C’era una volta l’USIA

Verso la fine degli anni Novanta scriveva John Kleeves, nel suo Divi di Stato. Il controllo politico su Hollywood, Edizioni Settimo Sigillo (pp. 100-104):

“Alla fine ci si rese conto che occorreva una entità centrale che presiedesse alla propaganda americana all’estero. Si trattava di controllare l’informazione che nasceva negli Stati Uniti, così uniformata ma “spontanea” e quindi con dei difetti, e di integrarla con altra appositamente prodotta. Quindi occorreva convogliare il tutto all’estero nei dovuti ed efficaci modi. All’estero bisognava coordinare tale informazione con quella prodotta, controllata e diffusa dalla CIA, la Central Intelligence Agency, che era stata istituita nel 1947 sull’impianto dell’OSS (Office of Strategic Services, il servizio segreto militare del periodo di guerra, mai smantellato). La CIA si occupava essenzialmente di spionaggio politico e di sovversioni, di neo-colonizzazioni, ed un suo normale strumento operativo era la propalazione di notizie false, sia sul “nemico” che sugli Stati Uniti, oltre che naturalmente su tante altre cose. Tale propaganda della CIA andava anche controllata, supportata e resa il più possibile omogenea con quella che proveniva dagli Stati Uniti. In poche parole occorreva una entità responsabile dell’immagine estera degli Stati Uniti, cui facessero capo tutte le attività controllabili dal governo americano che contribuivano a formarla. Niente di più logico: gli Stati Uniti, in fondo non sono una nazione, ma giusto una azienda privata di dimensioni abnormi e con un proprio esercito, e le occorreva un Ufficio Pubbliche Relazioni centralizzato.
II 1° agosto 1953, durante la presidenza di Ike Eisenhower, veniva così istituita la United States Information Agency, USIA. Il suo compito era:
“Influenzare le attitudini e le opinioni del pubblico estero in modo da favorire le politiche degli Stati Uniti d’America… e di descrivere l’America e gli obiettivi e le politiche americane ai popoli di altre nazioni in modo da generare comprensione, rispetto e, per quanto possibile, identificazione con le proprie legittime aspirazioni… e dimostrare e documentare di fronte al mondo i disegni di coloro che minacciano la nostra sicurezza e cercano di distruggere la libertà”.
(…)
Era una Agenzia simile alla CIA, pubblica nell’esistenza ma segreta nell’operatività. Dipendeva ovviamente dal Dipartimento di Stato, e cioè dal Ministero degli Esteri.
Venne rapidamente ad avere dimensioni gigantesche. Svolgeva le sue mansioni controllando le fonti dell’informazione interna; favorendo l’esportazione della più adatta; presiedendo agli scambi culturali fra gli Stati Uniti e gli altri Paesi, comprendendo con la dizione anche i settori dello spettacolo e dello sport; fungendo da consulente per la CIA all’estero; cercando di influenzare il maggior numero possibile di media esteri, nei vari Paesi. Per quest’ultimo scopo verso la metà degli anni Sessanta (quando si aprì una fortuita finestra sulle sue attività) gestiva quasi 250 centrali operative segrete all’estero, in più di 100 Paesi. Qui si pubblicavano dietro altre ragioni sociali svariate centinaia di periodici, fra grandi e piccoli, di ogni settore, dalla politica allo spettacolo allo sport ai fumetti; la tiratura totale annua era di 29 milioni di copie. Influenzava per mille vie e leveraggi un numero multiplo di insospettabili media esteri, fra Case cinematografiche e discografiche, reti televisive e radio, quotidiani e settimanali a diffusioni nazionali e locali. Influenzava la maggioranza delle agenzie di stampa internazionali, sicuramente quelle del “mondo libero”, tipo l’inglese Reuter, la francese France Press, l’italiana ANSA e così via. Gestiva poi in prima persona alcuni strumenti mediatici di grande potenza, fra cui spiccava la rete radiofonica mondiale Voice of America (VOA), che alla metà dei Sessanta diffondeva 790 ore di programmi alla settimana in moltissimi Paesi, e in qualche decina di lingue.
L’attività dell’USIA rientrava nello Smith-Mundt Act e quindi le sue creazioni non potevano essere diffuse negli Stati Uniti, comprese le trasmissioni della VOA. Anzi, stando sempre al suo statuto, l’USIA non potrebbe eseguire nessun tipo di attività nel territorio statunitense.
(…)
