Per una critica del radicalismo liberale

immaginesinistramurosam“Il radicalismo liberale postmoderno è l’unico e solo totalitarismo del nostro tempo storico e per legittimarsi strumentalmente come suo contrario, ossia come “religione identitaria salvifica” apportatrice di “libertà” e di “democrazia”, deve costruirsi un vero e proprio “bestiario” di eterogenei nemici ideologici, di volta in volta identificati nel nazionalismo di matrice anti-coloniale (il moderno, ma incline al recupero di elementi riconducibili a determinate specificità culturali tradizionali, soprattutto religiose, di popoli e nazioni, patriottismo solidaristico dei movimenti di liberazione antimperialisti del XX secolo), nel socialismo come teoria economica e come laborioso, difficoltoso e non privo di contraddizioni e di interessanti risvolti troppo spesso misconosciuti, processo di apprendimento finalizzato alla costruzione di moderne società postcapitalistiche, nel Tradizionalismo metafisico alla radice della cultura e dell’identità europea, nella spiritualità tradizionale cristiano-ortodossa quale vettore del patriottismo neobizantino, nell’eurasiatismo come originale “Quarta Teoria Politica” alternativa alla società liberale tecno-mercantile, al comunismo utopico e al fascismo storicamente concretizzatosi, nell’Islam (in particolar modo nello sciismo rivoluzionario, ma non solo) come fattore identitario di resistenza anti-coloniale e antimperialista (Iran, resistenza nazionale libanese, resistenza nazionale palestinese, ecc.). Inoltre, il crollo del comunismo storico novecentesco, avvenuto in Europa tra il 1989 e il 1991, ha contribuito all’innesco di un conflitto ideologico tra liberalismo totalitario contemporaneo, uscito “vittorioso” dalla pressoché cinquantennale confrontazione bipolare USA-URSS, e le varie ipotesi di Rivoluzione Conservatrice, una corrente di pensiero marginalizzata dopo il 1933 e ritornata di attualità, principalmente in Russia ma non solo, come alternativa “tradizional-socialista” sia al modello di liberalismo concretizzato sia al comunismo come utopico, messianico e apocalittico determinismo storicista di proletarizzazione sociale integrale, nonché tra Rivoluzione Conservatrice e residui, più o meno organizzati, del pensiero di sinistra novecentesco (sia nella variante veteromarxista, sia nella variante trasformistico-postmoderna).
Gli esiti di questo conflitto ideologico sono incerti (essendo il futuro imprevedibile per definizione), ma il dato imprescindibile è quello concernente il fatto che fino a quando le sinistre persevereranno nel proprio settarismo centrato sulla sacralizzazione della simulazione dicotomica destra/sinistra e privilegeranno il confronto e l’alleanza politica con i liberali e i “democratici” in chiave genericamente “anti-destra”, “anti-populista” e “antifascista” (in totale assenza di fascismo), il capitalismo americano e la globalizzazione di McMondo avranno già vinto, a causa dell’inesistenza di un coerente e praticabile progetto politico, ideologico, culturale e programmatico alternativo. La sinistra infatti non rappresenta, oggi come in passato, un campo di azione politica alternativo al capitalismo in nome della costruzione di una società socialista. Storicamente infatti, socialismo e sinistra non sono definizioni coincidenti.
(..)
napolitano-dalema-e-occhettoIl comunismo storico novecentesco dunque, levatosi miseramente dai piedi (in Europa) nel 1989, lasciò dietro di sé una scia di riciclati e convertiti al dogma liberaldemocratico anglosassone, rappresentanti, oggi, a livello continentale, l’espressione del più triste e marcescente degrado intellettuale e politico, generalmente e giornalisticamente indicato come «cultura di sinistra». Tuttavia, l’affermazione, in Europa, dopo il 1991, di una «cultura di sinistra» espressione di élite postcomuniste convertitesi al liberalismo anglosassone (adesione degli ex piccisti alla vulgata filosofica rappresentata da Hannah Arendt, Popper, Rawls, Bobbio, Habermas, allo scetticismo liberale, ecc.) o al radicalismo postmoderno (attraverso l’adozione, da parte dei gruppi sedicenti antagonisti o della stessa maggioranza del Partito della Rifondazione Comunista, dell’anarchismo postoperaistico e ultralibertario di Toni Negri) non può essere ricondotta alla categoria politica di «tradimento» (trahison des clercs) bensì più propriamente a quella filosofica di nichilismo (fine dell’hegelismo e sconfitta della filosofia, trionfo dell’ultimo uomo nicciano, ecc.), a quella politica di «opportunismo mercenario» e a quella psicologica di «mancata elaborazione del lutto» (per la fine del comunismo storico novecentesco e, soprattutto, per la supposta mancata attuazione dei propositi di «rivoluzione anarco-individualistica» e di liberalizzazione integrale dei costumi borghesi contenuti nel movimento del Sessantotto).
La sinistra odierna non si stanca di tributare sperticate lodi a quelle che definisce le «virtù del mercato globale senza frontiere e di ogni forma di affrancamento da appartenenze e identità date (comprese quelle sessuali)». La sinistra è il fattore di riproduzione, nella cultura, attraverso il Politicamente Corretto, della società liberale tecno-mercantile. La sinistra, nelle sue varianti liberaldemocratica, radicallibertaria e paleocomunista, combatte strenuamente la destra cosiddetta «reazionaria » (monarchici, clericali, fascisti) quando quest’ultima categoria politica, con i suoi apparati partitici e burocratici, è dileguata a seguito della stagione del Sessantotto, polverizzata dal travolgente incedere del capitalismo speculativo (americano), un capitalismo liberale totalmente incompatibile con ogni soggettività, fondamento storico-culturale e abitudine tradizionalista.
