Cuba in 30 secondi

Fumatevi un Cohiba mentre prendete in considerazione il cuore del problema.

La ragione principale che porta al patetico tentativo di rivoluzione colorata a Cuba – con il pieno sostegno del Dipartimento di Stato dello Stupidistan – è stato il BLOQUEO, cioè l’embargo americano, recentemente condannato da virtualmente ogni nazione dell’Assemblea Generale dell’ONU. Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez Parrilla, ha rimarcato il fatto che il BLOQUEO è costato non meno di 9 miliardi di dollari all’economia cubana dal 2019 (il 10% del PIL) e non meno di 17 miliardi di dollari durante gli ultimi cinque anni. E pur tuttavia un’isola orgogliosa con un PIL di soltanto 90 miliardi di dollari fa tremare di paura il codardo Impero del Caos. Lo scandalo del BLOQUEO include tali semplici malvagità come ad esempio proibire a Western Union di gestire le rimesse straniere verso Cuba. E poi ci sono quelle miriadi di sanzioni imperiali applicate contro il Venezuela, storico alleato cubano.

Il governo cubano di Diaz Canel ha tentato ogni cosa. L’anno scorso hanno cambiato la politica monetaria con doppia circolazione e quest’anno hanno proibito l’uso del dollaro statunitense per le transazioni locali. I salari sono aumentati del 500% a gennaio. Ma quando abbiamo avuto quegli eccessi di pesos in combinazione con produzione calante e deficit fiscale si è generato un disastro sconosciuto a Cuba: l’inflazione. L’Avana stava mettendo in conto delle cose che non sono mai accadute: una distensione con gli USA (i supervisori di Crash Test Dummy [perifrasi scherzosa riferita al Presidente Joe Biden – n.d.c.] non lo hanno permesso); una ripresa del turismo internazionale (non possibile con l’isteria da Covid ancora scatenata); e un rialzo del prezzo delle merci (al contrario: lo zucchero, la principale fonte di export di Cuba, è collassato al più basso livello dei più bassi livelli raggiunti nei primi anni duemila). Nel frattempo, le rimesse nel 2020 sono scese del 37% rispetto al 2019.

La Russia e la Cina possono essere d’aiuto? Non molto – perché hanno esportazioni più che a sufficienza da Cuba sotto forma di servizi (nei campi della medicina ed istruzione). È tutta un’altra storia rispetto al secolo scorso, quando il 72% del commercio dipendeva dall’Unione Sovietica. Poi venne il PERIODO ESPECIAL, in cui il genio di Fidel riuscì a tenere aperta la partita. Attualmente il Venezuela – l’alleato strategico – conta solo per il 17% del commercio cubano, seguito da Cina, Spagna, Messico e Canada. Tuttavia ciò non è sufficiente per pagare i conti.

Ma voglio che sia chiaro quando finirete di fumare il vostro Cohiba: la crisi cubana si basa tutta sul BLOQUEO dello Stupidistan.

Pepe Escobar

(Fonte – traduzione a cura della redazione)

Diffondere i “diritti umani” sulla punta della baionetta: l’agenda LGBT è diventata una strumento della politica estera occidentale nel mondo

Di Glenn Diesen, docente presso l’Università della Norvegia sud-orientale e redattore della rivista Russia in Global Affairs.

Quando si tratta di questioni di “diritti umani” e libertà individuali, ogni Paese del mondo prende una posizione diversa. Cultura, religione e nazionalità giocano tutti i loro ruoli, ma ora è chiaro che l’Occidente vuole cambiare questo.

Martedì [30 giugno u.s. – n.d.c.], il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha twittato un’immagine della bandiera dell’orgoglio arcobaleno issata fuori dal Dipartimento di Stato a Washington, scrivendo che la commemorazione di due importanti eventi LGBT “ci ricorda quanto lontano siamo arrivati – e quanto ancora abbiamo bisogno da raggiungere, a casa e in tutto il mondo.” La parola chiave qui è “in tutto il mondo”.

