Dopo di noi il diluvio

Dicono che l’America sia la culla della novità e del progresso, e su questo possiamo sicuramente essere d’accordo, se per progresso si intende una accelerata poderosa a quella famosa e sovrana legge dell’entropia che tutto regge. In America hanno inventato le patatine fritte, i grattacieli, il divismo cinematografico, il presidente di colore e, soprattutto, la gomma da masticare – che se ci pensi, come si fa a vivere senza la gomma da masticare? In America è nata la plastica. Le grandi catene commerciali. Il selfie.
L’America perciò è indispensabile, perché quando noi europei ci sentiamo un po’ mona, presi dal dubbio di vivere una vita tutto sommato non sensata, infiliamo in bocca un Brooklyn, incappiamo nelle notizie a stelle e strisce e ricominciamo subito a sentirci culle della civiltà.
In America, a Orlando, hanno da poco inaugurato un parco tematico religioso. Si chiama Holy Land Experience, si trova a poca distanza dall’area riservata al parco divertimenti Disney, è ampio 7 ettari, con un biglietto d’ingresso che costa 50 dollari (dunque sui 45 euro nostrani), e si articola come una generosa rappresentazione della nascita del Cristianesimo: con racconti di episodi della Bibbia recitati da attori microfonati, ultime cene servite ogni 45 minuti ai tavoli del punto ristorante, intrattenimenti e luoghi dai nomi evocativi come ‘The road to Emmaus’ o ‘Baptismal Pool’, Gesù, non uno, ma tanti, sparsi tra le ricostruzioni dei templi e della Gerusalemme vecchia, qualche Satana ramingo. Sulla homepage del sito, che ha uno stile a metà tra quello dei siti infarciti di virus e la grafica di un film di Bollywood, se riesci a non fare un infarto dopo aver sentito il rimbombo di una voce cavernosa che dal nulla emerge per dirti: ‘Imagine, imagine a place where you can see the Bible came to life’ e cose simili, tra i pannelli viola e oro che scorrono e pubblicizzano la ‘Calvary’s garden tomb’, ‘the Gerusalem street market’ o ‘the Great Temple’, vedrai addirittura un tasto con scritto ‘Donate – Help support the Holy Land Experience’.
Io non sono né cattolica né cristiana, né islamica né buddhista, ma penso fermamente che l’idea del divino sia importante, sia da custodire in sé, sia da osservare negli altri, come cartina al tornasole della sensibilità di un uomo. Perché il divino è il pensiero più perfetto che una mente possa concepire; è un universo di superiorità a cui aspirare, di regole paradigmatiche che, se rispettate, contengono la parte più bassa, meno divina, dell’uomo e lo portano a rinnovarsi, superare se stesso. L’idea del divino, se c’è in un uomo, coinvolge sentimenti e qualità che stanno andando in via di estinzione: lealtà, fedeltà, costanza, sincerità, coraggio di pensiero, fiducia, abnegazione per un ideale, sospensione dell’egoismo. Credo dunque che si capisca molto, di un uomo, dal pensiero della superiorità che concepisce (o anche dal fatto che non la concepisca).
Lasciando stare il fatto che io mi trovo più volentieri a parlare con gente che abbia un qualche sentimento religioso più che con gli atei perfetti; lasciando stare che, in certi casi, sia molto più religiosa l’assenza di richiami a un culto preciso più che l’aderenza ipocrita a una religione del libro che non viene minimamente sentita, ma penso che tra tutte le possibili note negative che la mitologia di un paese possa rivelare degli abitanti del paese stesso, la Holy Land Experience raggiunga il massimo. Dio, che nei secoli passati ha fondato civiltà, infiammato mistici e ispirato avventurieri dello spirito, ora è diventato una sorta di presidente di fondazione, uno di quei tizi incartapecoriti e un po’ rincoglioniti, con rispetto parlando, che si fanno partecipare alle riunioni perché si è interessati a sfruttare il loro buon nome, ma tanto si sa che non hanno più voce in capitolo e non saranno presi in considerazione. Re Vittorio Emanuele, per dire.
Non bisogna negare, però, che a parte qualche disillusione, the Holy Land Experience offra anche possibilità di esperienze spirituali. Io, per esempio, una l’ho provata di sicuro, comodamente da casa. Appena ho finito di osservare il sito, mi sono sentita presa da un vortice, e sono precipitata in quello che forse è stato un trip. Forse, una visione mistica. Mi sono vista Dio che, come nelle favole antiche, scendeva in incognito sulla terra e andava a finire lì dentro. Camminava lento, sicuro. Con la sua barba luminosa, gli occhi cilestrini. Si guardava le attrazioni, una dopo l’altra, sornione, passava attraverso le finte sabbie del deserto, sotto la ‘City Gate modeled after the Damascus Gate in Jerusalem’. Osservava imperturbabile la gente che si godeva un ‘Last snack’, i bambini che correvano con tablet e smartphone verso la ‘House of Judea’. E poi, improvvisamente, un rumore lontano d’acqua, prima simile a un semplice fragore di flutti, poi che si faceva sempre più reboante, sempre più acceso, maestoso, invincibile. Sempre più vicino.
Silvia Valerio