(…)
Il socialismo non aveva nulla a che spartire con la filosofia (e la mitologia) del progresso così come la costruzione di un impero tradizionale tellurocratico eurasiatico (il suolo prima del sangue) aveva nulla a che vedere (e anzi si situava in perfetta antitesi) con la categoria del moderno nazionalismo etnocentrico (il sangue prima del suolo) di impronta sciovinista (e inevitabilmente liberale). La democrazia liberale, a sua volta, è l’autogoverno dei ceti ricchi, proprietari, integrati, cosmopoliti e borghesi. Un regime crematistico-oligarchico che consente (e talvolta, subdolamente finanche agevola, al preciso scopo di autolegittimazione) il pluralismo delle opinioni individuali nell’ambito della chiacchiera televisiva, giornalistica e amicale ma che non tollera forme politiche organizzate di resistenza, critica incompatibile e opposizione a esso. I democratici liberali (di destra e di sinistra) definiscono infatti «comunismo», «fascismo» e «populismo» qualsivoglia proposta ideologica, culturale, politica e programmatica di alternativa pubblica alla cosiddetta democrazia di libero mercato e libero desiderio consumistico (perché, in regime di liberalismo reale, lo spazio pubblico è integralmente appaltato ai fautori della perpetuazione del sistema demoliberale vigente e le critiche non compatibili possono essere tollerate esclusivamente nel momento in cui restano confinate alla dimensione privata, individuale).
La democrazia patriottica (sia nella sua variante moderata di democrazia sovrana sul modello patrocinato da Vladimir Putin in Russia, sia nella sua variante radicale di democrazia organica tratteggiata dagli eurasiatisti quali Aleksandr Dugin) intesa come potere popolare di indirizzo politico della comunità storica di appartenenza, sia essa una comunità nazionale o nazional-statale, è un’ideologia e un processo politico decisamente difforme dalla democrazia liberale. Il potere popolare infatti ha nulla a che vedere con la democrazia liberale perché i ceti popolari, tradizionalmente orientati alla spiritualità religiosa degli avi (le Tradizioni d’Europa descritte da Alain de Benoist in un libro pubblicato da Controcorrente nel 2006), al patriottismo ancestrale, radicale e comunitario, al socialismo nazionale (peronismo) e al nazional-populismo, nonché istintivamente conservatori dal punto di vista culturale, rifiutano, come estranei alla loro forma mentis, il liberalismo e il cosmopolitismo.
(..)
putinLo Stato liberale, con la sua malcelata e falsa pretesa di “neutralità politica” rispetto alle opinioni dei propri consociati, non fa che veicolare la «perdita dei riferimenti, il materialismo pratico e il nichilismo. La religione idolatrica del mercato (monoteismo del mercato), del denaro e delle “libertà individuali” veicolata dai liberali postmoderni, stermina i popoli, favorisce il dileguare delle differenze (di nazionalità, di religione, di classe, di genere) e sostituisce alle classi sociali indistinte moltitudini biopolitiche snazionalizzate, dedite esclusivamente alle variabili attitudinali dei flussi di desiderio e dei modelli di consumo consentiti nell’ambito della subcultura del nomadismo cosmopolitico della rete internet globale (World Wide Web).
Il celebre giornalista Massimo Fini ha scritto che, nel mondo postcontemporaneo, vi sono «due totalitarismi. Da un lato quello occidentale», egemonizzato da «coloro che hanno scelto un certo modello di sviluppo e vorrebbero imporlo al mondo intero, dall’altro quello jihadista che vorrebbe imporre la sua legge a tutti». Peccato che questi due totalitarismi siano di fatto alleati nella strategia americanocentrica di smantellamento di ogni fattore di resistenza all’incedere dei processi di fine capitalistica della Storia (e di ogni tentativo di elaborazione di una filosofia alternativa all’odierno pensiero dominante liberal-progressista) e che solo il primo (fondamentalismo liberale contemporaneo, di ascendenza illuministica e anglosassone) sia riconducibile alla categoria di totalitarismo (un totalitarismo tecnomercantile, sentimentalistico e pubblicitario non repressivo, espressione della società liquido-moderna) mentre il secondo, (il jihadismo di ascendenza wahhabita) non sia che una risorsa d’intelligence, in funzione anti-europea, anti-russa, anti-cinese e anti-iraniana, dell’attuale totalitarismo neoliberale.
L’affermazione, in Europa, di una precaria quanto pervasiva e unificante cultura politica mondialista americanocentrica di questo tipo non è che la dimostrazione di quanto, nell’era del capitalismo assoluto e della relativa «impotenza della filosofia» come «invito alla trasformazione del mondo», quello di Europa sia ormai un concetto geopolitico e, soprattutto, culturale, tramontato e precipitato nell’abisso della subalternità e dell’asservimento coloniale. Il radicalismo liberale postmoderno unifica “destra” e “sinistra” in nome dell’antropologia della fine capitalistica della Storia. Esso è la cultura politica funzionale all’affermazione dell’“Idea di America” e alla negazione dell’“Idea di Europa” e dell’“Idea di Eurasia”.”

