Le avventure di Edoardo Cimanevosa

Liberamente ispirate ad Errore di sistema, di Edward Snowden, Longanesi.

Gli esperti di informatica e la comunità dell’Intelligence
Gli informatici sono ben consapevoli di possedere conoscenze che consentono loro di agire e decidere per conto di tante altre persone, con quella certa arroganza di chi non viene sottoposto a giudizio e al tempo stesso maneggia strumenti incapaci di giudicare.
L’industria informatica e la comunità dell’Intelligence sono due poteri autoreferenziali e gelosi di quanto avviene solitamente al loro interno, certi di poter risolvere qualunque problema con modalità che non temono di usare arbitrariamente, e sono soprattutto convinti che le proprie soluzioni siano di buon senso perché solamente fondate su dati, invariabilmente ritenuti molto più attendibili delle opinioni della gente.
I membri dell’Intelligence così come gli esperti di informatica scontano una psicologia affine, perché gli uni e gli altri possono accedere ai dietro alle quinte degli accadimenti storici, e ciò può sconvolgere anche i più equilibrati fra loro. Improvvisamente, in quanto tenuti a mentire, occultare, fingere di pensare una cosa per l’altra, finiscono per sentirsi parte come di una tribù i cui membri si percepiscono molto più devoti all’istituzione che alle norme.

Le ambasciate
In questo mondo di comunicazioni in tempo reale ed aerei supersonici, che siano principalmente la base delle attività di spionaggio di un Paese nei confronti di quello ospitante è un segreto di Pulcinella. Mentre i Presidenti sono i veri artefici della diplomazia, le ambasciate svolgono ruoli secondari, quali prestare assistenza ai propri cittadini all’estero e occuparsi di visti e passaporti tramite le strutture consolari, che normalmente occupano spazi distinti. Si tratta ad ogni modo di incombenze per cui non sono giustificate le relative spese di mantenimento, queste diventano comprensibili solo considerando il ruolo di copertura che le ambasciate rivestono verso le attività di intelligence.

Internet
Finché si vive negli USA non ci si rende conto che la Rete è cosa americana tanto quanto il baseball, la qual cosa attribuisce alla comunità dell’Intelligence un vantaggio competitivo. L’infrastruttura di Internet è talmente a stelle e strisce che la quasi totalità del traffico in rete del mondo dipende da tecnologie approntate e gestite da governo e aziende USA, e che spesso sono anche localizzate sul territorio degli Stati Uniti. Nonostante i tentativi di Cinesi e Russi di spezzare questo monopolio, gli USA continuano ad avere il controllo dei mezzi per accendere o spegnere la Rete.
Internet è yankee anche per i programmi, l’hardware, i processori nonché per le piattaforme che si occupano di posta elettronica, reti sociali etc., nonostante alcuni dei dispositivi siano prodotti all’estero. Da aziende americane, che oltre ad essere soggette alle leggi del proprio Paese, sono sottoposte anche alle politiche segrete dello stesso…

Il cloud
Non ha più importanza il tipo di hardware che utilizziamo, perché i nostri dati sono concentrati in magazzini virtuali creati e gestiti da specifiche aziende che hanno edificato un sistema informatico collettivo le cui singole parti sono a prova di violazione. In tal maniera, però, i dati non sono più veramente nostri, ma delle aziende di cui sopra, che possono gestirli a loro piacimento, per scopi a noi ignoti.
I termini di uso del servizio, col passare degli anni, sono divenuti sempre più lunghi e sempre meno comprensibili. Talvolta non ci accorgiamo di lasciare alle società di cloud computing la possibilità di scegliere quali tipologie di dati mantenere, e quali altre cancellare, magari perché sono ad esse ostili. Se non ne conserviamo una copia in un archivio personale, alcuni dati potrebbero essere persi irrimediabilmente; nell’eventualità che una parte di essi sia ritenuta non idonea o illecita, potrebbero persino verificarsi casi di cancellazione del proprio account, mentre i dati sarebbero comunque conservati e magari anche resi noti alle autorità. E ciò potrebbe avvenire a prescindere da una preventiva richiesta di autorizzazione al loro proprietario e senza neppure informarlo al riguardo: la proprietà dei dati tanto più è privata, tanto meno risulta difesa.

