Questa è sovranità limitata


“C’è un episodio che bisogna richiamare. Quando nel 1973 capita la guerra del Kippur, Moro rifiuta [di concedere] l’utilizzo delle basi militari della NATO per aiutare Israele. Sostiene la tesi, diventata di tutto il governo italiano, che quella guerra esorbita dall’area della NATO, quindi gli Americani non possono utilizzare le basi che sono nel nostro territorio per svolgere un’azione che è sì di aiuto anche ad un Paese nostro alleato come Israele, ma che deve tener conto che noi abbiamo una politica per il Medio Oriente di pacificazione, tendiamo alla soluzione di quel problema e non possiamo metterci contro i Paesi arabi. Pertanto, il nostro governo ritiene di assumere quella posizione e Kissinger “se la lega al dito”. Moro farà riferimento all’acredine che, a seguito di quel fatto, Kissinger crea. E’ una causa che probabilmente ha giocato.
(…) Non ci soffermiamo qui a parlare di quello che avviene a Portorico quando si riunisce lo stato maggiore atlantico e lasciano Moro fuori dalla porta, proprio nel momento in cui si discute sugli aiuti da dare all’Italia e si finisce col condizionare quegli aiuti. Siamo dopo le elezioni del 1976. E’ bene che guardiate cosa avviene a Portorico. In quel momento Moro viene lasciato fuori, eppure è ancora Presidente del Consiglio italiano; ma lui e Mariano Rumor, che è ministro degli Esteri, vengono lasciati alla porta mentre si discute degli aiuti all’Italia. Se ne escono con un comunicato in cui danno l’incarico al tedesco Helmut Schmidt di esprimere la posizione che era quella della discriminazione: “Se voi mettete al governo i comunisti, non vi daremo gli aiuti”.
Questa è sovranità condizionata, limitata, indiscutibilmente, dopo il suffragio popolare che aveva dato quei risultati e che non permetteva il grande gioco politico, perché i rapporti di forza erano quelli che erano e la politica di Moro era lungimirante. Dunque, il fatto di liberarsi di un personaggio che rappresentava quella politica era una tentazione non solo di Kissinger, anche di altri dirigenti di Stato nei Paesi europei, perché avevano timore di una diffusione della stessa formula di collaborazione in altri Paesi.”

Dall’audizione del senatore Sergio Flamigni, svoltasi il 2 dicembre 2014, nell’ambito della II Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro.
Ora in Rapporto sul caso Moro. Il sequestro di Aldo Moro, Steve Pieczenik e il golpe atlantico quarant’anni dopo, di Sergio Flamigni, 2019, Kaos edizioni, pp. 75-76.

La loro “libertà” non è la nostra libertà


“In precedenza, veniva fatto regolarmente e funzionava: l’Occidente identificava un Paese come nemico, scatenava la sua propaganda professionale contro di lui, quindi somministrava una serie di sanzioni, affamando e uccidendo bambini, anziani e altri gruppi vulnerabili. Se il Paese non fosse crollato in pochi mesi o anni, sarebbero iniziati i bombardamenti. E la nazione, totalmente scossa, nel dolore e nell’impotenza, crollava come un castello di carte, una volta sbarcati i primi soldati della NATO.
Tali scenari sono stati ripetuti più volte dalla Jugoslavia all’Iraq.
Ma all’improvviso è successo qualcosa di importante. Questa terrificante anarchia, questo caos si è fermato; è stato scoraggiato.
L’Occidente continua a usare la stessa tattica, cerca di terrorizzare Paesi indipendenti, spaventare la gente, rovesciare ciò che definisce “regimi”, ma il suo potere mostruosamente distruttivo è diventato improvvisamente inefficace.
Colpisce e la nazione attaccata trema, grida, versa sangue, ma si rialza in piedi, orgogliosamente.
Quello che stiamo vivendo è un grande momento nella storia umana. L’imperialismo non è stato ancora sconfitto, ma perde la sua presa globale sul potere.
Ora dobbiamo capire chiaramente “perché” per poter continuare la nostra lotta, con ancora più determinazione, con ancora più efficienza.”

All’improvviso, l’Occidente non riesce più a rovesciare i “regimi” di Andre Vltchek, continua qui.

L’ideologia yankee applicata al resto del mondo


“Vi è una coincidenza sorprendente tra la promozione della democrazia occidentale e il massacro di massa che ne è la sua applicazione pratica. Lo scenario è sempre lo stesso: si inizia con la dichiarazione dei diritti umani per finire con i B52. Ora questo trofeo della politica estera degli Stati Uniti – e dei loro alleati – è una diretta conseguenza del loro liberalismo. Questo aspetto della storia delle idee è poco conosciuto, ma la dottrina liberale ha perfettamente assimilato l’idea che per garantire la libertà di alcuni, sia necessario garantire la sottomissione di altri. Il padre fondatore degli Stati Uniti, un liberale come Benjamin Franklin, ad esempio, si oppose all’installazione di reti fognarie nei quartieri poveri, perché rischiava, migliorandone le condizioni di vita, di rendere i lavoratori meno cooperativi. In breve, dobbiamo affamare i poveri se vogliamo sottoporli e dobbiamo sottometterli, se vogliamo farli lavorare per i ricchi. A livello internazionale il potere economico dominante applica esattamente la stessa politica: l’embargo che elimina i deboli costringe i sopravvissuti, in un modo o nell’altro, a servire i loro nuovi padroni. Altrimenti, ci sono ancora i B52 e i missili da crociera.
Non è un caso che la democrazia americana, il modello che la Coca-Cola ha diffuso a tutte le famiglie del villaggio globale, sia stata fondata da schiavi e genocidi. C’erano 9 milioni di amerindi nel Nord America nel 1800. Un secolo dopo, erano 300.000. Come disse Alexis de Tocqueville “La Democrazia in America” è arrivata con le sue coperte avvelenate e le mitragliatrici Gatling. I selvaggi piumati del Nuovo Mondo prefiguravano i bambini iracheni nel ruolo di questa umanità in soprannumero di cui si sarebbero liberati, senza rimorsi, se le circostanze lo avessero richiesto. Così, da un secolo all’altro, gli Americani hanno trasposto il loro modello endogeno su scala mondiale. Nel 1946, il teorico e apostolo della Guerra Fredda del contenimento anticomunista George Kennan, scrisse ai dirigenti del suo Paese che il loro compito secolare sarebbe stato quello di perpetuare l’enorme privilegio concesso dalle fortune della storia negli Stati Uniti d’America: possedere il 50% della ricchezza per solo il 6% della popolazione mondiale. Le altre nazioni saranno gelose, vorranno una fetta più grande della torta e bisognerà impedire che ciò accada. In breve, la “nazione eccezionale” non intende condividere i benefici.
Una caratteristica importante dello spirito americano ha favorito questa trasposizione della “democrazia americana” in tutto il mondo. È la convinzione dell’elezione divina, l’identificazione con il Nuovo Israele, in breve il mito del “destino manifesto”. Tutto ciò che viene dalla nazione scelta da Dio appartiene di nuovo al campo del Bene, incluse le bombe incendiarie. Questa mitologia è la potente forza della buona coscienza yankee, quella che vetrifica intere popolazioni senza il minimo problema di coscienza, come il generale Curtis Le May, capo dell’aviazione americana, che vanta di aver fatto alla griglia col napalm il 20% della popolazione nordcoreana. Gli Stati Uniti hanno realizzato una congiunzione inedita tra una potenza materiale senza precedenti e una religione etnica ispirata al Vecchio Testamento. Ma questo potere è stato surclassato nel 2014 quando il PIL cinese, in parità di potere d’acquisto, ha superato quello degli Stati Uniti. E non è sicuro che l’Antico Testamento sia sufficiente a perpetuare un dominio che si sgretola inesorabilmente.”

Da Democrazia genocida, di Bruno Guigue.

Storia alternativa dell’Iran islamico

“Il lettore sappia che in questo poderoso lavoro di Paolo Borgognone troverà la documentazione necessaria per capire l’architettura del potere imperiale israelo-americano che governa il mondo occidentale e che non desiste, nonostante le sconfitte e gli incidenti di percorso, nel suo progetto di dominio del mondo intero. Nel caso dell’Iran vi sono tutti gli ingredienti per capire la strategia globale dell’imperialismo nordamericano, in coppia con lo Stato coloniale sionista, finalizzata alla reductio ad unum dei modelli socio-economici su scala planetaria e, in particolare, alla frammentazione del Medioriente in tanti piccoli Stati, divisi e disarmati, sotto l’egemonia totale dello Stato ebraico allargato fino ai futuri confini del Grande Israele, dal Nilo fino all’Eufrate, un territorio giudaizzato che dovrebbe comprendere tutta la Palestina storica, la Giordania, metà dell’Iraq, quasi tutta la Siria, un terzo dell’Arabia Saudita e una parte dell’Egitto. Un disegno messianico folle che si chiama TERRA PROMESSA. Promessa da chi? Gli Ebrei, credenti e atei, rispondono all’unisono: da Dio. Bene: allora che dio sia convocato a testimone e firmi un atto notarile! Gli ebrei sionisti, però, sanno che le promesse divine non esistono nel diritto internazionale. Ma insistono, confidando nella credulità religiosa dei più e nel sostegno dei sionisti cristiani che negli USA, si dice, siano circa cinquanta milioni. Per raggiungere questo obiettivo, nel medio e lungo periodo, Israele ha bisogno di sconvolgere il Medioriente e di imporre la propria volontà, scatenando guerre per procura e mettendo l’una contro l’altra le varie fazioni in lotta, sia politiche che religiose.
(…) Il libro di Borgognone fornisce una descrizione minuziosa di tutte le fasi della tormentata vicenda della Repubblica islamica, mettendo in evidenza con ammirevole attitudine analitica le lotte di potere tra i vari partiti e la dislocazione politica delle classi sociali iraniane. In questi 40 anni l’Iran è cambiato, piaccia o no ai suoi detrattori. Nonostante gli errori imperdonabili, la Repubblica islamica si è consolidata ed è diventata un baluardo della lotta antimperialista e antisionista in Medioriente.”
(Dalla prefazione)

Storia alternativa dell’Iran islamico. Dalla rivoluzione di Khomeini ai giorni nostri (1979-2019),
di Paolo Borgognone, prefazione di Diego Siragusa,
Oaks Editrice, pp. 854, euro 30

Salvini non vede e provvede

“Davvero strano che nessuno tra i media mainstream che stanno inneggiando a Asmae Dachan “martire dell’attacco islamofobo sferrato dalla Meloni”, si sia domandato il perché del silenzio di Matteo Salvini. Il quale, con una presenza davvero assillante sui social, non ha dedicato, per cinque mesi, a questa faccenda nemmeno un tweet.
Ma riepiloghiamo i fatti.
Il 30 maggio con il mio articolo precedente denunciavamo l’imminente consegna ad Asmae Dachan del titolo di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica evidenziando, quanto meno, l’inopportunità di una onorificenza del Presidente della Repubblica ad una persona che, al di là delle sue posizioni oltranziste sull’Islam (e, in particolare, sulla sudditanza delle donne in questo) si è distinta, come giornalista, nel sostegno ai “ribelli siriani” (in realtà, tagliagole importati in Siria da al-Nusra ISIS). Più o meno contemporaneamente, un attivista del movimento contro la guerra alla Siria, per sua stessa ammissione su Facebook, compila un dossier su Asmae Dachan inviandolo a Giorgia Meloni, (leader della formazione di destra “Fratelli di Italia”) la quale presenta una interrogazione parlamentare imperniata, oltre che sul sostegno della giornalista ai terroristi che stanno insanguinando la Siria, principalmente, sulle sue oltranziste posizioni inerenti l’Islam. (“l’onorificenza sarebbe un clamoroso atto di sottomissione all’Islam radicale”). Ovviamente, l’interrogazione della Meloni scatena la “sinistra” in una isterica campagna mediatica “contro l’islamofobia” trasformando la Dachan in una “martire del razzismo”.
Si, ma che c’entra Salvini in tutto questo?”

L’onorificenza a chi parteggia per i tagliagole in Siria e l’inquietante silenzio (assenso) di Salvini, di Francesco Santoianni continua qui.

