Danno collaterale: le sanzioni USA contro la Russia colpiscono gli alleati dell’Europa occidentale

Diana Johnstone per counterpunch

Sanno cosa stanno facendo? Quando il Congresso USA adotta sanzioni draconiane con lo scopo principale di togliere potere al presidente Trump e impedire qualsiasi mossa per migliorare le relazioni con la Russia, si rendono conto che le misure costituiscono una dichiarazione di guerra economica contro i loro cari “amici” europei?
Che lo sappiano o meno, ovviamente a loro non importa. I politici d‘oltre Atlantico vedono il resto del mondo come una periferia americana da sfruttare, castigare o ignorare impunemente.
La legge H.R. 3364, Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act (Atto di contrasto per gli avversari dell’America attraverso sanzioni), è stata adottata il 25 luglio da 419 membri della Camera dei Rappresentanti, salvo tre contrari. Una versione precedente è stata adottata da tutti i Senatori tranne due. Tali proporzioni indicano un passaggio finale assicurato, consentendo di impedire un eventuale veto presidenziale.
Questo umore stizzoso del Congresso USA aleggia in tutte le direzioni. Le principali vittime saranno senza dubbio i cari alleati europei, in particolare la Germania e la Francia. Le quali possono talvolta costituire delle concorrenti economiche, ma tali grossolane considerazioni non trovano udienza nello spirito del Congresso USA, totalmente votato ad innalzare la moralità universale. Continua a leggere

Le implicazioni della politica estera USA al tempo di Trump

Quando Putin afferma che le sanzioni contro la Russia sono una forma di “protezionismo nascosto”

