Federalismo identitario e guerra ibrida

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Andrew Korybko (n. 1988) è un analista geopolitico statunitense di origini polacche, assiduo collaboratore di Oriental Review e Sputnik, specialista nello studio delle forme non convenzionali di guerra nella presente “Nuova Guerra Fredda”.
L’articolo di cui pubblichiamo un breve stralcio (apparso su Eurasia. Rivista di studi geopolitici n. 2/2016, pp. 31-57) tratta della “contemporanea frammentazione del mondo politico dal punto di vista strettamente geopolitico e geostrategico, attraverso una politica di smembramento di alcune unità territoriali. Tra le più recenti attualizzazioni di tale strategia vi è quella di nation-building perseguita attraverso l’impiego del principio di “federalismo identitario” mediante la strumentalizzazione, da parte di attori esterni, dei fattori divisivi di appartenenza etnica, religione, storia, diseguaglianza socioeconomica, confini amministrativi e fisico-geografici entro le unità politico-territoriali statali. (…) Tale arma strategica della federalizzazione è considerata un concetto chiave della politica estera statunitense posteriore al 1991, parte integrante di una logica che obbedisce ad un principio opposto a quello della politica domestica di Washington, rovesciando cioé il motto nazionale E pluribus unum in Ex uno plures” (dalla nota introduttiva di Davide Ragnolini).

“Il concetto di federalismo identitario è la chiave dei progetti di politica estera statunitense nell’ordine mondiale post-1991, divenendo ancor più importante nell’epoca della Nuova Guerra Fredda. Gli Stati Uniti sono attualmente impegnati nel condurre e pianificare una varietà di guerre ibride nel mondo, ma la concezione che l’autore ha di questa strategia è molto differente da quella in cui crede l’opinione mediatica corrente. Il tema del suo libro del 2015 descrive la guerra ibrida come un graduale continuum di rivoluzione colorata e destabilizzazioni da guerra non convenzionale per fini di eversione dell’ordinamento politico (il cosiddetto regime change) ed il suo seguito imminente si focalizzerà sulle applicazioni globali di questo approccio. La “legge della guerra ibrida”, potenziale titolo della ricerca menzionata, approfondisce il suo omonimo spiegando che “il grande obiettivo dietro ogni guerra ibrida è interrompere i progetti infrastrutturali  di connessione multipolare e transnazionale attraverso la scatenamento esterno di conflitti identitari (etnici, religiosi, regionali, politici, ecc.) entro uno Stato di transito scelto come obiettivo”.
Il disordine pianificato è organizzato, provocato e guidato impiegando i seguenti sei fattori sociopolitici di separatezza identitaria entro lo Stato vittimizzato:

  • appartenenza etnica;
  • religione;
  • storia;
  • disparità socioeconomica;
  • confini amministrativi;
  • geografia fisica.

L’obiettivo non è necessariamente sempre quello di rovesciare il governo, ma semplicemente di creare un numero sufficiente di disturbi al punto che il progetto infrastrutturale di connessione multipolare e transnazionale non sia più sostenibile, comporti o la sospensione indefinita o la cancellazione completa di un potenziale progetto o ancora lo smantellamento di uno precedentemente attivo. Nella maggior parte dei casi, il regime change è il modo più semplice per raggiungere quest’obiettivo, ed ecco perché lo scenario più facilmente manipolabile – una rivoluzione colorata – è tipicamente il primo ad essere impiegato. In alcuni casi incontra certe difficoltà e non ha successo nel suo obiettivo strategico, che è la ragion per cui, fallito questo primo tentativo, la tendenza è stata recentemente quella verso la transizione brutale in una guerra non convenzionale, più efficace ma meno facile da organizzare.
La funzione del federalismo identitario in una guerra ibrida è duplice: 1) fornisce una visione attraente intorno alla quale i gruppi identitari separatisti ed antigovernativi possono gravitare formando un fronte tattico per coordinare la loro azione di eversione politica e 2) funziona come una “soluzione compromissoria” al “cambiamento di regime”, laddove il governo è posto nella condizione di “salvarsi la faccia” conservando il potere dopo essere sceso a condizioni parziali con il movimento antigovernativo, sacrificando però il controllo amministrativo su quel territorio geostrategico bramato dall’aggressivo potere straniero. In tal senso, il federalismo identitario è il perfetto completamento della guerra ibrida, in quanto può essere impiegato non solo come un unificante strumento di reclutamento per aumentare il conflitto eversivo, ma ironicamente anche come un meccanismo di de-escalation per risolvere un momento di stallo consentendo al potere interferente di conservare ancora i propri guadagni geostrategici.”