La Libia è un caso di studio

“Senza entrare nel merito come ha fatto magistralmente Perra, si deve sottolineare una questione di metodo: non ridurre allo schematismo, alla ricerca dei burattinai di Haftar. Il generale libico avrebbe dietro di sé come danti causa Russi e Americani, Sauditi ed Emiratini, Francesi ed Egiziani, attori non necessariamente in armonia tra loro quando non rivali o nemici ma sempre uniti nell’armare, finanziare e telecomandare il nostro. Più che analisi, partite di Risiko a causa delle quali non comprendiamo come il signore della guerra nordafricano non sia mosso dal desiderio di sconfiggere il fondamentalismo islamico o da alleanze permanenti bensì solo da interessi permanenti: i propri. Dietro Haftar azzardiamo a dire che ci sia solo Haftar, ennesima incarnazione del capo vicino-orientale che cerca alleati e si offre come alleato sul mercato geopolitico, come prima di lui i regnanti hashemiti, sauditi o pahlavi con Inglesi ed Americani, o mutatis mutandis capi militari o di partito come Al Bashir o Saddam Hussein.
Pensiamo proprio a Saddam: già esponente di vertice dell’ala destra anticomunista della branca irachena del Baath, non esitò tanto a cercare la collaborazione degli elementi più religiosi dentro all’Iraq e della CIA all’esterno per prendere il potere e reprimere i comunisti, instaurando al contempo un governo progressista per quanto riguarda l’istruzione di massa e la condizione femminile. Da sempre avverso al clero sciita, alla Siria pure baathista e all’Iran rivoluzionario, fu però vicino alla causa palestinese. Anticomunista ma in discreti rapporti con l’URSS, combatté l’Iran con il consenso americano per poi tornare a giocare la carta antimperialista quando fu aggredito dagli USA a sua volta, così come la carta dell’unità sunnita. Chi aveva dunque “dietro di sé” Saddam Hussein? La domanda ci appare in tutta la propria insensatezza realpolitica.
Se nel Vicino Oriente ci si muove, lo ripetiamo, per interessi permanenti e non per alleanze permanenti, una volta scopertolo bisognerebbe capire quali interessi siano i nostri: stabilità degli Stati, possibilmente non ad opera di governi eccessivamente repressivi o reazionari che alienino le proprie popolazioni, lotta al radicalismo religioso formatosi ai margini del mondo sunnita (quello sciita non costituisce un problema per l’Europa, piaccia o meno al signor Bannon), costruzione di Paesi il più possibile inclusivi nei confronti delle donne, delle minoranze etniche e religiose (si pensi alle popolazioni cristiane o ai Curdi che al contrario potrebbero rifugiarsi in un separatismo disgregativo ed antiarabo) e dai sistemi economici efficaci ed efficienti che evitino povertà, emarginazione e conseguenti ondate migratorie. Si noti: abbiamo iniziato a parlare di Europa, non più di “Occidente”, e questo perché non pensiamo affatto che gli interessi di Europa, Stati Uniti e movimento sionista coincidano. Gli ultimi due attori hanno piuttosto interesse a garantire la disgregazione degli Stati vicino-orientali lungo linee etniche, religiose e tribali, al fine di assicurarne il sottosviluppo, la soggiogabilità o quanto meno la non pericolosità. Haftar o Serraj quindi, in Libia? La questione, per come l’abbiamo posta, precede e prescinde la domanda.
Nel metodo, la soluzione potrà venire, ancora una volta, da una “ecologia delle potenze” interessate alla stabilità del teatro mediterraneo e da un dialogo tra queste (Italia, Russia, forse la Turchia e l’Egitto che comunque si detestano, un Qatar e una Francia che non possono essere lasciati fuori dalla porta). Il lavoro di dialogo e tessitura diplomatica è tutt’altro che banale ed è urgente che l’Italia se lo assuma.
Nel merito, le uniche forze dialoganti sul terreno possono essere le tribù libiche e cioè il popolo del Paese: i capi tribù sono gli unici veramente interessati al benessere ed alla sopravvivenza delle proprie genti, molto più che non il signore della guerra di Bengasi o il “sindaco di Tripoli” (per tacere degli islamisti di Misurata).”

Da Libia e Vicino Oriente: quello che l’Occidente non capisce, di Amedeo Maddaluno.

A ciascuno il suo… S-300

Mosca, 24 settembre – La Russia consegnerà all’esercito siriano, “nel corso delle prossime due settimane”, il sistema missilistico di difesa aerea S-300. Lo ha annunciato il ministro della Difesa russo, Serghei Shoigu.
“Nel 2013, su richiesta israeliana, abbiamo fermato la fornitura alla Siria del sistema S-300, pronto alla spedizione e per il quale erano già state addestrate le truppe siriane. Oggi la situazione è cambiata e non per colpa nostra”, ha dichiarato il ministro.
Secondo il quotidiano russo Kommersant, la decisione è stata presa in seguito al recente attacco israeliano, nella provincia di Latakia, e di cui è finito vittima un jet russo con a bordo 15 militari, tutti morti. “In considerazione dell’incidente, credo che sia possibile tornare sulla questione e non solo in Siria, ma anche per altri Stati”, ha detto al quotidiano il capo della direzione operazioni dello Stato Maggiore russo, Serghei Rudskoy.
(AGI)

Cosa succederebbe se il mondo iniziasse ad usare la logica degli USA nelle sue relazioni con l’America?

Sei stato sanzionato! Sei stato bombardato! Sei stato invaso! Gli USA hanno una sfilza di punizioni pronte per gli Stati che secondo loro si stanno comportando male. Ma cosa succederebbe se il resto del modo adottasse gli stessi metodi con gli Stati Uniti?

Lo scorso giovedì è stato un giorno abbastanza strano. Gli USA non hanno imposto nuove sanzioni a qualcuno. A meno che non me ne sia accorto mentre ero disteso sul divano con la tendinite (curata in un giorno, sono lieto di dirlo, da mia moglie con la chiropratica).
Allo stato attuale gli USA utilizzano programmi attivi di sanzioni contro quasi 20 Paesi: dalla Bielorussia allo Zimbabwe. E sapete cosa? In linea di massima le ragioni che gli USA adducono per sanzionare questi Paesi potrebbero essere quasi ugualmente usate per sanzionare gli stessi USA.
Guardiamo le sanzioni recentemente reimposte all’Iran, alcune delle quali sono entrate in vigore il 6 Agosto, con altre valide dal 4 Novembre. Le punizioni finanziarie non colpiscono solo l’Iran. Con una tattica bullista particolarmente odiosa, sullo stile dei campetti scolastici esse colpiscono anche Paesi ed istituzioni finanziarie straniere che commerciano con l’Iran. La Repubblica Islamica è accusata di “comportamento maligno”. Di essere il leader, chiedo scusa, “LO Stato leader mondiale quale sponsor del terrore”.
In verità il crimine di Teheran è stato l’aiutare a sconfiggere il terrorismo, eufemisticamente descritto come “attività ribelle”, sostenuto dagli USA e i suoi alleati regionali in Siria.
Se le sanzioni dovessero essere imposte per “comportamento maligno” e per essere uno “sponsor del terrore” allora sarebbero gli USA a dover essere sanzionati, e non l’Iran. Inoltre, se noi seguiamo la logica statunitense, anche i Paesi e le istituzioni finanziarie che fanno affari con l’America dovrebbero essere colpiti. Provate solo a immaginare le proteste di Washington se l’Iran avesse annunciato lo stesso tipo di misure complessive contro aziende e banche che fanno affari con gli USA che gli Stati Uniti hanno annunciato contro aziende e banche che fanno affari con Teheran. Ma esse sarebbero giustificate, se seguissimo il modo di ragionare del Dipartimento di Stato. Continua a leggere

Lo afferma il segretario di Stato USA Mike Pompeo

I documenti ottenuti da Israele sul programma nucleare iraniano “sono autentici” e dimostrano che Teheran “ha mentito ripetutamente all’AIEA” e “alle sei nazioni che hanno negoziato l’accordo sul nucleare”: lo afferma il segretario di Stato USA Mike Pompeo.

La foglia di fico

Il ministro della difesa israeliano Avigdor Lieberman ha affermato ieri che Israele non rispetterà alcun divieto e violerà lo spazio aereo siriano ogni qual volta lo riterrà necessario.
“We will maintain total freedom of action. We will not accept any limitation when it comes to the defense of our security interests.”
Solo alcuni giorni prima Nikki Haley, ambasciatrice USA presso le Nazioni Unite, affermava con arroganza nel corso di un Consiglio di Sicurezza che gli Stati Uniti avrebbero ignorato le decisioni dell’ONU se contrarie ai propri intenti, riducendo di fatto a carta straccia lo statuto delle Nazioni Unite ed il diritto internazionale.
“The US will act against the Syrian government with or without a UN blessing”.
Sono forse i due interventi che mi hanno maggiormente fatto riflettere in questi giorni, più ancora delle false flag, dei lanci di missili su palazzi inutilizzati, della retorica roboante delle cancellerie europee, delle giravolte dei servi sciocchi, dei tweet deliranti di Trump.
Perché di specchietti per allodole come questi è ricca la storia sia recente che antica.
Ogni impero, da che mondo è mondo, ha sempre rispettato solo la legge del più forte, aggredendo, invadendo, distruggendo chiunque gli si parasse davanti, cogliendo al volo ogni occasione o creandola se necessario.
Ignorando o aggirando accordi e trattati e svilendo le costituzioni vigenti.
Ma sempre nascondendo la menzogna, la truffa, l’inganno sotto una misericordiosa foglia di fico ad uso e consumo di chi ancora non sa che ogni impero si regge sulla violenza e la sopraffazione.
Sempre usando la neo-lingua, vale a dire utilizzando definizioni etiche per giustificare l’aggressione (intervento umanitario, difesa delle minoranze, favorire la democrazia etc.).
“Quando si vuole ottenere un determinato risultato nel mondo, risultato che deve rappresentare l’opposto della regolare direzione dell’evoluzione dell’umanità, ebbene, allora gli si dà, per così dire, un nome che significa il contrario. L’umanità deve imparare a non credere ciecamente ai nomi”. (Rudolf Steiner)
Diceva già sei secoli or sono il grande Niccolò Machiavelli: “Sono tanto semplici li uomini, e tanto obediscono alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare” ma almeno si salvavano le apparenze.
Persino a seguito della spregevole messa in scena delle (inesistenti) armi di distruzione di massa di Saddam Hussein con un Colin Powell che agitava una provetta piena verosimilmente di borotalco all’Assemblea delle Nazioni Unite si ritenne necessario ottenere il via libera dell’ONU – con la vergognosa Risoluzione 1441- all’aggressione ad uno Stato sovrano come l’Iraq.
Ma ora sembra che della foglia di fico l’impero possa fare a meno, tanta è la pervasività della propaganda e del lavaggio accurato dei cervelli che ha messo in campo.
Affermazioni come quelle di Lieberman e della Haley che, sino a pochi anni or sono, sarebbero apparse quello che sono, vale a dire l’espressione della spietata hybris del potere, oggi vengono accolte con indifferenza, quasi come qualcosa di scontato, cui si è ormai rassegnati.
Ecco, questo a mio avviso è l’aspetto più inquietante del momento attuale.
Come ben sintetizzava Rudolf Steiner cent’anni fa: “Sulle onde della civiltà presente galleggia non solo la mistificazione delle frasi fatte, ma la menzogna vera e propria. Si riversa nella vita – e, come menzogna, intacca la vita”.
Piero Cammerinesi

Fonte

Uno scontro epocale, un momento pericoloso

Mentre tutti i giornali e le TV nostrane sono impegnati sulle modeste vicende politiche di casa nostra fatte di patteggiamenti di basso livello, veti incrociati, piccoli ricatti, false promesse, a molti sfugge la drammaticità del contesto internazionale dove assistiamo ad uno scontro epocale dai risvolti molto pericolosi.
Le potenze nord-atlantiche, guidate dagli USA, puntano in modo sempre più aggressivo sulla Russia di Putin, rea di non inchinarsi agli interessi imperiali statunitensi come ai bei vecchi tempi di Gorbaciov ed Eltsin. Contemporaneamente cercano di far fronte alla perdurante stagnazione economica occidentale, ed ai continui pericoli di nuove crisi, cercando di tamponare l’ascesa impetuosa di concorrenti politici ed economici, tra cui si distingue la Cina. Questo grande ex-Paese coloniale, un tempo preda privilegiata di imperialismi occidentali e giapponesi, non solo ha da tempo superato gli USA in termini di produzione globale (espressa in termini reali, cioè tenuto conto dei prezzi interni), ma ormai supera gli USA anche in settori tecnologici di avanguardia come quello dei supercomputer e della computazione quantistica.
Dopo le ridicole mai provate accuse lanciate agli hacker russi che avrebbero determinato la sconfitta della povera Clinton, ora la campagna denigratoria è stata lanciata dagli Inglesi, capeggiati dal borioso ministro degli Esteri Boris Johnson. Il cattivo Putin in persona è accusato di aver fatto avvelenare col gas Sarin (perbacco! Lo stesso che sarebbe stato usato anche in Siria!) una ex-spia di basso livello ormai in tranquilla pensione in Inghilterra da otto anni. Questa follia sarebbe stata commessa da Putin giusto alla vigilia delle elezioni presidenziali russe e dei Campionati di Calcio in Russia cui quel Paese teneva moltissimo come rilancio di immagine. Un vero autogol! Peccato che gli Inglesi, pur di fronte alle argomentate richieste russe, non abbiano fornito alcuna prova. Continua a leggere

“Una strategia fallita ma che ha lasciato un effetto duraturo”

L’intervento del dott. Guido Salvini, magistrato presso il Tribunale di Milano, presentato al convegno “La rete eversiva di estrema destra in Italia e in Europa (1964-1980)”, svoltosi a Padova l’11 novembre 2016.