“Gli sviluppi delle ultime settimane rimuovono la nebbia che oscurava gli obiettivi di politica estera della classe dominante USA. Una serie di eventi apparentemente non correlati fanno luce sulle finalità dei responsabili politici in un’era di intensificazione delle rivalità internazionali. Più oltre, sta diventando chiaro che il Presidente Trump sta ora parametrando la politica estera al consenso della classe dirigente; il suo allontanarsi dalla linea è stato sostanzialmente posto sotto controllo.
(…)
Il lungo e incoraggiato modello che vede gli interessi imperialistici USA serviti dal mettere in sicurezza e proteggere da parte degli stessi USA il proprio accesso alle fonti di energia, garantendo l’energia per i suoi alleati della Guerra Fredda è oggi in cerca di un nuova fisionomia. Oggi, gli interessi degli USA consistono nella ricerca di nuovi mercati all’interno dell’economia globale, in competizione con altri fornitori di energia, e creando favorevoli condizioni politiche ed economiche ai fornitori USA. Petrolio, gas ed energia rimangono centrali per l’impresa imperialista, ma i ruoli stanno cambiando in modo importante con importanti implicazioni.
Ho cercato di definire più chiaramente questo ruolo in febbraio, quando ho scritto: Dovrebbe essere chiaro, allora, che l’approssimarsi dell’autonomia petrolifera degli USA, il mutamento del ruolo degli USA da consumatori a produttori, e l’attenzione ai mercati per il petrolio, piuttosto che alle sorgenti del petrolio, influenzano profondamente le politiche strategiche degli USA, incluso l’indebolimento o l’inasprimento delle relazioni con gli altri maggiori produttori di petrolio come l’Arabia Saudita e la Russia.
I fatti han solo rafforzato tale visione. La rabbiosa e crudele intensificazione delle ostilità verso la Russia, la rinnovata demonizzazione dell’Iran, lo strano e bizzarro isolamento del Qatar, e l’accresciuta aggressività nelle numerose guerre di destabilizzazione nel Medio Oriente sottolineano l’evoluzione di un’emergente politica estera, consistente nell’assicurarsi nuovi mercati dell’energia.
L’introduzione e l’espansione delle forze militari USA in punti caldi come la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan promettono minore risoluzione dei conflitti, ma garantiscono ulteriore instabilità delle fonti energetiche e del flusso degli idrocarburi. La vendita di vaste scorte di armamenti militari assicura l’intensificazione ed il perdurare delle incursioni saudite nello Yemen.
L’inaspettata ostilità verso il Qatar mostrata dagli altri Stati del Golfo all’inizio della recente volgare performance di Trump in Riyadh (Arabia Saudita) è probabilmente diretta contro la leadership globale del Qatar nell’esportazione di gas liquido naturale, il mercato che gli USA sperano di penetrare ulteriormente. Non è un caso che i giacimenti di gas del Qatar sono posseduti in comune con l’Iran ed entrambi i paesi hanno cooperato nello sfruttamento dei giacimenti e nella produzione del gas naturale. Allo stesso tempo, i sauditi si sono arresi nella guerra dei prezzi con i trivellatori delle argille americane.
(…)
Le ultime sanzioni statunitensi contro la Russia (15/06/17) sono chiaramente dirette ai mercati ed al gas naturale russo. Il Senato ha votato il provvedimento 98-2 per “ampliare le sanzioni sul settore dell’energia russo”, come riferito dal Wall Street Journal. Mentre il messaggio può essere andato perduto sui media mainstream, i quali si crogiolano nel neomaccartismo, e mentre lo stesso messaggio non è stato decodificato da una sinistra distratta, non è andato perduto per gli Europei. Lo hanno immediatamente visto come un attacco al progetto del gasdotto North Stream 2 che dovrebbe portare il gas russo in Germania, Austria ed altre nazioni europee. E lo hanno visto per quello che era; La Germania e l’Austria immediatamente hanno sferzato con una dichiarazione congiunta: “Non possiamo accettare una minaccia di sanzioni extraterritoriali, illegali per il diritto internazionale, contro le compagnie europee che partecipano allo sviluppo delle forniture europee di energia”.
Hanno aggressivamente aggiunto: “La fornitura di energia all’Europa è affare dell’Europa, non degli Stati Uniti d’America” e “il fine odierno [di tali sanzioni] è quello di procurare lavoro per l’industria del gas e del petrolio americana…”
E così è. Il crudo riconoscimento che le azioni americane contro la Russia sono sottili e nascoste operazioni di copertura in favore degli scopi imperialisti degli USA.
Per evitare che qualcuno pretenda che l’imperialismo USA con un passo nuovo sia esclusivamente un prodotto di Trump, si dovrebbe notare come la votazione al Senato della 98-2 non è stata un’aberrazione. Scrivendo sul Washington Post (08/06/17), David Gordon e Michael O’Hanlon – due insiders solidamente connessi con Washington – hanno indicato “diversi segni di speranza” nella politica estera di Trump. Hanno lodato la squadra della sicurezza nazionale del Presidente e il suo atteggiamento nel Medio Oriente. Sono stati in modo particolare entusiasti per la sua continua belligeranza contro la Russia.
L’incauta politica estera dell’Amministrazione Trump ancora oggi devia qualche volta dalla linea della classe dominante espressa negli editoriali del New York Times o del Washington Post. Ma ancor di più diventa incauta perché si conforma a tale linea. La guerra senza fine e l’escalation in quelle guerre senza fine non si sono scontrate con l’impazienza della classe dominante, ma appaiono piuttosto essere la nuova linea globale.
La destabilizzazione dei paesi e la promozione del settarismo appaiono essere meno conseguenze non volute e più risultati delle tattiche deliberatamente calcolate di un potere imperialista che trae beneficio dal caos.
Come nell’era classica della spericolata competizione imperialista ante I Guerra mondiale, l’imperialismo degli USA sta aggressivamente facendo avanzare la propria agenda economica contro i rivali, inclusi i recenti “alleati”. I pericoli posti da queste rivalità in intensificazione minacciano di far scoppiare conflitti più devastanti e guerre ancor più estese.”

Da Imperialismo USA: cambio di direzione?, di Zoltan Zigedy.

