Le “Idi di Marzo” del Pentagono

Il mese migliore per andare in guerra
(pubblicato per la prima volta il 13 marzo 2013, aggiornato l’1 marzo 2018)

E’ una coincidenza?
Nella storia recente, dalla guerra del Vietnam al presente, il mese di marzo è stato scelto dal Pentagono e dai pianificatori militari della NATO come il “mese migliore” per andare alla guerra.
Con l’eccezione della Guerra in Afghanistan (Ottobre 2001) e della Prima Guerra del Golfo del 1990-1991, tutte le maggiori operazioni militari guidate dagli USA, dalla NATO e dai loro alleati in un periodo di più di mezzo secolo – fin dall’invasione del Vietnam da parte delle forze americane di terra l’8 marzo 1965 – sono state iniziate nel mese di marzo.
Le “Idi di Marzo” (Idus Martiae) è un giorno nel calendario Romano che approssimativamente corrisponde al 15 marzo. Le Idi di Marzo sono anche conosciute come il giorno in cui Giulio Cesare è stato assassinato nel 44 a.C..
Perchè non sia dimenticato, il mese di marzo (nel calendario Romano) è dedicato a Marte (Martius), il Dio Romano della Guerra. Per i Romani, il mese di marzo (martius) segnava “il momento di iniziare nuove campagne militari”.
Come nel periodo di massimo splendore dell’Impero Romano, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha il mandato di pianificare e attuare una “linea temporale” precisa delle operazioni militari.
Il mese di marzo – identificato dai Romani come un “buon momento” per avviare nuove iniziative militari – ha un’influenza sulla dottrina militare contemporanea?
Nel corso della storia, le stagioni, compresa la transizione dall’Inverno alla Primavera, hanno svolto un ruolo strategico nel calendario delle operazioni militari.
I pianificatori militari del Pentagono prediligono il mese di marzo?
Anche loro, in qualche modo misterioso, “idolatrano” Marte, il dio della guerra romano?
Il 23 marzo (che coincide con l’inizio della primavera) è stato il giorno in cui “i Romani celebravano l’inizio della campagna militare e della stagione bellica”.
“Fu reso omaggio a Marte il dio della guerra con feste e banchetti … Per i romani il 23 marzo era una grande festa conosciuta come Tubilustrium”.
Durante queste feste celebrative del dio della guerra romano, gran parte del mese di marzo “era dedicato alle parate ed alle esercitazioni militari”.

Cronologia degli interventi miliari di marzo (1965-2017)
La storia recente conferma che, con l’eccezione dell’Afghanistan (ottobre 2001) e della Guerra del Golfo del 1990-1991, tutte le principali operazioni militari guidate dagli Stati Uniti e della NATO per un periodo di quasi mezzo secolo, dall’invasione del Vietnam da parte delle forze di terra statunitensi l’8 marzo , 1965 – sono stati avviati nel mese di marzo.

La guerra del Vietnam
Il Congresso degli Stati Uniti adottò la Risoluzione del Golfo di Tonkino, che autorizzò il presidente Lyndon Johnson a inviare forze di terra in Vietnam l’8 marzo 1965.
L’8 marzo 1965, 3.500 marines statunitensi furono inviati nel Vietnam del Sud segnando l’inizio della “guerra di terra americana”.

La guerra della NATO contro la Jugoslavia
La guerra della NATO contro la Jugoslavia è stata lanciata il 24 marzo 1999.
Il bombardamento NATO della Jugoslavia, nome in codice dall’operazione statunitense “Noble Anvil”, è iniziato il 24 marzo 1999 e durato fino al 10 giugno 1999.

La guerra in Iraq
La guerra in Iraq è stata lanciata il 20 marzo 2003 (ora di Baghdad).
L’invasione dell’Iraq condotta dagli Stati Uniti e dalla NATO è iniziata il 20 marzo 2003 con il pretesto che l’Iraq possedeva armi di distruzione di massa.
(La guerra del Golfo del 1991 contro l’Iraq iniziò il 17 gennaio, tuttavia, dopo il 28 febbraio il cessate il fuoco fu approvato e firmato – a seguito del massacro di Bassora Road contro soldati in ritirata e civili in fuga del 26/27 febbraio – la 24ª divisione meccanizzata di fanteria americana trucidò migliaia di persone il 2 marzo.”)

