Venezuela, alle elezioni di aprile il popolo deve votare senza interventi esterni

Strana dittatura quella venezolana. Sembra in effetti lo Stato al mondo con la maggiore densità di appuntamenti elettorali negli ultimi vent’anni. E il prossimo sarà davvero decisivo. Eppure, bizzarramente, i paladini della democrazia che siedono a Washington o Bruxelles, non sono affatto contenti che all’inizio di aprile il popolo venezolano sia chiamato a decidere chi sarà il presidente del Paese nei prossimi quattro anni. Forse perché sanno che, con ogni probabilità, il prescelto sarà nuovamente Nicolas Maduro Moros. Una vecchia abitudine, questa di voler “manipolare” le elezioni altrui, ricordata per esempio nel bel film di Steven Spielberg attualmente in circolazione, The Post.
Ho avuto occasione di recarmi in Venezuela l’11 dicembre per le elezioni comunali e ho potuto riscontrare una situazione di tranquilla normalità. Ordine pubblico e pace sociale garantiti dopo il tentativo di insurrezione messo in scena dalla destra, che tuttavia è costato molte vittime, buona parte delle quali presunti sostenitori del governo, membri delle forze dell’ordine e ignari passanti. Mercati aperti e situazione dell’approvvigionamento migliorata grazie alle misure messe in atto che prevedono una più precisa disciplina per gli operatori economici al fine di evitare le speculazioni. Domenica pomeriggio ho visitato un quartiere popolare venuto in essere di recente con la costruzione di varie centinaia delle centinaia di migliaia di appartamenti costruiti dall’amministrazione chavista, verificando l’esistenza di un compatto ed entusiasta sostegno al governo Maduro tra la gente di quel quartiere, uguale a tanti altri del Venezuela.
Consenso del resto confermato dall’esito delle elezioni comunali che hanno visto la vittoria del PSUV in molte città e che in precedenza era stato espresso in occasione delle elezioni regionali e prima ancora di quelle per l’Assemblea costituente. Di fronte a questa sequela di vittorie del chavismo molti stanno letteralmente perdendo la testa. Innanzitutto ovviamente i dirigenti della destra venezolana antisistema (che paradossalmente sono quelli che ottengono più credito in Occidente), sempre più divisi fra di loro e brancolanti nel buio, e sempre più inferociti per la perdita dei loro enormi privilegi che non è certo finita con l’avvento del chavismo, ma si sta concretizzando sempre di più nell’inevitabile e giusta prospettiva di un autentico socialismo.
Poi, gli autentici padroni del circo, e cioè i governanti di Washington, con il “bullo” Trump che segue alla lettera le indicazioni del più lucido Rex Tillerson, che ovviamente non si rassegna alla perdita degli enormi giacimenti petroliferi del Paese, e minaccia l’intervento armato. Sanno del resto di avere, almeno apparentemente, recuperato qualche posizione in America Latina, con le “strategie” di attacco giudiziario (il processo Lula o contro l’ex vicepresidente ecuadoriano Glass) o sul piano elettorale (con l’elezione di Macri in Argentina) o golpista classico (con il sospetto di brogli elettorali in Honduras e le violenze su decine di manifestanti in pochi giorni) e vorrebbero oggi completare la normalizzazione del subcontinente neutralizzando il chavismo e facendo tornare il Venezuela nella sua storica condizione semicoloniale.
Non credo tuttavia che possano riuscirci. Lo dico a ragion veduta dopo aver visitato il Paese a dicembre. Va capito in questo senso che i risultati elettorali, che ovviamente hanno enorme importanza, sono solo il riflesso di una condizione di accresciuta consapevolezza e organizzazione di milioni di venezolani. Un’enorme forza tranquilla che non si farà certo mettere fuori gioco da un personaggio come Donald Trump e meno ancora dalle sue marionette locali. Se però si dovessero concretizzare le minacce di intervento armato potremmo trovarci di fronte a un nuovo Vietnam in America Latina, con tremende conseguenze sulla pace nel mondo, dato anche il netto schieramento di Russia, Cina ed altri in appoggio al legittimo governo venezolano. Intanto gli Stati Uniti, spalleggiati dai loro valletti europei, tentano la carta della destabilizzazione economica mediante sanzioni che non hanno alcun fondamento e rappresentano gravi violazioni del diritto internazionale.
Ne tengano conto gli sprovveduti governanti europei e italiani. L’Italia ha importanti interessi in Venezuela sia per la presenza di un’importante comunità di emigrati che per gli accordi di cooperazione in essere per lo sfruttamento delle risorse energetiche ed in altri settori. Sarebbe ora che gli italiani disponessero di un governo la cui politica estera fosse mirata alla difesa degli interessi nazionali e non a seguire gli sconnessi deliri del governo statunitense. Speriamo che anche da noi le elezioni del 4 marzo portino un qualche miglioramento da questo punto di vista.
Fabio Marcelli