La questione curda

Il ruolo della attuale dirigenza curda di fronte a un’occasione storica

Ho troppo rispetto per il popolo curdo, per la questione curda, per esprimere giudizi in quella che sarà una pura e semplice valutazione dell’attuale corso del maggior movimento curdo oggi – temporaneamente – alla guida di un territorio da essi denominato Rojava (letteralmente “Ovest”, in riferimento con ogni evidenza a un “Est” iracheno), un’area attualmente di oltre 42mila km quadrati a nord della Siria, superiore per estensione alla superficie di due Regioni come la Lombardia e il Veneto, distribuita in maniera discontinua a occidente (Afrin) e a oriente (il restante territorio) del cuneo occupato dai Turchi proprio per impedirne il ricongiungimento, unico successo ottenuto dall’operazione Scudo dell’Eufrate (Fırat Kalkanı); un’area che nel giro di tre anni è andata ben oltre i tradizionali confini dei villaggi curdi, giungendo a occupare:
– il 23% del territorio siriano;
– le sue tre maggiori dighe (importanti sia per la fornitura di energia elettrica, che per l’irrigazione);
– il 60% della sua superficie coltivabile (fonte).
Interessante, vero? Come si è arrivati a questo, temporaneo, status quo? Quali le cause, quali i presupposti, quali le possibili conseguenze e configurazioni future?
Occorre, come sempre, fare un passo indietro. Un popolo di trenta, quaranta milioni di persone (a seconda di come si considerano i Curdi della diaspora), distribuito principalmente – ma non solo – su quattro Stati indipendenti (Turchia, Siria, Iraq e Iran), la nazione più popolosa al mondo senza Stato, è da oltre un secolo che lotta per la propria indipendenza. All’inizio del secolo scorso, occorre sottolinearlo, i Curdi furono impiegati dai britannici in chiave antiturca (I conflitto mondiale) e tedesca (II conflitto mondiale), sempre con l’illusione di uno Stato promesso e mai realizzato (Dmitrij Minin, I segreti del conflitto siriano: il fattore curdo). Successivamente, si accostarono all’URSS, ma senza successo: la tragica vicenda della Repubblica di Mahabad (1946), primo nucleo di un Kurdistan indipendente in territorio iraniano, vide l’appoggio esterno dei Sovietici, che coprirono successivamente la ritirata del Molla Mustafa Barzani, padre dell’attuale capo del Kurdistan iracheno Mas’ud Barzani. Riparato in Azerbaigian, organizzò campi di addestramento a Tashkent e completò gli studi militari a Mosca (fonte). Fino a metà degli anni Cinquanta i Curdi furono gli unici alleati dei sovietici in Medio Oriente. Tuttavia, anche lì le cose stavano cambiando. L’appoggio sovietico alle rivoluzioni baathiste fece progressivamente spostare l’occhio dei Curdi verso Occidente. I britannici non c’erano più, ma c’era Israele. Sono databili da allora i primi contatti fra Mossad e Curdi (fonti: france-irak-actualite.com; the-american-interest.com), culminati nella visita vera e propria di Barzani padre in Israele. L’opzione rivoluzionaria in senso socialistico persisteva solo fra i Curdi di Turchia, culminante nel 1978 con la fondazione del PKK di Ocalan, ma risultava sempre più minoritaria, in termini di peso specifico sull’intero movimento indipendentistico curdo, a partire soprattutto dalla fine dell’URSS.