“Il quinquennio 1969-1974 rappresenta il periodo cruciale e più sanguinoso, l’apice di quella che è stata chiamata la strategia della tensione: in Italia si verificano ben cinque stragi, un’altra mezza dozzina di stragi almeno, soprattutto su linee ferroviarie, falliscono per motivi tecnici perché l’ordigno non esplode o il convoglio riesce a superare il tratto di binario divelto, vi è il tentativo di colpo di Stato del principe Valerio Borghese seguito da altri progetti che durano fino al 1974, vi è infine un attentato in danno dei Carabinieri quello di Peteano, con tre vittime, del maggio ‘72 caratterizzato, come vedremo, da una propria specificità.
Già l’anno 1969 in Italia anno è denso di avvenimenti politici.
In quel momento il governo è un debole monocolore guidato dall’on. Rumor che si muove in una situazione incandescente per il rinnovo dei più importanti contratti e la mobilitazione quindi di centinaia di migliaia di operai; inizia la protesta studentesca nei licei e nelle università con un anno di ritardo rispetto al 1968 francese. Sono poi in discussione in quella fase politica riforme decisive sul piano strutturale e culturale come lo Statuto dei Lavoratori, l’approvazione del sistema delle Regioni, la legge sul divorzio.
Nixon è presidente gli Stati Uniti e sono gli anni della dottrina Kissinger, quella secondo cui i governi italiani e i partiti politici di centro dovevano respingere ogni ipotesi di accordo e di compromesso con il PCI e le forze di sinistra, scelta facilitata in passato, come ha ricordato anche Aldo Moro nel suo memoriale scritto dalla prigionia, da continui flussi di finanziamenti distribuiti nascostamente dall’amministrazione americana a partiti e organizzazioni di centrodestra talvolta tramite il SID del gen. Miceli. Il 27 febbraio 1969 il presidente della Repubblica americano fa una visita in Italia ed incontra al Quirinale il presidente Saragat. Vi è stata da poco la scissione del PSI e attorno al PSDI, cui Saragat appartiene, si radunano le correnti più determinate in senso filo-atlantico e più contrarie al mantenimento dell’esperienza di centro-sinistra.
Secondo un dossier contenuto negli archivi di Washington e desecretato il Presidente italiano concorda con quello americano sul “pericolo comunista” e afferma che agli occhi degli italiani il PCI si fa passare per un partito rispettabile ma è dedito agli interessi del Cremlino.
Il giorno della visita del presidente Nixon a Roma la città è blindata e scoppiano gravissimi incidenti tra la polizia ed extraparlamentari di sinistra cui seguono nell’Università scontri tra questi ultimi e militanti dell’estrema destra: vi è la prima vittima di quell’anno Domenico Congedo, uno studente anarchico, Congedo che durante un attacco dei fascisti alla facoltà di Magistero precipita da una finestra.
Del resto a livello internazionale la situazione è critica per il blocco occidentale in quanto molti Paesi afro-asiatici sotto la spinta della decolonizzazione entrano nell’orbita dei Paesi socialisti e alcuni passaggi di campo vengono impediti solo attraverso guerre civili o colpi di Stato molto sanguinosi da quello in Indonesia nel 1965 a quello in Cile nel 1973.
Non sembra un caso che la stagione delle stragi si collochi all’interno di questo quadro internazionale e coincida quasi perfettamente con la durata della presidenza Nixon e declini nel 1974 dopo la crisi del Watergate e lo sfaldarsi dei regimi dittatoriali in Europa, la Grecia, la Spagna, il Portogallo con il conseguente venir meno dell’ipotesi di un colpo di Stato anche in Italia che s’ispiri a quelle esperienze.”

Gli anni 1969-1974 in Italia: stragi, golpismo, risposta giudiziaria continua qui.

La benedizione siriana

Di Michel Raimbaud*

Durante questi anni interminabili di nebbia e d’inferno che hanno attraversato la Siria, che sarebbe stata la vita senza la speranza? Pensiamo soprattutto al popolo siriano martoriato ed esposto ad un etnocidio, al suo esercito nazionale che avrà pagato un tributo così pesante all’aggressione barbara lanciata dal gruppo dei suoi “amici”, e ai responsabili che di fronte alla “comunità internazionale” hanno dovuto portare a forza di braccia lo Stato fatto oggetto di una congiura politica…
Pensiamo anche agli amici, difensori e partigiani della Siria legale, a tutti quelli che amavano questa società pluralista, tollerante, amichevole ed altamente civilizzata, e temevano che essa scomparisse per sempre.
Di certo, la fiamma non si è mai spenta, ma era permesso ai più ottimisti di interrogarsi talvolta o di dubitare del futuro di fronte agli assalti di una coalizione islamo-israelo-occidentale innaffiata di centinaia di miliardi di petrodollari e che pesca i suoi combattenti in un mare infinito di mercenari venuti da cento orizzonti. La Siria  ci sarebbe, di fronte alla massa feroce delle potenze imperiali – grandi, piccole o medie – dell’”Asse del Bene”, contro l’orda selvaggia dei jihadisti democratici, dei terroristi moderati, dei rivoluzionari travestiti da conigli? Resisterebbe alle coorti dei disertori, dei transfughi che si davano appuntamento dentro un “esercito libero” teleguidato dai suoi peggiori nemici, agli ordini e al soldo degli islamisti e dei loro sponsor, facendo la ruota per sedurre l’antico “nemico sionista”?
Come tutti i Paesi immersi in situazioni turbolente, la Siria ha sperimentato l’inevitabilità delle infedeltà, delle viltà, del compromesso, delle piccole o grandi corruzioni, ma il suo popolo, nel senso più nobile del termine, resisteva vigorosamente, le sue istituzioni rimasero salde e i suoi governanti hanno tenuto bene. Grazie alla sua incredibile resilienza, lo Stato siriano si è fatto solidi alleati dei quali ha saggiato la lealtà: la Russia e la Cina da un lato, l’Iran, Hezbollah e i suoi alleati dall’altro. Una realtà che stava per proibire la ripetizione nel “Paese di Cham” [nome antico della Siria – n.d.r.] di uno scenario iracheno, libico o yemenita.
Tuttavia, le “grandi democrazie” non potevano che rimanere cieche e sorde a queste realtà inquietanti e scomode, essendo la Siria dalla fine della Guerra Fredda un Paese da distruggere e da abbattere. Le élite acquisite ormai al neoconservatorismo non hanno trovato niente di meglio da fare che sottomettere le “opinioni” ad un martellamento mediatico senza precedenti andando di pari passo con un’ostinata omertà e ad uno stupefacente lavaggio del cervello. I media occidentali sul conflitto in Siria hanno speso solo una o due frasi lapidarie, simboli abbastanza desolanti della poca sensibilità dei nostri governanti, dei nostri analisti e dei nostri intellettuali, espressione dell’incorreggibile arroganza degli Occidentali. “Bashar deve andarsene”, “nessun posto per Bashar nel futuro della Siria”…
È allora che entra in gioco la “maledizione siriana” che ha sanzionato i decisori, gli opinionisti, tutti coloro che avevano perso l’opportunità di tacere. E’ lungo l’elenco di questi imprecatori che hanno mandato a morte Bashar Al Assad all’Aia, a Mosca, a sei metri sotto terra o altrove, e che hanno architettato piani sulla Siria, scrivendo un futuro che non vedrebbero mai. Quanti hanno ripetuto la canzone come pappagalli per anni prima di essere inviati dagli elettori, dalla provvidenza o dalla giustizia immanente al cestino dei rifiuti o all’oblio della storia. Ecco usciti fuori i numerosi buffoni e gli impostori “amici della Siria”.
Da parte sua, Bashar Al Assad è sempre lì, imprescindibile, popolare a casa sua come molti altri sognerebbero… La Siria, che sta andando verso una vittoria decretata “impensabile” contro tanti nemici così potenti, sta in piedi, mentre la discordia, frutto della sconfitta, si è instaurata dalla parte degli aggressori e il caos vi regna sovrano…
Non c’è bisogno affatto di credere nel cielo per ammettere che c’è una “maledizione siriana” che ha colpito e colpisce i nemici di questa “terra santa” che “Dio protegge” (Allah hami-ha), ma in ogni caso, è necessario parlare di una benedizione siriana. Quello che sta accadendo è logico e giusto, ma l’esito previsto di questa guerra universale è una sorta di miracolo e soprattutto per coloro che hanno fede nel futuro.
Questa vittoria, la Siria l’avrà ampiamente meritata! Malgrado tutto quello che diranno gli uccelli del malaugurio, che ammirabile gente, quale esercito di eccezione! E cederemo alla tentazione di dire: se c’è un uomo di Stato che merita di essere sulla terra, è questo Presidente che avrà saputo incarnare la speranza, avrà saputo rimanere fedele alle sue alleanze e guidare il suo Paese alla vittoria.
La Siria, secondo tutti gli auspici, ha vinto la guerra. Non gli resta che conquistare la pace. Ma il coraggioso Paese che ha combattuto per noi ha sicuramente tutte le capacità necessarie per raccogliere con successo questa nuova sfida in modo che questa guerra non sia stata “una guerra inutile”. Ciò che a Dio non piace! Sarà una ricompensa che, molto meglio della vendetta, pagherà il sacrificio delle innumerevoli vittime, dei morti come dei vivi.

*Già ambasciatore di Francia in diversi Paesi, dopo il ritiro professionale si dedica alla scrittura.
L’ultima sua opera pubblicata è Tempête sur le Grand Moyen-Orient, Editions Ellipses, Parigi, 2017, seconda edizione arricchita e aggiornata.

Fonte – traduzione di C. Palmacci

Anche i Curdi hanno la loro lobby…

Alla luce degli ultimi svolgimenti mi sento in dovere di rettificare parzialmente una frase recentemente espressa in una mia analisi della questione curda: “I Curdi mancano di un appoggio costante a Washington, come sono, per esempio, la lobby ebraica e quella armena.”
Vero, ma piccole lobby crescono. E crescono a dismisura, specialmente se a capeggiarle c’è una certa Exxon.
Questo articolo di Brad Blankenship sembra fatto quasi apposta per correggere, e integrare, alcune posizioni che necessitavano un migliore approfondimento.
In particolare, rileviamo alcuni importanti punti:
1. Perché l’attuale fase di espansione dei territori controllati dall’aggregazione curda, fervente aspirante a divenire l’ennesimo Stato fantoccio governato dagli USA, vada BEN OLTRE i confini dei territori a maggioranza etnica curda. “Follow the money”: ripete l’antico adagio il nostro blogger a fine contributo. I pozzi di petrolio della provincia di Deir Ez-Zor valgono più di una messa.
2. Come lo schema iracheno, aggiungo io, stia di fatto per essere replicato in Siria. In sostanza:
– L’SPG “libera” i pozzi di Deir Ez-Zor dall’ISIS.
– Per farlo, deve battere sul tempo l’esercito siriano. Una breve sintesi della strategia criminale in atto (esposizione aggiornata qui) comprende:
a. attacchi massicci di jihadisti in altri territori, tali da impegnare l’aviazione lì e non sul fronte orientale in fase di copertura dell’avanzata delle truppe meccanizzate (Offensiva di Hama – una zona di diminuzione, peraltro – di questa settimana);
b. patti di non belligeranza con tribù affiliate prima all’ISIS e ora passate dalla parte dell’SPG (il che spiega l’avanzata chilometrica delle ultime due settimane, una lingua di terreno protesa avidamente verso i pozzi, un errore madornale in una situazione di conflitto “normale” dove oltre cento km di fronte esposto su entrambi i lati al fuoco di artiglieria nemico sarebbe spazzato via con la creazione di sacche e la perdita di migliaia di uomini e mezzi ma che, in questo caso, “stranamente” regge senza sparare un colpo, con colonne di mezzi made in USA che transitano tranquillamente sulla strada asfaltata);
c. tentativi di gioco sporco coi Siriani, accusati di bombardamenti aerei inesistenti e, cornuti e mazziati, sottoposti a pesante fuoco d’artiglieria dai soldati della cosiddetta “coalizione” (contro chi ora appare sempre più chiaro), oltre che dai terroristi ISIS che concentrano sulla loro avanzata quello che resta della loro potenza di fuoco, dagli obici alle shahid-mobile.
– Ammesso (e non concesso, i Siriani macinano terra e nemici con un vigore impressionante ed è di stamattina la notizia della liberazione dell’isola di Sakr – impressionante la differenza fra la mappa di fine giugno che compare alla fine del mio contributo citato qui sopra e l’attuale), ammesso – ripeto – e non concesso che questo miscuglio criminale funzioni, entrerà infine in gioco la Exxon di turno al posto delle diplomazie occidentali, in un ennesimo gioco delle tre carte fra impiego criminale del diritto internazionale e prassi criminale tout court.
– Fatta un po’ di pulizia etnica, ripristinato il controllo clanistico del territorio e delle risorse tipico delle borghesie compradore delle colonie, avverrà il “referendum”. Come da copione.
3. Come la forma Stato ormai sia stata soppiantata da un ibrido privatizzato, manipolato, che non ha precedenti nella storia perché va ben oltre il livello di sfruttamento schiavistico, feudale, coloniale, imperialistico. La creazione artificiale di conglomerati sociali che non rispondono a nessuna autorità statale. A quanto pare, l’ennesimo atto di accusa del Ministro degli Esteri Siriano all’ONU due giorni fa, dove ribadisce che l’intervento USA in Siria è vera e propria “occupazione, flagrante violazione del diritto internazionale” è caduto nel vuoto del silenzio occidentale, silenzio assordante anche sui morti civili della cosiddetta “coalizione”, cresciuti enormemente dopo il bombardamento a tappeto di Raqqa degli ultimi mesi e che nessuno si sognerà mai di chiamare strage.
4. Come i Curdi si apprestino a governare con pugno di ferro i territori assegnati dai loro nuovi padroni, espellendo (vedasi l’araba Raqqa rasa al suolo palmo a palmo) e reprimendo le popolazioni arabe e assire divenute, improvvisamente, minoranza in un conglomerato a maggioranza curda. Alla faccia della “democrazia” di facciata di cui i media li ammantano. Alla faccia del “modello curdo” che ogni tanto qualcuno tira fuori dal cilindro come modello di coesistenza pacifica fra varie etnie.
Su un punto, tuttavia, resto convinto circa la questione curda. Se è vero che anche i Curdi hanno la loro lobby, la realtà dei fatti è che il tasso di manipolazione della seconda sui primi è tanto e tale, rispetto per esempio alla lobby ebraica sullo Stato di Israele, con un Netanyahu che vola indifferentemente a Mosca, a Washington, e fa volare qualcuno per conto suo anche a Riad, che i Curdi dell’SPG si sono infilati ormai in cul-de-sac che li lega alle multinazionali e allo Stato a stelle e strisce con un cordone ombelicale che sarà anche la loro condanna. La Exxon non è la lobby ebraica o quella armena, è una multinazionale che appoggia oggi e molla domani. L’idea della “cara amica di una sera”, anche se diventa “cara amica di una stagione”, resta ancorata sempre a un calcolo costi/benefici.
Staremo a vedere.
Paolo Selmi

P.S.: un breve sunto da un contributo appena pubblicato dal buon Boris Rozhin, alias Colonel Cassad. Titolo emblematico: “In piena sicurezza”.
La prima foto è una cartina, in azzurro l’ISIS, il numero a tre cifre dentro ogni “insieme” cerchiato è la quantità di combattenti, in rosso le forze armate siriane, in arancione la direttrice scelta dall’SDF per arrivare a Deir Ez-zor.
Si, perché i Russi non l’anno proprio mandata giù e, disponendo di un satellite, hanno fatto le foto prima e dopo l’arrivo degli americani, mai come ora “garibaldini marziani”, come cantavano gli Stormy Six.
Le foto satellitari sulla prima cartina rappresentano i bastioni difensivi dell’ISIS, badate, presidiati da centinaia di uomini il che, in un conflitto a bassa intensità e a sempre meno carne da macello disponibile, rappresenta giorni, se non settimane, se non mesi di scontri per espugnarle. Li vedete, belli, intonsi, senza crateri o segni di combattimento: normale, fino a ieri era anni che non sparavano più un colpo.
Le foto che seguono invece risalgono A DOPO la “liberazione” degli SDF. Notate qualche differenza? Si, al posto dei “neri” ci sono gli Hummer e i mezzi blindati delle forze speciali a stelle e strisce, che presidiano i punti “conquistati”, segnalati dalle scritte a commento… a parte questo?
NULLA! non ci sono segni di combattimento… “Piace vincere facile”, direbbe qualcuno, facendo partire il jingle.