Fonte

Annunci

Una storia che Amazon non può raccontarti

Jeff Bezos, l’uomo più ricco della storia (ved. collegamento alla foto), fondatore di “Amazon” nonché proprietario del “Washington Post”, capofila della russofobia a stelle e strisce

“”Milioni di prodotti. Milioni di storie”. La voce suadente della pubblicità accarezza lo spettatore, mentre Amazon rivendica la propria imponente capacità di movimentare una enorme massa di merci. Le teste d’uovo dell’area marketing devono aver trascorso notti agitate davanti al loro MacBook, tracannando caffè americano e spremendosi le meningi, alla ricerca di una buona trovata. Il prodotto ti arriva presto, a casa o nel vicino Amazon locker, è vero. Ma per un’azienda la cui missione è lo stockaggio e la distribuzione delle merci non è certo facile vestirsi da principessa e dimostrare in modo credibile che c’è qualcosa di più oltre al grigiore degli scaffali e dei nastri trasportatori.
E allora le storie! Un prodotto non è solo un prodotto, ma è un pezzo della vita di chi lo acquista. E il suo racconto può sollecitare un’ampia gamma di sentimenti e passioni umane. Il desiderio di prevalere, di essere stimato, che passa attraverso l’acquisto di una macchina sportiva. Il bisogno di piacere e di sedurre, che passa per l’acquisto di un buon profumo. Per non parlare delle evidenti simbologie sessuali, chiamate in causa ogniqualvolta si promuove un prodotto alimentare da bere, addentare, succhiare.
Ma Amazon non è certo così gretta. Le “storie” che la sua pubblicità racconta al pubblico assumono risvolti etici, sono appelli al cuore: “mio figlio si sentiva diverso dagli altri bambini, ma con Amazon ho finalmente comprato delle forbici per mancini”. Rispettiamo le differenze, e diamo loro pari dignità. Siamo una ditta che innalza la bandiera dell’uguaglianza! Nessuno discrimini barbaramente i bambini mancini, o se la vedrà con il CEO di Amazon… In Amazon c’è la tua vita, c’è la storia della tua maternità o del tuo essere padre, c’è il sorriso di tuo figlio e il suo odore inconfondibile. Ripetuto per milioni di utenti, fa milioni di storie.
C’è un primo, banalissimo inganno in questa pagliacciata. Amazon ti fa arrivare il prodotto, mica lo fabbrica. Quindi in che diamine di modo la tua storia, legata a quel prodotto, dovrebbe essere legata ad Amazon? Al massimo è legata all’azienda produttrice di quel prodotto, che Amazon ha contribuito a portarti.
L’altro inganno, più grave, è che la pubblicità occulta la storia del prodotto, proprio mentre pretende di raccontartela. Tutta la storia che hai diritto ad ascoltare è la storia del consumo. Sei un utente e un consumatore, del resto, e come tale ti riconosciamo, e devi tu stesso riconoscerti. Nella favola del capitale, non sei altro che un portafoglio, e tutto funziona. Ma è davvero tutta qui la storia? O c’è una storia che Amazon non può raccontarti?
La pubblicità non ci racconta certo le cronache delle aspre lotte sindacali e dei grandiosi scioperi dei lavoratori della logistica. Non ci racconta delle loro pessime condizioni di lavoro, non ci racconta in che modo Amazon può farti arrivare il prodotto: sfruttando il lavoro degli operai, costretti a ore di intensità folle, in cui percorrono a perdifiato chilometri all’interno del magazzino, o debbono restare a lungo fermi, ripetendo gli stessi pochi gesti, sottoposti al ritmo incessante del nastro trasportatore. Nella storia confezionata da Amazon, tutto questo non compare. Né compare la fatica della schiena del facchino, che a casa non può più prendere in braccio i figli per i dolori, ma i pacchi di Amazon è costretto a sollevarli!
E bisognerebbe risalire ancora più indietro, nella “storia” di quei “prodotti”. Agli operai che hanno estratto le materie prime, che le hanno lavorate. Ai lavoratori della conoscenza, che hanno progettato quel prodotto e le tecniche per produrlo. Agli altri operai, che lo hanno fabbricato. Ma tutto questo, nelle “storie” del capitale, è tenuto ben nascosto.”

