Impressioni d’inizio autunno: dalla liberazione di Deir Ez-zor a quella di Al Mayadin

Di quest’ultimo mese si ricorderà l’accelerazione impressa agli eventi da parte della cosiddetta “Coalizione”, capitanata dagli USA e, come ormai alla luce del sole e oltre ogni minimo accenno di pudore, composta di un esercito di manodopera di riserva estremamente variegato, tipico della guerra ibrida in corso, e che va dalle milizie curde ai terroristi dell’ISIS.
Il tentativo era abbastanza evidente e, come vedremo, prevedibile: colpire il nemico – che, a scanso di equivoci, era ed è Assad e alleati – su più fronti, simultaneamente, efficacemente, per frantumarne le linee di difesa, affondare i colpi e seminare il panico fra le retroguardie di colpo proiettate in prima linea, tagliare i canali di comunicazione e approvvigionamento, obbligare le forze di élite dell’esercito siriano a ripiegare per ripristinare confini e mettere in sicurezza situazioni altrimenti compromesse. Ripiegare da dove? Ma da Deir Ez-zor, dove simultaneamente i Curdi avanzavano senza sparare un colpo, pappandosi fette di territorio sempre maggiori, allungando linee di fronte di decine di chilometri lungo sottili lingue di terra che sfidavano ogni logica di tattica e strategia militare (prima fra tutte, il consolidamento della linea di fronte per evitare contrattacchi fatali sulle retrovie lasciate scoperte e la conseguente formazione di sacche in cui circondare e chiudere le avanguardie), lasciando soltanto come unica ipotesi quella infima, meschina, della combine. Ebbene, la strategia americana verteva su queste due leve: da una parte bloccare (o fatalmente rallentare) l’avanzata siriana nella provincia dei pozzi, dall’altra occupare per prima il ricco Eldorado.
Ci eravamo lasciati con prodromi di questa strategia, ma mai ci saremmo aspettati che si sviluppasse fino a questi livelli. Quanto accaduto in questi trenta giorni circa ha dell’incredibile, e quanto è riuscita a fare l’alleanza Russia-Siria-Iran ha ancora più dell’incredibile, fino al risultato di oggi: la liberazione di Al Mayadin. Ma andiamo con ordine e, per farlo, ci serviamo di un’ottima sintesi a opera del buon Colonel Cassad. Continua a leggere

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Terrore Rosso colpisce ancora? Gli USA impongono la designazione di agenti stranieri sui media russi come ai tempi della seconda guerra mondiale

Di Robert Bridge per rt.com

Il McCarthyismo dell’epoca sovietica che ha imperversato in America alla metà del XX secolo è stato un semplice gioco da bambini rispetto all’isteria russofobica che ora sta attraversando gli USA, dove i media russi devono persino identificarsi con una designazione tipica dell’era nazista.

L’aspetto più inquietante della spettacolare esplosione delle relazioni USA-Russia nell’ultimo anno non è necessariamente la velocità fulminea con la quale si è verificata, ma che si tratta di un atto deliberato e premeditato di violenza politica assolutamente evitabile.
La massiccia campagna anti-Russia è arrivata con una ferocia così rapida e ingiustificata che nemmeno l’ultimo senatore americano Joseph McCarthy, il cui nome è praticamente sinonimo di caccia alle streghe, sarebbe arrivato a tanto. E proprio quando pensi di aver toccato il fondo nelle relazioni bilaterali, una botola si apre sotto i piedi, svelando un’altra caduta precipitosa.
In quello che sembra essere il motivo principale nelle relazioni mediatiche tra Stati Uniti e Russia, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha fatto al ramo americano di RT [Russia Today] la richiesta oltraggiosa di registrarsi come “agente straniero” per continuare ad operare sul suolo statunitense.
Ciò che rende la richiesta degli USA particolarmente inaccettabile, se non del tutto ripugnante, è la storia dietro la Legge per la registrazione degli agenti stranieri del 1938, o FARA, creata per contrastare l’agitazione filo-nazista. Poche persone avrebbero potuto dimenticare quanto sangue, sudore e lacrime costarono alla Russia nel suo straordinario sforzo per respingere l’armata di Hitler dal suo territorio. Infatti, senza il sacrificio incomparabile della Russia, che ha spezzato la schiena della macchina da guerra nazista, sarebbe assolutamente inutile parlare oggi di “libertà mediatica”. Continua a leggere