Mentre l’Occidente eleva le questioni LGBT a misura più alta della moralità, riorganizzando di conseguenza la sua cultura, si pone la domanda: come si manifesterà questo nella politica estera? I valori sono schierati come uno strumento efficace nella politica del potere occidentale, con la democrazia liberale additata come una norma egemonica che consente a Paesi come gli Stati Uniti di guidare il mondo e di esentarsi dal diritto internazionale.

Anche la CIA ora si sta ribattezzando come un’organizzazione guidata dalla difesa dei diritti LGBT, il che è una chiara indicazione che la celebrazione dei “nostri” valori retti sarà presto espressa come derisione e attacco all'”altro”.

Qual è la differenza tra una politica estera “basata sui valori” e una missione civilizzatrice volta a minare la sovranità e le culture di altri Stati? Nell’era post Guerra Fredda, l’Occidente legittima esplicitamente l’egemonia, le gerarchie e la disuguaglianza di sovranità nella difesa dei valori universali liberali democratici. Il mondo si sta dirigendo verso una forma sveglia di imperialismo?

Risvegliare i valori come norma egemonica?

Le ideologie tendono a fare appello a grandi ideali come la libertà e la ragione, ma allo stesso tempo possono dividere il mondo in buoni e cattivi, lasciando poco spazio alla libertà o alla ragione.

Manca un dibattito aperto e democratico sulla misura in cui i valori liberali moderni sono universali. È, ad esempio, ragionevole chiedersi se la chirurgia di riassegnazione di genere o il trattamento ormonale per i bambini sia un valore universalmente riconosciuto che abbraccia tutte le culture e come i diversi Stati bilanciano il consenso e il coinvolgimento dei genitori.

Sembra anche ragionevole discutere se le persone nate maschi dovrebbero essere autorizzate a competere negli sport come donne e l’impatto che ciò avrebbe sugli sport femminili. L’ideologia ha ridotto queste discussioni all’amore contro l’odio, il che suggerisce che il dissenso è inammissibile. Qui sta il potere dell’ideologia che è troppo seducente per tenersi fuori dalla politica estera.

L’Ungheria ha recentemente approvato una legge che vieta la promozione degli stili di vita LGBT ai bambini. Il suo primo ministro, Viktor Orban, sostiene di essere stato in precedenza un forte promotore dei diritti dei gay e questa legge ha lo scopo di proteggere bambini e genitori da materiale sessuale. Poiché l’UE ritiene che si tratti di una questione di valori universali, ogni discussione sfumata è stata saltata e si è invece passati direttamente a parlare di punizione.

Mark Rutte, il primo ministro dei Paesi Bassi, ha dichiarato: “Il mio obiettivo è mettere in ginocchio l’Ungheria su questo tema” e ha chiesto l’espulsione dell’Ungheria dall’UE. Il presidente francese ha sostenuto che Bruxelles non dovrebbe mostrare “nessuna debolezza” nell’affrontare l’Ungheria. Nessun senso di ironia era evidente quando l’UE ha condannato l’Ungheria per “autoritarismo”. Il mantra ideologico di “diversità e inclusione” ironicamente non accetta diversità di valori per culture millenarie e non include Stati con valori compatibili.

Russia contro Occidente

Nel corso della storia, l’Occidente ha cercato di dimostrare la propria superiorità di civiltà paragonandosi alla presunta barbarie russa. Per secoli, l’etnicità è stata al centro mentre l'”Europa” civilizzata era in contrasto con la Russia “asiatica”. Il presunto opposto della libertà e della civiltà occidentale era questa schiavitù e barbarie orientali, che gradualmente divennero una parte fondamentale dell’ideologia liberale.

Attraverso questo prisma, alla Russia è stato permesso di svolgere due ruoli: o un umile apprendista della civiltà occidentale, o una forza contro la civiltà che deve essere contenuta o sconfitta.

