Antonio Mattiazzo, monsignore non atlantico

Padova, 27 gennaio – Non vanno strumentalizzate, in senso retorico, le vittime della guerra, neppure i caduti italiani in Afghanistan. Lo ribadisce il vescovo di Padova, mons. Antonio Mattiazzo, precisando il suo pensiero in un’intervista al settimanale diocesano ”La Vita del Popolo”.
”Mi pare un’enfatizzazione retorica, affermare che ogni vita onesta o ogni comportamento coraggioso sia di per sé stesso eroico, salvo poi celebrare tanto eroismo solo quando a morire è un ragazzo in divisa. Altrimenti non capisco perché non ci si senta in dovere di pronunciare le stesse parole e di organizzare funerali solenni per le migliaia di nostri cittadini che dopo un’intera vita ‘eroica’ lasciano nella loro comunità un ricordo di onestà, senso del dovere, abnegazione – sottolinea Mattiazzo -. Aggiungo di più: ma lo Stato ha solo eroi in divisa da commemorare solennemente? Maria Bonino, la nostra pediatra del Cuamm morta nel 2005 a Luanda, in Angola, di febbre emorragica, non era forse un’eroina? E i suoi colleghi che scelsero di non scappare dall’area dell’epidemia, anche a rischio della vita? La salma del vescovo Padovese assassinato lo scorso giugno in Turchia, dopo aver offerto una splendida testimonianza di coraggio e di amore, è tornata su un anonimo aereo da trasporto merci. A questo punto, di fronte a tante vicende esemplari rimaste sepolte nel silenzio, non le pare che abbia ragione, quantomeno a denunciare il rischio di una possibile esaltazione retorica? Questo non toglie nulla al valore personale davanti a Dio”.
Spiegando che cosa pensa delle missioni di pace, Mattiazzo aggiunge: ”La parola ‘missione’ mi è particolarmente cara; per me è fondata sul vangelo. Il missionario del vangelo è uno disarmato. Nella nostra Costituzione abbiamo ben scritto che la Repubblica ripudia la guerra. C’è uno spazio di azione profetica nel voler far avanzare quella intuizione, nel darle concretezza, ben conoscendo la complessità delle situazioni. In tutta coscienza penso che di fronte a noi abbiamo uno scenario in cui tante guerre sono il frutto avvelenato del caparbio rifiuto di riformare un sistema di governo internazionale ormai inadeguato”.
(ASCA)

[Vincenzo Pelvi, monsignore atlantico]

C’era una volta la Chiesa cattolica

Roma, 9 ottobre 2010 – ”La tragica scomparsa di quattro giovani militari italiani mentre compivano con dedizione e professionalità il loro quotidiano lavoro a servizio della pace in Afghanistan suscita profondo dolore e ci invita alla preghiera”. Lo afferma la presidenza della CEI in un comunicato.
”Mentre partecipiamo alla sofferenza dei familiari e al lutto del nostro Paese – conclude il testo – invochiamo da Dio il dono della riconciliazione e della concordia per tutti i popoli della terra”.
(ASCA)

Monsignore atlantico atto terzo
Roma, 11 ottobre 2010 – ”Gianmarco, Francesco, Marco, Sebastiano restano profeti del bene comune, perchè decisi a pagare di persona ciò in cui hanno creduto e per cui hanno vissuto: intorno a loro fiorisca più la riflessione e la condivisione, che le semplici risonanze emotive”. Lo ha affermato l’arcivescovo mons. Vincenzo Pelvi, ordinario militare per l’Italia, che questa mattina, all’aeroporto militare di Ciampino, ha accolto le salme dei quattro alpini uccisi in Afghanistan.
Pur auspicando ”una seria riflessione” da parte dei Governi dopo quanto sta avvenendo nal paese afghano, mons. Pelvi, nella sua dichiarazione rilanciata dall’Agenzia Sir, ha sottolineato che ”la società civile deve sostenere in maniera più concreta ed esplicita i nostri militari e le loro famiglie. Non si può essere neutrali dinanzi all’impegno internazionale di sicurezza, – ha poi detto – né possiamo affidarci a giochi di sensibilità variabili, che indeboliscono la tenuta di un impegno così delicato per la riappacificazione dei popoli”.
(ASCA – grassetto nostro)
Primo atto.
Secondo atto.