Il Sistema di Sorveglianza di Massa
Quando digitate l’indirizzo di un sito e premete il tasto “invio”, state facendo una richiesta diretta a un server di destinazione. Prima di arrivarvi, durante il suo tragitto la richiesta incontra Turbolenza, uno degli strumenti più efficaci a disposizione dalla National Security Agency (NSA).
In particolare, la richiesta attraversa una struttura “filtro” alta come una libreria, installata negli impianti dei principali gestori di telecomunicazioni dei Paesi nell’orbita americana, come nelle strutture ed organizzazioni diplomatiche e militari USA. Il filtro si avvale di una funzione di raccolta/copia dei dati di passaggio detta Tumulto e di una funzione di raccolta/interferenza detta Turbina. Tumulto agisce come la guardia di un luogo di transito che esamina i metadati della vostra richiesta secondo alcuni parametri arbitrariamente stabiliti dalla NSA e che l’Agenzia usa per rilevare qualunque fattore a suo dire sospetto. Se Tumulto, quindi, giudica tale richiesta degna di considerazione la trasmette a Turbina e da lì verso i server della NSA, dove si decide quali codici maligni (malware) utilizzare contro il mittente. Il malware selezionato viene inserito da Turbina nel canale di traffico fino ad arrivare al mittente con il risultato della richiesta, il sito che volevate raggiungere. In un battibaleno, insieme ai contenuti che intendevate consultare vi giunge una sorveglianza di cui sarete del tutto inconsapevoli ma che consentirè all’Agenzia di avere accesso non solo ai vostri metadati ma pure ai vostri dati più intimi.

“Canc”
Quando volete eliminare alcuni file inutili o diventati superflui, i messaggi di una vecchia fiamma o amante, gli inviti a manifestazioni cui avete partecipato, la cronologia dei luoghi attraversati o alcuni dei dati che conservate nel cloud, premete il tasto “Cancella” ed i relativi file paiono scomparire.
Tecnologicamente parlando, però, la cancellazione non esiste; è una finzione che ci viene colpevolmente raccontata per tranquillizzarci. I dati eliminati scompaiono dalla vista ma non dal disco fisso del vostro pc o dal cloud. Quando premete “Cancella”, semplicemente viene riscritta la cosiddetta file table del disco, cioé la mappa che serve al pc per sapere dove è conservato quel dato. Il documento si può paragonare ad un libro fuori dalla sua collocazione in biblioteca, ma che può essere rintracciato da chi lo cerchi con insistenza.
Ce lo insegna l’esperienza: quando copiamo un file l’operazione ha una certa durata mentre la cancellazione del medesimo documento è praticamente immediata, perché in realtà in questo secondo caso lo abbiamo solo “nascosto”. Nascosto solo a chi non sa dove posare il proprio sguardo.

Uno, nessuno, centomila
Oggi poca importanza ha il fatto di trovarsi fisicamente in un luogo piuttosto di un altro, visto che i nostri dati circolano attraverso canali telematici, se pur teoricamente vincolati alle leggi del Paese in cui transitano. Le tracce di una esistenza vissuta in Svizzera potrebbero ritrovarsi nella Beltway, la zona rappresentata da Washington e dalle sue periferie. Le foto e i video di una cerimonia svoltasi in Giappone potrebbero rintracciarsi in Australia oppure essere caricati sul cloud di Apple, che si trova in parte in Carolina del Nord e per il resto è suddiviso sui server di Amazon, Google, Microsoft etc. sparpagliati tra Paesi europei ed asiatici. I nostri dati personali vagabondano per il Pianeta.
Cominciamo a produrne già prima di venire al mondo, quando le nostre madri vengono sottoposte ad una ecografia, e proliferano pure dopo la nostra dipartita. In tutto ciò, la memoria di quanto decidiamo coscientemente di conservare costituisce solo una minima percentuale dei dati che ci sono stati rubati da parte dei sistemi di sorveglianza di massa. Le attuali generazioni di uomini sono le prime alle quali viene conferita una sorta di immortalità in virtù della registrazione permanente dei propri dati.
Se abbiamo una missione speciale da compiere, è quella che le tracce del nostro vissuto non possano essere utilizzate da qualche potere malevolente come armi puntate verso di noi e i nostri discendenti.