All’inizio del XVIII secolo, Pietro il Grande stabilì la Russia come una grande potenza e avviò una rivoluzione culturale per europeizzare il suo Paese. Gli europei occidentali hanno applaudito Pietro per aver adottato il ruolo di “studente” che avrebbe civilizzato la Russia, secondo gli standard europei.

All’inizio degli anni ’90, la Russia mirava ancora una volta a “tornare” in Europa adottando il capitalismo e una forma di democrazia. L’Occidente ha nuovamente applaudito all’accettazione da parte di Mosca della relazione insegnante-studente, sebbene abbia rifiutato l’inclusione della Russia nell’architettura di sicurezza europea in qualsiasi misura tale da comportare l’uguaglianza di sovranità.

Il rifiuto del ruolo di secondo violino della civiltà per l’Occidente, e l’implicita disuguaglianza di sovranità che ne deriverebbe, ha comportato ancora una volta un ritorno al contenimento e al confronto. Mosca rimane quindi scettica su qualsiasi politica estera inquadrata come una missione civilizzatrice.

L’autoritarismo liberale

Da allora, l’impegno dell’Occidente per un sistema internazionale “basato sui valori” ha significato riorganizzare e propagandare artificialmente tutta la politica come competizione tra democrazia liberale e autoritarismo. Il diritto internazionale, con uguale rispetto per gli Stati, viene smantellato e sostituito con il cosiddetto ‘sistema internazionale basato su regole’. Questo è dipinto come un’estensione del diritto internazionale, ma in realtà ne è l’antitesi. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha recentemente commentato: “La bellezza di queste ‘regole’ occidentali sta proprio nel fatto che mancano di un contenuto specifico”.

Gli standard strategicamente ambigui sono progettati per consentire ai Paesi della NATO di decidere quando le regole sono state infrante e quindi punire unilateralmente coloro che sono contrari ai loro valori.

Il sistema internazionale basato su regole è utilizzato dall’Occidente per sorvegliare il resto del mondo, motivo per cui non si applica all’arresto del fondatore di WikiLeaks Julian Assange o alle accuse di tradimento mosse contro il leader dell’opposizione ucraina Viktor Medvedchuk. Esenta anche Guantanamo Bay, la saga di Stuxnet, la sorveglianza di massa della NSA, la censura digitale, lo smembramento della Serbia o le centinaia di migliaia di persone che sono morte nelle “guerre umanitarie” illegali degli Stati occidentali. La responsabilità dei Paesi della NATO di sostenere il sistema basato su regole viene invece utilizzata come motivo per esentarsi da queste regole.

Sotto il velo della responsabilità di sostenere disinteressatamente i valori, i membri del blocco possono discutere in modo così casuale dei modi per rovesciare i governi stranieri con sanzioni economiche o potere militare.

Verso il risveglio dell’imperialismo?

L’imperialismo umanitario si evolverà nella nuova forma di imperialismo? Non sembra inverosimile che i valori risvegliati saranno assorbiti nell’attuale missione di civilizzazione liberaldemocratica di rifare il mondo a immagine dell’Occidente. L’obiettivo “mettere in ginocchio l’Ungheria” può trasformarsi in sovversione, operazioni di cambio di regime o guerre LGBT?

Nell’attuale era di autoritarismo liberale, gli Stati Uniti stanno collaborando con l’Arabia Saudita per combattere per i diritti umani siriani occupando il territorio del Paese, collaborando con gruppi jihadisti, rubando il petrolio di cui Damasco ha bisogno per finanziare la ricostruzione e rubando il grano necessario per la sopravvivenza dei civili.

I diritti delle minoranze sessuali sono un argomento importante per qualsiasi società, ma c’è ovviamente un grave problema di cinismo quando la bandiera arcobaleno viene issata sulle basi militari statunitensi.

