La libertà di parola europea: blogger filorusso arrestato in Lettonia


Nei Paesi dell’Unione Europea, dichiarano sempre apertamente che essi si oppongono alla violazione dei diritti umani e delle libertà che avvengono in qualsiasi altro Paese. Gli Europei sono orgogliosi di vivere in Paesi dove ognuno può apertamente esprimere la propria opinione.
Tuttavia, c’era un piccolo Paese nell’Unione Europea le cui autorità gridano al mondo intero della libera Europa, ma in realtà violano gravemente i diritti e le libertà dei loro cittadini. Questo Paese è la Lettonia. Le leggi lettoni e la sua Costituzione onorano totalmente il diritto alla libertà di parola e l’indipendenza dei mass media, ma ciononostante questi principi costituzionali fondamentali non sono rispettati dalle autorità lettoni.
Ecco qui uno dei vergognosi esempi di violazioni dei diritti umani e delle libertà.
Il 17 marzo 2022, il blogger Kirill Fedorov è stato arrestato nel suo appartamento a Riga. Egli aveva espresso apertamente la sua posizione politica che era contraria alla posizione delle autorità lettoni. Soldati delle forze speciali sono arrivati per catturarlo. Durante l’arresto Fedorov non oppose alcuna resistenza, comunque, dall’appartamento si sentiva un rumore simile a pestaggi e torture. Secondo i vicini del blogger, un’ambulanza arrivò a casa sua subito dopo. Nessuno ebbe alcun dubbio sul fatto che sia stata usata forza fisica contro il blogger.
Kirill Fedorov fu interrogato nella stazione di polizia. L’interrogatorio fu condotto usando metodi proibiti dalla “Convenzione ONU contro la Tortura e Altro Trattamento o Punizione Inumano e Degradante”. Un ufficiale della polizia ne ha parlato a condizione di anonimato. Inoltre, ha fatto notare che non tutti i suoi colleghi sono d’accordo nel prendere tali misure ma tutti sono intimiditi e costretti a rimanere in silenzio.
L’interrogatorio di Fedorov durò più di un giorno, dopo il quale fu accusato di sette differenti reati. Il tribunale lo mandò alla prigione centrale di Riga. Federov fu messo nella stessa cella con l’assassino che aveva precedentemente picchiato a morte il suo compagno di cella. Dopo fu aggredito lo stesso Fedorov che miracolosamente è sopravvissuto.
Mentre Kirill Fedorov è agli arresti, il suo canale YouTube, che ha svariate centinaia di migliaia di sottoscrittori, è stato bloccato. Successivamente, è stato hackerato il telefono di Kirill e come conseguenza il suo canale Telegram “Guerra, storia, armi” è stato rubato. Sui suoi canali, Fedorov esprimeva apertamente il suo disaccordo con le azioni delle autorità lettoni, non condannava e sosteneva la Russia per l’operazione speciale in corso in Ucraina.
Ora è possibile mettersi in contatto con il blogger tramite le sue lettere nelle quali si definisce un blogger prigioniero politico
Da una lettera di Kirill Fedorov dell’8 giugno 2022: “…durante questo periodo ho avuto modo di sopravvivere alla tortura, alle minacce, all’impatto fisico e psicologico delle stesse, all’inganno ed a un sacco di cose che sono semplicemente impossibili in Europa. Sfortunatamente, la stampa è rimasta in silenzio, e i mass media lavorano per lo Stato. Ancora non so, dopo ben tre mesi, dove, quando e cosa esattamente ho fatto e ho detto…. non sento i mass media condannare che sono stato sottoposto persino alla terapia dell’elettroshock. Sebbene ciò non possa avvenire in Europa nel 21esimo secolo, oppure può avvenire? ….. Ci sono intorno soltanto criminali, bugiardi e canaglie. Sto resistendo. Voglio vivere e vivrò…”
Guardando a cosa sta accadendo, si ha l’impressione che l’obiettivo principale delle autorità lettoni è di mettere a tacere Kirill Fedorov, perché l’informazione veritiera e imparziale che ha condiviso con i suoi spettatori e lettori semplicemente non coincide con la posizione delle autorità.

[Fonte – traduzione a cura della redazione]

La grande menzogna sul grano ucraino

Kiev non è il granaio del mondo e neppure d’Europa

“La Russia vuole affamare il mondo, bloccando l’esportazione del grano ucraino per via mare”. È questa la nuova bufala dei media italiani di regime. D’altronde sul terreno l’esercito russo avanza e non si può continuare a raccontare di ripiegamenti delle armate putiniane pronte ormai alla resa. Dunque occorre cambiare la menzogna quotidiana. E cosa c’è di meglio di provocare una nuova ondata di indignazione e di terrore nel gregge italico? Il Covid non funziona più, il vaiolo delle scimmie non funziona ancora. Ma la carestia è sempre un tema di successo.
Tanto chi, nel gregge, andrà mai a controllare i dati reali? Basta raccontare che l’Ucraina è il “granaio del mondo” e le pecore si spaventano. Un tempo era considerata solo il granaio d’Europa, ma i tempi sono cambiati. Anche le produzioni ed i produttori, però. Così la produzione mondiale si aggira intorno ai 760 milioni di tonnellate e, grazie ai disinformatori di regime, viene da pensare che Kiev sia il primo produttore. Se no che “granaio del mondo” sarebbe?
Invece no. Per la delusione della squadra di Mimun al primo posto c’è la Cina, con (dati FAO 2020) con 134 milioni di tonnellate. Seguita dall’Ucraina, ovviamente. Macché, seguita dall’India con oltre 107 milioni. Va beh, Paesi lontani, con una produzione destinata a sfamare i propri abitanti. Falso anche questo, la Cina esporta e l’India esportava, prima che bloccasse le vendite subito dopo aver visto le sanzioni contro la Russia. Quella Russia che è al terzo posto con 86 milioni di tonnellate, 36 milioni in più degli Stati Uniti. E poi c’è il Canada, con 35 milioni. Insomma, i due Paesi patria della democrazia e delle libertà potrebbero impegnarsi a vendere il proprio grano a prezzi ridotti ai Paesi poveri, ma si guardano bene dal farlo.
E l’Ucraina? Non è neppure il granaio d’Europa perché è preceduta dalla Francia che produce 30 milioni mentre Kiev si ferma a 25, poco meno del Pakistan. Con la Germania a più di 22milioni, la Turchia a 20 e l’Argentina a poco meno di 19 milioni. L’Italia, che si è scordata la politicamente scorretta “battaglia del grano”, è molto più in basso nella classifica, con meno di 7 milioni.
Diventa difficile credere che la fame nel mondo dipenda dalle esportazioni della sola Ucraina. Ancor più difficile credere che il prezzo in forte rialzo sia una conseguenza del blocco del porto di Odessa. Soprattutto se ci si degna di leggere l’ottimo libro di Fabio Ciconte, “Chi possiede i frutti della terra”. Per scoprire, ad esempio, che due terzi di tutte le sementi commerciali del mondo fanno capo a soli 4 gruppi. E nessuno di loro è controllato dai Russi. O per addentrarsi nei meccanismi dei famigerati Club dei diversi prodotti rigorosamente registrati. Con il Club che sceglie gli agricoltori che possono coltivare i rispettivi prodotti, in che modo, con quali fitofarmaci, con quali attrezzature. Agricoltori trasformati in operai che devono vendere la produzione al Club ad un prezzo concordato.
Ed in questo meccanismo globale perverso, con eserciti di avvocati pronti ad intervenire in ogni parte del mondo contro il singolo contadino che sogna un margine di libertà, davvero il problema è rappresentato dal blocco russo di Odessa? Dove, peraltro, il mare è stato minato dagli Ucraini per impedire lo sbarco dei Russi. La realtà è che la speculazione ha bisogno di creare panico per far aumentare i prezzi. Dando la colpa a Putin anche se piove troppo o troppo poco.
Augusto Grandi

(Fonte)

Massimo Giletti preso a sberle dalla maestra

Ieri sera [domenica 5 giugno – n.d.c.] ho assistito ad uno spettacolo indecoroso e potente insieme. Massimo Giletti è stato strapazzato come un bambino delle elementari dalla sua maestra, che gli ha impartito una poderosa lezione di storia in diretta televisiva. Il grande scoop di Giletti doveva essere un’intervista in diretta con Maria Zakharova, la portavoce del ministro degli esteri [russo – n.d.c.] Lavrov. Per fare questa intervista Giletti è andato addirittura personalmente a Mosca, nonostante l’intervista si sia svolta via skype, con la Zakharova comodamente seduta a casa sua (avrei potuto farla io, identica, seduto a casa mia). Ma a parte la messinscena inutile, è nei contenuti che Giletti ci ha fatto la figura del merlo. Prima di intervistare la Zakharova, infatti, Giletti era in collegamento con Massimo Cacciari, e durante lo scambio Giletti ha accennato alle polemiche che hanno preceduto questa sua intervista, dicendo che però secondo lui “il giornalista ha tutto il diritto di intervistare chi vuole, purché ponga all’intervistato delle domande scomode, e non gli offra una semplice passerella per fare propaganda.” Ma dal dire al fare… Giletti non conosce il mare.
Non appena iniziata l’intervista, infatti, si è capito che tipo di interlocutrice avesse davanti. Una donna con le idee chiare, ferma e impassibile, che rimandava seccamente al mittente ogni singola accusa, con tanto di interessi. All’accusa di “aver illegittimamente invaso un Paese sovrano”, Zakharova ha risposto che “anche voi della NATO avete fatto la stessa cosa con l’Iraq”. All’accusa di “essersi allargati troppo intervenendo in Siria”, Zakharova ha risposto che loro erano intervenuti su legittima richiesta del capo di Stato, Assad. E ha inoltre aggiunto che “quando la Russia ha proposto alle Nazioni Unite di combattere tutti insieme le bande dell’ISIS, è stata l’Unione Europea a dire di no e mettersi di traverso”. All’accusa di aver operato una sanguinosa repressione in Cecenia, Zakharova ha risposto che è stato l’Occidente a sobillare quelle rivolte. Insomma, non se ne usciva: ad ogni servizio tagliato del dilettante Giletti, il master Djokovic rispondeva con un dritto vincente.
A quel punto Giletti ha cambiato strategia. Ha fatto un passo indietro, e ha tentato la carta dell’emozione: “Va bene, ok, tutti abbiamo fatto errori nel passato – ha ammesso – però adesso mettiamoci una pietra sopra, trattiamo e poniamo fine a questa guerra, perché la gente sta morendo”. E qui è arrivata la valanga di sberle sulla testa del nostro importuno scolaretto: “Così parlano i bambini – ha detto la Zakharova – Nel mondo degli adulti, la prima cosa che bisogna fare per capire le cose è guardare alla storia. Dove eravate voi Italiani, quando otto anni fa gli Americani hanno messo in atto un colpo di Stato a Kiev, installando al potere il governo fascista di Poroshenko? Dove eravate, quando per otto anni il governo di Kiev ha bombardato incessantemente i suoi concittadini del Donbass?”. “Ma soprattutto – ha ricordato la Zakharova – lei viene adesso a parlarmi di trattare e di metterci d’accordo. Ma sono otto anni che Putin chiede all’Occidente di mettersi d’accordo sulla questione della NATO e degli equilibri internazionali. Ma voi in Occidente avete fatto tutti finta di niente, e adesso cercate di dare la colpa a noi per quello che succede?”. “Infine – è stata la sberla finale della Zakharova – voi occidentali dovete smetterla una volta tutte con questa vostra aria di superiorità intellettuale, come se foste voi quelli che hanno il diritto di impartire lezioni morali a tutti gli altri”. Ci mancava soltanto un “vergogna Giletti, fila dietro alla lavagna” e la lezione sarebbe stata completata.
Povera Italia, rappresentata all’estero da personaggi inconsistenti e impreparati come Giletti. Povera Italia, incapace di crescere, incapace di diventare adulta, incapace di uscire dalla sua ottica provinciale, incapace di assumersi una volta per tutte le proprie responsabilità con il resto del mondo. Lasciando così mano libera a chi ci comanda, a chi ci controlla, a chi ci tratta serenamente come schiavi da oltre settant’anni.
Massimo Mazzucco

Varate nuove sanzioni contro di noi

Draghi è quel signore che distrugge un Paese e poi dice che è colpa di altri.
In ogni scelta antepone interessi estranei e stranieri a quelli degli Italiani. Nessun Paese europeo è così privo di senso dell’interesse nazionale.
Anche quando i governi devono capitolare di fronte alla prepotenza USA, poi fanno in modo di dilazionare.
Così, i Tedeschi promettono, ma poi abbozzano. Gli Ungheresi mettono le cose in chiaro. I Serbi acquistano petrolio russo a prezzi di favore. La Turchia, Paese NATO, chiarisce che non intraprenderà azioni economicamente ostili verso la Russia, perché la danneggerebbero. Persino il Belgio ha chiaro che così non va.
A tutti è evidente che queste sanzioni sono sanzioni contro di noi, vessazioni verso i cittadini europei, sottrazione di potere d’acquisto, distruzione del nostro futuro, perché stiamo preparando una recessione coi fiocchi, certificata da Bankitalia. Che significa disoccupazione.
E per il migliore le sanzioni devono proseguire a lungo, forse per sempre. Cioè dobbiamo distruggere del tutto l’economia del Paese e i risparmi degli Italiani.
Si copre dietro cose ridicole. Dice che la colpa è di Putin. Ma lucidissimo soggetto, le sanzioni le ha decise Putin?
Hai suggerito un blocco che doveva portare al default l’economia russa. Che doveva portare i russi alla fame.
E invece lo spread cresce qui, l’inflazione cresce qui. La disoccupazione cresce qui.
Ma questo è così coglione da non capire la posta in gioco o è solo un traditore del suo Paese?
Parla di dittatori. Ma Putin, piaccia o non piaccia, ha l’80 % di consenso.
Draghi governa non solo senza essere stato eletto, ma con una stragrande maggioranza di Italiani che sono contrari alle sue politiche.
Governa senza consenso.
È costui osa parlare di difesa della democrazia? Ma si sciacqui la bocca prima di parlare. Se c’è un dittatore, non eletto, non voluto, che se ne frega del consenso, è lui.
Ormai la scelta è semplice: o il Paese si libera di lui o è destinato a soccombere.
Vincenzo Costa

“La nostra bandiera”


Un commento pubblicato a margine di un mio recente post sul 25 aprile “ucro-atlantista” mi offre lo spunto per una considerazione sul “tricolore” italiano.
Partiamo da un’esperienza personale. Circa vent’anni fa, il Campo Antimperialista (qualcuno se lo ricorda?) organizzò alcune iniziative per “l’Iraq che resiste”. Si era alle porte dell’invasione americana dell’Iraq e questo piccolo gruppo “trozkista”, capeggiato da Moreno Pasquinelli, ebbe l’ardire di aprire le porte a chiunque, senza alcuna “pregiudiziale”. Una delle teste pensanti che si associò a quell’operazione politico-culturale fu Costanzo Preve, col quale, all’epoca, mi sentivo abbastanza spesso.
Se qualcuno si ricorda bene, quell’iniziativa dette parecchio fastidio ai piani alti che comandano nella colonia Italia, perché in un certo senso era “avanti” rispetto al sentire medio degli “antagonisti” di ogni risma. Era stata violata, nei fatti, quella muraglia innanzitutto mentale tra “destra” e “sinistra”, tra “fascismo” e “antifascismo”. Le accuse di “leso antifascismo”, rivolte da “sinistra” ai promotori del Campo Antimperialista, piovvero come chicchi di grandine. Dalle illazioni sui “fascisti infiltrati” di anonimi “commissari telematici” (termine che coniai all’epoca) su Indymedia (anche di questa si ricorda qualcuno?) alla pubblicazione, all’unisono, su tutti i quotidiani, alla vigilia della marcia sull’ambasciata americana di Via Vittorio Veneto, dei nomi dei “fascisti” che, “scandalosamente”, avevano firmato, insieme a nomi importanti della cultura italiana (ricordo tra gli altri Franco Cardini e Angelo Del Boca) l’appello del Campo (a “sinistra” c’è la mania degli “appelli da firmare”, ma quello, con tutti quei nomi così disomogenei per cultura politica, aveva comunque un suo perché). Leggere “Il Manifesto” e il “Corriere” che si ponevano la medesima domanda (“che ci fanno i fascisti in un’iniziativa di sinistra”?) fu l’ennesima conferma che questo è un regime dove le differenze sono pura facciata. Intendiamoci bene: non si trattò di un’alleanza di questo movimento “trozkista” con qualche partitino della cosiddetta “estrema destra”, ma solo dell’adesione di singole individualità che il regime (da Indymedia al “Corriere”) aveva l’interesse a dipingere come il Male con l’etichetta infamante di “fascisti”. Di lì a breve, scatenato l’inferno mediatico scattarono pure degli arresti per tre esponenti di punta del Campo, tanto per far capire chi comanda in Italyland.
Ma dopo questa lunga premessa veniamo al punto. Sempre se qualcuno ricorda bene, quella volta, alla viglia dell’invasione americana dell’Iraq (20 marzo 2003), a Roma venne organizzata una manifestazione oceanica di protesta (alcuni parlarono di un milione di persone!). Sui balconi e alle finestre delle case comparvero tantissime “bandiere della pace”. Sì, quelle arcobaleno che lasciano il tempo che trovano. Ad ogni modo, erano indice di un sentimento diffuso contro quella guerra (di fatto una strage a senso unico). Altri tempi rispetto ad oggi, quando dopo vent’anni di ulteriore istupidimento dell’italiano medio troviamo una maggioranza di persone pronte ad andare al macello per l’Ucraina testa di ponte della NATO.
Dicevo della “bandiera della pace”. Bene, in alcune conversazioni con Costanzo Preve, che era ascoltato a volte sì a volte no dal Pasquinelli (sono le classiche dinamiche tra “il braccio” e “la mente”), mi trovai a perorare la necessità, per dare un segnale forte, di mettere il tricolore italiano al tavolo degli oratori nelle varie iniziative. La cosa, detta oggi, sembra di nessuna importanza, ma vent’anni fa – lo ricordo ai più giovani – era considerato “scandaloso” per un gruppo comunque “di sinistra” adottare la bandiera nazionale, storicamente appannaggio delle destre d’ogni tipo. Con quel tricolore, a mio avviso, si sarebbe data plastica rappresentazione al superamento delle obsolete categorie politiche che tanto male hanno fatto, a danno del popolo. E così effettivamente fu fatto, perché – anche se in questo momento la memoria mi tradisce – a Roma, anche se il corteo non venne fatto arrivare all’ambasciata americana benché fosse del tutto pacifico, sventolarono anche dei tricolori.
Ma oggi, dopo altri vent’anni di scatafascio (penso al tradimento dell’alleato libico, ad oltre dieci anni di “governi tecnici” blindati dal Quirinale, alla follia del covid governata in senso pseudo-patriottico), mi chiedo: ha ancora senso il “tricolore” come simbolo dell’unità della Nazione? La mia risposta è no, e qui mi aggancio al mio post dell’atro giorno in cui, “provocatoriamente” ma non troppo, mi definivo “etrusco” e “italico”. La risposta è no perché quel tricolore è ormai completamente squalificato, in quanto, anche facendo la tara alle sue origini “giacobine”, è la bandiera di una massa di abbrutiti, di gente senza cervello che specialmente in questi ultimi due anni ha dato prova di non avere alcuna consistenza. Ed anche se s’è convinta – come lo è stato – di essere in guerra (in “guerra contro il covid”), ‘stringendosi a coorte’ attorno al governo, alle virostar e alle guardie che multavano per una mascherina abbassata, ciò non cambia d’un millimetro la mia convinzione che quel “tricolore” sia da lasciare a tutti costoro: a quelli che seguono ancora lo sport dei triplodosati, dei bollettini farlocchi sulla “pandemia” e le relative assurde “regole”, fino a quest’ultima pagliacciata di una Nazione che dovrebbe, sempre per chissà quale “patriottismo” (“atlantico”) andare al sacrificio estremo per salvare una banda di marionette e accodarsi alla russofobia di regime.
Enrico Galoppini

