La Risistemazione Globale

Di Peter Koenig per Global Research

Peter Koenig, economista e analista geopolitico, ha lavorato per la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità nei settori dell’ambiente e delle risorse idriche. Tiene lezioni nelle università in USA, Europa e Sud America. Scrive regolarmente per Global Research e diverse altre testate.
È autore di Implosion – An Economic Thriller about War, Environmental Destruction and Corporate Greed – romanzo basato sui fatti e su trenta anni di esperienza alla Banca Mondiale in giro per il mondo. E’ anche coautore di The World Order and Revolution! – Essays from the Resistance.

Immagina, stai vivendo in un mondo che ti hanno detto sia una democrazia – e tu puoi persino crederci – ma in effetti la tua vita e il tuo destino sono nelle mani di pochi oligarchi ultra ricchi, ultra potenti e ultra disumani. Possono essere chiamati lo “Stato Profondo”, o semplicemente la “Bestia”, o qualsiasi altra cosa di oscuro e non rintracciabile – non ha importanza. Sono meno dello 0,0001%.
Per mancanza di una migliore espressione, per ora chiamiamoli “Oscuri Individui”.
Questi oscuri individui che pretendono di gestire il mondo non sono mai stati eletti. Non abbiamo bisogno di nominarli. Capirete chi sono, e perché sono famosi e perché alcuni di loro sono totalmente invisibili. Hanno creato strutture e organismi senza alcuna struttura legale. Sono pienamente al di fuori della legalità internazionale. Sono un’avanguardia per la Bestia. Può essere che ci siano svariate Bestie in competizione. Ma esse hanno lo stesso obiettivo: un Nuovo Ordine Mondiale (NOM) o un Unico Ordine Mondiale (UOM).
Questi oscuri individui stanno gestendo il Forum Economico Mondiale (in cui si riuniscono i rappresentanti della grande industria, dell’alta finanza e le grandi celebrità), il Gruppo dei 7 – G7, il Gruppo dei 20 – G20 (in cui si riuniscono i leader delle nazioni “economicamente più forti”). Ci sono anche entità minori, chiamate Bilderberg Society, Council on Foreign Relations (CFR), Chatam House e altre ancora.
I membri di tutte loro si sovrappongono. Persino la combinazione di questa avanguardia ampliata rappresenta meno dello 0,0001%. Si sono tutti sovraimposti sui governi nazionali sovrani eletti e sui governi costituzionali, e sulla struttura multinazionale a livello mondiale, l’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Continua a leggere

La digitalizzazione prossima ventura

“Il mondo sta combattendo la pandemia oppure il pianeta e il virus sono un campo di battaglia di un’altra gigantesca guerra di dimensioni planetarie? Qualche volta, nel liquidare con un’alzata di spalle il cosiddetto “complottismo”, un rischio grave c’è, bisognerà pur dirlo. È quello di appiattire a certe tesi caricaturali molte evidenze tutt’altro che fantasiose. Michel Chossudovskj, direttore di Global Research, il centro canadese di ricerca sulla globalizzazione, considerato uno dei massimi esperti internazionali di economia e geopolitica e collaboratore dell’Enciclopedia Britannica, sostiene da tempo che lo sganciamento delle risorse umane e materiali dai processi di produzione, scatenato dal confinamento paralizzando l’economia reale, è stato un atto di guerra. Un’operazione pianificata con cura, che è parte di un piano militare e di intelligence degli Stati Uniti e della NATO, per indebolire Cina, Russia e Iran e destabilizzare il tessuto economico dell’Unione Europea. Chossudovsky trova conferma della sua tesi in certe affermazioni “leggere” di Mike Pompeo, segretario di Stato USA. Ci si creda o meno, spiega Carlos Fazio su La Jornada, la disputa geopolitica per il controllo di zone di influenza fra le potenze – Stati Uniti e Cina, in particolare -, ha avuto nell’emergenza mondiale vincitori e sconfitti. È la solita fake news perché i morti sono ovunque? Difficile crederlo, Amazon e Jeff Bezos, per fare un esempio, in sole tre settimane di pandemia hanno accresciuto il patrimonio di 25 miliardi di dollari. Non sono i soli, né quelli che hanno guadagnato di più. Tutte le corporation della Silicon Valley, le grandi protagoniste di quello che Shoshana Zuboff chiama il capitalismo di sorveglianza, così come il primo fondo di investimenti del pianeta, BlackRock – che possiede il 5% di Apple e di Exxon Mobil e il 6% di Google ed è più grande di GoldmanSachs, J.P. Morgan e Deutsche Bank messi insieme – vivono una vera e propria Grande Abbuffata. Pechino risponde, intanto, lanciando la prima moneta digitale nazionale e la Via digitale della Seta. La guerra per la leadership digitale nel mondo – con i suoi assi portanti principali: l’intelligenza artificiale, l’Internet delle cose, le reti 5G e il Big Data – era già in corso molto prima dell’irruzione del coronavirus (in particolare, naturalmente, tra Cina e Stati Uniti), ma di certo il Covid-19, magari indipendentemente dalla sua genesi, non gli è estraneo. Nulla gli è estraneo. Lo si vede da tempo anche con la forsennata corsa al business sul vaccino. La colonizzazione digitale, quella che trasforma tutto quel che pensiamo e facciamo lasciando tracce nella rete in merce informativa da vendere e comprare, resta però il piatto forte delle nuove forme del dominio e della guerra, senza alcuna esclusione di colpi, per conquistarne l’egemonia.”

Così il sito comune-info.net presenta l’articolo di Carlos Fazio, Sul capitalismo della sorveglianza, di cui consigliamo attenta lettura.

Oltre la sudditanza psicologica

La dismisura, il gigantismo della tecnica che sovrasta e schiaccia la natura, la violenza predatoria, sono i fondamenti della società nordamericana. Dunque, non dovrebbero affatto sorprendere i metodi utilizzati dalle forze di polizia per garantire un ordine che si fonda sul monopolio dell’uso della violenza. Non dovrebbe neanche sorprendere il sistema del “due pesi due misure” con il quale i mezzi di informazione ed i vertici politici dell’“Occidente” a guida nordamericana si rapportano alle manifestazioni di protesta negli Stati Uniti o a quelle di Hong Kong, così come in qualsiasi altro Paese “non allineato”.
Uno degli effetti indubbiamente più deleteri degli oltre sette decenni di occupazione militare dell’Europa da parte di Washington è senza ombra di dubbio quello status mentale che porta a considerare ciò che avviene nel centro pseudoimperiale come qualcosa di determinante anche per la sua periferia. La sudditanza psicologica nei confronti degli Stati Uniti è arrivata ad un punto tale da scatenare vere e proprie tifoserie che sostengono le parti opposte nello spettacolo elettorale della democrazia americana, nella speranza che la vittoria dell’una o dell’altra possa per lo meno garantire un qualche miglioramento nella comunque ben accetta condizione di sottoposto.
Tale condizione ha subito un forte processo di estremizzazione nel corso delle elezioni presidenziali del 2016, che hanno portato alla vittoria del magnate Donald J. Trump, arrivata comunque in un momento di declino per la potenza talassocratica.
In questo contesto non si vuole in alcun caso riportare l’ormai stucchevole spettacolarizzazione propagandistica della lotta tra il Presidente ed il cosiddetto “deep state”. Chiunque abbia un minimo di familiarità con i meccanismi di potere nordamericani sa perfettamente che esiste un complesso industriale-politico-militare che persegue delle finalità geopolitiche e si muove in determinate direzioni, a prescindere da chi stia al vertice dell’impianto. Lo stesso processo di privatizzazione del Pentagono ha creato un sistema di contrattazione militare privata che si nutre di conflitto, ricavando da questo immani profitti. Basti pensare che, in piena pandemia, Washington ha votato contro una risoluzione ONU per il congelamento dei conflitti e delle sanzioni.
In questo senso l’attuale costruzione di una nuova retorica bipolare (in cui la Cina è presentata come un nuovo impero del male), oltre a garantire a Washington quel ruolo di guida democratica del “mondo libero” che gli USA non potrebbero permettersi di assumere in una condizione di multipolarità, serve essenzialmente a mantenere tale sistema in costante tensione.
Viene spesso enfatizzato il fatto che l’amministrazione Trump non ha scatenato alcun nuovo conflitto. Questa affermazione non trova alcun riscontro nella realtà geopolitica. In primo luogo, è un dato di fatto che le “guerre commerciali” sono guerre a tutti gli effetti e spesso rappresentano il preludio a più articolate azioni militari. In secondo luogo, ciò che ha impedito nuove azioni militari non è stata l’elezione di Trump, ma il rafforzamento dell’alleanza strategica tra Mosca e Pechino (fattore che aveva già spaventato la precedente amministrazione), la quale ha da subito lasciato intendere le sue posizioni, ad esempio, nel caso venezuelano e in quello iraniano. Lo stesso trumpismo, tra l’altro, non è affatto estraneo all’istinto eccezionalista che vorrebbe modellare il mondo a immagine e somiglianza degli USA. Si pensi, a questo proposito, al progetto di matrice bannoniana della New Federal China: ovvero l’idea di fare della Cina, liberata dal governo del PCC, una sorta di nuova CSI (la Comunità di Stati Indipendenti che soppiantò l’URSS dopo il suo crollo).
Quella che è stata definita come violenza predatoria (il saccheggio delle risorse petrolifere in Siria, ad esempio) è, di fatto, ciò che continua a garantire agli Stati Uniti una forza egemonica sufficiente per mantenere il dominio coloniale su un’Europa che ha rinunciato da tempo tanto alla volontà quanto alla decisione. Aspetti che hanno invece caratterizzato la sua tradizione politica prima del totale asservimento all’“Occidente”.
Ora, se l’Europa, in uno slancio di ritrovata autostima, volesse provare a riconquistare la propria sovranità, il primo passo da compiere sarebbe necessariamente l’identificazione del proprio nemico esistenziale e geopolitico. Questo nemico è l’America.”

Da Il nemico è l’America, di Daniele Perra.

Libertà di stampa o libertà di menzogna?