“Oggi Internet è diventata irriconoscobile”

Dalla prefazione di Errore di sistema, di Edward Snowden, Longanesi, 2019.
Cliccare sull’immagine per ingrandirla oppure sulla copertina del libro, per leggere la prefazione in versione integrale dal sito dell’editore.

L’Italia è un protettorato USA

Conferenza di Daniele Ganser, svoltasi a Bologna lo scorso 12 febbraio 2019.
Ganser è uno storico svizzero, ricercatore presso il Centro per gli Studi sulla Sicurezza (CSS) dell’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia (ETH) di Zurigo, nonché autore di La storia come mai vi è stata raccontata. Gli eserciti segreti della NATO, Fazi Editore (2018).

Bologna chiama Ustica

La strage di Bologna? L’ex terrorista Vinciguerra: “Nata per ‘spegnere’ quella di Ustica”

La strage di Bologna è stata ideata per ‘spegnere’ quella di Ustica. Rispondendo alle domande della Procura, lo dice oggi [16/10/2019 – n.d.r.] al processo Cavallini in corso in Corte d’Assise a Bologna Vincenzo Vinciguerra, ex terrorista di destra membro all’epoca di Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo.
Incalza in aula rivolto al teste il pm Antonello Gustapane, chiedendo di spiegare meglio: “Lei dice ‘la strage di Bologna non nasce dalla crisi della destra’, di fronte al giudice istruttore Grassi, nell’interrogatorio del 30 aprile ’94”. Risponde Vinciguerra: “L’obiettivo del periodo ’69-’74 era fallito, perché non c’erano stati abbastanza morti nelle stragi precedenti. La strage di Bologna nasce per un motivo specifico, e questa è una mia opinione: collego la strage di Bologna alla strage di Ustica, per la necessità imperiosa di spegnere i riflettori sulla strage di Ustica. Dopo la strage di Bologna- puntualizza Vinciguerra- Ustica scompare dai tg e dai giornali”.
“Se non si fosse speso mezzo secolo a trovare terroristi neri che attaccavano lo Stato, ma si fosse passato mezzo secolo a chiedere conto ai vertici dei ministri di Interni, Difesa e dello stato maggiore della Difesa, forse oggi la verità ci sarebbe”. È un altro passaggio dell’audizione dell’ex terrorista Vincenzo Vinciguerra, sentito oggi come testimone al processo Cavallini in Corte d’Assise a Bologna.
Anche Vinciguerra, dunque, non svela in udienza i collegamenti tra Ordine Nuovo e i NAR. Interrogato dal pm Antonello Gustapane, che lo incalza sulla base dei vecchi interrogatori degli anni ’80 e ’90 sulla strage alla stazione del 2 agosto 1980 (85 morti e oltre 200 feriti), Vinciguerra, esponente all’epoca di Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo, non ha risposto e per questo è stato richiamato dal presidente della Corte, il giudice Michele Leoni.
“Insiste- si rivolge Gustapane a Vinciguerra in aula- nel non voler dire da chi aveva saputo che Fioravanti e Cavallini fungevano da collegamento tra Signorelli, Calore e Fachini?”. Dopo che il teste risponde in sostanza che “sono passati tanti anni” e che “forse è meglio lasciarli tranquilli”, prende la parola Leoni ricordando che “i familiari delle vittime non saranno mai tranquilli“.
Quindi continua Vinciguerra sui responsabili della strage: “E’ sbagliato circoscrivere la verità solo ai portatori di valigie. Le responsabilità politiche non sono state mai nemmeno sfiorate, esaminate. I familiari delle vittime hanno avuto una sola ricompensa, che sono stati trovati i portatori di valigie”. Ma allora, procede Gustapane rivolto a Vinciguerra, “perché non dà un contributo” alla verità? Risponde il testimone: “Il mio contributo lo do da anni con una ricostruzione storica, sulla base di una serie di elementi. Si è fatto un errore per mezzo secolo. Dal 1946, dalla fondazione del Movimento Sociale Italiano, l’estrema destra ha scelto di stare dalla parte dello Stato e quindi ha scelto di stare dalla parte dei suoi apparati”.