Ad esempio…

NATO/Exit, obiettivo vitale

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Mentre l’attenzione politico-mediatica è concentrata sulla Brexit e su possibili altri scollamenti della UE, la NATO, nella generale disattenzione, accresce la sua presenza e influenza in Europa. Il segretario generale Stoltenberg, preso atto che «il popolo britannico ha deciso di lasciare l’Unione Europea», assicura che «il Regno Unito continuerà a svolgere il suo ruolo dirigente nella NATO». Sottolinea quindi che, di fronte alla crescente instabilità e incertezza, «la NATO è più importante che mai quale base della cooperazione tra gli alleati europei e tra l’Europa e il Nordamerica».
Nel momento in cui la UE si incrina e perde pezzi, per la ribellione di vasti settori popolari danneggiati dalle politiche «comunitarie» e per effetto delle sue stesse rivalità interne, la NATO si pone, in modo più esplicito che mai, quale base di unione tra gli Stati europei. Essi vengono in tal modo agganciati e subordinati ancor più agli Stati Uniti d’America, i quali rafforzano la loro leadership in questa alleanza. Il Summit NATO dei capi di Stato e di governo, che si terrà a Varsavia l’8-9 luglio, è stato preparato da un incontro (13-14 giugno) tra i ministri della difesa, allargato all’Ucraina pur non facendo essa parte ufficialmente della NATO. Nell’incontro è stato deciso di accrescere la «presenza avanzata» nell’Europa orientale, a ridosso della Russia, schierando a rotazione quattro battaglioni multinazionali negli Stati baltici e in Polonia.
Tale schieramento può essere rapidamente rafforzato, come ha dimostrato una esercitazione della «Forza di punta» durante la quale un migliaio di soldati e 400 veicoli militari sono stati trasferiti in quattro giorni dalla Spagna alla Polonia. Per lo stesso fine è stato deciso di accrescere la presenza navale NATO nel Baltico e nel Mar Nero, ai limiti delle acque territoriali russe. Contemporaneamente la NATO proietterà più forze militari, compresi aerei radar Awacs, nel Mediterraneo, in Medioriente e Africa. Nella stessa riunione, i ministri della difesa si sono impegnati ad aumentare nel 2016 di oltre 3 miliardi di dollari la spesa militare NATO (che, stando ai soli bilanci della difesa, ammonta a oltre la metà di quella mondiale), e a continuare ad accrescerla nei prossimi anni. Queste sono le premesse dell’imminente Summit di Varsavia, che si pone tre obiettivi chiave: «rafforzare la deterrenza» (ossia le forze nucleari NATO in Europa); «proiettare stabilità al di là dei confini dell’Alleanza» (ossia proiettare forze militari in Medioriente, Africa e Asia, anche oltre l’Afghanistan); «allargare la cooperazione con la UE» (ossia integrare ancor più le forze europee nella NATO sotto comando USA).
La crisi della UE, emersa con la Brexit, facilita il progetto di Washington: portare la NATO a un livello superiore, creando un blocco militare, politico ed economico (tramite il TTIP) USA-UE, sempre sotto comando USA, contrapposto all’area eurasiatica in ascesa, basata sull’alleanza Russia-Cina. In tale quadro, l’affermazione del premier Renzi al forum di San Pietroburgo, «la parola Guerra Fredda è fuori dalla storia e dalla realtà, UE e Russia tornino ad essere ottimi vicini di casa», è tragicamente grottesca. L’affossamento del gasdotto South Stream Russia-Italia e le sanzioni contro la Russia, ambedue per ordine di Washington, hanno già fatto perdere all’Italia miliardi di euro. E i nuovi contratti firmati a San Pietroburgo possono saltare in qualsiasi momento sul terreno minato della escalation NATO contro la Russia. Alla quale partecipa il governo Renzi che, mentre dichiara la Guerra Fredda fuori dalla realtà, collabora allo schieramento in Italia delle nuove bombe nucleari USA per l’attacco alla Russia.
Manlio Dinucci

