I Wu Ming e la “caccia al negazionista”

Ad aprile, scrissi un intervento intitolato “A rischio sono le libertà collettive, non quelle individuali”.
Spiegando come stia venendo meno, fisicamente e tecnicamente, la possibilità per i movimenti di assembrarsi, per i lavoratori di fare assemblee e indire scioperi, intendevo allora denunciare come falsa dall’A alla Z l’obiezione della sinistra secondo cui chi è contro il distanziamento difenderebbe l’individualismo mentre chi lo sostiene avrebbe a cuore il bene comune.
In realtà, il distanziamento sta eliminando tutti i meccanisimi di coalizione e associazione fra i cittadini, ovvero i principi che stanno alla base dell’emancipazione delle classi povere e, più in generale, del passaggio da sistema oligarchico a democrazia costituzionale.
Mi fa quindi piacere vedere che adesso anche il collettivo Wu Ming proceda in questa direzione d’analisi e, nel farlo, denunci la valenza ideologica e menzognera della “caccia al negazionista” intorno a cui oggi si sta mobilitando l’intera società.
Conosco personalmente i Wu Ming, con alcuni di loro ho collaborato per diversi anni e poi, pian piano, si è generata fra le mie posizioni e le loro una divaricazione di vedute non dissimile da quella avvenuta con altre parti della sinistra: ovvero divaricazione sulla difesa o meno dello Stato-nazione, sul giudizio inerente alle ultime guerre d’aggressione innescate dagli Stati Uniti ai danni di altri Paesi e così via.
Mi fa piacere, quindi, ritrovarmi dopo diversi anni su un’analisi del collettivo scrittori che risulta ben strutturata, coraggiosa e che non fa sconti neppure a quella “sinistra di movimento” che in questi giorni, tardivamente e goffamente, pretende di presenziare le piazze della protesta dei disoccupati, ma senza mettere in discussione la politica del distanziamento.
Un’ottima analisi, dunque, alla quale potrei fare un unico appunto che è inerente alla visione generale: i Wu Ming ancora inquadrano la critica al capitalismo all’interno del paradigma detto “sinistra”e, per tale motivo, alludono al fatto che all’estero la situazione sarebbe migliore rispetto all’Italia.
Il fenomeno nazista della criminalizzazione e psichiatrizzazione del dissenso – attraverso la qualifica di “negazionista” attribuita a chiunque esprima dubbi – è in effetti una peculiarità italiana.
Ma se le piazze di altri Paesi sono state più attive, forse ciò non è dovuto al fatto che in questi ultimi ci sia “più sinistra”, bensì e al contrario è forse dovuto al fatto che la mobilitazione popolare, da quelle parti, non è come in Italia condizionata dal fatto che a darne il permesso siano le organizzazioni della sinistra suddetta.
Riccardo Paccosi