Putin, Stone e l’Annunziata: trovate l’intruso

Lo confesso. Per me, la televisione è un curioso pezzo da museo; un oggetto che non uso mai, che tengo addirittura con i cavi staccati per rimarcare il concetto e per non cadere in tentazione. Eppure, giovedì sera, tornato dall’ufficio, ho riattaccato i cavi in fretta e furia, cercato il telecomando che nel mentre era finito in una dimensione parallela e mi sono sintonizzato su Rai Tre. Un canale che, a memoria, ricordavo essere popolato da spettri con il pugno alzato e da mummie con il bavero rosso al collo. Ma, sfidando la mia repulsione per l’horror, ho dovuto farlo: insomma, l’evento era unico. Su Rai Tre davano nientemeno che The Putin Interviews di Oliver Stone.
Da subito ho pensato: “Sarà un errore”. Eppure no, i miei informatori erano sicuri: c’era proprio Putin su Rai Tre. Ho googlato su internet e ho scoperto l’esistenza di un sito antidiluviano che informa i telespettatori della programmazione quotidiana; lì, bel bello, c’era il faccione di Putin. Non poteva essere un errore, a meno che i compagni di Rai Tre non fossero tutti ad azzannar braciole alla Festa dell’Unità e ci fosse bisogno di riempire il palinsesto con un programma a caso.
Va bene, per farla breve Putin c’era davvero. Ma, prima di andare alla festa zombie dell’Unità, i compagnoni di cui sopra hanno pensato bene di fare uno dei loro soliti scherzi sinistri. Ecco che, al posto del faccione di Vlad, è comparsa la diversamente sorridente Lucia Annunziata. La comparsa della direttrice dell’HuffPost ha sortito un effetto simile a quello del professor Guidobaldo Maria Riccardelli di fantozziana memoria. Ma come? Un’introduzione prima del film? Eh sì. Era un delirante pippone per spiegarci perché vedere la docu-intervista di Stone. Un po’ come i bollini colorati per i bambini, verde, giallo e rosso: ecco, questo programma era consentito solo previo avvertimento dell’Annunziata. Non so dire se su Rai Tre la chiamano ogni volta che stanno mandando in onda un programma; magari presenta anche Tom&Jerry, vai a sapere. Ma qui siamo andati oltre. L’ex direttrice del Tg3 ci insegna che Stone ha fatto le domande sbagliate. Sbagliate? Quattro ore di domande sbagliate? Sì, Stone avrebbe permesso a Putin di “svicolare”, di dire la sua. Un bravo giornalista avrebbe dovuto puntualizzare, ogni due minuti: “Sì, ma gli hacker russi?”; e invece niente, Stone ride e scherza con il pericoloso dittatore che attenta alla democrazia mondiale e che vuole influenzare il voto americano. Se poi uno guarda l’intervista, scopre che Putin cerca davvero di dimostrarsi neutrale sulla materia del voto negli USA. Certo, forse non sopporta troppo la Clinton (ma chi la sopporta?), e con eleganza dimostra la sua distanza etica e culturale dalla candidata dem. Pazienza. Per l’Annunziata il candidato di Putin è Trump.
Il succo della storia, tutto qui: Putin è autoritario, Stone lo intervista ma non deve far vedere che è un cattivone matricolato, altrimenti lo zar gli sequestra baracca e burattini e non gli fa fare l’intervista. Il commento risulta patetico, come patetica è questa prefazione fatta per suggerire una lettura del documentario che è palesemente contraria a quanto dice il presidente russo. Perché Putin può piacere o non piacere, ma è semplicemente l’unico uomo politico della contemporaneità capace di suscitare ancora amore per lo Stato, di influenzare profondamente la politica internazionale e di arginare, per quanto possibile, la deriva disumana che viviamo in Occidente. Volete mettere al suo pari i vari Obama o Trump, o i nostri incolori Renzi, Letta, Gentiloni? Suvvia.
E poi, la mancanza di stile: l’opera di Stone è paragonabile ad un vero e proprio film: nel bugiardino di avvertimento (questo-film-può-avere-effetti-collaterali-anche-gravi), l’Annunziata rivela anche alcuni passaggi ed una risposta di Putin. Cioè: nel gergo dei nerd, ha “spoilerato”. Almeno, Riccardelli apriva il “consueto dibattito” dopo la visione del film. Non prima. In ogni caso, il sottoscritto (spero abbiate perdonato l’uso della prima persona), sapendo già i punti salienti, ha potuto toccare con mano che l’interpretazione data dall’Annunziata era palesemente forzata, se non addirittura capovolta. E così gli altri telespettatori. Bel colpo, non c’è che dire.
Per questo, questa benedetta prefazione non era solo inutile, ma patetica. In soldoni: che senso aveva spiegarci perché ascoltare Putin? Forse, perché è un personaggio infinitamente più importante dei nostri politici, dei nostri commentatori o dei nostri giornalisti? Era necessario marcare il territorio fornendo a tutti i costi un’interpretazione non richiesta? Perché non permettere ai telespettatori di farsi un proprio, personalissimo giudizio? E perché il giudizio dell’Annunziata deve essere più importante di quello di Mario Rossi? Tanto più, che questa prefazione aveva il sapore della lezioncina imparata a memoria, ricca di luoghi comuni ed inacidita dalla supponenza; insomma: una pernacchia nei confronti di due giganti quali Putin e Stone. Una pernacchia ancor più fastidiosa perché pagata da tutti noi. Anche da chi, come me, tiene il televisore spento 364 giorni l’anno.
Giorgio Enrico Cavallo