Occorre citare almeno l’attività di promozione all’estero di prodotti culturali americani adatti; eseguita in concerto con le Multinazionali interessate. Rientravano nell’ambito libri di qualunque genere, anche romanzi o gialli; dischi di musica leggera; film e cartoni animati. Veniva incoraggiata la traduzione di opere, resa allettante in più modi la loro stampa a grande tiratura; ad autori americani venivano fatti vincere premi all’estero. Cantanti americani erano indotti a compiere tournee all’estero anche se non abbastanza remunerative per loro. Non era difficile che tali tournee fossero organizzate in periodi elettorali, o di particolare tensione politica per i Paesi ospiti. Venivano premiati in mille modi gli organizzatori di spettacoli ed i presentatori dei vari Paesi che inserivano molto materiale americano e che lo trattavano con ammirazione. Le star di Hollywood venivano inviate a partecipare a trasmissioni televisive o a manifestazioni. Shirley Temple compì numerosissime visite all’estero, sin da quando era la bambina prodigio chiamata “riccioli d’oro”: serviva ad offrire un’immagine di grazia ed innocenza agli USA e fu mandata specialmente in Paesi africani. L’Italia fu sin da subito un Paese principe per tali attività dell’USIA. Gli italiani – un popolo con forti limiti intellettuali – si entusiasmavano per divi e dive di Hollywood, e per le rock star americane, e mai sospettarono di essere manipolati. Almeno un paio dei notissimi presentatori o presentatori-imitatori italiani traevano molti vantaggi dai loro contatti con l’USIA.
Accanto alla promozione dei propri prodotti c’era lo sbarramento da effettuare sulla concorrenza, che era sia commerciale che culturale, cioè nociva sia per le Multinazionali statunitensi (case cinematografiche, discografiche ed editoriali) che per l’USIA. Così nei vari Paesi esteri, dove si poteva, si ostacolava la diffusione di filmografie, musiche ed opere stampate non di origine statunitense. Questa azione fu molto più efficace di quanto non si riesca a sospettare: la diffusione nel mondo di certe filmografie, musicalità e letterature è molto inferiore a quanto meriterebbero e ciò è dovuto proprio all’azione combinata delle Multinazionali statunitensi e dell’USIA. Basti pensare alla musica sudamericana, alla filmografia italiana, alla letteratura francese.
(..)
L’USIA è ancora in attività. Attualmente la sede centrale è al 301 IV South West Street di Washington e il suo direttore si chiama Joseph Duffey, che risponde direttamente alla signora Madeleine Albright. La sua consistenza attuale non è nota ma varie indicazioni portano a dimensioni molto superiori a quelle degli anni Sessanta, che si possono fissare nell’attualità ad un budget sui 3 miliardi di dollari e ad un personale sulle 30.000 unità; le centrali estere sono attualmente quasi 300, distribuite in circa 120 Paesi (dopo il 1993 l’USIA ha dovuto sobbarcarsi l’onere della propaganda in molti Paesi “nuovi”, dell’Europa Orientale ed ex URSS).
(…)
Gli scopi statutari dell’USIA sono ancora esattamente quelli fissati dal Congresso nel 1953. Essi prevedevano di descrivere bene gli Stati Uniti e male i loro nemici, senza chiamarli per nome. Il crollo del Muro di Berlino del 1989 non ha cambiato tali scopi. Ha annullato la Guerra Fredda, eliminando la figura dell’URSS-Impero del Male. Però, a parte la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno sempre bisogno di un Nemico Planetario, di qualcuno da combattere ogni dove e che fornisca la scusa di sovvertire il mondo, in particolare sempre il Terzo Mondo. Proprio in questi anni si sta studiando chi possa essere il Nemico Planetario del futuro. Si stanno esaminando il Terrorismo Internazionale ed il Traffico Internazionale di Droga (si, quello gestito in ultima analisi proprio dal governo americano), ma pare che non sia ancora stata scelta una via da seguire con decisione. La Cina andrebbe bene, ma non ha le caratteristiche di pericolosità mondiale che potevano essere attribuite all’URSS. Rimane certamente inalterata per l’USIA la funzione di descrivere gli Stati Uniti come Impero del Bene, il che è ciò che più interessa nel presente lavoro.
A scanso di equivoci è bene dire che anche oggigiorno le attività dell’USIA ricadono nello Smith-Mundt Act del 1948. Si può narrare in merito il seguente episodio. Nel 1985 un radioamatore dello Stato di Washington, tale Edwin A. Smith, captò una trasmissione della VOA intitolata “Africa in Print”. Sorpreso dal contenuto, che gli pareva inverosimile, una menzogna completa, chiese un trascritto della trasmissione, come in effetti aveva proposto a tutti gli interessati l’annunciatore alla fine della trasmissione. Il trascritto gli fu negato. Smith aveva in mente il Freedom of Information Act, una legge del Congresso che stabilisce il diritto di ogni cittadino americano ad ottenere qualunque documento del governo che non sia definito classified o top secret, e fece ricorso, Ebbene, un tribunale federale gli diede torto: il materiale propagandato dall’USIA all’estero può essere ottenuto solo da membri del Congresso, e dietro richiesta da valutare di volta in volta; per gli altri cittadini americani è anche reato tentare di captare le trasmissioni radio della VOA.”