Dalle considerazioni conclusive in L’immagine sinistra della globalizzazione. Critica del radicalismo liberale, di Paolo Borgognone, Zambon editore, 2016, pp. 1015-1024.

Paolo Borgognone, nato nel 1981 in provincia di Cuneo, membro del comitato scientifico del CIVG, è autore di diversi saggi, tra cui una trilogia sul tema della “disinformazione strategica” ed il controverso e discusso Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche.

Le stagioni del Donbass

“Oggi Sara Reginella presenta un video intervista, “Stagioni del Donbass” che contiene tre testimonianze: dello scrittore Nicolai Linin, del giornalista Eliseo Bertolasi e del vignettista Vauro, corredate di filmati originali. Lo spirito dell’opera è quello che Sara ha sempre sostenuto (ed io con lei): un approccio non dogmatico, senza connotazioni ideologiche, con la verità esposta semplicemente nella sua evidenza ed in presa diretta. Gli intervistati sono altrettanti Virgilio che conducono uno spettatore che, magari, non sia nemmeno in grado di trovare l’Ucraina in un carta muta dell’Europa, nell’inferno della guerra civile del sud est. Per la chiarezza, per il coinvolgimento emotivo che suscita, per la fluidità narrativa “Stagioni del Donbass” è il film documentario ideale da mostrare all’amico o al parente che nulla sa del conflitto e che vuole farsene una prima idea.”