Moshe Dayan e Molla Mustafa Barzani, 1967

Il resto è storia recente: la strumentalizzazione della questione curda come fattore destabilizzante in Iraq e in Siria, è segno distintivo della politica mediorientale a stelle e strisce (o, visti anche i precedenti storici appena citati, US-raeliana nel suo complesso). In altre parole, questi due Paesi hanno conosciuto negli ultimi tre anni un’intrusione sempre maggiore degli Statunitensi sul loro territorio con l’istallazione di basi militari nei territori controllati dai Curdi, per combattere ovviamente i propri avversari che non sono, come ormai è sotto gli occhi di tutti, l’ISIS o Al Qaeda. La base aerea siriana di Tabqah, per esempio, abbandonata a causa dell’ISIS, ripresa dai Curdi catapultati oltre l’Eufrate dai mezzi anfibi e dalla copertura aerea americani, è stata seduta stante ceduta ai loro padroni. Un’altra base, ancora più grande, è in costruzione a Kobane, per rendere più costante e consistente l’approvvigionamento ai loro alleati. Forti di questo appoggio, le milizie curde dell’YPG hanno recentemente annunciato un’offensiva verso i territori dello “scudo turco” che li separano da Afrin. A sud di Raqqa, dopo esser stati fermati a Resafa dalla perentoria avanzata dell’esercito siriano, si stanno ritagliando fette di territorio lungo la striscia a sud dell’Eufrate, ufficialmente per chiudere da sud la capitale del sedicente Stato Islamico, in pratica per sondare la possibilità di ulteriori movimenti espansivi verso Sud.
Qui però si ferma la pars construens della loro iniziativa e iniziano problemi non da poco:
1. Afrin, separata dal resto di Rojava dallo “scudo turco” e posta sotto minaccia diretta di invasione, sempre da parte turca, è appena stata “visitata” da una folta rappresentanza di ufficiali russi. Questo avvenimento non può non essere legato alla visita ad Ankara del ministro della difesa russo Šojgu del giorno prima. I Russi ad Afrin si stanno costruendo la loro base, di fatto depotenziando il resto di Rojava in mano all’YPG, garantendo di fatto il ritorno di quella fetta di territorio nell’alveo della Repubblica Araba di Siria. Questo a Erdoğan basta. E avanza. I suoi movimenti di truppe e incidenti di confine sembrano aver sortito l’effetto deterrente voluto.
2. Un diamante è per sempre, ma non l’appoggio USA. Né Londra, né Washington hanno mai dato apertamente garanzie concrete alla costituzione di un Kurdistan indipendente e sovrano. Lo stesso ex-ambasciatore USA in Siria Robert Ford, in una recente intervista, ha definito “non solo politicamente stupida, ma immorale” l’attuale politica verso i Curdi, visto che alla fine “li tradirà”. I Curdi mancano di un appoggio costante a Washington, come sono, per esempio, la lobby ebraica e quella armena. Sembrano più che altro la “cara amica di una sera” del nostro repertorio canoro. Questo Rojava, nella figura del suo presidente Salih Muslim, lo sa benissimo, e infatti cerca – piuttosto maldestramente – di tenere il piede in più scarpe, senza inimicarsi troppo Mosca (da qui la cessione della base di Afrin, anzi, di Afrin punto) e Damasco (senza indire – almeno al momento – “referendum” sulla falsariga di quello appena svoltosi in Iraq). E cerca di trarre il maggior vantaggio dalla presenza USA sul territorio che controlla, di fatto svendendolo al potente alleato… inimicandosi però le popolazioni arabe locali, e non solo.
3. A differenza del Kosovo, dove a fronteggiare la protervia NATO c’era una Serbia indomita ma debole, oggi ci sono Iraq, Iran, Siria e Turchia. La Russia non solo sta vincendo sul campo un conflitto che nei primi sei mesi di quest’anno ha visto radicalmente mutare scenario (vedasi le ultime due cartine della Siria datate 01/01 e 30/06 di quest’anno), non solo ha permesso un graduale ma decisivo ripristino della sovranità nazionale da parte dell’unico governo legittimo, quello che – piaccia o no – fa capo ad Assad (per la prima volta, per esempio, la provincia di Aleppo vede prevalere come possesso di territorio il governo siriano sui suoi nemici e oppositori, come si vede nella cartina proposta sopra le due mappe già citate), ma è riuscita nella non facile impresa di mettere d’accordo Iran e Turchia nella costituzione di unico asse anti-ISIS e anti-Al Qaeda, ovvero anti-israeliano (vedasi, per ultimo ma non da ultimo, dopo i raid aerei israeliani contro le postazioni siriane sul Golan, l’origine degli equipaggiamenti sequestrati dall’esercito siriano ad Al Qaeda, sempre sulle alture del Golan), e anti-USA (vedasi, sempre per ultimo ma non da ultimo, oltre agli attacchi USA contro le postazioni siriane fatti “per errore”, come quello che l’anno scorso ridusse enormemente le difese di Deir Ez-zor prima dell’immancabile offensiva ISIS, anche le forniture dirette via Bulgaria e Jeddah ai terroristi). Il che non significa che siamo di fronte a un blocco compatto e monolitico che fronteggia un altro blocco altrettanto compatto e monolitico. I Turchi oggi ci sono, trattano coi Russi per l’acquisto di sistemi antiaerei e antimissile S-400 Triumf, domani non si sa. Gli Iraniani oggi sono pesantemente coinvolti nelle vicende irachene (delle cosiddette milizie popolari) e siriane, cercano una loro via al Mediterraneo, sono in piena e pluriennale sintonia coi Russi, anche sul versante geopolitico del Caspio in chiave di contenimento dell’iniziativa USA nella regione, poi chissà. Tuttavia, ora sono tutti, incondizionatamente, uniti contro i Curdi e la loro svolta filoamericana.
Gli affari sono affari. E di questo stiamo parlando, meglio, stanno parlando le potenze geopolitiche attualmente presenti sullo scacchiere mediorientale. Prima i Curdi lo capiranno, meglio riusciranno a promuovere la loro causa, cercando di coordinarsi non con chi sta a un oceano di distanza, ma con chi oggi li vede sempre più come un pericolo o, peggio ancora, come una minaccia. Hanno di fronte a sé, dopo un secolo di lotte, un’occasione storica. Non la devono e non la possono perdere. L’alternativa, sarebbe la ripetizione di tragedie già viste.
Paolo Selmi

Legenda delle cartine
Rosso: governativi e alleati
Grigio: Stato Islamico (ISIS-DAESH)
Verde: gruppi vari della galassia “ribelle” (Esercito Libero Siriano, etc.)
Bianco: gruppi derivati dallo scioglimento di Jabhat Al Nusra
Giallo: Curdi

1 gennaio 2017

30 giugno 2017

Cosa accadrà domani a Cuba?