La guerra segreta in Siria
La guerra segreta USA-NATO in Siria è stata avviata il 15 marzo 2011 con l’incursione di mercenari islamici e squadroni della morte nella città meridionale di Daraa, al confine con la Giordania. I terroristi sono stati coinvolti in atti di incendio doloso ed uccisioni di civili. Questa incursione di terroristi fu fin dall’inizio sostenuta segretamente dagli Stati Uniti, dalla NATO e dai suoi alleati del Golfo Persico: Arabia Saudita e Qatar.

La guerra “Umanitaria” R2P della NATO in Libia
La NATO ha iniziato il bombardamento della Libia il 19 marzo 2011. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione iniziale il 26 febbraio 2011 (risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1970, adottata all’unanimità).
Una successiva risoluzione n. 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è stata adottata il 17 marzo 2011. Ha autorizzato l’istituzione di una “no-fly zone” sulla Libia e l’uso di “tutte le misure necessarie” “per proteggere la vita dei civili”.
La Libia è stata bombardata inesorabilmente dagli aerei della NATO a partire dal 19 marzo 2011 per un periodo di circa sette mesi.

Yemen
Il 25 marzo 2015, una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita e sostenuta dagli Stati Uniti ha lanciato attacchi aerei contro il gruppo armato huthi nello Yemen.

* * *

Gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO, per non parlare di Israele, sono sul piede di guerra.
Diversi scenari militari sono attualmente sul tavolo del Pentagono, tra cui Libano, Corea del Nord e Iran.
Non possiamo tuttavia fare speculazioni sui piani di guerra di USA-NATO relativi alle idi di marzo 2018.
Ma per vostra informazione ecco l’ultima analisi “autorevole” del New York Times (27 febbraio) su come la Corea del Nord stia aiutando il governo siriano a condurre una guerra chimica contro il popolo siriano. Bello e non finto, puntuale (Idi di marzo) e, naturalmente, “accuratamente documentato” dal giornale di riferimento.
Michel Chossudovsky

Fonte

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Guerra, dittatura, democrazia: cercate l’errore

“Col 40% del totale delle spese militari mondiali e 725 basi militari all’estero, gli USA difendono eroicamente la pace nel mondo. Con 4 basi militari all’estero e un budget militare che rappresenta 1/13 di quello degli USA, è evidente che la Russia prepari l’apocalisse. Se le manovre della NATO vengono fatte proprio alle frontiere occidentali della Russia, è per impedire a Mosca di fare lo stesso alla frontiera messicana. Se gli USA hanno 12 portaerei, è per difendere le loro frontiere, mentre l’unica portaerei russa, si sa bene, è ormeggiata davanti a Manhattan. Se Washington utilizza i terroristi in Siria, è per contribuire alla stabilità del Medio Oriente, mentre Mosca si propone solo di saccheggiare le risorse petrolifere della regione. Ecco, la messa è detta. Che il nostro analista de La Croix se rassicuri: “l’ordine mondiale liberale” caro al suo cuore è ben custodito.
Da mezzo secolo, Cubani, Vietnamiti, Cileni, Nicaraguensi, Somali, Sudanesi, Iracheni, Afghani, Libici, Venezuelani, Siriani e Yemeniti avrebbero volentieri fatto a meno della generosità dello zio Sam. Ma è più forte di lui. Il leader del “mondo libero” non può fare a meno di far loro assaporare le virtù pedagogiche del napalm, dell’agente Arancio, dei B-52, delle munizioni a uranio impoverito, degli embargo “per la pace” e dei bombardamenti “per la democrazia”, per non parlare delle orde di Al-Qaeda e dei suoi alter-ego lanciati come una nube di cavallette per seminare il “caos costruttivo” e preparare il “nuovo ordine mondiale”. Non ci riesce proprio. Di fronte a tali fuochi di artificio, due cose sono certe. Resi martiri dai loro “salvatori”, questi popoli sono stufi dei “valori universali” portati dall’Occidente, e sono favorevoli all’avvio di un inizio di “minaccia” russa o cinese.
Perché le “potenze revisioniste” hanno un orribile difetto: non si ingeriscono negli affari interni degli altri. La Cina, tanto quanto la Russia, non cerca di espandersi al di là della sua sfera di influenza naturale. Non pratica il “regime change” all’estero. A voi non piacerebbe vivere come i Cinesi? Nessun problema, non hanno alcuna intenzione di assimilarvi. L’Impero di Mezzo non fa proselitismo. Gli Occidentali vogliono esportare la democrazia per massimizzare i loro profitti, mentre i Cinesi vogliono massimizzare i loro profitti per sviluppare il loro Paese. Negli ultimi 30 anni, la Cina non ha fatto alcuna guerra ed ha moltiplicato il suo PIL per 17. Nello stesso periodo, gli USA hanno fatto una decina di guerre e aggravato il loro declino. I Cinesi hanno salvato 700 milioni di persone dalla povertà, mentre gli USA destabilizzano l’economia mondiale vivendo a credito. Il risultato è che, in Cina, la miseria diminuisce, mentre negli USA cresce. Gli USA sono una “democrazia”, ma vi rovinano la vita. La Cina è una “dittatura”, ma vi dà la pace. Alla fine, non è tutto così male nel “revisionismo”!”