[Fonte – alcune lievi modifiche alla traduzione dell’originale in lingua inglese sono del curatore del blog]

Ce lo chiede l’America

Manlio Dinucci, analista geopolitico ed esperto di questioni militari, ricorda come nel silenzio assoluto del nostro sistema informativo si stiano svolgendo adesso esercitazioni militari internazionali a guida statunitense a ridosso del territorio russo: “In Italia non esiste un dibattito degno di questo nome intorno a questioni decisive che riguardano la sicurezza di tutti noi”.

BionTech: i misteri di Magonza e le fiabe del potere

Più si va avanti e più la costruzione artificiale della pandemia appare meno avvolta nella foschia, diventa un solido edifico che solo i ciechi volontari non vogliono vedere. Ieri l’occasione per una ricostruzione di eventi senza i velami dell’informazione mainstream è venuto dalla copertina dello Spiegel che senza alcuna vergogna parla dei vaccini a mRna come di “armi miracolose”. Ci vuole un bel coraggio che tuttavia a Der Spiegel non manca: basta andarsi a leggere il tono tronfio e serioso insieme con cui ha difeso la scelta di accettare un contributo della Fondazione Bill e Melinda Gates per articoli sulle imprese della fondazione stessa.  E’ il tipico coraggio del coniglio che messo all’angolo morde ed è uno tra i migliori esempi del degrado senza fine del giornalismo europeo, incapace ormai persino di vergognarsi. Tuttavia questa triangolazione tra Bill Gates e la Germania non può che far venire in mente BionTech , l’azienda farmaceutica di Magonza che insieme a Pfizer produce e vende il vaccino a mRna più diffuso.

Anche questa storia è degna di un romanzo, infatti solo due anni fa la BionTech non era una vera e propria azienda ‘farmaceutica, ma si occupava di immunoterapie specifiche per singoli pazienti ammalati di cancro o di altre patologie gravi, insomma “fabbricava” anticorpi monoclonali come altre migliaia di aziende in Europa.  Non produceva alcun  farmaco e per la verità è stata in perdita fin dall’inizio della sua attività. Ancora più strano è che l’azienda sia stata fondata nel 2008 da una coppia di immigrati turchi, entrambi medici che appena laureati avevano  creato un’azienda simile, la Ganymed Pharmaceuticals poi venduta a un gruppo giapponese per un miliardo e 280 milioni. Ora volendo potremmo anche chiudere gli occhi e pensare di trovarci al cinema dove Netflix potrebbe regalarci una qualche versione plausibile di tutto questo: ma per quanto i due neo medici turchi di certo non ricchi di famiglia, potessero essere bravi dove hanno trovato i soldi e le relazioni per aprire imprese che richiedono non pochi investimenti e che hanno decine e decine di concorrenti per non dire centinaia? Dove hanno preso il denaro necessario per resistere a un decennio di perdite? Immagino che ci vorrà un bel po’ di tempo per avere risposte sensate, ma forse ancora più tempo occorrerà per capire come mai la Fondazione Bill Gates il 4 settembre del 2019 investa 55 milioni di dollari in  questa aziendina di Magonza ( con partecipazione ovviamente a eventuali utili)  ufficialmente per lo sviluppo di programmi contro l’Hiv e la tubercolosi. Come mai un mese più tardi, il 10 ottobre la sede legale si trasferisca a Cambridge nel Massachussets e la BionTech venga  quotata in borsa raccogliendo subito 150 milioni di dollari. Vorticosi cambiamenti che invece di creare problemi non hanno impedito all’azienda di mettere a punto in tempi che dire record è dir poco, un vaccino contro il coronavirus, ovvero il primo prodotto farmaceutico della sua storia. E perché un gigante come Pfizer dovrebbe dividere i profitti con il piccolo laboratorio di Magonza di cui certamente non avrebbe alcun bisogno, ma anche con Bill Gates che investendo 55 milioni si metterà in tasca, mal che vada, 55 miliardi?