Domenica 21 maggio u. s., presso la sala polivalente di Scandolara Ravara (CR), il circolo “Hilda Guevara” di Cremona ha presentato un incontro-dibattito con Aleida Guevara, figlia del “Che”, denominato Cuba ieri, Cuba oggi, ed uno sguardo al futuro.
Secondo quanto riporta Stefano C. Valsecchi, “con vibrante passione civile parlando ai presenti con le parole della vita, Aleida ha raccontato che Cuba non indietreggerà neanche di un passo indietro contro gli imperialisti “gringos”. Il popolo cubano vuole lavorare e vivere in pace, ma non permetterà mai il ritorno della tirannia e dell’ingiustizia e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e non venderà mai la propria terra anche se è necessario modernizzare l’agricoltura, perché come ha detto Aleida “un uomo pensa come mangia”.
Cuba è sempre pronta a difendere la sua “patria socialista” e a non farsi schiacciare da nessuno e a non perdere la propria sovranità anche se questo futuro è tutto in divenire, perché ha ricordato la stessa Aleida che ha fatto anche una scuola di tiro, e lo sparo del fucile e la mira è ancora buona…
Quei ladroni di gringos non sloggiano, come aveva promesso il “Premio Nobel delle 7 guerre” Barack Obama, e stanno ancora lì da “buoni occupanti”… nella baia di Guantanamo.
Cuba ha resistito anche alla tragedia epocale della caduta dei Paesi a socialismo reale dell’Est Europa. Gli scambi commerciali improvvisamente finirono, e la “Grande (diventata piccola…) Madre Russia” chiuse improvvisamente i rubinetti dell’oro nero, lasciando però in eredità anche motori di camion che di petrolio ne consumavano troppo sulle strade cubane. Cuba si rivolse allora ai “migliori” del campo, quelli del “cavallino rampante”, ma quei “veri terroristi” del F.B.I. vennero a conoscenza di tutto ciò.
Tutto l’accordo andò in fumo, perché “la cupola” dei gringos “federali” con i loro “metodi democratici”… minacciò che se fosse andata in porto questa fornitura di motori, nessun lavoratore della Ferrari avrebbe poi potuto mettere piede nel “loro”… suolo.”

Russi, Siriani, Iraniani e la loro mossa del cavallo: qualche breve cenno su un piccolo capolavoro

Ci eravamo lasciati con un primo bilancio sulle zone di diminuzione e sull’effetto favorevole (per le forze siriane) che esse avevano avuto in termini di dislocamento su un fronte che, in pochi giorni riusciva a tornare unito da nord a sud, consentendo non solo di raggiungere la superiorità numerica in situazioni di conflitto locali fino ad allora dominate da un incerto equilibrio, ma anche di costituire la necessaria forza d’urto per rompere l’intero fronte avversario e trarre il massimo vantaggio possibile in termini di occupazione di zone cedute dal nemico e consolidamento delle stesse. Una mossa che andrà studiata molto più approfonditamente negli anni a venire e che, a prescindere dall’esito finale di questo conflitto, resterà una pietra miliare di quella guerra “liquida” che altri, senza successo, hanno tentato di applicare in Siria.
A chi mi riferisco? Agli Americani, ovviamente: apprendisti stregoni abituati a confrontarsi col nemico solo da posizioni di schiacciante superiorità: una superiorità ribadita da lanci imponenti (e milionari) di missili (inutili per lo scopo prefissato) e di madri di tutte le bombe, insieme ad altre esibizioni muscolari di dubbia efficacia nonché, sul versante più nascosto della propria azione, da massicci finanziamenti di terroristi e gruppi criminali, da robuste iniezioni di “caos creativo” nelle fila nemiche, da montature mediatiche a effetto destinate a spegnersi subito dopo l’ottenimento della risoluzione ONU prefissata; più in generale, da quel “non badare a spese” tipico di una concezione grossolana del conflitto basata sull’applicazione di ricette che si ritengono, meccanicamente, anche ingenuamente se vogliamo, uguali per tutti. Ebbene, spinti fondamentalmente dall’ingresso in campo della Russia a interrompere la propria azione offensiva, per non entrare in conflitto con un avversario decisamente più ingombrante del solo Assad, e a cambiare tattica, gli Americani entrarono in una crisi da cui non si ripresero più. La mancanza di un interlocutore pubblico credibile li costrinse a cercare una sponda amica fra i curdi dell’YPG, attirandosi così le ire di un potente alleato, quello turco, sempre più ex, e a liquidare il proprio, quantomeno ambiguo, rapporto con il sedicente Stato Islamico.
L’avanzata vittoriosa delle truppe di Assad a est della provincia di Aleppo, che aveva liquidato in un sol colpo sia la presenza dell’ISIS, sia le velleità turche in una possibile espansione verso Raqqa del cosiddetto “Scudo dell’Eufrate”, aveva preoccupato non poco i vertici americani e li aveva portati a fare quello che negli scacchi è “mossa del cavallo”: scavalcare verso la fine del lago Assad e portarsi apertamente in territorio arabo, occupando Tabqa e costituendo un argine alla discesa siriana. Discesa che non si è fatta attendere: dopo la caduta di Maskanah, il 9 giugno è avvenuto “l’incontro sull’Elba” fra Siriani e Curdi.
Tuttavia, quella che inizialmente pareva rivelarsi una mossa strategicamente azzeccata, si sta rivelando un pericoloso boomerang per la “coalizione alleata”. I Siriani li bloccano da ovest e proseguono, con la chiusura della sacca con quella “U” rovesciata creatasi nel frattempo.