Abbiamo rintracciato in rete The United States Information Agency: A Commemoration, volume autocelebrativo pubblicato all’indomani della sua integrazione con il Dipartimento di Stato, in virtù del Foreign Affairs Restructuring and Reform Act del 1998, che presenta una ricca fenomenologia dell’ingerenza diplomatica statunitense in ogni angolo del globo, attraverso i racconti e gli aneddoti dei funzionari USIA.
Qui, invece, si trova una guida generale sull’Agenzia, elaborata solo pochi mesi prima, con il dettaglio delle attività svolte.

[Se il video non risulta visibile, potete vederlo qui]

Esportatori di speranza, maestri di propaganda

rfe sede

Iniziamo con un gustoso antipasto.

“Radio Free Europe/Radio Liberty da voce, come uno sfogo, a milioni di persone che altrimenti non l’avrebbero.”

“Voice of America e Radio Free Europe/Radio Liberty (…) portando informazione tempestiva, basata sui fatti, a popolazioni che altrimenti sarebbero tenute all’oscuro.”

“E mai prima nel recente passato c’è stato un momento più necessario per commercializzarla con un nuovo marchio e lasciare che il mondo sappia veramente che l’America è quella che, splendida, chiama con un cenno sulla collina.”

“Vaclav Havel ha detto che Radio Free Europe/Radio Liberty fornisce nutrimento intellettuale, ispirazione morale ed i veri semi della società civile e della crescita e sviluppo democratici.”

“[In Bielorussia] Un capo dell’opposizione ha paragonato Radio Liberty all’aria che respiriamo.”

“La nostra più grande esportazione è la speranza.”

“La storia di Radio Free Europe/Radio Liberty è un racconto sulla libertà umana, con i capitoli cruciali che non sono ancora stati scritti.”

“Le notizie possono essere buone, le notizie possono essere cattive. Noi ti diremo la verità.”

“Noi tutti siamo molto orgogliosi del nostro ruolo nel portare la luce negli angoli bui e, nel caso di Voice of America, aiutare milioni di persone a vedere l’America e gli Americani come siamo veramente.”

“L’informazione, l’ossigeno della libertà.”