Il Coronavirus sta ottundendo le facoltà cerebrali, prima ancora che attaccare i polmoni. Navighiamo in un oceano di follia. Ho scritto più volte che la prima “emergenza” in Italia è la cosiddetta informazione, che è controllata in gran parte da due gruppi finanziari, ed è assolutamente omologata culturalmente, oltre che politicamente a senso unico, e povera, spesso poverissima sul piano della mera capacità giornalistica, non di rado anche nella padronanza della lingua italiana.
Ho raccontato qualche giorno fa la vicenda del vergognoso articolo di tale Jacopo Jacoboni su uno dei più “allineati” quotidiani italiani, “La Stampa”. L’articolo sulla base di fonti non specificate di autorità militare e politiche italiane insinuava che gli aiuti russi all’Italia in difficoltà non fossero che un escamotage per mettere una zampa nel Paese, allontanandolo dagli “alleati storici” (ossia lo Zio Sam, nostro padrone assoluto dal 1947) e che oltre tutto quegli aiuti erano “per oltre l’80%” assolutamente inutili.
L’articolo, un esempio di che cosa non debba essere il giornalismo (sarebbe da far studiare nelle sedicenti scuole che scuciono denaro a giovani illudendoli di avviarli alla professione), era stato ridicolizzato, con la verve che gli è propria, da Marco Travaglio, sul “Fatto Quotidiano”. Travaglio, è noto, è non solo una penna caustica, ma un signor giornalista, uno che evita le supposizioni, e prova a raccontare i fatti sulla base di una documentazione accertata. Del resto il signor Jacoboni gli aveva fornito ampia messe di scempiaggini, al limite del caricaturale, per cui era facile affondare il suo pseudo-argomentare. E ricordo che Travaglio è dichiaratamente uomo che politicamente si schiera a destra, ma, a differenza di Jacoboni, è un vero giornalista, uno di quelli che dà quotidiane lezioni di informazione. (Il che non toglie che valga anche per lui, come per me!, il detto latino: “quandoquidem dormitat Homerus”! Insomma tutti possiamo sbagliare, ma importante è procedere in modo rigoroso, controllando le fonti, lasciando da parte insinuazioni prive di fondamento, e soprattutto non facendoci “dettare” i nostri articoli da qualche padrone o suo emissario).
Avevo ripreso la questione, denunciando quell’esempio di sciacallaggio, in un momento in cui l’Italia vive una situazione terribile e, ignorata dagli “alleati storici” e abbandonata e persino derisa dai partner europei, riceve aiuti da Paesi esterni, tutti, guarda un po’, appartenenti all’area che era stata del socialismo, o lo era ancora: Repubblica Popolare Cinese, Cuba, Venezuela, Federazione Russa. In particolare da questo grande Paese erano appena giunti aerei cargo che avevano trasportato camion attrezzati con un centinaio di addetti, tutto personale medico e paramedico altamente qualificato, con attrezzature non solo mediche, ma igieniche e sanitarie. Un esempio di organizzazione perfetta oltre che di eccezionale generosità.
Ebbene, “La Stampa” (ma anche altri giornali a cominciare dal sodale “la Repubblica”, ormai appartenente allo stesso gruppo finanziario del quotidiano torinese), sputava su quegli aiuti, aggiungendo elementi di tensione politica, insufflando dubbi e sospetti in una opinione pubblica smarrita e sull’orlo costante di crisi di ansia e di panico.
L’articolo ha generato, come era del tutto ovvio (e personalmente lo avevo previsto) le reazioni irritate del Governo russo, che si è espresso per bocca del suo Ambasciatore a Roma, prima e poi del portavoce del Ministero della Difesa (responsabile della spedizione, trattandosi di mezzi e personale inquadrati nelle Forze Armate della Federazione). Giustamente non solo i comunicati russi facevano osservare la gratuità dell’aiuto russo, e denunciavano come del tutto infondate e perniciose le insinuazioni del sedicente giornalista, ma parlavano di “russofobia” (tema su cui mi sono soffermato più volte negli ultimi tempi, molto prima dell’emergenza Covid 19).
Ebbene, che cosa sarebbe dovuto accadere, quale risposta ci sarebbe dovuta esser da parte della “”? Una sola possibile: un messaggio di scuse.
Invece no, con sufficienza e una notevole dose di superflua arroganza, prima il Direttore Molinari, poi il Comitato di Redazione, subito supportato da quello del gemello “La Repubblica”, hanno risposto lamentando la carente libertà di stampa in Russia, e vantando quella italiana! Secondo un consolidato modello argomentativo, quando si è in difficoltà davanti a precise contestazioni, invece di entrare nel merito, si rovescia l’accusa. Si può fare, ma solo dopo! E nel momento in cui addirittura si creano a livello addirittura governativo, delle “task forces” contro la “fake news”, si può far passare come libertà di stampa la libertà di menzogna?! Siamo davvero a un passo dalla follia.
Lo sconcerto cresce se andiamo a vedere le reazioni politiche: i primi a insorgere, non contro Jacoboni, bensì a suo favore, e dunque contro il Governo russo, sono stati rappresentanti dei Radicali (così ogni tanto scopriamo che esistono ancora, o meglio credono di esistere), del PD, il solito Renzi, che deve non farsi scavalcare, in fatto di tutela della libertà di menzogna, dai suoi ex soci di via del Nazareno, tutti appassionatamente insieme a Forza Italia. Ringalluzzito da tale parterre, il simpatico Jacoboni prima sollecita un pronunciamento ufficiale del nostro Governo (“In Italia non ci facciamo intimidire, qui esiste la libertà di critica. Noi non siamo la Cecenia. Ringrazio i tanti che mi hanno espresso la loro solidarietà, anche se mi sarei aspettato immediatamente una reazione da parte del presidente del Consiglio”). E quando arriva un comunicato congiunto dei Ministeri degli Esteri e della Difesa (“La libertà di espressione e il diritto di critica sono valori fondamentali del nostro Paese, così come il diritto di replica”), Jacoboni, ormai convinto di essere un paladino della libertà di stampa, uno dei nuovi “eroi” sorti nella battaglia contro il Covid 19, non si accontenta. E sentenzia: “Ognuno legga e si faccia un’idea. La nota, dettaglio importante, è firmata dai ministeri della Difesa e degli Esteri italiani. Non è una nota di Palazzo Chigi”.
Ossia, il nuovo Tocqueville, grande teorico della libera stampa, nell’Ottocento, dico Jacoboni, sembra infastidito dal fatto che la Nota inizi con un riconoscimento alla Russia (“L’Italia è grata alla Russia per gli aiuti…”), e soprattutto a lui non bastano due ministri scesi per difendere la sua “professionalità” (!?), pretende che scenda in campo addirittura il Presidente del Consiglio. Il quale evidentemente non ha di meglio da fare, in queste giornate di delirio, di sofferenza nazionale, di confusione, incertezza, paura, che difendere l’onore professionale di Jacopo Jacoboni.
Personalmente, nella mia modesta veste di commentatore, raccogliendo l’invito implicito di Jacoboni (in fondo è il solito “armiamoci e partite!”), proporrei una bella dichiarazione di guerra. Al virus l’abbiamo già fatta, con modesti risultati finora. E sull’onda del patriottico orgoglio di cui sono traboccanti le reti sociali e i balconi d’Italia, avvierei una nuova “campagna di Russia”. Ci andò male, com’è noto, in passato, quando Mussolini mandò a combattere gli Alpini con le scarpe di cartone. D’altronde oggi buttiamo nelle corsie di ospedali giovani e vecchi medici e paramedici senza esperienza e senza mezzi di protezione nell’altra “guerra”. Magari stavolta nelle steppe siberiane ci andrà meglio. Dunque, Mosca sei avvertita!
Angelo D’Orsi

(Fonte)

Nell’Europa chiusa per il virus la UE apre le porte all’esercito USA

I ministri della Difesa dei 27 Paesi della UE, 22 dei quali membri della NATO, si sono incontrati il 4-5 marzo a Zagabria in Croazia. Tema centrale della riunione (cui ha partecipato per l’Italia il ministro Guerini del PD) non è stato come affrontare la crisi da Coronavirus che blocca la mobilità civile, ma come incrementare la «mobilità militare».
Test decisivo è l’esercitazione Defender Europe 20 (Difensore dell’Europa 2020), in aprile e maggio. Il segretario generale della NATO Stoltenberg, che ha partecipato alla riunione UE, la definisce «il più grande spiegamento di forze USA in Europa dalla fine della Guerra Fredda».
Stanno arrivando dagli USA in Europa – comunica lo US Army Europe (Esercito USA in Europa) – i 20.000 soldati che. insieme ad altri 10.000 già presenti e a 7.000 di alleati NATO, «si spargeranno attraverso la regione europea».
Le forze USA portano con sé 33.000 pezzi di equipaggiamento militare, dagli armamenti personali ai carrarmati Abrams. Occorrono quindi adeguate infrastrutture per il loro trasporto.
C’è però un problema, evidenziato in un rapporto del Parlamento Europeo (febbraio 2020): «Dagli anni Novanta le infrastrutture europee sono state sviluppate puramente a scopi civili. La mobilità militare è però ritornata ad essere una questione chiave per la NATO. Poiché la NATO manca degli strumenti per migliorare la mobilità militare in Europa, l’Unione Europea, che ha gli strumenti legislativi e finanziari per farlo, svolge un ruolo indispensabile».
Il Piano d’azione sulla mobilità militare, presentato dalla Commissione Europea nel 2018, prevede di modificare «le infrastrutture non adatte al peso o alle dimensioni dei mezzi militari». Ad esempio, se un ponte non può reggere il peso di una colonna di carrarmati, deve essere rafforzato o ricostruito.
In base a tale criterio, la prova di carico del nuovo ponte, che a Genova sostituirà il ponte Morandi crollato, dovrebbe essere fatta con carrarmati Abrams da 70 tonnellate.
Tali modifiche, inutili per usi civili, comportano forti spese a carico dei Paesi membri, con un «possibile contributo finanziario UE». La Commissione Europea ha destinato a tale scopo un primo stanziamento di 30 miliardi di euro, denaro pubblico proveniente dalle nostre tasche.
Il Piano prevede inoltre di «semplificare le formalità doganali per le operazioni militari e il trasporto di merci pericolose di tipo militare». Lo US Army Europe ha richiesto l’istituzione di «un’Area Schengen militare», con la differenza che a circolare liberamente non sono persone ma carrarmati.
L’esercitazione Defender Europe 20 – è stato detto all’incontro di Zagabria – permetterà di «individuare nella mobilità militare qualsiasi strozzatura, che la UE dovrà rimuovere». La rete dei trasporti UE sarà quindi testata da 30.000 soldati USA, che «si spargeranno attraverso la regione europea», esentati dalle norme sul Coronavirus.
Lo conferma il video dello US Army Europe sull’arrivo in Baviera, il 6 marzo, dei primi 200 soldati USA: mentre in Lombardia, a poche centinaia di km di distanza, vigono le norme più severe, in Baviera – dove si è verificato il primo contagio europeo di Coronavirus – i soldati USA, scesi dall’aereo, stringono le mani delle autorità tedesche e abbracciano i commilitoni senza alcuna mascherina.
Sorge spontanea la domanda: forse sono già vaccinati contro il Coronavirus?
Ci si domanda inoltre che scopo abbia «il più grande spiegamento di forze USA in Europa dalla fine della Guerra Fredda», ufficialmente per «proteggere l’Europa da qualsiasi potenziale minaccia» (con chiaro riferimento alla «minaccia russa»), nel momento in cui l’Europa è in crisi per la minaccia del Coronavirus (c’è un caso perfino nel Quartier generale NATO a Bruxelles).
E poiché lo US Army Europe comunica che «movimenti di truppe ed equipaggiamenti in Europa dureranno fino a luglio», ci si domanda se tutti i 20.000 soldati USA ritorneranno in patria o se una parte resterà invece qui con i suoi armamenti.
Il Difensore non sarà mica l’Invasore dell’Europa?
Manlio Dinucci

(Fonte)

N.B: l’Italia, tramite il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, ha comunicato che non parteciperà all’esercitazione Defender Europe 20 perché “gli uomini e le donne della Difesa sono in campo senza sosta per fronteggiare, in questo delicato momento, l’emergenza sanitaria e per garantire l’attuazione delle importanti delibere decise del governo”.

La battaglia esistenziale per gli Stati Uniti


“I turbolenti anni venti sono iniziati con il botto dell’assassinio mirato del generale iraniano Qasem Soleimani.
Eppure un botto più grande ci attende per tutto il decennio: la miriade di declinazioni del Nuovo Grande Gioco in Eurasia, che mette gli Stati Uniti contro la Russia, la Cina e l’Iran, i tre principali nodi dell’integrazione dell’Eurasia.
Ogni atto rivoluzionario in geopolitica e geoeconomia nel prossimo decennio dovrà essere analizzato in relazione a questo epico scontro.
Lo Stato profondo e i settori cruciali della classe dirigente americana sono assolutamente terrorizzati dal fatto che la Cina stia già superando economicamente la “nazione indispensabile” e dal fatto che la Russia abbia superato militarmente gli USA. Il Pentagono designa ufficialmente i tre nodi eurasiatici come le principali minacce “minacce”.
Le tecniche di guerra ibrida – che portano alla demonizzazione integrata del 24/7 – prolifereranno con l’obiettivo di contenere la “minaccia”, l ‘”aggressione” russa e la “sponsorizzazione del terrorismo” dell’Iran. Il mito del “libero mercato” continuerà ad affogare sotto l’imposizione di una raffica di sanzioni illegali, eufemisticamente definite come nuove “regole” commerciali.
Eppure questo non sarà abbastanza per far deragliare il partenariato strategico Russia-Cina.
(…) Il colonnello in pensione dell’esercito americano Lawrence Wilkerson, capo di Stato Maggiore di Colin Powell dal 2001 al 2005, si lancia all’inseguimento: “L’America esiste oggi per fare la guerra. In che altro modo interpretiamo 19 anni consecutivi di guerra e senza fine in vista? Fa parte di quello che siamo. Fa parte delle caratteristiche dell’impero americano.
Mentiremo, imbrogliamo e ruberemo, come sta facendo Pompeo in questo momento, come sta facendo Trump in questo momento, come sta facendo Esper in questo momento… e una miriade di altri membri del mio partito politico, i Repubblicani, stanno facendo proprio ora. Mentiremo, imbrogliamo e ruberemo per fare qualunque cosa dobbiamo fare per continuare questo complesso bellico”, come loro stessi hanno affermato. Questa è la verità. E questa è la sofferenza
Mosca, Pechino e Teheran sono pienamente consapevoli della posta in gioco. Diplomatici e analisti stanno lavorando alla tendenza, per il trio, di sviluppare uno sforzo concertato per proteggersi l’un l’altro da tutte le forme di guerra ibrida – sanzioni incluse – lanciate contro ognuna di esse.
Per gli Stati Uniti, questa è davvero una battaglia esistenziale – contro l’intero processo di integrazione dell’Eurasia, le Nuove strade della seta, il partenariato strategico Russia-Cina, quelle armi ipersoniche russe mescolate con una diplomazia flessibile, il profondo disgusto e la rivolta contro le politiche statunitensi in tutto il Global South, il quasi inevitabile crollo del dollaro USA. Quel che è certo è che l’Impero non andrà tranquillamente nella notte. Dovremmo essere tutti pronti per la battaglia dei secoli.”

Da Gli Stati Uniti sono in una battaglia epocale per fermare l’integrazione dell’Eurasia, di Pepe Escobar.