Fonte

Quando la sinistra non aveva paura della sua ombra

“Cos’è successo tra il 1973 e il 2017? Mezzo secolo fa, la sinistra francese ed europea era generalmente solidale – almeno a parole – con i progressisti e i rivoluzionari dei Paesi del Sud. Senza ignorare gli errori commessi e le difficoltà impreviste, non sparava alla schiena dei compagni latinoamericani. Non distribuiva responsabilità ai golpisti e alle loro vittime con giudizi salomonici. Si schierava, a costo di sbagliare, e non praticava, come fa la sinistra attuale, l’autocensura codarda e la concessione all’avversario a mo’ di difesa. Non diceva: tutto questo è molto brutto, e ognuno ha la sua parte di responsabilità in queste violenze riprovevoli. La sinistra francese ed europea degli anni ‘70 era certamente ingenua, ma non aveva paura della sua ombra, e non beatificava a ogni piè sospinto quando si trattava di analizzare una situazione concreta. È incredibile, ma pure i socialisti, come Salvador Allende, pensavano di essere socialisti al punto da rimetterci la vita.
A guardare l’ampiezza del fossato che ci separa da quell’epoca, si hanno le vertigini. La crisi venezuelana fornisce un comodo esempio di questa regressione perché si presta a un confronto con il Cile del 1973. Ma se si allarga lo spettro dell’analisi, si vede bene che il decadimento ideologico è generale, che attraversa le frontiere. Nel momento della liberazione di Aleppo da parte dell’esercito nazionale siriano, nel dicembre 2016, gli stessi “progressisti” che facevano gli schizzinosi davanti alla difficoltà del chavismo, hanno cantato insieme ai media detenuti dall’oligarchia per accusare Mosca e Damasco delle peggiori atrocità. E la maggior parte dei “partiti di sinistra” francese (PS, PCF, Parti de Gauche, NPA, Ensemble, i Verdi) hanno organizzato una manifestazione davanti all’ambasciata russa a Parigi, per protestare contro il “massacro” dei civili “presi in ostaggio” nella capitale economica del Paese.
Certo, questa indignazione morale a senso unico nascondeva il vero significato di una “presa di ostaggi” che c’è stata, in effetti, ma da parte delle milizie islamiste, e non da parte delle forze siriane. Lo si è visto non appena sono stati creati i primi corridoi umanitari da parte delle autorità legali: i civili sono fuggiti in massa verso le zone governative, a volte sotto le pallottole dei loro gentili protettori in “casco bianco” che giocavano ai barellieri da una parte, e ai jihadisti dall’altra. Per la sinistra, il milione di siriani di Aleppo Ovest bombardata dagli estremisti abbigliati da “ribelli moderati” di Aleppo Est non contano, la sovranità della Siria nemmeno. La liberazione di Aleppo resterà negli annali come un tornante della guerra per procura combattuta contro la Siria. Il destino ha voluto che, purtroppo, segnasse un salto qualitativo nel degrado cerebrale della sinistra francese.
Siria, Venezuela: questi due esempi illustrano le devastazione causati dalla mancanza di analisi unita alla codardia politica. Tutto avviene come se le forze vive di questo Paese fossero state anestetizzate da chissà quale sedativo. Partito dalle sfere della “sinistra di governo”, l’allineamento alla doxa diffusa dai media dominanti è generale. Convertita al neoliberismo mondializzato, la vecchia socialdemocrazia non si è accontentata di sparare alla schiena degli ex compagni del Sud, si è anche sparata nei piedi.
(…)