“Mi disse chiaramente ‘sono stati loro’. Me lo disse Johann Hirsch in carcere“. Così Vincenzo Vinciguerra oggi in aula riporta quello che gli riferì in carcere a Volterra un malavitoso austriaco, in cella all’epoca per traffico di droga: ossia, che i responsabili della strage erano effettivamente i giovani dei NAR.
Vinciguerra è stato incalzato dal pm Antonello Gustapane, che ha ripescato i vecchi verbali a tema. Sentito per la prima volta sulla strage di Bologna il 29 giugno 1984, “disse- si rivolge il pm in aula al testimone- che nulla sapeva per conoscenza diretta sulla strage di Bologna. Successivamente, però, il 10 agosto ’84, il 21 dicembre ’84 e nell’interrogatorio dell’11 gennaio 1986, al giudice istruttore Zincani, disse che aveva avuto notizie sulla strage che in quel momento non voleva rivelare, in particolare da tre persone che non voleva indicare”.
Vinciguerra si concentra proprio sul detenuto austriaco: “Era un delinquente comune, mi ha detto chiaramente ‘sono stati loro’. Era malavitoso, uno spacciatore di droga”. La difesa di Cavallini, per iniziativa dell’avvocato Gabriele Bordoni, chiede però come mai Vinciguerra non reagì all’affermazione del ‘collega’ chiedendo di più. “Non ho cominciato a fare domande io. Farle in carcere non è salutare”, risponde Vinciguerra.
“Non ho mai conosciuto né mai incontrato Cavallini, non ho mai parlato con lui. E neanche con Fioravanti e Mambro”, dice Vincenzo Vinciguerra in aula durante il processo che vede imputato per concorso alla strage della stazione l’ex NAR Gilberto Cavallini. Dunque Vinciguerra, membro all’epoca di Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo, dice di non aver conosciuto né Cavallini né Valerio Fioravanti né Francesca Mambro, questi ultimi due condannati in via definitiva come esecutori della strage alla stazione, ma pure Paolo Bellini, l’ex ‘primula nera’ di Avangardia Nazionale, Vinciguerra dice di non conoscerlo: “Era in Avanguardia Nazionale? Non so, non conosco il personaggio Bellini”, risponde il teste.
Luca Donigaglia

(Fonte)

MH-17, verità negate

“Le cosiddette indagini sul disastro MH-17 rappresentano un caso di studio, anche se uno abbastanza rozzo a causa dei rozzi metodi di guerra dell’informazione dell’Ucraina. Ma è evidente che quasi tutte le “prove” che coinvolgono la Russia o gli insorti della Novorussia sono state preparate dai servizi segreti ucraini, poi riciclate attraverso i social media, prima di essere presentate ai pubblici occidentali come la verità, l’unica verità, e nient’altro che la verità.”
(Fonte)

Imperi di polvere

La civiltà globalizzata nasce simbolicamente nel 1944 con la conquista americana di Roma, la più antica capitale dell’Occidente. Imperi di polvere, al di là dei falsi miti della storia ufficiale, narra le vicende di agenti CIA che, durante la Guerra Fredda, operano per imporre in Europa il modello culturale americano e l’egemonia linguistica dell’inglese.
Il potere dei Presidenti viene progressivamente annullato consegnandolo ai poteri forti che condizionano le decisioni fondamentali dell’umanità. L’assassinio dei fratelli Kennedy è l’epilogo di un dramma che ci lascia il vuoto di una cultura unica senza senso e senza scopo.
Un romanzo coraggioso, basato su fatti autentici, che svela cose e fatti sconosciuti.