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Lo scorso 23 luglio, Jeffrey Gedmin e Dan Austin, rispettivamente presidente di Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL) e direttore di Voice Of America (VOA), sono stati protagonisti di un’audizione presso il Subcomitato per l’Europa della Camera dei Rappresentanti USA, i cui atti sono stati successivamente diffusi con il titolo di Radio Free Europe/Radio Liberty e Voice of America: potere morbido e la libera circolazione dell’informazione.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, quando ancora la CNN, Fox News Channel e le altre televisioni via cavo non esistevano, furono RFE/RL e VOA ad “accendere la luce su ciò per cui l’America combatteva”. Oggi, nella loro essenza, sono “strumenti di marketing”: a prescindere dall’argomento di cui si occupano, RFE/RL e VOA “vendono e commercializzano gli Stati Uniti d’America”. “Ogni giorno esse sono sulle linee del fronte per dare forma a ciò che il mondo pensa di noi”.
In questo senso – considerato anche il calo della reputazione che gli USA godono in giro per il mondo – è fondamentale “il lavoro che [RFE/RL e VOA] stanno facendo per raggiungere quegli ascoltatori che hanno un’esposizione limitata all’esperienza americana ed ai media occidentali”.
L’importanza vitale del migliorare l’opinione mondiale circa gli Stati Uniti è dovuta al fatto che “noi siamo sicuramente i leader del mondo, ed abbiamo necessità di amici a livello governativo nei nostri sforzi in tutte queste nazioni. Questo significa invariabilmente che questi governi hanno bisogno del sostegno dei loro popoli. RFE/RL e VOA ci aiutano a costruire questo sostegno”.
Questo serrato (ed illuminante) ragionamento chiude l’introduzione fatta dall’onorevole David Scott ai due interventi dei prestigiosi ospiti di giornata.
Primo a parlare è Jeffrey Gedmin, che prima di assumere l’incarico di presidente di RFE/RL nel 2007, è stato direttore dell’Aspen Institute di Berlino, e prima ancora ricercatore presso l’American Enterprise Institute e direttore esecutivo della New Atlantic Initiative dove “egli collaborava con politici, giornalisti ed uomini d’affari per rivitalizzare ed espandere l’Atlantismo democratico”.
“Sono passati venti anni da quando un Presidente invocò un’Europa unita e libera, e siamo circa a metà strada. Forse siamo al 60%, od al 47%. C’è un immenso lavoro che deve essere fatto. Io penso che noi giochiamo un ruolo importante”. Infatti.
Attualmente RFE/RL hanno trasmissioni per 21 Paesi ed in 28 lingue, ed uffici in 19 nazioni. Le trasmissioni raggiungono Russia, Ucraina, Bielorussia, l’Asia centrale, il Caucaso, alcuni importanti Paesi dell’Europa orientale, Afghanistan, Iran ed Iraq, con il prossimo obiettivo delle aree tribali del Pakistan.
Per quanto riguarda la Russia, Gedmin sottolinea che “un’informazione indipendente ed affidabile” è assicurata da un gruppo al lavoro a Praga (dove RFE/RL ha sede) affiancato da un ufficio a Mosca e da una rete di giornalisti freelance presenti in tutte le 11 zone di fuso orario del Paese. Lamenta comunque la perdita di una ventina delle emittenti “affiliate”, la maggior parte “a causa di pressioni politiche”. Inspiegabilmente, perché – afferma Gedmin – non facciamo propaganda, né programmazione antirussa: al contrario, “I colleghi del nostro servizio russo sono patrioti”. Nella vicina Estonia, poi, l’attuale Presidente Tom Ilves è un ex giornalista della radio.
Per quanto riguarda i Balcani, il Congresso può essere certo che RFE/RL aiuterà i leader ed i cittadini di Bosnia, Croazia, Serbia, Macedonia.. a procurarsi quelle “notizie ed analisi affidabili necessarie per prendere decisioni informate circa le loro vite ed il futuro”.
Spostandosi più ad oriente, nel Caucaso ed Asia centrale, vanno stigmatizzate le “tendenze illiberali” in Russia che hanno effetto anche nei Paesi confinanti. Su RFE/RL si può comunque contare, “noi rimaniamo in corsa, anche quando gli altri perdono fiducia”.
In Afghanistan, la sezione radio locale (conosciuta come Radio Azadi, con trasmissioni nelle lingue dari e pashtun) ormai raggiunge quasi il 50% della popolazione adulta con le sue “solide analisi sulla lotta contro le risorgenti forze talebane”. In Iran, anche per colpa del governo che interferisce con il segnale radio e blocca il sito web, l’audience di RFE/RL è minore.
Le ultime parole di Gedmin sono dedicate alla nuova sede della radio, una struttura a sei piani di quasi 21.000 mq provvista di studi di registrazione multimediali ed una moderna sala stampa. “L’edificio è efficiente dal punto di vista energetico. Cosa più importante, è sicuro”.
Tanto che qualcuno l’ha paragonato ad un carcere di massima sicurezza.