Lo stratega
Roma, 12 ottobre 2010 – ”I nostri militari si nutrono anche della forza delle nostre convinzioni e della consapevolezza di una strategia chiara e armonica, che le nazioni mettono in campo per un progetto di convivenza mondiale ordinata”. Lo ha detto l’ordinario militare, monsignor Vincenzo Pelvi, nel corso dell’omelia durante i funerali dei quattro alpini uccisi in Afghanistan.
”Dinanzi a tale responsabilità – ha aggiunto facendo riferimento all’impegno dei militari italiani – nessuno può restare neutrale o affidarsi a giochi di sensibilità variabili, che indeboliscono la tenuta di un impegno così delicato per la sicurezza dei popoli”.
(ANSA)

Blasfemia?
Due brevi estratti dall’omelia di Monsignor Pelvi in occasione dei funerali di Matteo Miotto, ripresi dalle agenzie di stampa del 3 Gennaio 2011:
”Molti chiedono perché ci ostiniamo ad esporci in terre così pericolose, ma allora non si potrebbe rimproverare anche a Gesù di aver cercato la morte affrontando deliberatamente coloro che avevano il potere di condannarlo? Perchè non fuggire? Gesù non ha cercato la morte, non ha però neppure voluto sfuggirla: ha preferito andare fino all’estremo limite della logica della sua vita e della sua missione piuttosto che tradire ciò che era, ciò che diceva, ciò che aveva fatto”.
”Non possiamo aspettarci che una società mondiale pacifica emerga da sola dal tumulto di una spietata lotta di potere: dobbiamo lavorare, fare sacrifici e cooperare per gettare le fondamenta su cui le generazioni future potranno costruire una comunità internazionale stabile e pacifica”.
Una spietata lotta di potere…

“Un eroismo più grande della violenza”
Roma, 21 Gennaio 2011 – ”Il dovere di costruire la pace non deve essere confuso con una specie di inerzia”. E’ l’esortazione di mons. Vincenzo Pelvi, l’ordinario militare, durante i funerali solenni di Luca Sanna.
L’inerzia, ha sottolineato Pelvi, ”accetta ogni tipo di disordine, scende a compromessi con l’errore e con il male”, mentre come ”sa bene il cristiano” la pace ”non è possibile in termini simili”. Esige piuttosto ”il lavoro più eroico e il sacrificio più difficile. Un eroismo più grande della violenza, una maggiore fedeltà alla verità”.
(ANSA)

“Far giungere le onde della fraternità in ogni parte del mondo”
Roma, 3 marzo 2011 – ”Le missioni internazionali di sicurezza ci aiutano a capire che siamo famiglia umana, nella circolarità del dono”. Lo ha sottolineato l’arcivescovo militare, Vincenzo Pelvi, durante l’omelia per i funerali del capitano Massimo Ranzani.
”Troppo spesso, invece, ci nascondiamo – ha aggiunto Pelvi – dietro affermazioni del tipo ‘non è compito mio, ne vale la pena?, non ne sono capace’. Forse non abbastanza ci brucia nel cuore l’amore, assoluta gratuità, con il quale far giungere le onde della fraternità in ogni parte del mondo”. ”Le condizioni morali, sociali e politiche, nelle quali gli uomini sono ora coinvolti in diversi punti del mondo”, ha osservato l’arcivescovo, sembrano ”contraddire l’ottimismo, la fiducia e spegnere subito le speranza”. Ma il sacrificio dei nostri militari ”ci impegna nel riaffermare con una nuova consapevolezza, quell’amore sociale, norma suprema e vitale della persona umana”.
(ANSA)