Operazione di ieri, la conquista dei quindici villaggi segnalati nella cartina qui sopra, occupati dal 2013. La liquidazione di questa sacca, oltre a mettere in sicurezza Khanasir e la sua importantissima arteria, teatro non a caso di azioni diversive da parte dell’ISIS fino a poche settimane fa, tese a tagliarla in due, para il fianco anche all’offensiva verso sud. Questo metterà in ulteriore difficoltà i Curdi, impedendo loro di espandere ulteriormente la propria sfera d’influenza e obbligandoli, di fatto, a fare quello per cui avevano dichiarato di aver “sconfinato”: combattere l’ISIS liberando Raqqa. E così, mentre un alleato curdo sempre meno convinto libererà una Raqqa che resterà sempre araba e sempre ingestibile, i Siriani sfonderanno a sud puntando verso Palmira e tagliando materialmente la strada anche alle truppe ISIS in fuga da Raqqa.
Al centro, l’azione bellica appare meno veloce che al nord. La guerra-lampo lascia il terreno a uno sforzo quotidiano di avanzamento complessivo della linea di fronte su più direttrici: se è vero che solo ora ad est si punta ad Arak, che si trova ancor prima di Sukhna, ultimo centro importante prima della galoppata finale verso Deir Ez-zor, vero è anche che l’azione si è parimenti svolta verso nord e verso sud.

Verso nord, si può chiaramente notare la formazione di una sacca a est di Homs, ben visibile nella cartina qui sotto, che con la presa di Huwaisis si chiuderebbe e collasserebbe allo stesso tempo, sia ottenendo la scomparsa dell’ISIS a est di Homs, sia mettendo in sicurezza da nord la strada che si va, parallelamente, liberando a sud e che porta ad Arak-Sukhna-Deir Ez-zor.

Verso sud, l’azione di consolidamento e parimenti offensiva sfociava con la chiusura dell’ennesima sacca e con il raggiungimento del confine giordano. Una frangia infine si spingeva verso At Tanf ma era prontamente respinta da bombardamenti “alleati” che la dissuadevano dal proseguire verso quella base USA.

Tuttavia, mentre colonne siriane si sottoponevano al fuoco dei bombardamenti aerei USA -tre serie nel giro di pochi giorni- e terroristi addestrati e armati dagli USA tentavano, senza successo, di arginare l’avanzata verso sud dei Siriani (le frecce blu della prima cartina qui sotto), ecco avvenire l’inaspettato: la mossa del cavallo dei Siriani: un veloce scarto a nord-est e un’altrettanto fulminea calata a sud-est (vedi seconda cartina) a soli 20 km dalla base USA!


