L’Anello contro Aldo Moro

Giovanni Maria Pedroni, classe 1927, partigiano a Trieste, illustre chirurgo conosciuto in tutto il mondo è la prima persona a parlare pubblicamente dell’esistenza dell’Anello, una struttura segreta la cui esistenza è stata confermata anche da Licio Gelli. Su questa struttura, di cui si sta interessando anche il Copasir, è uscita da poco tempo una dettagliata inchiesta di Stefania Limiti, edita da Chiarelettere che Pedroni così commenta: “Tutto esatto. L’Anello avrebbe potuto liberare molto facilmente Aldo Moro, fece fuggire Herbert Kappler, l’uomo delle Fosse Ardeatine per superiori esigenze di Stato, intervenne direttamente nella vicenda Cirillo”. Pedroni – intervistato da Paolo Cucchiarelli dell’Ansa, giornalista investigativo di primo piano, denuncia la “grande ipocrisia politica” che pesa ancora su tutta la vicenda visto che il servizio segreto clandestino passato alla storia come L’Anello inizia la sua vita nell’immediato dopoguerra e attraversa tutta la storia dell’Italia Repubblicana: “C’è una sacco di gente che sa di queste cose; soprattutto a livello politico. L’Anello era una struttura operativa che era riconosciuta ufficialmente dal governo. Il Viminale sapeva tutto. Tanti politici sapevano. Con una struttura segreta si potevano ottenere certi risultati senza che nessuno si scottasse le mani: questo era il compito dell’Anello”.
Pedroni racconta che questo speciale servizio segreto era stato fondato da un israeliano, Otimsky, “una persona anziana che mandava avanti operativamente le cose ma era politicamente nelle mani di Giulio Andreotti”. A Pedroni sta a cuore soprattutto il capitolo Moro. “Noi – scandisce – potevamo liberarlo, tranquillamente, senza problemi. La politica ci ha sbarrato la strada affinché non intervenissimo. C’era un ordine superiore di non intervenire, e potevamo farlo”. Aggiunge Pedroni con un’espressione non proprio felice: “Moro d’altra parte se l’è proprio cercata. Un dato è certo: alle cancellerie internazionali Moro non piaceva per nulla; Kissinger non lo poteva vedere. Aveva espressioni durissime per Moro che dava fastidio in Italia ma anche all’estero. Si scelse di non intervenire, lasciando le cose al loro destino. Lasciando che Moro venisse ucciso. Chi fa fuori Moro? Le BR? Mah… Non lo so… Si è deciso di lasciare morire Moro: le ragioni e il perché riguardano però la politica. Tutti i servizi italiani e stranieri si mossero per cercare di utilizzare tutto ciò che era utile a risolvere la questione. Alla fine non fu così. Moro pensava di essere vicino ad una soluzione positiva per sé. Sapeva però benissimo chi erano gli oppositori alle sua linea in Italia e all’estero. E’ una storiaccia… Moro fu lasciato morire. Questo lo sanno tutti. E nessuno parla”.

[Fonte: misteriditalia; grassetto nostro]