Fonte

Come Napoleone 200 anni fa

12742123_10153972546296204_1780401827931378062_n“Ho osservato la storia e ho concluso che tutta questa russofobia è iniziata quando Carlo Magno ha creato l’Impero occidentale 1.200 anni fa, ponendo le basi per il grande scisma religioso del 1054. Carlo Magno creò il suo impero in opposizione alla situazione esistente, quando il centro del mondo civilizzato era Bisanzio.
La cosa più sconvolgente di cui mi sono reso conto era che tutto quello che ci hanno insegnato a scuola era sbagliato. Sostenevano che i dissidenti appartenevano alla Chiesa d’Oriente, che si era divisa da Roma. Ora so che quello che è successo è proprio il contrario: è stata la Chiesa cattolica occidentale a dissentire dalla Chiesa universale, mentre la Chiesa d’Oriente è rimasta ed è ancora ortodossa.
Al fine di spostare la colpa da se stessi, i teologi occidentali di quel tempo lanciarono una campagna giustificatoria per dare la colpa alla Chiesa d’Oriente. Hanno usato argomentazioni che sono ritornate ancora e ancora come parte del confronto tra l’Occidente e la Russia. Allora, nel Medioevo, hanno cominciato a riferirsi al mondo greco, o bizantino, come un “territorio di tirannia e barbarie”, al fine di sconfessare la responsabilità dello scisma.
Dopo la caduta di Costantinopoli, quando la civiltà bizantina si è conclusa, e la Russia ne ha preso il posto come Terza Roma, tutte quelle superstizioni, tutte quelle bugie circa la desacralizzazione del mondo ellenico, sono state trasferite automaticamente alla Russia.
È strano vedere le note di viaggiatori occidentali in Russa a partire dal XV secolo: tutti descrivono la Russia negli stessi termini che avevano usato per descrivere Bisanzio. Questa critica artefatta è considerevolmente aumentata dopo le riforme di Pietro il Grande e Caterina la Grande, quando la Russia è diventata potente sulla scena politica europea. Ed entro la fine del XVIII secolo, la critica è diventata russofobia.
Nata in Francia sotto Luigi XV, è stata utilizzata per un po’ da Napoleone per giustificare un’animosità verso la Russia, che era un ostacolo alla politica espansionistica della Francia. Il “Testamento di Pietro il Grande” [un documento politico contraffatto, NdT] fu utilizzato da Napoleone come giustificazione per la sua campagna di Russia.
Possiamo confrontare questo caso con i tempi moderni, in cui, al fine di raggiungere i loro obiettivi, gli Americani hanno inventato la menzogna che Saddam Hussein avesse armi di distruzione di massa. La russofobia è rimasta in Francia come ideologia politica fino al XIX secolo, quando dopo aver perso la guerra franco-prussiana, la Francia si rese conto che il suo principale nemico non era più la Russia, ma la Germania, diventando alleata della Russia.
Per quanto riguarda l’Inghilterra, la russofobia vi apparve intorno al 1815, quando la Gran Bretagna, alleata con la Russia, sconfisse Napoleone. Una volta che il nemico comune fu sconfitto, l’Inghilterra invertì la rotta e fece della Russia il suo nemico, alimentando la russofobia. Dal 1820, Londra utilizzò un’ideologia anti-russa per mascherare le sue politiche espansionistiche, sia nel Mediterraneo sia in altre regioni – Egitto, India e Cina.
In Germania, la situazione non cambiò fino alla fine del XIX secolo, quando fu creato l’impero tedesco. Non aveva colonie, e non c’era posto per ottenerne, poiché Inghilterra, Francia, Spagna e Portogallo avevano avuto un vantaggio iniziale. Poiché tutte le colonie erano state assegnate senza la Russia, apparve in Germania un movimento politico che cercava una “espansione verso l’Oriente”, vale a dire, le moderne Ucraina e Russia. Questo tentativo fallì durante la Prima Guerra Mondiale, e più tardi, Hitler usò la stessa ideologia.
Non è un caso che gli storici tedeschi siano stati all’origine di quello che è conosciuto come “revisionismo”, la tendenza a sottovalutare il contributo dell’URSS alla vittoria sul Terzo Reich, sopravvalutando il contributo degli Stati Uniti e della Gran Bretagna.
Il terzo tipo di russofobia è americano, ed è iniziato nel 1945. Non appena hanno sconfitto la Germania attraverso iniziative comuni con l’URSS, a costo di milioni di vite sovietiche, hanno disseminato la stessa storia creata dopo la vittoria su Napoleone nel 1815. Gli Stati Uniti hanno invertito la rotta e l’alleato del giorno prima è diventato il loro principale nemico. Così è iniziata la Guerra Fredda.
Gli Americani hanno usato gli stessi argomenti degli Inglesi nel 1815, sostenendo che essi “combattevano contro il comunismo, la tirannia, l’espansionismo”, e i loro argomenti erano ben poco diversi, fatta eccezione per la cosiddetta lotta contro il comunismo. Questa si è rivelata un trucco, perché al crollo dell’Unione Sovietica il confronto tra l’Occidente e la Russia non è terminato.
La storia del XIX secolo si ripete: gli Stati Uniti continua a parlare di una “minaccia” presumibilmente proveniente dalla Russia, al fine di raggiungere i propri obiettivi, promuovere i propri interessi, e perseguire la propria espansione. Oggi si demonizza la Russia in modo da mettere i missili della NATO in Polonia, usando le stesse parole e gli stessi argomenti che usava Napoleone 200 anni fa.”