Sulla lavagna di una scuola occupata dai Russi

Il fronte nord è scomparso del tutto. Non mi interessa approfondire, in questa sede, se sia stato tatticamente un errore entrare per poi uscire dopo un mese, o se “faceva parte del piano”. Ho una mia idea, che non è neppure mia, e che condivido: se parti con 200.000 uomini contro 600.000, non puoi che fare una guerra di manovra. E quindi ci sta anche entrare e uscire, se serve a distrarre da altri fronti truppe ingenti che, altrimenti, avrebbero potuto sicuramente impedire la chiusura del fronte sud con il fronte est attraverso Mariupol. Ma tant’è, è un’opinione e il tempo dirà presto se sia stata una mossa giusta oppure no.
Non lo è stata SICURAMENTE dal punto di vista della manipolazione mediatica. E’ stata data la possibilità al regime di Kiev di tornare, in esclusiva, in luoghi da loro precedentemente occupati. Errore gravissimo. Perché il regime fascistoide di Kiev sta combattendo una guerra totale. Una guerra che va oltre i limiti stabiliti da qualsiasi “convenzione”, e già questa parola applicata alla guerra mette i brividi. Ma da dopodomani sarà una settimana esatta dall’inizio dell’intensificazione di questa azione: creare il mostro, il nuovo satana, e sbatterlo in prima pagina, in un crescendo di atrocità e miserie umane per darlo, giorno dopo giorno, in pasto ai media occidentali, che altro non aspettano, a cui non interessa se sia vero o falso quello che mostrano, come ormai da oltre vent’anni a questa parte, a partire dalle fosse dei Serbi in Kosovo, o da quelle maledette provette in mano a Powell.
Premetto subito che questo non c’entra minimamente con l’opinione che ciascuno ha di questa guerra. Essere a favore o contrari dell’intervento russo nulla ha a che vedere col buttare, anche malamente e maldestramente peraltro, cadaveri per strada o in fosse per poi dare la colpa a chi se ne è andato via senza sparare un colpo e quattro giorni prima, esibendo corpi straziati laddove fino al giorno prima nessuno dei loro, come abbiam visto SINDACI, GIORNALISTI, DEPUTATI, aveva notato nulla. Nulla ha a che vedere col creare il mostro che è stato creato, connotarlo di tutte le qualità peggiori di una bestia, o di un diavolo, con l’escalation che ci è stata, in particolare in quest’ultima settimana.
E’ questo, peraltro, qualcosa che va oltre la perversione criminale di un regime che esalta i fascisti dell’UPA o che mette fuorilegge tutti i partiti di sinistra o centrosinistra. Perché la connivenza, il consenso unanime dato qui dai vertici della comunicazione di massa qui, al di qua della cortina di ferro, ad accuse così gravi, senza un minimo di verifica delle fonti, senza curarsi di capire se una cosa, prima di essere ignobile, fosse vera, è stato altrettanto perverso.
E’ con spirito ostinatamente contrario a questa logica che traduco queste due facciate di una lavagna. Villaggio di Katjuzhanka, oblast’ di Kiev. I Russi erano arrivati e si erano piazzati in una scuola, verosimilmente primaria. Ricevuto l’ordine di andarsene, se ne vanno, non prima di lasciare un messaggio per i bambini (ancora, involontariamente, ho usato questa locuzione che oggi dei criminali hanno scritto su un missile prima di fare una strage). Traduzione letterale, ivi compresa la punteggiatura:
“Bambini, scusate tutto questo disordine, abbiamo cercato di conservare al meglio la scuola, ma ci sono stati scontri a fuoco. Vivete in pace, prendetevi cura di voi e non ripetete gli errori dei vostri grandi. Ucraina e Russia sono un unico popolo!!! Pace a voi, fratelli e sorelle!
Vi auguriamo ogni successo nello studio! La guerra finirà e sarete voi a costruire la vostra Patria. Siate giusti, e onesti, gli uni con gli altri, date una mano a tutti quelli che avranno bisogno di voi. Speriamo che saremo amici! Diventate dottori, ingegneri, insegnanti, gente di pace! Dio vi conservi, e ancora una volta scusateci per aver occupato la scuola.
I Russi”
Sono Russi, pensano di avere ragione loro e lo scrivono. Può piacere o può fare venire la fregola, ma non sono mostri. E non hanno fatto quello che qui li accusano di aver fatto. E, quel che è peggio, è che chi li accusa lo sa benissimo che sta tenendo su una storia che non sta in piedi, una versione che fa acqua da tutte le parti. Ma continua a farlo. Scusate queste parole.
Paolo Selmi

(Fonte)

Aspetta e spara

Quando le cose parevano volgere al meglio, ecco abbattersi sulla resistenza ucraina una catastrofe che potrebbe esserle fatale: Bernard Henri-Lévy, per gli amici BHL. Che non è un corriere espresso, ma lo stagionato nouveau philosophe (a proposito: la qualifica ha una data di scadenza, come gli yogurt, o è vitalizia?) dell’Armiamoci & Partite.
Decollato dalla tour Eiffel a bordo dei colletti all’insù tipo strega di Biancaneve, s’è paracadutato su Odessa rischiando di incontrare Giletti. E ora annuncia su Rep l’imminente “ritirata di Putin” perché “il suo esercito si sta afflosciando”, “l’ora del declino è scoccata” e manca un pelo alla “vittoria ucraina”: basta “un incremento minimo degli aiuti”.
I pappamolla vorrebbero trattare per evitare inutili stragi, ma “il momento non è ancora arrivato”. Ci farà sapere lui. Intanto lasciamoli sterminare ancora un po’ e sbavagliamo Biden, che trova sempre le parole giuste (“ha detto pane al pane”): purché “difenda ogni centimetro” di Ucraina che – sorpresa! – è un “santuario della NATO” (quindi ha ragione Putin). “L’America sta tornando” e ci sono ottime speranze per la terza guerra mondiale. Del resto Pupetto Montmartre di Champs-Élysées è un grande fan delle guerre col culo degli altri. Non se n’è persa una. Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria: allons enfants!
Purtroppo porta sempre malissimo a chi appoggia. Memorabile, nel 2011, la missione a Bengasi per reclutare ribelli anti-Gheddafi, promuovere a partigiani della libertà capitribù e tagliagole, proporsi come mediatore tra loro e la NATO, spingerla a bombardare tutto fino alla sodomizzazione e all’assassinio del rais. “La Libia entra nella democrazia, sono fiero”, esultò al rientro. Risultato: 11 anni di guerra civile. Nel 2020, ancora fiero, atterrò a Misurata per il meritato premio. E la popolazione glielo tributò volentieri, come raccontò lui stesso in uno straziante reportage su Rep (all’inizio s’era spacciato per inviato del WSJ, che però l’aveva smentito): “Libia, sputi e spari. Così mi hanno dato la caccia nel deserto”. Salvato dal linciaggio, fu rimpatriato con l’ordine di non mettere più piede in loco. L’anno scorso, lacrimante per l’indecorosa fuga americana da Kabul, si aviotrasportò in Panshir chez Massoud jr. per scongiurare la pace dopo appena 42 anni di guerra e annunciò su Rep che la disfatta talebana era vicina. Risultato: talebani al potere e Massoud jr. scappato in Tagikistan. Se aggiungete che, nelle sue molte vite, il délabré philosophe ha sposato Trotzky, Mao, Mitterrand, Cesare Battisti, Sarkozy e pure Renzi e Calenda, potete ben comprendere la nostra trepidazione per gli Ucraini. Nella vita ci si può salvare da tutto, persino dall’armata russa. Da BHL no.

Marco Travaglio

(Fonte)

A proposito di censura…

“Il mio contratto rescisso con la Rai”, di Michelangelo Severgnini

Il professore Alessandro Orsini si vede sfumare un contratto con la RAI per le partecipazioni al programma televisivo “Carta Bianca”, in seguito alle pressioni esercitate dal Partito Democratico.
Durante il programma avrebbe offerto al pubblico italiano le sue oneste analisi geopolitiche da fedele atlantista e convinto europeista.
E’ comunque uno scandalo.
Il servizio pubblico. La mancanza di pluralità. La censura anche nei confronti di chi ha visioni simili.
Sconcertante. Proteste (sempre più sparute) e indignazione (sempre più inconcludente).
Bene.
Voglio fare anch’io “outing”, come dicono gli anglosassoni: voglio confessare.
Nell’aprile 2019, come da foto, avevo firmato un pre-contratto per la RAI (certamente non il lauto contratto offerto al professor Orsini, ma vuoi mettere per le mie finanze?).
Il feldmaresciallo Khalifa Haftar aveva appena lanciato la campagna militare “Operazione Diluvio di Dignità” e aveva mosso le sue truppe verso Tripoli
Nella morsa si erano trovati decine di migliaia di migranti-schiavi ostaggio delle milizie in Tripolitania.
A me denunciavano di essere usati come scudi umani dalle milizie, non da Haftar. E la quasi totalità di coloro con cui parlavo in quelle settimane (diverse decine di loro) chiedeva di essere rimpatriata. Chiedeva di essere tirata fuori da una zona di guerra ed essere riportata a casa. Non c’era un minuto da perdere: rischiavano la vita in ogni momento, ancora più di quanto normalmente non sia per loro.
Il programma della RAI (di cui per riservatezza non faccio il nome) mi aveva chiesto l’acquisto di un’ora di messaggi vocali ricevuti via internet da migranti-schiavi in Libia. In quest’ora c’erano moltissimi messaggi che chiedevano, imploravano, il rimpatrio immediato, così come la denuncia delle milizie di Tripoli responsabili delle stragi poi attribuite ad Haftar.
Dopo alcune settimane di contatti di circostanza con gli autori del programma, spesi da parte loro a giustificare inspiegabili ritardi, scomparvero e non se ne fece più nulla.
Gli autori del programma sono di area piddina, altre volte avevano lavorato a stretto contatto con le ONG.
Se ci sono state pressioni, e ci sono state, io non lo saprò mai. O meglio: lo so che ci sono state ma non avrò mai il piacere di vederle confessate.
Né nessun parlamentare farà un’interrogazione sul mio caso.
Né nessun cittadino-spettatore si indignerà per ciò che il servizio pubblico gli ha negato.
Per me “L’Urlo” significa questo.
Quando nel tuo Paese, nel tuo continente, nella tua società, l’informazione è diventata narrazione al punto da trasformare i carnefici in salvatori umanitari di fronte a fenomeni disumani come la schiavitù, la tortura e la tratta di esseri umani, allora è finita.
Allora la sola libertà che mi resta è quella di urlare al cielo.
Perché non ho altro potere. Non tanto di fronte alla menzogna, di fronte alla menzogna posso usare la Parrhesia. Quanto di fronte allo stato di ipnosi collettiva in cui è caduta la mia gente.
Quella in Libia era una guerra nostra, combattuta con le nostre armi, vendute alle milizie libiche in cambio del petrolio saccheggiato allo Stato libico e inviato sotto banco all’Europa. Ma l’errore prospettico mostrava la campagna militare di Haftar come un’aggressione, non come una liberazione, così come invece la definivano i Libici di Tripoli.
Anni di soldi inviati alla Libia per fermare i migranti, dicevano. No signori, quei soldi servivano per armare le milizie libiche e difendere Tripoli dalla legittima richiesta di sovranità libica, dando mano libera alle bande armate che trafugavano il petrolio per conto nostro, dopo aver ridotto in schiavitù decine di migliaia di Africani.
Ancora oggi ti raccontano che i Libici non riescono a mettersi d’accordo, ora ci sono persino 2 premier! Come il compianto Edward Said ci aveva insegnato, il mito del mediorientale litigioso è da sempre stato uno strumento retorico per giustificare il colonialismo occidentale.
Infatti ora ci sono 2 premier perché uno è il premier legittimo votato dal parlamento (Fathi Bashagha) e l’altro è il Guaidò della Libia (Abdelhamid Dabaiba), quello riconosciuto solo dalla NATO.
Non sono i Libici a litigare. E’ la NATO a umiliare la sovranità libica e a coltivare il caos, per poterne saccheggiare le risorse.
Ma forse il paradigma in Libia sta cambiando. I cavalli della NATO sono zoppi. Se i Libici chiudono i rubinetti all’Europa ci sarà un’altra guerra. Diranno che il processo democratico è in pericolo e la dittatura sta tornando in Libia.
Haftar, definito oggi come allora “signore della guerra” dalla NATO, era ed è niente meno che la figura militare più legittima che si potesse trovare in Libia, a capo dell’Esercito Nazionale Libico istituito con voto del Parlamento nel marzo del 2015.
Gli esperti europei hanno studiato sui libri delle fiabe, non sul libro della realtà.
La realtà era che i migranti-schiavi nell’aprile del 2019 (come in qualsiasi altro momento) volevano tornare a casa. Quella era informazione, quella che volevo fare io.
Queste voci e molte altre stanno nel film “L’Urlo” che nessuno vuole trasmettere o distribuire. Questo è il trailer.
Ma in RAI gli elementi piddini si potevano permettere di fare informazione. Dovevano puntellare la narrazione della NATO.
Come fanno oggi: Putin ha sostituito Haftar nello schema e ciò che davvero succede sul campo è lavoro di fantasia, è prodotto di narrazione fiabesca, oggi in Ucraina come allora in Libia.
Giù la saracinesca. Niente contratto. Per altro io non fornivo analisi politiche, io fornivo fonti dirette sul campo che parlavano liberamente in forma anonima con la loro voce.
Tu da che parte stai? Io sto dalla parte della verità. La verità è rivoluzionaria. “Quasi tutte le guerre iniziate negli ultimi 50 anni sono state il risultato di bugie dei media” ci dice Julian Assange.
Non c’è altro interesse da difendere. Le notizie vanno date.
La censura di guerra è partita da molto lontano ed è da più di un decennio, dalla sbornia colorata del 2011, che siamo abbondantemente sotta la linea di galleggiamento. Dirottare l’opinione pubblica di un intero continente in queste forme significa una sola cosa: preparare la guerra.
La menzogna ha intaccato in profondità ogni nostro ragionamento sull’esistente.
Quando chiudi entrambi gli occhi puoi solo andare a sbattere.
Io ho urlato più che ho potuto.
Ora teniamoci forte prima dello schianto.

Michelangelo Severgnini è un regista indipendente, esperto di Medioriente e Nord Africa, musicista. Ha vissuto per un decennio a Istanbul. Ora dalle sponde siciliane anima il progetto “Exodus” in contatto con centinaia di persone in Libia. Di prossima uscita il film “L’Urlo”.

(Fonte)

La tragedia umanitaria di Mariupol

Il 15 marzo scorso, il Ministero della Difesa russa ha pubblicato un comunicato del Capo del Centro Nazionale per il Controllo della Difesa della Federazione Russa, il Colonello Generale Mikhail Mizintsev, riguardante l’aspetto umanitario del conflitto in corso in Ucraina.

Da ieri, la Federazione Russa sta conducendo un’operazione umanitaria senza precedenti a Mariupol. Allo stesso tempo, i civili salvati ieri e oggi confermano tutti le supposizioni precedentemente fatte sull’incubo e gli orrori che hanno avuto luogo in questa città.