Potrà anche rompere con la socialdemocrazia, ma questa sinistra aderisce alla visione occidentale del mondo e al suo dirittumanismo a geometria variabile. La sua visione delle relazioni internazionali è direttamente importata dalla doxa pseudo-umanista che divide il mondo in simpatiche democrazie (i nostri amici) e abominevoli dittature (i nostri nemici). Etnocentrica, guarda dall’alto l’antimperialismo lascito del nazionalismo rivoluzionario del Terzo Mondo e del movimento comunista internazionale. Invece di studiare Ho Chi Min, Lumumba, Mandela, Castro, Nasser, Che Guevara, Chavez, Morales, legge “Marianne” [una sorta di “l’Espresso” francese – n.d.t.] e guarda France 24 [la Rainews24 francese – n.d.t.]. Pensa che ci siano i buoni e i cattivi, che i buoni ci somigliano e che bisogna bastonare i cattivi. È indignata – o disturbata – quando un capo della destra venezuelana, formata negli USA dai neoconservatori per eliminare il chavismo, viene incarcerato per aver tentato un colpo di Stato. Ma è incapace di spiegare le ragioni della crisi economica e politica del Venezuela. Per evitare le critiche, è restia a spiegare come il blocco degli approvvigionamenti sia stato provocato da una borghesia importatrice che traffica con i dollari e organizza la paralisi delle reti di distribuzione sperando di abbattere il legittimo presidente Maduro.
Indifferente ai movimenti di fondo, questa sinistra si contenta di partecipare all’agitazione di superficie. In preda a una sorta di scherzo pascaliano che la distrae dall’essenziale, essa ignora il peso delle strutture. Per lei, la politica non è un campo di forze, ma un teatro di ombre. Parteggia per le minoranze oppresse di tutto il mondo dimenticando di domandarsi perché certe sono visibili e altre no. Preferisce i Curdi siriani ai Siriani tout court perché sono una minoranza, senza vedere che questa preferenza serve alla loro strumentalizzazione da parte di Washington che ne fa delle suppellettili e prepara uno smembramento della Siria conformemente al progetto neo-conservatore. Rifiuta di vedere che il rispetto della sovranità degli Stati non è una questione accessoria, che è la rivendicazione principale dei popoli di fronte alle pretese egemoniche di un occidente vassallo di Washington, e che l’ideologia dei diritti umani e la difesa del LGBT serve spesso come paravento per un interventismo occidentale che si interessa soprattutto agli idrocarburi e alle ricchezze minerarie.
(…)
Drogata di “moralina”, intossicata da formalismo piccolo-borghese, la sinistra radical-chic firma petizioni, intenta processi e lancia anatemi contro i capi di Stato che hanno la brutta abitudine di difendere la sovranità del proprio Paese. Questo manicheismo le impedisce il compito di analizzare ciascuna situazione concreta e di guardare oltre il proprio naso. Pensa che il mondo sia uno, omogeneo, attraversato dalle stesse idee, come se tutte le società obbedissero agli stessi principi antropologici, evolvessero secondo gli stessi ritmi. Confonde volentieri il diritto dei popoli all’autodeterminazione e il dovere degli Stati di conformarsi ai requisiti di un Occidente che si erge a giudice supremo. Fa pensare all’abolizionismo europeo del XIX secolo, che voleva sopprimere la schiavitù presso gli indigeni, portando la luce della civiltà con la canna del fucile. La sinistra dovrebbe sapere che l’inferno dell’imperialismo oggi, come il colonialismo ieri, è sempre lastricato di buone intenzioni. Nel momento dell’invasione occidentale dell’Afghanistan, nel 2001, non abbiamo mai letto tanti articoli, nella stampa progressista, sull’oppressione delle donne afghane e sull’imperativo morale della loro liberazione. Dopo 15 anni di emancipazione femminile al cannone 105, queste sono più coperte e analfabete che mai.”