Ora se abbiamo voglia di babbiare possiamo anche far finta di non vedere come dietro tutto questo si estenda il marcio a perdita d’occhio : vogliamo davvero credere all’azienda fondata da due immigrati che non produce nulla per una dozzina d’anni e poi all’improvviso tira fuori il vaccino miracoloso per una malattia nuova nuova, appena sfornata? Forse i miracoli esistono ma qui siamo molto oltre , siano nel più totale non senso e la BionTech sembra piuttosto essere una copertura per qualcosa d’altro, con i prestanome giusti che rinviano lontano dall’obiettivo. Tutto parla di servizi, forse di laboratori per ricerche che devono rimanere coperte, ma non si può dimostrare e occorre prendere per reale ciò che non è nemmeno lontanamente realistico. Come del resto tutta la pandemia.

Fonte

E’ iniziata la Nuova Guerra Fredda

Il fatto che ci troviamo all’interno di una partita tutta politica, o meglio ancora geopolitica, piuttosto che sanitaria, lo si può evincere da diversi fattori, anche se forse quello più eclatante può essere individuato nel rifiuto a priori del siero russo. Dopo aver tramortito la popolazione con il waterboarding sociale e una campagna propagandistica senza precedenti, hanno iniziato ad inoculare nelle braccia delle povere cavie umane, farmaci di dubbia efficacia e ancor più dubbia sicurezza (i risultati della relazione clinica dovrebbero essere disponibili entro il 2023, anche se ad oggi non risulta chiaro se esista un gruppo di controllo dell’esperimento al quale starebbero iniettando il placebo). Non solo, dopo le notizie allarmanti riguardanti alcuni sieri, sono arrivati addirittura ad autorizzare dei mix improbabili di farmaci da accettare al buio, visto che le stesse case farmaceutiche dichiarano di non aver ancora studiato le eventuali interazioni tra diversi prodotti. Tutto insomma, pur di non approvare il prodotto russo (hanno così a cuore la nostra salute che prima di arrivare ad autorizzarlo, potrebbero essere tentati di fare un giro anche con il cianuro di sodio). Oramai dovrebbe essere evidente che questa volta alla costruzione del Muro ci stanno pensando gli Occidentali; il loro sarà un muro invisibile e per questo ancora più insidioso. Un muro sanitario-burocratico che di fatto sancirà una nuova divisione del mondo tra Est e Ovest e che al posto delle torrette con i VoPos avrà lettori ottici di QR Code e norme ambientali che di fatto impediranno alle imprese dell’Est di commerciare od operare nel cosiddetto Occidente allargato. E’ iniziata la Nuova Guerra Fredda.

Giorgio Bianchi

Perché la UE si schiera contro la Cina

Il Parlamento Europeo ha congelato il 20 maggio la ratifica dell’Accordo Ue-Cina sugli investimenti, siglato in dicembre dalla Commissione Europea dopo sette anni di trattative.  La risoluzione è stata approvata a schiacciante maggioranza con 599 voti favorevoli, 30 contrari e 58 astenuti. Essa viene formalmente motivata quale risposta alle sanzioni cinesi contro membri del Parlamento Europeo, decise da Pechino dopo che suoi funzionari erano stati sottoposti a sanzioni con l’accusa, respinta dalla Cina, di violazione dei diritti umani in particolare degli Uighur. I legislatori UE sostengono che, mentre le sanzioni cinesi sono illegali poiché violano il diritto internazionale, quelle europee sono legali poiché si basano sulla difesa dei diritti umani sancita dalle Nazioni Unite.

Qual è il vero motivo che si nasconde dietro il paravento della «difesa dei diritti umani in Cina»? La strategia, lanciata e guidata da Washington, per reclutare i Paesi europei nella coalizione contro la Russia e la Cina. Leva fondamentale di tale operazione è il fatto che 21 dei 27 Paesi dell’Unione europea sono membri della NATO sotto comando USA. In prima fila contro la Cina, come contro la Russia, ci sono i Paesi dell’Est allo stesso tempo membri della NATO e della UE, i quali, essendo più legati a Washington che a Bruxelles, accrescono l’influenza statunitense sulla politica estera della UE. Politica che segue sostanzialmente quella statunitense soprattutto tramite la NATO. 

