Sull’incompatibilità della Russia con l’Occidente

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“L’epiteto “democratico” in Russia, dopo l’esperienza politica del decennio eltsiniano, è perlopiù considerato alla stregua di un insulto per cui sia chiaro che non intendo offendere Putin nel momento in cui lo definisco “democratico”. Battute a parte, il nocciolo del problema sta proprio nel termine “democrazia liberale”. Io considero questa formula una specie di alibi dell’Occidente finalizzato a legittimare la Postmodernità Americanocentrica come religione identitaria unica di un mondo che si pretende interamente conquistato alle logiche della globalizzazione, del capitalismo sans frontières e della promozione, su scala globale, tramite guerre neocoloniali e “rivoluzioni colorate”, dei “diritti di libertà individuali” di un astratto individuo perfettamente addomesticato al cosmopolitismo del “consumo libero” occidentale. In altri termini, la “democrazia liberale” odierna non è che un’alternativa definizione caratterizzante la “Cultura McWorld” degli anni Novanta, evolutasi nell’attuale società della comunicazione multimediale globalizzata. La stessa categoria politica di democrazia moderna, intesa come ideologia e processo di emancipazione delle masse nell’ambito degli Stati nazionali a regime postcoloniale, è stata delegittimata e dissolta nell’ambito dell’odierna postdemocrazia di libero mercato e libero consumo (per chi se lo può permettere). La democrazia moderna ha chiuso il suo ciclo storico nel momento in cui, dopo il 1989, è stata decretata, dall’iperpotenza uscita vittoriosa dalla Guerra Fredda, l’imminente fine capitalistica della Storia e il trionfo dell’“ultimo uomo” (volontario rimando di Fukuyama a Nietzsche), ossia l’individualizzato consumatore americanocentrico privo di qualsivoglia legame identitario a carattere collettivo (nazionale, politico, di classe, di genere). Il colonialismo dei nostri giorni si fonda appunto sull’estensione, su scala planetaria, del modello culturale della “società dei consumi e dello spettacolo” occidentale. E’ pertanto un colonialismo centrato sull’apertura di mercati e di “spazi di comunicazione” volti alla promozione del postmoderno cosmopolitismo del consumo e del desiderio. Oggi i gruppi strategici di riproduzione tardocapitalistica sono proprio le nuove classi medie giovanilistiche e americanizzanti che, in Russia, in special modo nelle città di Mosca e San Pietroburgo, esercitano una limitata ma rumorosa azione di opposizione al governo di Putin e che l’Occidente definisce, acriticamente, i “democratici” russi. Ponendo in discussione determinati postulati culturali tipici della postmodernità (marginalizzazione del ruolo degli Stati nazionali come organizzatori e gestori delle dinamiche di riproduzione sociale interna, società dell’Internet globalizzato, World Wide Web, esterofilia americanocentrica, gay-friendly inteso come affermazione di un nuovo tipo androgino unificato in luogo dei tradizionali generi sessuali maschio/femmina) il “putinismo” si pone in diretta continuità con una prospettiva di ripristino del moderno concetto di democrazia come processo di emancipazione e di liberazione collettiva da vincoli di derivazione coloniale.
(…)
Con Putin la Russia ha in parte allontanato il rischio della plutocrazia senza mediazioni, riequilibrando il contenzioso dei poteri a vantaggio della frazione politica e a svantaggio di quella oligarchica. Soprattutto, gli oligarchi filoccidentali, largamente invisi alla popolazione, sono stati marginalizzati dal punto di vista politico.
(…)
I valori tradizionali della Russia storica oggi fungono quale elemento di contraltare al dilagare della “società dei consumi e dello spettacolo” occidentale, costituiscono una risposta identitaria al tentativo di colonizzazione dell’immaginario pubblico russo verificatosi a seguito dell’imposizione del capitalismo americano quale religione idolatrica unica dopo il 1991. Non a caso, il ruolo della spiritualità religiosa (soprattutto ortodossa, ma non solo) quale cemento dell’unità politica nazionale della Russia in chiave di contrasto a determinati postulati culturali della globalizzazione americanocentrica, è contestato dai gruppuscoli libertari e radicaleggianti sponsorizzati e sostenuti dall’Occidente come attori politici della nominata “società dello spettacolo in Russia”, dalle Pussy Riot, anarco-capitaliste perfettamente interne, per loro stessa dichiarazione, alla cultura consumistica occidentale, fino ai “liberali 2.0” della “Rivoluzione dei Visoni” dell’inverno 2011-2012 ed è apprezzato dalle classi popolari, generalmente ostili alla globalizzazione e al liberalismo contemporaneo e per questo pesantemente invise alla media intellettualità euro-atlantica, che si ostina a considerare la spiritualità ortodossa, declinata in senso patriottico, come un retaggio “antimoderno” e “reazionario” da sostituire con l’idolatrico culto occidentale per il denaro, il successo individuale e il riconoscimento pubblico del singolo nell’ambito di una società interamente di spettacolo e in fase di crescente virtualizzazione.
(…)
Una coabitazione tra Europa e Russia è auspicabile, non solo possibile. Tale integrazione necessita il superamento dell’Unione Europea come progetto transatlantico e il conseguente riorientamento geopolitico dell’Europa (che è cosa assai diversa rispetto all’attuale UE) verso la Russia. Soltanto se riscopre la sua vocazione continentale, l’Europa potrà connotarsi come comunità di popoli indipendenti e nazioni sovrane, strategicamente alleati e culturalmente contigui alla Russia. Per il resto, la cultura politica e filosofica europea va sottoposta a un vero e proprio «bucato delle idee», una rivisitazione complessiva. Perché questo possa accadere è necessario, anzi, indispensabile, che l’Europa recuperi la propria sovranità geopolitica.”