Da Amazon, i prodotti hanno una storia? Oltre la menzogna pubblicitaria, di Senza Tregua.

Il vero libro esplosivo è a firma Trump

Tutti parlano del libro esplosivo su Trump, con rivelazioni sensazionali di come Donald si fa il ciuffo, di come lui e la moglie dormono in camere separate, di cosa si dice alle sue spalle nei corridoi della Casa Bianca, di cosa ha fatto suo figlio maggiore che, incontrando una avvocatessa russa alla Trump Tower di New York, ha tradito la patria e sovvertito l’esito delle elezioni presidenziali.
Quasi nessuno, invece, parla di un libro dal contenuto veramente esplosivo, uscito poco prima a firma del presidente Donald Trump: «Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti». È un documento periodico redatto dai poteri forti delle diverse amministrazioni, anzitutto da quelli militari. Rispetto al precedente, pubblicato dall’amministrazione Obama nel 2015, quello dell’amministrazione Trump contiene elementi di sostanziale continuità.
Basilare il concetto che, per «mettere l’America al primo posto perché sia sicura, prospera e libera», occorre avere «la forza e la volontà di esercitare la leadership USA nel mondo». Lo stesso concetto espresso dall’amministrazione Obama (così come dalle precedenti): «Per garantire la sicurezza del suo popolo, l’America deve dirigere da una posizione di forza».
Rispetto al documento strategico dell’amministrazione Obama, che parlava di «aggressione russa all’Ucraina» e di «allerta per la modernizzazione militare della Cina e per la sua crescente presenza in Asia», quello dell’amministrazione Trump è molto più esplicito: «La Cina e la Russia sfidano la potenza, l’influenza e gli interessi dell’America, tentando di erodere la sua sicurezza e prosperità».
In tal modo gli autori del documento strategico scoprono le carte mostrando qual è la vera posta in gioco per gli Stati Uniti: il rischio crescente di perdere la supremazia economica di fronte all’emergere di nuovi soggetti statuali e sociali, anzitutto Cina e Russia le quali stanno adottando misure per ridurre il predominio del dollaro che permette agli USA di mantenere un ruolo dominante, stampando dollari il cui valore si basa non sulla reale capacità economica statunitense ma sul fatto che vengono usati quale valuta globale.
«Cina e Russia – sottolinea il documento strategico – vogliono formare un mondo antitetico ai valori e agli interessi USA. La Cina cerca di prendere il posto degli Stati Uniti nella regione del Pacifico, diffondendo il suo modello di economia a conduzione statale. La Russia cerca di riacquistare il suo status di grande potenza e stabilire sfere di influenza vicino ai suoi confini. Mira a indebolire l’influenza statunitense nel mondo e a dividerci dai nostri alleati e partner».
Da qui una vera e propria dichiarazione di guerra: «Competeremo con tutti gli strumenti della nostra potenza nazionale per assicurare che le regioni del mondo non siano dominate da una singola potenza», ossia per far sì che siano tutte dominate dagli Stati Uniti.
Fra «tutti gli strumenti» è compreso ovviamente quello militare, in cui gli USA sono superiori. Come sottolineava il documento strategico dell’amministrazione Obama, «possediamo una forza militare la cui potenza, tecnologia e portata geostrategica non ha eguali nella storia dell’umanità; abbiamo la NATO, la più forte alleanza del mondo».
La «Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti», a firma Trump, coinvolge quindi l’Italia e gli altri Paesi europei della NATO, chiamati a rafforzare il fianco orientale contro l’«aggressione russa», e a destinare almeno il 2% del PIL alla spesa militare e il 20% di questa all’acquisizione di nuove forze e armi.
L’Europa va in guerra, ma non se ne parla nei dibattiti televisivi: questo non è un tema elettorale.
Manlio Dinucci

Fonte

Le promesse infrante della NATO: il tempo di ammettere che l’Occidente ha gravi responsabilità per le tensioni nell’Europa dell’Est

Danielle Ryan per rt.com

La questione se i leader occidentali abbiano promesso all’Unione Sovietica che la NATO non si sarebbe allargata verso Est è stata dibattuta per anni. Documenti recentemente declassificati dimostrano ciò che molti funzionari e studiosi occidentali hanno negato: una promessa è stata infranta.

