Il problema americano

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“L’antiamericanismo è oggi diventato ‘anacronistico’, abbiamo letto un po’ di tempo fa in un settimanale parigino. E’ del tutto vero. Come del resto è sempre ‘anacronistico’ rifiutare l’occupazione del momento, opporsi all’ideologia dominante, andare controcorrente, non gridare con i lupi. Era anacronistico organizzare la resistenza già a partire dal 1940. Era anacronistico non essere stalinista negli anni Cinquanta, di sinistra negli anni Sessanta, liberali negli anni Ottanta. Oggi, è ugualmente anacronistico -Nietzsche avrebbe detto ‘intempestivo’ o ‘inattuale’- non accettare l’egemonia americana. Ma questo anacronismo è forse il modo migliore per essere puntuali in questo appuntamento con la storia. Cristoforo Colombo ha scoperto l’America più di 500 anni fa. Il momento è arrivato per l’Europa di dimenticarlo e di riscoprire se stessa.”
Alain De Benoist

Tratto da L’antiamericanismo oltre l’americanofobia, in Il problema americano. Contro l’americanismo di maniera, contro la retorica antiamericana, atti del convegno svoltosi il 2 aprile 2016 a Roma, pubblicati dal Circolo Proudhon.

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Una gigantesca ammissione di debolezza

13606961_1088155314563936_916820004075906369_n“La cosa più patetica di tutto ciò è come gli Anglosionisti stiano fraintendendo i Russi. Da un punto di vista culturale russo, tutto quello che hanno fatto l’Occidente e la NATO sono segni di debolezza. Perché un’alleanza forte avrebbe bisogno di impegnarsi in minacce senza senso (battaglioni della NATO o scudi antimissile)? Perché un’alleanza forte cercherebbe la sicurezza nei numeri? Perché una forte alleanza agisce come se in realtà non esistesse? Da un punto di vista russo tutto questo tintinnar di sciabole e protagonismo è in realtà una gigantesca ammissione di debolezza, e i Russi non sono affatto impressionati. E non temono di esprimere il loro compiacimento per quello che vedono come un patetico sfoggio di incompetenza da parte di una leadership occidentale incapace.
Questo non vuol dire che i Russi non siano preoccupati. Lo sono. Molto. Perché anche loro capiscono che nonostante tutta la patetica mancanza di visione politica e perfino di basilare professionismo, gli Anglosionisti sono ancora molto pericolosi. Non serve molta intelligenza per scatenare una guerra nucleare. Così anche se i Russi ora sono apertamente sprezzanti dell’Impero, capiscono comunque che è proprio l’inettitudine dell’Occidente che richiederà una tremenda dose di cautela e pazienza da parte della leadership russa per “far cadere con dolcezza” l’Impero senza scatenare una guerra nucleare planetaria.
Si potrebbe dire che la Russia tema la debolezza USA/NATO/UE molto più di quanto tema la forza di USA/NATO/UE.
Infine, molti Russi capiscono che la civiltà occidentale è screditata, moralmente in bancarotta e, fondamentalmente, morta come lo era la civiltà sovietica a fine anni ’80. Non ci sono più “valori occidentali”, almeno non di una qualità diversa da quella oggetto di barzellette e sogghigni disgustati. Tutta la grande costruzione concettuale composta da nozioni come “democrazia”, “diritti umani”, “libertà”, “giustizia”, è crollata e ora è irreparabile. La buona notizia è che questo crollo non è definitivo, e proprio come la Russia alla fine ha riscoperto sé stessa dopo il 2000, così farà l’Occidente, sia negli USA che in Europa. Posso facilmente immaginare i popoli d’Occidente che alla fine tornano alle loro antiche radici storiche, ma lo faranno in un nuovo modo. Proprio come la Russia del 2000-20016 non è la Russia di prima del 1917, così il nuovo Occidente emergerà come qualcosa di nuovo, ma con radici nel lontano passato. Ma prima che questo accada l’Occidente dovrà subire un doloroso e pericolosissimo processo di disintegrazione simile a quello che ha attraversato l’Unione Sovietica più o meno tra il 1980 e il 2000.
Dmitry Orlov ha assolutamente ragione. Il collasso dell’Occidente è inevitabile, e lo studio del collasso dell’Unione Sovietica può dare molte lezioni interessanti.
Ma per adesso siamo bloccati nella nostra attuale realtà. Un mondo diviso in due, con, da una parte, un morente, deludente e debole Impero e, dall’altra, più o meno il resto del genere umano. In questo mondo morente ed instabile, il summit della NATO a Varsavia ha avuto più o meno lo stesso ruolo del XXVI Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica nel 1981: un toccante sfoggio di unità di fronte ad un inevitabile collasso.
Se ricordiamo quello che è accaduto all’URSS e alla Russia nei seguenti due decenni, possiamo solo concludere che stiamo per entrare in un difficilissimo e pericoloso periodo della storia.”