Imperi di polvere,
di Claudio Mauri
Edizioni Solfanelli, pp. 168, € 14

Claudio Mauri ha collaborato dagli anni Ottanta alle pagine culturali di giornali e riviste, in particolar modo a quelle de Il Giornale e il Giorno.
Nel 1982 e nel 1983 ha pubblicato le biografie di due famosi giornalisti: Montanelli l’eretico e Il cittadino Scalfari, entrambe edite da Sugarco. Nel 1992 ha scritto il saggio Le geometrie frattali di Gadda (KOS, n. 87) e nel 1997 è stato finalista al Premio Letterario Arturo Loria con il racconto Il segreto.
Nel 2005 ha pubblicato La catena invisibile (Mursia), romanzo storico basato su testimonianze autentiche e una lunga ricerca documentaria, incentrato sul tema del “fascismo magico”. L’anno successivo sono apparsi i suoi saggi Tre attentati al Duce: una pista esoterica e Aleister Crowley in Italia (in Esoterismo e fascismo, Edizioni Mediterranee, 2006).
Nel 2013 ha pubblicato il libro Milano su una nuvola, una raccolta di poesie dedicate alla sua città, nel 2014 e nel 2015 i testi teatrali Il male viene dal cielo (edito da Tabula Fati, parla della strage di 184 scolari milanesi ad opera dell’aviazione statunitense durante il bombardamento del 20 ottobre 1944) e Il naufragio della notte.

La guerra che ci fanno

«Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre». A dirlo, nel lontano 1858, fu il presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln. E da allora l’apparato politico-militare del suo Paese deve averlo preso molto sul serio, garantendo la difesa degli interessi di un pugno di industriali, possidenti e speculatori grazie a un esercito dotato di una forza d’urto senza precedenti nella storia dell’umanità. Ma se non esiste luogo del mondo che non sia costretto a fare amaramente i conti con i colonizzatori del pianeta, Raúl Capote spiega come la forza delle armi sia in realtà subordinata all’uso di una forza ancora più grande: la forza espressa grazie alla cultura, alla musica, ai mezzi d’informazione e alla propaganda, vale a dire la vera arma segreta – spesso invisibile – di cui di servono gli Stati Uniti. Passando in rassegna quella che è la lunga storia di colonizzazione culturale a stelle e a strisce e forte della sua personale esperienza di ex agente segreto infiltrato nella CIA, Capote dà voce alla storia mai raccontata della dominazione statunitense sul resto del mondo e, in modo particolare, su Cuba e l’America Latina. La storia di una guerra sporca, capace di strumentalizzare, corrompere e piegare ai propri fini interi movimenti giovanili e prestigiose istituzioni culturali. Ma, allo stesso tempo, anche il punto debole dell’ideologia consumistica che pervade e corrompe l’imperialismo degli USA, contro cui questo libro è stato scritto e pubblicato.

La guerra che ci fanno. La storia mai raccontata della CIA e della dominazione statunitense sul resto del mondo,
di Raúl Antonio Capote.
A cura di Claudia Proietti, Red Star Press, pp. 256, € 16

Raúl Antonio Capote, nato a L’Avana nel 1961, dal 1990 al 2000 riesce a infiltrarsi nella CIA, contribuendo così a depotenziare le manovre con le quali gli Stati Uniti tentano di destabilizzare Cuba.
Professore di storia, cultura e letteratura cubana, ha pubblicato, tra le altre cose, il libro Un altro agente a L’Avana (2015), dedicato alla sua esperienza di agente segreto.