicottate su indicazione delle tre arpie statunitensi assetate di sangue: Hillary Clinton, Samantha Power e Susan Rice alle quali possiamo aggiungere una degnissima quarta arpia, Victoria Nuland (le donne al potere sono meglio degli uomini? Ne riparleremo).
Putin ha fatto abbondantemente capire che preferisce una cattiva pace a una buona guerra. Per quello cerca di aiutare Obama, passando sopra a insulti ormai fuori misura e a provocazioni, anch’esse fuori misura. I Russi conoscono perfettamente la debolezza interna di Obama e non ne gongolano, ma la temono. Dopo il bombardamento di Der Ezzor che ha rotto la tregua non hanno puntato il dito su Obama, ma da un’altra parte. Di Obama e Kerry hanno detto una cosa molto precisa: Non hanno la capacità di onorare gli impegni presi. Non hanno affermato che li hanno traditi, ma che è al di fuori delle loro possibilità farli onorare.
Paradossale eh? Putin sta cercando di difendere Obama da uno strisciante pronunciamento militar-securitario contro di lui.
I Russi hanno diviso gli States in una parte sana (anche se non santa) e in una parte malata (e satanica) e, in vista anche delle prossime elezioni, stanno dando tutto l’aiuto che è loro possibile alla parte sana, seppur non santa, con cui potrebbero negoziare l’adattamento al nuovo mondo multipolare (che sia questa alla fin fine l’interferenza di cui parlano i collaboratori della Clinton?).
Non sarebbe la prima volta che la Madre Russia salva un Occidente sull’orlo del suicidio.”

Da Perché Putin vuole salvare il cane che affoga (cioè Obama), di Piero Pagliani.

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Pericoli fantasma, reti imperiali: il mondo visto dal Pentagono

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Il mondo è minacciato da Russia, Cina, Iran, Corea del Nord – e oh sì, lo Stato Islamico – e la sua unica speranza è l’America, sostenuta da alleati fedeli di tutto il mondo. Questa è la visione dipinta dal capo del Pentagono, con il presidente Hillary Clinton in mente.

Il Segretario alla Difesa USA Ashton “Ash” Carter ha delineato la sua visione delle sfide strategiche dell’America in una conferenza ospitata dal Center for New American Security (CNAS) lunedi [20 maggio – n.d.t.] a Washington, DC. Mentre il capo del Pentagono ha detto che sarebbe stato “estremamente attento a non rilasciare commenti sulle elezioni,” il contenuto della sua presentazione si è molto chiaramente allineato alla posizione oligarchica abbracciata dalla Clinton e minacciata dagli appelli di Donald Trump di mettere “l’America prima.”
Mentre Trump è stato critico del coinvolgimento degli Stati Uniti in tutto il mondo, Carter ha sostenuto che l’America è “il tutore della sicurezza globale” grazie alla sua “rete di lunga data di alleati e partner in ogni angolo del mondo”.
Il che non è esagerato. Allo stato attuale, gli Stati Uniti hanno 187.000 militari schierati in 140 Paesi, secondo il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito generale Mark Milley. Si noti, anche, che il Dipartimento della Difesa USA ha diviso il mondo in sei “comandi di combattimento”. Il Pentagono è così impegnato ad occupare il mondo che il governo degli Stati Uniti ha dovuto istituire un separato Dipartimento per la Sicurezza Nazionale dopo gli attacchi terroristici dell’11 Settembre. Continua a leggere

Scudo antimissile statunitense: ‘L’Orso Russo dorme con un occhio aperto’

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F. William Engdahl per rt.com

La spiegazione di Washington secondo cui il rafforzamento del suo scudo antimissile in Europa avviene contro la minaccia nucleare iraniana, non è più credibile di quanto non lo fosse 10 anni fa.
Nonostante i recenti sforzi della Russia per mediare una soluzione pacifica nella crisi delle armi chimiche siriane, così come i buoni uffici nel risolvere il contrasto nucleare iraniano con Washington, l’amministrazione Obama porta avanti l’assai provocatorio dispiegamento della ‘Difesa’ Antimissile Balistico (BMD) intorno alla Russia. Ciò che non viene detto dai politici occidentali è il fatto che tale azione, tutt’altro che pacifica, avvicina il mondo più che mai alla guerra nucleare per errore di calcolo. L’11 Febbraio, il primo di quattro avanzati cacciatorpediniere statunitensi è arrivato a Rota, in Spagna. Essi costituiranno una parte fondamentale dello “scudo” antimissile balistico degli USA. Lo scudo viene spacciato come protezione dell’Europa contro un possibile attacco missilistico nucleare iraniano. Le quattro navi rimarranno sul posto per i prossimi due anni, trasportando sistemi di rilevazione avanzata e missili intercettori in grado di abbattere missili balistici, secondo la NATO a Bruxelles. L’USS Donald Cook, un cacciatorpediniere lanciamissili della Marina degli Stati Uniti, equipaggiato con il sistema di combattimento ad alta tecnologia Aegis Ballistic Missile Defense, ha attraccato nel porto meridionale di Rota. Rota, nominalmente comandata da un ammiraglio spagnolo, è totalmente finanziata dagli USA. E’ la maggiore comunità militare statunitense in Spagna, e ospita personale dell’US Navy e dell’US Marine Corps. Secondo il segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen, vi farà base in modo permanente. Fogh Rasmussen, che evidentemente capisce poco di strategia nucleare, ha detto alla stampa “L’arrivo dell’USS Donald Cook segna un passo in avanti per la NATO, la sicurezza europea e la cooperazione transatlantica.” Al vertice NATO di Lisbona del Novembre 2010, i governi membri convennero che la NATO sviluppasse la difesa missilistica per “proteggere le popolazioni e il territorio europei della NATO… la piena operatività è prevista per la prima metà del prossimo decennio.” Continua a leggere