Libia: tanto casino per nulla

“Ma perchè tanto casino per nulla? Sarebbe interessante capire quali attori hanno avuto interesse a far uscire certe notizie proprio in questo momento. Gli stessi che probabilmente avevano diffuso false dichiarazioni attrribuite alla presidenza tunisina di aver negato il passaggio sul suo territorio alle truppe di Haftar, quando invece Erdogan non ne aveva neanche fatto richiesta. Ma quello che fa sorridere maggiormente, al di là delle congetture sul perchè Serraj non sia venuto a Roma, è la notizia del suo rapimento. E’ chiaro a tutti – e chi non lo ricorda o nega – mente, che Serraj è stato rapito il primo giorno del suo Governo. Una chiara descrizione di questo concetto ci viene fornita da Wolfram Lacher and Alaa al-Idriss nel rapporto “Capitale delle milizie, i gruppi armati catturano lo Stato libico”.
“Quando arrivò a Tripoli – si legge nel rapporto – il Consiglio presidenziale poteva contare sulla promessa di una manciata di gruppi armati nella capitale che lo avrebbero sostenuto. Una serie di altre milizie erano esplicitamente ostili, mentre la maggior parte dei gruppi armati a Tripoli non era schierata. Dal 2011, il panorama della sicurezza di Tripoli è stato un mosaico altamente frammentato e instabile di più gruppi armati. Ma nell’anno che seguì l’arrivo del Consiglio Presidenziale, quattro milizie che si erano associate a Serraj fin dall’inizio divisero la capitale tra di loro. Queste quattro milizie – la Special Deterrence Force (SDF), il Tripoli Revolutionaries Battalion (TRB), il Nawasi Battalion e l’unità Abu Slim dell’apparato di sicurezza centrale – hanno ampliato il loro controllo sul centro, il sud e l’ovest di Tripoli, spostando gradualmente i gruppi armati rivali durante una serie di pesanti scontri. Parallelamente, hanno convertito il loro controllo territoriale in influenza politica e finanziaria guadagnando e consolidandosi in un cartello”.
Ma non è tutto. Vale la pena ricordare alcuni crimini commessi da queste milizie che hanno preso in ostaggio Serraj dal primo giorno del suo insediamento. Tralasciando quelli più lontani nel tempo, ci limitiamo qui a citare solo i fatti più recenti verificatisi nella capitale Tripoli. Il 4 dicembre 2019, alcuni gruppi di uomini armati, probabilmente appartenenti alla città di Misurata e diverse formazioni, hanno attaccato mercoledì mattina la sede del Ministero delle Finanze, nei pressi di Dahra, circondadolo e sequestrando mezzi e armi. Lo stesso giorno gli stessi gruppi armati hanno circondato gli uffici presidenziali di Fayez al-Serraj, sequestrando armi e alcuni mezzi delle forze di sicurezza incaricate di proteggere il presidente. La notizia è stata confermata dal ministro dell’Interno, Fathi Pashagha, che promise giustizia e avvertì l’indomani l’avvio dell’ennesima indagine che rimarrà inconclusa, per la totale assenza dello stato di diritto a Tripoli.
Ancora prima, il 26 settembre 2019, pubblicando una nota del governo libico, riportavamo l’attacco da parte delle milizie al ministro dell’Economia, Faraj Boumtari. Il ministro aveva rivelato che, mentre si trovava nel suo ufficio, era stato attaccato da una persona di nome Taher Erwa, meglio noto come capo dell’intelligence di Tripoli. In una missiva indirizzata al procuratore generale e al Ministero degli Interni, il ministro spiegava di essere stato assalito nel suo Ministero perchè l’uomo sosteneva che il suo gruppo non aveva ricevuto il suo salario. Ma ancora prima, il 12 gennaio 2017, Federica Bianchi sull’Espresso scriveva: “i ribelli hanno attaccato le sedi dei principali dicasteri: è la dimostrazione di quanto la situazione nel paese africano sia ancora instabile nonostante le vittorie contro l’Isis”. Bianchi aggiunge: “Nonostante le milizie di Misurata, fedeli ai Fratelli Musulmani di cui Haftar è acerrimo nemico, abbiamo cacciato l’Isis da Sirte, il governo di Serraj su cui ripongono le speranze americani ed europei non solo ha perso importanti pezzi da novanta nell’ultimo anno ma non è riuscito ancora a garantire la ripresa della vita nella capitale libica, in questi giorni addirittura in preda al freddo per mancanza di elettricità”.
Tutto ciò – sebbene di esempi ce ne siano ancora tanti dal 2015 ad oggi – conferma che Serraj è solo un ostaggio dei suoi gruppi armati e della Fratellanza Musulmana con cui ha solo recentemente preso pubblichi accordi, firmando due Memorandum d’Intesa con Recep Tayyp Erdogan. Nuovo e non ultimo padrone a cui Serraj dovrà rendere conto e che probabilmente gli avrebbe “sconsigliato” di andare a Roma, qualora veramente la visita fosse stata in programma, visto che il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, nelle stesse ore era al Cairo e Conte aveva ricevuto lo spietato aggressore Haftar che ha cacciato Daesh ed al-Qaeda dalle principali città libiche.
E’ chiaro che non bastavano le notizie false diffuse da Anadolu, dai media russi e turchi, su chi nei giorni scorsi ha preso il controllo di Sirte, dove l’esercito era stato accolto dalla popolazione in festa. Più i gruppi armati della Fratellanza e gli estremisti inviati da Erdogan perdono terreno, più si fa aggressiva la loro reazione sui media. Più aumenta il coinvolgimento di attori esterni, più risulta difficile stabilire quali siano le notizie vere e quali quelle false. Ma dire che Serraj è stato rapito solo ieri sera, vuol dire ignorare cinque anni del suo governo.”

Da Serraj fu rapito il primo giorno del suo Governo, di Vanessa Tomassini.

L’imperialismo energetico statunitense


“Con la Libia relegata nel ruolo di Stato fallito, l’Iran espulso dal commercio, il Golfo Persico che si sta trasformando in zona di guerra, il Venezuela sanzionato dai mercati, Boko Haram che interrompe la produzione di petrolio nigeriana, la gigantesca Russia costretta a una nuova Guerra Fredda, i Sauditi in procinto di vendere pezzi di ARAMCO agli Stati Uniti e ad altri investitori capitalisti, e ora con Donald Trump che tiene il petrolio siriano fuori dai mercati globali, gli Stati Uniti spingono il loro petrolio come il più affidabile e facilmente disponibile.
Lo stesso si può dire degli sforzi degli Stati Uniti per espandere i propri mercati di gas naturale liquefatto (GNL). La volontà sistematica di rappresentare la Russia come una minaccia esistenziale che incombe ai confini dell’Europa orientale e centrale ha lo scopo di stigmatizzare la Russia come partner pericoloso e compromettere la sua posizione come principale fornitore economico di gas naturale, fornito dalle pipeline per l’Europa. Di conseguenza, gli Stati Uniti sperano di aprire la porta di quel mercato stabilendo terminali GNL negli Stati più anti-russi. Allo stesso modo, il caos nello Stretto di Hormuz e la lotta all’Iran hanno gettato un’ombra sull’affidabilità dei maggiori concorrenti statunitensi di gas: i vasti giacimenti di gas iraniano e del Qatar.
In questa competizione per i mercati energetici globali, gli Stati Uniti fanno affidamento sulle sanzioni economiche come arma preferita, in particolare bloccando l’attività commerciale dei rivali energetici.
Se imporre la stabilità in un mondo capitalista dipendente dalle importazioni di energia era il primo obiettivo dell’imperialismo USA, la sovrapproduzione di energia da tecnologie innovative ha fissato nuovi obiettivi. Poiché gli Stati Uniti bramano i mercati tradizionali di petrolio e gas naturale, l’imperialismo USA è disposto a convivere e anche favorire l’instabilità globale. Non è un caso che guerre distruttive senza fine, zone a rischio diffuse, minacce e ostilità siano caratteristiche del ventunesimo secolo.
Rafforzare le esportazioni di energia e la vendite di armi rendono gli Stati Uniti il principale piantagrane in un mondo capitalista instabile e ultra competitivo.
L’imperialismo energetico statunitense rende ancora più pericoloso un mondo già instabile.”

Da È solo tutto per il petrolio?, di Greg Godels.

La loro “libertà” non è la nostra libertà


“In precedenza, veniva fatto regolarmente e funzionava: l’Occidente identificava un Paese come nemico, scatenava la sua propaganda professionale contro di lui, quindi somministrava una serie di sanzioni, affamando e uccidendo bambini, anziani e altri gruppi vulnerabili. Se il Paese non fosse crollato in pochi mesi o anni, sarebbero iniziati i bombardamenti. E la nazione, totalmente scossa, nel dolore e nell’impotenza, crollava come un castello di carte, una volta sbarcati i primi soldati della NATO.
Tali scenari sono stati ripetuti più volte dalla Jugoslavia all’Iraq.
Ma all’improvviso è successo qualcosa di importante. Questa terrificante anarchia, questo caos si è fermato; è stato scoraggiato.
L’Occidente continua a usare la stessa tattica, cerca di terrorizzare Paesi indipendenti, spaventare la gente, rovesciare ciò che definisce “regimi”, ma il suo potere mostruosamente distruttivo è diventato improvvisamente inefficace.
Colpisce e la nazione attaccata trema, grida, versa sangue, ma si rialza in piedi, orgogliosamente.
Quello che stiamo vivendo è un grande momento nella storia umana. L’imperialismo non è stato ancora sconfitto, ma perde la sua presa globale sul potere.
Ora dobbiamo capire chiaramente “perché” per poter continuare la nostra lotta, con ancora più determinazione, con ancora più efficienza.”

All’improvviso, l’Occidente non riesce più a rovesciare i “regimi” di Andre Vltchek, continua qui.

MH-17, verità negate

“Le cosiddette indagini sul disastro MH-17 rappresentano un caso di studio, anche se uno abbastanza rozzo a causa dei rozzi metodi di guerra dell’informazione dell’Ucraina. Ma è evidente che quasi tutte le “prove” che coinvolgono la Russia o gli insorti della Novorussia sono state preparate dai servizi segreti ucraini, poi riciclate attraverso i social media, prima di essere presentate ai pubblici occidentali come la verità, l’unica verità, e nient’altro che la verità.”
(Fonte)

Russia ed Italia, ieri oggi e domani

Intervista a Paolo Borgognone, autore di Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina post-sovietiche e da ultimo di Storia alternativa dell’Iran islamico. Dalla rivoluzione di Khomeini ai giorni nostri (1979-2019).

L’ideologia yankee applicata al resto del mondo


“Vi è una coincidenza sorprendente tra la promozione della democrazia occidentale e il massacro di massa che ne è la sua applicazione pratica. Lo scenario è sempre lo stesso: si inizia con la dichiarazione dei diritti umani per finire con i B52. Ora questo trofeo della politica estera degli Stati Uniti – e dei loro alleati – è una diretta conseguenza del loro liberalismo. Questo aspetto della storia delle idee è poco conosciuto, ma la dottrina liberale ha perfettamente assimilato l’idea che per garantire la libertà di alcuni, sia necessario garantire la sottomissione di altri. Il padre fondatore degli Stati Uniti, un liberale come Benjamin Franklin, ad esempio, si oppose all’installazione di reti fognarie nei quartieri poveri, perché rischiava, migliorandone le condizioni di vita, di rendere i lavoratori meno cooperativi. In breve, dobbiamo affamare i poveri se vogliamo sottoporli e dobbiamo sottometterli, se vogliamo farli lavorare per i ricchi. A livello internazionale il potere economico dominante applica esattamente la stessa politica: l’embargo che elimina i deboli costringe i sopravvissuti, in un modo o nell’altro, a servire i loro nuovi padroni. Altrimenti, ci sono ancora i B52 e i missili da crociera.
Non è un caso che la democrazia americana, il modello che la Coca-Cola ha diffuso a tutte le famiglie del villaggio globale, sia stata fondata da schiavi e genocidi. C’erano 9 milioni di amerindi nel Nord America nel 1800. Un secolo dopo, erano 300.000. Come disse Alexis de Tocqueville “La Democrazia in America” è arrivata con le sue coperte avvelenate e le mitragliatrici Gatling. I selvaggi piumati del Nuovo Mondo prefiguravano i bambini iracheni nel ruolo di questa umanità in soprannumero di cui si sarebbero liberati, senza rimorsi, se le circostanze lo avessero richiesto. Così, da un secolo all’altro, gli Americani hanno trasposto il loro modello endogeno su scala mondiale. Nel 1946, il teorico e apostolo della Guerra Fredda del contenimento anticomunista George Kennan, scrisse ai dirigenti del suo Paese che il loro compito secolare sarebbe stato quello di perpetuare l’enorme privilegio concesso dalle fortune della storia negli Stati Uniti d’America: possedere il 50% della ricchezza per solo il 6% della popolazione mondiale. Le altre nazioni saranno gelose, vorranno una fetta più grande della torta e bisognerà impedire che ciò accada. In breve, la “nazione eccezionale” non intende condividere i benefici.
Una caratteristica importante dello spirito americano ha favorito questa trasposizione della “democrazia americana” in tutto il mondo. È la convinzione dell’elezione divina, l’identificazione con il Nuovo Israele, in breve il mito del “destino manifesto”. Tutto ciò che viene dalla nazione scelta da Dio appartiene di nuovo al campo del Bene, incluse le bombe incendiarie. Questa mitologia è la potente forza della buona coscienza yankee, quella che vetrifica intere popolazioni senza il minimo problema di coscienza, come il generale Curtis Le May, capo dell’aviazione americana, che vanta di aver fatto alla griglia col napalm il 20% della popolazione nordcoreana. Gli Stati Uniti hanno realizzato una congiunzione inedita tra una potenza materiale senza precedenti e una religione etnica ispirata al Vecchio Testamento. Ma questo potere è stato surclassato nel 2014 quando il PIL cinese, in parità di potere d’acquisto, ha superato quello degli Stati Uniti. E non è sicuro che l’Antico Testamento sia sufficiente a perpetuare un dominio che si sgretola inesorabilmente.”