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Gli sceriffi della domenica

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Le riflessioni di un Italiano che vive negli Stati Uniti

Quando mi trovo al volante della mia Toyota Camry non riesco a staccare gli occhi dal cruscotto, in particolare da quelle lucette o spie che quando si accendono avvertono che qualcosa non va nell’impianto elettrico della vettura. Non solo, ma non fidandomi troppo di queste spie mi capita spesso di fare il giro della vettura, chiedendo al passeggero di turno di premere il pedale del freno, azionare gli indicatori di direzione e così via, al fine di rassicurarmi che tutto sia in ordine.
A qualcuno sorgerà il sospetto che io sia afflitto da paranoia. E invece no. Secondo le statistiche, infatti, risulta che il cattivo funzionamento delle luci posteriori delle auto sia la ragione principale per cui la polizia americana ferma un automobilista. In effetti, la polizia non ha la facoltà d’intimare a un automobilista di arrestarsi a meno che non ci sia un motivo per farlo, come appunto un problema con le luci di posizione. Strano a dirsi, ma questa è la maniera con cui la polizia riesce a catturare molte persone ricercate. Anche se una lampadina fulminata, in genere, non da adito all’elevazione di una multa, non è mai piacevole essere fermati dalla polizia. Il fatto è che le forze dell’ordine americane sono tristemente note per le loro maniere non troppo ortodosse e per l’eccessivo, e talvolta ingiustificato, uso delle armi da fuoco. Due recenti episodi, verificatisi rispettivamente in South Carolina e Oklahoma, nei quali sono rimasti vittime due neri, hanno contribuito a metter ancor più in evidenza il problema. Nel primo caso, Walter Scott era stato fermato a un semaforo da un agente della polizia di North Charleston a causa del mancato funzionamento di una delle luci posteriori di stop. Come di consueto, dopo aver chiesto i documenti all’automobilista, l’agente, un certo Michael Slager, era tornato alla sua auto per controllare il nominativo sul computer di bordo. Improvvisamente lo Scott aveva aperto la portiera della sua vettura ed era fuggito. Lo Slager non ci aveva pensato due volte. Aveva estratto la pistola e aveva esploso ben otto colpi in direzione del fuggitivo, l’ultimo dei quali lo doveva uccidere. Ai suoi superiori doveva poi dichiarare di essere stato assalito dallo Scott e di aver dovuto difendere la propria vita.
E’ da notare che l’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine è regolato da una decisione del 1985 della Corte Suprema, nella quale si stabilisce che quando un agente insegue un sospetto non può usare armi da fuoco per fermarlo, a meno che che lo stesso non rappresenti un pericolo per l’agente e per gli altri. Per sfortuna dell’agente, al momento della sparatoria un passante aveva ripreso l’intera scena con il suo telefono cellulare. Dopo due giorni di riflessione, l’uomo, anche lui nero, si era deciso a rendere pubblico il film, dove chiaramente appariva che lo Scott, oltre a essere disarmato, non aveva minacciato per niente l’agente. Riguardo alle ragioni per cui il malcapitato Scott si era dato alla fuga, si presume che abbia temuto di essere arrestato per il mancato pagamento degli assegni di mantenimento alla sua ex moglie. Ma era questo un motivo per ucciderlo? Ora lo Slager è in prigione sotto l’accusa di omicidio.
Il caso verificatosi in Tulsa, Oklahoma, è ancor più preoccupante. Anche qui la polizia aveva fermato un automobilista per il malfunzionamento delle luci posteriori della vettura. Soltanto che in quell’occasione Eric Harris, un altro nero, non era sembrato gradire troppo l’intervento delle forze dell’ordine e aveva reagito. Ne era scaturita una colluttazione, durante la quale improvvisamente si era udito uno sparo e l’Harris era caduto al suolo colpito a morte. Era successo che uno degli agenti, un certo Robert Bates aveva estratto la sua pistola, scambiandola per il suo taser, e aveva fatto fuoco. Il taser, per chi non lo sapesse, è un dispositivo che spara due elettrodi collegati con due fili con l’unità principale, che produce una scarica elettrica capace di immobilizzare il soggetto, senza dover far ricorso alle armi da fuoco.
A rendere ancor più confusa la situazione era apparso che il Bates fosse un funzionario delle assicurazioni che, a 73 anni suonati, si divertiva ancora a giocare a guardie e ladri. Ma non era il solo. Da una rapida indagine era saltato fuori che a tanti altri ricchi cittadini di Tulsa veniva permesso di prestare servizio come regolari agenti nel loro tempo libero, in cambio di generose donazioni al locale dipartimento di polizia. Stando alle regole, questi volontari dovevano seguire un lungo periodo di addestramento prima di poter indossare la divisa e usare le armi. Nel caso di Bates, tuttavia, non esisteva alcun documento che attestasse che egli avesse preso parte ad alcun corso di addestramento. Appariva però che fosse un intimo amico dello sceriffo di Tulsa e che avesse partecipato attivamente alla campagna per la sua rielezione. Perché negli Stati Uniti – un’altra strana caratteristica di questo Paese – anche i capi della polizia vengono eletti dai cittadini. Incolpato di omicidio colposo, il Bates è stato rilasciato dietro una cauzione di 25mila dollari in attesa di un processo di cui, data la sua posizione sociale, si può già prevedere il verdetto.
A ragion di logica questi episodi non dovrebbero impensierirmi troppo. Non sono nero, non ho alcun conto in sospeso con la legge, rispetto le regole stradali e controllo sistematicamente il funzionamento delle luci della mia Toyota. Ma non è così. Tutte le volte che mi capita di imbattermi nella polizia, infatti, vengo pervaso da un senso di nervosismo che difficilmente riesco a spiegarmi.
Gian Carlo Treggi