I nazionalisti ucraini hanno minato tutti gli ingressi alla città, fatto esplodere ponti, i quartieri residenziali di Mariupol, gli asili e le scuole, le istituzioni mediche e altri edifici civili sono stati trasformati in presidi militari, depositi di munizioni e postazioni militari di fuoco, e gli stessi residenti di Mariupol sono stati usati come scudo umano. Allo stesso tempo, sotto la minaccia di morte, tutti i residenti sani sono stati costretti all’installazione di barricate, trincee e altre opere di ingegneria.

L’inumanità e la spietatezza degli agonizzanti neonazisti ucraini verso la loro popolazione civile è pienamente confermata dal cosiddetto concetto di “festung” che presero a prestito dai fascisti – “città fortezza”. La speciale tragedia di tali tattiche risiede nel fatto che i nazisti crearono tutte le condizioni per la distruzione di massa dei civili per non lasciare vivo un solo testimone dei loro crimini mostruosi.

Inoltre, i battaglioni di nazionalisti e le unità delle Forze Armate dell’Ucraina hanno disabilitato sistemi di supporto vitali, alloggi e infrastrutture sociali e amministrative della città, singoli edifici e singole strutture sono stati rasi al suolo, i negozi sono stati saccheggiati, i monumenti e gli oggetti di retaggio storico sono stati profanati e non possono essere ripristinati.

Tutti i nostri precedenti appelli con persistenti e diplomatiche preghiere alle autorità di Kiev di permettere che la popolazione civile andasse in aree di sicurezza sono stati completamente ignorati.

Nonostante la totale mancanza di volontà delle autorità ufficiali di Kiev nel proteggere la popolazione civile dai nazionalisti impazziti, come pure la complessità della situazione, aggravata dalle azioni di diverse bande armate, la Federazione Russa continua ad adempiere pienamente i suoi obblighi umanitari.

Più di 450 tonnellate di cibo, medicine e beni di prima necessità sono stati consegnati ai civili di Mariupol per fornire assistenza umanitaria, incluse 225 tonnellate oggi. I residenti di Mariupol sono stati evacuati al sicuro attraverso corridoi comunitari dalla città sbloccata.

A partire dalle 10 di stamattina, esclusivamente per scopi umanitari, la Federazione Russa ha già previsto corridoi umanitari per la dodicesima volta in direzione delle città di Kiev, Chernigov, Sumy and Kharkov assieme a un corridoio umanitario verso la Federazione Russa, e un altro attraverso i territori controllati dalle autorità di Kiev verso i confini occidentali dell’Ucraina. Le Forze Armate Russe rispettano rigorosamente il cessate il fuoco che è stato imposto.

Dei dieci percorsi che abbiamo proposto, le autorità ucraine ne hanno accordati solo tre, ma allo stesso tempo, non un solo corridoio umanitario verso la Federazione Russa è stato a sua volta confermato dalle autorità ufficiali di Kiev, il ché ancora una volta prova l’indifferenza dell’attuale governo per la sua gente.

Sulla base di principi umanitari e unicamente allo scopo di garantire la sicurezza dei civili obbligati dai nazionalisti a restare in insediamenti bloccati, coordiniamo tutti i corridoi umanitari aggiuntivi proposti da Kiev ogni giorno. Oggi, il versante ucraino ha annunciato nove percorsi per il ritiro di rifugiati in direzione delle città di Zaporozhye, Zhytomyr e Poltava. Su tutti questi percorsi, le Forze Armate Russe rispettano rigorosamente anche il cessate il fuoco.

Continuiamo a monitorare attentamente le azioni del versante ucraino sia a livello terrestre che aereo, anche con l’ausilio di veicoli aerei senza equipaggio.

Ancora una volta è stato documentato che il versante ucraino usa i regimi di cessate il fuoco per spostare attivamente armi ed equipaggiamento militare, ristabilire la capacità di combattimento dell’equipaggio, rifornire le riserve materiali. Allo stesso tempo, gli auspici dei civili di evacuare verso aree sicure in direzioni settentrionale e orientale verso il territorio della Russia sono semplicemente ignorati, e tutti i tentativi di fare questo sono bloccati dai distaccamenti territoriali di difesa e dalle unità delle Forze Armate dell’Ucraina.

Esclusivamente per scopi umani, i militari russi non solo non ostacolano, ma esortano anche gli Ucraini a utilizzare qualsiasi modo per loro conveniente per raggiungere dei posti ritenuti sicuri, compresi quei percorsi che passano attraverso i territori controllati da Kiev.

Le autorità di Kiev, al contrario, continuano a costringere le persone a rimanere nelle loro case e a consentire l’evacuazione solo nelle regioni occidentali dell’Ucraina o nei Paesi europei limitrofi, non informando deliberatamente la popolazione civile della possibilità di evacuazione nella Federazione Russa.

I Paesi occidentali, così come le organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, l’OSCE, il Comitato Internazionale della Croce Rossa e altre organizzazioni per i diritti umani continuano a tacere sugli orribili fatti degli attacchi missilistici e di artiglieria nelle aree densamente popolate di Donetsk.

Non conoscono la situazione attuale, quindi distraggono i pertinenti dipartimenti della Federazione Russa con varie e molteplici richieste per garantire l’evacuazione sicura dei civili dai territori controllati dalle Forze Armate dell’Ucraina e non da quelli controllati dalle Forze Armate Russe.

Nelle condizioni della crescente crisi umanitaria, una parte significativa della popolazione trattenuta con la forza dai gruppi radicali nelle città ucraine e da loro usata come “scudo umano” cerca la possibilità di evacuazione soltanto verso la Russia, senza considerare le opzioni di uscita verso gli Stati occidentali, come messo in evidenza dai successivi moltissimi appelli di cittadini rivolti verso il versante russo.

Secondo i risultati del monitoraggio quotidiano, è stato rilevato che altre 11.412 richieste di questo tipo sono state ricevute solo nell’ultimo giorno e ce ne sono già 2.678.069 nel nostro database con cognomi e indirizzi specifici da quasi 2.000 insediamenti in Ucraina.

E questa non è solo statistica, questi sono i destini della gente comune, le loro speranze in una fine anticipata dell’incubo quotidiano, la disperazione derivante dallo sconforto per la situazione e l’inutilità del loro Paese, le cui autorità hanno legittimato crimini contro l’umanità con le loro criminali decisioni, ignorano numerosi casi di saccheggio, rapina, brigantaggio, e hanno sanzionato l’uso di armi da parte dei nazionalisti contro la popolazione civile, compresi donne e bambini.

Cito un altro delle migliaia di appelli ricevuti oggi: Chiedo aiuto per l’evacuazione della mia famiglia lungo il corridoio umanitario: mia moglie, Svetlana, suo fratello e suo padre di 82 anni, che ora si trovano nella città di Dnepr. Chiedono l’evacuazione in Russia. Per favore, aiutateli a usare il corridoio umanitario. Sono molto spaventati, esausti e non riescono nemmeno ad andare giù nel rifugio. Moriranno. Per favore aiuto.”

Nonostante ciò, 11.372 persone, tra cui 1.873 bambini, sono state evacuate dalle zone pericolose di varie regioni dell’Ucraina, nonché dalle repubbliche popolari di Lugansk e di Donetsk, durante la giornata senza la partecipazione della parte ucraina, e 258.791 persone sono state evacuate dall’inizio dell’operazione militare speciale, di cui 56.180 bambini. Il confine di Stato della Federazione Russa è stato attraversato da 29.291 veicoli privati con una media giornaliera di 1.368 veicoli.

Nella scorsa giornata, grazie alle misure di sicurezza prese dalle Forze Armate Russe, è stato possibile predisporre corridoi umanitari ed evacuare 36.721 cittadini che viaggiavano con autobus e auto private provenienti da vari insediamenti verso le regioni occidentali dell’Ucraina in direzione di Zhytomyr, Lugansk, Donetsk e Mariupol.

7.070 cittadini provenienti da 22 Paesi esteri, nonché gli equipaggi di oltre 70 navi straniere bloccate nei porti marittimi dell’Ucraina, continuano ad essere presi in ostaggio dai militanti dei battaglioni di difesa territoriale.

Il destino di questi cittadini stranieri è stato oggetto di una cooperazione continua con i rappresentanti delle relative agenzie diplomatiche di riferimento. Allo stesso tempo, le autorità ucraine continuano ancora a non rispondere agli appelli degli Stati stranieri per il salvataggio dei connazionali in difficoltà.

Più di 9.500 centri di accoglienza temporanea continuano ad operare nelle regioni della Federazione Russa.

Nei punti di raccolta sono state preparate oltre 18.500 tonnellate di generi di prima necessità, cibo e medicinali.

Allo stesso tempo, la parte russa sta creando le condizioni necessarie per una vita pacifica e sicura in tutti i territori liberati, assicurando alla popolazione accesso senza ostacoli per qualsiasi aiuto umanitario.

2.709 tonnellate di carico umanitario sono già state consegnate agli insediamenti delle regioni di Kiev, Sumy, Chernigov, Zaporozhye, Kharkov, Kherson, nonché alle repubbliche popolari di Lugansk e di Donetsk durante le 334 azioni umanitarie, comprese 28 azioni realizzate nell’ultimo giorno, 544 tonnellate di generi di prima necessità e cibo sono state trasferite alla popolazione civile delle aree liberate.

Ad oggi, 15 azioni umanitarie sono state pianificate e sono attualmente in corso a Chernigov, Repubblica popolare di Donetsk e Mariupol, durante le quali vengono distribuite 510 tonnellate di beni di prima necessità, medicine e cibo.

(Traduzione a cura della redazione)

Dalla pandemia alla guerra

La crisi raccontata dal professor Fabio Vighi (Cardiff University)

Dalla “guerra al Virus” alla “guerra di Putin”. Dal rischio di vivere in uno stato d’emergenza permanente alla “demolizione controllata” dell’economia reale, attraverso strumenti di controllo biopolitico, quali il Green Pass. Partendo dal periodo pre-pandemico il professor Fabio Vighi ripercorre la crisi strutturale in cui siamo piombati e dalla quale sembra quasi impossibile uscire. Codirettore, unitamente ad Heiko Feldner, dell’Ideology Critique and Žižek Studies (centro che promuove la ricerca nell’ambito della teoria critica e politica), Fabio Vighi è professore di cinema e teoria critica alla Cardiff University. Vive e lavora nella capitale del Galles dal 2000, dove studia l’ideologia del “capitalismo di emergenza”. Ha pubblicato numerosi volumi in lingua inglese, tra cui Critical Theory and the Crisis of Contemporary Capitalism (2015) e Unworkable: Delusions of an Imploding Civilization (2022). Gli scenari prospettati dal docente non sono rassicuranti. Sui problemi dell’Italia e degli Italiani il professore si rifà a un’affermazione lucida e impietosa di Pier Paolo Pasolini: “Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa”.

Professore, con la guerra tra Russia e Ucraina sembra sia iniziato il secondo tempo dello stesso, macabro film. La sceneggiatura è simile a quella utilizzata per la pandemia, di cui ormai non parla più nessuno: fino a poco tempo fa i nemici erano i no-vax, ora sono i Russi e, in particolare, Putin. Dove si può collocare la verità?

“Credo che la verità si debba collocare a livello sistemico. Il capitalismo globalizzato a trazione finanziaria, per come ci si presenta dalla crisi del 2008, ha un disperato bisogno di continue emergenze per giustificare manovre monetarie espansive sempre più grottesche, che dividono il mondo tra una sparuta élite di ultra ricchi (il cosiddetto 0,01%) e masse sempre più impoverite e disorientate”.

Più precisamente…

“La necessità di creare emergenzialismo a getto continuo ha due motivazioni principali: 1) giustificare la creazione di montagne di debito a basso costo da parte delle banche centrali (Federal Reserve in primis) – debito che viene perlopiù investito in altro debito nei mercati finanziari; 2) permettere di scaricare la responsabilità della crisi economica reale sulla figura del Mostro, come si sta facendo ora, per esempio, con l’inflazione attribuita a Putin. Attraverso la produzione seriale di emergenze si cerca dunque di nascondere una crisi strutturale di valorizzazione. Ciò significa che il sistema capitalistico ha raggiunto il suo limite espansivo e non è più in grado di generare sufficiente ricchezza per la riproduzione sociale. Questa impotenza lo rende totalmente dipendente dall’ideologia dell’emergenzialismo. Da qui la transizione fluida da Virus a Putin, che assolvono praticamente lo stesso ruolo di “garanti” di un sistema ormai senescente trainato da denaro creato artificialmente con il click del mouse di un computer. Il gigantismo del capitalismo finanziario è la tragica conseguenza del sopravvenuto nanismo dell’economia capitalistica reale – una situazione ormai irreversibile”.

Il virus esisteva davvero e, talora, uccideva veramente. Pure le bombe ammazzano, ma perché l’Italiano medio deve fare sempre il “tifoso”, accettando la costruzione di un nemico? All’Italia non conveniva rimanere neutrale, anziché fornire armi ed equipaggiamenti all’Ucraina? L’articolo 11 della Costituzione afferma che l’Italia ripudia la guerra…

“Non scopriamo nulla di nuovo nel dire che l’Italia è eterodiretta, non solo culturalmente ma anche perché piena zeppa di basi militari USA. Siamo ridotti allo stato di colonia e da colonia veniamo trattati, con il consenso di una classe politica sempre più ignorante e opportunistica. In più possiamo vantare una situazione economica disastrosa (debito pubblico) che non ci lascia molto spazio di manovra a livello negoziale. Purtroppo, la logica dello stato di emergenza (se non di eccezione), che ormai è strutturale, vince a mani basse sulla Costituzione. Lo stato di emergenza viene trattato come merce di scambio rispetto ad aiuti economici, nella fattispecie (per l’Italia) dalla BCE – aiuti che ovviamente comportano ulteriore indebitamento nonché l’imposizione delle famigerate riforme. Insomma un cappio al collo che si stringe lentamente fino a soffocarci. Le sembra un caso che lo stato di emergenza per Covid, imposto dal governo Draghi, scada il 31 marzo, proprio in concomitanza con la scadenza del PEPP (programma di sostegno pandemico della BCE)? Le pare che questa scadenza sia motivata da ragioni sanitarie?”.

Cosa accadrebbe se la BCE smettesse di acquistare il nostro debito?

“Se la BCE dovesse smettere di acquistare il nostro debito piomberemmo subito in recessione. Le ultime dichiarazioni della Lagarde in merito alla riduzione dell’APP (che andrà a sostituire gli aiuti emergenziali del PEPP) avevano indotto a ipotizzare un rapido ritorno alla fine del 2011, quando i rendimenti sui BTP a 10 anni s’impennarono oltre il 7%, sdoganando le cosiddette ‘riforme strutturali’. Se non fosse che proprio ieri (17 marzo) la Lagarde ha fatto retromarcia: dopo appena una settimana, alla luce degli eventi in Ucraina, si dice già pronta a frenare sulla stretta monetaria. Tutto come ampiamente previsto. La guerra di Putin sarà spremuta oltre l’immaginabile per giustificare la creazione di denaro (debito) dal nulla – esattamente come successo con Covid-19. Quanto agli italiani, così li descriveva Pasolini negli anni ’60: “Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa”. Dopo oltre mezzo secolo, la situazione è addirittura peggiorata. Il cosiddetto “popolo italiano” tende a rispondere direttamente agli algoritmi del sistema di dominio tecnocratico, mentre le classi medie sono in preda a un irrigidimento conformistico sempre più cieco e disperato, la cui funzione è negare ostinatamente il loro graduale ma inesorabile impoverimento, la loro perdita di status. Non che vada meglio altrove, ma forse non è un caso che l’Italia sembri essere il terreno ideale su cui testare i programmi distopici del futuro (il famoso ‘laboratorio sociale’)”.

Parliamo delle sanzioni comminate alla Russia e delle loro possibili ripercussioni economiche. Alcune banche russe, ad esempio, sono fuori da Swift: chi si farà più male? La Russia o l’Europa? L’Italia rischia la bancarotta?

“Quello delle sanzioni è un argomento delicato, perché non si capisce a chi possano giovare. Se la Russia dovesse crollare, come ci raccontano i media, credo abbia risorse per riprendersi abbastanza velocemente, anche grazie allo spostamento dell’asse commerciale verso la Cina, che è già in cantiere da tempo. D’altra parte, molte banche d’investimento occidentali sono pesantemente esposte al debito russo, quindi rischiano contraccolpi molto dolorosi. Senza contare il danno economico diretto che le sanzioni avranno soprattutto sull’Europa, vista la sua dipendenza dalla Russia, non solo energetica ma riguardante tutta la filiera alimentare, a partire dai fertilizzanti. Credo per altro che vi sia un’ipocrisia di fondo nell’imposizione di queste sanzioni, che si misura sul semplice fatto che Gazprombank ne è rimasta esclusa, proprio perché responsabile del commercio del gas russo con l’Europa. Come ha sintetizzato Wolfgang Munchau (ex Financial Times): “L’UE fa il tifo per l’Ucraina da una comoda distanza di sicurezza, osservando il conflitto da salotti riscaldati dal gas russo.” Se le cose stanno così, cioè se le sanzioni si riveleranno non un bazooka ma una pistola ad acqua, se non addirittura un boomerang, allora la spiegazione dev’essere ricercata a un livello di analisi più profondo”.

Quale?