Da Democrazia genocida, di Bruno Guigue.

Trump e i guerrafondai della NATO proclamano la pace

Finian Cunningham per rt.com

Durante la ricorrenza del 75° anniversario dell’assalto degli Alleati alla Francia occupata dai nazisti, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e gli altri leader della NATO hanno emesso un “Proclama del D-Day”. In suo nome, si sono impegnati a “non ripetere mai più l’orrore della seconda guerra mondiale”.
Gli Stati Uniti e altre 15 nazioni, tra cui Gran Bretagna, Francia e Canada, hanno anche dichiarato il loro impegno a “risolvere pacificamente le tensioni internazionali”.
Se il cosiddetto annuncio del D-Day suona come un carico di sciocchezze, è perché lo è.
Appare evidente che sia stato frettolosamente messo insieme a scopo rasserenante mentre Trump e gli altri commemoravano l’Operazione Overlord al suono di una banda di ottoni dell’esercito e l’inno dei tempi della guerra di Vera Lynn “We’ll meet again”. I nobili sacrifici di soldati e civili nella sconfitta del nazifascismo avrebbero dovuto ricevere qualche segno di decoro sotto forma di un proclama di pace, così sembra.
Tuttavia, la proclamazione di Trump e della sua banda di guerrafondai della NATO deve essere considerata nient’altro che una cinica adesione di facciata. Continua a leggere

Chi ha paura di Dugin e di Eurasia?

Chi ha paura di Aleksandr Dugin? Di sicuro la Busiarda. Il quotidiano torinese di De Benedetti-Elkann pubblica l’ennesimo articolo carico di odio e disprezzo per il tour in Italia del politologo e filosofo russo.
Ovviamente non si sofferma sul pensiero di Dugin, troppo faticoso informarsi, ma sul curriculum degli organizzatori italiani del tour di conferenze.
Non solo le colpe dei padri, e dei nonni, ricadono su figli e nipoti, ma anche quelle eventuali degli organizzatori ricadono su chi osa arrivare in Italia a proporre un pensiero diverso da quello obbligatorio secondo i criteri della Busiarda.
Così si evita di spiegare ai lettori, sempre meno numerosi, quali siano le proposte di Dugin in merito allo scenario internazionale, al populismo, all’economia od alla cultura. Non si sa mai: gli italiani potrebbero lasciarsi affascinare da un progetto euroasiatico invece di entusiasmarsi per l’austerità minacciata dagli euro cialtroni.
Meglio, molto meglio, dedicarsi ad ironizzare sulle scarse doti organizzative di chi ha pubblicato una locandina del tour con i nomi di partecipanti che assicurano di non voler partecipare. Meglio indignarsi per il regalo, a Dugin, di una lampada di Yule, ossia del portacandele in terracotta per celebrare il solstizio. Cosa aspetta Fico a chiedere l’espulsione di un Russo che osa festeggiare il solstizio invece del Ramadan?
Però, in fondo, la Busiarda ha ragione. Un filosofo che offre un’idea differente della politica, dei rapporti tra Paesi, che ipotizza alleanze di pace, che difende la cultura europea rappresenta sicuramente un pericolo per chi è convinto che l’uomo abbia diritto di vivere solo in quanto produttore e consumatore, per chi sostiene che l’uomo è al servizio dell’economia e non viceversa.
Dunque Dugin non deve parlare e se non glielo si può impedire bisogna almeno screditarlo ed impedire che qualcuno vada ad ascoltarlo. La censura delle idee è ormai una prassi costante per i media al servizio degli oligarchi.
Augusto Grandi

Fonte

La Libia è un caso di studio

“Senza entrare nel merito come ha fatto magistralmente Perra, si deve sottolineare una questione di metodo: non ridurre allo schematismo, alla ricerca dei burattinai di Haftar. Il generale libico avrebbe dietro di sé come danti causa Russi e Americani, Sauditi ed Emiratini, Francesi ed Egiziani, attori non necessariamente in armonia tra loro quando non rivali o nemici ma sempre uniti nell’armare, finanziare e telecomandare il nostro. Più che analisi, partite di Risiko a causa delle quali non comprendiamo come il signore della guerra nordafricano non sia mosso dal desiderio di sconfiggere il fondamentalismo islamico o da alleanze permanenti bensì solo da interessi permanenti: i propri. Dietro Haftar azzardiamo a dire che ci sia solo Haftar, ennesima incarnazione del capo vicino-orientale che cerca alleati e si offre come alleato sul mercato geopolitico, come prima di lui i regnanti hashemiti, sauditi o pahlavi con Inglesi ed Americani, o mutatis mutandis capi militari o di partito come Al Bashir o Saddam Hussein.
Pensiamo proprio a Saddam: già esponente di vertice dell’ala destra anticomunista della branca irachena del Baath, non esitò tanto a cercare la collaborazione degli elementi più religiosi dentro all’Iraq e della CIA all’esterno per prendere il potere e reprimere i comunisti, instaurando al contempo un governo progressista per quanto riguarda l’istruzione di massa e la condizione femminile. Da sempre avverso al clero sciita, alla Siria pure baathista e all’Iran rivoluzionario, fu però vicino alla causa palestinese. Anticomunista ma in discreti rapporti con l’URSS, combatté l’Iran con il consenso americano per poi tornare a giocare la carta antimperialista quando fu aggredito dagli USA a sua volta, così come la carta dell’unità sunnita. Chi aveva dunque “dietro di sé” Saddam Hussein? La domanda ci appare in tutta la propria insensatezza realpolitica.
Se nel Vicino Oriente ci si muove, lo ripetiamo, per interessi permanenti e non per alleanze permanenti, una volta scopertolo bisognerebbe capire quali interessi siano i nostri: stabilità degli Stati, possibilmente non ad opera di governi eccessivamente repressivi o reazionari che alienino le proprie popolazioni, lotta al radicalismo religioso formatosi ai margini del mondo sunnita (quello sciita non costituisce un problema per l’Europa, piaccia o meno al signor Bannon), costruzione di Paesi il più possibile inclusivi nei confronti delle donne, delle minoranze etniche e religiose (si pensi alle popolazioni cristiane o ai Curdi che al contrario potrebbero rifugiarsi in un separatismo disgregativo ed antiarabo) e dai sistemi economici efficaci ed efficienti che evitino povertà, emarginazione e conseguenti ondate migratorie. Si noti: abbiamo iniziato a parlare di Europa, non più di “Occidente”, e questo perché non pensiamo affatto che gli interessi di Europa, Stati Uniti e movimento sionista coincidano. Gli ultimi due attori hanno piuttosto interesse a garantire la disgregazione degli Stati vicino-orientali lungo linee etniche, religiose e tribali, al fine di assicurarne il sottosviluppo, la soggiogabilità o quanto meno la non pericolosità. Haftar o Serraj quindi, in Libia? La questione, per come l’abbiamo posta, precede e prescinde la domanda.
Nel metodo, la soluzione potrà venire, ancora una volta, da una “ecologia delle potenze” interessate alla stabilità del teatro mediterraneo e da un dialogo tra queste (Italia, Russia, forse la Turchia e l’Egitto che comunque si detestano, un Qatar e una Francia che non possono essere lasciati fuori dalla porta). Il lavoro di dialogo e tessitura diplomatica è tutt’altro che banale ed è urgente che l’Italia se lo assuma.
Nel merito, le uniche forze dialoganti sul terreno possono essere le tribù libiche e cioè il popolo del Paese: i capi tribù sono gli unici veramente interessati al benessere ed alla sopravvivenza delle proprie genti, molto più che non il signore della guerra di Bengasi o il “sindaco di Tripoli” (per tacere degli islamisti di Misurata).”

Da Libia e Vicino Oriente: quello che l’Occidente non capisce, di Amedeo Maddaluno.

La Santa Democrazia


“Il principale nemico dell’umanità negli ultimi decenni non è stato il terrorismo ma la Santa Democrazia. Così si potrebbe dire, se si credesse davvero nella Santa Democrazia e non la si ritenesse una maschera e un pretesto.
Questa maschera e questo pretesto sono stati utilizzati per condurre le guerre dell’Impero, quelle palesi e quelle occulte. Sono stati utilizzati per giustificare embarghi e boicottaggi e distruggere l’economia dei Paesi refrattari all’Impero e il benessere dei loro popoli; per bombardarli e invaderli; per condurre in tutto il mondo campagne di propaganda contro gli Stati che cercavano di sottrarsi alla colonizzazione occidentale e alla rapina delle loro risorse.
Dall’Irak allo Zimbabwe, dal Congo al Sudan, dalla Jugoslavia all’Iran, da Cuba alla Birmania, dalla Cina alla Russia all’Afganistan, chiunque rifiutasse il dominio delle multinazionali occidentali, e che fosse dominio incondizionato senza limiti né regole, diventava uno “Stato canaglia” e veniva fatto oggetto, prima di un vero e proprio linciaggio mediatico, poi di guerra vera, dichiarata o non ma con morti veri, stragi, distruzioni, assassinii, quando non stermini senza limiti.
Non importava e non importa che tipo di Paese sia, come sia organizzato, se sia o no democratico nel senso capitalista del termine, cioè se ci sia la possibilità di fondare partiti che facciano l’interesse dei padroni e che si presentino alle elezioni e stampino giornali e abbiano televisioni. Non importa, a meno che quei partiti non vincano le elezioni e si insedino al governo e offrano il paese alle orde multinazionali.
“Democrazia” è diventata ormai una parola vuota ma una minaccia piena d’orrore. Come fu per “eresia” in secoli non così lontani.
La Russia di Eltsin, che faceva bombardare il parlamento ma lasciava rapinare allegramente il proprio Paese da multinazionali e mafie, era un Paese democratico. La Russia di Putin e Medvedev, che mantengono lo stesso ordinamento politico ma che hanno riportato nelle mani dello Stato l’economia del Paese, diventa automaticamente “un regime autoritario”.
I paladini della Santa Democrazia passano il loro tempo a ordire e organizzare colpi di Stato, assassinii politici, attentati terroristici, in tre quarti del mondo. Organizzano eserciti di mercenari criminali, che una volta chiamavamo “squadroni della morte” ma che oggi, a furia di progredire, chiamiamo “contractors”, per torturare, massacrare, trucidare, terrorizzare popolazioni inermi, al solo scopo di demoralizzare la resistenza di quei popoli o di destabilizzare governi e Stati che fanno qualche passo verso l’indipendenza economica e politica dall’Impero, verso un ordinamento sociale un po’ meno capitalista. In Nicaragua negli anni ottanta i contras, addestrati, armati, comandati dagli USA, lottavano per la democrazia.
Uccidendo in tre anni ottomila civili e novecentodieci funzionari statali. Gli ottomila civili erano sindacalisti, attivisti politici, famiglie di sindacalisti e attivisti politici, contadini di tutte le età e i sessi, villaggi interi di contadini compresi i bambini. I funzionari statali erano maestri, medici, infermieri mandati dal governo nei villaggi contadini, spesso volontari che volevano dare il proprio contributo alla crescita umana e culturale del Paese in cui vivevano.
Lottavano, i contras, contro il governo sandinista, e uccidevano nei modi più efferati per creare e diffondere panico e terrore, demoralizzazione, paura. Quella paura continua e totale che fa preferire la schiavitù alla libertà.
Ma non voglio e non posso fare un elenco dei crimini della Santa Democrazia. William Blum, ex funzionario del Dipartimento di Stato USA, ci ha provato, limitandosi appunto alla politica USA e utilizzando solo i documenti CIA dissecretati, e gli è venuto un libro di settecento pagine.
Il problema più grave oggi, però, per noi popoli dei Paesi santamente democratici, è che il mito della Santa Democrazia è ormai diffuso tra tutti noi. Grazie all’informazione e ai suoi mezzi, siamo diventati tutti paladini della Santa Democrazia. Un tempo invece molti di noi avrebbero lottato a fianco dei Paesi attaccati dall’Impero. Un tempo molti di noi avrebbero subito rizzato le orecchie, sentendo i giornali e le televisioni dell’Impero iniziare a sbraitare monotonamente e senza tregua contro il governo di un Paese non in linea con gli interessi dell’imperialismo.
Come una volpe rizza le orecchie al latrare dei cani e al corno del cacciatore, sapendo che è l’inizio della caccia e che, se anche quel giorno non toccherà a lei, toccherà a una sua simile.
Forse è solo questo il problema: non ci sentiamo più simili ai popoli sfruttati, né a quelli che rifiutano di essere sfruttati dai nostri Paesi, o meglio dai nostri padroni.
Forse ci sentiamo più simili al cacciatore. O almeno ai cani.”