Questa operazione, se non risolutiva, è di estrema importanza. Consente, infatti di:
– impedire l’ulteriore espansione a est dei “ribelli” filoamericani, chiusi ora su tutti i versanti e costretti a ripiegare verso la Giordania;
– togliere ogni ragion d’essere alla stessa base di At Tanf (centro di addestramento e non base operativa);
– ampliare ancor più la linea di fronte verso Deir Ez-zor,
– ricongiungersi alle milizie popolari sciite irachene e ripristinare linee d’approvvigionamento interrotte da anni.
A questo proposito, si ripristina anche il cosiddetto corridoio iraniano al Mediterraneo.

In conclusione, in una condizione di conflitto assolutamente “liquida”, laddove la linea di fronte è altamente instabile a causa del crollo di una delle parti in conflitto e della susseguente avanzata delle restanti, questa “mossa del cavallo” ha assestato un gravissimo colpo ai già precari equilibri, minati da dissidi e contrasti interni, della cosiddetta “coalizione alleata”. Una compagine in crisi netta, che si trova scoperta su più fianchi, vulnerabile proprio laddove intendeva partire per la conquista, palmo a palmo, della Repubblica Araba di Siria, invisa alle grandi potenze regionali confinanti (Turchia e Iran). In questo frangente, essa dovrà tirar fuori ben più di un coniglio dal cilindro per ribaltare la situazione. E, al momento, non sembra esservi alcun presupposto per tale colpo di scena. Stiamo in campana.
Paolo Selmi