Da Le stagioni del Donbass di Marco Bordoni.

Forme della schiavitù

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“La stragrande maggioranza di noi ha accettato ormai come normale il fatto di vivere in una società dominata dal capitale, e non ha niente da contestare se qualche singolo individuo arriva a possedere beni e ricchezze superiori a quelli di cui possano disporre decine o centinaia di milioni di suoi simili. (Proprio di ieri la notizia che i 62 uomini più ricchi del mondo possiedono averi pari a quelli a disposizione dei 3.600.000.000 più poveri. La Francia di Maria Antonietta prima della Rivoluzione al confronto era un Paese socialista!)
Non mi soffermerò troppo su altri termini che abbiamo, volenti o nolenti, accettato come caratterizzanti la società in cui viviamo: da Individualismo e Consumismo fino a Usa e Getta e Shopping, né su altri termini che abbiamo finito per accantonare e relegare in un cantuccio: Stato Sociale, Diritti dei Lavoratori, Ruolo dello Stato nell’Economia, Uguaglianza, Solidarietà, Coscienza di Classe.
Forse, se ci fossimo opposti per tempo all’accettazione passiva del primo gruppo, e avessimo combattuto per salvare il secondo, la qualità della nostra vita sarebbe oggi un po’ migliore, come lo era quella della generazione che ci ha preceduto, che certe distinzioni le conosceva ancora.
Invece prosegue da decenni lo smantellamento dello Stato a favore di tutto ciò che sia privato. E nessuno sembra più in grado di obiettare che lo Stato, nel bene e nel male, rappresenta e comprende tutti noi, mentre il privato rappresenta solo sè stesso e i propri interessi.
Ci viene chiesto di accettare una progressiva Cessione di Sovranità, ma tale cessione non avviene da parte dello Stato Nazionale a favore di uno Stato Europeo che lo sostituisca nelle sue funzioni e che rappresenti tutti i cittadini d’Europa, bensì nei confronti o di una potenza straniera che da 70 anni occupa militarmente i territori europei, o nei confronti di istituzioni (Banche Centrali, Fondi Monetari Internazionali, Banche Mondiali) che questa stessa potenza e le lobbies di privati che la controllano hanno contribuito a creare.
Completiamo finalmente questa analisi con il termine che più di tutti ci ricollega alla “schiavitù” di cui sopra: il Debito.
Ogni persona onesta (e sono la maggioranza, nonostante tutto) se si trovi ad avere un debito si sentirà in dovere di fare tutto il possibile per saldarlo. Ed ecco che da alcuni anni i media ci ricordano con insistenza assai sospetta che siamo tutti in debito.
In pochi hanno compreso che si tratta di una delle più grandi truffe della storia umana.
Il debito attraverso il quale veniamo messi quotidianamente in soggezione infatti altro non è che la Moneta stessa.
Questo è il vero capolavoro della neolingua! Avere una stessa, unica, quantità numerica ed esprimerla con due termini differenti e dai significati opposti: moneta nella sua accezione positiva e debito in quella negativa.
(Alcuni tra coloro che hanno capito l’inganno hanno coniato il termine Moneta-Debito. Ma attenzione, in questo caso non si tratta di un vocabolo della nostra neolingua, e sui media tradizionali non ne troverete traccia. Il termine è in uso solo presso i soliti incorreggibili complottisti.)
In definitiva, avendo l’Europa delegato l’emissione di moneta ad una Banca Centrale posseduta da privati, questa stampa le banconote e ce le da in prestito. E noi ogni anno paghiamo miliardi di interessi a chi ci presta … i nostri soldi.
Il debito quindi è tecnicamente impossibile da estinguere, almeno fino a quando non riuscissimo a sostituire la moneta-debito con una Moneta Sovrana (altra espressione di cui è sconsigliato l’uso, altrimenti troppa gente inizierebbe a chiedersi perché la nostra moneta non sia sovrana), come era la Lira fino al momento della separazione tra Banca d’Italia e Tesoro.
Henry Ford ebbe ad affermare: “Meno male che la popolazione non capisce il nostro sistema bancario e monetario, perché se lo capisse, credo che prima di domani scoppierebbe una rivoluzione.””