Da Scemi di guerra, di Sonia Savioli, Edizioni Punto Rosso, pp. 195-196.

Italia e UE votano per i missili USA in Europa

Presso il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, a New York, c’è una scultura metallica intitolata «il Bene sconfigge il Male», raffigurante San Giorgio che trafigge un drago con la sua lancia.
Fu donata dall’URSS nel 1990 per celebrare il Trattato INF stipulato con gli USA nel 1987, che eliminava i missili nucleari a gittata corta e intermedia (tra 500 e 5500 km) con base a terra. Il corpo del drago è infatti realizzato, simbolicamente, con pezzi di missili balistici statunitensi Pershing-2 (prima schierati in Germania Occidentale) e SS-20 sovietici (prima schierati in URSS).
Ora però il drago nucleare, che nella scultura è raffigurato agonizzante, sta tornando in vita. Grazie anche all’Italia e agli altri Paesi dell’Unione Europea che, all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, hanno votato contro la risoluzione presentata dalla Russia sulla «Preservazione e osservanza del Trattato INF», respinta con 46 voti contro 43 e 78 astensioni.
L‘Unione Europea – di cui 21 dei 27 membri fanno parte della NATO (come ne fa parte la Gran Bretagna in uscita dalla UE) – si è così totalmente uniformata alla posizione della NATO, che a sua volta si è totalmente uniformata a quella degli Stati Uniti.
Prima l’amministrazione Obama, quindi l’amministrazione Trump hanno accusato la Russia, senza alcuna prova, di aver sperimentato un missile della categoria proibita e hanno annunciato l’intenzione di ritirarsi dal Trattato INF.
Hanno contemporaneamente avviato un programma mirante a installare di nuovo in Europa contro la Russia missili nucleari, che sarebbero schierati anche nella regione Asia-Pacifico contro la Cina.
Il rappresentante russo all’ONU ha avvertito che «ciò costituisce l’inizio di una corsa agli armamenti a tutti gli effetti». In altre parole ha avvertito che, se gli USA installassero di nuovo in Europa missili nucleari puntati sulla Russia (come erano anche i Cruise schierati a Comiso negli anni Ottanta), la Russia installerebbe di nuovo sul proprio territorio missili analoghi puntati su obiettivi in Europa (ma non in grado di raggiungere gli Stati Uniti).
Ignorando tutto questo, il rappresentante UE all’ONU ha accusato la Russia di minare il Trattato INF e ha annunciato il voto contrario di tutti i Paesi dell’Unione perché «la risoluzione presentata dalla Russia devia dalla questione che si sta discutendo». Nella sostanza, quindi, l’Unione Europea ha dato luce verde alla possibile installazione di nuovi missili nucleari USA in Europa, Italia compresa.
Su una questione di tale importanza, il governo Conte, rinunciando come i precedenti a esercitare la sovranità nazionale, si è accodato alla UE che a sua volta si è accodata alla NATO sotto comando USA.
E dall’intero arco politico non si è levata una voce per richiedere che fosse il Parlamento a decidere come votare all’ONU. Né in Parlamento si leva alcuna voce per richiedere che l’Italia osservi il Trattato di Non-Proliferazione, imponendo agli USA di rimuovere dal nostro territorio nazionale le bombe nucleari B61 e di non installarvi, a partire dalla prima metà del 2020, le nuove e ancora più pericolose B61-12.
Viene così di nuovo violato il fondamentale principio costituzionale che «la sovranità appartiene al popolo». E poiché l’apparato politico-mediatico tiene gli Italiani volutamente all’oscuro su tali questioni di vitale importanza, viene violato il diritto all’informazione, nel senso non solo di libertà di informare ma di diritto ad essere informati.
O si fa ora o domani non ci sarà tempo per decidere: un missile balistico a raggio intermedio, per raggiungere e distruggere l’obiettivo con la sua testata nucleare, impiega 6-11 minuti.
Manlio Dinucci

Fonte

Uno scenario fantapolitico

10 dicembre 2018 – Due bombardieri strategici Tupolev Tu-160, preceduti da un aereo da trasporto militare pesante An-124 e un aereo a lungo raggio Ilyushin Il-62, hanno effettuato un volo dalla Russia fino alla base di Maiquetià nella Repubblica Bolivariana del Venezuela. Ad accogliere lo staff militare russo il Ministro della Difesa del Venezuela il generale Vladimir Padrino Lopez, rappresentanti dell’ambasciata russa in Venezuela e plotoni di vari corpi militari del Paese latinoamericano.

L’esercito sovietico in Messico e una “Sesta Flotta” sovietica nel Mar dei Caraibi

“Immaginiamo adesso un rovesciamento teorico della situazione nel 1984. Gli USA sono una grande potenza continentale industriale, di filosofia biblica, dove la giornata lavorativa è di dieci ore e dove gli atei sono curati con scariche elettriche, quando li trovano. La diffusione dei libri di Darwin comporta l’internamento in un ospedale psichiatrico. Un’America biblica d’urto con un potente esercito terrestre. Il tema americano è la prosperità. La flotta americana tenta disperatamente di raggiungere il livello della flotta sovietica, che è sempre superiore.
L’Unione Sovietica difende il tema della pace. Le testate atomiche russe difendono la pace e le testate atomiche americane difendono la prosperità (e la Bibbia).
L’Unione Sovietica ha creato l’ODAC, ossia l’Organizzazione di Difesa dell’Atlantico Centrale. Nell’ODAC solo l’URSS detiene l’armamento atomico e può decidere di usarlo. Un potente esercito messicano di 400.000 uomini, il Bundes-Exercito, è ammassato ai confini della California. Un corpo di spedizione sovietico di 300.000 uomini ha la sua base in Messico. Nel Mar dei Caraibi la Sesta Flotta sovietica è dotata di numerose portaerei e non abbandona mai questo mare. L’alleato più sicuro dell’URSS è il piccolo Stato eroico di Cuba, il cui “piccolo popolo ha tanto sofferto”. Dopo 2000 anni di persecuzioni, gli atei disgustati hanno lasciato gli USA per tornare sulla terra dei loro antenati, a Cuba.
Fu a Cuba, infatti, che tremila anni fa apparve un profeta chiamato Castro, il quale ebbe il grande onore di conoscere personalmente Dioniso. Dopo 2000 anni di sofferenze e di pogrom, le vittime del razzismo antiateo hanno finalmente una loro patria. Come tutti sanno, Dioniso è apparso a Cuba. In questi tempi egli ha detto agli atei: “Voi siete il mio popolo eletto e regnerete sulla terra”. Il piccolo Stato eroico è il miglior alleato di Mosca. Le finanze di Cuba sono esauste a causa delle spese militari e dei frequenti baccanali.
Ma Mosca aiuta continuamente Cuba. A Mosca è impossibile fare carriera politica senza farsi preliminarmente incubanare. Essere incubanato significa mettersi incondizionatamente al servizio della politica paranoica e messianica di Cuba.
Nell’Armata sovietica ci sono numerosi sacerdoti e devoti di Dioniso. Recentemente Mosca ha sbarcato in Messico nuove testate atomiche di media gittata, gli americano-missili, capaci di raggiungere Dallas e Saint-Louis in quindici minuti. Ciò ha provocato le urla di Washington, che rifiuta ancora di discutere di disarmo a Ginevra. Queste urla non impressionano troppo Mosca, la quale si augura una guerra limitata al Messico settentrionale ed alla California meridionale. Nel 1945 la California era diventata un satellite degli USA.
La potenza dell’armata terrestre degli USA è temibile e il fanatismo biblico alimenta il morale dell’esercito di Geova. Mosca sa bene che se il Messico (400 milioni di abitanti con un’industria enorme) cadesse nelle mani di Washington, sarebbe la fine dell’egemonia sovietica sugli oceani. Così, tutti gli strateghi incubanati di Mosca hanno già previsto di distruggere il Messico, qualora dovessero ritirarsi. A Mosca, e più ancora all’Avana, hanno previsto la possibilità di ridurre il Messico a un deserto e ad un cimitero. Infatti gli USA, ingranditi dall’aggiunta del Messico, diventerebbero la prima potenza mondiale e l’URSS dovrebbe ripiegare su se stessa. A Cuba sono entusiasti di questa idea. Il loro solo obiettivo è la Grande Cuba, la rinascita dei templi di Dioniso dappertutto, in Florida e in Louisiana. All’Avana i sacerdoti di Dioniso dispongono già di una marionetta, un certo Bechira, che si dice biblico, ma in realtà è un burattino degli atei.
Mi si dirà che ho fatto della fantapolitica? Ma no, è il negativo di una fotografia. Qui tutti trovano normale che la flotta americana spadroneggi nel Mediterraneo, col pretesto di difenderci. Ma se, in una situazione inversa, la Flotta russa sfidasse gli USA navigando nei Caraibi, che cosa direbbero gli esangui Europei di Parigi, Bonn e Londra? Che cosa direbbe l’opinione europea manipolata, se domani il Messico ammassasse ottanta divisioni di carri armati vicino alla California? E se un corpo di spedizione sovietico di 400.000 uomini avesse la sua base in Messico?
Obiettivamente, una potente Sesta Flotta sovietica nel Mar dei Caraibi sarebbe semplicemente il negativo (l’inverso) della Sesta Flotta americana nel Mediterraneo. E un potente corpo di spedizione russo in Messico in che cosa sarebbe diverso dai 400.000 Americani in Germania? Per capire i Sovietici, bisogna cercare di mettersi per un istante nei loro panni. Bisogna cercare di immaginare che cosa penserebbero i generali del Pentagono, se dovessero far fronte ad un Messico potentemente armato dall’URSS e, inoltre, ad un consistente corpo di spedizione sovietico in Messico. Questi generali del Pentagono biblico sarebbero dei guerrafondai se prevedessero di dover parare i colpi o di dover rispondere?”

Da L’Impero Euro-sovietico da Vladivostok a Dublino, di Jean Thiriart, Edizioni all’insegna del Veltro, pp. 56-58.
Per gentile concessione dell’Editore.

Jamal Khashoggi, “un terribile errore”