“In primo luogo sono ingrediente fondamentale nella narrazione di quella che potremmo chiamare la Putin-pandemia: facilitano cioè la “mostrificazione” di Putin, la sua elevazione a nemico pubblico numero uno, che d’incanto ci mette dalla parte giusta della storia – la parte del Bene. Noi infatti siamo gli occidentali virtuosi che non bombardano popoli biondi e dagli occhi azzurri, ma solo popoli evidentemente meno degni di commozione umanitaria (iracheni, libici, afgani, siriani, somali, etc.); che sono, come purtroppo si sente dire sui media, meno civilizzati, meno simili a noi. È evidente che questa strategia servirà a scaricare su Putin e la Russia sia la colpa di un’inflazione in realtà strutturale, che la responsabilità di tutte le misure emergenziali che dovremo continuare a sciropparci per motivi che non hanno nulla a che vedere con Putin. In ultima istanza questo atteggiamento servirà a giustificare quella che ho chiamato la ‘demolizione controllata’ dell’economia reale, sia in Italia che altrove”.

I principali esportatori di gas verso l’Italia sono Russia (pari al 46% circa) e, in misura inferiore, Algeria, Qatar, Norvegia e Libia. A chi ci rivolgeremo, qualora Putin decidesse di chiudere il “rubinetto” e quale prezzo dovremo pagare? Ci “salverà” forse lo Zio Sam?

“Un prezzo molto alto, letteralmente. Se Putin dovesse chiudere il rubinetto (ma non credo lo farà), sarebbero guai seri – almeno nell’immediato. Il costo del gas liquido USA è molto alto rispetto a quello del gas naturale russo, con tutto ciò che ne consegue. Oltre al fatto che la domanda di gas europeo è molto superiore alla capacità di esportazione del gas liquido americano. Tutto ciò però non è affatto casuale, ma il frutto di un cambio di paradigma interno al ciclo di accumulazione capitalistica.”

Può chiarirci il concetto?

“Questo cambio di paradigma prevede il potenziamento del settore finanziario (ovvero la creazione di bolle strutturali), a cui giocoforza corrisponde la demolizione controllata dell’economia reale. Dopo più di quarant’anni di neoliberismo, siamo giunti a un vero e proprio capovolgimento della ricetta capitalistica originale: il valore, cioè la ricchezza economica, non si crea più attraverso investimento nel lavoro umano, ma attraverso sempre più audaci speculazioni finanziarie (dove è il denaro stesso che viene messo al lavoro). La finanza non è più appendice dell’economia reale, ma quest’ultima è appendice della finanza. Basti pensare che il valore della bolla dei derivati oggi è almeno dieci volte quello del PIL globale. Questa situazione capovolta è ormai parossistica, e produce una serie di violente, assurde e criminose contraddizioni (dalla ‘guerra al Virus’ alla ‘guerra di Putin’) che credo possano essere contenute solo attraverso l’irrigidimento autoritario (o totalitario) del capitalismo stesso”.

I mercati sono in subbuglio: dove conviene investire? C’è chi è tentato dall’oro, il cui prezzo però è salito alle stelle…

“Prima o poi è evidente che le attuali “bolle di tutto” scoppieranno, perché gonfiate all’inverosimile dalle banche centrali, e dunque in massima parte artificiali, cioè dissociate rispetto al valore generato nell’economia reale (che infatti è in caduta libera, mentre i mercati continuano a salire, pur con le consuete correzioni di rito). Tuttavia, con nemici di questo calibro (Virus, Putin, poi Clima e probabilmente una riedizione pandemica, o chissà cos’altro) il redde rationem continua a essere rimandato. Il campanello d’allarme sarà, credo, il mercato del debito, nella fattispecie i rendimenti sulle obbligazioni USA (Treasuries) a 10 anni. Qualora questi rendimenti dovessero salire improvvisamente e sproporzionatamente sarà segno che ingenti masse di denaro stanno uscendo dal mercato del debito, il che porterebbe a un effetto domino su tutti gli altri mercati, che dipendono appunto dalla leva a debito. I mercati finanziari sono specie di derivati del mercato del debito. Per chi ha la possibilità di investire, credo che oro e metalli preziosi in generale rimangano il bene rifugio più sicuro rispetto alla volatilità economico-finanziaria e all’inflazione. Nelle ultime settimane hanno subito alti e bassi abbastanza clamorosi, ma alla lunga sono tra gli investimenti più sicuri”.

Entriamo nel tema della finanza decentralizzata (DeFi): le criptovalute e la tecnologia blockchain potrebbero rivelarsi utili per “uscire” dal sistema finanziario attuale oppure esse presentano dei rischi?

“Dobbiamo sempre partire dal presupposto fondamentale, e cioè che l’economia capitalistica crea ricchezza reale attraverso investimento nel lavoro produttivo di valore. Quando però il lavoro viene estromesso dalla logica stessa del capitale, che utilizza tecnologia per risparmiare sui costi di produzione e garantirsi competitività, allora si crea un corto circuito da cui non si può pensare di uscire con le criptovalute, che rimangono strumenti finanziari. Il corto circuito di cui parlo è iniziato più di quarant’anni fa, quando la terza rivoluzione industriale (microelettronica) ha cominciato ad automatizzare la produzione industriale a un livello tale che più lavoro umano veniva estromesso di quanto ne venisse riassorbito. Questo processo di svalorizzazione dell’economia attraverso automazione tecnologica è aumentato esponenzialmente negli ultimi anni, da qui la precarizzazione ormai strutturale del lavoro. In ultima istanza, per quanto mi riguarda, i rischi della finanza decentralizzata sono quelli di un modello capitalistico senescente, che ha abbandonato la sua formula fondativa ed è sempre più in balìa di una deriva iper-finanziaria destinata al collasso. La criptovalute possono essere una soluzione parziale, ma non credo possano dare vita a un tipo di capitalismo virtuoso perché decentralizzato. Il fatto poi che dipendano da tecnologia blockchain significa che possono essere semplicemente spente da chi controlla tale tecnologia. Non dimentichiamo che ormai tutte le maggiori banche centrali stanno sperimentando l’utilizzo di valute digitali basate proprio su tecnologia blockchain”.

Torniamo al virus. È ormai evidente a tutte le persone di buonsenso l’inutilità del Green Pass sotto l’aspetto sanitario. Qual è, in realtà, il fine del lasciapassare? Potrebbe rimanere per sempre oppure trasformarsi in qualcos’altro?

“Il Green Pass è uno strumento di controllo biopolitico che serve (e servirà sempre più) a chi detiene il monopolio del potere economico in un contesto di contrazione strutturale. La digitalizzazione della vita è fondamentale per il controllo monetario dall’alto, cioè da parte di quelle banche centrali che, nelle loro intenzioni, si faranno garanti della nostra sopravvivenza tramite appunto sottomissione a una sorta di schiavitù monetaria. Agustin Carstens, capo della Banca dei Regolamenti Internazionali (la ‘banca centrale di tutte le banche centrali’) lo ha detto senza peli sulla lingua: “Tramite CBDC (central bank digital currencies) vogliamo poter controllare capillarmente l’utilizzo del denaro!”. Per far questo sarà necessaria sia la digitalizzazione completa delle valute che la loro centralizzazione attraverso tecnologia blockchain. Il Green Pass è un passo in questa direzione distopica. Certo rimane ancora molto lavoro da fare rispetto all’installazione dell’infrastruttura tecnologica, e questo è fonte di speranza. Ma bisogna esserne consapevoli”.

Lei ha scritto che “la finanza non è crollata perché è stato necessario imporre i lockdown; piuttosto, è stato necessario imporre i lockdown perché la finanza stava crollando”. Tuttavia numerose attività sono fallite o comunque andate in crisi a causa delle restrizioni. Può descriverci quanto è avvenuto?

“Tornando al periodo immediatamente pre-pandemico, la mia analisi sviluppa le conseguenze di un’osservazione elementare. Dopo un decennio di QE strutturale (Quantitative Easing, cioè acquisti di asset finanziari da parte delle banche centrali), nel settembre 2019 il mercato dei prestiti interbancari di Wall Street (cosiddetto ‘repo’), che fornisce liquidità immediata a tutti i principali speculatori e in particolare alle quattro maggiori megabanche americane (JP Morgan, Citibank, Bank of America e Goldman Sachs), si è improvvisamente congelato, spedendo i tassi d’interesse sui prestiti dal 2% al 10%. Si erano formate le condizioni per una trappola di liquidità in grado di contagiare tutti i principali mercati, e dunque di scatenare uno tsunami finanziario di tali dimensioni da far impallidire quello del 2008. A quel punto, per salvare sia le banche che il Tesoro USA, la Federal Reserve ha attivato la stampante (in realtà, creando dollari al computer), che ha permesso di aumentare vertiginosamente il gettito rispetto ai QE precedenti. Si è trattato di un’espansione monetaria assolutamente straordinaria: trilioni di dollari partoriti dal nulla e messi direttamente a disposizione dei cosiddetti primary dealers (operatori primari) della Fed: sia le megabanche USA che quelle internazionali come Deutsche Bank, la giapponese Nomura Securities, Barclays Finance, PNB Paribas, ecc. Nell’ultimo trimestre del 2019, dunque ben prima dell’arrivo di Virus, il bilancio della Fed è cresciuto di 4,5 trilioni di dollari, destinati a salvare le banche e i mercati dal collasso. Un’operazione poi continuata durante la ‘pandemia’, quando lo stimolo emergenziale fu mobilitato su scala globale. Sebbene oggi, a distanza di più di due anni, comincino a uscire i dettagli del salvataggio del settembre 2019, la notizia continua a essere censurata da tutti i maggiori organi di stampa. È in questo contesto che a inizio 2020 interviene, molto tempestivamente, Virus, impedendo a una parte dell’enorme massa monetaria creata dal nulla di mettersi in moto come domanda reale potenzialmente iper-inflattiva. Volente o nolente, il raffreddamento dell’economia globale dovuto a Covid-19 ha consentito di riassestare un settore finanziario di nuovo giunto sull’orlo del precipizio, rimandando le magagne dell’inflazione e del rialzo dei tassi alle prime timide riaperture ‘da variante’”.

E cosa c’entrano i lockdown?

“Allo stesso tempo, i lockdown hanno permesso l’ulteriore rafforzamento dei capitali a più alto market cap, da Big Tech a Big Pharma e alle megabanche. In effetti, negli ultimi due anni abbiamo assistito a un fenomeno che la dice lunga sulla presunta sostenibilità del nostro modello socio-economico: da una parte gli indici finanziari sono in costante crescita, dall’altra un’economia globale in caduta libera. Basti pensare che Apple, l’azienda con più alto market cap al mondo (2,8 trilioni abbondanti, dunque superiore al PIL di quasi tutti i paesi al mondo, inclusi Gran Bretagna, Francia e Italia) impiega circa 100.000 lavoratori. Penso che questo sia solo l’inizio di un nuovo modello di capitalismo autoritario di tipo neo-feudale, in cui i grandi monopoli tendono a esercitare signoraggio monetario sulle grandi masse impoverite”.

Le autorità sanitarie hanno sempre sostenuto che solo i vaccini ci avrebbero condotto fuori dall’emergenza. Perché le cure domiciliari precoci sono state snobbate e i medici che si sono discostati dai protocolli ufficiali hanno subito spesso insulti e procedimenti disciplinari? Chi avrebbe avuto interesse ad ostacolare le cure?

“Rispondo con una domanda: com’è potuto succedere tutto ciò se non attraverso un’operazione coordinata dall’alto? Non dev’essere stato neppure troppo difficile, considerando sia gli intrecci di interessi tra economia, politica e sanità, che il potere esercitato da organismi transnazionali già esistenti e operativi. Una volta partito l’ordine dall’alto, per esempio rispetto alla sospensione delle cure domiciliari, si dev’essere avviato un passaggio di consegne verso il basso che ha garantito la riuscita dell’operazione. Chi non è stato al gioco è stato, molto semplicemente, fatto fuori – cioè escluso dalla possibilità di dissociarsi dai protocolli ufficiali. Come nel caso della ‘guerra di Putin’, l’obiettivo era alimentare il terrore per garantire stato di emergenza e chiusura della società (modello lockdown), e di conseguenza l’attuazione di politiche monetarie straordinarie – cosa che solo un’emergenza globale poteva legittimare”.

È guerra anche tra i colossi farmaceutici. Il vaccino russo Sputnik (somministrato ad esempio a San Marino) non ha ancora ottenuto l’autorizzazione da EMA, tant’è che solo recentemente è stato riconosciuto dall’Italia ai fini del Pass. Nel frattempo, l’assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato, ha dichiarato: “Sospendiamo la cooperazione per Sputnik, perché la scienza deve essere al servizio della pace e non della guerra, come ha ricordato il Papa”. Esiste quindi un vaccino dei “giusti”, “timorati di Dio”?

“Ciò dimostra quanto tutto ciò che ci sta accadendo sia conseguenza dell’unica ‘scienza’ che conta, quella economica. Perché il vero malato terminale qui è il capitalismo in versione turbo-finanziaria, che allo stesso tempo è anche il virus che ci sta distruggendo”.

Stiamo vivendo un’emergenza permanente: prima la pandemia, ora la guerra. Quando i diritti inderogabili dell’uomo saranno restituiti alla loro originaria natura? Ci attende una realtà distopica, caratterizzata da lockdown a intermittenza, coprifuochi preventivi e nuovi strumenti per congelare e trasformare l’economia?

“Purtroppo credo di sì. Al momento non si vede altro all’orizzonte. Serve una presa di coscienza collettiva che possa portarci sia a resistere che a tentare di sovvertire questa logica economica cieca e pulsionale, che ci sta trascinando verso una nuova frontiera di totalitarismo. Il capitalismo che ci attende è quello del lockdown più o meno permanente, cioè della regimentazione forzata della vita, che ci verrà venduto come soluzione dolorosa ma necessaria (il “sacrificio” di cui già parla apertamente Biden) per salvaguardare la nostra libertà, la nostra democrazia, e soprattutto la nostra vita, da minacce esterne. In realtà è l’esatto contrario: le minacce esterne, cioè la produzione industriale di emergenzialismo, rappresentano la strategia, disperata e insieme criminosa, con cui il nostro sistema capitalistico ha scelto di negare l’evidenza della propria involuzione implosiva, prolungando dunque la propria agonia”.

(Fonte)

Anime belle

Una risposta data sui social a un pacifista dell’ultim’ora.

Peccato che tutte queste belle anime non l’abbia mai viste quando andavamo a protestare a Camp Darby contro le ingerenze USA e contro le atomiche stivate nella loro base, sotto i nostri piedi; peccato non aver visto queste anime belle strapparsi i capelli quando siamo andati ad Aviano a protestare contro i bombardamenti sui civili indifesi in Jugoslavia; peccato non abbia visto nessuna di queste anime pure in Iraq, quando, nel 2003, ci siamo offerti come scudi umani per difendere un Paese aggredito con false accuse (Colin Power docet) e una popolazione decimata da 15 anni di embargo.

Peccato che non abbia incontrato nessuno di queste belle anime quando, nel 2007, abbiamo cercato di entrare a Gaza da Eretz, per forzare il criminale assedio imposto ai Palestinesi. Peccato che non ho sentito nemmeno una di queste belle anime quando i francesi hanno bombardato la Libia e ucciso Gheddafi perché voleva una moneta africana, che portasse i giusti guadagni agli Africani nella vendita dei loro prodotti e che avrebbe distrutto quella francese. Peccato che non abbia sentito un gemito, provenire da tutte queste belle anime a sostegno della Siria, aggredita dai tagliagole al soldo USA.

Peccato non aver udito lo sdegno, di queste anime candide, contro i bombardamenti dello Yemen, da parte degli Emirati Arabi e dell’Arabia Saudita. Peccato che in otto anni, non abbia mai sentito dire, da queste anime innocenti, una parola sui civili del Donbass, aggrediti da nazifascisti, torturati, bruciati e vessati.

E non ho mai sentito nessuna, di queste anime belle, dire una parola a favore di Assange, imprigionato come un criminale per aver fatto seriamente il suo lavoro di giornalista ed aver scoperto le bugie statunitensi dietro alle loro aggressioni. Le sento tutte ora, questa miriade di belle anime, che si straccia le vesti, i capelli, che compete su chi è più pacifista, naturalmente facendo collette e avallando un governo che invia armi in territorio di guerra. Ma vi rendete conto, anime belle, di quanto fate vomitare con la vostra infame retorica?

Maria Grazia Da Costa

(Fonte)

Donetsk, 14 marzo 2022

Ucraina e Libia: due facce della stessa guerra e la profezia di Gheddafi

C’è un sottile filo rosso che collega la crisi in Ucraina con il caos libico. Ucraina e Libia sono due scenari apparentemente distanti dal punto di vista geopolitico e strategico. Ma il destino delle due nazioni si interseca a causa degli interessi contrastanti delle grandi potenze regionali e mondiali in ciascuno dei due scenari. Proviamo a capire perché.

In Europa orientale, la crisi è stata innescata dalla costante pressione dell’Alleanza Atlantica verso i confini della Russia. Dal 1990 ad oggi, dopo lo scioglimento dell’URSS, la NATO ha rosicchiato territori su territori e l’Ucraina, di cui Mosca ha sempre rivendicato uno status “neutrale”, è a un passo dall’abbracciare il Patto Atlantico. Dal 2014, la crisi del Donbass è stata aggravata dalla politica russofoba attuata da Kiev.

La Libia, invece, è preda di interessi internazionali dal 2011. Dopo il rovesciamento del regime di Gheddafi, la storia della Libia è segnata da guerre civili e guerre per procura. La Libia era essenzialmente divisa in tre regioni (Tripolitania, Fezzan e Cirenaica) e una serie di enclavi (Misurata e Sirte) controllate da formazioni paramilitari.