Non tutti gli alleati sono però sullo stesso piano: Germania e Francia si accordano sottobanco con gli Stati Uniti in base a reciproche convenienze, l’Italia invece ubbidisce tacendo a scapito dei suoi stessi interessi. Il segretario generale della NATO Stoltenberg può così dichiarare, al termine dell’incontro col presidente francese Macron il 21 maggio: «Sosterremo l’ordine internazionale basato sulle regole contro la spinta autoritaria di Paesi come la Russia e la Cina».

La Cina, che finora la NAT0 metteva in secondo piano quale «minaccia» focalizzando la sua strategia contro la Russia, viene ora messa sullo stesso piano. Ciò avviene sulla scia di quanto stanno facendo a Washington. Qui la strategia contro la Cina sta per diventare legge. Al Senato degli Stati Uuniti è stato presentato il 15 aprile, su iniziativa bipartisan dal democratico Menendez e dal repubblicano Risch, il progetto di legge S.1169 sulla Competizione Strategica con la Cina. La motivazione della legge non lascia dubbi sul fatto che il confronto è a tutto campo: «La Repubblica Popolare Cinese sta facendo leva sul suo potere politico, diplomatico, economico, militare, tecnologico e ideologico per diventare un concorrente globale strategico, quasi alla pari, degli Stati Uniti. Le politiche perseguite sempre più dalla R.P.C. in questi ambiti sono contrarie agli interessi e ai valori degli Stati Uniti, dei suoi partner e di gran parte del resto del mondo». Su tale base, la legge stabilisce misure politiche, economiche, tecnologiche, mediatiche, militari ed altre contro la Cina, miranti a colpirla e isolarla. 

Una vera e propria dichiarazione di guerra, non in senso figurato. L’ammiraglio Davidson, che è a capo del Comando Indo-Pacifico degli Stati uniti, ha richiesto al Congresso 27 miliardi di dollari per costruire attorno alla Cina una cortina di basi missilistiche e sistemi satellitari, compresa una costellazione di radar su piattaforme spaziali. Intanto aumenta la pressione militare USA sulla Cina: unità lanciamissili della Settima Flotta incrociano nel Mar Cinese Meridionale, bombardieri strategici della US Air Force sono stati dislocati sull’isola di Guam nel Pacifico Occidente, mentre droni Triton della US Navy sono stati avvicinati alla Cina trasferendoli da Guam al Giappone. 

Sulla scia degli Stati Uniti, anche la NATO estende la sua strategia all’Asia Orientale e al Pacifico dove – annuncia Stoltenberg – «abbiamo bisogno di rafforzarci militarmente insieme a stretti partner come Australia e Giappone». Il Parlamento Europeo non ha dunque semplicemente compiuto un ulteriore passo nella «guerra delle sanzioni» contro la Cina. Ha compiuto un ulteriore passo per portare l’Europa in guerra.

Manlio Dinucci

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Fauci chiede scusa ai pipistrelli

Sempre più di questi tempi viene voglia di darsi dei pizzicotti per essere certi di non stare sognando, che per quanto la realtà sembri stravagante, grottesca e onirica è pur sempre realtà. Dopo un anno e mezzo di prediche sul fatto che il virus era completamente naturale, dopo che i debunker come feroci barboncini hanno azzannato a più non posso chi osava proporre una simile ipotesi, peraltro più che plausibile visto che al mercato di Wuhan non vedono pipistrelli dal 3000 avanti Cristo, dopo che i social in nome delle “regole della comunità” hanno decimato quelli che osavano proporre questa ipotesi , il clero pandemico comincia a cambiare versione e lo fa anche il primate  del Covid, ossia Anthony Fauci che appare sempre più confuso e via via travolto dalla sua stessa arroganza. Ora alla faccia di fedeli intenti a recitare un credo sempre più incredibile, di sacerdoti dell’informazione che ripetono instancabilmente le parole del messale messo loro in mano dal potere,  dice che è possibile che il virus sia artificiale.