I ricercatori del National Security Archive della George Washington University hanno elaborato 30 documenti che dimostrano che al leader sovietico Mikhail Gorbachov fu data “una serie di assicurazioni” che la NATO non avrebbe marciato verso Est.
Funzionari di alto profilo e studiosi di think tank hanno ripetutamente negato che tali assicurazioni fossero mai state fatte facendo sottintendere che i leader russi hanno dato libero sfogo alla fantasia e che la loro rabbia per la continua espansione della NATO fosse ingiustificata. Di recente, l’anno scorso, l’ex ambasciatore americano a Mosca, Michael McFaul, ha definito “un mito assoluto” il fatto che tali promesse fossero mai state fatte.
Non sono solo le informazioni appena declassificate a dare credito alla versione russa degli eventi. Gran parte delle informazioni che confermano la posizione della Russia è stata pubblica per anni. Semplicemente non è stata resa universalmente nota. Tuttavia, ci sono state persone che hanno esaminato le prove con un occhio imparziale.
La rivista tedesca Der Spiegel ha concluso fin dal 2009, basandosi sul proprio esame dei documenti e delle conversazioni con gli interessati, che: “… non c’era dubbio che l’Occidente ha fatto tutto il possibile per dare ai Sovietici l’impressione che l’appartenenza alla NATO era fuori questione per Paesi come la Polonia, l’Ungheria o la Cecoslovacchia”.
Per capire come tutto questo fosse così importante per Mosca e come abbia contribuito alle recenti tensioni in Europa, è importante capire il contesto storico. Continua a leggere

Il milite ignoto

La Casa Bianca ha omesso, da un rapporto preparato per il Congresso, il numero di truppe USA in stato di combattimento nel mondo, inclusi Afghanistan, Irak e Siria. Il dato espunto coincide con un rapporto del Pentagono che si riferisce alla collocazione di 44.000 soldati come “ignota”.
In accordo con la War Powers Resolution del 1973, l’amministrazione Trump ha consegnato al Congresso lunedì [11 dicembre u.s. – n.d.t.] un rapporto semestrale che contabilizza i soldati USA dispiegati all’estero. Benché i rapporti siano finalizzati a rendere il potere esecutivo più consapevole del dispiegamento militare degli Stati Uniti, il rapporto in questione omette il numero di truppe statunitensi operanti in Afghanistan, Irak, Siria, Yemen e Camerun.
L’amministrazione Trump ha affermato che il nascondere il numero dei soldati impedirebbe ai nemici dell’America di conseguire un vantaggio strategico. Comunque, in un rapporto precedente di giugno, la Casa Bianca elencava 8.448 Americani in servizio in Afghanistan, 5.262 in Irak, e 503 in Siria. L’ultimo ragguaglio per il Congresso non fornisce cifre per quelle zone di guerra o una ragione per la loro omissione.
Mentre la Casa Bianca ritiene i numeri dei militari troppo delicati da rivelare, la scorsa settimana il Pentagono aveva detto ai giornalisti che 5.200 Americani sono in servizio in Irak e altri 2.000 in Siria, circa quattro volte tanto rispetto a quanto comunicato precedentemente.
Il Pentagono aveva anche affermato di non poter rendere noti i luoghi nel mondo dove decine di migliaia di unità di personale sono stazionate.

Fonte – traduzione di F. Roberti

14/12/2008: mille di questi giorni

Il sogno americano… continua

Casa Soros, Bedford Hills, Katonah, Stato di New York

Nel capitalismo tutto è merce, compresi i diritti fondamentali come l’educazione e la salute. Negli Stati Uniti, coloro che vogliono proseguire gli studi superiori e non sono (molto) ricchi devono contrarre prestiti esorbitanti: il costo di una laurea è di circa 80.000 dollari. Ne deriva, tra l’altro, un indebitamento che molti finiscono per non restituire, cadendo così, come i servi della gleba feudale, nelle mani dei loro creditori.