Un sussulto di dignità?
Roma, 4 marzo 2011 – ”Chissà se le celebrazioni per il 150.esimo anniversario dell’unità nazionale saranno anche occasione per un dibattito ampio e condiviso su una questione di non poco conto della nostra storia nazionale recente: e cioè sul fatto che l’Italia è, da 9 anni, un Paese in guerra. Un conflitto, quello in Afghanistan, di cui si prende consapevolezza solo periodicamente, quando muoiono i nostri soldati”. Se lo chiede, nel suo editoriale, il mensile dei gesuiti Popoli.
Eppure, osserva la rivista, ”questa eclissi della guerra dalla coscienza nazionale e dal dibattito pubblico è tanto più grave nel momento in cui restano drammaticamente nebulosi il senso e gli obiettivi del conflitto”. Per Popoli, è necessario ”reagire, da cittadini e da credenti”. Poichè sono ”sempre meno” le occasioni in cui si può invocare la tradizionale categoria cattolica della ‘guerra giusta’, ”ci si aspetterebbe qualche parola più profetica da parte dei pastori, ma anche una mobilitazione ben più massiccia della cosiddetta ‘base’ cattolica”. ”Davvero – conclude l’editoriale – viene da chiedersi se una nazione dalle profonde radici cristiane – come viene descritta l’Italia – possa accettare di annoverare tra le numerose ‘guerre dimenticate’ anche un conflitto che essa stessa sta combattendo, oltretutto senza sapere bene perché”.
(ASCA)

Che poi, a dirla tutta, “restano drammaticamente nebulosi il senso e gli obiettivi del conflitto” solo a chi non voglia intenderli…

Mille forme… di rispetto
Assisi, 10 ottobre 2011 – “Kosovo, Libano, Afghanistan, Haiti, Libia, Lampedusa sono la testimonianza delle mille forme di accoglienza e non di respingimenti, di rispetto e non di esclusione, di costruttivo dialogo e non di superficiale discriminazione. L’Italia, con i suoi soldati, continua a fare la sua parte per promuovere stabilita’, disarmo, sviluppo e sostenere ovunque la causa dei diritti umani. Percio’ e’ giusto intensificare le iniziative di cooperazione internazionale e partecipare alle missioni delle Nazioni Unite in aree di crisi”. Lo afferma l’ordinario militare, monsignor Vincenzo Pelvi.
“Dinanzi a chi invoca lo scioglimento degli eserciti, l’abolizione di organismi internazionali per la pace, l’istituzione militare paga il prezzo piu’ alto”, sottolinea l’arcivescovo con le stellette salutando il generale Biagio Abrate, capo di Stato Maggiore della Difesa, che ha testimoniato ad Assisi la stima delle Forze Armate per i cappellani militari riuniti nella citta’ di San Francesco per un convegno.
“Il mondo militare – ha aggiunto Pelvi – contribuisce a edificare una cultura di responsabilita’ globale, che ha la radice nella legge naturale e trova il suo ultimo fondamento nell’unita’ del genere umano. Di qui l’esigenza di una rinnovata attenzione a quella ‘responsabilita’ di proteggere un principio divenuto ragione delle missioni internazionali”.
(AGI)