Maggio è stato un mese tremendo per Fauci: all’inizio è stato costretto ad ammettere , durante un’udienza al Senato USA, che il suo National Institutes of Health (NIH) ha  finanziato collaborazioni “rischiose” e “inappropriate°” presso l’Istituto di virologia di Wuhan, una cosa che aveva sempre tenuto nascosta proprio per paura che si stabilisse un collegamento tra la comparsa dei virus e le ricerche che finanziava, poi pochi giorni fa ha cambiato completamente versione: quando Katie Sanders di Politifact gli ha chiesto se era ancora convinto che Sars Cov 2 avesse un’origine naturale ha risposto: “No davvero, non sono convinto di questo, penso che dovremmo continuare a indagare su quello che succedeva a Wuhan per scoprire cosa è successo. Sono assolutamente a favore di qualsiasi indagine che esamini l’origine del virus“.

Il fatto è che chi lavorava a Wuhan sui coronavirus dei pipistrelli era proprio lui e il suo NIH con una serie di progetti alcuni dei quali senza l’approvazione di un ente di controllo del governo. Infatti nel 2014, l’amministrazione Obama aveva sospeso temporaneamente i finanziamenti federali per la ricerca sui coronavirus dei pipistrelli, ma quattro mesi prima di tale decisione, il NIH di Fauci aveva trasferito questa ricerca (chiamata Understanding The Risk Of Bat Coronavirus Emergence) al laboratorio di Wuhan tramite una sovvenzione di 3,7 milioni di dollari del  gruppo no profit EcoHealth Alliance, guidato da Peter Daszak. Per inciso costui è stato quello che ha preparato e redatto una lettera di un gruppo di virologi comparsa su Lancet il 19 febbraio del 2020, nella quale si negava un’origine artificiale del virus  che ha poi dato il là a tutta la successiva narrazione ufficiale. Insomma non ci vuole a capire perché Fauci e tutto il concistoro pandemico negassero la possibilità di una creazione artificiale del coronavirus: perché questa ipotesi metteva immediatamente sul banco degli imputati proprio coloro che gridavano all’apocalisse e il gran sacerdote delle mascherine e dei confinamenti.

Ricordo a chi se lo sia dimenticato che alcuni ignobili operatori della cosiddetta informazione avevano attaccato il premio Nobel Luc Montagnier proprio per aver fatto l’ipotesi di una origine artificiale del virus. Che naturalmente era contro la Scienza e le Sacre Scritture oltre che contro le omelie di Fauci. Mi chiedo se si possa essere più imbecilli di così e se costoro non debbano chiedere scusa ai pipistrelli.

