Felice Ippolito, italiano “pericoloso”

Dopo il 1945, quel che rimane della fisica italiana giace tra le ceneri della guerra. Della scuola di Via Panisperna, dissolta alla fine degli anni Trenta, l’unico rimasto in Italia è Edoardo Amaldi. La ricostruzione delle strutture dedicate alla ricerca era iniziata a Roma già nel 1944, riportando al loro posto strumenti e attrezzature precedentemente messi al sicuro.
Su iniziativa di Amaldi e Carlo Bernardini e sotto l’egida del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), viene istituito nella capitale il Centro di studi di fisica nucleare e delle particelle elementari. Contemporaneamente, inizia a muoversi un nuovo nucleo di fisici italiani con l’intento di promuovere la fisica atomica, per scopi di ricerca e applicativi a favore del sistema industriale, il quale fonda a Milano il Centro Informazioni Studi ed Esperienze (CISE). Amaldi tiene regolarmente seminari al CISE, e nel 1948 decide di portare con sé Felice Ippolito, un ingegnere civile avviato alla carriera di geologo, appassionato di ricerca di radionuclidi nelle rocce italiane. Ippolito intende dimostrare che in Italia vi sia uranio in quantità maggiore a quanto supposto dai geologi del tempo.
Le industrie che partecipano al CISE sono dotate di scarsi capitali, per cui viene posta la questione di richiedere un intervento da parte statale, opzione fortemente sostenuta proprio da Ippolito, in contrasto con le aziende, convinte che se lo Stato avesse messo le mani sul nucleare prima o poi sarebbe arrivato a controllare l’intera filiera della produzione di energia elettrica, allora completamente in mani private.
Il primo successo delle pressioni dei fisici arriva con l’approvazione governativa del bilancio 1950-1951 del CNR, il cui presidente è il matematico e ingegnere Gustavo Colonnetti, democristiano. Egli mette in piedi una Commissione per le ricerche nucleari di cui chiama a far parte, oltre a fisici, anche esponenti della politica, dell’industria e militari. Già nel 1947 Colonnetti aveva scritto a De Gasperi, capo del governo di unità nazionale, cercando nell’argomento della difesa un motivo d’interesse al nucleare da parte del leader DC, facendo notare – senza successo – che gli Stati Uniti avevano intenzione “non solo di conservare il vantaggio già conseguito nelle ricerche e nella fabbricazione delle armi atomiche e speciali, ma di aumentare sempre più questo vantaggio”.
Il nuovo tentativo di attirare l’attenzione governativa sulla questione nucleare non ottiene l’effetto sperato, per cui da quel momento Colonnetti e Amaldi vanno avanti da soli, fondando, l’8 agosto 1951, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. L’anno successivo è varato il Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari (CNRN), del quale segretario generale viene nominato l’ingegnere Ippolito.
Alla scadenza del primo mandato triennale del Comitato, senza che il governo rinnovasse l’incarico, Ippolito si comporta come Enrico Mattei quando, in una situazione analoga, gli era stata affidata la liquidazione dell’AGIP: invece di licenziare il personale e vendere le poche attività, si scatena provocando una violenta campagna stampa contro il governo che faceva mancare i finanziamenti a un organismo scientifico statale, e così facendo lasciava spazio alle industrie elettriche private. L’attacco di Ippolito convince finalmente (agosto 1956) il governo a riconfermare il mandato del CNRN, che deve però aspettare il 1960 per assumere, prima personalità giuridica, poi, con il terzo governo Fanfani, trasformarsi in Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare (CNEN), forte di una dote quinquennale di 80 miliardi di lire che si rivelerà comunque insufficiente.
E’ solo alla fine del 1962, all’epoca del quarto governo dello stesso Fanfani, che il disegno di legge per “l’impiego pacifico dell’energia nucleare”, elaborato due anni prima, riceve integrale approvazione; il Comitato, il cui ruolo diventa strategico per la contemporanea nazionalizzazione dell’industria elettrica e l’istituzione dell’ENEL (legge n. 1643 del 6 dicembre 1962), di cui Ippolito diventa consigliere mantenendo anche la carica di segretario al CNEN, conquista una adeguata autonomia.
Si tratta dell’inizio concreto del nucleare italiano, che nel giro di pochi anni porterà all’attivazione delle prime tre centrali (Latina, Garigliano e Trino Vercellese), per un totale in potenza elettronucleare di 3,5 miliardi di KW – il 4,2% della produzione di energia elettrica nel 1965 – ponendo l’Italia al terzo posto come produttore tra i Paesi occidentali, dopo Gran Bretagna e Stati Uniti.