Da Guy Mettan: le radici della russofobia, intervista all’autore di Russofobia. Mille anni di diffidenza.

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2017, guerra con la Russia

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Esce in Gran Bretagna il romanzo 2017, War with Russia. Un trhiller che racconta della prossima guerra tra l’Occidente e Mosca a seguito dell’acuirsi della crisi ucraina. Solo un romanzo certo, “se non che l’autore è sir Richard Shirreff, un generale britannico a quattro stelle, più alto in grado della NATO, secondo al solo comandante supremo, e come tale, testimone e partecipe delle riunioni di più alto livello dove si decidevano le politiche di sicurezza dell’Occidente”. Così sul Corriere della Sera del 9 giugno Ricardo Franco Levi.
Ovviamente nel libro la guerra sarebbe conseguenza dell’aggressività russa. E però, annota l’autore, “se siamo arrivati a questo punto, la responsabilità non è solo della Russia di Vladimir Putin, è anche nostra, dell’Occidente. Dopo aver allargato la NATO ai Paesi dell’Europa centrale, ai Balcani e ai Paesi baltici, con la promessa di un ingresso nell’Alleanza estesa all’Ucraina abbiamo reso concreta la possibilità e acuito la storica paura di un accerchiamento militare in una Russia che, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e il caos degli anni novanta, stava recuperando la propria potenza e il proprio orgoglio nazionale”.
Levi conclude che è necessario attutire il confronto ed è dovere della politica recuperare «un dialogo e una collaborazione con Mosca», evitando di cercare rassicurazioni solo sul piano della sicurezza militare.

Nota a margine. Il libro di sir Richard Shirreff suona come un campanello d’allarme. L’ennesimo. Ché il pericolo è reale. Come anche la datazione: chi spinge per l’opzione bellica (i neocon) immagina di avere una finestra di opportunità ridotta per la vittoria. Ora o mai più, stante che l’avversario storico sta riprendendo sempre più vigore.
Un’idea folle, che si fonda sulla presunzione di gestire l’eventualità di una guerra atomica grazie al gap tecnologico-militare tra i contendenti. Follia, certo, ma basta vedere la follia dell’ISIS, l’altra faccia della medaglia della rivoluzione globale alimentata dagli ambiti neocon, per capire quanto sia reale e pervicacemente perseguita.
Anche la data ha la sua suggestione per gli ambiti neocon, i quali hanno spinto per la disfatta del comunismo rifiutando l’opzione riformista di Gorbaciov. Infatti, il prossimo anno sarà il centenario della rivoluzione russa, un anno ideale per chiudere definitivamente i conti con il mostro rivoluzionario.
La rivoluzione comunista di Marx, improntata alla difesa dei lavoratori e alla razionalità (almeno negli ideali del filosofo), deve lasciare spazio alla rivoluzione neoconservatrice, fondata sul trionfo dell’aristocrazia plutocratica e l’irrazionalismo.