Da Capire la Russia? Intervista a Paolo Borgognone, a cura di Pierluigi Mele.
P. Borgognone è l’autore di Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche, Zambon editore.

Perché dobbiamo uscire dalla NATO

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Questo blog ha aderito alla “Campagna per l’uscita dell’Italia dalla NATO”.
A seguire, il relativo appello che invitiamo i lettori a sottoscrivere.

L’Italia, facendo parte della NATO, deve destinare alla spesa militare in media 52 milioni di euro al giorno secondo i dati ufficiali della stessa NATO, cifra in realtà superiore che il SIPRI quantifica in 72 milioni di euro al giorno.
Secondo gli impegni assunti dal governo nel quadro dell’Alleanza, la spesa militare italiana dovrà essere portata a oltre 100 milioni di euro al giorno.
È un colossale esborso di denaro pubblico, sottratto alle spese sociali, che potrebbe essere fortemente ridotto se l’Italia uscisse dalla NATO.
L’Alleanza Atlantica persegue una strategia espansionistica e aggressiva.
Dopo la fine della guerra fredda, ha demolito con la guerra la Federazione Jugoslava; ha inglobato tutti i Paesi dell’ex Patto di Varsavia, tre dell’ex URSS e due della ex Jugoslavia; ha occupato militarmente l’Afghanistan; ha demolito con la guerra la Libia e tentato di fare lo stesso con la Siria.
Ha addestrato forze neofasciste e neonaziste ucraine, organizzando il putsch di piazza Maidan che ha riportato l’Europa a una situazione analoga a quella della Guerra Fredda, provocando un nuovo pericoloso confronto con la Russia.
Ha iniziato a proiettare le sue forze militari nell’Oceano Indiano nel quadro di una strategia che mira alla regione Asia-Pacifico, provocando un confronto militare con la Cina.
In tale quadro, le forze armate italiane vengono proiettate in Paesi esterni all’area dell’Alleanza, per missioni internazionali che, anche quando vengono definite di «peacekeeping», sono guerre finalizzate alla demolizione di interi Stati (come già avvenuto con la Federazione Jugoslava e la Libia).
Uscendo dalla NATO, l’Italia si sgancerebbe da questa strategia di guerra permanente, che viola la nostra Costituzione, in particolare l’Art. 11, e danneggia i nostri reali interessi nazionali.
L’appartenenza alla NATO priva la Repubblica Italiana della capacità di effettuare scelte autonome di politica estera e militare, decise democraticamente dal Parlamento sulla base dei principi costituzionali.
La più alta carica militare della NATO, quella di Comandante supremo alleato in Europa, spetta sempre a un generale statunitense nominato dal presidente degli Stati Uniti. E anche gli altri comandi chiave della NATO sono affidati ad alti ufficiali statunitensi. La NATO è perciò, di fatto, sotto il comando degli Stati Uniti che la usano per i loro fini militari, politici ed economici.
L’appartenenza alla NATO rafforza quindi la sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti, esemplificata dalla rete di basi militari USA/NATO sul nostro territorio che ha trasformato il nostro Paese in una sorta di portaerei statunitense nel Mediterraneo.
Particolarmente grave è il fatto che, in alcune di queste basi, vi sono bombe nucleari statunitensi e che anche piloti italiani vengono addestrati al loro uso. L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione nucleare, che ha sottoscritto e ratificato.
L’Italia, uscendo dalla NATO, riacquisterebbe la piena sovranità: sarebbe così in grado di svolgere la funzione di ponte di pace sia verso Sud che verso Est.
Sostieni la campagna per l’uscita dell’Italia dalla NATO.
La pace ha bisogno anche di te.