Da Elogio delle Potenze non democratiche, di Bruno Guigue.

 

My Lai, 16 marzo 1968

A proposito di crimini e criminali di guerra

“Il massacro di My Lai fu compiuto chiaramente per vendetta. Da alcuni giorni gli uomini della Compagnia “Charlie” (come Charlie Brown) del I Battaglione, XX Fanteria, XI Brigata dell’Americal Division che operavano nell’area del grosso villaggio sudvietnamita di Song My erano frustrati dallo stillicidio di perdite subito ad opera dei Viet Cong. Essi sospettavano che gli abitanti del villaggio – contadini e pescatori – aiutassero i Viet Cong con informazioni e cibo o almeno, mancando ogni indizio concreto a supporto, che li tollerassero (risultò poi che gli abitanti di Song My non avevano avuto mai niente a che fare con i Viet Cong).
Essi decisero così di punirli: il 16 marzo 1968 un plotone comandato dal sottotenente William L. Calley Jr. giunse con elicotteri a My Lai, un frazione di Song My, quando gli uomini erano assenti (perché nei campi o alla pesca), e vennero uccise tutte le persone trovate, circa cinquecento, tutte donne e bambini e qualche vecchio (esiste un filmato dell’operazione girato da uno dei soldati americani). Furono uccise nel seguente modo: riunite in gruppetti e quindi falciate con mitragliatrici e armi individuali. Il sottotenente Calley operò personalmente a una mitragliatrice. Alcune giovani donne prima furono violentate nelle loro capanne e subito dopo uccise dal loro violentatore. Il villaggio fu quindi incendiato. Un attacco ad un accampamento indiano. In effetti alcuni soldati americani asportarono lo scalpo alle loro vittime.
L’intenzione dei vertici militari e politici americani era di coprire anche tale episodio, così come erano sempre stati coperti tutti gli altri, ma il fatto quella volta venne alla luce. Un ex mitragliere di elicottero, Ronald Lee Ritenhour, studente coscritto, ne aveva sentito parlare quando era in Vietnam (in effetti ne parlavano tutti) e scrisse una lettera ad alcuni parlamentari. A quel punto la cosa non poteva essere messa a tacere ed iniziò un processo. Furono assolti tutti (compreso il comandante della Compagnia “Charlie” capitano Ernest L. Medina, accusato di avere ucciso in altra occasione un bambino sudvietnamita per divertimento) tranne il sottotenente Calley, trovato colpevole di avere personalmente ucciso a My Lai ventidue persone (sembra che nell’occasione ne avesse uccise più di sessanta) e condannato il 29 marzo 1971 all’ergastolo. Il 20 aprile dello stesso anno la condanna veniva ridotta a venti anni di carcere. Quindi dopo tre anni di carcere di minima sicurezza (e cioé di massimo comfort) il giudice federale J. Robert Elliot annullava anche tale sentenza ed ordinava Calley libero su una cauzione di mille dollari. Attualmente Calley vive a Columbus, in Georgia, dove fa il gioielliere.
L’episodio di My Lai in sé e per sé non è particolarmente significativo: a tutti gli eserciti del mondo è capitato di compiere efferatezze. Esso però lo diviene perché da un lato conferma una costante di comportamento dell’esercito statunitense in guerra e dall’altra, tramite l’assoluzione piena data in pratica a tutti quegli uomini, permette di valutare meglio la qualità dell’atteggiamento tenuto dagli Americani nei confronti dei “criminali di guerra” della seconda guerra mondiale e di altre successive.”