Da Breve Dizionario in Neolingua. Quanto la società dell’Occidente assomiglia a quella descritta nelle opere di Orwell? di Cesare Corda.

L’Europa ha disperatamente bisogno di un cambio di regime

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“Tutto questo mi dice una cosa: l’Europa è completamente fallita, moralmente ed intellettualmente. Spesso sentiamo parlare della cosiddetta “civiltà europea” o dei “valori europei”, ma sono frasi senza senso. Se l’Europa moderna avesse dei reali valori di civiltà sarebbe stata capace di affrontare la crisi dei rifugiati. Diavolo, argomenterei perfino che, se l’Europa avesse un qualsiasi valore reale, questa crisi non sarebbe accaduta, tanto per incominciare, semplicemente perché la Unione Europea non sarebbe stata una complice così volenterosa dei grandi schemi statunitensi per la destabilizzazione di tutto il Magreb ed il Mashrek. Proprio come un corpo in salute può far fronte a traumi ed infezioni che sarebbero devastanti per un corpo infettato dall’HIV, così una società in salute può affrontare problemi molto maggiori rispetto a quelli attualmente di fronte all’Europa, ma ciò richiede un “sistema immunitario” intellettuale, morale e spirituale, cioè un qualcosa di cui l’Europa odierna manca completamente.
Quello di cui l’Europa oggi ha disperatamente bisogno è un cambio di regime. E non intendo affatto “regime” in senso cattivo, lo intendo piuttosto in senso di cambio di “sistema”. Proprio come gli USA, a proposito. Sia in USA che in Europa, il sistema politico è marcio fino all’osso, e non ha senso mettere una persona diversa, potenzialmente appena migliore, a capo di un sistema o regime inguaribilmente cattivo. Gli europei del nord erano soliti guardare dall’alto in basso i loro vicini del sud, ma adesso sono coinvolti anche loro dal caos prodotto da un sistema politico completamente disfunzionale: dalla Grecia alla Norvegia, il caos è ovunque.
Per quanto riguarda il problema della immigrazione, credo che sia un affare concluso e niente lo fermerà. L’Europa “Bianca” è finita, è storia. Quei partiti politici che promettono di fermare o invertire quel flusso stanno semplicemente mentendo al loro elettorato. Sì, certo, qualche politico può, una volta al potere, chiudere la “porta principale” suppergiù “tappando” i “buchi” principali che permettono agli immigrati di entrare, ma essi continueranno semplicemente ad arrivare attraverso l’entrata secondaria (potrei scrivere un intero articolo solo su questo). Si può paragonare questa situazione alla patetica “guerra alla droga”, altro futile tentativo di affrontare una “pressione osmotica” di gran lunga troppo grande per essere contrastata da qualsiasi confine o legge. In entrambi i casi, la pressione sociale ed economica è così immensa che non c’è nulla che possa fermarla (e, se credete nella economia capitalistica, allora la spiegazione è pure più semplice, è solo una questione di domanda e offerta: poiché il prezzo dell’ingresso sarà sempre più basso della domanda, l’offerta fornirà sempre le merci).
Suppongo che ci sia una certa eleganza karmica nella conquista dell’Europa da parte di coloro che hanno subito le sue politiche imperialiste e colonialiste (e aspettate finché gli Ucraini cominceranno ad entrare in massa!). Ma questo è solo in astratto. Nella realtà, gente innocente da entrambe le parti soffre a causa degli eventi scatenati dal loro nemico comune, la plutocrazia Anglo-Sionista che domina l’Impero. Finché questo fatto cruciale rimarrà inesprimibile, e perciò non espresso, la crisi continuerà e le vittime continueranno ad attaccarsi a vicenda invece di girarsi contro il loro nemico comune. È per questo che personalmente, per quanto possa essere arduo difendere questa posizione, io propongo ancora un’alleanza fra europei ed immigrati contro coloro che cercano di distruggere il continente europeo, il Magreb ed il Mashrek. I fanatici wahabiti in Siria, i teppisti immigrati di Colonia, la mafia kosovara, i neo-nazisti della Germania (e dell’Ucraina), i “Lupi Grigi” della Turchia, sono tutti strumenti nelle mani dello stesso padrone che cerca solo di dividere per governare. La buona notizia è che tutte queste forze sono composte sempre da una minoranza di teppisti, e ciò lascia aperta la porta alla possibilità di una unione della gente perbene ed onesta in difesa del loro interesse comune.”