voa

Secondo testimone dell’audizione Dan Austin che, prima di diventare direttore di Voice Of America nel 2006, ha trascorso 36 anni alle dipendenze di Dow Jones & Company. Egli ha lavorato anche per il Wall Street Journal, arrivando a ricoprire le cariche di vice presidente e direttore generale. Non prima di essere stato pluridecorato veterano di guerra nell’esercito statunitense impegnato in Vietnam.
A differenza di Radio Free Europe/Radio Liberty, Voice of America diffonde le proprie trasmissioni sia per radio che per televisione ed attualmente è la più grande emittente USA a livello internazionale. Si stima che ogni settimana 134 milioni di persone nel mondo siano raggiunti dai suoi programmi, diffusi in 45 lingue diverse. 69 di questi 134 milioni sono spettatori delle trasmissioni televisive diffuse via satellite in 25 lingue.
Ovviamente, non è dato pensare che “ad ognuno di questi 134 milioni di persone piacciano l’America o le politiche americane”. In ogni caso, abbiamo “una credibilità presso le nostre audience che permette loro di farsi spazio nel chiasso di una penetrante propaganda ed attraverso la nebbia della cattiva e falsa informazione che oggi giorno caratterizza così tanti media mondiali”.
VOA può vantare 1.300 dipendenti e centinaia di corrispondenti occasionali e contrattisti in tutto il mondo, il cui lavoro costituisce la base delle sue 1.500 ore di programmazione settimanale.
In Kosovo, ad esempio, ben il 64% della popolazione adulta assiste alle trasmissioni radiotelevisive diffuse a partire dall’Albania. In Russia, causa “stretto controllo governativo”, VOA è organizzata come programma multimediale a partire dalla rete telematica, con una media di 60.000 visite mensili al proprio canale YouTube dedicato. Sono 4,75 milioni settimanalmente gli spettatori in Ucraina, mentre in Armenia ad assistere quotidianamente ai programmi tv di VOA è il 46% della popolazione adulta.
In Azerbaigian, dall’inizio del 2009 è in vigore un divieto di trasmissione che ha spinto i responsabili di VOA a diffondere i programmi radio in onde corte e quelli televisivi via satellite. Anche in Uzbekistan tira cattiva aria, tanto che la programmazione televisiva in lingua locale – l’unica prodotta da un emittente internazionale – è trasmessa da una stazione in Kirghizistan. La signora Rebiye Kadeer, leader esiliata della minoranza Uiguri in Cina, ha pubblicamente ringraziato VOA “quale fonte di informazione dalla quale tutti noi Uiguri dipendiamo”.

I bilanci annuali di RFE/RL e VOA ammontano, rispettivamente, a 90 e 201 milioni di dollari. “Noi crediamo che, dollaro per dollaro, siamo uno dei migliori investimenti che i contribuenti americani possano fare” dice Jeff Gedmin.
L’America sarà anche messianica – come sostiene, fra gli altri, Aymeric Chauprade – ma i suoi ideali coincidono con i suoi interessi.
E proprio “lì sta il motore della sua intima proiezione di potenza”.

Resteranno in Afghanistan per almeno 25 anni

300 additional ANP officers ready to hit the streets

Abbiamo tradotto questo articolo un po’ datato ma che offre numerosi dettagli utili a comprendere la strategia a lungo termine degli USA in Afghanistan e nei Paesi limitrofi.