Inviare le adesioni a: comitatononato@gmail.com

(Fonte)

“Solo un ostacolo può impedire a una palla di rotolare”

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Alexander Zinov’ev, nato nel 1922 nell’allora Unione Sovietica, è stato filosofo, logico e scrittore. Ha vissuto sulla propria pelle tutto l’arco storico che condusse il mondo dallo scontro frontale durante la Guerra Fredda alla fase della Russia eltsiniana nella quale il dominio unipolare degli Stati Uniti sembrava non avere rivali sul piano geopolitico planetario, fino alla rivincita nazional-sovranista iniziata con la comparsa del presidente Putin sulla scena politico-internazionale.
Fu espulso dall’URSS nel 1978, dopo la pubblicazione del romanzo Cime abissali.
Nei vent’anni trascorsi all’estero, rappresentò una delle figure di spicco della dissidenza sovietica, dedicandosi all’elaborazione di una critica radicale della società occidentale, percepita da lui come una minaccia senza precedenti per l’umanità. A questo periodo, risalgono i saggi Katastrojka: la perestrojka nel culo della Russia (1989) e La caduta dell’impero del male: saggio sulla tragedia della Russia (1994), nonché il romanzo L’umanaio globale (1998).
Morì a Mosca nel 2006.
A seguire, presentiamo alcuni estratti da un’intervista realizzata nel giugno del 1999, pochi giorni prima del suo ritorno definitivo in Russia.

“Contrariamente all’idea comunemente accettata, il comunismo non è crollato per ragioni interne. La sua caduta è stata la più grande vittoria della storia dell’Occidente. Una vittoria colossale che, lo ripeto, ha permesso l’instaurazione di un potere planetario. Ma la fine del comunismo ha anche significato la fine della democrazia, la nostra epoca, oggi, non è solo post-comunista, ma è anche post-democratica. Noi oggi assistiamo all’instaurazione di un totalitarismo democratico, o se preferite all’instaurazione della democrazia totalitaria.”

“I Paesi occidentali hanno conosciuto una vera democrazia all’epoca della Guerra Fredda. I partiti politici avevano delle vere differenze ideologiche e dei programmi politici diversi. Gli organi di stampa avevano anche loro delle marcate differenze. Tutto questo influenzava la vita delle persone, contribuiva al loro benessere. Ora è tutto finito. Perché il capitalismo democratico e prospero, quello delle leggi sociali e delle garanzie sul lavoro, doveva molto alla minaccia comunista. Il grande attacco ai diritti sociali nell’Ovest è cominciato con la caduta del comunismo all’Est. Oggi i socialisti al potere nella maggior parte dei Paesi europei svolgono una politica di smantellamento sociale di tutto ciò che c’era di giustamente socialista nei Paesi capitalisti. Non esistono più in Occidente delle forze politiche capaci di difendere gli umili. L’esistenza dei partiti politici è puramente formale. Le loro differenze spariscono ogni giorno. […] La democrazia tende a sparire dall’organizzazione sociale occidentale. Questa super-struttura non democratica dà gli ordini, sanziona, bombarda e affama. […] Il totalitarismo finanziario ha sottomesso i poteri politici. Il totalitarismo finanziario è freddo. Non conosce né la pietà né i sentimenti. Le dittature politiche fanno pena a confronto di questo totalitarismo. Una certa resistenza era possibile anche nelle più dure dittature, nessuna rivolta è possibile contro una banca.”