7 thoughts on “L’Anello contro Aldo Moro

  1. Mafia: Massimo Ciancimino, USA dietro nostro ‘Quarto Livello’

    ROMA, 20 APRILE – Qualcuno la chiama “la struttura” o anche la “sovrastruttura”. Vito Ciancimino, il sindaco mafioso di Palermo, chiamava questa area il “Quarto livello”, quello dello Stato e dei presunti referenti che cercavano di “mantenere un equilibrio” politico in anni di profonde trasformazioni in tutti i modi, compresi quelli “non ortodossi”. Ciancimino indica alcune nomi di questo “quarto livello” in un elenco che è il vero protagonista del libro del giornalista Maurizio TORREALTA in uscita oggi dalla Bur-Rizzoli. Un libro difficile, scritto con giuste cautele ma che rappresenta un salto di qualità nella ormai sterminata bibliografia sugli anni delle stragi.
    A fare da filo narrativo èl’analisi dei nomi che compongono l’elenco che Vito scrisse su una cartolina e che si spedì il 30 ottobre del 1990, quando il cambiamento a suon di bombe doveva ancora arrivare. Un elenco che serviva da “assicurazione” per Vito Ciancimino che coinvolse nella redazione e conservazione di quell’elenco suo figlio, Massimo, che ha una idea netta della logica politica che muoveva il tutto in quegli anni, stragi comprese: quello “era vento che veniva d’Oltreoceano”. In Italia c’era gente nel “Quarto livello” che sapeva quello che sarebbe avvenuto a Capaci e in via D’Amelio. Il “Quarto livello” poteva infatti anche essere l’ispiratore ma non si trattava di “quelli originali” perché quelli erano negli USA. “Dopo il crollo di quella che era la garanzia americana c’e’ stato lo sfascio o c’è stata una corsa a riparare dagli americani che avevano lasciato andare il paese italiano che da solo si è andato a sfracellare”.
    Le stragi avevano una logica strategia di grande respiro: all’origine una grande operazione della CIA, dice con chiarezza Massimo Ciancimino, per investire i capitali della mafia in territori che fossero funzionali alla nuova strategia americana dopo il crollo del Muro di Berlino. Ad esempio Vito Ciancimino investi immensi capitali in Egitto in quegli anni. Ma il protagonista è l’elenco di nomi: Restivo, Ruffini, Malpica, Gross-De Gennaro (che ha querelato Massimo Ciancimino), Parisi, Sica, De Francesco, Contrada, Narracci, Finocchiaro, Delfino, La Barbera e Finocchi. Un elenco che contiene due condannati per gravi reati, Contrada e Delfino, e discussi uomini dei servizi segreti, come Narracci.
    “Mio padre lo definiva anche ‘la cricca’”, un sistema “snello di potere, fatto di persone chiave ad alto livello, soprattutto a livello dei servizi segreti. Persone nei posti chiave nella lotta alla mafia, che cercano di mantenere quell’equilibrio vitale e fondamentale”. Per mantenere ferma l’indicazione popolare c’era la necessità, l’esigenza anche di sedersi al tavolo con la mafia perché “senza quella forza rappresentativa che in quel momento si chiamava Cosa Nostra, non si riusciva ad andare da nessuna parte e questo fu chiesto mio padre: un collegamento diretto tra questi uomini, tra questo sistema trasversale di potere e questo elenco di nomi”.
    (ANSA)

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  2. Ciancimino adesso è diventato scomodo?

    PALERMO, 21 APRILE – ”Sono sereno e certo di poter chiarire tutto domani nel corso di un interrogatorio”. Lo ha detto telefonicamente all’ANSA Massimo Ciancimino fermato dalla Dia mentre era in auto lungo l’autostrada all’uscita da Bologna, coi familiari, diretto in Francia per trascorrere le vacanze pasquali. Ciancimino ora si trova in questura a Bologna.
    ”Mi si contesta – aggiunge – la falsificazione di un documento sugli oltre 250 consegnati ai magistrati. Ho sempre detto di non conoscere l’origine del materiale che fornivo alle procure. Non comprendo pero’ il fatto che mi venga contestato il pericolo di fuga visto che ho sempre collaborato e nei prossimi giorni sarei tornato a Palermo per essere sentito dai magistrati”.

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  3. Per me sono cose del secolo scorso vanno smantellate tutte. con Internet è finita per loro.Devono cambiare i paradigmi. Secondo me erano niente altro che strutture tribali, che nel villaggio globali di oggi sono anacronistiche. Devono diventare trasparenti altrimenti si rifaranno sempre gli stessi errori.

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  4. “massima imparzialità”.
    beato chi ci crede

    PALERMO, 22 APR – ”Non sono abituato a replicare, non mi sembra sia questo il ruolo del magistrato”. Cosi’ il magistrato Francesco Messineo commenta le dichiarazioni del presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri sul fermo di Massimo Ciancimino. ”Credo che il provvedimento di fermo emesso nei confronti di Ciancimino – aggiunge – ponga fine a tutte quelle illazioni assolutamente infondate circa un atteggiamento particolarmente morbido o protettivo della Procura di Palermo nei confronti di Ciancimino. Non appena abbiamo avuto la prova di un illecito dichiarato, abbiamo fatto cio’ che avremmo fatto nei confronti di chiunque con la massima imparzialita”’.
    (ANSA)