“Ah sì, eravamo rimasti al 21 Ottobre con l’intervista a Fox News nella quale il ministro degli esteri saudita Adel al-Jubeir affermava che “i Sauditi non sapessero come Khashoggi fosse stato ucciso né tantomeno dove si trovi il corpo” aggiungendo che il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman (MBS) non era al corrente dell’uccisione del giornalista, assassino che che definisce “un terribile errore”.
Dal 21 Ottobre molta acqua è passata sotto i ponti di questa storia che trovo particolarmente significativa – nella sua raccapricciante turpitudine – non solo in quanto mette allo scoperto nefandezze che normalmente vengono accuratamente nascoste dagli Stati ma sopratutto perché indica con chiarezza come gli stessi Stati ormai non si sforzano neppure più di camuffare le proprie scelte spietate e perverse mostrando così il vero volto del potere.
(…) ci sono ancora dei punti da chiarire in questa vicenda.
Prima di tutto il reale motivo di questo assassinio.
In altri termini, come mai un Paese si è assunto il rischio di organizzare un sanguinoso crimine in un proprio consolato in un altro Stato per un semplice giornalista se pur critico del regime?
Ebbene Jamal Khashoggi, secondo fonti a lui vicine, stava indagando sull’uso di armi chimiche da parte dell’Arabia Saudita in Yemen.
Ahi ahi, questa è una tessera fondamentale del nostro puzzle.
Citando un suo amico, il tabloid britannico Sunday Express ha rivelato che Khashoggi stava per ottenere “prove documentali” per dimostrare l’uso di armi chimiche in Yemen.
Ma come, gli USA hanno annientato l’Iraq per il sospetto – rivelatosi poi una montatura – di armi chimiche, hanno sparato varie decine di missili Cruise contro la Siria per lo stesso sospetto – rivelatosi poi una montatura – e ora, se il loro alleato saudita le usa si girano dall’altra parte?
Una lectio magistralis di double standard, o doppia morale.
“L’ho incontrato una settimana prima della sua morte. Era infelice e preoccupato”, ha detto un accademico mediorientale che non desidera essere nominato. “Quando gli ho chiesto perché era preoccupato, non voleva rispondere, ma alla fine mi ha detto che stava ottenendo la prova che l’Arabia Saudita aveva usato armi chimiche”.
Fuocherello, ora iniziamo ad avvicinarci alla verità…
A questo punto c’è un’altra domanda che dobbiamo farci.
Come è possibile che gli USA che spiano ogni sospiro e ogni battito di ciglia di tutti gli abitanti del globo non sapessero nulla del progetto di neutralizzare questo scomodo ficcanaso?
Ma siamo proprio sicuri che non ne sapessero nulla?
Io non ne sarei così certo…
Guarda caso, cercando cercando scopriamo che il 16 Novembre nell’articolo sopra citato del Washington Post emerge che Langley [CIA] era a conoscenza del complotto dell’assassinio ma l’intelligence degli Stati Uniti non ha mosso un dito: “Gli Stati Uniti avevano anche ottenuto l’intelligence prima della morte di Khashoggi che indicava che poteva essere in pericolo. Ma è stato solo dopo la sua scomparsa, il 2 Ottobre, che le agenzie di intelligence degli Stati Uniti hanno iniziato a cercare archivi di comunicazioni intercettate e scoperto materiale che indicava che la famiglia reale saudita stava cercando di attirare Khashoggi a Riyadh.”
Bizzarro no?
Hai visto mai che facesse comodo anche alla CIA fare spezzatino dello sventurato Khashoggi?
Ma c’è ancora dell’altro.
Come ho avuto modo di accennare nel mio precedente articolo, Jamal Khashoggi non era uno stinco di santo ed aveva forti legami con la CIA e con il Deep State; considerando le sue connessioni passate e presenti con la CIA e i legami della sua famiglia con Lockheed Martin e con l’establishment politico statunitense, non è del tutto peregrina l’ipotesi che la scomparsa di Khashoggi sia stata sfruttata dall’alleato a stelle e strisce per fare pressione sul governo saudita in seguito alla decisione di Riyadh di rinunciare al piano di acquisto del sistema THAAD di Lockheed.
Insomma è lecito supporre che l’omicidio di Khashoggi sia stato utilizzato dagli Stati Uniti per ragioni che hanno più a che fare con il complesso militar-industriale statunitense e con ragioni economiche, piuttosto che con la situazione dei diritti umani del Regno.
Sappiamo che c’era una scadenza del 30 Settembre per l’Arabia Saudita che si era impegnata ad acquistare 15 miliardi di dollari di prodotti da Lockheed Martin, principalmente il sistema di difesa aerea THAAD, che faceva parte di un più ampio accordo sulle armi che il presidente Trump ha promosso per oltre un anno – un affare da 110 miliardi di dollari di armi. È noto che Trump ha fatto della vendita di armi la pietra miliare della sua politica estera.
Ma ad un certo punto viene fuori che l’accordo non è ancora stato siglato. Ci sono delle lettere di intenti, certo, lettere di interesse che i Sauditi hanno inviato agli Stati Uniti e ai fabbricanti di armi statunitensi per quanto riguarda gli armamenti che avrebbero pianificato di acquistare in futuro. Tuttavia i Sauditi non hanno realmente ancora dato seguito alle loro precedenti lettere di intenti, in particolare nel caso di questo acquisto previsto di 15 miliardi, anzi, avevano accennato al fatto che avevano in programma di acquistare il sistema S-400 dalla Russia.
Apriti cielo!
Guarda caso tutti i Paesi che hanno in animo di acquistare il sistema antimissile russo più efficace ed economico di quello statunitense sono ora sotto schiaffo da parte dell’amministrazione USA: Turchia, India, Qatar, Cina e, appunto, Arabia Saudita.
Quella scadenza abbiamo visto essere il 30 Settembre, e cioè due giorni prima che Jamal Khashoggi entrasse nel consolato per non uscirne vivo.
Dei tempi piuttosto sospetti, non trovate?
Sarà pure che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca…”

Da Maschera e volto del potere, di Piero Cammerinesi.

La cartina di tornasole, i conti non tornano ancora

Nulla ci vieta di fare alcune osservazioni critiche al governo in carica anche se consapevoli del fatto che l’unica alternativa sarebbe il Partito Democratico e/o Forza Italia, entrambi nemici di classe e del popolo sovrano.

Non sappiamo se la manovra economica del governo del cambiamento sarà veramente efficace, non abbiamo la certezza se questo governo sia veramente del cambiamento o avrà il tempo per tentar di cambiar le cose. Non sappiamo se riuscirà a risolvere il problema della povertà e rialzare il PIL. Non sappiamo neanche se basterà l’ottimismo o il deficit fissato al 2,4% per ridurre il coefficiente di Gini, quello che misura le disuguaglianze della ricchezza. Non sappiamo neppure se riuscirà a liberare la vita reale dallo spettro dello spread. Non sappiamo se avrà la forza morale per bandire quei tassi d’interesse da usurai che spezzano il popolo. L’economia, ed ancor meno la finanza, non sono una scienza esatta, anzi non sono neanche una scienza, anche se a questo mirano per sedersi poi sul trono dell’indiscutibilità divina.
Certo il governo definito populista e sovranista qualche grattacapo all’Europa delle banche lo ha creato, producendo un pericoloso precedente.
E’ bastato solo che qualcuno dal fondo degli ultimi banchi della classe reclamasse, anche se con aria un po’ sommessa a volte timida, che i compiti dati dai maestri erano insostenibili, e questi subito sono andati su tutte le furie, una lesa maestà, una bestemmia impensabile, ed allora giù con anatemi, richiami e strali avvelenati.
Certamente la sovranità di un nazione si raggiunge attraverso un percorso di grande difficoltà, ma con un po’ di coraggio bisognerà pur partire da qualche parte. Tutto sta però nello stabilire quale è il paradigma di riferimento e cosa noi consideriamo per sovranità. Negli ultimi decenni si è assunto come naturale un assurdo disumano che di naturale non ha nulla, un’insana perversione che ha scandito il tempo della nostra esistenza, capace di orientare ogni cosa che facciamo al fine di non irritare ed innervosire i mercati, mentre questi, i mercati, hanno potuto tranquillamente a loro piacimento, per vendetta o per capriccio, portare sul baratro una nazione sana, indipendentemente dalla sua operosità. Guardando le cose alla radice possiamo affermare sicuramente che la sovranità vera non può prescindere da quella monetaria. Il potere della moneta per l’esistenza di un nazione è così forte ed indispensabile che viene riconosciuto da chiunque sia in buona fede, indipendentemente dal suo orientamento politico o economico.
“Datemi il controllo della moneta e non mi importa chi farà le sue leggi”, scriveva Rothschild, così come il problema fu sentito nella stessa misura da Lenin, per non parlare di Ezra Pound.
Lasciamo stare questo gravoso problema della sovranità monetaria che, nel solo chiederci a chi spetta la proprietà dell’euro, produrrebbe una crisi d’astinenza ai poveri euroinomani, altro che piano B. Non chiediamoci allora a quale entità antidemocratica sono state affidate le chiavi di casa, della zecca in questo caso. Cosa rimane quindi come misura della nostra presunta sovranità se non la nostra visione in termini di geopolitica? Attraverso questa abbiamo l’opportunità, anzi l’obbligo di dichiarare al mondo chi siamo e cosa vogliamo. La politica estera è la cartina di tornasole per chi si batte per la propria e l’altrui sovranità. Chi crede in questa forma d’autogoverno, non può in questo ambito che affermare la propria multipolarità da contrapporre a chi della unipolarità ha fatto una ragione storica, il suo destino manifesto, e che dopo la caduta del muro di Berlino ha colto un segno della provvidenza per la sua realizzazione.
Dal suo insediamento con toni chiari il governo giallo-verde ha tenuto a sottolineare la sua vicinanza geostrategica agli USA, troncando ogni speranza a chi avrebbe voluto un disimpegno magari graduale dalla NATO, non solo per risparmiare quei 70 milioni di euro al giorno di spese militari, ma proprio per liberarsi da un alleato troppo ingombrante e premuroso.
E’ anche vero che si é parlato di revocare le sanzioni alla Russia, novità sul nostro piano politico, ma in questi giorni mentre gli USA hanno deciso di riprendere unilateralmente le sanzioni contro l’Iran (colpevole di esistere come la Siria o la Palestina) e tutti i suoi alleati saranno allora costretti a non acquistare più petrolio iraniano per non incorrere nelle medesimi sanzioni, nessuna flebile voce s’è levata contro un’altra guerra commerciale alla quale ossequiosamente ci accoderemo ancora una volta.
Si ha l’impressione che se riusciamo a parole (finalmente) ad alzar la voce contro la Troika, il senso di riconoscimento nei confronti degli Americani a stelle e strisce é ancora così grande che non ci permette neanche di dubitare mai del loro altruismo e della loro bontà. Riusciamo solo ad annuire, o quando pronunciamo parola é solo per promettere fedeltà eterna, foss’anche quella del premier Conte a Trump per sfavorire la Russia a vantaggio del gasdotto TAP.
Per non parlare di Bolsonaro, dove si chiude il cerchio in cui “di notte tutte le vacche sono nere” e sovraniste. Certamente gli entusiasmi e le congratulazioni sono state fatte a titolo privato da uno dei due vice premier. Comunque si è dimostrato soltanto o la propria malafede sovranista o peggio ancora di non rendersi conto della storia dei fatti per ignoranza o superficialità. Quale è la presunta sovranità che spinge a stare con chi ha nostalgia della più classica delle dittature sudamericane? Pur ammettendo che anche le dittature possono essere sovraniste, pensiamo a Cuba, è da sottolineare che molto peggio sono quelle che lavorano per la spoliazione del Paese per conto terzi. A quel tipo di dittatura, sempre incoraggiata sul piano militare e logistico dagli USA, è sempre seguito il più sfacciato programma di privatizzazioni sul modello dettato dai Chicago boys. Chi svende la propria Patria non sarà mai libero ne starà mai dalla parte del popolo, non basta vincere le elezioni.
I sovranisti in Sud America hanno avuto la tempra di una Evita Duarte Peron, di un Hugo Chavez, di un Ernesto Guevara, di un Salvador Allende, hanno nazionalizzato nell’interesse della propria terra per difendersi dal quel maledetto vicino. Bolsonaro è evidentemente dall’altra parte, vicino a Pinochet, a Faccia d’Ananas Noriega ed a Milton Friedman, questo un vicepremier sovranista lo dovrebbe sapere perché altrimenti i conti, non quelli della manovra ma quelli che valgono veramente per il bene del popolo, perché autentici valori, non tornano.
Lorenzo Chialastri

Chiamati a scegliere tra due gang

“Per sovranità si intende correntemente la qualità giuridica pertinente allo Stato considerato come potere originario e indipendente da qualunque altro potere, cosicché uno Stato può dirsi sovrano solo se è indipendente rispetto agli altri Stati ed è in grado di determinare la propria politica estera in maniera autonoma.
Quanto alle condizioni oggettive che al di là dei formalismi giuridici permettono ad uno Stato di essere realmente sovrano, ce n’è una che non può essere elusa, perché concerne il “livello critico in materia di dimensioni d’uno Stato”: si tratta della “soglia critica quantitativa” necessaria affinché lo Stato disponga della potenza sufficiente ad agire in maniera autonoma nelle relazioni internazionali, le quali sono sostanzialmente regolate da rapporti di forza. Orbene, tale “soglia critica quantitativa” non corrisponde più, nell’epoca attuale, alla ridotta dimensione dello Stato nazionale, ma alla dimensione di un “grande spazio”.
In un mondo che come l’attuale è dominato da due tendenze contrapposte – quella perseguita dagli Stati Uniti, favorevoli alla frammentazione dei grandi spazi, e quella che invece mira alle integrazioni continentali – un piccolo Stato nazionale è dunque condannato a svolgere un ruolo subalterno, se non trova il modo di integrarsi in una più ampia unità territoriale.
Perciò non è un caso che a favorire l’illusione sovranista siano gli strateghi dell’imperialismo statunitense, i quali hanno individuato nel sovranismo, variante aggiornata del piccolo nazionalismo, uno strumento ideologico idoneo a destabilizzare ulteriormente l’Europa e ad allontanare da essa qualunque prospettiva di unità, perfino quella che è rappresentata dalla miserabile costruzione denominata Unione Europea.
Ciò che in Europa preoccupa il potere statunitense, al di là delle laceranti controversie tra le fazioni in cui esso è diviso, è il “problema tedesco”, costituito dall’eccedenza commerciale della Germania e dagli accordi che quest’ultima ha stabilito con la Russia e con la Cina. D’altra parte la diffusa insofferenza nei confronti della Germania, causata dalla politica di austerità imposta da Berlino, agevola il disegno del potere statunitense, che intende utilizzare come proprie pedine le forze politiche euroscettiche, populiste e sovraniste.
Il compito di coordinare tali pedine sulla scacchiera europea è stato assunto dallo stratega ufficioso di Donald Trump: l’uomo d’affari, produttore cinematografico e giornalista Steve Bannon.
(…) L’offensiva di Steve Bannon nella politica italiana è stata immediatamente seguita dallo speculare intervento di un suo connazionale, finanziatore a sua volta della campagna elettorale di Hillary Clinton: George Soros. Dopo avere elargito i propri consigli all’Europa, il noto “filantropo” ha parlato dalla tribuna del Festival dell’Economia di Trento, dicendosi “molto preoccupato” per il fatto che i due partiti che sostengono il nuovo esecutivo hanno chiesto l’abolizione delle sanzioni contro la Russia. Preoccupazione eccessiva quella del “filantropo”, perché il governo giallo-verde, con la massima nonchalance, ha dato il proprio beneplacito all’Unione Europea quando si è trattato di prorogare di altri sei mesi le sanzioni antirusse.
Comunque sia, la simultanea ingerenza dei due grandi manipolatori statunitensi negli affari politici italiani costituisce un simbolo eloquente della tragica situazione in cui si trovano attualmente l’Italia e con essa l’Europa intera, chiamate a scegliere tra la gang di Hymie Weiss e quella di Al Capone.”