“Il sistema occidentale consiste nel dividere per poter meglio imporre la propria legge a tutte le parti allo stesso tempo ed ergersi a giudice supremo.”

“La dominazione mondiale si esprime prima di tutto per i diktat intellettuali o culturali, se preferite. Ecco perché gli americani sono impegnati da decenni a far abbassare il livello culturale e intellettuale del mondo: vogliono sottometterlo al loro potere per poter esercitare i loro diktat.”

“Nella vita reale ci sono i Russi, i Cinesi, i Francesi, i Serbi, eccetera. Ora se le cose continuano come sono iniziate, i popoli che hanno fatto la nostra civilizzazione, e penso essenzialmente ai popoli latini, scompariranno. L’Europa occidentale è sommersa da una marea di stranieri e non è un caso. Non ne abbiamo ancora parlato ma questo non è stato il frutto del caso né il frutto di un movimento incontrollabile. Lo scopo è quello di creare una situazione simile a quella degli Stati Uniti.”

“I sistemi sociali non si autodistruggono. Solo una forza esteriore può sconfiggere un sistema sociale, come solo un ostacolo può impedire a una palla di rotolare.”

Pio XII “Coca Cola Pope”

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Scrive Andrea Turi (Docete Omnes Gentes. La geopolitica del Vaticano, in “Eurasia” n. 3/2014, pp. 164-165):
“La tradizione ecclesiastica era di non prendere iniziative volte a cambiare lo status delle relazioni esistenti tra potenze, ma in un discorso pronunciato nel settembre del 1944 da Pio XII – che sanciva il diritto inviolabile alla proprietà privata – si intravede un cambiamento di atteggiamento che porterà alla scomunica dei comunisti nel 1949. Con questo atto, la Santa Sede entra nella logica della Guerra Fredda: preoccupato dalle prospettive delineate dal riassetto delle forze sulla scacchiera internazionale, Papa Pacelli abbandona qualsiasi tentazione di avventura ‘terzaforzista’ e inserisce la Chiesa nella disputa bipolare compiendo una precisa e decisa scelta di campo, con la quale il Vaticano si adatta ai nuovi equilibri e stringe una sorta di alleanza tacita con il blocco occidentale contro il nemico comune bolscevico. Pio XII chiede agli Stati Uniti di rinunciare ad un ritorno all’isolazionismo e di accollarsi il ruolo di baluardo del mondo libero contro il fantasma del Comunismo che si sta aggirando per l’Europa Orientale e minaccia l’altra metà del continente. La Chiesa Cattolica diviene il miglior alleato del mondo capitalistico in forza della sua struttura centralizzata basata sul dogma dell’infallibilità del Papa, con una propria forza economica e ideologica e con una tradizione universalistica che interessa milioni di fedeli sparsi nel mondo.”

Sarà un caso che la scomunica di cui sopra giunse neanche tre mesi dopo la firma del Trattato di Washington (4 Aprile 1949), che sanciva il Patto Atlantico e la nascita della NATO?