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  5. CAPISCO MOLTE COSE….MA….
    [ Il grande Pitigrilli diceva: capisco il bacio al lebbroso, NON capisco la stretta di mano all’imbecille.]
    Ma se si torna alle origini di tutte queste faccende, si POTREBBE capire in cosa consiste il TRANELLO RAZIONALISTICO. ( Per fare un esempio, possiamo ricorrere ad una classica tecnica degli imbonitori e del Marketing: IGNORARE LE OBIEZIONI…se uno esibisce le stigmate, e tu gliele vuoi toccare, oppure gli chiedi come se le è fatte, LUI NON TI RISPONDERA’ affatto e tu fai la figura del Pirla. SIMILMENTE Vanna Marchi minaccerà via tV coloro che ritardano il pagamento di… E tutti, inesorabilmente TUTTI, pagheranno.
    Quindi ogni dichiarazione di magistrato è nella sostanza PRIVA di qualsiasi fondamento, assenza ampiamente dimostrata proprio quando pretende di FAR CREDERE alla razionalità dello stesso discorso che va esprimendo. Semplicemente: NON HA SENSO qualsiasi iniziativa presa apparentemente contro un elemento intrinsecamente incardinato ad un sistema di potere. Specie se da magistrati di tale calibro. Pertanto, ogni commento a questi eventi è del tutto inutile, anzi, ritardante una eventuale presa di coscienza, oltre le chiacchiere da

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  6. Leggo | News – “C’ERA COMMANDO PRONTO A SALVARE LA VITA DI MORO”
    http://www.leggo.it/articolo.php?id=132637

    ROMA – Un piano militare per liberare Aldo Moro. Avevano deciso di intervenire l’8 o il 9 maggio del 1978. Si erano preparati a fare un blitz dopo aver ispezionato l’appartamento di sopra a quello in cui era prigioniero lo statista. Ma un contrordine, arrivato all’ultimo momento, blocca l’operazione in via Montalcini n. 8. Una pista che sembrerebbe legare il caso Moro all’organizzazione Gladio.

    Ferdinando Imposimato, ora, in qualità di legale di Maria Fida Moro, parte offesa nel processo sulla strage di via Fani e il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse il 9 maggio 1978, si oppone alla richiesta di archiviazione, chiedendo la prosecuzione delle indagini. «La verità sul caso Moro è più vicina -spiega all’ADNKRONOS Imposimato- e vogliamo conoscerla, anche per onorare la memoria dei martiri di via Fani. Senza paura e con fiducia nella giustizia. Ma non c’è giustizia senza verità. La vicenda Moro si riapre perchè esiste una denuncia fatta da un brigadiere della Guardia di Finanza, G.L., che appare persona attendibile. È stato militare dei bersaglieri presso il Battaglione Valbella, di stanza ad Avellino, insieme ad altri 40 commilitoni. Una parte di questi fu portato a Roma, con lo scopo di liberare un ‘importante uomo politico’. Questo accadeva durante il sequestro Moro, dopo il 20 aprile 1978, data in cui i militari del ‘commando’ sarebbero arrivati a Roma».

    «Quando ho letto la denuncia che mi fu consegnata dallo stesso brigadiere il 7 ottobre 2008 -ricostruisce l’ex magistrato esperto di trame- in presenza di altri due sottufficiali inviati da un colonnello della Finanza di Novara, sono rimasto perplesso, data la gravità delle affermazioni del brigadiere, e ho detto che senza avere dei riscontri al suo racconto, quella storia non poteva essere credibile. Spiegai loro che non ero in grado di fare una verifica, anche perchè -mi fu riferito dal sottufficiale- nel frattempo il Valbella era ‘scomparso’, smantellato. Penso che questo Battaglione Valbella poteva essere una struttura di Gladio. Ritengo ci sono tutti gli elementi per fare ulteriori indagini, oltre quelle svolte puntalmente dalla procura della Repubblica di Roma e dalla procura di Novara».

    In quella sede, spiega ancora Imposimato, «sottolineai anche che bisognava identificare i commilitoni che secondo il brigadiere avevano partecipato alla missione nella capitale. Ho quindi consegnato la denuncia al procuratore aggiunto della Repubblica di Roma, Pietro Saviotti, il 20 novembre 2008, per chiedere una verifica delle circostanze riferite dall’uomo. Ho chiesto che il brigadiere G.L. fosse sentito e di essere informato in caso di una eventuale archiviazione. Allo stesso tempo ho cercato, tra altri atti di cui ero venuto in possesso regolarmente, riguardanti un’altra richiesta di archiviazione disposta dal gip, eventuali conferme o smentite al racconto del sottufficiale della Guardia di Finanza. E ho letto anche gli atti della commissione stragi riguardanti l’inchiesta su Gladio».