Da La geopolitica giallo-verde, di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 4/2018.

Due storie dalla guerra di propaganda

Due recenti storie su Russi hanno dimostrato come le notizie vengano selezionate e manipolate negli Stati Uniti. La prima riguarda Maria Butina, che apparentemente cercava di rovesciare la democrazia americana, come è, ottenendo un’appartenenza a vita nella National Rifle Association [organizzazione che agisce in favore dei detentori di armi da fuoco degli Stati Uniti d’America, fondata a New York il 17 novembre 1871 – n.d.t.]. Maria, una studentessa laureata all’American University, è ora detenuta in un carcere federale, essendo stata accusata di collusione e mancata registrazione come agente della Federazione Russa. È in prigione da luglio, per la maggior parte del tempo in isolamento, e non ha avuto libertà su cauzione perché, in quanto cittadina russa, è considerata a “rischio di fuga”.
Maria, che si è dichiarata non colpevole di tutte le accuse, ora sta cercando donazioni per contribuire al pagamento della sua difesa legale mentre il governo russo rinnova la richiesta che sia rilasciata dal carcere o che venga processata per qualunque accusa il Dipartimento di Giustizia possa presentare, ma il suo rilascio è improbabile in quanto lei è davvero una prigioniera politica.
I media tacciono di Maria Butina perché il procedimento contro di lei sta andando a pezzi. All’inizio di settembre i pubblici ministeri hanno ammesso di aver frainteso i messaggi di testo utilizzati per sostenere le accuse che lei si era offerta di scambiare sesso per accedere a informazioni. Le richieste che venga conseguentemente rilasciata di prigione, tuttavia, sono state respinte. Il suo avvocato ha osservato che “l’impatto di questa accusa provocatoria, che ha dipinto la signora Butina come un tipo di seduttrice addestrata al Cremlino, o magnetico personaggio di romanzo spionistico, scambiando sesso per entrature e potere, non può essere sopravvalutato”.
Nel tentativo di far scomparire dalle notizie l’imbarazzo relativo al caso Butina , il Dipartimento di Giustizia ha proposto un ordine senza precedenti per impedire al suo avvocato di apparire nei media in un modo che potrebbe danneggiare una giuria nel caso in cui il suo caso alla fine venisse giudicato. Al momento non è stata fissata udienza in tribunale e Maria rimane in carcere a tempo indeterminato, ma alla stampa non potrebbe interessare di meno – lei è solo un’altra vittima del Russiagate in una saga in corso che da molto tempo le è passata oltre.
Data la storia di Maria Butina e l’isteria su tutte le cose russe, forse era inevitabile che la storia dell’interferenza del Cremlino nelle elezioni americane sarebbe stata resuscitata e ripetuta. I procuratori federali stanno ora riferendo che un’altra donna russa ha cospirato illegalmente con altri per “frodare gli Stati Uniti” ed interferire con il sistema politico statunitense, fino ad includere piani per condurre “guerra dell’informazione” al fine di sovvertire le prossime elezioni 2018 di medio termine.
La denuncia è stata presentata il 19 ottobre presso un tribunale federale della Virginia che gestisce la maggior parte dei casi di sicurezza nazionale. Secondo i documenti del tribunale, Elena Alekseevna Khusyainova, 44 anni residente a San Pietroburgo in Russia, ha lavorato come capo contabile per “Progetto Lakhta”, un’operazione di influenza russa appoggiata da un oligarca vicino al presidente Vladimir Putin. Secondo il Dipartimento di Giustizia, l’operazione “ha diffuso informazioni errate su questioni politiche statunitensi, tra cui l’immigrazione, il controllo delle armi, la bandiera confederata, e le proteste dei giocatori della NFL. Ha utilizzato anche eventi come la sparatoria di massa di Las Vegas, e la manifestazione di estrema destra a Charlottesville, per diffondere discordia.”
Khusyainova, che non è probabile venga estradata negli Stati Uniti per un processo, suppostamente acquistò pubblicità nei social network e sostenne anche gruppi dissidenti. L’accusa delle autorità americane sottolinea la connessione tra Khusyainova e l’imprenditore di San Pietroburgo Yevgeny Prigozhin, che in precedenza era stato identificato dai media come il proprietario di una “fabbrica di troll” a San Pietroburgo. Negli Stati Uniti, sono già state lanciate diverse accuse contro di lui ed i suoi collaboratori, tra cui l’ingerenza nelle elezioni presidenziali del 2016.
La storia di Maria Butina rivela come ci sia un difetto fondamentale nel sistema giudiziario negli Stati Uniti. Quando qualcuno viene giudicato colpevole dai media, non c’è modo di correggere l’errore quando la storia cambia e comincia a crollare. È improbabile che il New York Times o il Washington Post balzino a difesa dell’accusato. Maria Butina è stata messa sui carboni ardenti in storie parzialmente vere ma per lo più false nei termini di qualsiasi intenzione criminale. Sta ancora aspettando giustizia e probabilmente continuerà a farlo per qualche tempo.
Il caso di Elena Khusyainova è la replica di quello di Maria Butina, solo ancora più idiota. Nessuna prova reale viene presentata nell’atto di accusa e dato che Elena è in Russia e non è probabile che visiti gli Stati Uniti, l’intera faccenda è un po’ di teatro inteso ad aumentare l’isteria per le elezioni di medio termine degli Stati Uniti. Il sistema elettorale statunitense è davvero così fragile e cosa ha cercato di fare effettivamente Elena? Il Dipartimento di Giustizia tace sulla questione al di là delle vaghe accuse su attività di trolling in internet da parte dei Russi. Uno si chiede chi nel governo federale abbia ordinato l’inchiesta e abbia firmato l’atto d’accusa.
Sia Maria che Elena sono vittime di un aborto giudiziario politicizzato. Maria Butina dovrebbe essere liberata dal carcere ora e permesso di pagare la sua multa per essere un agente non registrato prima di lasciare il Paese. Non vi è alcuna giustificazione per tenerla in prigione. E l’incriminazione di Elena Khusyainova non vale la carta su cui è scritta. Dovrebbe essere strappato e buttato via.
Philip M. Giraldi

Fonte – traduzione di F. Roberti

Il fascismo inesistente vi seppellirà

Partiamo dal convincimento che la verità sia nel tutto, come Hegel insegna, quindi anche nelle sue necessarie interne contraddizioni.
L’antifascismo, cosi come il neofascismo, prescinde da questo tutto, trasformando il fascismo in un archetipo che è quello che gli altri hanno deciso per lui. Una valutazione unica è doverosa non certo per una volontà riabilitativa, ma soltanto per avere un’arma in più per una corretta interpretazione, non del passato, ma del presente che, stando così le cose, pesa molto di più perché drogato.
Per questo è particolarmente illuminante il significato del termine fascismo così come evocato dagli antifascisti.
Il suo uso prescinde da una valutazione storica, così come da una politica o filosofica, il suo uso non è neanche quello di un semplice aggettivo denigratorio, ma è un investimento per garantirsi sempre il diritto all’ esistenza e alla ragione. Prescinde persino dallo spazio temporale, persino da una prospettiva manichea, come se il fascismo, in quanto Male Assoluto, fosse sempre esistito. Una cloaca comunque da contrapporre alla propria autoreferenzialità. Al suo cospetto, tutto sembra svanire, dal colonialismo, alla tratta degli schiavi, allo sterminio degli Indiani d’America, al genocidio degli abitanti della Tasmania, persino lo sfruttamento sembra così sopportabile dinanzi al fascismo, la “legge bronzea dei salari” di Ricardo finisce per coincidere con una piattaforma per il rinnovo contrattuale.
L’antifascismo diventa l’abito buono che da i super poteri, un mezzo per diventare dei fuoriclasse. Già dei fuori classe, l’antifascismo è così potente da far scomparire non solo Giovanni Gentile, ma anche Karl Marx e Antonio Gramsci.
La gravità di una tale liturgica investitura risiede tutta nell’inautenticità dell’antifascismo.
Ad un primo approccio un sistema del genere, così condiviso da non essere mai messo in discussione più da nessuno, sembrerebbe spianare la via ai suoi utilizzatori, un a priori che equivale a mettersi dalla parte dei buoni, mentre i cattivi, gli altri, dall’altra. Un’illusione di farsi giudice delle regole della vita per “vincere facile”, ma a lungo andare le astrazioni che durano troppo hanno sempre il merito di chiedere il conto ai suoi ciechi sostenitori.
Vediamo qualche particolare.
Fino al 1936, malgrado tutto, al PCI il fascismo, almeno non tutto, non doveva apparire così orrido, visto “L’appello ai fratelli in camicia nera” firmato da sessanta dirigenti del Partito, compreso Togliatti. Nello stesso anno iniziano le purghe staliniane ed i processi ai trotskisti.
Con la guerra di Spagna s’assiste forse al primo tentativo di usare l’antifascismo come fosse un’arma, e questa volta l’uso che se ne fa è senz’altro politico. I compagni anarchici e trotskisti del POUM vengono massacrati perché inspiegabilmente s’erano messi al soldo del fascismo secondo l’accusa. Il format calunnioso, di una sola maschera da mettere in faccia a tutti i nemici, viene sperimentato anche altrove, sempre con buoni risultati. Si trovano infuocate pagine su l’Unità, siamo nel gennaio del 1944, che invitano a schiacciare tutti gli infiltrati, sempre trotskisti, fattisi oramai la V colonna del nazifascismo. Il messaggio probabilmente era rivolto anche al più grande gruppo partigiano di Roma, il Movimento Comunità d’Italia riunito sotto il quotidiano Bandiera Rossa che, cosa da non crederci, era più diffuso de l’Unità. Il gruppo Bandiera Rossa era distante anni luce dal CLN, cosi come dal PCI, in quanto antimonarchico, antibadogliano, ma soprattutto avrebbe voluto non consegnare Roma agli Alleati, ma bensì proclamare “La Repubblica Romana dei Lavoratori”. Stranamente questi compagni, malgrado il loro grandissimo contributo alla resistenza, non appariranno negli annali della epopea dell’ANPI, mentre molti di loro moriranno sotto le provvidenziali raffiche naziste delle Fosse Ardeatine.
Fondamentale è il documento di chiusura della III Internazionale comunista, maggio 1943, in esso scompare esplicitamente il concetto di rivoluzione socialista lasciando il posto alla necessità d’aderire al “blocco antifascista”.
Bordiga, altro fondatore del PCI, ebbe modo d’affermare che la cosa peggiore che aveva prodotto il fascismo era proprio l’antifascismo, il tronfio antifascismo che abbracciava anche l’odiato nemico borghese.
Alla affermazione di Bordiga, gli farà eco più di mezzo secolo dopo, confermando il mortale abbraccio con il nemico di classe, quella di Costanzo Preve quando disse che peggio del fascismo c’era solo l’antifascismo. Tra i due comunisti, solo qualche bagliore di lucidità, primo fra tutti quello di Pier Paolo Pasolini.
L’inautenticità dell’antifascismo risiede nel suo essere antistorico e non contestuale, quindi non un momento antitetico da opporre alla sua affermazione, ma un opporsi che diventa evanescente perché il farlo non contempla il momento della tesi reale e di conseguenza quello del divenire nella sintesi. La sua pretesa di autenticità necessaria passerà allora esclusivamente nel vedere nel qualunque altro, quello fuori da sé, un fascista.
Non si tratta più di un solo uso mistificante del termine, ma questo diventa una piattaforma psudoideologica onnivora, capace per questo di procedere ad un processo di metamorfosi genetica.
La rimozione della missione storica del corpo sociale, sedato dall’antifascismo nel tempo, è stata lenta ma costante, fino ad essere completa. Dallo scambiare il socialismo per un riformismo che nel suo procedere non aveva neanche più il coraggio di nominarlo, fino al rendere inutile tutta la critica marxiana al capitalismo.
Mentre l’orchestrina intonava “Bella Ciao”, si scoprivano nuove icone sovrastrutturali, da Kennedy ad Obama, da Blair a Clinton, da Paolo di Tarso a Papa Francesco, da Macron ad Juncker, dalla troika alla NATO, da Chicco Testa a Vladimir Luxuria.
La globalizzazione diventa l’internazionalismo realizzato, il meticciato è la società senza classi, il consumismo la distribuzione della ricchezza, il precariato altro non è che un’opportunità.
Ed allora, in fase oramai matura, al dogma dell’antifascismo, si può affiancare con orgoglio il dogma del neoliberismo, la tanto agognata lotta per la libertà e la giustizia sociale possono finalmente rispecchiarsi realizzate nelle libertà dei diritti umani e nelle pari opportunità che il mercato a tutti offre.
In conclusione, l’oscenità dell’antifascismo risiede tutta nell’aver abbandonato il Socialismo, foss’anche come sogno raggiungibile del non ancora, appiattendosi invece acriticamente su quest’attimo presuntuoso ritenuto eterno a cui non manca niente. Questo è stato il vero profondo potere di questo antifascismo inautentico, ma anche la sua più grande e indelebile colpa.
Lorenzo Chialastri