Anche se noi ci crediamo assolti…

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“Com’è potuto accadere che tanta indifferenza, tanto silenzio, tanta volontaria o inconsapevole “ignoranza” abbiano pervaso la società da quando, negli anni ‘60 e ‘70, si radunavano folle di persone indignate per manifestare contro i crimini commessi in Vietnam, in Sud America, nei campi profughi palestinesi o contro il licenziamento di alcuni operai in FIAT? Di quali subdole armi ha potuto disporre il potere per stendere una spessa coltre sulla sensibilità e sulla capacità reattiva delle coscienze?
Privato della possibilità di immaginare il suo futuro prossimo e del senso di appartenenza al gruppo sociale, il comune cittadino, senza più riferimenti e impegnato in una lotta solitaria per una sopravvivenza dignitosa, si trasforma in facile preda del potere attraverso la manipolazione dell’informazione e la rappresentazione di una realtà spacciata per “obiettiva” e inconfutabile. Persino la storia può essere riscritta e i carnefici possono diventare le vittime. Impoverito nel suo senso critico e ricattato dal sistema economico globale, il singolo individuo diventa indifferente ai drammi e ai conflitti che lo circondano. Il suo silenzio, però, è un tacito consenso.
Il caso della Palestina è emblematico. La storia del dramma di quella terra è stata negata e stravolta. Da decenni, abdicando al suo ruolo, la cosiddetta “comunità internazionale” si è resa complice, se non parte attiva, dei crimini commessi. Chi ne ha riscritto la storia? E chi sono i complici?
Ho cominciato a scrivere le prime riflessioni per questo libro un anno dopo l’operazione militare israeliana ‘Piombo fuso’: si trattava, fino ad allora, di uno dei più atroci casi di sterminio di palestinesi, in grandissima parte civili, nella Striscia di Gaza, sostenuto da una massiccia campagna mediatica di capovolgimento della realtà. Nel contempo si stava avviando a conclusione una fase, iniziata nei primi anni ’90, in cui il cosiddetto terrorismo internazionale, di matrice mediorientale, prendeva a pieno titolo il posto dell’ ex Unione Sovietica nella casella del Male, del nemico n. 1 del mondo occidentale, una fase, anche qui, sostenuta da un’operazione globale mediatica di demonizzazione di una civiltà e dal conseguente dilagare di una islamofobia diffusa capillarmente.
La storia a volte si ripete. Un altro sterminio a Gaza, più devastante del precedente, con analoghe manovre di capovolgimento tra causa ed effetto e l’avvio di una nuova fase di campagna mediatica islamofobica, che si preannuncia meno semplice della prima, ma la cui funzione è sempre la stessa: legittimazione per nuove aggressioni militari.
Comprendere i meccanismi di manipolazione delle informazioni finalizzati a ottenere un consenso omologato, legato a quegli eventi e a quella fase storica, consente di riconoscere le stesse strategie di fondo messe in atto dal potere oggi.”
(Nota a cura dell’autore)

Anche se noi ci crediamo assolti…,
di Enrico Contenti
Zambon editore, pp. 336, € 12

Il terrorismo atlantista e il concetto di “danni collaterali”