    «Ho poi esaminato gli atti -spiega l’ex giudice- regolarmente da me acquisiti su autorizzazione del gip di Roma, che riguardavano sia la vicenda di Pierluigi Ravasio, ex carabiniere paracadutista, che prima aveva parlato, per poi ritrattare, di un mancato intervento per impedire il sequestro Moro, e del colonnello Camillo Guglielmi, presente in via Fani la mattina del 16 marzo ’78. Ho analizzato anche i documenti che riguardavano Nino Arconte, che aveva compiuto una speciale missione per andare in Libano e prendere contatti con un agente speciale, in vista della liberazione di Moro. Arconte ha prodotto un documento che è stato ritenuto falso dagli investigatori, ma che io invece reputo fondamentale sottoporre a una perizia tecnico-grafica per stabilirne l’autenticità o meno».

    «Altro elemento che ho acquisito -rimarca il legale di Maria Fida Moro- riguarda la presenza a Roma della Sas, Special Air Force inglese, durante il sequestro dello statista della Democrazia cristiana. Secondo Francesco Cossiga, allora ministro dell’Interno, doveva essere impiegato per la liberazione di Moro. Un riscontro alle dichiarazioni del brigadiere della Guardia di Finanza, che non può aver tratto questa ricostruzione dal mio libro ‘Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il racconto di un giudice’, nè può aver preso dagli atti dei processi che non fanno in alcun modo riferimento alla presenza di agenti inglesi nella vicenda Moro».

    «Il brigadiere G.L. -spiega Imposimato- viene a sapere che la sua presenza a Roma, insieme ad altri militari, anche stranieri, era finalizzata alla liberazione di questo ‘importante uomo politico’. A Roma questa presenza si protrae per 15-20 giorni. Era stato loro detto che l’operazione doveva essere fatta l’8 o il 9 maggio 1978, e avevano capito che lì c’era Moro. Anzi, uomini di questo ‘commando’ erano stati anche portati in via Montalcini, in un altro edificio vicino a quello in cui era stata individuata la prigione del politico Dc». Il sottufficiale, sottolinea l’ex giudice, «sostiene di aver visto anche la famiglia che abitava nell’appartamento sovrastante quello in cui era prigioniero Moro. Ma l’8 maggio arriva un ‘ordine superiorè: il blitz viene annullato e tutti gli agenti e i militari devono tornare nelle strutture di origine». La cosa non è indolore: «Nel momento in cui i militari vengono a sapere che l’operazione era stata annullata -spiega Imposimato- hanno una reazione perchè avrebbero voluto liberare l’ostaggo. Fu detto loro di dimenticare quello che era successo. E calò il silenzio su tutto». Ma «non è finita», incalza l’ex giudice.

    «A mio avviso -spiega- bisogna eliminare qualunque tipo di segreto di Stato sulla vicenda. Un segreto che, invece, è stato posto dall’autorità militare all’elenco dei commilitoni del brigadiere. Occorre poi interrogare gli altri uomini del ‘commandò, nel contraddittorio delle parti, come previsto dall’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dall’art. 111 della Costituzione. E bisogna sentire anche tutti i vertici di Gladio per conoscere la sua reale struttura, e se sia possibile che di essa abbiano fatto parte soldati dell’esercito o di altre forze armate, oltre agli agenti del Sismi». «L’obiettivo -rimarca Imposimato- è capire se era possibile salvare Moro durante la sua prigionia, con un blitz analogo a quello che scattò per liberare il generale Dozier, senza cedere al ricatto delle Brigate Rosse». «Ero e sono d’accordo -precisa l’ex giudice- con la linea della fermezza e con quello che ha detto il Presidente Cossiga, ma prova di maggior fermezza sarebbe stato intervenire ‘manu militarì per liberare Moro».

    «È questa -rimarca il legale di Maria Fida Moro- la pagina che manca e che la famiglia dello statista e direi tutta l’Italia, attende di conoscere per sgomberare il campo da ogni dubbio su quella che, per dirla con il Presidente Ciampi, è stata la più grande tragedia che ha colpito il Paese dalla nascita della Repubblica». E a chi gli chiede perchè Moro doveva morire, Imposimato replica: «Perchè il suo progetto politico era in contrasto con la strategia dell’America e dell’Unione Sovietica. Gli americani non potevano accettare un governo con i comunisti nè i sovietici consentire il dialogo comunisti-cattolici, perchè questo avrebbe scardinato il ‘modellò dell’Est». A distanza di 33 anni dall’omicidio Moro, conclude Imposimato, «bisogna avere il coraggio di accettare degli aspetti che non erano conosciuti dagli inquirenti al tempo delle indagini. Ma ora la verità è più vicina».

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