[Modificato in data 8/5/2019]

Sulla rotta della nuova Via della Seta

Buon giorno a tutti!
Sono Daniele Ventola e, come molti amici già sapranno, io e #Ombra stiamo percorrendo la famigerata Via della Seta a piedi.
La Via della Seta è quell’insieme di rotte che connette l’Oriente all’Occidente. Una via storica e leggendaria che ha visto crescere e dissolversi gloriosi imperi.
Ma, date le nuove rotte commerciali pomosse dalla Cina verso l’Europa con il progetto One Belt One Road che richiama una nuova Via della Seta, abbiamo ritenuto che non ci fosse momento migliore per inaugurare, assieme a questi nuovi scambi commerciali, anche i più elevati scambi culturali e umani. Per cui sarà un onore, oltre che un piacere, poter attraversare, partendo da Venezia: Slovenia, Ungheria, Romania, Ucraina, Russia, Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Cina (Zhoukoudian, Pechino).
Un cammino sostenibile e lento, attraverso 10 Paesi e 2 continenti.
Vento della Seta – un Cammino di Umanità, si basa su una triplice sfida: fisica, spirituale e antropologica.
Sono due i motivi che hanno ispirato la nascita di queste sfide:
1) Osservando, leggendo, parlando emerge la percezione di vivere in un’epoca di grandi contraddizioni: un benessere tecnologico lontano dal benessere esistenziale, che va di pari passo ad una superficialità culturale sempre più crescente, mentre parole che diventano virali come “condivisione” e “connessione” mancano sempre più di un interagire con il prossimo autentico e reale per cui sta divenendo sempre più difficile.
2) Se le nuove rotte commerciali della Belt & Road Initiative sono rivolte al futuro geopolitico ed economico del mondo, lo scopo di Vento della Seta è arrivare a piedi alla meta per integrare l’economico con il culturale, l’ecologico… ma soprattutto con l’umano. È per queste motivazioni che il viaggio si concluderà a Zhoukoudian che è un sito paleoantropologico a 48 km sud-ovest di Pechino dove sono stati ritrovati i resti di un ominide risalenti a 750.000 anni fa.
Partendo dal sud-Italia, Vento della Seta intende testimoniare un uso alternativo delle nuove tecnologie di comunicazione e di informazione infatti, documentando con materiale audio-visivo amatoriale le storie, le tradizioni folkloristiche, le abitudini, i “riti sociali”, le usanze, le culture che cambiano lentamente dall’Occidente all’Oriente. Vento della Seta renderà fruibile i materiali raccolti durante il viaggio, che saranno disponibili sulle pagine di Facebook, Instagram, YouTube, Cam.Tv e il sito web.
Particolare interesse per la documentazione visiva sarà quello che riguarda la storia dell’uomo. Partendo da Napoli è stato possibile incontrare numerosi siti di interesse archeologico preistorico per ripercorrere i passi della storia dell’uomo. Auspichiamo che, assieme alla ricapitolazione della nostra storia, il futuro e l’innovazione tecnologica si sviluppino nel rispetto della storia che ci precede e che ci ha reso umani.
In questo modo Vento della Seta diviene dunque una “con-testa-azione” pratica e filosofica nei confronti di quella parte della società contemporanea che ha forse messo al centro dell’esistenza una logica competitiva, di perfomance, di consumo e che rischia di ridurre l’individuo solo ad una risorsa economica reiterandolo ad un homo, homini lupus in giacca e cravatta.
La vera sfida di questo progetto è quella antropologica, la quale intende riportare l’uomo al centro dell’esistenza e porre la tecnologia come sua estensione, testimoniando attraverso l’esperienza del viaggio che nel mondo non sono del tutto veri i valori dominanti che ci vengono proposti di continuo da chi tiene le redini dell’informazione, ma è altrettanto vera e possibile, una diversa forma di umanità, di mutua assistenza. Una volta concluso il viaggio, parte di questo materiale entrerà nella realizzazione di un libro e di un documentario di viaggio reso possibile grazie al sostegno di tutti quanti poiché una cosa che si scopre viaggiando è che alla fin fine difficilmente il viaggiatore se ne va a spasso solo per stesso. Dacché storia è preistoria, il viaggiatore, in quanto ponte di comunicazione tra i popoli e uomini ha l’immensa responsabilità di accorciare quelle che sembrano delle sconfinate distanze. E non necessariamente intendiamo quelle spaziali.

Fonte

Il viaggio di Daniele Ventola può essere seguito e sostenuto sul sito ventodellaseta.org e sulle relative pagine FB, Instagram e Youtube

A ciascuno il suo… S-300

Mosca, 24 settembre – La Russia consegnerà all’esercito siriano, “nel corso delle prossime due settimane”, il sistema missilistico di difesa aerea S-300. Lo ha annunciato il ministro della Difesa russo, Serghei Shoigu.
“Nel 2013, su richiesta israeliana, abbiamo fermato la fornitura alla Siria del sistema S-300, pronto alla spedizione e per il quale erano già state addestrate le truppe siriane. Oggi la situazione è cambiata e non per colpa nostra”, ha dichiarato il ministro.
Secondo il quotidiano russo Kommersant, la decisione è stata presa in seguito al recente attacco israeliano, nella provincia di Latakia, e di cui è finito vittima un jet russo con a bordo 15 militari, tutti morti. “In considerazione dell’incidente, credo che sia possibile tornare sulla questione e non solo in Siria, ma anche per altri Stati”, ha detto al quotidiano il capo della direzione operazioni dello Stato Maggiore russo, Serghei Rudskoy.
(AGI)

Monaco 1938: strategia franco-britannica per contenere l’URSS

“Ottanta anni fa, il 30 settembre 1938, venne firmato uno dei più famosi documenti diplomatici nella storia dell’umanità, l’accordo di Monaco.
In questo articolo scopriremo come dietro la firma di quell’accordo si celava la strategia franco-britannica, consistente nell’indirizzare l’aggressività di Hitler verso l’Unione Sovietica. Risulterà evidente il motivo per cui questa strategia è praticamente ignorata dai testi di storia delle scuole occidentali. Soffermarci a riflettere sugli eventi di 80 anni fa è utile in questo momento in cui contro la Russia si conduce una implacabile guerra psicologica e continuare ad ignorare quanto accaduto nel recente passato è più che un errore.
La domanda che dobbiamo porci è: chi ha liberato Hitler dalle “catene di Versailles”? La risposta risulterà chiara nel proseguo della lettura: la responsabilità fu della Gran Bretagna e della Francia.
Infatti alla fine della prima guerra mondiale furono firmati i trattati di Versailles e di Saint-Germain in base ai quali la Germania, in quanto potenza sconfitta, veniva privata di tutti i suoi territori e delle colonie, la maggior parte delle quali passavano sotto il dominio inglese, e inoltre gli fu impedito di disporre di un esercito regolare, di un’aviazione e di una marina militare.
A partire dal 1924, violando apertamente il trattato di Versailles, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna diedero piena attuazione al piano Dawes col quale, mediante ingenti investimenti di capitale a breve e a lungo termine da parte dei monopoli americani con a capo le famiglie Du Pont, Morgan, Rockefeller, Lamont ecc., si mirava alla ricostruzione dell’industria pesante tedesca e del suo potenziale bellico-industriale. Tutto ciò era addirittura stato messo nero su bianco nel trattato di Locarno del 1925, di cui Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti furono i promotori, e col quale praticamente si dava via libera alla Germania di riarmarsi.
Con l’ascesa di Hitler al potere nei primi anni trenta l’economia tedesca venne reimpostata sul piede di guerra. L’economista Hjalmar Schacht, banchiere e politico liberale, nonché co-fondatore nel 1918 del “Partito Democratico Tedesco”, diventò il collegamento fra l’industria tedesca e gli investitori stranieri. A quel punto, anche il mondo commerciale e bancario britannico cominciò a canalizzare importanti donazioni verso il partito nazista: il 4 gennaio 1932 Montagu Norman, governatore della Banca d’Inghilterra dal 1920 al 1944, incontrò Hitler e il cancelliere tedesco Franz von Papen, per stringere un accordo segreto volto al finanziamento di quel partito. Alla fatidica riunione erano rappresentati anche gli Stati Uniti, coi fratelli John Dulles, futuro segretario di Stato e suo fratello Allen, futuro direttore della CIA.
Le prime tracce della strategia franco-britannica risultarono già evidenti subito dopo che i nazisti salirono al potere in Germania.”

Accordo di Monaco e la strategia franco-britannica contro l’Unione Sovietica di Luca D’Agostini continua qui.

La nuova cortina di ferro

La Lettonia sta costruendo una recinzione metallica di 90 km, alta 2,5 metri, lungo il confine con la Russia, che sarà ultimata entro l’anno. Sarà estesa nel 2019 su oltre 190 km di confine, con un costo previsto di 17 milioni di euro. Una analoga recinzione di 135 km viene costruita dalla Lituania al confine col territorio russo di Kaliningrad. L’Estonia ha annunciato la prossima costruzione di una recinzione, sempre al confine con la Russia, lunga 110 km e alta anch’essa 2,5 metri. Costo previsto oltre 70 milioni di euro, per i quali il governo estone chiederà un finanziamento UE. Scopo di tali recinzioni, secondo le dichiarazioni governative, è «proteggere i confini esterni dell’Europa e della NATO».
Esclusa la motivazione che essi debbano essere «protetti» da massicci flussi migratori provenienti dalla Russia, non resta che l’altra: i confini esterni della UE e della NATO devono essere «protetti» dalla «minaccia russa». Poiché la recinzione costruita dai Paesi baltici lungo il confine con la Russia ha una efficacia militare praticamente nulla, il suo scopo è fondamentalmente ideologico: quello di simbolo fisico che, al di là della recinzione, c’è un pericoloso nemico che ci minaccia. Ciò rientra nella martellante psyop politico-mediatica per giustificare la escalation USA/NATO in Europa contro la Russia. In tale quadro, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato in Lettonia due volte, la prima in luglio in un giro di visite nei Paesi baltici e in Georgia. Al pranzo ufficiale a Riga, il presidente della Repubblica italiana ha lodato la Lettonia per aver scelto la «integrazione all’interno della NATO e dell’Unione Europea» e aver deciso di «abbracciare un modello di società aperta, basata sul rispetto dello Stato di diritto, sulla democrazia, sulla centralità dei diritti dell’uomo». Lo ha dichiarato al presidente lettone Raymond Vejonis, il quale aveva già approvato in aprile il disegno di legge che proibisce l’insegnamento del Russo in Lettonia, un Paese la cui popolazione è per quasi il 30% di etnia russa e il russo è usato quale lingua principale dal 40% degli abitanti. Una misura liberticida che, proibendo il bilinguismo riconosciuto dalla stessa Unione Europea, discrimina ulteriormente la minoranza russa, accusata di essere «la quinta colonna di Mosca». Due mesi dopo, in settembre, il presidente Mattarella è tornato in Lettonia per partecipare a un vertice informale di Capi di Stato dell’Unione Europea, in cui è stato trattato tra gli altri il tema degli attacchi informatici da parte di «Stati con atteggiamento ostile» (chiaro il riferimento alla Russia). Dopo il vertice, il Presidente della Repubblica si è recato alla base militare di Ᾱdaži, dove ha incontrato il contingente italiano inquadrato nel Gruppo di battaglia schierato dalla NATO in Lettonia nel quadro della «presenza avanzata potenziata» ai confini con la Russia. «La vostra presenza è un elemento che rassicura i nostri amici lettoni e degli altri Paesi baltici», ha dichiarato il Presidente della Repubblica. Parole che sostanzialmente alimentano la psyop, suggerendo l’esistenza di una minaccia per i Paesi baltici e il resto dell’Europa proveniente dalla Russia. Il 24 settembre arriverà in Lettonia anche Papa Francesco, in visita nei tre Paesi baltici. Chissà se, ripetendo che si devono «costruire ponti non muri», dirà qualcosa anche sulla nuova cortina di ferro che, dividendo la regione europea, prepara le menti alla guerra. Oppure se a Riga, deponendo fiori al «Monumento per la libertà», rivendicherà la libertà dei giovani Lettoni russi di imparere e usare la propria lingua.
Manlio Dinucci

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