Il “segreto” dell’industria militare israeliana

“La potenza militare israeliana e i solidi agganci internazionali di cui gode Tel Aviv pongono lo Stato ebraico nelle condizioni di non aderire alla conferenza indetta dall’ONU per la creazione di una zona mediorientale libera da armi nucleari, cui invece l’Iran partecipa. Lo autorizzano a tenere “200 bombe atomiche pronte al lancio su Teheran”, come confidato dall’ex segretario di Stato Colin Powell al suo partner d’affari e grande finanziatore del Partito Democratico Jeffrey Leeds in una e-mail scovata e pubblicata dal sito DcLeaks; gli permettono di produrre plutonio in quantità sufficienti a sviluppare ogni anno dalle dieci alle quindici bombe dalla potenza analoga a quella sganciata dalle forze aeree statunitensi su Nagasaki; gli consentono di fabbricare trizio, un gas radioattivo utile per le armi nucleari di nuova generazione come le mini-nukes impiegabili negli scenari bellici più ristretti, come ad esempio Gaza, o come gli ordigni neutronici, adoperabili in conflitti alle porte di casa perché capaci, grazie all’emissione di neutroni veloci, di garantire un elevatissimo grado di letalità, pur provocando un contenuto livello di contaminazione radioattiva.
Le indiscusse competenze tecnologiche acquisite nel corso dei decenni pongono l’industria bellica israeliana – che annoverà società di grande prestigio come la Elbit Systems, la Israel Aerospace Industries, la Israel Military Industries e la Rafael – nelle condizioni di ritagliarsi un ruolo di primissimo piano nel mercato mondiale delle armi. Composta da un misto di società sia private che statali, l’industria bellica israeliana assorbe oltre 50.000 impiegati e beneficia del rapporto di osmosi con colossi del complesso militar-industriale USA come la Lockheed Martin, che gli permette di riprodursi in maniera allargata, inserendosi sempre più addentro al sistema militar-tecnologico mondiale.
La forza di questo sistema ha consentito a Israele di accreditarsi nel 2012 come sesto esportatore di armi a livello mondiale, scavalcando colossi come la Cina e l’Italia.”

Da Israele. Geopolitica di una piccola, grande potenza di Giacomo Gabellini, Arianna Editrice, pp. 84-85

“Il clamoroso, enorme vantaggio competitivo accumulato dall’economia di guerra israeliana, in termini di ideazione, sviluppo e commercializzazione di dottrine tecnologiche militari, è perciò il risultato di un sistema radicato e istituzionalizzato di dominio, controllo e oppressione dei Palestinesi. Le aziende militari israeliane possono vantare una lunga esperienza nelle operazioni di contro-insurrezione, nella “lotta al terrorismo” e nella repressione delle manifestazioni, e di avere ideato, testato e perfezionato i propri prodotti sul campo di battaglia. Pertanto, i progressi delle esportazioni di armi sono legati alla crescente sofisticazione dei diversi tipi di produzione militare. Ogni operazione bellica funge sia da banco di prova per le nuove tecnologie militari, sia da vetrina per promuovere le vendite all’estero, rafforzando l’industria degli armamenti che, a sua volta, svolge un ruolo di primo piano nel sistema produttivo israeliano.”

Da Gaza e l’industria israeliana della violenza di Enrico Bartolomei, Diana Carminati e Alfredo Tradardi, Derive/Approdi, p. 192

Le implicazioni della politica estera USA al tempo di Trump

Quando Putin afferma che le sanzioni contro la Russia sono una forma di “protezionismo nascosto”

“Gli sviluppi delle ultime settimane rimuovono la nebbia che oscurava gli obiettivi di politica estera della classe dominante USA. Una serie di eventi apparentemente non correlati fanno luce sulle finalità dei responsabili politici in un’era di intensificazione delle rivalità internazionali. Più oltre, sta diventando chiaro che il Presidente Trump sta ora parametrando la politica estera al consenso della classe dirigente; il suo allontanarsi dalla linea è stato sostanzialmente posto sotto controllo.
(…)
Il lungo e incoraggiato modello che vede gli interessi imperialistici USA serviti dal mettere in sicurezza e proteggere da parte degli stessi USA il proprio accesso alle fonti di energia, garantendo l’energia per i suoi alleati della Guerra Fredda è oggi in cerca di un nuova fisionomia. Oggi, gli interessi degli USA consistono nella ricerca di nuovi mercati all’interno dell’economia globale, in competizione con altri fornitori di energia, e creando favorevoli condizioni politiche ed economiche ai fornitori USA. Petrolio, gas ed energia rimangono centrali per l’impresa imperialista, ma i ruoli stanno cambiando in modo importante con importanti implicazioni.
Ho cercato di definire più chiaramente questo ruolo in febbraio, quando ho scritto: Dovrebbe essere chiaro, allora, che l’approssimarsi dell’autonomia petrolifera degli USA, il mutamento del ruolo degli USA da consumatori a produttori, e l’attenzione ai mercati per il petrolio, piuttosto che alle sorgenti del petrolio, influenzano profondamente le politiche strategiche degli USA, incluso l’indebolimento o l’inasprimento delle relazioni con gli altri maggiori produttori di petrolio come l’Arabia Saudita e la Russia.
I fatti han solo rafforzato tale visione. La rabbiosa e crudele intensificazione delle ostilità verso la Russia, la rinnovata demonizzazione dell’Iran, lo strano e bizzarro isolamento del Qatar, e l’accresciuta aggressività nelle numerose guerre di destabilizzazione nel Medio Oriente sottolineano l’evoluzione di un’emergente politica estera, consistente nell’assicurarsi nuovi mercati dell’energia.
L’introduzione e l’espansione delle forze militari USA in punti caldi come la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan promettono minore risoluzione dei conflitti, ma garantiscono ulteriore instabilità delle fonti energetiche e del flusso degli idrocarburi. La vendita di vaste scorte di armamenti militari assicura l’intensificazione ed il perdurare delle incursioni saudite nello Yemen.
L’inaspettata ostilità verso il Qatar mostrata dagli altri Stati del Golfo all’inizio della recente volgare performance di Trump in Riyadh (Arabia Saudita) è probabilmente diretta contro la leadership globale del Qatar nell’esportazione di gas liquido naturale, il mercato che gli USA sperano di penetrare ulteriormente. Non è un caso che i giacimenti di gas del Qatar sono posseduti in comune con l’Iran ed entrambi i paesi hanno cooperato nello sfruttamento dei giacimenti e nella produzione del gas naturale. Allo stesso tempo, i sauditi si sono arresi nella guerra dei prezzi con i trivellatori delle argille americane.
(…)
Le ultime sanzioni statunitensi contro la Russia (15/06/17) sono chiaramente dirette ai mercati ed al gas naturale russo. Il Senato ha votato il provvedimento 98-2 per “ampliare le sanzioni sul settore dell’energia russo”, come riferito dal Wall Street Journal. Mentre il messaggio può essere andato perduto sui media mainstream, i quali si crogiolano nel neomaccartismo, e mentre lo stesso messaggio non è stato decodificato da una sinistra distratta, non è andato perduto per gli Europei. Lo hanno immediatamente visto come un attacco al progetto del gasdotto North Stream 2 che dovrebbe portare il gas russo in Germania, Austria ed altre nazioni europee. E lo hanno visto per quello che era; La Germania e l’Austria immediatamente hanno sferzato con una dichiarazione congiunta: “Non possiamo accettare una minaccia di sanzioni extraterritoriali, illegali per il diritto internazionale, contro le compagnie europee che partecipano allo sviluppo delle forniture europee di energia”.
Hanno aggressivamente aggiunto: “La fornitura di energia all’Europa è affare dell’Europa, non degli Stati Uniti d’America” e “il fine odierno [di tali sanzioni] è quello di procurare lavoro per l’industria del gas e del petrolio americana…”
E così è. Il crudo riconoscimento che le azioni americane contro la Russia sono sottili e nascoste operazioni di copertura in favore degli scopi imperialisti degli USA.
Per evitare che qualcuno pretenda che l’imperialismo USA con un passo nuovo sia esclusivamente un prodotto di Trump, si dovrebbe notare come la votazione al Senato della 98-2 non è stata un’aberrazione. Scrivendo sul Washington Post (08/06/17), David Gordon e Michael O’Hanlon – due insiders solidamente connessi con Washington – hanno indicato “diversi segni di speranza” nella politica estera di Trump. Hanno lodato la squadra della sicurezza nazionale del Presidente e il suo atteggiamento nel Medio Oriente. Sono stati in modo particolare entusiasti per la sua continua belligeranza contro la Russia.
L’incauta politica estera dell’Amministrazione Trump ancora oggi devia qualche volta dalla linea della classe dominante espressa negli editoriali del New York Times o del Washington Post. Ma ancor di più diventa incauta perché si conforma a tale linea. La guerra senza fine e l’escalation in quelle guerre senza fine non si sono scontrate con l’impazienza della classe dominante, ma appaiono piuttosto essere la nuova linea globale.
La destabilizzazione dei paesi e la promozione del settarismo appaiono essere meno conseguenze non volute e più risultati delle tattiche deliberatamente calcolate di un potere imperialista che trae beneficio dal caos.
Come nell’era classica della spericolata competizione imperialista ante I Guerra mondiale, l’imperialismo degli USA sta aggressivamente facendo avanzare la propria agenda economica contro i rivali, inclusi i recenti “alleati”. I pericoli posti da queste rivalità in intensificazione minacciano di far scoppiare conflitti più devastanti e guerre ancor più estese.”

Da Imperialismo USA: cambio di direzione?, di Zoltan Zigedy.

La questione curda

Il ruolo della attuale dirigenza curda di fronte a un’occasione storica

Ho troppo rispetto per il popolo curdo, per la questione curda, per esprimere giudizi in quella che sarà una pura e semplice valutazione dell’attuale corso del maggior movimento curdo oggi – temporaneamente – alla guida di un territorio da essi denominato Rojava (letteralmente “Ovest”, in riferimento con ogni evidenza a un “Est” iracheno), un’area attualmente di oltre 42mila km quadrati a nord della Siria, superiore per estensione alla superficie di due Regioni come la Lombardia e il Veneto, distribuita in maniera discontinua a occidente (Afrin) e a oriente (il restante territorio) del cuneo occupato dai Turchi proprio per impedirne il ricongiungimento, unico successo ottenuto dall’operazione Scudo dell’Eufrate (Fırat Kalkanı); un’area che nel giro di tre anni è andata ben oltre i tradizionali confini dei villaggi curdi, giungendo a occupare:
– il 23% del territorio siriano;
– le sue tre maggiori dighe (importanti sia per la fornitura di energia elettrica, che per l’irrigazione);
– il 60% della sua superficie coltivabile (fonte).
Interessante, vero? Come si è arrivati a questo, temporaneo, status quo? Quali le cause, quali i presupposti, quali le possibili conseguenze e configurazioni future?
Occorre, come sempre, fare un passo indietro. Un popolo di trenta, quaranta milioni di persone (a seconda di come si considerano i Curdi della diaspora), distribuito principalmente – ma non solo – su quattro Stati indipendenti (Turchia, Siria, Iraq e Iran), la nazione più popolosa al mondo senza Stato, è da oltre un secolo che lotta per la propria indipendenza. All’inizio del secolo scorso, occorre sottolinearlo, i Curdi furono impiegati dai britannici in chiave antiturca (I conflitto mondiale) e tedesca (II conflitto mondiale), sempre con l’illusione di uno Stato promesso e mai realizzato (Dmitrij Minin, I segreti del conflitto siriano: il fattore curdo). Successivamente, si accostarono all’URSS, ma senza successo: la tragica vicenda della Repubblica di Mahabad (1946), primo nucleo di un Kurdistan indipendente in territorio iraniano, vide l’appoggio esterno dei Sovietici, che coprirono successivamente la ritirata del Molla Mustafa Barzani, padre dell’attuale capo del Kurdistan iracheno Mas’ud Barzani. Riparato in Azerbaigian, organizzò campi di addestramento a Tashkent e completò gli studi militari a Mosca (fonte). Fino a metà degli anni Cinquanta i Curdi furono gli unici alleati dei sovietici in Medio Oriente. Tuttavia, anche lì le cose stavano cambiando. L’appoggio sovietico alle rivoluzioni baathiste fece progressivamente spostare l’occhio dei Curdi verso Occidente. I britannici non c’erano più, ma c’era Israele. Sono databili da allora i primi contatti fra Mossad e Curdi (fonti: france-irak-actualite.com; the-american-interest.com), culminati nella visita vera e propria di Barzani padre in Israele. L’opzione rivoluzionaria in senso socialistico persisteva solo fra i Curdi di Turchia, culminante nel 1978 con la fondazione del PKK di Ocalan, ma risultava sempre più minoritaria, in termini di peso specifico sull’intero movimento indipendentistico curdo, a partire soprattutto dalla fine dell’URSS.