Da Qualche pensiero sconnesso sui fatti di Colonia di The Saker.

Dialoghi sull’Europa e sul nuovo ordine mondiale

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“Infatti, così come dice che «la democrazia ateniese non sarebbe stata possibile con una guarnigione persiana sull’acropoli», Preve ritiene pure che oggi non sia possibile in Europa avere i mezzi per praticare pubblicamente una filosofia critica (ossia una filosofia che sia tale e non pura ideologia, anche se rimane sempre un quantum di componente ideologica che non può essere eradicato dal pensiero filosofico) finché sussistano sul territorio europeo le basi militari americane, la cui presenza soft, non deve ingannare: si tratta della garanzia ultima che il nostro paese rimanga permanentemente subalterno, sul piano culturale non meno di quello politico od economico. Infatti a nessuno è concesso di introdursi nei gangli degli apparati di potere così come nei luoghi illustri della produzione intellettuale se è in aperto contrasto con quella ferma dominazione, che è tanto discreta e ‘vellutata’ presso di noi quanto si manifesta aperta e brutale in altre aree del mondo.
L’antiamericanismo di Preve – e la correlata ostilità al paese che costituisce nello scacchiere mediorientale la testa di ponte dell’egemonia occidentalista, ossia Israele – non è dovuto ad un pregiudizio ideologico e neppure ad una assolutizzazione della chiave di lettura geopolitica, che pure Preve ritiene giustamente essenziale, ma non in sé esaustiva. Preve è antiamericano perché è anticapitalista. Egli sa benissimo, come tutti, che il modo di produzione capitalistico non è certo nato negli Stati Uniti e inoltre che esso è fondamentalmente un “processo senza soggetto” che di suo – cioè se non incontra una strenua resistenza – tende a scardinare e progressivamente omologare a sé ogni altra forma eterogenea di organizzazione sociale ed economica. Tuttavia è negli USA che il capitalismo ha raggiunto il suo culmine identificando con se stesso l’intera società. È là che il capitalismo è entrato nella fase speculativa del suo sviluppo dialettico, ha inverato cioè la sua essenza fino al punto di rispecchiarsi in se stesso come forma compiuta. È dunque a partire da là che si diffondono nel mondo i tratti di un capitalismo assoluto-totalitario, stabilitosi come una sorta di orizzonte ‘naturale’ intrascendibile, che fa sembrare ogni proposta di alternativa sistemica una pretesa assurda e ogni altra forma di organizzazione socio-economica con cui entra in attrito un intralcio atavico da spazzar via al più presto.
Anche se le centrali del capitalismo possono essere dislocate altrove (la più classica è la City di Londra), allo stato attuale delle cose, sono gli Stati Uniti, con gli alleati NATO come corollari, in virtù della loro forza militare e del suadente colonialismo culturale, ad essere il più potente e pericoloso ‘agente di trasmissione’ mondiale di questo vero e proprio virus sociale, portatore di sfruttamento, accaparramento inconsulto di risorse, mercificazione di tutti i rapporti sociali, alienazione della condizione umana. ”