(Fonte: Gazzetta di Parma del 6/5/2015, p. 46)

George Friedman è un whistleblower?

Se il giornalismo europeo non fosse asservito alla galassia di entità atlantiste di cui fa parte Stratfor, in un sussulto di dignità avrebbe già travolto questo discorso di Friedman come uno dei più disastrosi rovesci nella storia delle pubbliche relazioni. Invece zitti.
Ma chissà, potrebbero esserne invece capaci i lettori, se si scandalizzassero per via di tutta questa cinica strafottenza imperiale, e facessero sapere in ogni angolo del web, diffondendo questo video, cosa guadagniamo a stare con i padroni della NATO: soltanto il loro disprezzo assassino, e la promessa del ritorno della guerra nel nostro suolo.
Pino Cabras

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Per un debito di gratitudine

CRIMINAL & QUIRINAL

Kissinger premia Napolitano, il suo “comunista preferito”.
L’ex Segretario di Stato consegnerà all’ex Presidente il riconoscimento

Caro Giorgio, ci vediamo a Berlino. Con una e-mail Henry Kissinger ha confermato a Giorgio Napolitano che sarà lui a consegnargli il Premio Kissinger, il prossimo 17 giugno all’American Academy a Berlino. Del resto, non sarebbe stato possibile diversamente, non solo quella è la tradizione del premio: soprattutto, l’uomo che per un quarto di secolo ha rappresentato la personificazione della politica americana all’estero e il suo «comunista preferito» («ex comunista», reagì Napolitano alla battuta), si sentono spesso, il filo è sempre acceso. L’ultima volta che si sono incontrati, per un lungo faccia-a-faccia, fu due anni fa a New York, quando Henry salì a trovare il vecchio amico Giorgio nelle Torri del Waldorf Astoria. Adesso, si rivedranno a Berlino.
Per Napolitano è il secondo riconoscimento in politica estera nel giro di pochi giorni, avendo recentemente accettato la presidenza onoraria dell’ISPI, il più importante e storico think-tank italiano sulle relazioni internazionali. Il Kissinger Prize dal 2007 premia la personalità della politica europea che si sono distinte nei rapporti transatlantici.
Ed è la prima volta che il prestigioso premio, che ha avuto come destinatari tra gli altri Helmut Kohl, George Bush (senior), James Baker e quell’Helmut Schmidt del quale lo stesso Napolitano apprezzò l’analisi fortemente critica della politica tedesca nella crisi dell’eurozona, va a un italiano. Di più: è la prima volta che va a un politico del Sud dell’Europa, a un uomo del Mediterraneo. Napolitano, che lo condividerà con l’ex ministro degli Esteri tedesco Hans-Dietrich Genscher, è stato designato l’11 marzo scorso «in riconoscimento degli straordinari contributi al consolidamento dell’integrazione e stabilità europea», segno di quanto si abbia consapevolezza anche all’estero del certosino lavoro di tessitura nei rapporti interni ed internazionali e del polso saldo con cui dal Colle si affrontarono, nel 2011 e nel 2013, due crisi politiche italiane che avrebbero potuto minare con la stabilità dell’eurozona anche quella dell’area del dollaro.
Genscher verrà premiato «per il contributo alla soluzione della Guerra Fredda». Verso entrambi, ha detto il presidente dell’Accademia Americana di Berlino Gerhard Casper, «abbiamo un debito di gratitudine». L’uso del Kissinger Prize è che i premiati vengano presentati da una personalità di rilievo. Per Genscher non si esclude possa essere Angela Merkel.
Antonella Rampino

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“USA e getta”, di Jimmie Moglia