Gli Stati Uniti combatteranno la guerriglia nel mondo islamico per 25 anni,
di Anwar Iqbal – 26 dicembre 2008

Gli Stati Uniti si impegnano a combattere la guerriglia nel mondo islamico per 25 anni, sostiene un rapporto del Joint Forces Command statunitense.
In aggiunta a questo generale impegno a combattere la guerriglia, la costruzione da parte statunitense di strutture militari permanenti in Afghanistan dimostra i suoi piani per un insediamento a lungo termine nel Paese attanagliato dalla guerra.
Ad inizio settimana, lo US Corps of Engineers ha emanato i bandi per alcuni di questi progetti. Uno di tali progetti a Kandahar potrebbe costare 500 milioni di dollari mentre tre progetti distinti per alloggi destinati alle truppe statunitensi costeranno almeno 100 milioni ognuno.
La scorsa settimana, il Segretario alla Difesa USA Robert Gates, che conserverà il suo ufficio nella prossima amministrazione, ha assicurato al governo afghano che gli Stati Uniti stanno portando avanti un “impegno rafforzato” nei confronti di quel Paese. “Assisterete ad un prolungato impegno americano per sconfiggere i nemici del popolo afghano durante l’amministrazione del Presidente eletto”, ha aggiunto.
Sabato, l’ammiraglio Mike Mullen, che presiede lo Stato Maggiore Congiunto statunitense, ha detto ai giornalisti che, entro la prossima estate, fino a 30.000 militari USA si uniranno ai 31.000 già in Afghanistan.
Mercoledì, la radio ufficiale Voice of America (VOA) riporta una dichiarazione di Gates secondo la quale gli Stati Uniti si stanno attrezzando a combattere “guerre irregolari” nel mondo islamico per gli anni a venire.
Il rapporto di VOA è basato su uno studio del Joint Forces Command statunitense il quale afferma che gli Stati Uniti si sono preparati ad affrontare le guerriglie e le minacce di piccola entità nei prossimi 25 anni.
Il contrammiraglio John Richardson ha affermato che lo studio, nel suo tentativo di prevedere le minacce globali nei prossimi 25 anni, è indirizzato prevalentemente in una direzione.
“Ci rendiamo conto che il futuro presenterà tipologie irregolari di minacce” ha detto. “Ed abbiamo bisogno di essere capaci di rispondere a quelle minacce ed essere superiori nel campo della guerra irregolare così come lo siamo in quello della guerra convenzionale”.
Il rapporto di VOA afferma che Gates sostiene con forza un più esteso impegno statunitense nella contro-guerriglia in Afghanistan, Pakistan ed altrove.
Ciò che il Pentagono chiama “guerra irregolare” copre tutto lo spettro fra una limitata guerra convenzionale, con carri armati ed artiglieria, e la guerriglia urbana contro insorgenti, ed include la necessità di sostenere governi stranieri con ogni genere di aiuti, dall’addestramento dell’esercito e della polizia alla costruzione di reti elettriche, sistemi idrici e burocrazie efficaci, aggiunge il rapporto. Continua a leggere

Radio Free Europe, nuova sede in fortezza blindata

PRAGA, 9 ottobre – Cambia sede a Praga Radio Free Europe (Rfe), una delle emittenti storiche finanziate dagli Stati Uniti che trasmettevano notiziari durante il comunismo nell’Europa dell’est.
La nuova sede è ubicata alla periferia di Praga e, per i suoi alti standard di sicurezza, somiglia ad una fortezza blindata. La costruzione sta per essere ultimata questi giorni e per molti aspetti, più che alla libertà fa pensare ad un carcere di massima sicurezza. La radio è ”free” ma è protetta da una doppia recinzione altissima con portoni di accesso blindati, scrive oggi il quotidiano ‘Mlada fronta Dnes’. L’edificio a Praga-Strasnice si snoda in cinque piani su una superficie di 23.000 mq. E’ dotato di vetri antiproiettile, barriere, di un sofisticato sistema di allarme, nonché di un impianto di climatizzazione con valvole speciali capaci di proteggere l’edificio da eventuali radiazioni nucleari.
Le trasmissioni in 26 lingue di Radio Free Europe sono finanziate dal Congresso degli USA. La decisione di trasferire la Radio dal centro di Praga alla periferia fu presa dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 negli USA, quando l’emittente fu inclusa nella lista dei probabili bersagli terroristici. Il personale si trasferirà nella nuova sede a novembre. Un’altra radio storica USA della guerra fredda, The Voice of America, invece non trasmette più da Praga.
(ANSA)