I prestiti contratti per l’istruzione superiore rappresentano, dopo i mutui per la casa, la maggior parte del debito degli statunitensi. Complessivamente 1,4 miliardi di dollari sono versati alle banche, un valore superiore al debito di tutte le carte di credito degli Stati Uniti e con più zeri rispetto al totale dei prestiti per automobili nel Paese. Per decenni, la speculazione finanziaria ha scommesso sul debito degli studenti come se giocasse alla roulette: solo dal 2007 a questa parte, il “credito all’istruzione” è passato dall’1 al 5% del PIL degli Stati Uniti.
E così continua a crescere, insaziabile, insostenibile, incontrollato, come sempre cresce il capitalismo, anche se, ogni giorno, tremila statunitensi vanno in fallimento perché non possono pagare il debito accademico.
Ricordiamo che il costo di una laurea negli Stati Uniti è di circa 80.000 dollari e che, in media, gli ex studenti impiegano 20 anni per saldare questo debito. Nel contempo, incapace di fermare la crescita dei debiti dei lavoratori e il dimagrimento dei salari che permettono di pagare questi debiti, il capitalismo è stato incapace di risolvere ciò che, più che una crisi, è l’essenza della sua stessa natura.
In 19 Stati è stata riscoperta una sorta di oppressione feudale: ai debitori delle banche è vietato lavorare. In questi Stati, l’insolvenza di un debito può comportare la revoca definitiva di ogni licenza professionale e persino della patente. Secondo il New York Times, infermieri e insegnanti sono tra i lavoratori più colpiti da queste leggi.
In alcuni di questi Stati, come il Tennessee, i debitori devono persino pagare dando in mano agli istituti di credito la loro licenza professionale e prestarsi in modo permanente ad essi, in una edizione moderna della servitù della gleba. In tutti i casi, ai lavoratori che a causa di bassi salari, malattia, disoccupazione o della furbizia di qualche speculatore diventano inadempienti, può essere vietato di vendere la propria forza lavoro, trovandosi quindi impossibilitati a pagare il debito. Un difetto dei modi e delle condizioni imposte dai creditori.
È la trasformazione del sistema educativo in uno strumento di oppressione.
Inutile dire che non si pone una così tremenda spada di Damocle su tutti gli studenti dell’istruzione superiore, senza obiettivi politici più ampi.
Antonio Santos

Fonte

Un Paese pericoloso – nuova edizione

Nel 1999, con Un Paese pericoloso, la vicenda degli Stati Uniti esce dal romanzo, vale dire dallo stereotipo e dal fumetto, più o meno spettacolare, consegnatoci da oltre 50 anni di colonialismo mass-mediologico, per essere restituita alla ricerca storica. Grazie a questa rilettura profonda, spregiudicata e ancora straordinariamente efficace, ci vengono mostrati gli archetipi psicologici che hanno dato vita al popolo americano; il ruolo decisivo svolto in questo processo dalla riforma protestante e dal modello antropologico di una sua espressione radicale, il Puritanesimo; il senso devastante del “fondamentalismo americano”, cioè l’atavica predisposizione a voler imporre al resto del mondo il proprio modello politico, economico, sociale e culturale sulla pelle di innumerevoli vittime in ogni angolo del pianeta; le manipolazioni della verità storica (portate a trionfale compimento nella Guerra del Golfo e poi in quella contro la Jugoslavia, per non parlare dei casi più recenti come il rovesciamento di Gheddafi in Libia, la guerra eterodiretta in Siria e le attuali tensioni con la Corea del Nord) applicate attraverso geniali meccanismi propagandistici come l’insospettabile industria del cinema di Hollywood.
Per tutti questi motivi, si è ritenuto opportuno riproporre oggi questo testo fondamentale per comprendere il senso e la portata di una nazione che si è da sempre posta come obiettivo l’egemonia mondiale, senza arretrare di fronte a niente, lucidamente e freddamente determinata al perseguimento dei propri scopi.

Un Paese pericoloso,
di John Kleeves
AGA Editrice, pp. 424, €28