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Russofobia

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Con i recenti accadimenti in Ucraina a seguito dell’Euromaidan e le conseguenti reazioni in ambito politico, diplomatico e di opinione pubblica negli USA e in Europa, il tema delle relazioni tra Russia e Occidente, con particolare attenzione alle categorie secondo cui l’Occidente guarda, pensa e racconta la Russia, è di estrema e scottante attualità.
Guy Mettan, giornalista, politico e direttore del Club suisse de la presse, si propone di analizzare nelle sue coordinate storiche e geopolitiche, nella sua dimensione propagandistica e nelle sue conseguenze psicologiche e fattuali il fenomeno della russofobia, quella che l’autore non esita a chiamare “una guerra millenaria”, condotta dagli Occidentali contro il loro “grande vicino” a colpi di cliché, rappresentazioni (spesso consciamente) distorte e persino mistificazioni della Russia e di tutto ciò che attorno ad essa gravita.
L’indagine di Mettan non si pone l’obiettivo di trascinare al banco degli imputati l’Occidente per rovesciare, conservandola, la visione manichea della storia che la propaganda russofoba vorrebbe delineare; l’operazione mira piuttosto a concedere alla Russia – la cui parte di responsabilità nella drammatica degenerazione di questo bipolarismo non è taciuta – quella parola che le viene con una certa metodicità negata dal sistema di informazione occidentale, in un tentativo di ricostruire la complessità dei rapporti Russia-Occidente e smascherare i pregiudizi che ci impediscono di apprezzare i tanti aspetti positivi del nostro grande vicino. Allo stesso modo, per quanto i giornalisti siano i principali responsabili, o meglio, i “finalizzatori” del discorso russofobo elaborato dagli establishment e dalle lobby occidentali, il libro non vuole essere nemmeno una condanna tout court dei media (la cui libertà di azione non è mai peraltro un dato scontato); ciò che si auspica, a più riprese, è piuttosto un recupero della deontologia giornalistica.
L’onestà intellettuale, la capacità (e la volontà) di informarsi cercando e interpellando fonti di opposto schieramento, soprattutto il senso critico, quell’esigenza di porre e porsi continuamente domande, anche e soprattutto quelle più scomode e che meno convengono agli schemi precostituiti: questo è ciò che Mettan – procedendo lui stesso con stile giornalistico e guarnendo con voluta insistenza e abbondanza le sue pagine di punti interrogativi – vuole risvegliare nella coscienza non solo dei giornalisti, ma di tutti coloro che, quotidianamente, sono esposti al bombardamento della russofobia e ne diventano quasi inconsciamente vittime, se non addirittura attori stessi.

Russofobia. Mille anni di diffidenza
di Guy Mettan,
con introduzione di Franco Cardini,
Sandro Teti Editore, pp. 399, € 18.70

Giacomo Gabellini: Ucraina

Occulto, miei cari amici, non è solo ciò che riguarda i mondi superiori – inizialmente questi sono certo nascosti, occulti per tutti gli uomini. Ma per molti uomini è già occulto anche quello che avviene nel mondo fisico! E vogliamo augurarci che molto di ciò che è nascosto qui da noi diventi visibile! Che così tanti fatti rimangano nascosti a così tanta gente, costituisce una delle fonti della miseria in cui viviamo.
Rudolf Steiner

Il video della conferenza, svoltasi a Bologna lo scorso 14 maggio.