NATO-UE, un’alleanza globale per il 21° secolo

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Avevamo concluso un precedente articolo sui rapporti tra la NATO e l’Unione Europea accennando al progetto europeo di costituire una forza militare a dispiegamento rapido, equivalente alla Response Force atlantica, di circa 60.000 unità.
In questi ultimi mesi numerosi nodi stanno venendo al pettine, avvicinandosi anche la scadenza del Vertice NATO che celebrerà il sessantesimo dell’organizzazione. Si parta comunque dalla seguente constatazione: 21 dei 27 Paesi membri dell’Unione Europea sono anche parte della NATO. Dei sei che ne restano fuori, tutti eccetto per ora Cipro – e cioè Austria, Finlandia, Irlanda, Malta e Svezia – sono membri del programma NATO detto Partenariato per la Pace. E di questi cinque, soltanto la piccola Malta non ha un proprio contingente militare operativo sotto il controllo NATO in Afghanistan, nei Balcani od altrove.
In quel pezzo facevamo anche riferimento alle dichiarazioni del Presidente francese (“con passaporto statunitense”, secondo una battuta che circola in ambienti diplomatici) circa la complementarietà di NATO e UE in campo militare, rilasciate in occasione del Vertice NATO di Bucarest nell’aprile 2008. Considerazioni raccolte e rilanciate dall’allora ambasciatore USA presso l’Alleanza Atlantica, Victoria Nuland, la cui “tenerezza” i nostri lettori già conoscono (per rinfrescarvi la memoria potete leggere qui).
Da allora – nonostante la subitanea osservazione del Ministro degli Esteri russo Lavrov secondo il quale la NATO sta usurpando il ruolo e le funzioni dell’ONU – abbiamo assistito ad un crescendo. Ad iniziare dall’articolo a quattro mani apparso sul Times del 12 giugno 2008, scritto da George Robertson e Paddy Ashdown. Il primo ex Ministro della Difesa britannico e Segretario Generale della NATO dal 1999 al 2004, il secondo – anch’egli britannico – Alto Rappresentante per la Bosnia Erzegovina dal 2002 al 2006 ed oggi braccio destro di Javier Solana, “Ministro degli Esteri” dell’Unione Europea.
Ebbene, in quest’articolo essi hanno affermato che “il percorso per formare gruppi di combattimento dell’UE dovrebbe essere accelerato, reso pienamente compatibile con le forze di risposta rapida della NATO formando la base di una nuova capacità europea di contro-guerriglia capace di operare negli Stati falliti ed in teatri post-bellici”.
Lo scorso autunno, la NATO ha iniziato la transizione dalla sua Kosovo Force (KFOR), la sola autorizzata dalle Nazioni Unite con la risoluzione 1244 del 1999, alla missione europea denominata EULEX, sollevando la forte censura da parte di Serbia e Russia.
A dicembre, l’operazione anti-pirateria nel golfo di Aden e Corno d’Africa Allied Provider, a guida NATO, ha lasciato spazio all’omologa EUNAVFOR Atalanta, la prima a piena responsabilità europea così lontano dalle coste del Vecchio Continente.
Negli stessi giorni, l’agenzia di stampa EUobserver ha riportato una dichiarazione di Nicholas Sarkozy sul fatto che gli Stati Uniti non vedono più la Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD) come un aggressivo concorrente della NATO, e che quindi non ci sarebbe necessità di scegliere ma le due possono andare avanti tranquillamente insieme. Ad inizio febbraio 2009, su Le Monde, in un commento congiunto lo stesso Sarkozy ed il Cancelliere tedesco Angela Merkel hanno auspicato una maggiore integrazione e cooperazione fra Unione Europea e NATO.
Il 13 febbraio, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, capo del Comitato Militare della NATO, ha presagito “il bisogno di una nuova forma di governo mondiale in cui la NATO, l’UE e le altre maggiori organizzazioni internazionali abbiano un ruolo da svolgere”.
Pochi giorni dopo, il deputato finlandese Ari Vatanen ha presentato a nome della Commissione Affari Esteri dell’Unione Europea una relazione nella quale si sostiene che l’UE “può realizzare pienamente il suo potenziale soltanto sviluppando un forte legame transatlantico ed un rapporto di complementarietà con la NATO”. Al che l’europarlamentare tedesco Tobias Pfluger ha risposto che “ogni sforzo di rafforzare la NATO attraverso una più stretta cooperazione con l’UE aumenta le probabilità di conflitti internazionali. Conduce inoltre ad un’ulteriore militarizzazione della politica estera europea ed accelera la tendenza ad utilizzare la forza militare per risolvere i conflitti”.
Le posizioni di Vatanen e Pfluger sono non solo opposte ma anche irriducibili, sia nel senso che non possono conciliarsi, sia in quello che sono le uniche alternative praticabili: l’Europa può indugiare nei suoi intenti egemonici attraverso la partecipazione ad un blocco militare internazionale sempre più espansionista ed aggressivo oppure – rigettando le vecchie visioni suprematiste che vi sottendono, semplicemente cambiate di marchio per adattarle all’attualità – può adoperarsi attivamente per smantellarlo.