Da La “XXVI Conferenza del Partito della NATO” a Varsavia (un commento), di Il Saker.

Federalismo identitario e guerra ibrida

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Andrew Korybko (n. 1988) è un analista geopolitico statunitense di origini polacche, assiduo collaboratore di Oriental Review e Sputnik, specialista nello studio delle forme non convenzionali di guerra nella presente “Nuova Guerra Fredda”.
L’articolo di cui pubblichiamo un breve stralcio (apparso su Eurasia. Rivista di studi geopolitici n. 2/2016, pp. 31-57) tratta della “contemporanea frammentazione del mondo politico dal punto di vista strettamente geopolitico e geostrategico, attraverso una politica di smembramento di alcune unità territoriali. Tra le più recenti attualizzazioni di tale strategia vi è quella di nation-building perseguita attraverso l’impiego del principio di “federalismo identitario” mediante la strumentalizzazione, da parte di attori esterni, dei fattori divisivi di appartenenza etnica, religione, storia, diseguaglianza socioeconomica, confini amministrativi e fisico-geografici entro le unità politico-territoriali statali. (…) Tale arma strategica della federalizzazione è considerata un concetto chiave della politica estera statunitense posteriore al 1991, parte integrante di una logica che obbedisce ad un principio opposto a quello della politica domestica di Washington, rovesciando cioé il motto nazionale E pluribus unum in Ex uno plures” (dalla nota introduttiva di Davide Ragnolini).

“Il concetto di federalismo identitario è la chiave dei progetti di politica estera statunitense nell’ordine mondiale post-1991, divenendo ancor più importante nell’epoca della Nuova Guerra Fredda. Gli Stati Uniti sono attualmente impegnati nel condurre e pianificare una varietà di guerre ibride nel mondo, ma la concezione che l’autore ha di questa strategia è molto differente da quella in cui crede l’opinione mediatica corrente. Il tema del suo libro del 2015 descrive la guerra ibrida come un graduale continuum di rivoluzione colorata e destabilizzazioni da guerra non convenzionale per fini di eversione dell’ordinamento politico (il cosiddetto regime change) ed il suo seguito imminente si focalizzerà sulle applicazioni globali di questo approccio. La “legge della guerra ibrida”, potenziale titolo della ricerca menzionata, approfondisce il suo omonimo spiegando che “il grande obiettivo dietro ogni guerra ibrida è interrompere i progetti infrastrutturali  di connessione multipolare e transnazionale attraverso la scatenamento esterno di conflitti identitari (etnici, religiosi, regionali, politici, ecc.) entro uno Stato di transito scelto come obiettivo”.
Il disordine pianificato è organizzato, provocato e guidato impiegando i seguenti sei fattori sociopolitici di separatezza identitaria entro lo Stato vittimizzato:

  • appartenenza etnica;
  • religione;
  • storia;
  • disparità socioeconomica;
  • confini amministrativi;
  • geografia fisica.