Da quel momento in poi, con il miracolo economico che ormai volge al termine, la storia del nucleare italiano inizia ad andare incontro, più che a semplici difficoltà, a veri e propri boicottaggi. La convivenza tra CNEN ed ENEL non si rivela per niente facile e invece di dialogare, come ci si aspetterebbe da due enti che dipendono l’uno dall’altro, visto che il secondo distribuisce l’energia elettrica prodotta dal primo, si fanno presto guerra. A mezzo stampa e di prese di posizione politiche.
A dar fuoco alle polveri è L’Espresso, che in un editoriale del 4 agosto 1963 si scaglia contro il direttore generale dell’ENEL per la “mentalità puramente aziendale” che starebbe prevalendo nell’ente. A questi ribatte l’allora segretario del Partito Socialdemocratico (PSDI), Giuseppe Saragat, che difende i vertici dell’ENEL attaccando “l’ossessione dell’energia atomica” del CNEN. Principale elemento critico delle centrali nucleari, secondo Saragat, sarebbe il fatto che esse non possono produrre energia elettrica a prezzi competitivi rispetto alle fonti tradizionali, petrolio e carbone; il nucleare italiano sarebbe quindi antieconomico, determinando per l’Italia la convenienza a restare fuori dal settore.
Fra le azioni convergenti contro Ippolito pare preminente quella svolta dalle multinazionali petrolifere, tale da fargli dichiarare successivamente: “I petrolieri desiderosi di smistare barili e costruire nuovi impianti di raffinazione, avevano tutto l’interesse che l’Italia non sviluppasse una politica nucleare alternativa al petrolio. E il mio tentativo di creare un’industria nucleare italiana urtava appunto gli interessi delle Sette Sorelle (…) che dominavano il mercato mondiale”.
Un’altra analogia con Enrico Mattei, anch’egli antagonista degli interessi statunitensi in campo energetico, tale da indurre il quotidiano di Confindustria – allora semplicemente 24 Ore – a chiamare spesso Ippolito “il Mattei atomico”.
Rimanendo ai fatti, va notato come il maggior critico di Ippolito, Saragat, è stato una figura chiave nei rapporti Italia-USA fino agli anni Settanta, prima attraverso la costituzione del PSDI, nato da successive rotture con i comunisti e i socialisti, poi con un ruolo di grande importanza, come attivo atlantista, nell’adesione italiana al Piano Marshall, strumentale a porre il Paese nell’orbita economica e geopolitica degli Stati Uniti.
Questi ultimi, però, guardano ancora più avanti e si augurano, una volta salita al governo la debole coalizione di centrosinistra, che tale stagione di collaborazione finisca quanto prima possibile, facendo leva – come emerge da carteggi oggi pubblici – propria sulle accuse rivolte a Ippolito. La protezione politica di cui egli aveva sino a quel momento goduto viene meno rapidamente. L’incompatibilità tra le cariche di segretario del CNEN e di consigliere dell’ENEL è il cavillo legale che darà spunto alle inchieste successive, previa sospensione – con decreto ministeriale del 31 agosto 1963 – da segretario del CNEN, a breve seguita da analogo provvedimento per il suo ruolo in ENEL.
Il 3 marzo 1964, la Procura generale di Roma arresta presso il suo domicilio nella capitale Felice Ippolito, a conclusione di una istruttoria, sommaria, durata tre mesi, accusandolo di peculato aggravato continuato per alcune centinaia di milioni, falso in atto pubblico e abuso di poteri d’ufficio, e ponendolo in regime di “grande sorveglianza”.
Con Ippolito finiscono in tribunale almeno otto imputati, come negli auspici de l’Unità, che insieme a Il Corriere della Sera si distingue per la violenza delle invettive. Due giorni dopo l’arresto, il quotidiano fondato da Gramsci rilancia le accuse di Saragat, secondo il quale “il Comitato per l’energia nucleare è diventato un centro di occulti poteri e di sprechi favolosi (…) è urgente subito eliminare il bubbone”. In stupefacente assonanza con quanto dichiarerà di lì a poco, il 30 aprile, il presidente di FIAT, Vittorio Valletta, circa l’impegno nell’elettronica da parte di Olivetti.