Il rutto di Giuda
Roma, 24 ottobre 2011 – Di Gheddafi ”ci sono tante cose che non sapevo, non avevo mai sentito parlare di fosse comuni. Ho sempre cercato di essere positivo, di vedere gli aspetti buoni”.
Con queste parole il vescovo di Tripoli, mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, in un’intervista a ‘La Repubblica’, ricorda la figura del rais sottolineando, pero’, che ”questa gente ha avuto un leader che meritava la forca, era schiavo del potere, del petrolio, ma anche dell’Occidente. Italia, Francia, tutti lo hanno accolto e osannato. E lui e’ andato su di giri. E’ anche colpa nostra. Era un tiranno, ma nessuno in Occidente se ne accorgeva”.
”Fin dall’inizio della rivoluzione – ha aggiunto mons. Martinelli – c’era rabbia verso Gheddafi, dopo quarant’anni in cui mancava la liberta’. Poi la rabbia e’ esplosa in forme poco dignitose, poco musulmane direi, i musulmani hanno rispetto del corpo, invece ho visto questo corpo alla merce’ di tutti. Non sono capace di spiegare la cattiveria”.
Il vescovo di Tripoli ricorda anche gli aspetti positivi di Gheddafi: ”Ci ha sempre garantito la liberta’ religiosa. Fra tante contraddizioni rispettava lo spirito religioso. Gheddafi predicava l’Islam, ma e’ arrivato alle fosse comuni. Come ha potuto?”.
(ASCA)

[segue]

Hanno sfidato una tempesta di sabbia

Herat, 17 settembre – Hanno sfidato una tempesta di sabbia per consegnare le schede elettorali in una delle zone più remote dell’Afghanistan, Por Chaman. Gli elicotteri italiani hanno compiuto la missione questa mattina ed hanno consegnato alle autorità afghane gli scatoloni sigillati contenenti le schede elettorali per le votazioni che si svolgeranno domani in tutto l’Afghanistan. Una missione durata due ore e che ha visto impegnati un CH47, elicottero da trasporto, e due Mangusta che hanno scortato le schede elettorali.
Nel corso della settimana molte volte l’operazione era fallita proprio a causa della tempesta di sabbia che ha colpito la regione. “Negli ultimi giorni – spiega il maggiore Bruno Pagnanelli abbiamo messo a punto un piano dettagliato per portare le scatole sigillate con all’interno le schede elettorali nei vari distretti. Una tempesta di sabbia però ha impedito che l’operazione giungesse a buon fine. Fino a questa mattina quando il maltempo ha concesso una tregua di due ore e così gli elicotteri sono partiti da Farah, nella provincia di Herat, affrontando una missione al limite, sorvolando la zona montuosa e desertica di quella provincia. Nessun atto ostile da parte degli insorti è stato registrato contro le forze dell’aviazione leggera dell’Esercito e dunque sabato gli abitanti di quella zona potranno recarsi alle urne”.
(AGI)

Peccato però che…

Kabul, 17 settembre – Alla vigilia del voto afghano, sequestrate migliaia di schede false e badge per l’accredito degli osservatori. Lo hanno annunciato le autorità in Afghanistan, dove crescono i timori di brogli elettorali, in un voto che i talebani hanno invitato a boicottare e minacciato di insanguinare con attentati.
(AGI)

Roma, 17 settembre – In Afghanistan si corre il rischio di brogli elettorali: lo ha detto il ministro della difesa Ignazio La Russa. “Qualche volta sentiamo parlare di rischio brogli elettorali nei Paesi europei – ha dichiarato La Russa – e qualche volta anche in casa nostra. Potete immaginare come sia più facile sentirne il pericolo in una terra così devastata come l’Afghanistan“. La riflessione del responsabile della Difesa a margine dell’incontro che ha avuto con il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen.
(AGI)

Ma come, signor Ministro, non ci ha sempre detto che in Afghanistan siamo sulla buona strada?!?
Intanto, i “nostri ragazzi” continuano a giocare alla guerra:

Roma, 17 settembre – Due incursori italiani, un ufficiale e un militare di truppa della Task Force 45, costituita dalle forze speciali italiane, sono rimasti feriti oggi nel distretto di Bakwah, provincia di Farah, a sud di Herat. I due, colpiti da proiettili di arma da fuoco alla spalla, non sono in pericolo di vita. In particolare, riferisce il Regional Command West di ISAF, i militari sono rimasti feriti nel corso di un’operazione mirata alla cattura di quattro insorti che erano stati avvistati da un velivolo senza pilota dell’Aeronautica militare mentre posizionavano un ordigno lungo la strada che collega Farah a Delaram.
Gli insorti si erano spostati in un’abitazione verso la quale si stavano dirigendo un elicottero da trasporto CH47 con a bordo gli elementi delle forze speciali, scortato da due elicotteri Mangusta. I due feriti sono stati subito evacuati presso l’ospedale da campo USA di Farah. La dinamica dell’evento è in fase di ricostruzione, mentre le famiglie dei due militari sono state avvisate.
(ASCA)

Un elicottero da trasporto CH47 e due Mangusta in entrambi gli episodi, ma che curiose coincidenze!

Altri addirittura, pur di sparare a qualche animale di grossa taglia, da cacciatori accaniti arrivano a firmare contratti annuali o pluriennali con le nostre Forze Armate che organizzano safari a proprie spese.
Il ragionamento è semplice: se, tra acquisto di mimetica, scarponi, fucile, munizioni, costo di viaggio di spostamento all’estero ecc, se ne vanno più di mille euro, e io posso risparmiare, anzi mi pagano lautamente per la trasferta internazionale, perché non farlo?
Qualche rischio c’è, ma a vedere i dati che ogni anno ci arrivano dagli enti preposti, ma anche dalla stessa televisione, decine di morti e feriti per ogni stagione faunistica, c’è da ammettere che c’è più rischio di essere impallinati dai cacciatori della domenica o morti precipitati in dirupi a causa di un terreno che frana in tutta Italia, piuttosto che percorrere le lande desolate afgane o irachene a caccia di qualche bella preda.
Qualche volta dallo schermo tv, ci arrivano delle notizie curiose che ci parlano del cinghiale che inferocito ha fatto cadere un cacciatore, al quale partendo un colpo ha ammazzato accidentalmente l’amico o di qualche volpe che fintasi morta ha poi staccato il naso o la mano al cacciatore imprudente, ma sono cose che non fanno paura, anzi danno una bella scossa di adrenalina a ogni impenitente cacciatore.
Oggi, l’incidente di caccia è avvenuto non nei boschi della Garfagnana, bensì tra le pietraie del distretto di Herat, dove un gruppo di cacciatori italiani in trasferta, che in Afghanistan sono inquadrati dalla agenzia di Safari “Incursori Taskforce45”, addestrata ad eliminare a colpi di silenziatore dei fastidiosi esemplari di una specie che si chiama talebana, dopo aver avuto le indicazioni da parte di un cane-volante robot (chiamato Predator) ove si trovasse la tana di alcuni esemplari di questa razza, è incautamente incappata in un branco di cuccioli talebani con mamme al seguito.
La reazione di questi animali che, notoriamente, appena vedono un cane-robot Predator a stelle e strisce, si fanno immediatamente annichilire a colpi di missile, è stata inconsulta, rabbiosa provocando la morte di un cacciatore ed il ferimento di un altro.
L’ennesimo incidente di caccia scatenerà nuove polemiche tra coloro che sono sfavorevoli alle attività di caccia grossa all’estero sotto il patrocinio del Ministero della Difesa e coloro che invece richiederanno l’impiego di cani-robot armati, capaci di ammazzare prima la preda a distanza, onde far fare ai cacciatori incalliti un safari teleguidato senza rischi.
Si prevede che i missili da installare su questi nuovi cani da caccia saranno acquistati con i risparmi sulle pensioni di invalidità, sulla scuola, sulla sanità e con tariffe più alte sui servizi pubblici.

“La caccia grossa è garantita dai principi delle libertà costituzionali, corrobora lo spirito italico e fa tenere alto il nome della nostra Nazione all’Estero!“.
Con queste parole, il nostro ministro della Difesa richiederà la mozione di fiducia sulla prossima manovra relativa all’acquisto della ”nuova attrezzatura” per un’attività venatoria che quest’anno si presenta molto interessante.