Moshe Dayan e Molla Mustafa Barzani, 1967

Il resto è storia recente: la strumentalizzazione della questione curda come fattore destabilizzante in Iraq e in Siria, è segno distintivo della politica mediorientale a stelle e strisce (o, visti anche i precedenti storici appena citati, US-raeliana nel suo complesso). In altre parole, questi due Paesi hanno conosciuto negli ultimi tre anni un’intrusione sempre maggiore degli Statunitensi sul loro territorio con l’istallazione di basi militari nei territori controllati dai Curdi, per combattere ovviamente i propri avversari che non sono, come ormai è sotto gli occhi di tutti, l’ISIS o Al Qaeda. La base aerea siriana di Tabqah, per esempio, abbandonata a causa dell’ISIS, ripresa dai Curdi catapultati oltre l’Eufrate dai mezzi anfibi e dalla copertura aerea americani, è stata seduta stante ceduta ai loro padroni. Un’altra base, ancora più grande, è in costruzione a Kobane, per rendere più costante e consistente l’approvvigionamento ai loro alleati. Forti di questo appoggio, le milizie curde dell’YPG hanno recentemente annunciato un’offensiva verso i territori dello “scudo turco” che li separano da Afrin. A sud di Raqqa, dopo esser stati fermati a Resafa dalla perentoria avanzata dell’esercito siriano, si stanno ritagliando fette di territorio lungo la striscia a sud dell’Eufrate, ufficialmente per chiudere da sud la capitale del sedicente Stato Islamico, in pratica per sondare la possibilità di ulteriori movimenti espansivi verso Sud.
Qui però si ferma la pars construens della loro iniziativa e iniziano problemi non da poco:
1. Afrin, separata dal resto di Rojava dallo “scudo turco” e posta sotto minaccia diretta di invasione, sempre da parte turca, è appena stata “visitata” da una folta rappresentanza di ufficiali russi. Questo avvenimento non può non essere legato alla visita ad Ankara del ministro della difesa russo Šojgu del giorno prima. I Russi ad Afrin si stanno costruendo la loro base, di fatto depotenziando il resto di Rojava in mano all’YPG, garantendo di fatto il ritorno di quella fetta di territorio nell’alveo della Repubblica Araba di Siria. Questo a Erdoğan basta. E avanza. I suoi movimenti di truppe e incidenti di confine sembrano aver sortito l’effetto deterrente voluto.
2. Un diamante è per sempre, ma non l’appoggio USA. Né Londra, né Washington hanno mai dato apertamente garanzie concrete alla costituzione di un Kurdistan indipendente e sovrano. Lo stesso ex-ambasciatore USA in Siria Robert Ford, in una recente intervista, ha definito “non solo politicamente stupida, ma immorale” l’attuale politica verso i Curdi, visto che alla fine “li tradirà”. I Curdi mancano di un appoggio costante a Washington, come sono, per esempio, la lobby ebraica e quella armena. Sembrano più che altro la “cara amica di una sera” del nostro repertorio canoro. Questo Rojava, nella figura del suo presidente Salih Muslim, lo sa benissimo, e infatti cerca – piuttosto maldestramente – di tenere il piede in più scarpe, senza inimicarsi troppo Mosca (da qui la cessione della base di Afrin, anzi, di Afrin punto) e Damasco (senza indire – almeno al momento – “referendum” sulla falsariga di quello appena svoltosi in Iraq). E cerca di trarre il maggior vantaggio dalla presenza USA sul territorio che controlla, di fatto svendendolo al potente alleato… inimicandosi però le popolazioni arabe locali, e non solo.
3. A differenza del Kosovo, dove a fronteggiare la protervia NATO c’era una Serbia indomita ma debole, oggi ci sono Iraq, Iran, Siria e Turchia. La Russia non solo sta vincendo sul campo un conflitto che nei primi sei mesi di quest’anno ha visto radicalmente mutare scenario (vedasi le ultime due cartine della Siria datate 01/01 e 30/06 di quest’anno), non solo ha permesso un graduale ma decisivo ripristino della sovranità nazionale da parte dell’unico governo legittimo, quello che – piaccia o no – fa capo ad Assad (per la prima volta, per esempio, la provincia di Aleppo vede prevalere come possesso di territorio il governo siriano sui suoi nemici e oppositori, come si vede nella cartina proposta sopra le due mappe già citate), ma è riuscita nella non facile impresa di mettere d’accordo Iran e Turchia nella costituzione di unico asse anti-ISIS e anti-Al Qaeda, ovvero anti-israeliano (vedasi, per ultimo ma non da ultimo, dopo i raid aerei israeliani contro le postazioni siriane sul Golan, l’origine degli equipaggiamenti sequestrati dall’esercito siriano ad Al Qaeda, sempre sulle alture del Golan), e anti-USA (vedasi, sempre per ultimo ma non da ultimo, oltre agli attacchi USA contro le postazioni siriane fatti “per errore”, come quello che l’anno scorso ridusse enormemente le difese di Deir Ez-zor prima dell’immancabile offensiva ISIS, anche le forniture dirette via Bulgaria e Jeddah ai terroristi). Il che non significa che siamo di fronte a un blocco compatto e monolitico che fronteggia un altro blocco altrettanto compatto e monolitico. I Turchi oggi ci sono, trattano coi Russi per l’acquisto di sistemi antiaerei e antimissile S-400 Triumf, domani non si sa. Gli Iraniani oggi sono pesantemente coinvolti nelle vicende irachene (delle cosiddette milizie popolari) e siriane, cercano una loro via al Mediterraneo, sono in piena e pluriennale sintonia coi Russi, anche sul versante geopolitico del Caspio in chiave di contenimento dell’iniziativa USA nella regione, poi chissà. Tuttavia, ora sono tutti, incondizionatamente, uniti contro i Curdi e la loro svolta filoamericana.
Gli affari sono affari. E di questo stiamo parlando, meglio, stanno parlando le potenze geopolitiche attualmente presenti sullo scacchiere mediorientale. Prima i Curdi lo capiranno, meglio riusciranno a promuovere la loro causa, cercando di coordinarsi non con chi sta a un oceano di distanza, ma con chi oggi li vede sempre più come un pericolo o, peggio ancora, come una minaccia. Hanno di fronte a sé, dopo un secolo di lotte, un’occasione storica. Non la devono e non la possono perdere. L’alternativa, sarebbe la ripetizione di tragedie già viste.
Paolo Selmi

Legenda delle cartine
Rosso: governativi e alleati
Grigio: Stato Islamico (ISIS-DAESH)
Verde: gruppi vari della galassia “ribelle” (Esercito Libero Siriano, etc.)
Bianco: gruppi derivati dallo scioglimento di Jabhat Al Nusra
Giallo: Curdi

1 gennaio 2017

30 giugno 2017

Siria e terrorismo

Se l’Occidente persevera nei suoi errori, il nostro futuro è tragico…

Mentre scriviamo, nel sud della Siria, presso Al Zagif (tra Al Tanf e il fiume Eufrate), forze speciali USA e britanniche mettono a punto un campo di addestramento avanzato per le cosiddette Guardie Rivoluzionarie, un gruppo islamista nato sulle ceneri del disciolto New Syrian Army, ex perla della CIA. I due gruppi, nati ufficialmente per combattere l’ISIS, in realtà sono stati istituiti con l’obiettivo di sottrarre ad Assad i confini tra Siria e Iraq, di cui il valico di Al Tanf è uno dei perni principali.
In queste ore, i ribelli, equipaggiati dagli USA con gli stessi materiali forniti agli arabo-curdi delle Syrian Democratic Forces, contrastano l’avanzata dell’esercito siriano che con l’aiuto di Russi e filoiraniani cerca di riprendere il controllo delle frontiere meridionali. I recenti raid aerei della Coalizione anti-ISIS, parlano chiaro (leggi articolo 1 e articolo 2).
Sempre mentre scriviamo, persiste l’abominevole campagna mediatica mainstream che davanti agli attentati di Londra e a decine di morti innocenti, continua a mascherare l’unica scomoda realtà: la jihad sunnita che alimenta il terrorismo internazionale è stata creata dall’Occidente (USA e UE con l’occhiolino di Israele), a cui è poi sfuggita di mano. Anziché colpire i responsabili e arginare il flusso che li foraggia, si continua a contrastare gli unici che combattono lo Stato Islamico, cioè il governo siriano e i suoi alleati. L’obiettivo principale è assecondare l’Arabia Saudita, proprietaria di molti assets finanziari in USA ed Europa, nel suo gioco di opposizione all’Iran sciita, unica potenza regionale “fuori controllo”.
Chiariamo alcuni aspetti.
Piuttosto che dibattere sulle ragioni di Assad, pedina di un gioco evidentemente più grande, o quelle di un Iran comunque non immune da responsabilità politiche e storiche, sembra più opportuno non perdere il lume della ragione, ormai sfuggito a molti.
Andiamo per passi.
Su queste pagine, da anni ricordiamo che lo Stato Islamico è nato dalle macerie del regime sunnita iracheno di Saddam Hussein. La geniale mossa americana del 2003 di sciogliere gli apparati politici e militari di un Paese a maggioranza sciita ma governato da un clan sunnita, è stato il primo passo; il secondo è stato approfittare del caos post-bellico per favorire una struttura parastatale (lo Stato Islamico appunto), che arginasse la crescita dell’Iran, unico vero incubo di Israele e dei suoi partner arabi (Arabia Saudita e Paesi del Golfo). La principale conseguenza dell’anarchia seguita a Iraqi Freedom è stata proprio il ritorno in cattedra degli sciiti arabi, maggioranza in Iraq ma abbastanza forti anche in Arabia Saudita, Bahrein e Yemen.
Ecco quindi il punto. Se comprendiamo che dietro lo sciismo incombe l’ombra della Persia, spauracchio di tutti i seguaci della Sunna, allora ne deriviamo una realtà incontrovertibile: la Seconda guerra del Golfo si è dimostrata un errore di calcolo di portata secolare dell’amministrazione Bush.
A quanto pare però, gli errori sono come le ciliegie: l’uno chiama l’altro. La violenza incontrollata della jihad sunnita, sfociata in atti di terrorismo inaccettabili per l’opinione pubblica globale, ha costretto l’Occidente a prendere le armi contro l’ISIS nel 2014. Inherent Resolve, l’armata dei buoni arrivata a togliere le castagne dal fuoco in Iraq, è nata però come un salto nel buio che ha indotto generali e politici in un inevitabile cul de sac: la crociata internazionale contro il terrorismo islamico in Iraq e Siria, prima o poi si sarebbe rivelato un boomerang.
Per capire meglio il perché, offriamo ai lettori uno spunto di riflessione: perché non si parla più della liberazione di Mosul in Iraq da parte della Coalizione anti-ISIS? La grande copertura mediatica e il rullo di tamburi scattati a ottobre 2016 sono improvvisamente cessati… Facendo una rassegna stampa di quei giorni, sembrava che il giudizio universale fosse prossimo e che il mondo libero avesse ormai in pugno i cattivi tagliagole di turno; passati sei mesi, le notizie di Mosul ormai liberata arrivano col contagocce.
Un caso? Niente affatto. La ragione è evidente.
Il grosso dello sforzo militare nell’Iraq nordoccidentale non lo fanno più le truppe irachene a guida americana, ma le PMU, le milizie sciite equipaggiate e controllate direttamente dall’Iran, con l’appoggio ambiguo del governo iracheno, il cui premier Al Abadi è sciita. Le milizie sciite hanno già raggiunto il confine tra Iraq e Siria all’altezza del territorio controllato dai curdi del Rojava (Kurdistan siriano). L’intenzione di scacciare l’ISIS per controllare i valichi fra i due Paesi con l’aiuto diretto iraniano, non è più un tabù. La presenza di alti ufficiali di Teheran al fronte per ispezionare le linee dei miliziani, è stata segnalata più volte nelle ultime settimane.
I nodi a quanto pare, sono arrivati al pettine. Non si potrà sfuggire per molto tempo ancora alla domanda cardine: per l’Occidente è più importante distruggere l’ISIS e il terrorismo islamista o arginare l’Iran e i suoi alleati?
La risposta nemmeno troppo maliziosa è semplice: se noi occidentali avessimo voluto chiudere la partita con lo Stato Islamico, lo avremmo fatto in due settimane al massimo.
Chiudiamo l’articolo mentre da Deir Ezzor, in Siria, arrivano notizie di una controffensiva jhadista contro le forze di Assad. La guerra non si fa solo con miliziani drogati e fucili: ci vogliono mezzi, equipaggiamenti, intelligence, esperienza, infrastrutture e soprattutto tanti, tantissimi soldi. Gli aiuti al Califfato continuano a piovere dal Governatorato iracheno di Anbar che arriva fino ai confini dell’Arabia Saudita. Lo sappiamo tutti, ma fingiamo che non sia così. Nel festival dell’ipocrisia non poteva mancare la notizia bomba dell’ultim’ora: Riad accusa il Qatar di finanziare Al Qaeda, l’ISIS e la jihad in genere. Si parla addirittura di rottura diplomatica con Doha. La corsa al capro espitario evidentemente è iniziata…
Il punto di non ritorno sembra dunque arrivato. Mentre a Londra si piange per gli attentati, una politica estera suicida continua in silenzio nella stessa direzione di sempre. Il fronte atlantista, pur nelle sfumature e nelle diversità che lo caratterizzano, insiste a trafficare con i Paesi che finanziano nemmeno troppo in sordina l’estremismo islamico. Per pura etica umana, sarebbe il caso di raccontarlo, cercando di spiegarlo magari alle famiglie di decine di innocenti che in Europa continuano a morire secondo un rituale macabro ormai passivamente accettato da tutti. Rinnoviamo le sanzioni alla Russia e bombardiamo Assad; seguiamo come un gregge intontito delle linee che ci portano verso non si sa quali interessi.
La nostra ipocrisia è più colpevole di mille bombe; i tramonti di morte della nostra civiltà hanno sempre più il colore rosso della vergogna.
Giampiero Venturi