Se lo dice Tricarico…

fbe137ef-c974-41c8-bb24-c3b6c06c752d“Se non sapessimo davvero quali e dove sono le vere minacce alla sicurezza e alla stabilità dell’area euro-atlantica, ci sarebbe da sorridere. È uno strano comportamento quello tenuto dagli USA negli ultimi sei o sette anni.
Da un lato – osserva Tricarico nella sua analisi per Askanews – non perdono occasione per manifestare fin troppo esplicitamente insofferenza per l’iniqua ripartizione degli oneri nella NATO, che secondo loro graverebbe sulle spalle del contribuente statunitense in misura sproporzionata.
Ma dall’altro accentuano, in maniera ormai inaccettabile, le pressioni sugli alleati affinché siano strumento di una politica che odora di stantio: scenari da Guerra Fredda di volta in volta riproposti facendo ricorso a una posizione dominante ancora indiscussa”. Quindi, una NATO che resta ancorata a uno scenario da Guerra Fredda?
“Si tratta solo dell’ultima puntata di un copione che viene da lontano, una sorta di sordo richiamo della foresta in cui l’orso russo è il nemico numero uno, verso cui va non va mai abbassata la guardia. Una politica che trova orecchie particolarmente sensibili (o forse origina?) nei Paesi già appartenuti all’Unione Sovietica e ancora sospettosi, quando non ostili, nei confronti di Mosca.
In questo quadro nascono vere e proprie provocazioni, che solo per fortuna non hanno ancora innescato una vera escalation ma che hanno gravi conseguenze nel confuso, e quello sì serio, scenario internazionale”. Con quali ricadute? “In primo luogo, la NATO presta scarsa attenzione al terrorismo. Eppure non avevano gli USA aderito al Consiglio NATO-Russia di Pratica di Mare (nel 2002), istituito proprio per combattere insieme il terrorismo?
Oggi, evidentemente lontani dal 2001 non solo in senso cronologico, – prosegue Tricarico – fanno di tutto per irritare il partner russo, del quale hanno disperato bisogno su altri tavoli negoziali tanto da dovervisi ultimamente rivolgere ingoiando giganteschi rospi”.
“Di fronte a tutto questo – osserva Tricarico – viene da chiedersi quale sia la politica italiana all’interno dell’Alleanza. Il silenzio di fronte alle ultime sortite statunitensi parrebbe un assenso alla linea da essi indicata, imperniata sul rafforzamento del fianco nord-occidentale a contenimento di un Putin sempre più minaccioso.
Ma davvero questa è la visione italiana? O non bisogna dire agli USA, una volta per tutte, che se vogliono dislocare loro truppe in un Paese nordico impaurito e compiacente cerchino le risorse a casa propria senza mettere in mezzo la NATO? Non è l’ora di chiudere le porte a nuove iniziative soprattutto quelle che Putin percepisce come una minaccia alla sua sicurezza?”.
“Non è giunta l’ora che la NATO cominci a pensare seriamente a irrobustire le sue capacità per battere il terrorismo, a mettersi a disposizione della comunità internazionale per frenare la follia stragista anziché far credere al mondo che il nemico sia la Russia? Salvo poi vedere il suo membro più influente, gli USA, costretto a chiedere aiuto per togliere dal fuoco le castagne più scottanti, come è già più volte successo?
Questa volta non serve una politica europea per fare inceppare il meccanismo di un’Europa del nord a influenza statunitense e di un dialogo nord-sud dell’Alleanza sempre inascoltato.
Basterebbe che alla prossima ministeriale NATO un solo Paese chiedesse ad alta voce di ristabilire gli equilibri in un’Europa che, anche se disunita, non ha bisogno di condizionamenti esterni né di relegare in un angolo la Russia, con la quale vogliamo misurarci con le nostre forze, le nostre valutazioni ed i nostri interessi.
È troppo sperare che l’Italia lo faccia con lo stesso vigore con cui si sta battendo per cause altrettanto importanti come l’emergenza immigrazione e gli investimenti per l’occupazione?”

Così afferma il generale Leonardo Tricarico, in una analisi sul futuro della NATO.
Egli è stato comandante della Quinta Forza Aerea Tattica Alleata della NATO di stanza a Vicenza e durante la guerra in Kosovo del 1999 ha assunto gli incarichi di comandante operativo delle Forze Aeree Italiane e di Vice Comandante della Forza Multinazionale impiegata nel conflitto. Già Consigliere Militare di tre presidenti del Consiglio (D’Alema, Amato e Berlusconi), Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare dal 2004 al 2006, è l’attuale presidente della Fondazione ICSA.

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