Da 1973-2017 : il collasso ideologico della “sinistra” francese (ed europea), di Bruno Guigue.

Siria: la luce in fondo al tunnel

Articolo di Vincenzo Brandi, inserito nella nostra pagina FB.

Danno collaterale: le sanzioni USA contro la Russia colpiscono gli alleati dell’Europa occidentale

Diana Johnstone per counterpunch

Sanno cosa stanno facendo? Quando il Congresso USA adotta sanzioni draconiane con lo scopo principale di togliere potere al presidente Trump e impedire qualsiasi mossa per migliorare le relazioni con la Russia, si rendono conto che le misure costituiscono una dichiarazione di guerra economica contro i loro cari “amici” europei?
Che lo sappiano o meno, ovviamente a loro non importa. I politici d‘oltre Atlantico vedono il resto del mondo come una periferia americana da sfruttare, castigare o ignorare impunemente.
La legge H.R. 3364, Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act (Atto di contrasto per gli avversari dell’America attraverso sanzioni), è stata adottata il 25 luglio da 419 membri della Camera dei Rappresentanti, salvo tre contrari. Una versione precedente è stata adottata da tutti i Senatori tranne due. Tali proporzioni indicano un passaggio finale assicurato, consentendo di impedire un eventuale veto presidenziale.
Questo umore stizzoso del Congresso USA aleggia in tutte le direzioni. Le principali vittime saranno senza dubbio i cari alleati europei, in particolare la Germania e la Francia. Le quali possono talvolta costituire delle concorrenti economiche, ma tali grossolane considerazioni non trovano udienza nello spirito del Congresso USA, totalmente votato ad innalzare la moralità universale. Continua a leggere

Le implicazioni della politica estera USA al tempo di Trump

Quando Putin afferma che le sanzioni contro la Russia sono una forma di “protezionismo nascosto”