Fonte

Con l’esempio Manchester ci si doveva dare una spintarella

“E, guarda caso, mentre The Donald si aggira tra sunniti decapitatori di donne, fomentando la grande alleanza di tutti i sunniti decapitatori di donne e di tutto ciò che di non sunnita gli capita sotto la mannaia, perché facciano il favore a Israele di togliergli dai piedi l’Iran sciita che, come il resto degli sciiti, il massimo del terrorismo l’ha praticato con i fuochi d’artificio di capodanno, ecco che a Manchester viene telefatto saltare per aria un ragazzo libico con bomba. 22 ragazzi morti e oltre cento feriti mentre stavano al concerto. Target centrato: concerti, giovani incazzati con i vecchi, Corbyn (Manchester è laburista) e Brexit “con la quale Brexit sarebbe andato a ramengo il prezioso coordinamento europeo dell’intelligence per combattere terrorismo ed estremismi vari”. Effetto collaterale: un po’ di benzina sul sacro fuoco dello scontro di civiltà che ci arruola tutti, seppure al traino e in catene, nelle armate della civiltà superiore. Avete sentito? E’ ripartita la cantilena degli islamici tutti cattivi, da cui quei pochi buoni, se vogliono che non li affidiamo ai roghi salviniani, si decidano finalmente a prendere sincere distanze.
Quale è il collegamento? Beh, visto che al pupazzo giallo chiomato viene fatto proclamare che dobbiamo tutti quanti fare la guerra al terrorismo, a forza di decapitatori sunniti fuori e sorveglianza e militarizzazione totali dentro, sotto la guida di chi dall’11 settembre in qua ci fotte col terrorismo, con l’esempio Manchester ci si doveva dare una spintarella, no? Che vogliamo lasciare tutta l’incombenza ai tagliateste sunniti? Anche stavolta, come ogni volta, il terrorista era noto e seguito da Scotland Yard, Mi5 e Mi6, la più efficiente attrezzatura spionistica del mondo (oltreché, ovviamente, da CIA e Mossad), ma, a dispetto di smartphone connessi anche spenti alla Questura, delle telecamere che ci spiano perfino dai cartelloni pubblicitari e dai nostri frigoriferi (vedi “Report” di lunedì 22 maggio) e nonostante l’andirivieni di Salman Abedi tra Inghilterra e quell’oasi di pace e ordine che è la Libia, guarda un po’ la sfiga, proprio in quei giorni e momenti nessuno se ne curava. Tutti a festeggiare la rinnovata sinergia tra le democrazie d’Occidente e della penisola arabica per farla finita con quei regimi arabi, tirannici e terroristici, che si erano permessi di emancipare le donne, garantire istruzione, sanità, scuola, casa e lavoro, avviarsi a un progresso davvero blasfemo. Inaccettabili dittature, dicono a Riad e al “manifesto”.
Dopodichè si rimedia alla figuraccia, che tanto aveva innervosito la regina al suo Garden Party, figuraccia aggravata dai servizi USA e dal New York Times che ci fanno sapere di essere stati i primi a sapere tutto (noblesse oblige), rastrellando un po’ di presunti radicalizzati e stupefatti parenti. Così, almeno ex post, ci si rivela occhiutissimi e si può ringhiare dell’esistenza di una “rete”. E contro una rete che va fatto? Ma è risaputo: si mettono in strada 5000 soldati. Funzione? Individuare tra le milionate che gli passano sotto il naso agli ingressi del metrò il losco figuro dallo sguardo torvo che sicuramente nello zainetto tiene 5 chili di tritolo con chiodi.
Tutto quello che vado scrivendo odora di stantìo, di deja vu, di già detto. Come se tutti quanti non sapessimo da almeno 16 anni, dall’11 settembre, attraverso Londra, Madrid, Parigi, Bruxelles, Bali, Amman, Monaco, Berlino, che quelli fanno rete. Magari differiamo un tantino su chi è che fa rete…
Invece la cosa da dire, a essere originali quanto il signor de Lapalisse, tanto che nessuno la dice per non sembrare banalotto, è una domanda. Ma visto che queste orrende forze del male, come le stampigliano Bush, Obama e ora Trump, proclamano incessantemente ai quattro venti che ci faranno fare la fine in quanto sacrilego, perverso e infedele Occidente, com’è che se la prendono sempre e solo con coloro che dell’Occidente sono meramente le comparse, i figuranti, le plebi, la massa inerte, più spesso che no le vittime? Com’è che neanche in uno dei mille attentati hanno cercato di sfondare i glutei di un solo bonzo in posizione di qualche eminenza in Occidente? O uno dei meccanismi che lo fanno funzionare. Che so, una banca, l’insegna di una multinazionale, il cuoco di Obama, Lady Gaga che perverte animi e corpi, Hillary o la sua estetista (oltretutto colpevole di inettitudine), Descalzi che intreccia danze con l’infame scita Rouhani, un capoufficio della Roche, un fattucchiere della Monsanto, qualcuno della Lockheed , quella degli F35, mentre beve mohjitos a Bahia, un broker di Wall Street che rifila derivati a poveri arabi…
Non è mai successo. Ah no, una volta è successo. Ad Amman, 9 novembre 2005, insieme ai soliti figuranti di una festa di nozze, saltarono in aria due delegazioni incontratesi in segreto nell’hotel Radisson. Ma quelli erano Palestinesi e Cinesi. E agli Israeliani era stato detto di lasciare l’albergo il giorno prima.”

Da Terrorismo islamico in Occidente: sempre comparse, mai una star, di Fulvio Grimaldi.

Il significato della guerra informatica

“Non stiamo semplicemente assistendo a un fiorire di leggende urbane, dietrologia e paranoia; il punto è che in guerra è la verità stessa a costituire oggetto di contesa. Le fonti di informazione filo-americane cercano di distrarre l’opinione pubblica dalle responsabilità della NSA. Governi seri dovrebbero chiedere i danni agli USA; conviene pertanto incriminare i malvagi Russi, i Siriani e i Nord Coreani. Dall’altra parte del fronte, le fonti di informazione di parte avversa sottolineano come gli USA impieghino comunemente queste armi per colpire i Paesi non sottomessi e mantenere gli alleati sotto ricatto. Si veda il caso di Stuxnet, un virus informatico creato dagli USA e da Israele nel 2010 per colpire la centrale nucleare iraniana di Natanz, e altri ben noti casi rivelati dall’ex collaboratore della CIA Edward Snowden. Da un punto di vista semiotico, non vi è differenza tra guerra e comunicazione sulla guerra: in guerra gli enunciati sono armi e le armi sono enunciati. La propaganda è un’arma più potente di un bombardamento, in grado com’è di inventare o di occultare uno sterminio; d’altro canto, anche la così detta “madre di tutte le bombe” è un messaggio eloquente. Non senza ragione Bill Gates, nel denunciare le responsabilità dell’amministrazione USA, ha paragonato il furto di questi programmi allo smarrimento di un missile tomahawk. Occorre un “cambio di analogia”: nell’immaginario giornalistico e di massa le attività di hacking sono considerate alla stregua di un furto, mentre sono una vera e propria guerra, condotta tra governi, tra governo e multinazionali, tra governo e gruppi politici.
Si tratta peraltro di armi estremamente economiche da sviluppare. E’ certamente più semplice scrivere un’applicazione che arricchire l’uranio. Una parte crescente dell’economia degli Stati emergenti, dall’India a Israele (da cui provengono le chiavette USB), è legata all’informatica e alla programmazione. I computer sono tecnologie piuttosto economiche, e i giovani di quei Paesi sono concorrenziali sul mercato mondiale. Occorrerebbe sbarazzarsi anche dell’illusione per cui i Paesi occidentali sono i detentori di ogni segreto o innovazione tecnologica. E’ un fatto: la guerra informatica riporta in equilibrio la balance of power a favore degli Stati più poveri, comunque essi siano schierati.
(…)
Come abbiamo visto, la cyber-guerra in corso può essere interpretata in termini di politiche internazionali. Da un lato abbiamo un attore, gli USA, che impiega queste armi per colpire i Paesi avversari e i loro popoli, “spegnendo” una rete di centrali elettriche o infiltrandosi in un sistema bancario. Dall’altro le stesse armi possono essere impiegate contro gli USA da quei Paesi che ne contendono la supremazia, perché sono economiche e semplici da sviluppare. La competizione si sposta allora sulla potenza di calcolo e sullo sviluppo di nuovi sistemi. Tale guerra coinvolge multinazionali americane, europee, cinesi, e si estende ad ogni campo: Google sviluppa sistemi quantistici di intelligenza artificiale in modo che le macchine possano apprendere più in fretta e con risultati migliori; la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) ha erogato un prestito di 25 milioni di euro a Qwant, il motore di ricerca europeo che rispetta la privacy degli utenti, per impedire che ogni giorno esabyte di dati sui cittadini europei finiscano nei server degli alleati statunitensi.
D’altro canto, la vicenda della cyber-sicurezza si presta a una lettura in termini di disuguaglianza. Malwaretech, eroe per caso, è un giovane disoccupato, un perdente come tanti altri. Al contrario, gli amministratori di società private e pubbliche colpite dal virus non sembrano avere competenze nell’ambito della sicurezza. Nessuno di noi lascia la porta aperta, nell’uscire di casa; il dirigente d’azienda medio non si rende neppure conto che il portone è spalancato. Dieci anni di crisi economica in Occidente hanno avuto per effetto un mancato ricambio generazionale: tassi di disoccupazione giovanile alle stelle, precariato, impossibilità per un’intera generazione di accedere a ruoli dirigenziali. In questo modo si è ostacolata anche la diffusione di competenze fondamentali, data l’onnipervasività dell’informazione nella società tardocapitalistica. Inoltre, chi vive una condizione di esclusione non deve nulla allo Stato o a aziende che limitano creatività e libertà. Il risultato non può che essere una sorta di vendetta pre-politica: ecco che nascono gruppi dediti a pratiche illegali, legittimati dal fatto che il web è terreno di guerra tra grandi agenzie e organizzazioni pubbliche e private: un campo di battaglia in cui uno Stato può sabotare una centrale nucleare mettendo a rischio l’ambiente di una regione, e allo stesso modo un magnate può boicottare l’economia di una nazione speculando contro una certa moneta. In questo ritorno a uno stato di natura hobbesiano non c’è diritto che tenga. I gruppi di pirati adottano le giustificazioni ideologiche più varie, anarchiche, libertarie, o al contrario nazionaliste o religiose, ma sono ugualmente il frutto di due condizioni: (1) vivono in un territorio in guerra, il web; (2) sono il prodotto di un’economia criminogena, il capitalismo.”

Da Attacchi informatici e guerra planetaria, di Francesco Galofaro.

Ai confini della realtà

Riceviamo da un nostro lettore, cittadino russo residente in Italia fin dalla tenera età, questa testimonianza relativa alla sua esperienza da studente presso l’Università di Bologna, ed in particolare circa l’esito della laurea magistrale conseguita presso la facoltà di scienze politiche, sede di Forlì.

Ho deciso di raccontare cosa è successo lo scorso settembre durante la mia procedura di laurea. Sono passati sette mesi, ma se ci penso divento ancora realmente cattivo. In buona parte la cosa la si deve all’Ateneo, in piccola ma sostanziale parte alla locale Polizia. Nel settembre 2016, avrei dovuto conseguire la mia laurea magistrale presso la facoltá di scienze politiche dell’Universitá di Bologna (sede di Forlì), il giorno 21 ho sostenuto la discussione e il 23 sarebbe dovuta avvenire la proclamazione. Mi laureavo in Relazioni Internazionali (LM-52), corso di laurea internazionale, interamente in lingua inglese, il primo anno in Italia, il secondo all’estero. Faccio qualche precisazione tecnica per contestualizzare. La tesi è stata caricata sulla mia pagina personale nel sito dell’Ateneo il 24 agosto 2016, quando il termine di consegna era il 5 settembre. Lo stesso giorno, 24 agosto, la tesi è stata inviata al relatore (chiamato Supervisor), il quale l’ha approvata per e-mail il 29 successivo. Dal 5 al 21 settembre, giorno fissato per la discussione, l’Ateneo doveva inviarla al correlatore (chiamato Second Reader, e scelto liberamente dall’Ateneo). Il correlatore non si è mai messo in contatto con me né con il relatore in tutto il periodo, vi erano oltre 15 giorni dalla data di consegna al giorno della discussione e dubito (anche se al riguardo non ho certezza) che l’Ateneo abbia inviato al correlatore la tesi all’ultimo, inoltre dubito che il correlatore abbia letto la tesi il giorno prima o il giorno stesso della discussione. Infine la tesi stampata e rilegata, presentata il 21 alla Commissione durate la discussione, era la stessa inviata al relatore, e caricata sul sito dell’Ateneo. Io come studente ho quindi rispettato totalmente la parte tempistica e burocratica.
La tesi, già dal titolo – The New Silk Road in the Eurasian Integration, against the Western World Order. An analysis of possible future implications in international politics and economy – presenta una contrapposizione politica; a mio parere, è ovvio che una tesi di relazioni internazionali non possa mai essere oggettiva perché Relazioni Internazionali é una disciplina basata su politica, filosofia politica ad altre scienze sociali le quali non potrano mai essere totalmente oggettive come possono essere le materie scientifiche. La tesi, divisa cinque capitoli e relative conclusioni, vuole dimostrare che il processo di multipolarizzazione del mondo, di cui il progetto cinese “The New Silk Road” è parte, può porre fine al dominio unilaterale occidentale. Essa non si basa sul descrivere questo progetto, per ora non ancora realizzato, ma analizza lo scenario internazionale degli ultimi anni e spiega perché è auspicabile la multipolarizzazione in politica internazionale. Vi è quindi esposta una visione, una concezione politca delle relazioni internazionali antitetica a quella attuale, che puó non essere apprezzata o condivisa soprattutto in ambienti occidentali. Continua a leggere