Da Sacrifici umani. Stati Uniti: i signori della guerra, di John Kleeves, il Cerchio Iniziative Editoriali, Rimini, 1993, pp. 112-114.

Gli USA affogano nel sangue di persone innocenti per affermare la propria egemonia: ‘E’ stato sempre così’

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Mentre gli Stati Uniti cercano disperatamente di ristabilire una credibilità in Medio Oriente, non essendo riusciti ad arginare l’ascesa del terrorismo in tutta la regione, e in risposta all’intervento della Russia in Siria, Washington ora rischia chiaramente di perdere il filo.

La prova di questo consegue al recente attacco aereo effettuato da aerei statunitensi su Mosul, obiettivo una infrastruttura dell’ISIS che presumibilmente conteneva una quantità enorme di denaro destinata a pagare i suoi combattenti e finanziare le operazioni militari future. Secondo un rapporto della CNN sul raid aereo a Mosul, “i comandanti americani erano disposti a prendere in considerazione fino a 50 vittime civili dall’attacco aereo per l’importanza del bersaglio. Ma la valutazione iniziale post-attacco ha indicato che forse sono state uccise da cinque a sette persone”.
Questa è un’affermazione che lascia senza parole, cinica nel suo disprezzo per la vita dei civili e grondante di ipocrisia quando consideriamo gli sforzi che sono stati fatti dagli ideologhi occidentali ed i loro governi per demonizzare la Russia sul suo intervento in Siria, accusandola di colpire obiettivi civili con noncurante disprezzo per le conseguenze.
Immaginate se un comandante militare russo rilasciasse una dichiarazione come questa, riconoscendo apertamente che saranno uccisi civili durante i futuri attacchi aerei russi. Il clamore tra le piattaforme mediatiche occidentali sarebbe fuori misura. Ci sarebbero probabilmente anche tentativi di convocare una riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite al fine di censurare il governo russo, insieme a un tentativo concertato di isolare Mosca e ridurla a una condizione di reietto.
Eppure, quando a fare tali affermazioni sono funzionari degli Stati Uniti ciò è segnalato come se fosse solo un altro giorno nell’Impero. Continua a leggere

Il messaggio oscuro del nuovo Guerre Stellari: i super-ricchi contro tutti gli altri

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‘Guerre Stellari’ è una semplice storia del bene contro il male, la luce contro le tenebre, e la libertà contro la tirannia. In altre parole, è la storia della lotta dell’America per preservare la democrazia e la civiltà in un mondo afflitto dal male e dai ‘malfattori’.

Film e propaganda politica hanno a lungo camminato mano nella mano. Infatti, se mai un medium era adatto alla propaganda è il medium del cinema. E se mai ad un’industria potrebbe essere attribuita la creazione di una realtà alternativa in modo così pervasivo da riuscire a convincere generazioni di Americani e di altri in tutto il mondo che l’alto è basso, il nero è bianco e la sinistra è destra, quella industria è Hollywood.
George Lucas, il creatore della saga di Guerre Stellari, che, includendo questa ultima puntata, ha sfornato sette film da quando l’originale è apparso nel 1977, è (insieme a Steven Spielberg) un figlio della reazione alla contro-cultura americana degli anni Sessanta e Settanta.
Sebbene siano entrambe frutto degli anni Sessanta – un decennio in cui la cultura e le arti, in particolare il cinema, sono state nella prima linea di resistenza al complesso militare-industriale degli Stati Uniti – Lucas e Spielberg sono giunti alla ribalta a metà degli anni ’70 con film i quali piuttosto che mettere in discussione il ceto dirigente, invece abbracciavano il suo ruolo sia come protettore del popolo americano che come arbitro della morale della nazione. Continua a leggere