L’obiettivo non è necessariamente sempre quello di rovesciare il governo, ma semplicemente di creare un numero sufficiente di disturbi al punto che il progetto infrastrutturale di connessione multipolare e transnazionale non sia più sostenibile, comporti o la sospensione indefinita o la cancellazione completa di un potenziale progetto o ancora lo smantellamento di uno precedentemente attivo. Nella maggior parte dei casi, il regime change è il modo più semplice per raggiungere quest’obiettivo, ed ecco perché lo scenario più facilmente manipolabile – una rivoluzione colorata – è tipicamente il primo ad essere impiegato. In alcuni casi incontra certe difficoltà e non ha successo nel suo obiettivo strategico, che è la ragion per cui, fallito questo primo tentativo, la tendenza è stata recentemente quella verso la transizione brutale in una guerra non convenzionale, più efficace ma meno facile da organizzare.
La funzione del federalismo identitario in una guerra ibrida è duplice: 1) fornisce una visione attraente intorno alla quale i gruppi identitari separatisti ed antigovernativi possono gravitare formando un fronte tattico per coordinare la loro azione di eversione politica e 2) funziona come una “soluzione compromissoria” al “cambiamento di regime”, laddove il governo è posto nella condizione di “salvarsi la faccia” conservando il potere dopo essere sceso a condizioni parziali con il movimento antigovernativo, sacrificando però il controllo amministrativo su quel territorio geostrategico bramato dall’aggressivo potere straniero. In tal senso, il federalismo identitario è il perfetto completamento della guerra ibrida, in quanto può essere impiegato non solo come un unificante strumento di reclutamento per aumentare il conflitto eversivo, ma ironicamente anche come un meccanismo di de-escalation per risolvere un momento di stallo consentendo al potere interferente di conservare ancora i propri guadagni geostrategici.”


Ad esempio…

NATO/Exit, obiettivo vitale

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Mentre l’attenzione politico-mediatica è concentrata sulla Brexit e su possibili altri scollamenti della UE, la NATO, nella generale disattenzione, accresce la sua presenza e influenza in Europa. Il segretario generale Stoltenberg, preso atto che «il popolo britannico ha deciso di lasciare l’Unione Europea», assicura che «il Regno Unito continuerà a svolgere il suo ruolo dirigente nella NATO». Sottolinea quindi che, di fronte alla crescente instabilità e incertezza, «la NATO è più importante che mai quale base della cooperazione tra gli alleati europei e tra l’Europa e il Nordamerica».
Nel momento in cui la UE si incrina e perde pezzi, per la ribellione di vasti settori popolari danneggiati dalle politiche «comunitarie» e per effetto delle sue stesse rivalità interne, la NATO si pone, in modo più esplicito che mai, quale base di unione tra gli Stati europei. Essi vengono in tal modo agganciati e subordinati ancor più agli Stati Uniti d’America, i quali rafforzano la loro leadership in questa alleanza. Il Summit NATO dei capi di Stato e di governo, che si terrà a Varsavia l’8-9 luglio, è stato preparato da un incontro (13-14 giugno) tra i ministri della difesa, allargato all’Ucraina pur non facendo essa parte ufficialmente della NATO. Nell’incontro è stato deciso di accrescere la «presenza avanzata» nell’Europa orientale, a ridosso della Russia, schierando a rotazione quattro battaglioni multinazionali negli Stati baltici e in Polonia.
Tale schieramento può essere rapidamente rafforzato, come ha dimostrato una esercitazione della «Forza di punta» durante la quale un migliaio di soldati e 400 veicoli militari sono stati trasferiti in quattro giorni dalla Spagna alla Polonia. Per lo stesso fine è stato deciso di accrescere la presenza navale NATO nel Baltico e nel Mar Nero, ai limiti delle acque territoriali russe. Contemporaneamente la NATO proietterà più forze militari, compresi aerei radar Awacs, nel Mediterraneo, in Medioriente e Africa. Nella stessa riunione, i ministri della difesa si sono impegnati ad aumentare nel 2016 di oltre 3 miliardi di dollari la spesa militare NATO (che, stando ai soli bilanci della difesa, ammonta a oltre la metà di quella mondiale), e a continuare ad accrescerla nei prossimi anni. Queste sono le premesse dell’imminente Summit di Varsavia, che si pone tre obiettivi chiave: «rafforzare la deterrenza» (ossia le forze nucleari NATO in Europa); «proiettare stabilità al di là dei confini dell’Alleanza» (ossia proiettare forze militari in Medioriente, Africa e Asia, anche oltre l’Afghanistan); «allargare la cooperazione con la UE» (ossia integrare ancor più le forze europee nella NATO sotto comando USA).
La crisi della UE, emersa con la Brexit, facilita il progetto di Washington: portare la NATO a un livello superiore, creando un blocco militare, politico ed economico (tramite il TTIP) USA-UE, sempre sotto comando USA, contrapposto all’area eurasiatica in ascesa, basata sull’alleanza Russia-Cina. In tale quadro, l’affermazione del premier Renzi al forum di San Pietroburgo, «la parola Guerra Fredda è fuori dalla storia e dalla realtà, UE e Russia tornino ad essere ottimi vicini di casa», è tragicamente grottesca. L’affossamento del gasdotto South Stream Russia-Italia e le sanzioni contro la Russia, ambedue per ordine di Washington, hanno già fatto perdere all’Italia miliardi di euro. E i nuovi contratti firmati a San Pietroburgo possono saltare in qualsiasi momento sul terreno minato della escalation NATO contro la Russia. Alla quale partecipa il governo Renzi che, mentre dichiara la Guerra Fredda fuori dalla realtà, collabora allo schieramento in Italia delle nuove bombe nucleari USA per l’attacco alla Russia.
Manlio Dinucci