Da Incidenti di caccia: morto un incursore italiano che andava a caccia di talebani, di Antonio Camuso.
[grassetto nostro]

Missione di pace
Roma, 20 settembre – “Il tenente Romani era un valoroso combattente”, ha detto Franco Frattini, ricordando la figura del militare ucciso. Il ministro degli Esteri ha aggiunto che gli uomini della Task Force 45, di cui faceva parte Romani, sono militari “addestratissimi”, in Afghanistan da volontari, che “devono andare a snidare quei talebani con cui non potremo fare mai un accordo”.
(AGI)

“Fiaccola per la nostra Patria, lampada per i popoli martoriati”
Roma, 20 settembre – ”Alessandro in Afghanistan voleva che gli ordigni non spegnessero più i sogni dei bambini, che le donne non fossero più sfigurate e lapidate, che gli uomini non fossero più legati su pali in attesa della morte, dinanzi agli occhi dei figli”. Con queste parole mons. Vincenzo Pelvi, ordinario militare per l’Italia, ha ricordato la figura del tenente Alessandro Romani, l’incursore del reggimento ‘Col Moschin’ ucciso il 17 settembre in uno scontro a fuoco con i talebani e del quale si sono celebrati i funerali oggi a Roma alla presenza del capo dello Stato Giorgio Napolitano.
”In questa basilica, diventiamo alunni dinanzi alla sua bara, cattedra non sempre condivisa e riconosciuta. Eppure è una cattedra da cui viene trasmesso un insegnamento che debella l’egoismo e fa trionfare la solidarietà. Una cattedra che non respinge i poveri e gli emarginati ma insegna ad accogliere i più deboli e li mette in cattedra”. ”Caro Alessandro, – ha detto mons. Pelvi rivolgendosi direttamente al militare caduto – con la partecipazione alle missioni internazionali di sicurezza e di sviluppo, sei diventato, senza cercarlo, fiaccola per la nostra Patria e l’intera umanità. Non ti sei preoccupato delle tue paure o delle tue ferite perché avevi a cuore di restituire dignità umana a ogni persona. Prima per il popolo iracheno e poi per quello afghano, sei stato luce di speranza, convinto che la vita di ogni uomo è un valore non negoziabile”.
Per mons. Pelvi la morte di Romani ”è un ammonimento circa la necessità di abbandonare la mentalità che considera i poveri – persone e popoli – come fardello e come fastidiosi importuni. Eppure solo assieme a loro possiamo creare un mondo più giusto e per tutti più prospero. Se vogliamo la pace, la costruiremo assicurando a tutti la possibilità di una crescita ragionevole: le ingiustizie, prima o poi, presentano il conto a tutti. Il servizio dei nostri militari rivela un obiettivo di profonda solidarietà: mirare al bene di ognuno e di tutti”. Da qui l’impegno a ”non distogliere mai l’attenzione ai progetti di sviluppo dei popoli, specialmente di quelli più bisognosi di aiuto, promuovendo il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale anche col minimo dispendio delle risorse umane ed economiche mondiali per gli armamenti. Lo sviluppo è dato dall’incremento di scelte buone che sono possibili quando esiste la nozione di un bene umano integrale”.
Il vescovo castrense ha concluso l’omelia ringraziando a nome dell’Italia ”i nostri militari, che, liberi dal proprio io, si espongono come lampada per i popoli martoriati dalla tirannia e dalla violenza con l’intento di rendere ospitale la casa dell’umanità. La guerra non è mai inevitabile e la pace è sempre possibile. Anzi doverosa”.
(ASCA)

[La puntata precedente del “Monsignore atlantico”.
Le ingiustizie, prima o poi, presentano il conto a tutti…]