La Russia, un baluardo contro l’Impero

“Lo scenario politico internazionale nella nostra epoca può forse avere qualche analogia con quello realizzatosi alla vigilia della prima guerra mondiale, ma le divergenze sono di gran lunga più numerose delle somiglianze. A quel tempo esistevano numerose grandi potenze, ciascuna al centro di un impero coloniale. Queste potenze da un lato avevano aspirazioni egemoniche ma non universalistiche (la Germania voleva strappare colonie al Regno Unito, assaltare il “potere mondiale”, ma non conquistare il Regno Unito), dall’altro tendevano a formare blocchi di alleanze, concentrazioni di forza economica, politica e militare in linea di massima equivalenti. Era l’età degli imperialismi. Oggi esiste un solo centro di potere mondiale le cui ambizioni territoriali, economiche e culturali sono illimitate: è l’età dell’Impero. Ignorare, nel 2017, l’esistenza di questo sistema di potere, significa farsi sfuggire non un dettaglio, ma la caratteristica capitale del mondo contemporaneo, caratteristica peraltro già indagata in lungo ed in largo da decenni.
Cos’ è l’Impero?
(…)
E’ la “democrazia totalitaria” profetizzata da Alexander Zinov’ev nel 1999 ed oggi pienamente realizzata. Per quanto ciò sembri paradossale il cosiddetto “totalitarismo” (nel senso di assorbimento totale di ogni aspetto della vita umana in un’unica dimensione economica, politica, ideologica ed etica), strumento concettuale brandito dal liberalismo per legittimarsi, non si è mai realizzato in forma storicamente tanto perfetta quanto lo è oggi, sotto l’Impero del liberalismo stesso.
Questi i tratti essenziali, a cui è utile aggiungere alcuni importanti dettagli.
Nel tempo dell’Impero esistono ancora, di nome, imperialismo, fascismo, ed estremismo religioso. Ma si tratta di copie sbiadite degli omonimi fenomeni del secolo scorso. Di zombie che l’Impero utilizza per conseguire i suoi fini. La stessa “nazione indispensabile”, gli Stati Uniti d’America, non può adottare indirizzi strategici contrastanti con le logiche del potere globale, senza precipitare (come mostra il caso Trump) in una gravissima crisi istituzionale. La dirigenza americana inclina pericolosamente verso il protezionismo? Sarà la centrale europea a far da sponda, fino a che i globalisti d’oltre atlantico non avranno “risolto”, con le buone o con le cattive, l’errore di percorso. L’Impero uniforme ed orizzontale non teme nessuna crisi locale.
Ove si presentano aree di resistenza economica, politica e culturale, l’Impero interverrà suscitando nazionalismo, fondamentalismo o terrorismo, che verranno utilizzati di volta in volta per frantumare e digerire queste sacche (Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria, Ucraina…) o per alimentare la lealtà ed il conformismo delle popolazioni terrorizzate. Ove la guerra ibrida non sia possibile o conveniente, e l’ Impero sia costretto ad un intervento diretto, lo strumento utilizzato non sarà la “guerra” che presuppone un riconoscimento implicito del nemico, ma l’“operazione di polizia internazionale” espressione che abolisce la politica estera declassandola a questione di ordine pubblico discendente da un’unica fonte di legittimazione imperiale. La convergenza ideale e pratica arancio – bruno – verde fra certi ambienti liberal atlantici, la manovalanza neofascista ucraina ed i mangiatori di cuori siriani è solo apparentemente incongrua: nella realtà si tratta di strumenti di potere decisamente integrabili che l’Impero utilizza simultaneamente a diversi livelli.
Poi c’è la questione della sproporzione delle forze: un immenso divario che è militare, ma soprattutto economico, politico e mediatico. Per misurarla è utile osservare la proiezione dello schieramento della NATO dalla Germania Ovest fino al ventre molle della profondità strategica russa, ricordare che il blocco atlantico supera la Russia di quattro volte per popolazione, di dieci volte per spesa militare, di venti volte per potenza economica. E’ utile ma non è sufficiente, perché in realtà la superiorità dell’Impero trascende la realtà della NATO, estendendosi a tutte le organizzazioni e le formazioni internazionali costituite intorno ad esso, di cui l’Impero detiene un pacchetto di controllo che gli consente di usarle a piacere. Alla luce di queste considerazioni è chiaro che non esiste alcuno scontro fra “opposti imperialismi”.
Volendo a tutti i costi utilizzare le categorizzazioni leniniste, la Russia odierna dovrebbe piuttosto collocarsi nella categoria delle “semi colonie” (Persia, Cina, Turchia, nella classificazione di Lenin, che scriveva nel 1916…): quella dei paesi parzialmente egemonizzati che lottano per conservare margini di autonomia politica. In questi casi Lenin era categorico: la borghesia della nazione oppressa deve essere sostenuta nella propria lotta contro la nazione opprimente, ed avversata nella lotta contro il proprio proletariato: “In quanto la borghesia della nazione oppressa lotta contro quella della nazione che opprime, noi siamo sempre, in tutti casi, più risolutamente di ogni altro, in favore di questa lotta, perché noi siamo i nemici più implacabili, più coerenti dell’oppressione. In quanto la borghesia della nazione oppressa difende il proprio nazionalismo borghese, noi siamo contro di essa. Lotta contro i privilegi e le violenze della nazione che opprime; nessuna tolleranza per l’aspirazione della nazione oppressa a conquistare dei privilegi.”. E ancora: “Se noi non ponessimo la rivendicazione dl diritto delle nazioni all’autodecisione, se non agitassimo questa parola d’ordine, aiuteremmo non solo la borghesia, ma anche i feudali e l’assolutismo della nazione che opprime.”
In conclusione la questione si pone esattamente nei termini prospettati da Preve: riconosciuta la (onni)presenza e l’esistenza dell’Impero “liquido” “orizzontale” “globale” dei nostri giorni, occorre decidere se collaborare arrendendosi (è la soluzione implicitamente scelta da Negri-Hardt) o resistergli. E se si decide di resistere si incontra Putin.
Forse voi “di sinistra”, prima di incontrare Putin a questo punto del mio ragionamento, lo avete avvistato altrove, in posti a voi cari. Ad esempio potreste averlo trovato nel Venezuela bolivarista, mentre concorda politiche energetiche con il governo locale o mentre fornisce grano e cooperazione politica e militare. Oppure a Cuba, mentre annulla il 90% dei debiti del Paese verso la Russia. O in Corea del Nord: il mondo accerchia Pjongjang, Putin manda un segnale, aprendo una nuova linea di traghetti con Vladivostok. E ancora in Donbass, in Siria, nelle Filippine. Ovunque l’Impero non riesca ad affermarsi proiettando la luce della propria potenza, si trova Putin. Putin è il rovescio, è l’ombra della globalizzazione.
E’ facile immaginare cosa accadrebbe a queste realtà di resistenza locale il giorno in cui un Maidan moscovita abbattesse lo Zar: sarebbero immediatamente soverchiate, schiacciate annichilite. La stesso pensiero di un altrove, di un altro tempo, soppresso negli anni novanta, recentemente riaffiorato, verrebbe inghiottito nel buco nero del pensiero unico. Putin è l’assillo, il rovello, l’ossessione, lo spettro dei media mainstream. Nella rappresentazione dei nostri organi di informazione Putin è onnipotente, è ovunque, è il male che si annida nel sistema, perché la sua stessa esistenza ne mette a nudo le negate criticità. Il vostro nemico lo sa bene che Putin è dalla vostra parte: e voi no?”

Da A sinistra, con Putin!, di Marco Bordoni.