Fonte

“La globalizzazione della NATO” nelle parole di P. Borgognone

Pericoli fantasma, reti imperiali: il mondo visto dal Pentagono

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Il mondo è minacciato da Russia, Cina, Iran, Corea del Nord – e oh sì, lo Stato Islamico – e la sua unica speranza è l’America, sostenuta da alleati fedeli di tutto il mondo. Questa è la visione dipinta dal capo del Pentagono, con il presidente Hillary Clinton in mente.

Il Segretario alla Difesa USA Ashton “Ash” Carter ha delineato la sua visione delle sfide strategiche dell’America in una conferenza ospitata dal Center for New American Security (CNAS) lunedi [20 maggio – n.d.t.] a Washington, DC. Mentre il capo del Pentagono ha detto che sarebbe stato “estremamente attento a non rilasciare commenti sulle elezioni,” il contenuto della sua presentazione si è molto chiaramente allineato alla posizione oligarchica abbracciata dalla Clinton e minacciata dagli appelli di Donald Trump di mettere “l’America prima.”
Mentre Trump è stato critico del coinvolgimento degli Stati Uniti in tutto il mondo, Carter ha sostenuto che l’America è “il tutore della sicurezza globale” grazie alla sua “rete di lunga data di alleati e partner in ogni angolo del mondo”.
Il che non è esagerato. Allo stato attuale, gli Stati Uniti hanno 187.000 militari schierati in 140 Paesi, secondo il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito generale Mark Milley. Si noti, anche, che il Dipartimento della Difesa USA ha diviso il mondo in sei “comandi di combattimento”. Il Pentagono è così impegnato ad occupare il mondo che il governo degli Stati Uniti ha dovuto istituire un separato Dipartimento per la Sicurezza Nazionale dopo gli attacchi terroristici dell’11 Settembre. Continua a leggere

“Noi in Ucraina lottiamo per la pace”

“Noi in Ucraina lottiamo per la pace.”

Nadia Savchenko,
membro della delegazione ucraina all’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.
Strasburgo, 20 giugno 2016