L’anno scorso, con il Forum di Ginevra, è stata tracciata una road map per portare la Libia a libere elezioni. Il governo di transizione, sotto l’egida delle Nazioni Unite, è stato affidato a Dbeibah, imprenditore originario di Misurata, legato alla famiglia Gheddafi e per lungo tempo a capo del fondo libico che gestiva il tesoro libico all’estero.

Il tentativo di convincere la Libia a votare alla fine dell’anno scorso si è rivelato un totale fallimento. Solo la mediazione tra Ankara (le cui forze militari controllano la capitale libica) e la Russia (che ha sempre sostenuto il generale Haftar, vero deus ex machina della Cirenaica e parte del Fezzan) sembrava capace di riportare la Libia alla normalità. Nacque così il governo guidato da Fathi Bashaga (ex ministro dell’Interno di orientamento filo-turco), con l’appoggio dell’Esercito nazionale libico di Haftar e del parlamento di Tobruk. Bashaga è stato proclamato premier con la sessione di ieri sera [3 Marzo 2022 – n.d.c.]. Ma da Tripoli, Dbeibah contesta la legittimità di quel governo e afferma di essere ancora il capo dell’esecutivo ad interim.

Dbeibah ha chiuso lo spazio aereo libico per impedire la proclamazione del governo Bashaga. E ieri mattina le forze paramilitari di Misurata, legate al premier designato dalle Nazioni Unite, hanno rapito a Tobruk due ministri esecutivi appena eletti. È impensabile, anzi è impossibile, che Dbeibah abbia deciso tutto da solo. Dbeibah è responsabile delle sue azioni alla missione delle Nazioni Unite in Libia, guidata dalla diplomatica statunitense Stephanie Williams. La Libia è ancora una volta di fronte al rischio di una guerra civile, con due governi in lizza per il potere.

Da che parte stanno le potenze mondiali? Dbeibah è l’uomo piazzato a Tripoli dalle Nazioni Unite. Espressione del consenso di Washington, per intenderci. Il governo Bashaga, invece, è sostenuto da Turchia e Russia.

Alla vigilia del voto di Tobruk, il ministero degli Esteri russo ha rilasciato una dichiarazione di sostegno a Bashaga: “La Russia ha accolto con favore il voto di fiducia del parlamento libico al nuovo governo guidato da Fathi Bashagha. Ha sottolineato di essere pronto a cooperare, e ad andare avanti con una soluzione politica globale in Libia”. “Vediamo la decisione del parlamento libico come un passo importante per superare la lunga crisi in Libia” al fine di raggiungere un “accordo nazionale attraverso un ampio inter-dialogo”, ha affermato il ministero degli Esteri russo.

Consegnare la Libia all’influenza russa sarebbe un’incredibile battuta d’arresto dal punto di vista geopolitico per Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, che hanno sempre cercato di guidare le sorti del Paese nordafricano.

Pertanto, non è certo un caso che la nuova crisi libica sia esplosa in concomitanza con il conflitto in Ucraina. Nel 2009, l’allora leader libico Gheddafi lanciò una profezia su ciò che potrebbe accadere nell’Europa orientale. Intervistato dalla TV russa il 14 agosto 2009, Muammar Gheddafi prestò particolare attenzione alla crisi tra Russia e Ucraina. Egli avvertì che i piani di espansione della NATO a est rappresenterebbero una minaccia diretta per gli interessi e la sicurezza della Russia. “Oggi la NATO sta cercando di trascinare le ex repubbliche sovietiche sotto il suo controllo, questo può essere descritto solo come una vera minaccia per la Russia”, affermò. Gheddafi espresse anche la sua preoccupazione per le relazioni tese tra Russia e Ucraina, dicendo: “durante la mia visita in Ucraina, ero convinto che ci fossero seri problemi tra i due Paesi. Uno di questi problemi sono i tentativi della leadership ucraina di aderire alla NATO”.

Gheddafi aggiunse che l’espansione della NATO, e il suo tentativo di accogliere i Paesi dell’Europa orientale come membri, è una “pericolosa provocazione e un tentativo di accerchiare e soggiogare la Russia. Questo è un Paese che non può essere facilmente assediato e sconfitto, come è stato dimostrato nel corso della storia”. Dodici anni dopo, la storia ha dato ragione al leader libico estromesso.

Piero Messina

[Fontetraduzione con alcune modifiche a cura della redazione]

Segui i soldi: come la Russia aggirerà la guerra economica occidentale

Gli Stati Uniti e l’UE stanno esagerando con le sanzioni russe. Il risultato finale potrebbe essere la de-dollarizzazione dell’economia globale e la massiccia carenza di materie prime in tutto il mondo.

Di Pepe Escobar per The Cradle

Quindi una congregazione di pezzi grossi della NATO nascosti nelle loro casse di risonanza mediatiche prende di mira la Banca Centrale russa con sanzioni e si aspetta cosa? Biscottini?

Quello che invece hanno ottenuto sono state le forze di deterrenza russe portate a “uno speciale regime di servizio” – il ché comporta che le flotte del Nord e del Pacifico, il comando dell’aviazione a lungo raggio, i bombardieri strategici e l’intero apparato nucleare russo siano tutti quanti in stato massima allerta.

Un generale del Pentagono ha fatto molto rapidamente i calcoli di base su ciò appena avvenuto, e solo pochi minuti dopo, una delegazione ucraina è stata inviata a condurre negoziati con la Russia in una località segreta a Gomel, in Bielorussia.

Nel frattempo, nei regni vassalli, il governo tedesco era impegnato a “porre limiti ai guerrafondai come Putin” – un impegno piuttosto grande considerando che Berlino non ha mai posto tali limiti per i guerrafondai occidentali che hanno bombardato la Jugoslavia, invaso l’Irak o distrutto la Libia in completa violazione della legge internazionale.

Pur proclamando apertamente il loro desiderio di “fermare lo sviluppo dell’industria russa”, danneggiare la sua economia e “rovinare la Russia” – facendo eco agli editti americani su Irak, Iran, Siria, Libia, Cuba, Venezuela e altri nel Sud del mondo – i tedeschi possibilmente potrebbero non riconoscere un nuovo imperativo categorico.

Finalmente sono stati liberati dal loro complesso di responsabilità della Seconda Guerra Mondiale nientemeno che dal presidente russo Vladimir Putin. La Germania è finalmente libera di sostenere e armare di nuovo i neonazisti – ora nella varietà del battaglione ucraino Azov.

Per capire in che modo queste sanzioni della NATO “rovineranno la Russia”, ho chiesto la succinta analisi di una delle menti economiche più competenti del pianeta, Michael Hudson, autore, tra gli altri, di un’edizione rivista dell’imperdibile Super-imperialismo: la strategia economica dell’impero americano .

Hudson ha osservato come sia “semplicemente agghiacciato dall’escalation quasi atomica degli Stati Uniti”. Sulla confisca delle riserve estere russe e sulla chiusura per la Russia dal sistema di pagamenti internazionali SWIFT, il punto principale è che “ci vorrà del tempo prima che la Russia introduca un nuovo sistema con la Cina. Il risultato porrà fine alla dollarizzazione per sempre, poiché i Paesi minacciati di “democrazia” o che mostrano indipendenza diplomatica avranno paura a usare le banche statunitensi”.

Questo, secondo Hudson, ci porta alla “grande domanda: se l’Europa e il gruppo dei Paesi del dollaro potranno ancora acquistare materie prime russe – cobalto, palladio, ecc. e se la Cina si unirà alla Russia nell’embargo di questi minerali”.

Hudson è fermamente convinto che “la Banca Centrale russa, ovviamente, ha attività bancarie estere per intervenire sui mercati valutari per difendere la sua valuta dalle fluttuazioni. Il rublo è precipitato. Ci saranno nuovi tassi di cambio. Eppure spetta alla Russia decidere se vendere il proprio grano all’Asia occidentale, che ne ha bisogno; o smettere di vendere gas all’Europa attraverso l’Ucraina, ora che gli Stati Uniti possono prenderlo”.

Sulla possibile introduzione di un nuovo sistema di pagamento Russia-Cina aggirando il sistema SWIFT e combinando il sistema russo SPFS (System for Transfer of Financial Messages) con il  sistema cinese CIPS (Cross-Border Interbank Payment System), Hudson non ha dubbi “il sistema russo-cinese sarà implementato. Il Sud del mondo cercherà di unirsi e allo stesso tempo manterrà il sistema SWIFT, spostando le proprie riserve nel nuovo sistema”.

Ho intenzione di de-dollarizzare me stesso

Quindi, gli stessi Stati Uniti, con un altro enorme errore strategico, accelereranno la de-dollarizzazione. Come ha detto al Global Times l’amministratore delegato di Bocom International, Hong Hao, con la de-dollarizzazione del commercio energetico tra Europa e Russia “sarà l’inizio della disintegrazione dell’egemonia del dollaro”.

È un ritornello che l’amministrazione statunitense stava sentendo tranquillamente la scorsa settimana da alcune delle sue più grandi banche multinazionali, incluse banche degne di nota come JPMorgan e Citigroup.

Un articolo di Bloomberg riassume le loro paure collettive:

“L’allontanamento della Russia dal sistema globale critico – che gestisce 42 milioni di messaggi al giorno e che funge da ancora di salvezza per alcune delle più grandi istituzioni finanziarie del mondo – sarebbe controproducente, aumenterebbe l’inflazione, spingendo la Russia più vicino alla Cina, e metterebbe al riparo le transazioni finanziarie dal controllo dell’Occidente. Potrebbe anche incoraggiare lo sviluppo di un’alternativa allo SWIFT, che potrebbe, alla fine, danneggiare la supremazia del dollaro USA”.

Coloro che hanno un quoziente di intelligenza superiore a 50 nell’Unione Europea devono aver capito che la Russia semplicemente non può essere totalmente esclusa da SWIFT, ma forse solo alcune delle sue banche: dopotutto, i trader europei dipendono dall’energia russa.

Dal punto di vista di Mosca, questo è un problema minore. Diverse banche russe sono già collegate al sistema CIPS cinese. Ad esempio, se qualcuno vuole acquistare petrolio e gas russo con CIPS, il pagamento deve essere nella valuta cinese yuan. CIPS è indipendente dal sistema SWIFT.

Inoltre, Mosca ha già collegato il suo sistema di pagamento SPFS non solo alla Cina, ma anche all’India e ai Paesi membri dell’Unione Economica Eurasiatica. SPFS si collega già a circa 400 banche.

Con sempre più società russe che utilizzano i sistemi SPFS e CIPS, anche prima della loro fusione, ed altre manovre per aggirare il sistema SWIFT, come l’utilizzo del baratto – ampiamente utilizzato dal sanzionato Iran – e con le banche agenti, la Russia potrebbe compensare almeno il 50% delle perdite commerciali.

Il fatto chiave è che la fuga dal sistema finanziario occidentale dominato dagli Stati Uniti è ora irreversibile in tutta l’Eurasia e ciò procederà di pari passo con l’internazionalizzazione dello yuan.

La Russia ha la sua valigetta di trucchi

Nel frattempo, non stiamo neanche ancora parlando delle ritorsioni russe per queste sanzioni. L’ex presidente Dmitry Medvedev ha già dato un accenno: tutto, dall’abbandono di tutti gli accordi sulle armi nucleari con gli Stati Uniti al congelamento dei beni delle aziende occidentali in Russia, è sul tavolo.

Allora, cosa vuole “L’impero delle Menzogne”? (Termine putiniano, dalla riunione di lunedì 28 febbraio a Mosca per discutere la risposta alle sanzioni).

In un articolo pubblicato questa mattina, deliziosamente intitolato L’America sconfigge la Germania per la terza volta in un secolo: MIC, OGAM e FIRE conquistano la NATO, Michael Hudson tocca una serie di punti cruciali, a cominciare da come “la NATO è diventata l’entità che detta la politica estera dell’Europa, fino al punto di dominare gli interessi economici interni”.

Hudson delinea le tre oligarchie che controllano la politica estera degli Stati Uniti.

La prima di queste tre oligarchie è il complesso militare-industriale, che Ray McGovern coniò in modo memorabile come MICIMATT (Military Industrial Congressional Intelligence Media Academia Think Tank). Hudson definisce la sua base economica come “rendita monopolistica, ottenuta soprattutto dalla vendita di armi alla NATO, agli esportatori di petrolio dell’Asia occidentale e ad altri Paesi con un surplus di bilancia dei pagamenti”.

La seconda è il settore petrolifero e del gas, affiancato da quello minerario (OGAM: Oil Gas Mineral). Il suo scopo è “massimizzare il prezzo dell’energia e delle materie prime in modo da massimizzare la rendita delle risorse naturali. Il monopolio del mercato petrolifero dell’area del dollaro e l’isolamento dal petrolio e dal gas russi è stata una delle principali priorità degli Stati Uniti da oltre un anno, poiché l’oleodotto Nord Stream 2 dalla Russia alla Germania minacciava di collegare insieme l’economia dell’Europa occidentale e quella russa”.

La terza ed ultima oligarchia è il settore “simbiotico” finanziario, assicurativo e immobiliare (FIRE: Finance, Insurance Real Estate), che Hudson definisce “la controparte della vecchia aristocrazia fondiaria post-feudale europea che vive di rendite fondiarie”.

Mentre descrive questi tre settori di portatori di rendite che dominano completamente il capitalismo finanziario postindustriale nel cuore del sistema occidentale, Hudson osserva che “Wall Street è sempre stata strettamente fusa con l’industria del petrolio e del gas (ovvero conglomerati bancari quali ad esempio Citigroup e Chase Manhattan).”

Hudson mostra come “l’obiettivo strategico più urgente degli Stati Uniti nel confronto della NATO con la Russia è l’impennata dei prezzi del petrolio e del gas. Oltre a creare profitti e guadagni sul mercato azionario per le società statunitensi, l’aumento dei prezzi dell’energia sottrarrà gran parte del vigore all’economia tedesca”.

Egli avverte come i prezzi dei generi alimentari aumenteranno “guidati dal grano”. (La Russia e l’Ucraina rappresentano il 25% delle esportazioni mondiali di grano.) Dal punto di vista del Sud del mondo, è un disastro: “Questo metterà in difficoltà molti Paesi dell’Asia occidentale e del Sud del mondo carenti di cibo, peggiorando la loro bilancia dei pagamenti e minacciando l’insolvenza del debito estero.”

Per quanto riguarda il blocco delle esportazioni di materie prime russe, “esso minaccia di causare interruzioni nelle catene di approvvigionamento di materiali chiave, inclusi cobalto, palladio, nichel, alluminio”.

E questo ci porta, ancora una volta, al cuore della questione: “Il sogno a lungo termine dei nuovi guerrieri statunitensi della nuova Guerra Fredda è quello di smantellare la Russia, o almeno ripristinare la sua cleptocrazia manageriale cercando di incassare le loro privatizzazioni nei mercati  azionari occidentali.

Ciò non succederà. Hudson vede chiaramente come “la più enorme conseguenza involontaria della politica estera statunitense sia stata quella di guidare insieme Russia e Cina, insieme a Iran, l’Asia centrale e i Paesi lungo la Nuova Via della Seta”.

Confischiamo un po’ di tecnologia

Ora confrontate quanto sopra con la prospettiva di un magnate degli affari dell’Europa centrale con vasti interessi, ad est ed ovest, e che fa tesoro della sua discrezione.

In uno scambio di e-mail, il magnate degli affari ha espresso seri dubbi sul possibile sostegno della Banca Centrale russa alla propria valuta nazionale, il rublo, “che secondo la pianificazione statunitense viene ad essere distrutta dall’Occidente attraverso sanzioni e branchi di lupi nel settore delle valute che si stanno esponendo vendendo rubli allo scoperto. Non c’è davvero quasi nessuna somma di denaro che possa battere i manipolatori del dollaro contro il rublo. Un tasso di interesse del 20 per cento ucciderebbe inutilmente l’economia russa”.

L’uomo d’affari sostiene che l’effetto principale dell’aumento dei tassi “sarebbe quello di disincentivare le importazioni non necessarie. La caduta del rublo è quindi favorevole alla Russia in termini di autosufficienza. Con l’aumento dei prezzi all’importazione, questi beni dovrebbero iniziare ad essere prodotti a livello nazionale. [Fossi al loro posto] lascerei semplicemente cadere il rublo, fino a fargli raggiungere il proprio livello, che sarà per un po’ più basso di quanto le forze naturali consentirebbero, poiché, in questa guerra economica contro la Russia, gli Stati Uniti lo porteranno al ribasso attraverso le sanzioni e la manipolazione delle vendite allo scoperto”.

Ma questo sembra raccontare solo una parte della storia. Probabilmente, l’arma letale nell’arsenale di risposte della Russia è stata individuata dal capo del Centro per le Ricerche Economiche dell’Istituto di Globalizzazione e Movimenti Sociali (IGSO), Vasily Koltashov: la chiave è confiscare la tecnologia – come può accadere se la Russia cessa di riconoscere i diritti statunitensi sui brevetti.

In quella che definisce “proprietà intellettuale americana liberatrice”, Koltashov chiede l’approvazione di una legge russa sugli “Stati amici e ostili” [cosa già avvenuta – n.d.c.]. Se un Paese risulta essere nella lista ostile, allora possiamo iniziare a copiare le sue tecnologie nei settori farmaceutico, industriale, manifatturiero, elettronico, medico. Può essere qualsiasi cosa, dai semplici dettagli alle composizioni chimiche”. Ciò richiederebbe emendamenti alla Costituzione russa.