“Gli sviluppi delle ultime settimane rimuovono la nebbia che oscurava gli obiettivi di politica estera della classe dominante USA. Una serie di eventi apparentemente non correlati fanno luce sulle finalità dei responsabili politici in un’era di intensificazione delle rivalità internazionali. Più oltre, sta diventando chiaro che il Presidente Trump sta ora parametrando la politica estera al consenso della classe dirigente; il suo allontanarsi dalla linea è stato sostanzialmente posto sotto controllo.
(…)
Il lungo e incoraggiato modello che vede gli interessi imperialistici USA serviti dal mettere in sicurezza e proteggere da parte degli stessi USA il proprio accesso alle fonti di energia, garantendo l’energia per i suoi alleati della Guerra Fredda è oggi in cerca di un nuova fisionomia. Oggi, gli interessi degli USA consistono nella ricerca di nuovi mercati all’interno dell’economia globale, in competizione con altri fornitori di energia, e creando favorevoli condizioni politiche ed economiche ai fornitori USA. Petrolio, gas ed energia rimangono centrali per l’impresa imperialista, ma i ruoli stanno cambiando in modo importante con importanti implicazioni.
Ho cercato di definire più chiaramente questo ruolo in febbraio, quando ho scritto: Dovrebbe essere chiaro, allora, che l’approssimarsi dell’autonomia petrolifera degli USA, il mutamento del ruolo degli USA da consumatori a produttori, e l’attenzione ai mercati per il petrolio, piuttosto che alle sorgenti del petrolio, influenzano profondamente le politiche strategiche degli USA, incluso l’indebolimento o l’inasprimento delle relazioni con gli altri maggiori produttori di petrolio come l’Arabia Saudita e la Russia.
I fatti han solo rafforzato tale visione. La rabbiosa e crudele intensificazione delle ostilità verso la Russia, la rinnovata demonizzazione dell’Iran, lo strano e bizzarro isolamento del Qatar, e l’accresciuta aggressività nelle numerose guerre di destabilizzazione nel Medio Oriente sottolineano l’evoluzione di un’emergente politica estera, consistente nell’assicurarsi nuovi mercati dell’energia.
L’introduzione e l’espansione delle forze militari USA in punti caldi come la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan promettono minore risoluzione dei conflitti, ma garantiscono ulteriore instabilità delle fonti energetiche e del flusso degli idrocarburi. La vendita di vaste scorte di armamenti militari assicura l’intensificazione ed il perdurare delle incursioni saudite nello Yemen.
L’inaspettata ostilità verso il Qatar mostrata dagli altri Stati del Golfo all’inizio della recente volgare performance di Trump in Riyadh (Arabia Saudita) è probabilmente diretta contro la leadership globale del Qatar nell’esportazione di gas liquido naturale, il mercato che gli USA sperano di penetrare ulteriormente. Non è un caso che i giacimenti di gas del Qatar sono posseduti in comune con l’Iran ed entrambi i paesi hanno cooperato nello sfruttamento dei giacimenti e nella produzione del gas naturale. Allo stesso tempo, i sauditi si sono arresi nella guerra dei prezzi con i trivellatori delle argille americane.
(…)
Le ultime sanzioni statunitensi contro la Russia (15/06/17) sono chiaramente dirette ai mercati ed al gas naturale russo. Il Senato ha votato il provvedimento 98-2 per “ampliare le sanzioni sul settore dell’energia russo”, come riferito dal Wall Street Journal. Mentre il messaggio può essere andato perduto sui media mainstream, i quali si crogiolano nel neomaccartismo, e mentre lo stesso messaggio non è stato decodificato da una sinistra distratta, non è andato perduto per gli Europei. Lo hanno immediatamente visto come un attacco al progetto del gasdotto North Stream 2 che dovrebbe portare il gas russo in Germania, Austria ed altre nazioni europee. E lo hanno visto per quello che era; La Germania e l’Austria immediatamente hanno sferzato con una dichiarazione congiunta: “Non possiamo accettare una minaccia di sanzioni extraterritoriali, illegali per il diritto internazionale, contro le compagnie europee che partecipano allo sviluppo delle forniture europee di energia”.
Hanno aggressivamente aggiunto: “La fornitura di energia all’Europa è affare dell’Europa, non degli Stati Uniti d’America” e “il fine odierno [di tali sanzioni] è quello di procurare lavoro per l’industria del gas e del petrolio americana…”
E così è. Il crudo riconoscimento che le azioni americane contro la Russia sono sottili e nascoste operazioni di copertura in favore degli scopi imperialisti degli USA.
Per evitare che qualcuno pretenda che l’imperialismo USA con un passo nuovo sia esclusivamente un prodotto di Trump, si dovrebbe notare come la votazione al Senato della 98-2 non è stata un’aberrazione. Scrivendo sul Washington Post (08/06/17), David Gordon e Michael O’Hanlon – due insiders solidamente connessi con Washington – hanno indicato “diversi segni di speranza” nella politica estera di Trump. Hanno lodato la squadra della sicurezza nazionale del Presidente e il suo atteggiamento nel Medio Oriente. Sono stati in modo particolare entusiasti per la sua continua belligeranza contro la Russia.
L’incauta politica estera dell’Amministrazione Trump ancora oggi devia qualche volta dalla linea della classe dominante espressa negli editoriali del New York Times o del Washington Post. Ma ancor di più diventa incauta perché si conforma a tale linea. La guerra senza fine e l’escalation in quelle guerre senza fine non si sono scontrate con l’impazienza della classe dominante, ma appaiono piuttosto essere la nuova linea globale.
La destabilizzazione dei paesi e la promozione del settarismo appaiono essere meno conseguenze non volute e più risultati delle tattiche deliberatamente calcolate di un potere imperialista che trae beneficio dal caos.
Come nell’era classica della spericolata competizione imperialista ante I Guerra mondiale, l’imperialismo degli USA sta aggressivamente facendo avanzare la propria agenda economica contro i rivali, inclusi i recenti “alleati”. I pericoli posti da queste rivalità in intensificazione minacciano di far scoppiare conflitti più devastanti e guerre ancor più estese.”

Da Imperialismo USA: cambio di direzione?, di Zoltan Zigedy.