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Qualche giorno fa Noam Chomsky riportava uno studio della CIA pubblicato il 14 ottobre dal New York Times dal quale si evince che gli Stati Uniti sono ufficialmente il primo Stato terrorista del mondo. L’intellettuale americano evidenziava la naturalezza con cui nel mondo occidentale si accetta che la guida del ‘mondo libero’ possa essere uno Stato canaglia terrorista e che il suo Presidente premio Nobel per la pace possa preoccuparsi di come svolgere in maniera più efficace tali operazioni criminali. L’articolo citato da Chomsky riporta gli esempi dell’Angola, del Nicaragua e di Cuba. [1]
Quello del Nicaragua, in particolare, è stato un caso unico, perché la Corte Internazionale di Giustizia dichiarò gli USA colpevoli di «uso illegale della forza», cioè di terrorismo, e ordinò a Washington di pagare ingenti risarcimenti. Gli Stati Uniti risposero respingendo con disprezzo la sentenza della Corte e, con l’appoggio di entrambi gli schieramenti politici, intensificarono gli attacchi terroristici degli squadroni della morte chiamati Contras.
Le aggressioni compiute dagli USA in altri Paesi dell’America Centrale, come El Salvador e il Guatemala, condotte con indicibile brutalità, lasciarono sul campo «duecentomila morti e milioni di profughi e orfani in paesi devastati». [2]
Questi sono solo pochissimi esempi della enorme casistica che mostra il diretto coinvolgimento degli USA nel terrorismo internazionale. Ciò che è più scioccante è la totale indifferenza dei politici atlantisti di ogni formazione politica e di tutta la stampa di corte di fronte a una questione di così grande importanza. Essi accettano tacitamente che gli USA, loro padroni, presentati come paladini della libertà e della lotta al terrorismo, siano una superpotenza terroristica, al di sopra delle leggi internazionali, che si può permettere di fare stragi, torturare e devastare interi Paesi. Nessuna reazione, quindi, da parte di servi fedeli, occupati a diffondere un chiaro messaggio: nessuno ha il diritto di difendersi dalle aggressioni degli Stati Uniti, che sono, per usare ancora le parole di Noam Chomsky, «uno Stato terrorista di diritto».
Ma se i media atlantisti accettano senz’alcuna discussione la dottrina dello “Stato terrorista di diritto”, dandola per scontata, non così la pensano in tutto il mondo. Il Presidente della Bolivia Evo Morales, per esempio, due anni fa, aveva avuto il coraggio di affermare davanti all’Assemblea Generale dell’ONU che «il Governo statunitense è il primo terrorista del mondo» e aveva parlato apertamente di «terrorismo di Stato». Queste le sue parole: «Che autorità ha il governo degli USA di menzionare o mettere nelle liste Paesi che sono ritenuti terroristi? Cari delegati e delegate, forse il mondo non si rende conto che il primo Paese terrorista che pratica il terrorismo di Stato sono proprio gli USA. Tanti interventi, tanti morti e feriti per il pretesto di difendere la democrazia. E cosa è accaduto in Libia? Si è detto che in Libia si è intervenuti per recuperare la democrazia. E’ una bugia. In Libia si è intervenuti per recuperare il petrolio libico per le potenze internazionali a svantaggio del popolo libico. Dobbiamo essere sinceri davanti all’umanità». [3]
Anche le popolazioni di gran parte del mondo sembrano non condividere la dottrina tacitamente accettata dalla stampa atlantista. Un sondaggio internazionale reso noto l’anno scorso dal Worldwide Independent Network/Gallup International Association (WIN/GIA) poneva gli USA in testa alla classifica come «l’attuale più grande minaccia per la pace nel mondo». [4]
Proponiamo, sullo stesso tema, un testo dell’autore francese Guillaume de Rouville, curatore del sito l’idiot du village. geopolitique, chaos & idiotie, del quale recentemente abbiamo pubblicato la traduzione di L’Atlantismo è un totalitarismo (in tre parti: 1, 2 e 3),

[1] Noam Chomsky, Ѐ ufficiale: gli USA sono il principale Stato terrorista
[2] Noam Chomsky, Pirati e imperatori, Marco Tropea Editore, 2004, pag. 19
[3] Il discorso di Evo Morales è qui
[4] Paul Street, Zio Sam: la più grande minaccia per la pace

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Danni collaterali: il volto nascosto di un terrorismo di Stato