Koltashov sostiene che “una delle basi del successo dell’industria americana è stata la copia di brevetti stranieri per invenzioni”. Ora, la Russia potrebbe utilizzare “l’ampio know-how della Cina con i suoi ultimi processi produttivi tecnologici per copiare i prodotti occidentali: il rilascio della proprietà intellettuale americana causerà un danno agli Stati Uniti per un importo di 10 trilioni di dollari, solo nella prima fase. Sarà un disastro per loro”.

Allo stato attuale, si stenta a credere alla stupidità strategica dell’UE. La Cina è pronta ad accaparrarsi tutte le risorse naturali russe, con l’Europa ridotta a pietoso relitto, preda di speculatori selvaggi. Sembra che ci sia una divisione totale tra UE e Russia, con pochi scambi rimasti e zero diplomazia.

Ora ascoltate il rumore delle bottiglie di champagne che vengono stappate in tutto il MICIMATT.

(Traduzione a cura della redazione)

Il vero terreno di scontro è il futuro

Ogni tanto mi si accusa di riportare le opinioni di personaggi che non hanno la visione generale della situazione e che pertanto dicono una cosa buona in un senso e cento sbagliate nell’altro.
Partite da un presupposto: non esiste e non esisterà mai un opinion leader che frequenti i palinsesti TV e che quindi influisca sulle masse, che possa permettersi una visione d’insieme, altrimenti non sarebbe lì. Freccero ci ha provato ed è stato subito screditato ed “evaporato”.

La visibilità, e quindi la possibilità di influire sulle coscienze, viene concessa soltanto a personaggi limitati, divisivi, per fare in modo che i seguaci si scannino sulle questioni secondarie e non ci sia accordo sull’esistenza di un progetto a lungo termine.
Da quando è iniziata l’escalation in Ucraina, ci ritroviamo d’accordo con soggetti che hanno sposato in toto la narrazione pandemica, ma che stanno rifiutando quella del Putin impazzito. Non vedono il nesso tra le due cose, per questo stanno in televisione. Non generano unione, scoraggiano la convergenza.
Il problema sorge quando qualcuno comincia ad unire i puntini e a mettere insieme, in una narrazione coerente, fatti apparentemente sconnessi.
Se il pubblico capisce il disegno finale, in un attimo crolla tutto il vantaggio che le élite hanno accumulato nei nostri confronti in decenni. Se si capisce dove vogliono arrivare tutto si incastra improvvisamente in un quadro coerente e risulta più difficile scatenare guerre civili a bassa intensità tra fazioni artatamente contrapposte.

Il nostro obiettivo pertanto deve essere quello di porci al di sopra, soprattutto rispetto ai suddetti personaggi, e di utilizzarli come fa il sistema, alla bisogna, per parlare alle masse, quelle che non hanno la più pallida idea del quadro generale.
Dobbiamo convincere le masse, anche quelle che non credono alla visione d’insieme, a combattere le singole battaglie al nostro fianco.
Se Vauro sostiene le ragioni della Russia io lo sostengo.
Se Vauro sposa la causa pandemica io lo attacco.
Noi siamo al di sopra della sua visione limitata e sfruttiamo la sua credibilità per parlare al suo potenziale pubblico di quello che ci interessa.
Strategia, utilitarismo, pragmaticità.
Se Vauro, per suoi limiti ideologici e strutturali, non riesce ad andare oltre il contingente, non è un nostro problema. Noi facciamo bricolage, non siamo dei designer, dobbiamo cavarcela con i materiali che abbiamo disposizione, a volte anche quelli di scarto possono tornare utili.

Noi portiamo avanti la nostra la nostra “guerra”, coltiviamo e approfondiamo la nostra visione generale, che è perfettamente chiara, e di volta in volta utilizziamo questi personaggetti per quello che ci occorre, salvo poi scaricarli quando si impantanano di nuovo nei loro limiti strutturali e nella necessità di essere accettati dal loro ambito di riferimento.
In questo noi agiremmo esattamente come fa l’over state: si muove con i suoi apparati e i suoi capitali dall’alto e di volta in volta sostiene una parte contro l’altra, in modo tale che ciascuna delle due fazioni porti avanti un pezzo del progetto compatibile con la propria base ideologica.

Il Sistema ha la sua visione, i suoi obiettivi, e se ne frega delle bagatelle locali.
Mi serve, lo uso; non mi serve più, lo scarico.
L’importante è evitare di dare visibilità e quindi far crescere, i soggetti che hanno una visione di insieme, gli strateghi, i deideologizzati, i pragmatici.
Quelli creano problemi seri, perché rompono lo schema binario e conducono alla formazione del polo che potrebbe opporsi allo schema generale.

Oggi serve un nucleo culturale che accetti come elemento costitutivo una visione generale di azione del potere, che la faccia comprendere e che la combatta in ogni suo aspetto, alla radice.
I soggetti inferiori, le menti deboli, i personaggi ancorati alle ideologie e alle categorie ingegnerizzate dal potere, sono parte del problema, ma possono essere utilizzate a nostro vantaggio, anche se con ogni probabilità non potranno fare parte del nucleo che porta avanti una visione generale.
Noi dobbiamo puntare agli obiettivi finali del potere e trovare soluzioni per contrastarli.
Il primo passo è convincere le masse del fatto che le élite stanno demolendo la vecchia architettura socio economica, sempre disegnata e edificata da loro, perché hanno bisogno di sostituirla con una nuova, più funzionale al mantenimento della piramide del potere nelle condizioni che nel frattempo si sono venute a creare.

Faccio un esempio concreto.
Oggi vado a vedere una scuola materna per mio figlio.
Una scuola privata di élite: struttura formidabile, insegnanti all’avanguardia, livello sociale degli utenti medio-alto.
La prima cosa che mi sorprende è che non ci sia il liceo classico.
Da un certo punto del corso di studi subentrano i tablet.
La manualità è presente così come le arti.
Ma non l’artigianato, non la calligrafia.
L’arte è la sublimazione dell’artigianato.
Una società senza artigiani è una società che rinuncia all’arte.
Si insegnano tante discipline, ma non l’artigianato, non la manualità pratica.
Mentre la guida parla mi guardo intorno, osservo i ragazzi.
Le mascherine sono onnipresenti, sia tra gli alunni che tra gli insegnati. I più piccoli non le portano, ma ci sono delle eccezioni.
Intravedo il figlio di un mio amico. Ha sette anni. Siamo all’aperto. Lo chiamo. Lui si gira. Gli chiedo di abbassarsi la FFP2. La abbassa un secondo e poi mi rimprovera per la richiesta.

Qual è il succo del discorso?
Il sistema vuole delle masse irreggimentate, obbedienti, non autosufficienti, deboli dal punto di vista del pensiero e dello spirito, inclini alla tecnologia e alle discipline scientifiche.
Devono osservare le regole, introiettare l’autoritarismo. Possedere nozioni e non saperi, intelligenza emotiva ridotta ai minimi termini, scarsa manualità, che poi è alla base del rapporto genitore figli (fare le cose assieme).

Gli adulti di domani, frutto di questo modello di scuola, non potranno vivere senza società, non metteranno in discussione le regole, non capiranno che esiste un albero dialettico alla base della gabbia mentale che gli hanno costruito attorno.
Saranno ingranaggi di una macchina, non individui che contribuiscono con la loro specificità ad una società plurale, impermeabile ai processi di omologazione.

Ecco, se non si capisce che bisogna combattere questo, che tecnologia, condizionamento, manipolazione, irreggimentazione, mancanza di alternative, finalizzazione della cultura sono parte di un progetto più ampio che mira al controllo del presente ma alla preventiva conquista del futuro, allora lasciamo perdere, perché abbiamo perso in partenza.

Giorgio Bianchi

(Fonte)

Una demonizzazione di lungo respiro

“Si possono elencare centinaia di prime pagine che le riviste hanno consacrato a Putin, quasi entrando in spietata concorrenza tra loro per trovare l’epiteto più insultante e la sceneggiatura più sordida. I titoli, i fotomontaggi, la violenza delle accuse sono così eccessivi che finiscono per ottenere l’effetto contrario: a furia di constatare tanta ingiustizia nella presentazione del personaggio, ci si deve sforzare per evitare di prenderlo in simpatia. Una tale demonizzazione affascina e finisce per farvi apparire il diavolo simpatico!

Esaminiamo le prime pagine delle riviste, scelte tra le più serie e le più rispettate. Tutte rappresentano un Presidente russo minaccioso, inquietante, in un ruolo di “uomo che non sorride mai”, malefico e talvolta persino caricaturato come Hitler. (…)

La lista è così lunga e ripetitiva da diventare deprimente. E’ interessante notare dei punti di continuità con il passato. La rivista austriaca News titola così: Vladimir Putin, il nemico del mondo, con un fotomontaggio che rappresenta il Presidente russo nei panni di un vampiro, con un sorriso insanguinato come quello di Dracula. Ora, proprio così i disegnatori inglesi della metà del XIX secolo caricaturavano lo zar Nicola I, e l’autore di Dracula, lo scrittore imperialista inglese Bram Stoker, assimilava il conte Dracula agli zar russi. All’epoca lo zar era caricaturato con gli stessi tratti diabolici: lo si vedeva sorvolare l’Europa con le sue ali da vampiro, falce alla mano, o suonare il pianoforte sbattendo le ali per meglio sottolineare la sua gioia per la morte di una personalità europea. Come Vladimir Putin – e Stalin all’inizio della Guerra Fredda – lo si disegnava come il grande organizzatore del ballo dei vampiri, pronti a succhiare il sangue dell’innocente Europa.

 Ci vorrebbe troppo tempo per analizzare il contenuto degli articoli e dei libri anti Putin: sarebbero a riempire intere biblioteche. Ma tutti dicono all’incirca la stessa cosa: Putin è un bugiardo, un impostore, un cleptocrate, un autocrate, un manipolatore, un dittatore, un violentatore (di popoli), un oppressore, un invasore, un calcolatore, uno stalinista, un fascista, un reazionario, un conservatore, un Mussolini (Brzezinski), un Hitler (il principe Carlo, Hillary Clinton e i presidenti baltici e polacchi), un nostalgico dell’Impero zarista, un nostalgico dell’URSS, un revisionista, un kappagibista, un maniaco sessuale. (…)

L’obiettivo di quest’operazione di demonizzazione di lungo respiro – cominciata già dal suo arrivo al potere alla fine del 1999 e proseguita senza tregua da allora, con qualche lieve calo di intensità durante i periodi di calma relativa, come quello tra il 2001 e il 2003 e quello del 2009 – è manifesto: far perdere credibilità alla Russia e al suo Presidente, stigmatizzarlo agli occhi dell’opinione pubblica al fine di farne il capro espiatorio di tutte le nefandezze mondiali. Si tratta soprattutto di renderlo responsabile di tutto ciò che è accaduto in Ucraina e di preparare l’opinione pubblica a un’eventuale guerra europea di lunga durata, sul modello jugoslavo o afghano. Assimilando Putin a Hitler e mettendolo sullo stesso piano di Miloševic, Saddam Hussein e Bin Laden, tutto diventa possibile, anche il peggio.”

Da Russofobia. Mille anni di diffidenza, di Guy Mettan, Sandro Teti editore, pp. 356-7, 359-360.

Dal fronte dell’Est

Cerchiamo di fare luce sulla reale situazione nel territorio ucraino e il fronte che divide l’ex repubblica sovietica dalle due autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk nel Donbass. La propaganda occidentale parla di invasione russa ma è davvero così?

Per comprendere quello che sta succedendo è necessario ricostruire le vicende che hanno caratterizzato gli ultimi otto anni, partendo dal colpo di Stato di Euromaidan. Con Giorgio Bianchi, documentarista e reporter di guerra in Donbass e Daniele Perra, saggista e analista geopolitico per la rivista Eurasia.

La polveriera del Donbass

La situazione in Donbass è sempre più critica: 150 mila soldati dell’Esercito e della Guardia Nazionale ucraini sono schierati di fronte a Donetsk e Lugansk, abitate da popolazioni russe. In prima linea c’è il battaglione neonazista Azov, promosso a reggimento di forze speciali, distintosi per la sua ferocia negli attacchi alle popolazioni russe di Ucraina, comandato da Andrey Biletsky che educa i giovani all’odio contro i Russi col suo libro «Le Parole del Führer Bianco». 

Dello schieramento ucraino non fa parola il mainstream, che parla solo dello schieramento russo. Si nasconde allo stesso tempo il fatto che le forze armate di Kiev sono finanziate, equipaggiate e addestrate, e quindi di fatto comandate, da consiglieri militari e istruttori USA-NATO. Come documenta lo stesso Servizio di Ricerca del Congresso, USA e NATO hanno fornito all’Ucraina aiuti militari per 10 miliardi di dollari. Vi sono inoltre quelli di singole potenze: la Gran Bretagna investe 1,7 miliardi di sterline per dare alla marina militare ucraina 8 unità lanciamissili veloci e costruire basi navali sul Mar d’Azov, incuneato nel territorio russo.

Altri 10 miliardi di dollari di investimenti sono previsti dal piano di Erick Prince, fondatore della compagnia militare privata statunitense Blackwater, di creare in Ucraina un esercito privato. La Blackwater, ora ridenominata Academy, ha fornito mercenari alla CIA e al Pentagono per operazioni segrete. Particolarmente allarmante è la presenza, nella regione di Donetsk, di mercenari USA probabilmente dotati di armi chimiche. Potrebbe essere la scintilla che provoca la deflagrazione di una guerra nel cuore dell’Europa: un attacco chimico contro civili ucraini nel Donbass, subito attribuito ai Russi di Donetsk e Lugansk, che verrebbero attaccati dalle preponderanti forze ucraine già schierate nella regione, per costringere la Russia a intervenire militarmente a loro difesa. 

Manlio Dinucci

(Fonte)

Krisis

“Per chi voglia approfondire i motivi che hanno innescato la Guerra Fredda fra Stati Uniti e Cina, un recente saggio di Giacomo Gabellini (Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense, Editore Mimesis) è una lettura a dir poco preziosa. Si tratta di un lavoro corposo, corredato da un’ampia mole di analisi, informazioni e notizie di carattere storico, economico e geopolitico che attraversa un secolo abbondante di storia – dalla seconda metà del secolo XIX a oggi – per descrivere ascesa, consolidamento e crisi dell’egemonia americana.”

La recensione di Carlo Formenti continua qui.

La geopolitica vaccinale strumento di controllo USA sull’Europa

“La geopolitica vaccinale, con il dominio semi-monopolistico del gruppo Pfizer (amministrato da un “good friend” di Joe Biden, l’ebreo “greco” Albert Bourla) sull’Occidente, al pari del colpo di Stato atlantista in Ucraina nel 2014, si è dimostrata uno strumento assai efficace per riaffermare il controllo nordamericano sull’Europa. E lo stesso avvento al potere in Italia (tra il giubilo della quasi totalità della classe politica e del mondo dell’informazione generalista) dell’ex banchiere di Goldman Sachs Mario Draghi (già in ottimi rapporti con l’avanguardia politico-economica dell’atlantismo, il Gruppo Bilderberg creato da CIA ed MI6) deve necessariamente essere interpretato alla luce di questi fatti. Il suo ruolo è sì quello di “curatore fallimentare” di uno Stato in evidente sfacelo socioeconomico ed ormai privo di qualsiasi autonomia strategica. Tuttavia, allo stesso tempo, questo “curatore” deve fare in modo che le rimanenti risorse italiane vengano (s)vendute in modo corretto; e che tale (s)vendita avvenga in modo controllato e concentrando l’attenzione dell’opinione pubblica sull’invasività dell’evento pandemico con tutte le sue sfaccettature: dal certificato verde al corollario di scienziati (o pseudo tali) che dicono tutto ed il contrario di tutto, fino alla sterilissima polemica novax/provax che evita scientemente di rimarcare il portato geopolitico dell’affermazione di un modello di capitalismo della sorveglianza che si presenta come naturale evoluzione del modello occidentale (quello impiantato in Europa dopo il 1945) e non come instaurazione di un qualcosa ad esso estraneo.

Non sorprende che, dal momento del suo insediamento, il governo Draghi (spinto anche dal ministro ultratlantista della Lega Giancarlo Giorgetti) abbia utilizzato lo strumento del Golden Power ben tre volte per evitare l’acquisizione da parte di gruppi cinesi di aziende italiane che operano in specifici settori. L’ultimo caso è quello della Zhejiang Jingsheng Mechanical, alla quale è stato impedito di acquisire il ramo italiano di Applied Materials, azienda che opera nel settore dei semiconduttori. Nel marzo del 2021, sempre nel settore dei microchip, aveva impedito l’acquisizione del 70% di Lpe da parte del gruppo Shenzen Invenland Holding, mentre ad ottobre il Golden Power era stato esercitato per impedire gli sforzi del colosso agrochimico Syngenta per assumere la guida del gruppo agroalimentare romagnolo Verisem.

Al contempo, il governo italiano non ha palesato nessuna particolare preoccupazione di fronte al tentativo di acquisizione di TIM da parte del fondo nordamericano KKR & Co. Cofondatore del gruppo è l’ebreo statunitense Henry Kravis, ben inserito nel già citato Gruppo Bilderberg (insieme ai proprietari dell’importante gruppo editoriale italiano GEDI). Non c’è da stupirsi se al KKR fa riferimento anche l’Axel Springer Group, che possiede i giornali tedeschi (apertamente anticinesi) Die Welt e Bild. Inoltre, non è da dimenticare il ruolo che all’interno dello stesso KKR ha avuto l’ex generale e direttore della CIA David Petraeus e la partecipazione del gruppo al programma Timber Sycamore di finanziamento e assistenza logistica dei “ribelli” siriani.