Dall’introduzione di Stefano Sissa a Dialoghi sull’Europa e sul nuovo ordine mondiale, di Costanzo Preve e Luigi Tedeschi, edizioni Il Prato, pp. 542, 2015.
Questo è il terzo dei libri di dialoghi tra Costanzo Preve e Luigi Tedeschi che costituiscono altrettante fasi di un percorso ideale iniziato nel 2002, teso alla interpretazione del nostro tempo, analizzato al fine di rinvenire in esso le radici storiche e filosofiche da cui è derivata l’era della globalizzazione, vissuta da larga parte dell’umanità come un eterno presente senza storia. Sulle ceneri delle ideologie novecentesche, in questi dialoghi viene analizzata la nuova antropologia umana scaturita dall’avvento del capitalismo globalista, che comporta l’assoggettamento della totalità dei rapporti umani alla “forma merce”.
Questi dialoghi vogliono essere anche e soprattutto una forma di primaria resistenza etica e culturale alla omologazione mercatista del capitalismo assoluto.
Costanzo Preve non è più tra noi dal novembre 2013. Egli ci lascia in eredità un pensiero, la cui fecondità è data dalla estrema potenzialità (per ora utopica), di sviluppi culturali e politici, validi per costruire la società del futuro.

Gli Stati Uniti sono il nostro nemico

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Colonie

Chi fa esplodere i Paesi alle porte di casa nostra, Ucraina, Libia, Siria, se la ride mentre noi ci scanniamo attanagliati in uno scrupolo morale senza soluzione, ovvero se sia lecito respingere milioni di profughi che si accalcano disperati alle nostre frontiere.
E’ sacrosanto dire che la Russia non è il nostro nemico, ma non basta più. Oggi bisogna dire chiaramente che Obama ci ha attaccato con le sue guerre ibride per spogliarci di ogni rimanente ricchezza ed asservirci ancora di più, sottomettendoci ad una colonizzazione morale, culturale, ideologica, economica politica e militare.
Un caso può essere frutto di pianificazione difettosa, due casi possono essere spiegati con la semplice stupidità, ma tre casi identici e contestuali dimostrano una strategia coerente (e poi che gli è andata male in Egitto, o staremmo già combattendo nelle nostre strade): gli Stati Uniti sono il nostro nemico.
I popoli europei devono combattere una guerra di indipendenza quasi impossibile, ma vitale.
Abituiamoci all’ idea, ripetiamocelo ogni giorno, cerchiamo di sensibilizzare le persone intorno a noi. Basta infingimenti, basta equivoci: gli Stati Uniti sono il nostro nemico.
Ilio Barontini