Durante le guerre condotte dagli Stati Uniti dopo la caduta del muro di Berlino in nome della loro idea di potere, è apparso un nuovo concetto, quello di «danni collaterali», che è stato usato dagli organi addetti alle pubbliche relazioni del Pentagono per giustificare e rendere accettabili da parte delle pubbliche opinioni occidentali le azioni di guerra che provocano vittime civili. Questi danni collaterali non sarebbero voluti dalla potenza militare, che mostra di deplorarli come tragici errori, presentandoli come frutto di errori di informazione o di una tecnologia difettosa.
Ma a un’osservazione più attenta, ci si rende conto che la maggior parte di questi atti di guerra, che hanno distrutto la vita di migliaia di civili in Afghanistan, in Irak, in Libia questi ultimi anni [1], non sono errori, danni collaterali di un’azione militare che avrebbe come obiettivo solo soldati in uniforme appartenenti alla parte avversa, ma veri e propri atti deliberati volti a uccidere donne, bambini e uomini indifesi.
Ci si potrebbe chiedere per quali scopi sarebbero intrapresi orrori del genere. La dottrina militare dà una chiara risposta: per imporre il terrore, che è fonte di ogni obbedienza.
La dottrina militare nega senza mezzi termini la propaganda politica: far soffrire le popolazioni civili è uno dei modi per vincere la guerra; torturare è uno dei modi per annientarle; raggiungere la loro coscienza è uno dei modi per conquistare la loro anima (i bombardamenti degli Alleati alla fine della Seconda Guerra Mondiale lo attestano ampiamente – la questione di sapere se il fine giustifica i mezzi è un altro discorso).
Forse ancora dubitate e pensate che tali mezzi non faranno che spingere dei non combattenti a prendere le armi e a rafforzare l’esercito delle ombre [2]. Ma i soldati di tutto il mondo lo sanno bene e rispondono con grande chiarezza: le vittime del terrore umano non si vendicano; esse soffrono in silenzio e non sognano altro che la pace per seppellire i loro morti. Non solo: le vittime innocenti finiscono spesso per chiedere protezione ai loro aguzzini. Infine, demoralizzate da tanta sofferenza e da tanta violenza, finiscono per accettare la mano che il nemico tende loro dall’altro lato della pistola.
Durante la guerra d’Algeria, i militari francesi (soprattutto i Colonnelli Trinquier e Lacheroy) hanno elaborato una dottrina che mette al centro dei conflitti armati le popolazioni civili [3] (gli Inglesi avevano già avuto un approccio simile in Kenya all’inizio degli anni ’50, dove avevano volontariamente massacrato interi villaggi di non combattenti, ma non avevano ancora pensato di farne una dottrina degna di essere insegnata nelle scuole militari).
Non più obiettivi involontari di una guerra brutale, le popolazioni civili diventano invece l’obiettivo militare da conquistare e da distruggere in nome di obiettivi umani, troppo umani. La tortura, le esecuzioni sommarie, i bombardamenti di civili non sono più solo crimini di guerra, ma parte di una strategia militare al servizio di una causa politica. I Colonnelli Trinquier e Lacheroy esporteranno questa dottrina nelle scuole militari americane che sapranno farne buon uso nei paesi dell’America Latina, soprattutto in America Centrale, nei cinquant’anni che seguirono la guerra d’Algeria [4].
bombe democraticheLe legioni atlantiste che, sotto l’egida della NATO, sono partite all’attacco della l’ex Jugoslavia, dell’Afghanistan e della Libia hanno ugualmente applicato questa dottrina per tentare d’imporre l’American Way of Life e il liberismo trionfante alle popolazioni refrattarie. La dottrina militare dello shock and awe (colpisci e terrorizza) applicata dagli Stati Uniti durante l’invasione dell’Irak nel 2003 non è che la riattivazione di questa dottrina da parte di teorici interessati ad aggiornare il corpus dottrinario militare americano. Gli autori di questo rimaneggiamento, Harlan Ullman e James Wade [5], prendono come esempio i bombardamenti di Hiroshima e di Nagasaki da parte degli Stati Uniti nell’agosto del 1945 e descrivono senza mezzi termini l’effetto desiderato: si tratta di infliggere distruzioni di massa, di natura umana o materiale, al fine d’influenzare una società nella direzione desiderata da parte di chi attua l’operazione colpisci e terrorizza, anziché attaccare direttamente obiettivi puramente militari [6].
Come si vede, questa nozione di «danni collaterali» nasconde in realtà un terrorismo di Stato [7], un terrorismo di massa, un terrorismo occidentale al quale i media occidentali si adattano facilmente poiché esso è opera dei loro padroni atlantisti. In verità, fanno qualcosa di più che adattarvisi: essi commettono un crimine mediatico quando usano il termine «danni collaterali» per mascherare le azioni terroristiche dei loro leader dalle mani lorde di sangue.
Ѐ interessante osservare che questo terrorismo di Stato occidentale è, preso nel suo insieme, più assassino del terrorismo islamico (che ai nostri occhi non ha maggiori giustificazioni), terrorismo islamico che può essere, inoltre, come nel caso della Libia e della Siria, un prezioso strumento degli obiettivi geostrategici degli Occidentali e delle loro élites.
Pertanto, il terrorismo sembra essere il cuore della dottrina e delle strategie militari delle democrazie occidentali. Per lottare con efficacia contro il terrorismo, cosa che i nostri dirigenti affermano di fare con tanta energia, bisognerebbe avere il coraggio di intraprendere un duro combattimento contro noi stessi. In caso contrario, la morte della democrazia sarà (se non è già avvenuta) il danno collaterale del nostro cinismo e della nostra ipocrisia.