Così come non vi è stato nessun particolare sussulto di orgoglio nel momento in cui Fincantieri, fermata da un patto anglo-australiano che ha fatto da apripista al più celebre (ed allargato agli USA) AUKUS, ha perso una commessa di 23 miliardi per la fornitura di fregate Fremm alla Royal Australian Navy.

Il ruolo di Draghi come agente degli interessi atlantisti in Europa è di lunga data. Quando era guida della BCE, il suo compito fu quello di contrastare la potenza della più grande banca centrale europea, la Bundesbank. L’obiettivo, neanche troppo velato, era quello di porre un freno al “problema” del surplus commerciale tedesco che costituiva un fattore indesiderato di non poco rilievo nel progetto di riaffermazione dell’egemonia nordamericana sull’Europa. Non bisogna dimenticare, infatti, che l’appoggio statunitense alla creazione di una moneta unica europea venne garantito proprio dalla speranza che costringere la Germania a rinunciare al Marco potesse impedirne un eccessivo rafforzamento. Al contrario, Berlino è stata comunque capace di creare un enorme ed integrato blocco manifatturiero che include tutte le regioni industriali vicine ai confini tedeschi. Ha approfittato e tratto vantaggi notevoli dai cambi depressi rispetto all’Euro vigenti nei Paesi dell’est ed ha scaricato su di essi e sull’area mediterranea il costo della moneta unica, favorendo al contempo le esportazioni tedesche.

In questa operazione di controllo della Germania (sia in termini di eccessivo potere all’interno dell’Europa che in termini di aspirazioni alla costruzione di un rapporto privilegiato con la Russia) deve essere inserito anche il recente Trattato del Quirinale tra Francia e Italia sotto la supervisione del Segretario di Stato USA Antony Blinken. A questo proposito è bene sottolineare il fatto che il ruolo di ago della bilancia tra Germania e Francia era stato storicamente riservato alla Gran Bretagna. Nel corso dei secoli, il Regno Unito si è alleato a seconda della propria convenienza con l’una o l’altra sempre al preciso scopo di impedire una reale unificazione continentale: ciò che le potenze talassocratiche (Regno Unito prima e Stati Uniti poi) hanno sempre considerato come una minaccia esistenziale nei confronti dei rispettivi disegni egemonici.

Oggi, dopo la Brexit (nonostante la Gran Bretagna continui ad esercitare il suo nefasto ruolo in diversi teatri, dalla Polonia all’Ucraina), si è voluto attribuire questo compito all’Italia di Mario Draghi, che, assieme alla Francia, eserciterà anche un ruolo di controllo all’interno del Mediterraneo per fare in modo che l’egemone reale possa concentrare i propri sforzi nel contenimento della Cina (sempre più capace di intervenire anche nel “cortile interno” degli USA, come dimostrato dall’interruzione delle relazioni diplomatiche tra Taiwan e Nicaragua). Nell’articolo 2 del Trattato si legge: “le Parti s’impegnano a promuovere le cooperazioni e gli scambi sia tra le proprie forze armate, sia sui materiali di difesa e sulle attrezzature, e a sviluppare sinergie ambiziose sul piano delle capacità e su quello operativo ogni qual volta i loro interessi strategici coincidano. Così facendo, esse contribuiscono a salvaguardare la sicurezza comune europea e rafforzare le capacità dell’Europa della Difesa, operando in tal modo anche per il consolidamento del pilastro europeo della NATO”.

Di fatto, il Trattato del Quirinale altro non è che l’ennesima biforcazione interna alle strutture di potere dell’atlantismo.”

Da Geopolitica del draghismo, di Daniele Perra.

Miliardi di euro per «innovare» la NATO nucleare

«La NATO è finita in soffitta», scrivevano un mese fa i commentatori politici di svariate testate giornalistiche, dopo che la Francia aveva ritirato l’ambasciatore da Washington il 16 settembre. Era la protesta di Parigi per essere stata esclusa dal partenariato strategico-militare tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia, annunciato il giorno prima, e aver perso un lucroso contratto per la vendita di sottomarini all’Australia, che saranno sostituiti da sottomarini nucleari forniti da USA e Gran Bretagna.

Una settimana dopo la clamorosa rottura diplomatica, però, il generale francese Lavigne veniva messo a capo del Comando Alleato della Trasformazione, con quartier generale a Norfolk negli USA, e i presidenti dei due Paesi, Biden e Macron, pubblicavano una Dichiarazione congiunta (qui la versione dell’Eliseo, qui quella della Casa Biancandr).

Biden riaffermava «l’importanza strategica dell’impegno francese ed europeo nell’Indo-Pacifico» (la regione che nella geopolitica di Washington si estende dalla costa occidentale degli USA a quella dell’India).

Il perché veniva esplicitato dal Comitato militare dei capi della Difesa dei 30 Paesi della NATO, riunito ad Atene: «Mentre le azioni aggressive di Mosca minacciano la nostra sicurezza, l’ascesa della Cina sta spostando l’equilibrio di potere, con conseguenze per la nostra sicurezza, la nostra prosperità e il nostro stile di vita».

Di fronte a tali «minacce», concludeva, «abbiamo bisogno che l’Europa e il Nord America siano forti, legati insieme». Come debbano essere legati, lo ribadisce Biden nella dichiarazione congiunta con Macron: «Gli Stati uniti riconoscono l’importanza di una Difesa europea più forte e più capace, che sia complementare alla NATO».

Quindi un’Europa militarmente più forte, ma come complemento della NATO: alleanza asimmetrica, a cui appartengono 21 dei 27 Paesi dell’Unione Europea, nella quale la carica di Comandante Supremo Alleato in Europa spetta sempre a un generale degli Stati Uniti, i quali detengono tutti gli altri comandi chiave in Europa (come il JFC-Naples con quartier generale a Lago Patria).

Su questo sfondo si è tenuta, il 21-22 ottobre al quartier generale della NATO a Bruxelles, la riunione dei 30 ministri della Difesa (per l’Italia Lorenzo Guerini, PD).

Essa ha creato un «Fondo per l’Innovazione» con un primo stanziamento di 1 miliardo di euro, a carico di 17 Paesi europei tra cui l’Italia, ma non degli Stati Uniti, per lo sviluppo delle più avanzate tecnologie ad uso bellico.

Ha varato la «Strategia per l’intelligenza artificiale», un ancora più costoso programma perché la NATO mantenga il vantaggio in questo campo che «sta cambiando l’ambiente globale della difesa», ossia il modo di fare la guerra.

Ha deciso «il miglioramento della prontezza e dell’efficacia del nostro deterrente nucleare», ossia lo schieramento in Europa di nuove armi nucleari, naturalmente con la motivazione di difendersi dalla «crescente minaccia missilistica della Russia».

Alla vigilia della riunione NATO, il ministro russo della Difesa, Sergei Shoigu, ha avvertito che «gli Stati Uniti, con il pieno sostegno degli Alleati NATO, hanno intensificato il lavoro per modernizzare le armi nucleari tattiche e i loro siti di stoccaggio in Europa» e la Russia considera particolarmente preoccupante il fatto che «piloti di Paesi NATO non-nucleari siano impegnati in esercitazioni per l’uso di armi nucleari tattiche». Un messaggio diretto in particolare all’Italia, dove gli USA si preparano a sostituire le bombe nucleari B61 con le nuove B61-12 e i piloti italiani vengono addestrati al loro uso ora anche con gli F-35. «Consideriamo ciò una diretta violazione del Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari», conclude Shoigu.

Il messaggio è diretto all’Italia e agli altri membri europei della NATO che, pur avendo ratificato il Trattato di non-proliferazione quali Paesi non-nucleari, ospitano armi nucleari USA e si addestrano al loro uso.

Il significato implicito del messaggio è chiaro: la Russia considera questi Paesi fonte di minaccia e sta prendendo delle contromisure. Il messaggio è stato come al solito ignorato dal nostro governo e parlamento e, ovviamente, dai media che hanno messo la NATO in soffitta.

Manlio Dinucci 

Fonte

L’omicidio geopolitico di Alfred Herrhausen

Prima di intraprendere la carriera di banchiere e di entrare nelle grazie del cancelliere Helmut Kohl, Alfred Herrhausen aveva gestito con grande intelligenza la ristrutturazione di Daimler-Benz, alla quale aveva imposto un processo di diversificazione culminato con la trasformazione dell’azienda in un gruppo tecnologico integrato, dotato del know-how necessario ad operare nei settori strategici dell’aerospazio, della difesa, dell’elettronica e della tecnica ferroviaria. È nell’ambito del disegno di Herrhausen che la divisione Mercedes venne progressivamente affiancata dagli altri tre comparti fondamentali, costituiti dalla Dasa, rivolta all’aerospazio e alla difesa, dall’AEG, orientata sull’elettronica, e dalla Debis, concentrata sul ramo finanziario. Da buon industriale “prestato” al mondo della finanza, Herrhausen aveva pensato di smaltire i costi della riunificazione mettendo le elevate competenze degli ingegneri e dei lavoratori dell’ex Germania orientale al servizio di un progetto mirante al rilancio economico di tutta l’Europa dell’est. «Entro dieci anni – affermò Herrhausen – la Germania orientale diverrà il complesso tecnologicamente più avanzato d’Europa e il trampolino di lancio economico verso l’est, in modo tale che Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, e anche la Bulgaria svolgano un ruolo essenziale nello sviluppo europeo» (1). In un articolo pubblicato sul quotidiano economico tedesco «Handelsblatt», Herrhausen denunciò che la politica debitoria adottata dalle banche, in particolare quelle statunitensi, nei confronti dei Paesi in difficoltà finanziarie era orientata a peggiorare le loro condizioni, e indicò nella forte riduzione della massa debitoria (fino al 70%) delle nazioni povere, nel taglio dei tassi di interesse a cinque anni e l’allungamento della durata dei presti le misure da adottare per conseguire una robusta ripresa economica dei Paesi in via di sviluppo. Una simile ricetta avrebbe infatti «permesso a queste nazioni di riassegnare alla ripresa economica le risorse finora destinate al servizio del debito» (2). La concezione di Herrhausen traeva ispirazione dall’accordo sul debito raggiunto a Londra del 1953, grazie al quale la Germania occidentale era riuscita a rilanciarsi poderosamente dal punto di vista industriale. Il banchiere considerava gli squilibri debitori un vero e proprio “rischio sistemico”, e propose pertanto di mitigarli attraverso l’istituzione a Varsavia di un organismo modellato sul calco del KFW, l’ente che aveva gestito con grande successo il rilancio dell’economia tedesca disintegrata dalla Seconda Guerra Mondiale. Un organismo alternativo a Banca Mondiale e FMI preposto all’erogazione dei prestiti nell’ambito di un “nuovo Piano Marshall” finalizzato al rilancio dei Paesi est-europei, e non alla loro conversione immediata al sistema neoliberale. Conformemente a questa “nuova Ostpolitik”, il banchiere tedesco premeva per l’abolizione del debito “intra-im¬prese”, un dato contabile che gravava sulle industrie ex comuniste (nel 1994 raggiunse i 200 miliardi di marchi) grazie al quale Banca Mondiale e FMI tenevano in pugno i Paesi dell’Europa orientale. Il presidente della Deutsche Bank arrivò persino a sottolineare che il rilancio economico dello spazio ex sovietico e la sua integrazione con l’assetto produttivo dell’Europa occidentale erano nell’interesse della Germania, che per realizzare tutto ciò avrebbe dovuto destinare risorse alla costruzione di linee ferroviarie veloci in grado di assicurare il rapido trasporto di materie prime dalla Russia ai poli industriali tedeschi. Si trattava proprio del tipo di progetto che Gran Bretagna prima e Stati Uniti poi avevano irriducibilmente ostacolato nel corso dei decenni precedenti, come ammesso candidamente dallo stesso Kissinger: «se le due potenze [Germania e Russia] si integrassero economicamente intrecciando rapporti più stretti, si verrebbe a creare il pericolo della loro egemonia» (3). Nella visione profondamente innovativa di Herrhausen, la Germania si sarebbe dovuta trasformare in un ponte fra est ed ovest e in motore della riconversione industriale dell’Europa orientale – della Polonia soprattutto, considerata la nazione chiave della regione. Mentre si prodigava per mettere in pratica i suoi piani, che comportavano l’affrancamento di tutto il “vecchio continente” dalla “tutela” statunitense esercitata sotto il profilo economico da Banca Mondiale e FMI, Herrhausen rivelò di essersi imbattuto in “massicce critiche” formulate soprattutto dal presidente di Citibank Walter Reed, specialmente dopo aver caldeggiato pubblicamente l’applicazione di una moratoria di qualche anno sul debito dell’Europa orientale. Nonostante le forti resistenze con cui era costretto a fare i conti, Herrhausen riuscì comunque ad allargare il campo d’azione di Deutsche Bank assorbendo la Banca d’America e d’Italia, le merchant bank Mdm (portoghese), Albert de Bary (spagnola) e Morgan Grenfell (prestigiosa banca d’investimento londinese). Il potenziamento di quello che si configurava già come il maggior istituto di credito tedesco risultava necessario a costituire un valido e potente polo economico che fungesse da contraltare ai grandi gruppi finanziari anglo-americani, i quali stavano portando avanti una vasta campagna di espansione monetaria mediante la concessione di crediti ad alto tasso di interesse ai Paesi poveri. Dal punto di vista di Washington, il disegno di Herrhausen rappresentava una minaccia particolarmente insidiosa perché metteva in discussione la presa statunitense sui Paesi in via di sviluppo (il presidente messicano Miguel de la Madrid, colpito dalle idee di Herrahusen, lo invitò a Città del Messico nel 1987 per analizzare le sue proposte) da cui dipendeva il mantenimento dell’ordine economico istituito nel periodo reaganiano. «I mercati finanziari e valutari globalizzati oggi sono una questione di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti» (4), dichiarò senza mezzi termini il direttore della CIA William Colby facendo eco al suo collega della CIA William Webster, secondo cui, con la caduta del Muro di Berlino, «gli alleati politici e militari dell’America sono ora [diventati] i suoi rivali economici» (5).L’1 dicembre 1989, un ordigno esplosivo dotato di innesco laser posizionato all’uscita dell’abitazione di Herrhausen di Bad Homburg (ricco sobborgo di Francoforte) fece saltare l’automobile blindata su cui il banchiere era appena salito. La responsabilità venne attribuita al gruppo terroristico di ispirazione comunista Rote Armee Fraktion (RAF), benché la sofisticazione dell’attentato suggerisse di allargare lo spettro delle indagini. Non a caso, i tre membri della “nuova generazione” della vecchia Baader-Meinhof che erano stati arrestati durante le prime indagini risultarono in seguito estranei alla consumazione del fatto. Ancora oggi la giustizia tedesca non è riuscita a individuare i colpevoli. Il colonnello Fletcher Prouty, veterano della CIA che in passato aveva dipinto al procuratore Jim Garrison lo sfondo politico sul quale si era materializzato l’assassinio di John F. Kennedy, rivelò che l’omicidio di Herrhausen era avvenuto «quattro giorni prima che [il banchiere] venisse negli Stati Uniti a pronunciare un discorso che avrebbe potuto cambiare i destini del mondo. Era crollato il Muro di Berlino ed Herrhausen voleva spiegare agli Americani i nuovi orizzonti dell’Europa […]. Herrhausen parlava di una grande Europa unita, senza più le interferenze della Banca Mondiale. Parlava di un progetto di integrazione tra est e ovest europeo. Un’operazione che avrebbe mutato i rapporti internazionali e che è stata freddata sul nascere» (6). Per questo, a detta di Prouty, l’assassinio del presidente della Deutsche Bank rientra nello stesso quadro generale in cui si sono verificati gli omicidi di Enrico Mattei e Aldo Moro.

Giacomo Gabellini

Note

1) Cfr. Engdahl, William, What went wrong with East’s Germany economy?, «Executive Intelligence Review», 2 ottobre 1992.

2) Herrhausen, Alfred, Die zeit ist reif. Schuldenkrise am wendepunkt, «Handelsblatt», 30 giugno 1989.

3) Cfr. Kissinger: «Der western mussß sich an das neue selbstbewußtsein der Deutschen gewöhnen», «Welt am Sonntag», 3 maggio 1992.

4) Cfr. Taino, Danilo, Belzebù sullo yacht, «Corriere della Sera», 10 marzo 1993.

5) Cfr. CIA director Webster targets US allies, «Executive Intelligence Review», 13 ottobre 1989.

6) Cfr. Cipriani, Antonio, Il colonnello Prouty: «Vi spiego chi governa il mondo», «L’Unità», 19 marzo 1992.

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Sorrido

Brevi note sull’Afghanistan

Vent’anni fa, quando l’Occidente a traino USA andò a bombardare, occupare e devastare l’Afghanistan sulle pagine di “Orion” spiegavamo perché là non si doveva andare. Il 99% degli editorialisti/analisti dei media mainstream di allora plaudivano a scena aperta. Oggi gli stessi dicono che non si doveva andare e che è stato un errore. Sorrido.

Gli USA hanno addestrato le truppe del governo filo-occidentale a fare la guerra all’americana. Gli hanno insegnato che prima si mandano avanti i bombardieri e si fa tabula rasa con i missili, poi si fa avanzare la fanteria. Li hanno lasciati senza aviazione e copertura missilistica e si stupiscono che l’esercito privo di copertura aerea non ha tenuto botta neppure per 24 ore. Sorrido.