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“Mi sembra giusto finire questa carrellata sulla storia dell’America rifacendomi ancora una volta al dilemma iniziale. Di cos’è fatta la storia, di fatti o d’interpretazioni? Alla domanda risponde il silenzio, ma una cosa è certa, la storia non si fa cancellandone le piaghe.
Riferendosi all’Italia, il diplomatico francese Henry Bayle diceva che “Quando si vuol conoscere la storia d’Italia, bisogna prima di tutto evitare di leggere gli scrittori generalmente approvati…”.
Mutatis mutandis, se si vuole conoscere la Storia degli Stati Uniti bisogna cominciare dal convincersi che l’associato mito storico è falso. L’importanza della menzogna non sta nel fatto che lo sia, ma nelle sue conseguenze. Specialmente quando l’America è il Paese più forte del pianeta e si assume (o arroga) il diritto di imporre al mondo la propria ideologia.
Sulla forza dell’America non c’è alcun dubbio. E guai a chi si permette di bucare il castello di carta fatto di fandonie millantate in nome di “libertà e democrazia”. Milosevic è morto in galera, Saddam Hussein impiccato e Muammar Gheddafi mitragliato in un bunker. Mentre la Libia era bombardata dagli aerei della NATO.
Una volta c’erano i comunisti, poi son venuti i terroristi, oggi è caduta l’ultima maschera. “Gli USA – parole di Obama – possono “intervenire” (eufemismo per invadere, ammazzare e distruggere) dovunque gli interessi americani sono ostacolati.” Vedi l’Irak (un milione e trecentomila morti… and counting), e le (probabili) centinaia di migliaia di vittime in Afghanistan e in altri Paesi. Senza contare la gente del posto e i civili che dell’America se ne fregano, ma che vengono ammazzati lo stesso – vittime senza nome del “danno collaterale”, lugubre eufemismo bernaysiano.
Nella sola Italia, gli USA hanno 113 installazioni militari, tra basi, uffici e centri d’ascolto.
Non molto tempo fa, scoprire che il governo americano teneva sotto controllo assoluto tutte le comunicazioni di un governo straniero averebbe perlomeno portato al richiamo degli ambasciatori. Oggi, il primo ministro del Paese spiato, e spiato lui stesso, appena bofonchia.
Niente dimostra lo strapotere americano più dell’episodio dell’estate 2013 – quando è bastato un cenno della CIA perché quattro grandi Nazioni europee si calassero le metaforiche braghe per dire, “Ecco il culo, obbedisco”. Francia, Italia, Spagna e Portogallo hanno impedito il passaggio all’aereo del presidente della Bolivia, Evo Morales, costringendolo a un atterraggio forzato in Austria. L’immagine del presidente Morales, seduto su un bancone dell’aeroporto, in attesa per ore prima che la CIA lo lasci ripartire, è testimonianza e simbolo del livello a cui è caduto il cosiddetto mondo “libero”.
E tutto perché la CIA sospettava che a bordo ci fosse non un assassino, non un ladro, non un criminale, ma un giovane americano che, anche lui, aveva avuto l’ardire di bucare il castello di carta delle fandonie. E rivelare, prove alla mano, nero su bianco, che l’America spia su tutti e su tutto il mondo.
L’America ha instaurato una rete globale di lacchè al suo servizio. E i lacchè, a volte, non si rendono neanche conto del disprezzo in cui sono tenuti dai loro padroni.
Emblematico un rapporto dell’ambasciatore americano a Roma, quando l’Italia inviò i suoi soldati in Afghanistan a far parte della “coalizione dei disponibili” (coalition of the willing), altro eufemismo dai connotati postribolari. L’originale si trova tra i documenti divulgati da Julian Assange, attraverso Wikileaks.
“A Berlusconi – dice il rapporto – fa piacere sentirsi importante. Quando gli ho chiesto di inviare duemila soldati in Afghanistan, me ne ha subito offerti quattromila.”
Alla faccia dell’Italia che potrebbe utilizzare molto meglio i soldi spesi per spedire e mantenere quattromila soldati, più armamenti, in un Paese dove, probabilmente, la maggioranza degli abitanti l’Italia non sa neanche dove sia.