Il Pentagono fa il giro del mondo

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Arriva oggi in Italia il capo del Pentagono Ash Carter che, a nome dell’uscente amministrazione Obama, sta facendo «il giro del mondo per ringraziare le truppe USA schierate in Asia, Medioriente ed Europa e incontrare importanti partner e alleati».
Il tour è iniziato il 3 dicembre dalla California, dove Carter ha tenuto il discorso di chiusura al «Forum Reagan», che gli ha conferito il premio «La pace attraverso la forza».
Carter si è quindi recato in Giappone, dove ha passato in rasegna le truppe USA e incontrato il ministro della difesa Inada.
Il Giappone, che contribuisce con 1,6 miliardi di dollari annui alla permanenza di 50mila soldati USA sul proprio territorio, è particolarmente importante quale base avanzata dei sistemi missilistici USA schierati contro la Cina a «scopo difensivo» e, precisa il Pentagono, è un alleato «in grado di difendere altri paesi che possano essere attaccati».
Dal Giappone Carter è volato in India, divenuta il secondo acquirente mondiale di armi USA dopo l’Arabia Saudita: un risultato della strategia di Washington che mira a indebolire i rapporti dell’India con la Russia, minando il gruppo dei BRICS attaccato allo stesso tempo attraverso il golpe «istituzionale» in Brasile.
Il capo del Pentagono è quindi andato in Bahrein, dove ha partecipato al «Dialogo di Manama» organizzato dall’Istituto internazionale di studi strategici, influente think tank britannico finanziato dall’emirato con oltre 38 milioni di dollari.
Intervenendo sulla «logica della strategia americana in Medioriente», Carter ha precisato che in questa regione sono schierati oltre 58 mila militari USA, tra cui più di 5 mila sul terreno in Iraq e Siria, «non solo per contrastare terroristi come quelli dell’ISIS, ma anche per proteggere i nostri interessi e quelli degli alleati» (ragione per cui gli USA e le monarchie del Golfo, come ampiamente documentato, hanno segretamente sostenuto l’ISIS, funzionale alla loro strategia in Siria e Iraq).
Carter ha accusato la Russia di non combattere l’ISIS in Siria, ma di aver solo «infiammato la guerra civile e prolungato le sofferenze del popolo siriano». Ha quindi aggiunto che, poiché «l’Iran continua a schierare missili», gli USA stanno realizzando con gli alleati «una difesa missilistica regionale», comprendente un potente radar in Qatar, missili Thaad negli Emirati e altri sistemi missilistici (in realtà non di difesa ma di offesa, dato che gli stessi tubi di lancio possono essere usati per missili da attacco anche nucleare).
Dal Bahrein Carter è andato in Israele, dove ieri ha partecipato col ministro della difesa Lieberman alla cerimonia dell’arrivo dei primi due caccia F-35 per l’aeronautica israeliana, simbolo della sempre più stretta partnership militare con gli USA, «portata a livelli senza precedenti dall’accordo decennale di assistenza firmato lo scorso settembre».
Da Israele il capo del Pentagono arriva oggi in Italia, per una visita di due giorni alle truppe USA qui stazionate allo scopo – dichiara un documento ufficiale – di «sostenere le operazioni degli USA e della loro coalizione su scala mondiale, tra cui la deterrenza all’aggressione russa nell’Europa orientale e il rafforzamento del fianco sud della NATO».
Il tour mondiale, che si concluderà a Londra il 15 dicembre con una riunione della «coalizione anti-ISIS», ha uno scopo politico ben preciso: riaffermare alla viglia delle consegne la strategia dell’amministrazione Obama, che avrebbe dovuto proseguire la democratica Clinton, perché restino aperti i fronti di tensione e guerra a Sud e ad Est che il democratico Obama lascia in eredità al repubblicano Trump. Che ha almeno il merito di non essere Premio Nobel per la pace.
Manlio Dinucci

Fonte

nobels

2 Novembre 1917

2-novembre-1917

“Sono passati 99 anni dalla dichiarazione di sostegno al progetto sionista di una “homeland” ebraica in Palestina rilasciata da sir Arthur James Balfour davanti al governo britannico.
Era il 2 novembre del 1917. Data nefasta per milioni di Palestinesi: da quella dichiarazione e dalle scelte politiche, dagli eventi storici che ne seguirono, verranno espulsi, privati della patria, segregati, imprigionati, torturati, uccisi, a centinaia di migliaia, a milioni.
Una immane tragedia per un Popolo con una Patria, i Palestinesi e la Palestina, che da sempre vi hanno vissuto, generazione dopo generazione, per secoli e secoli.
Una tragedia che non vede all’orizzonte soluzione alcuna…”

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Don Abbondio e il Talmud

14494642_699464016858885_5905706500193509415_nNella (chiamiamola) coscienza collettiva o, se si vuole, visione del mondo, indotta ed imposta dall’America con olio-di-ricino mentale, si nota una certa riluttanza a nominare i registi che hanno trasmutato il Medio Oriente in una bolgia infernale – nominarli con il loro vero nome.
I “neo-con” sono e rappresentano in modo assoluto l’essenza e l’obiettivo ebraico talmudico, il “Greater Israel,” ma non solo.
E finiamola con la scusa dell’antisemitismo e diamo pane al pane e vino al vino. Come tanti, chi scrive è pronto ad abbracciare ogni ebreo che rigetta (a parole, ma sopratutto a fatti) la merda talmudica per cui i goyim sono carne da macello o da schiavizzare, come si legge nel Talmud.
Perche’ i neo-con, sionisti, ebrei, israeliani che comandano e dirigono la politica estera americana (ma anche larghe falde della politica interna – per esempio, 4 su 8 membri della Corte Suprema sono ebrei), dovrebbero essere chiamati i “Talmudisti.” I Talmudisti occupano tutte le posizioni di potere negli US of A., congresso, stampa, educazione, Hollywood e finanza – direttamente e indirettamente.
E siccome controllano la Federal Reserve e il Congresso, possono stampare dollari ad libitum e finanziare miriadi di organizzazioni, think-tanks, etére e lenoni giornalisti, accademici del culo, nonché la mastodontica macchina che fabbrica il consenso (The Jew York Time in testa).
Sono riusciti persino a inventare una nuova cazzutissima religione talmudico-cristiana, con i “Jews for Jesus,” ed simili altre “denominazioni religiose”.
Palle a cui non crede neanche il gatto, ma che incidono e incancreniscono la mentalità collettiva americana, imbevuta di football e Coca Cola.
Gli ancora dubbiosi San Tommaso guardino il corto clip, del “pastore cristiano” che minaccia l’ira di Dio contro chi critica “Israele”. Roba da Alto Medioevo e passa.
Basta solo una lettura superficiale del Talmud, per vedere che gli orrori contro i goyim non sono solo giustificati ma predicati. L’ISIS è l’espressione attuale del Talmud, e l’America, in politica estera, è il Talmud. Per non parlare dei leccaculi nelle colonie dell’Europa Occidentale, compresa l’Italia.
Cercate in rete le scene quando i 537 membri del Congresso e Senato americani si levano tutti in piedi per applaudire il primo ministro talmudico quando in visita a Washington (con 22 ovazioni durante il discorso), nemmeno conferite a un personaggio americano.
Vedere il principe di Galles con la kippa rendere omaggio al mostro Peres equivale a vedere la regina col burka, quando visita un Paese mussulmano.
Chiamare le cose con il loro nome magari non servirà a niente. Ma almeno coloro al corrente della situazione lascino da parte la “correttezza politica.” I Talmudisti trionfano anche perché sanno che la maggior parte di quelli che hanno capito l’antifona, si appoggiano al muro per proteggere il culo.
Certo, chi è in vista e osa opporsi al pervadente Talmudismo, rischia di fare una brutta fine, anche se è una fine da eroe (vedi “Death of an Unsung Hero”), ma per i comuni mortali non siamo ancora arrivati a tanto.
E per quanto Don Abbondio mi sia sempre stato simpatico, l’imitarlo non protegge dalle conseguenze del suo Weltanschauung, come Manzoni ha ben dimostrato.
Jimmie Moglia

Fonte

L’assassinio dello scrittore Nahed Attar: terroristi islamici, i loro padrini e la battaglia di Aleppo

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Partiamo da una notizia che non ha suscitato grande eco sulla stampa internazionale.
Qualche giorno fa lo scrittore giordano Nahed Attar è stato assassinato sulla porta del tribunale di Amman da un terrorista islamico. La sua colpa era quella di essere un laico, ateo, e sostenitore del governo siriano guidato dal Presidente Bashar al-Assad nella sua lotta contro le bande degli integralisti islamici finanziate ed armate dagli USA e da altri Paesi della NATO, e dai loro alleati mediorientali (Arabia Saudita, Qatar, Turchia).
Attar aveva condiviso su Facebook una vignetta in cui veniva presa in giro la pretesa dei terroristi dell’ISIS (o Daesh in arabo) di andare in paradiso come martiri della fede. Il primo ministro della Giordania (un Paese vassallo degli USA, UK ed Arabia Saudita), Hani Mulki, simpatizzante della Fratellanza Musulmana, invece di proteggerlo, lo aveva fatto arrestare e processare per “oltraggio alla religione, settarismo e razzismo”, additandolo in pratica alla vendetta dei terroristi.
Tutto questo non è casuale: il “civile” e “liberale” Occidente, ed i loro alleati mediorientali, si servono normalmente dei terroristi fanatici islamici per colpire chi si oppone al loro sogno di dominio mondiale.
Negli anni ’70 il governo laico comunista dell’Afghanistan fu messo in ginocchio dai mercenari islamici fanatici, accorsi da decine di Paesi, armati e protetti dagli USA e dall’Arabia Saudita, guidati da gente come Bin Laden, creatore di Al Qaeda con la complicità dei servizi segreti americani, sauditi e pakistani.
Negli anni ’90, mentre gli USA davano il primo colpo (Prima Guerra del Golfo) all’Iraq laico guidato dal partito socialista Baath, i nuovi eroi dell’Occidente erano una banda di integralisti islamici che voleva istituire un regime islamico in Bosnia, con il solito codazzo di jihadisti di Al Qaeda affluiti da tutto il mondo islamico. Naturalmente i musulmani furono fatti passare per povere vittime dei cattivissimi Serbi-Jugoslavi scatenando la solita alluvione di false notizie, come il presunto massacro di Srebrenica (un episodio ancora tutto da chiarire, come emerge da vari accurati lavori (1)). Il cosiddetto “assedio di Sarajevo” (in realtà la città era divisa tra i quartieri centrali a maggioranza musulmana ed i quartieri periferici serbi, da cui i miliziani si sparavano addosso a vicenda) divenne il simbolo gettonatissimo della cattiveria dei Serbi. Oggi un interessante libro di Toschi Marazzani (ed. Zambon(2)) denuncia la crescita dell’integralismo in Bosnia, da cui partono legioni di jihadisti verso la Siria e l’Iraq per ingrossare le fila di Daesh.
Poi è stata la volta della Seconda Guerra del Golfo del 2003, che ha fatto a pezzi l’Iraq, anche per mezzo della mobilitazione di gruppi dirigenti tribali della comunità curda, con la prospettiva di uno staterello fantoccio protetto da USA, Turchia ed Israele. Poi è stata la volta della Libia laica di Gheddafi dove i bombardamenti della NATO hanno aperto la strada agli integralisti di Alba Libica ed alle feroci milizie di Misurata, organizzate dai Fratelli Musulmani, fino allo sfacelo attuale. Infine è stata aggredita la Siria, dove combattono una serie impressionante di gruppi jihadisti terroristi (Daesh, Fateh al-Sham ex al-Nusra, Jaish al-Islam, Ahrar al-Sham, ecc.).
Gli USA, come in Iraq, usano spregiudicatamente anche i contrasti etnici in un Paese come la Siria, dove tutte le religioni, il libero pensiero laico ed ateo, le varie etnie, hanno avuto sempre pari diritti.
E’ in corso nella sinistra italiana un dibattito sul ruolo dei Curdi (dei cui diritti chi scrive è stato in passato un aperto sostenitore) ma che ora sembra abbiano anteposto (forse con molte illusioni) i loro interessi etnici a quelli della generale battaglia antimperialista, alleandosi con gli USA: essi hanno illegalmente concesso basi militari agli USA in territorio siriano, di cui l’esercito americano si serve per minacciare ed attaccare l’esercito nazionale siriano che difende l’indipendenza e la sovranità del Paese.
Infatti la distruzione della Siria – il Paese più laico e secolare del Medio Oriente, dove le donne godono di tutti i diritti e possono passeggiare sole con le gonne sopra il ginocchio per le vie di Damasco senza essere disturbate (sono di ciò testimone oculare), dove esiste un servizio sanitario nazionale ed un sistema di istruzione laico pubblico e gratuito fino all’università – rimane lo scopo principale dell’imperialismo USA, dei suoi alleati, e di Israele. Il piano, già illustrato da molti anni nei documenti dei “neocons”, consiste nella “distruzione creativa” di tutti gli Stati sovrani che si pongono di traverso sul cammino imperiale. Ma da oltre cinque anni l’esercito ed il popolo siriano, guidati dal Presidente Assad, resistono, ed ora sono passati alla controffensiva con l’aiuto dell’aviazione russa e delle eroiche milizie libanesi di Hezbollah, che già sconfissero l’esercito israeliano nel 2006.
Ecco allora che i soliti scribacchini alla Bernard Levy, e tutti gli imitatori italiani ed occidentali, comprese le Botteri e le Goracci, lanciano la nuova campagna mediatica. Una volta c’erano i cattivi Serbi che assediavano Sarajevo. Oggi sono i Russi e i Siriani fedeli al proprio governo che “assediano” e bombardano Aleppo, la più importante città della Siria insieme a Damasco. Non viene detto che in realtà sono stati i terroristi che hanno assediato Aleppo per quattro anni, bombardandola, tagliandole l’acqua e l’elettricità ed occupando solo alcuni quartieri, dove si sono fatti scudo dei civili, cui non viene permesso di mettersi in salvo attraverso i quattro corridoi umanitari predisposti dal governo.
Ma nonostante tutto la Siria è ancora in piedi, con l’aiuto di Russia, Iran, Cina, Hezbollah, e tutti i democratici laici arabi. Cresce l’isteria di USA, UE, Arabia Saudita (che a sua volta bombarda e distrugge lo Yemen), ma i combattenti patriottici siriani non si lasciano impressionare.
Vincenzo Brandi