Fiumi di denaro per imbonire i “signori della guerra” e non un dollaro al popolo. Impoverito il Paese e regalatogli le immagini dell’opulenza occidentale, gli afghani hanno iniziato ad immigrare: i numeri erano significativi già da anni. Ma arrivati i Talebani i volponi occidentali hanno propagandato la notizia che collaboratori e quanti avevano paura del bau-bau talebano sarebbero stati trasvolati in Occidente. Una gara di numeri: “Ne prendo 20.000, dice il Canada; ne prendiamo 30.000 dicono gli USA; tutti quelli che vogliono venire, dicono dall’Europa, Sassoli e Gentiloni in testa (quando mai su questo terreno i “buonisti” italiani non devono primeggiare?)”. E si stupiscono che a migliaia si sono presentati in aeroporto per il volo gratis invece di continuare a pellegrinare per monti e deserti. Salvo dire che il macello all’aeroporto è colpa dei Talebani. Sorrido.

“Non riconosciamo il governo dei Talebani” urlacchiano gli Occidentali, Inglesi in testa. Qui prima di me a sorridere sono i Talebani che del riconoscimento occidentale se ne fregano altamente in considerazione del fatto, tra l’altro, che sono riconosciuti da Cina, Russia, Pakistan etc. Cioè da Stati orientali che sono gli Stati che stanno esattamente là dove sta l’Afghanistan e che saranno in grado di investire senza portare eserciti colonizzatori e massacratori. E comunque, con i Talebani, sorrido anch’io.

“Facciamo il G20, il G21, il Gtrallallero-trallalà” per veder come rassettare l’Afghanistan. Magari sponsorizziamo e inzighiamo con l’ISISI, quel che resta di Al Qaeda e già che ci siamo con il figlio di Massoud il “leone del Panjshir”. Del resto se il padre era un leone, il figlio è un gattino che si è fatto le unghiette nelle università inglesi e che non poteva trovar maggior sponsor che nell’idiota (in senso etimologico) di Parigi, l’ineffabile BHL. Sorrido.

Possiamo dire che la narrazione mainstream occidentale è quanto meno oscena? Possiamo dirlo. Come possiamo tranquillamente dire che questo malefico Occidente è ormai in via di disfacimento destinato ad affogare nel guano che ha prodotto. Non mi soffermo sui deliri dei nostri politici, cominciando da Salvini che vorrebbe bombardare l’Afghanistan con le copie del libro della Fallaci, o di Letta (sì, quella sorta di ectoplasma che ha fatto della banalità verbale la propria cifra espressiva) che blatera di democrazia e diritti umani, civili e quant’altro da “imporre” ai Talebani… altrimenti… altrimenti cosa? Una sua concione a reti televisive unificate in Afghanistan?

Sorrido… e vi mando tutti a quel paese a passo di carica. Imbecilli al cubo che non siete altro.

Maurizio Murelli

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Russia “nemico utile”

Quando guarda alla Russia, l’America confonde le paure e gli atteggiamenti difensivi di un Paese che conosce benissimo la propria debolezza con gli atteggiamenti offensivi di un Paese invasore. La Russia non è in grado di sfidare gli Stati Uniti d’America o di contendere loro il predominio in Europa, meno che mai nel mondo. E’ però un Paese militarmente forte, con dottrine e strumenti bellici moderni ed efficaci e tutta l’intenzione e la capacità di usarli qualora esso veda minacciati i propri confini e i propri interessi di potenza.

E’ altamente probabile che il fraintendimento americano sia in malafede e miri unicamente a creare un “nemico utile” che giustifichi spese militari e che compatti i Paesi NATO attorno agli USA: è esattamente quanto è accaduto con la dottrina della “guerra rivoluzionaria” durante la Guerra Fredda. Proprio l’insofferenza russa nei confronti dell’assertività occidentale, nel quadro di un irrisolto gioco di specchi che impedisce di capire chi attacchi e chi si difenda – messo da parte quel confronto franco e diplomatico tra le potenze che pure si ebbe ai tempi di massima tensione della Guerra Fredda – sta portando la Federazione a rendere sempre più espliciti i propri interessi globali e la necessità di difenderli su scala planetaria.

Amedeo Maddaluno

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Cuba in 30 secondi

Fumatevi un Cohiba mentre prendete in considerazione il cuore del problema.

La ragione principale che porta al patetico tentativo di rivoluzione colorata a Cuba – con il pieno sostegno del Dipartimento di Stato dello Stupidistan – è stato il BLOQUEO, cioè l’embargo americano, recentemente condannato da virtualmente ogni nazione dell’Assemblea Generale dell’ONU. Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez Parrilla, ha rimarcato il fatto che il BLOQUEO è costato non meno di 9 miliardi di dollari all’economia cubana dal 2019 (il 10% del PIL) e non meno di 17 miliardi di dollari durante gli ultimi cinque anni. E pur tuttavia un’isola orgogliosa con un PIL di soltanto 90 miliardi di dollari fa tremare di paura il codardo Impero del Caos. Lo scandalo del BLOQUEO include tali semplici malvagità come ad esempio proibire a Western Union di gestire le rimesse straniere verso Cuba. E poi ci sono quelle miriadi di sanzioni imperiali applicate contro il Venezuela, storico alleato cubano.

Il governo cubano di Diaz Canel ha tentato ogni cosa. L’anno scorso hanno cambiato la politica monetaria con doppia circolazione e quest’anno hanno proibito l’uso del dollaro statunitense per le transazioni locali. I salari sono aumentati del 500% a gennaio. Ma quando abbiamo avuto quegli eccessi di pesos in combinazione con produzione calante e deficit fiscale si è generato un disastro sconosciuto a Cuba: l’inflazione. L’Avana stava mettendo in conto delle cose che non sono mai accadute: una distensione con gli USA (i supervisori di Crash Test Dummy [perifrasi scherzosa riferita al Presidente Joe Biden – n.d.c.] non lo hanno permesso); una ripresa del turismo internazionale (non possibile con l’isteria da Covid ancora scatenata); e un rialzo del prezzo delle merci (al contrario: lo zucchero, la principale fonte di export di Cuba, è collassato al più basso livello dei più bassi livelli raggiunti nei primi anni duemila). Nel frattempo, le rimesse nel 2020 sono scese del 37% rispetto al 2019.

La Russia e la Cina possono essere d’aiuto? Non molto – perché hanno esportazioni più che a sufficienza da Cuba sotto forma di servizi (nei campi della medicina ed istruzione). È tutta un’altra storia rispetto al secolo scorso, quando il 72% del commercio dipendeva dall’Unione Sovietica. Poi venne il PERIODO ESPECIAL, in cui il genio di Fidel riuscì a tenere aperta la partita. Attualmente il Venezuela – l’alleato strategico – conta solo per il 17% del commercio cubano, seguito da Cina, Spagna, Messico e Canada. Tuttavia ciò non è sufficiente per pagare i conti.

Ma voglio che sia chiaro quando finirete di fumare il vostro Cohiba: la crisi cubana si basa tutta sul BLOQUEO dello Stupidistan.

Pepe Escobar

(Fonte – traduzione a cura della redazione)

Diffondere i “diritti umani” sulla punta della baionetta: l’agenda LGBT è diventata una strumento della politica estera occidentale nel mondo

Di Glenn Diesen, docente presso l’Università della Norvegia sud-orientale e redattore della rivista Russia in Global Affairs.

Quando si tratta di questioni di “diritti umani” e libertà individuali, ogni Paese del mondo prende una posizione diversa. Cultura, religione e nazionalità giocano tutti i loro ruoli, ma ora è chiaro che l’Occidente vuole cambiare questo.

Martedì [30 giugno u.s. – n.d.c.], il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha twittato un’immagine della bandiera dell’orgoglio arcobaleno issata fuori dal Dipartimento di Stato a Washington, scrivendo che la commemorazione di due importanti eventi LGBT “ci ricorda quanto lontano siamo arrivati – e quanto ancora abbiamo bisogno da raggiungere, a casa e in tutto il mondo.” La parola chiave qui è “in tutto il mondo”.

Mentre l’Occidente eleva le questioni LGBT a misura più alta della moralità, riorganizzando di conseguenza la sua cultura, si pone la domanda: come si manifesterà questo nella politica estera? I valori sono schierati come uno strumento efficace nella politica del potere occidentale, con la democrazia liberale additata come una norma egemonica che consente a Paesi come gli Stati Uniti di guidare il mondo e di esentarsi dal diritto internazionale.

Anche la CIA ora si sta ribattezzando come un’organizzazione guidata dalla difesa dei diritti LGBT, il che è una chiara indicazione che la celebrazione dei “nostri” valori retti sarà presto espressa come derisione e attacco all'”altro”.

Qual è la differenza tra una politica estera “basata sui valori” e una missione civilizzatrice volta a minare la sovranità e le culture di altri Stati? Nell’era post Guerra Fredda, l’Occidente legittima esplicitamente l’egemonia, le gerarchie e la disuguaglianza di sovranità nella difesa dei valori universali liberali democratici. Il mondo si sta dirigendo verso una forma sveglia di imperialismo?

Risvegliare i valori come norma egemonica?

Le ideologie tendono a fare appello a grandi ideali come la libertà e la ragione, ma allo stesso tempo possono dividere il mondo in buoni e cattivi, lasciando poco spazio alla libertà o alla ragione.

Manca un dibattito aperto e democratico sulla misura in cui i valori liberali moderni sono universali. È, ad esempio, ragionevole chiedersi se la chirurgia di riassegnazione di genere o il trattamento ormonale per i bambini sia un valore universalmente riconosciuto che abbraccia tutte le culture e come i diversi Stati bilanciano il consenso e il coinvolgimento dei genitori.

Sembra anche ragionevole discutere se le persone nate maschi dovrebbero essere autorizzate a competere negli sport come donne e l’impatto che ciò avrebbe sugli sport femminili. L’ideologia ha ridotto queste discussioni all’amore contro l’odio, il che suggerisce che il dissenso è inammissibile. Qui sta il potere dell’ideologia che è troppo seducente per tenersi fuori dalla politica estera.

L’Ungheria ha recentemente approvato una legge che vieta la promozione degli stili di vita LGBT ai bambini. Il suo primo ministro, Viktor Orban, sostiene di essere stato in precedenza un forte promotore dei diritti dei gay e questa legge ha lo scopo di proteggere bambini e genitori da materiale sessuale. Poiché l’UE ritiene che si tratti di una questione di valori universali, ogni discussione sfumata è stata saltata e si è invece passati direttamente a parlare di punizione.

Mark Rutte, il primo ministro dei Paesi Bassi, ha dichiarato: “Il mio obiettivo è mettere in ginocchio l’Ungheria su questo tema” e ha chiesto l’espulsione dell’Ungheria dall’UE. Il presidente francese ha sostenuto che Bruxelles non dovrebbe mostrare “nessuna debolezza” nell’affrontare l’Ungheria. Nessun senso di ironia era evidente quando l’UE ha condannato l’Ungheria per “autoritarismo”. Il mantra ideologico di “diversità e inclusione” ironicamente non accetta diversità di valori per culture millenarie e non include Stati con valori compatibili.

Russia contro Occidente

Nel corso della storia, l’Occidente ha cercato di dimostrare la propria superiorità di civiltà paragonandosi alla presunta barbarie russa. Per secoli, l’etnicità è stata al centro mentre l'”Europa” civilizzata era in contrasto con la Russia “asiatica”. Il presunto opposto della libertà e della civiltà occidentale era questa schiavitù e barbarie orientali, che gradualmente divennero una parte fondamentale dell’ideologia liberale.

Attraverso questo prisma, alla Russia è stato permesso di svolgere due ruoli: o un umile apprendista della civiltà occidentale, o una forza contro la civiltà che deve essere contenuta o sconfitta.

All’inizio del XVIII secolo, Pietro il Grande stabilì la Russia come una grande potenza e avviò una rivoluzione culturale per europeizzare il suo Paese. Gli europei occidentali hanno applaudito Pietro per aver adottato il ruolo di “studente” che avrebbe civilizzato la Russia, secondo gli standard europei.

All’inizio degli anni ’90, la Russia mirava ancora una volta a “tornare” in Europa adottando il capitalismo e una forma di democrazia. L’Occidente ha nuovamente applaudito all’accettazione da parte di Mosca della relazione insegnante-studente, sebbene abbia rifiutato l’inclusione della Russia nell’architettura di sicurezza europea in qualsiasi misura tale da comportare l’uguaglianza di sovranità.

Il rifiuto del ruolo di secondo violino della civiltà per l’Occidente, e l’implicita disuguaglianza di sovranità che ne deriverebbe, ha comportato ancora una volta un ritorno al contenimento e al confronto. Mosca rimane quindi scettica su qualsiasi politica estera inquadrata come una missione civilizzatrice.

L’autoritarismo liberale

Da allora, l’impegno dell’Occidente per un sistema internazionale “basato sui valori” ha significato riorganizzare e propagandare artificialmente tutta la politica come competizione tra democrazia liberale e autoritarismo. Il diritto internazionale, con uguale rispetto per gli Stati, viene smantellato e sostituito con il cosiddetto ‘sistema internazionale basato su regole’. Questo è dipinto come un’estensione del diritto internazionale, ma in realtà ne è l’antitesi. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha recentemente commentato: “La bellezza di queste ‘regole’ occidentali sta proprio nel fatto che mancano di un contenuto specifico”.

Gli standard strategicamente ambigui sono progettati per consentire ai Paesi della NATO di decidere quando le regole sono state infrante e quindi punire unilateralmente coloro che sono contrari ai loro valori.

Il sistema internazionale basato su regole è utilizzato dall’Occidente per sorvegliare il resto del mondo, motivo per cui non si applica all’arresto del fondatore di WikiLeaks Julian Assange o alle accuse di tradimento mosse contro il leader dell’opposizione ucraina Viktor Medvedchuk. Esenta anche Guantanamo Bay, la saga di Stuxnet, la sorveglianza di massa della NSA, la censura digitale, lo smembramento della Serbia o le centinaia di migliaia di persone che sono morte nelle “guerre umanitarie” illegali degli Stati occidentali. La responsabilità dei Paesi della NATO di sostenere il sistema basato su regole viene invece utilizzata come motivo per esentarsi da queste regole.

Sotto il velo della responsabilità di sostenere disinteressatamente i valori, i membri del blocco possono discutere in modo così casuale dei modi per rovesciare i governi stranieri con sanzioni economiche o potere militare.

Verso il risveglio dell’imperialismo?

L’imperialismo umanitario si evolverà nella nuova forma di imperialismo? Non sembra inverosimile che i valori risvegliati saranno assorbiti nell’attuale missione di civilizzazione liberaldemocratica di rifare il mondo a immagine dell’Occidente. L’obiettivo “mettere in ginocchio l’Ungheria” può trasformarsi in sovversione, operazioni di cambio di regime o guerre LGBT?

Nell’attuale era di autoritarismo liberale, gli Stati Uniti stanno collaborando con l’Arabia Saudita per combattere per i diritti umani siriani occupando il territorio del Paese, collaborando con gruppi jihadisti, rubando il petrolio di cui Damasco ha bisogno per finanziare la ricostruzione e rubando il grano necessario per la sopravvivenza dei civili.

I diritti delle minoranze sessuali sono un argomento importante per qualsiasi società, ma c’è ovviamente un grave problema di cinismo quando la bandiera arcobaleno viene issata sulle basi militari statunitensi.

[Fonte – alcune lievi modifiche alla traduzione dell’originale in lingua inglese sono del curatore del blog]

Ce lo chiede l’America

Manlio Dinucci, analista geopolitico ed esperto di questioni militari, ricorda come nel silenzio assoluto del nostro sistema informativo si stiano svolgendo adesso esercitazioni militari internazionali a guida statunitense a ridosso del territorio russo: “In Italia non esiste un dibattito degno di questo nome intorno a questioni decisive che riguardano la sicurezza di tutti noi”.

E’ iniziata la Nuova Guerra Fredda

Il fatto che ci troviamo all’interno di una partita tutta politica, o meglio ancora geopolitica, piuttosto che sanitaria, lo si può evincere da diversi fattori, anche se forse quello più eclatante può essere individuato nel rifiuto a priori del siero russo. Dopo aver tramortito la popolazione con il waterboarding sociale e una campagna propagandistica senza precedenti, hanno iniziato ad inoculare nelle braccia delle povere cavie umane, farmaci di dubbia efficacia e ancor più dubbia sicurezza (i risultati della relazione clinica dovrebbero essere disponibili entro il 2023, anche se ad oggi non risulta chiaro se esista un gruppo di controllo dell’esperimento al quale starebbero iniettando il placebo). Non solo, dopo le notizie allarmanti riguardanti alcuni sieri, sono arrivati addirittura ad autorizzare dei mix improbabili di farmaci da accettare al buio, visto che le stesse case farmaceutiche dichiarano di non aver ancora studiato le eventuali interazioni tra diversi prodotti. Tutto insomma, pur di non approvare il prodotto russo (hanno così a cuore la nostra salute che prima di arrivare ad autorizzarlo, potrebbero essere tentati di fare un giro anche con il cianuro di sodio). Oramai dovrebbe essere evidente che questa volta alla costruzione del Muro ci stanno pensando gli Occidentali; il loro sarà un muro invisibile e per questo ancora più insidioso. Un muro sanitario-burocratico che di fatto sancirà una nuova divisione del mondo tra Est e Ovest e che al posto delle torrette con i VoPos avrà lettori ottici di QR Code e norme ambientali che di fatto impediranno alle imprese dell’Est di commerciare od operare nel cosiddetto Occidente allargato. E’ iniziata la Nuova Guerra Fredda.

Giorgio Bianchi