All’indomani della messa fuori gioco di Ippolito, il nuovo ministro dell’Industria Giuseppe Medici (governi Moro I e II) non riesce che a confermare i finanziamenti stanziati nel precedente quinquennio, a fronte di un CNEN molto più grande, con tre centrali nucleari a regime e 2.400 dipendenti. Nuovo segretario generale viene nominato un funzionario del Tesoro, che addirittura ne stabilisce l’intero bilancio in soli 15 miliardi all’anno, “prescindendo dalla realizzazione dei programmi”.
Per iniziativa congiunta di CNEN e CNR erano peraltro nati due centri di ricerca al di fuori della fisica atomica, il Laboratorio internazionale di biofisica e genetica e il Laboratorio per la preparazione dei minerali, le cui attività si interrompono alla metà degli anni Sessanta proprio in coincidenza con la crisi Ippolito.
La sentenza di primo grado a suo carico – undici anni e quattro mesi di reclusione, una sanzione di sette milioni e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici – in appello viene ridotta a una serie di “favoritismi, di clientelismo e di leggerezze, facilitate, peraltro, e qualche volta determinate, dalle particolari condizioni di disordine amministrativo e organizzativo, dell’ente in vertiginosa crescita”, con una pena più che dimezzata e una effettiva permanenza in carcere a Rebibbia di poco più di due anni.
Nel marzo 1968 sarà proprio Giuseppe Saragat, nel frattempo eletto Presidente della Repubblica, a concedere la grazia a Ippolito, restituendogli i diritti civili e la facoltà di tornare all’insegnamento. Ormai, però, il CNEN era stato affossato, decretando di fatto la sconfitta dell’Italia nella corsa internazionale all’energia nucleare.

[Le informazioni contenute nel presente articolo sono tratte da “Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta”, di Marco Pivato, Donzelli editore]

Adriano Olivetti, italiano “pericoloso”

Entrato in azienda negli anni Venti come semplice operaio, il primogenito di Camillo, Adriano Olivetti, già nel 1932 ne viene nominato direttore generale.
L’azienda, nata nel 1908 a poche decine di chilometri da Torino, a Ivrea, è la prima fabbrica nazionale di macchine da scrivere, destinata a diventare leader nel settore dei materiali per ufficio e poi in strumenti elettronici all’avanguardia, dalle telescriventi alle prime macchine da calcolo meccaniche. Dopo la seconda guerra mondiale e la morte del padre, avvenuta nel 1943, Adriano assume il controllo dell’azienda, che nel frattempo è sempre più impregnata del carattere del suo nuovo proprietario e fondatore, nel 1948, del Movimento Comunità.
L’Olivetti – nelle parole del tesoriere Mario Caglieris – è “una fabbrica fondata su un preciso codice morale, per il quale il profitto viene destinato. prima di tutto agli investimenti, poi alle retribuzioni e ai servizi sociali, in ultimo agli azionisti con il vincolo di non creare mai disoccupazione”.
La scommessa, professionale e scientifica, di Adriano Olivetti non si limita a confrontarsi con la concorrenza di quegli scienziati che, negli anni Cinquanta, stanno gettando le basi dell’informatica moderna, ma si intreccia anche con le dinamiche della Guerra Fredda.
A cominciare dalla nomina del giovane ricercatore italo-cinese Mario Tchou alla guida del costituendo Laboratorio di ricerche elettroniche di Ivrea, nel 1954, poi trasferito a Barbaricina, vicino Pisa. L’intento del Laboratorio è quello di gettare le basi progettuali per creare il primo calcolatore elettronico da destinare al mercato.
Nel 1959 è pronto Elea 9003 – acronimo di Elaboratore elettronico automatico – terzo prototipo dopo Elea 9001 ed Elea 9002, nonché il primo calcolatore a transistor commerciale della storia. Con l’ingresso ufficiale nel campo dell’informatica, l’Italia entra nel ristretto novero dei Paesi industriali in possesso di mezzi e conoscenze definite “sensibili”, ma la politica italiana – cerimonie a parte – non sembra affatto interessata a sostenere e proteggere la nascente industria informatica. L’Olivetti non riceve aiuti di Stato ed è anzi lei stessa a portare le istituzioni nazionali a conoscenza delle potenzialità nel campo informatico, mentre i concorrenti stranieri, ad esempio negli Stati Uniti, godono di somme ingenti stanziate dal governo, soprattutto a scopi militari.
In questo scenario, due eventi tragici danno una svolta al destino dell’informatica italiana. Il primo è la morte d’infarto, nel febbraio 1960, di Adriano Olivetti. Il secondo, nel novembre 1961, è l’incidente stradale in cui il pioniere dell’informatica italiana, Mario Tchou, muore sul colpo.