(1) Vedi ad es. Menzogne di Guerra del giornalista tedesco J. Elsasser, ed i due ottimi dossier della “Città del Sole” su Srebrenica
(2) Jean Toschi Marazzani Visconti, La Porta d’Ingresso dell’Islam, ed. Zambon

Perché non aderiamo all’appello ed alla manifestazione del 24 Settembre

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Pur avendo sostenuto per anni la lotta del popolo curdo, siamo molto preoccupati delle scelte che una parte della sua dirigenza ha imposto in Siria. Queste scelte e le loro conseguenze non sono assolutamente messe in discussione dall’appello per il 24 settembre:
1) non viene minimamente condannato il fatto che l’esercito turco ha invaso uno stato indipendente, la Siria, in cui gli stessi Curdi vivono, violandone platealmente la sovranità;
2) Non viene chiarito che gli stessi Curdi della Siria, ed i loro alleati delle “forze democratiche siriane” (spezzoni di vecchie formazioni jihadiste facenti capo al sedicente Esercito Libero Siriano), hanno per primi essi stessi violato la sovranità del loro Paese consegnando nelle mani dell’alleato esercito statunitense una serie di basi su suolo siriano;
3) Viene taciuto che gli stessi statunitensi si servono di queste basi per attaccare e minacciare l’esercito nazionale siriano che difende l’unità, l’indipendenza e la sovranità del Paese, mentre contemporaneamente l’esercito nazionale viene bombardato anche da Israele, che cura anche i feriti di Fateh al-Sham (ex al-Nusra) e dell’ISIS nei propri ospedali..
L’ultimo deliberato bombardamento dell’esercito USA sulle posizioni dell’esercito siriano a Deir Es Zor, città assediata dalle bande dell’ISIS, che ha causato decine di morti, favorendo così gli attacchi dell’ISIS, dovrebbe far riflettere sulle reali intenzioni degli USA. Gli Statunitensi stanno anche sabotando la tregua umanitaria concordata con la Russia, non onorando l’impegno preso di costringere le formazioni armate da loro controllate a cessare il fuoco ed a distaccarsi dai terroristi estremisti dell’ex al-Nusra ed ISIS.
Fin dagli anni ’90 i neocons USA nei loro documenti indicavano una serie di Paesi da distruggere perché non compatibili con i loro sogni di domino mondiale, tra cui la Siria, la Jugoslavia, l’Iraq, l’Iran, la Libia e altri Paesi. A partire dall’amministrazione di Bush jr le indicazioni dei neocons sono state adottate ufficialmente come strategia della politica estera statunitense. Di questo ci sono oltre che i fatti, varie testimonianze, a partire da una famosa intervista rilasciata nel 2008 dal generale Wesley Clark.
Come conseguenza, fin dal 2011 è stata formata una vasta alleanza filo-imperialista con l’intento di distruggere lo Stato siriano laico e progressista, uscito dalle lotte anticoloniali, così come già è stato fatto per la Jugoslavia, Libia, Iraq, Ucraina, Somalia, Costa d’Avorio, Sudan.
Di questa alleanza fanno parte USA, UE, NATO, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, e bande di mercenari jihadisti terroristi che fanno capo all’ex al-Nusra, ISIS, e presunte formazioni “moderate” legate agli USA.
Il movimento curdo siriano, che dichiara di voler lottare per una Siria democratica, dovrebbe precisare se intende portare avanti le proprie rivendicazioni nell’ambito dello Stato laico e progressista siriano, che ha assicurato pieni diritti alle donne, e alle numerose religioni ed etnie presenti nel Paese, o cercare illusoriamente di realizzare le proprie aspirazioni a costo della distruzione della Siria, programmata da tempo dall’imperialismo, con la creazione di uno staterello fantoccio, stile Kosovo.
Altrettanta chiarezza richiediamo a tutte quelle organizzazioni sedicenti pacifiste e di sinistra, che non mancano occasione di attaccare e demonizzare il governo della Siria, e che oggi trovano un facile alibi nell’adesione all’ambigua manifestazione del 24.
Roma, 19 settembre 2016
Lista No Nato – Rete No War Roma

Venti di guerra in Siria e Libia: l’imperialismo non demorde

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L’intervento russo iniziato nel settembre 2015 aveva segnato un punto di svolta nella drammatica guerra in Siria. Finalmente si era vista una luce in fondo al tunnel in cui il Paese era stato spinto dalle spietate sanzioni, dal blocco economico-finanziario imposto dalle potenze della NATO, e dalla guerra indiretta scatenata, con l’uso strumentale di bande mercenarie, sia dai paesi occidentali che dalle potenze reazionarie locali (come la Turchia, l’Arabia Saudita ed il Qatar) tesa a rovesciare il governo legittimo del Presidente Assad.
A partire dal 2011-2012 nell’Est del paese hanno agito le bande jihadiste, poi raggruppatesi sotto la sigla dello Stato Islamico (o DAESH), sostenuto sotto banco da Arabia Saudita, Turchia, Qatar e all’inizio falsamente combattuto dagli USA, che anzi ne avevano favorito la nascita in funzione anti-Assad. Le bande dell’ISIS hanno in gran parte occupato le province di Raqqa e Deir-Es-Zor.
La provincia di Idlib nel Nord-Ovest è stata invece invasa da una coalizione di Al-Nusra (ramo siriano di Al-Queda), con Ahrar Al-Sham e altri gruppi minori, che si è data il nome di Esercito della Conquista (Jaish Al-Fatah), apertamente sostenuta dalla Turchia che faceva passare attraverso il confine rifornimenti e combattenti mercenari e fanatici provenienti da 90 paesi. La città di Aleppo, la più grande e ricca della Siria, era stata assediata dal 2012 e i jihadisti erano riusciti a penetrare in alcuni quartieri del centro.
La stessa capitale Damasco era bombardata con mortai dalle bande del Jaish Al-Islam, fedeli al Wahabismo saudita, la corrente più reazionaria dell’Islam, che erano riusciti ad infiltrarsi in alcuni sobborghi (Goutha occidentale ed orientale). Nel sud altre bande, in gran parte facenti capo ad Al-Nusra e ISIS, sostenute dalla Giordania ed Israele, agivano nelle province meridionali di Deraa, Quneitra e Sweda.
La controffensiva dell’esercito nazionale siriano, sostenuta dall’aviazione russa, aveva ottenuto importanti successi, come la riconquista della città storica di Palmyra (Tadmoor in arabo) e la liberazione di gran parte della zona intorno ad Aleppo, dove le bande che si erano infiltrate in alcuni quartieri della città, da cui bombardavano i quartieri “lealisti”, erano rimaste completamente circondate.
Ma invece di addivenire ad un accordo per un cessate il fuoco, che sembrava possibile, le varie potenze che hanno giurato di distruggere la Siria hanno rilanciato gli attacchi. Migliaia di mercenari potentemente armati sono affluiti dalla Turchia, attraverso la provincia di Idlib, unendosi ad Al-Nusra (che intanto ha cambiato nome in Failaq Al-Sham nel tentativo di far dimenticare di essere ufficialmente nell’elenco delle organizzazioni terroriste) ed attaccando Aleppo. Questa città martire, ormai priva di cibo, acqua, energia elettrica, è divenuta ancora una volta campo di battaglia, mentre la vergognosa propaganda di guerra dei mass media occidentali sfruttava la falsa immagine del bambino Omran per gettare al solito la colpa di tutti i presenti orrori sull’esercito di Assad e sui Russi.
Nel Nord le milizie curde, ormai divenute le truppe di terra di una coalizione diretta dagli USA, con la scusa di combattere l’ISIS, hanno “liberato” la città completamente araba di Manbij. Ma contemporaneamente i Curdi, scoprendo apertamente il loro doppio gioco, hanno attaccato la guarnigione dell’esercito siriano nell’importante città araba di Hassakeh. Gli aerei siriani non sono potuti intervenire perché esplicitamente minacciati di intervento dall’aviazione USA, cui i Curdi hanno concesso arbitrariamente l’uso di una base aerea su suolo siriano. E’ stata è così creata di fatto una “No Fly Zone” nel Nord della Siria.
Chi scrive ha appoggiato in passato le giuste rivendicazioni del popolo curdo recandosi anche nel Kurdistan varie volte, ma queste rivendicazioni non possono giustificare il fatto di mettersi al servizio – come mercenari – di potenze imperialiste che intendono distruggere i Paesi indipendenti del Vicino Oriente. L’avanzata curda ha provocato un nuovo disastro, quando le truppe turche, con l’aiuto di bande di mercenari turkmeni e jihadisti, con la scusa di combattere DAESH e contemporaneamente di frenare l’avanzata USA-curda, hanno invaso la Siria occupando la città di frontiera di Jarabulus. Si sta quindi realizzando il vecchio sogno di Erdogan di creare una fascia cuscinetto nella Siria del Nord occupata dall’esercito turco. E’ auspicabile che i Russi, cui Erdogan ha cercato di riavvicinarsi dopo lo strano tentativo di “colpo di Stato” subito fallito in Turchia, non si facciano turlupinare come fece l’ex-Presidente Medvedev nel 2011 nel caso dell’attacco della NATO alla Libia.
In quest’ultimo Paese – sempre con la scusa di combattere l’ISIS – proseguono le illegali operazioni militari, più o meno nascoste, di USA e Paesi UE (tra cui anche l’Italia), in realtà condotte allo scopo di rafforzare l’alleato “governo” Serraj di Tripoli, legato alla Fratellanza Musulmana, ed indebolire il governo laico di Tobruk, sostenuto dall’Egitto, che continua a non riconoscere Serraj e condanna tutti gli interventi militari stranieri.
D’altra parte proseguono su scala mondiale le grandi manovre contro chiunque cerchi di opporsi al predominio dell’imperialismo USA, del sub-imperialismo subordinato della UE, e dei loro alleati locali come l’orribile monarchia wahabita-saudita, che – da parte sua – continua a massacrare l’eroico popolo dello Yemen, che continua bravamente a resistere.
Si moltiplicano le provocazioni alle frontiere europee della Russia, nei Paesi baltici come in Crimea. Nell’ambito della strategia “Pivot to Asia”, gli USA rafforzano le loro guarnigioni e flotte nel Pacifico che circondano la Cina; cercano di tirare dalla loro parte, con pressioni di vario genere, anche Paesi come il Vietnam (quanto mutato dai tempi eroici della resistenza!) ed il Myanmar (ex-Birmania), quest’ultimo tradizionalmente in buoni rapporti con la Cina. I Cinesi non si lasciano intimorire e stringono un accordo militare con il governo Assad, carico di promesse.
Ma che succederà quando a novembre dovesse diventare prima Presidente USA donna la guerrafondaia Hillary Clinton (quella che chiedeva l’attacco militare alla Siria, appoggiava il colpo di Stato di Piazza Maidan in Ucraina, e metaforicamente ballava sul cadavere di Gheddafi schignazzando con le sprezzanti parole:”I came, I saw, He died”)? Ancora oggi in settori della pseudo-sinistra italiana c’è chi tifa per la “Killary”, perchè ha orrore del folkloristico Trump, accusato tra l’altro di voler dialogare con Putin e di aver sostenuto l’ultimo governo legale dell’Ucraina spazzato dal colpo di Stato. Per fortuna Siriani, Iracheni, Libici, Yemeniti, Libanesi continuano a resistere e Russia, Cina, Iran vigilano. La partita è aperta.
Vincenzo Brandi

L’Unico popolo

L'ESERCITO PIU' MORALE DEL MONDO

“L’Unico popolo non è ciò che deve essere, Uno, Unico e Universale, quando ci sono altri popoli. Esso si inganna sul proprio conto se ci sono dei popoli felici e possenti, e, per non abbattersi completamente, per non disperarsi, deve restare tanto più energicamente fedele all’idea della sua Unicità ed inebriarsi nella propria convinzione che gli altri popoli sono ingiusti – ma essi sono ingiusti per il solo fatto di esistere come popoli, di esistere cioé sotto l’apparenza dell’essenza del popolo, il cui principio spetta invece solo al popolo Uno e vero.
La durezza, la rozzezza, la ferocia e la crudeltà erano e dovevano essere le caratteristiche specifiche di questo popolo nelle sue guerre, poiché esso combatteva contro popoli che, ai suoi occhi, erano assolutamente privi di legittimità.
Si è parlato del valore militare degli ebrei: ma il valore militare, cioé la calma e la tranquillità nel mezzo della battaglia, la coscienza di combattere per uno scopo che si sa essere garantito e illeso anche nel caso in cui si soccomba come singoli o qualora la sorte decida sfavorevolmente l’esito di una battaglia – questo valore militare si ritrova solo fra i Greci e i Romani. Ciò che è stato chiamato il valore militare degli ebrei non era altro che uno slancio selvaggio contro un’opposizione ingiustificata, furore dell’annientamento, il fuoco divoratore dello spirito animale, uno slancio senza ritegno e smisurato, al quale, in caso di cattiva sorte e insuccesso, segue un avvilimento altrettanto senza ritegno, e quindi, di nuovo, un altrettanto energico levarsi all’idea della prerogativa esclusiva del popolo.”

Da La questione ebraica (1843), di Bruno Bauer, Manifestolibri, 2004, p. 81.
Qui potete trovare una breve nota biografica relativa all’autore.

PULIZIA ETNICA