[1] Esattamente come in Vietnam, in Cambogia, in America Centrale e in ex Jugoslavia, per citare solo qualche altro esempio
[2] ‘L’Armée des Ombres’, titolo di un romanzo di Joseph Kessel sulla Resistenza, è un’espressione che utilizziamo per indicare le varie forme di resistenza civile all’oppressione
[3] Per uno studio generale sul tema degli squadroni della morte, leggere il libro di Marie-Monique Robin, «Les escadrons de la mort. L’école française», 2004, La Découverte
[4] Vedere, per un’analisi di questa dottrina militare: «De la guerre coloniale au terrorisme d’État», di Maurice Lemoine, Le Monde Diplomatique, novembre 2004
[5] Harlan K. Ullman, James P. Wade, «Shock And Awe: Achieving Rapid Dominance» (National Defense University, 1996)
[6] «The second example is “Hiroshima and Nagasaki” noted earlier. The intent here is to impose a regime of Shock and Awe through delivery of instant, nearly incomprehensible levels of massive destruction directed at influencing society writ large, meaning its leadership and public, rather than targeting directly against military or strategic objectives even with relatively few numbers or systems. The employment of this capability against society and its values, called “counter-value” in the nuclear deterrent jargon, is massively destructive, strikes directly at the public will of the adversary to resist, and ideally or theoretically, would instantly or quickly incapacitate that will over the space of a few hours or days». Op. Cit., capitolo 2, pagina 23
[7] Il terrorismo in quanto uso di mezzi violenti miranti a terrorizzare una popolazione a fini politici

(Fonte – traduzione e introduzione di M. Guidoni)

La falsità è il ​​segno distintivo del moderno imperialismo statunitense

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“La falsità è allora il ​​segno distintivo del moderno imperialismo statunitense.
L’attuale impero USA è un progetto più subdolo dell’impero britannico – perché almeno allora i Britannici riconoscevano apertamente di avere un impero.
Ma gli Stati Uniti non riconoscono mai la costruzione del proprio impero – non solo ciò, i propagandisti imperiali hanno la faccia tosta di accusare falsamente altri di espansionismo territoriale e di cercare di costruire i loro propri imperi – ad esempio sostenendo che il leader jugoslavo Slobodan Milosevic voleva costruire una “Grande Serbia” o che la Russia ha “invaso” l’Ucraina.
E’ chiaro, da qualsiasi valutazione oggettiva, che l’imperialismo USA è la principale causa di instabilità nel mondo di oggi e lo è da molti anni. La più grave minaccia alla pace globale certamente non era Milosevic, Ahmadinejad, Assad, o uno qualsiasi degli altri “Nuovi Hitler” emersi negli ultimi trenta anni – ma l’aggressore seriale che mette nel mirino i loro Paesi.
Il sorgere dello Stato Islamico (IS) e la crescita di gruppi jihadisti in generale è direttamente causata dalle aspirazioni egemoniche degli Stati Uniti in Medio Oriente – e la loro decisione di colpire i governi secolari, dalla mentalità indipendente come quelli in Irak e Siria, che erano baluardi contro il fondamentalismo islamico.
Mentre in Europa, la sponsorizzazione USA di un “cambio di regime” in Ucraina – al ritmo di 5 miliardi di dollari – e i tentativi di portare il Paese nel suo impero, ha contribuito a causare una crisi umanitaria, in cui più di 2.000 persone hanno perso la vita e oltre 100.000 sono diventate profughi, secondo le Nazioni Unite.
“I nostri Paesi”, allora. Quanto sangue ancora verrà versato nei piani espansionistici di Washington? Quanti Paesi saranno ancora distrutti? E per quanto tempo ancora ci dovremo aspettare che l’esistenza stessa dell’Impero USA venga negata?”

Da “I nostri Paesi” – il piccolo lapsus così rivelatore, di Neil Clark (traduzione nostra).