“La Cina non è più una colonia occidentale e non può essere prevaricata”

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Mentre l’attenzione del mondo si concentra su ciò che accade in Medio Oriente, in Ucraina e sullo scontro USA-Russia, un’altra crisi si sta svolgendo nel Mare Cinese del Sud, dove l’ordine statunitense è contestato dalla Cina.
E’ una disputa territoriale che ci riporta indietro di secoli, ma che ha causato crescenti tensioni negli anni recenti.
Le sempre più profonde tensioni nel Mare Cinese del Sud riguardano una disputa territoriale sulle isole Paracel e Spratly – in realtà, porzioni sommerse di roccia – particolarmente delicata, visto che la disputa coinvolge diversi Paesi quali Cina, Vietnam, Singapore, Malesia, Taiwan e le Filippine.
Le acque che circondano queste isole sono famose per essere ricche di risorse naturali che costituirebbero una manna per l’economia dello Stato che ne potesse disporre.
In tutto ciò la Cina – con grande costernazione degli Stati Uniti – sta costruendo un’isola artificiale nell’area, con una pista di atterraggio adeguata agli aerei militari.
Questa disputa non può essere considerata fuori dal suo più largo contesto geopolitico. Con l’economia cinese che continua a crescere rispetto a quella degli Stati Uniti, Washington sta utilizzando questa disputa come una scusa per esercitare pressione militare, con l’obiettivo di intimidire Pechino e di ricordare quale sia il suo posto nello schema globale delle cose. Continua a leggere

Per un goccio di oro nero

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Aerei che lanciano bombe sui civili, una popolazione martoriata, assediata e affamata, bambini cenciosi, strade, ponti, scuole, ospedali, aree residenziali, cimiteri, aeroporti distrutti, un patrimonio archeologico devastato. No, questa volta non si tratta della Siria, ma di una nazione dimenticata, lo Yemen.

Dal 25 marzo, lo Yemen viene attaccato e invaso dall’Arabia Saudita, questo Paese amico, che ci rifornisce di petrolio e acquista le nostre armi.
Secondo l’ONU, in meno di 200 giorni di guerra, il regime wahhabita ha ucciso nello Yemen circa 5.000 persone tra cui 500 bambini.
Il numero delle vittime civili della guerra in Yemen è proporzionalmente maggiore rispetto al numero di civili uccisi nella guerra in Siria.
Infatti, nello Yemen la metà dei morti sono civili mentre sono un terzo le vittime civili in Siria.
Eppure nessuno tra gli umanitari di professione che insultano Assad apre bocca contro il re Salman.
La Siria si è vista imporre una guerra condotta per procura da terroristi, una politica di isolamento e di sanzioni economiche. Per contro, l’Arabia Saudita raccoglie i nostri salamelecchi e la nostra compiacenza.
Con le sue bombe il “nostro amico Re” Salman non fa che distruggere. Impone un blocco terrestre, marittimo e aereo che secondo Medici Senza Frontiere (MSF) uccide tanti civili quanto la guerra guerreggiata. 20 milioni di yemeniti infatti rischiano di morire di fame e di sete a causa della guerra e dell’embargo saudita.
Raramente si vede all’opera in modo così eclatante la politica dei due pesi e delle due misure che scatena le passioni sulla Siria e lascia di marmo sullo Yemen.
Questa politica dei due pesi e due misure sembra un incontro di boxe tra un peso massimo e un peso mosca, dove il peso massimo può colpire il peso mosca sotto la cintura, ma non il contrario.