Fonte

Il più esplosivo cocktail da guerra mondiale

566cb29ec361887e358b45dd“Stiamo per cacciarci in un’altra guerra per il petrolio in Medio Oriente, questa volta anche con possibili sviluppi nucleari. Guerre per gli idrocarburi ce ne sono state da più di un secolo, fin dagli albori dell’era petrolifera, ai tempi della Prima Guerra Mondiale. Quella attuale promette però di essere di un ordine di grandezza tale da cambiare l’aspetto politico del mondo in modo assai spettacolare e distruttivo. In un certo senso è una guerra saudita, fatta per ridisegnare i confini nazionali usciti dall’accordo Sykes-Picot del 1916, la famigerata spartizione dell’Impero Turco ottomano in disfacimento. Lo stupido scopo di questa nuova guerra è quello di mettere i campi petroliferi e i relativi oleodotti in Iraq e Siria, e magari anche un’ulteriore fetta di territorio, sotto il controllo diretto dell’Arabia Saudita, con il Qatar e la Turchia di Erdogan complici del crimine di Riyadh. Sfortunatamente, come in tutte la guerre, non ci saranno vincitori.
Tanto per cominciare, il maggior perdente sarà l’Europa, come lo saranno gli attuali cittadini di Iraq, Siria e i Kurdi turchi e siriani, popolazioni assai differenti fra loro. Il “Sultanato” turco di Erdogan sarà distrutto, con grandi perdite di vite umane, e il regno pre-feudale di Re Salman perderà tutta la sua influenza nello scacchiere internazionale. Cadranno per primi in una trappola mortale, accuratamente preparata per loro dalla NATO.
Occorre guardare in modo più approfondito agli elementi ed ai personaggi chiave nella preparazione di questa nuova guerra, una guerra che arriverà molto probabilmente entro l’estate del 2016.
I giocatori principali, in questo perfido groviglio di menzogne e tradimenti ubiquitari, sono quattro gruppi, assai numerosi, ciascuno con i suoi propri obbiettivi.
Nel primo gruppo si trova il regno ultra conservatore, wahabita e sunnita, dell’Arabia Saudita, governata da Re Salman e dal figlio di 31 anni, l’eccentrico e irruente Ministro della Difesa, Principe Salman; vi è poi il bellicoso regime turco del Presidente Recep Tayyp Erdogan, dove il ruolo chiave spetta ad Hakan Fidan, a cui fanno capo i servizi di intelligence (MIT – Milli Emniyet Hizmeti) e infine il DAESH, chiamato anche impropriamente Stato Islamico (IS), una malcelata estensione dell’Arabia Saudia wahabita, finanziato da capitali sauditi e qatarioti, sostenuto e addestrato dal MIT di Fidan. A questi si è recentemente aggiunta l’appena annunciata “Coalizione Islamica contro il Terrore”, formazione saudita di 34 Stati con base a Riyad.
Il secondo gruppo è rappresentato dal legittimo governo siriano di Bashar al-Assad, l’esercito e le altre forze siriane a lui fedeli, l’Iran sciita e il 60% dell’Iraq sciita, assediato dallo stesso Stato Islamico. Dal 30 settembre il fattore sorpresa è costituito dalla Russia di Putin, con la sua coraggiosa campagna militare a sostegno di Assad. Questo secondo gruppo, che combatte in Siria contro il DAESH e gli altri gruppi terroristi anti-regime, comprende, in diversa misura, anche Iran e Iraq, alleati di Assad, inclusi gli Hezbollah sciiti, sostenuti da Teheran. Da quando la Russia è scesa in campo, il 30 settembre, a fianco di Assad, legittimo Presidente siriano, le sorti in campo del regime di Damasco sono migliorate moltissimo
Poi viene l’Israele di Netanyahu, che inganna allegramente tutti quanti mentre porta avanti i suoi progetti in Siria. Netanyahu ha appena stretto una pubblica alleanza sia con l’Arabia Saudita di Salman che con la Turchia di Erdogan. Aggiungeteci la recente scoperta israeliana di “enormi” riserve petrolifere nelle Alture del Golan siriane (sotto occupazione), giacimenti illegalmente rivendicati e scoperti, pare, dalla consociata israeliana di una piccola e sconosciuta compagnia-ombra petrolifera del New Jersey, la Genie Energie, nel cui consiglio di amministrazione si trovano Dick Cheney, Lord Jacob Rothschild e l’ex direttore della CIA James Woolsey.
Il quarto gruppo gioca per il momento il ruolo più ingannevole ed astuto di tutti quanti. E’ capeggiato da Washington e sta usando Francesi, Inglesi e Tedeschi per compiere azioni militari in Siria. Washington sta preparando una rovinosa trappola che condurrà gli incauti Sauditi, i Turchi e gli altri loro alleati wahabiti ad una bruciante sconfitta in Siria e Iraq, che verrà senza dubbio chiamata la “vittoria sul terrorismo” e la “vittoria del popolo siriano”.
Unite il tutto, agitate vigorosamente e avrete gli ingredienti per il più esplosivo cocktail da guerra mondiale dal 1945 in poi.”

Erdogan, Salman e l’imminente guerra “sunnita” per il petrolio, di William F. Engdahl continua qui.