Ma ritorniamo all’ideologia. La questione non è accademica. Molti intellettuali del momento (italiani e non solo), si sono verniciati da economisti e disquisiscono ad infinitum su formule, più o meno matematiche, più o meno statistiche. Grazie alle quali si potrebbe influire sul “prodotto interno lordo”, sulle “aspettative adattate”, sulle politiche micro e macro economiche, sulla “curva di Lorenz”, sul distributismo, l’elasticità di scala, l’inflazione, la deflazione e, naturalmente, sul “debito sovrano”, molto più importante del debito plebeo.
Intanto, nell’uomo qualunque e nel cittadino pensante sta nascendo il sentimento e si sta formando la percezione che, rapportate al disastro ecologico, al mutamento del clima, alla pressione demografica, alla (purtroppo ancora auspicata) “crescita”, le formule economico-accademiche siano le quisquilie e pinzillacchere immortalate da Totò. Nel caso, funzionano da patetiche maschere dell’ideologia dominante – creando tuttavia l’illusione che le quisquilie possano in qualche modo addolcirla. Ma non è così. Un’ideologia per cui il privato è tutto e il sociale niente, non ammette modifiche. “La società non esiste” disse la malanima Thatcher, con ammirevole sincerità.
Quando Don Abbondio si è chiesto chi era Carneade, la sua curiosità era ammirevole, ma le istanze dei bravi (come si direbbe oggi), erano un problema più pressante.
Oggi di Carneade ce ne sono centinaia, anzi migliaia. Lo sport, il calcio, giocatori, cantanti, attori, attrici, comparse, re, regine, duchesse, contesse, principesse, nobildonne più o meno tali, celebrità e i loro amorazzi, paparazzi che immortalano gli amorazzi… La lista è lunga e non ho neanche messo in conta gli intellettual-economisti di cui sopra. Potremmo chiamare il tutto una forma di neo-carneadismo.
E forse, chissà, il neo-carneadismo è più attraente che preoccuparsi di cosa vogliono i bravi. Anche perché i bravi di oggi sono più sofisticati. Invece di schioppi portano magliette con la scritta “Libertà e Democrazia”, invece di bloccare la strada a Don Abbondio, lo incanalano verso un’altra. E’ a senso unico e si chiama “Via del Neoliberismo a Stelle e Strisce”.
La strada non ha deviazioni, non ha parcheggi, non ha possibilità di uscita e nemmeno di sosta. L’involontario viandante – neo Don Abbondio a sua insaputa – non può cambiare il passo, è spinto da quelli dietro e bloccato da quelli davanti. In compenso, può comprare e consumare in fretta e furia un hamburgher ai numerosissimi McDonalds distribuiti lungo il percorso (non per niente si chiamano fast-food). O acquistare – in altrettanto numerosi centri commerciali – una miriade di aggeggi e marchingegni di dubbia utilità (non per niente si chiama acquisto per impulso, “impulse buying”).
E mentre ogni ulteriore aggeggio aumenta il peso del bagaglio e la fatica del viaggio, il pellegrino non trova mai silenzio. Catene di altoparlanti e schermi televisivi lo invitano a consumare ancora più hamburghers e a comprare ancora più aggeggi.
Il neo Don Abbondio crede di avere la possibilità d’innumerevoli scelte tra gli aggeggi o tra i cinquanta tipi di ciambelle col buco di McDonald. Ma per quanto siano numerose, le opzioni possibili restano sempre sotto controllo. Il problema (di cui il neo Don Abbondio è costretto a non accorgersene) è se un simulacro di scelta sia preferibile a un’assenza di scelta, a cui è più facile opporre un rifiuto.
Con ogni mezzo si vuole convincere il neo Don Abbondio che sta vivendo nel Paese di Bengodi, mentre si tratta soltanto di un edonismo straccione e di massa.
La tecnologia della propaganda è sofisticata, ma il messaggio è di una semplicità leibniziana: “Questo è il migliore di tutti i mondi possibili” – con il necessario corollario, “Non c’è altro modo (di vivere)”.
E allora, la nostra carrellata sulla storia dell’America, madre, motrice e motore del neocarneadismo e del neoliberismo come stili di vita, si conclude non con un messaggio ma con un invito.
Proviamo a credere che sia possibile un altro modo di vivere.”