Secondo Giuseppe Rao, funzionario diplomatico – una delle rare fonti sui movimenti dell’Olivetti nel campo dell’elettronica – numerosi elementi lasciano supporre l’esistenza di un complotto per uccidere Tchou. L’ipotesi è che l’aver affidato ad un “muso giallo” il compito di condurre l’Italia nei segreti dello strategico mondo dell’informatica avrebbe destato le preoccupazioni di chi, in quel momento storico, aveva il maggior interesse a monopolizzarlo o perlomeno a primeggiarvi, gli Stati Uniti. E, fra l’altro, Mario Tchou era stato contattato dall’ambasciata cinese perché anche Pechino iniziava ad avviare studi sui calcolatori.
A prescindere da qualunque ipotesi complottista, Rao sottolinea comunque che gli Stati Uniti avevano un enorme interesse a tenere fuori l’Italia nel campo delle ricerche sui calcolatori, in quanto Paese confinante con l’Impero del Male e contenitore del più grande partito comunista d’Occidente.
Il modello di Adriano Olivetti non aveva avuto sostenitori nel mondo politico né, tantomeno, sostegno da parte di Confindustria, che anzi aveva mal digerito il voto dell’onorevole Olivetti, determinante per la costituzione del primo governo di centrosinistra. Franco Filippazzi, collaboratore di Tchou al Laboratorio, spiega che esso “non era di sinistra e non era di destra, o forse attingeva da entrambi gli orientamenti, ma di certo si trattava di un modello di capitalismo (…) certamente in controtendenza ai valori di un’ampia comunità interna alla DC, solidale invece ai valori ‘atlantici’”.
Fatto sta che la morte di Adriano e la crisi economica seguita al boom degli anni Cinquanta portano l’Olivetti a una difficile situazione finanziaria e si fa quindi avanti un gruppo misto pubblico-privato, il cosiddetto “gruppo d’intervento” formato da FIAT, Pirelli, Mediobanca, etc. che entra nel capitale dell’azienda di Ivrea.
Nell’aprile 1964, in sede di assemblea degli azionisti FIAT, l’allora presidente Vittorio Valletta rilascia una famosa dichiarazione: l’Olivetti “è strutturalmente solida e potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”.
Gli ingegneri che avevano costruito Elea 9003 confluiscono in un nuovo organismo, la Deo, che nel 1965, su decisione del gruppo d’intervento, viene venduto per il 75% alla multinazionale statunitense General Electric. Con tale vendita – o svendita, per dirla con le parole di Rao – la politica industriale italiana cede definitivamente agli Stati Uniti il primato nella ricerca scientifica applicata all’informatica. Coronato nel 1968 con la cessione agli americani della restante quota del 25%.
Pier Giorgio Perotto, altro collaboratore di Tchou e poi inventore della “Programma 101” (P101), il primo personal computer della storia, meglio conosciuta come “Perottina”, ha scritto che il “neo” fu estirpato in tragica e assurda coincidenza con l’avvio della rivoluzione elettronica mondiale.
Luciano Gallino, sociologo di fama, già dirigente di Olivetti, sostiene che “l’affermazione di Valletta fu fatta senza alcuna valutazione critica di politica economica. Non fu redatto alcuno studio, né è mai esistita traccia di una relazione di bilancio sulla Deo: la scelta di tagliare il settore informatico fu giustificata semplicemente dal prevalere di una considerazione personale di Valletta e di qualche collega a cui il resto del gruppo d’intervento non fece obiezioni”.
E, secondo Giuseppe Rao, è verosimile che sulla vendita alla General Electric ci siano state pressioni direttamente da parte degli Stati Uniti. Con questi ultimi, del resto, le aziende del gruppo d’intervento avevano, se non un debito, quantomeno un vincolo solidale, dato che esse erano state le principali beneficiarie degli aiuti economici erogati in base al Piano Marshall nel dopoguerra. Pressioni esplicite da parte americana, affinché si (s)vendesse Deo e l’Italia non potenziasse il suo sapere nel nuovo strategico settore, ammesse anche dal tesoriere di Olivetti Mario Caglieris, il quale – interpellato per conoscere i dettagli dell’affare – si è rifiutato di parlare della vicenda.

[Le informazioni contenute nel presente articolo sono tratte da “Il miracolo scippato. Le quattro occasioni sprecate della scienza italiana negli anni sessanta”, di Marco Pivato, Donzelli editore]