Il vaso di ferro contro il coccio di argilla
L’aggressione saudita contro lo Yemen riveste una dimensione mitica.
E’ la storia del Paese arabo più ricco del mondo in guerra contro il Paese arabo più povero del mondo.
Ancora una volta, siamo soggetti alla legge del più forte.
Abbiamo acconsentito che il nostro amico re Salman fabbricasse una guerra tra sciiti e sunniti in Yemen quando la maggior parte dei musulmani del Paese pregano insieme in moschee senza etichette confessionali.
Abbiamo demonizzato e vietato il movimento ribelle Ansarullah definendolo “sciita” o “huthi” per compiacere il nostro amico re Salman quando Ansarullah è una coalizione patriottica che include molte figure sunnite come Saad Ibn Aqeel o gruppi non religiosi, come il Partito socialista arabo Baath dello Yemen.
Abbiamo escluso Ansarullah dai colloqui di pace mentre il movimento ribelle stava negoziando con i suoi avversari politici, tra cui con Abderrabo Mansour al Hadi, agente saudita che allora era agli arresti domiciliari.
Abbiamo lasciato lo Yemen diventare il cortile di Re Salman mentre questa nazione sognava l’indipendenza.
Abbiamo stornato lo sguardo quando gli scagnozzi del re Salman (Al Qaeda e ISIS) hanno bruciato la chiesa di San Giuseppe ad Aden e bombardato la moschea sciita di Al Moayyad a Jarraf.
Non abbiamo versato una sola lacrima per i bambini dello Yemen bruciati vivi dai bombardieri del nostro amico re Salman.
Lo Yemen è un Paese così lontano che i suoi rifugiati non possono raggiungerci.
Lo Yemen è un Paese così disprezzato che le sue lamentele non possono arrivarci.
Se Jean de la Fontaine avesse assistito alla guerra del re dell’Arabia Saudita contro il suo povero vicino, avrebbe citato il seguente passo della sua favola del vaso di terracotta e del vaso di ferro:
“Il più debole andò in mille pezzi
senza avere il tempo di dire amen”.
Ecco che da quasi 200 giorni il movimento internazionale per la pace lascia che il vaso di ferro si scontri con un Paese fragile come una vaso di terracotta.
E’ come se una pentola di ferro ci fosse caduta in testa.

Lo Yemen di oggi è il Vietnam di ieri
Durante gli anni ’60 e ’70, il Vietnam ha sperimentato più o meno lo stesso scenario dello Yemen di oggi.
Ngo Dinh Diem era il fantoccio degli USA nel Vietnam del Sud come d’Abderrabo Mansour al Hadi lo è nello Yemen.
I Vietcong (FNL) di ieri sono Ansarullah di oggi.
Che il primo avesse una connotazione comunista e il secondo sia di ispirazione sciita, poco importa. I movimenti nazionalisti vietnamita e yemenita mirano entrambi all’unificazione del loro Paese e all’emancipazione dal dominio degli Stati Uniti.
All’epoca, il movimento internazionale per la pace ha difeso la resistenza del popolo vietnamita, nonostante fosse comunista e sostenuto dall’Unione Sovietica e dalla Cina.
Oggi, il movimento internazionale per la pace, non solo rifiuta di difendere i diritti del popolo yemenita alla resistenza, con il pretesto che è sostenuta da Iran e Siria, ma non difende neppure quella che è la sua ragione d’essere, vale a dire la pace.

Niente sangue per il petrolio
Non molto tempo fa, nel 1991 e nel 2003, gli USA hanno usato il suolo saudita per condurre la loro guerra contro l’Irak.
Allora eravamo milioni di persone a gridare: “Niente sangue per il petrolio” (No Blood for Oil).
Oggi, né gli USA, né l’Arabia Saudita, né i motivi della guerra sono cambiati.
Inoltre, il sangue continua a scorrere per il petrolio.
Solo il movimento per la pace è cambiato.
Non è nemmeno più un movimento, ma solo una massa inerte e silenziosa, cullata dalle illusioni come la “rivoluzione araba”, il “diritto di ingerenza” e la “responsabilità di proteggere”… a colpi di bombe della NATO.
Nel frattempo, il popolo dello Yemen è vittima di una guerra, una guerra che a noi non è estranea, una guerra molto sanguinosa alla quale i nostri governi hanno dato il via libera per un goccio di oro nero.
Bahar Kimyongür

Fonte

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