Dalle Conclusioni di USA e getta, di Jimmie Moglia.
Il testo integrale può essere liberamente scaricato qui.

Thorbjørn Jagland rimosso dal suo incarico di presidente del Nobel per la Pace

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Il presidente del Comitato che assegna ogni anno il Premio Nobel per la Pace, Thorbjørn Jagland, è stato retrocesso dal parlamento norvegese al rango di semplice membro del Comitato, una decisione senza precedenti nella storia del Premio.
Il parlamento norvegese si è arreso alle accuse di corruzione al presidente Jagland che eravamo stati i primi ad esporre in dettaglio [1] (ma senza menzionare le ragioni che lo avrebbero condotto su questa strada).
I media che ci hanno accusati all’epoca di “complottismo” e di “antiamericanismo” non hanno ripetuto i loro insulti nei confronti del parlamento norvegese.
Il parlamento norvegese si è augurato che il Premio per la Pace ritorni alla sua funzione originaria [2]. In effetti, nel corso degli ultimi anni, il Premio è stato sistematicamente attribuito non a degli attivisti per la pace, in conformità alle indicazioni di Alfred Nobel, ma a dei sostenitori della NATO [3].
Ex Primo Ministro norvegese, Thorbjørn Jagland rimane attualmente segretario generale del Consiglio d’Europa, funzione che gli permette d’impegnarsi oggi a giustificare il colpo di Stato in Ucraina.

Fonte – traduzione di M. Guidoni