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Vae victis

L’Italia e la Germania hanno perso la guerra.
Negli ultimi settant’anni ogni tanto si sono presi la briga di ricordarcelo, ma non hanno potuto calcare troppo la mano altrimenti si sarebbe potuta spezzare la corda.
Ci hanno fatto vivere al di sopra delle nostre possibilità perchè era il modo più intelligente per controllarci e perchè dovevamo fungere da vetrinetta per far schiattare d’invidia i cittadini del Patto di Varsavia e facilitare l’inoculazione di quel sentimento anti-russo che tanto utile sta tornando in questi tempi per tenere lontana l’Europa Occidentale dall’unica possibilità che ha per affrancarsi dal giogo imperiale: un’alleanza strategica con la Russia (il nostro posto nel frattempo è stato preso dai Polacchi, dai Baltici, dai Cechi, che ora vivono nell’illusione che ha caratterizzato i nostri anni più belli).
Caduto il Muro, hanno polverizzato un’intera classe dirigente ambigua (per loro) e fatto avanzare le quinte colonne storiche (Napolitano in primis) e le seconde linee preventivamente indottrinate all’atlantismo, al neoliberismo, al carrierismo (in Germania con la Baerbock addirittura stanno per promuovere le seste linee: ma è gggiovane, è donna, è “green”, cosa si può voler di più dalla vita ? Forse si accorgeranno tra una decina d’anni del calibro che hanno usato per spararsi nelle mutande; del resto noi ancora non l’abbiamo capito).
Nel momento stesso in cui hanno rimosso la minaccia del socialismo reale, hanno iniziato a richiedere indietro, un poco alla volta, tutti i fringe benefit che avevano concesso per rammollire la popolazione, nascondere lo status di Paesi occupati, disinnescare la resistenza e per marcare la differenza con l’Impero del Male (diritti sociali, garanzie costituzionali, standard di vita tra i più alti al mondo) e sono gradualmente passati, modello rana bollita, dal soft power (cit. Joseph Samuel Nye) allo hard power che stiamo vivendo in questi giorni.
Questo cambio di paradigma nei Paesi sotto occupazione mascherata è estremamente pericoloso visto che non può essere indolore e pertanto necessita di provvedimenti da Paese sotto controllo militare: sistemi di sorveglianza di massa, coprifuoco, Stato di polizia, chiusura delle frontiere, check point, pass sul modello dell’ahnenpass nazista, amministrazione controllata dell’economia con particolare riferimento alla libera impresa, normalizzazione dell’autoritarismo a partire dalle scuole, criminalizzazione del dissenso, propaganda sfrenata, promozione sociale dei collaborazionisti, apartheid…
Il passaggio dal soft allo hard power richiede un periodo di transizione, necessario per riprogrammare attraverso la propaganda e la manipolazione occulta le menti dei popoli sotto occupazione e per costruire le infrastrutture necessarie per l’esercizio del governo autoritario.
E questo è esattamente il momento che stiamo vivendo: il Sistema sta velocemente abbandonando la vecchia pelle democratica, ormai troppo stretta e lacerata, e sta consolidando all’aria la nuova, più robusta e adatta a contenere un corpo sociale non ancora pronto per la svolta autoritaria.
Questa è l’ultima occasione che abbiamo, dobbiamo agire mentre sono in muta, è l’unico momento di vulnerabilità del Sistema; una volta cambiata la pelle, inizierà l’epoca della repressione manu militari del dissenso oppure, in caso estremo, la guerra civile.
E’ chiaro che per uscirne non c’è altra via che una guerra di liberazione, prima ce ne rendiamo conto, meglio sarà per tutti.
Bisogna spiegarlo anche ai nostri fratelli oltre le Alpi e oltre cortina sanitaria, perchè una cosa sola è certa, da soli non ne usciremo liberi.
Giorgio Bianchi

Lo spettro di una guerra nucleare

“Quando circa sei anni fa titolammo sul Manifesto (9 giugno 2015) «Ritornano i missili a Comiso?», la nostra ipotesi che gli USA volessero riportare i loro missili nucleari in Europa fu ignorata dall’intero arco politico-mediatico. Gli avvenimenti successivi hanno dimostrato che l’allarme, purtroppo, era fondato. Ora, per la prima volta, abbiamo la conferma ufficiale. L’ha data pochi giorni fa, l’11 marzo, una delle massime autorità militari USA, il generale James C. McConville, capo di stato maggiore dell’Esercito degli Stati Uniti. Non in un’intervista alla CNN, ma in un intervento – di cui abbiamo la trascrizione ufficiale – a un meeting di esperti alla George Washington School of Media and Public Affairs. Il generale McConville non solo comunica che lo US Army si sta preparando a installare nuovi missili in Europa, evidentemente diretti contro la Russia, ma rivela che saranno missili ipersonici, un nuovo sistema d’arma di estrema pericolosità. Ciò crea una situazione ad altissimo rischio, analoga o peggiore di quella in cui si trovava l’Europa durante la Guerra Fredda, quale prima linea del confronto nucleare tra USA e URSS.

I missili ipersonici – con velocità superiore a 5 volte quella del suono (Mach 5), ossia più di 6.000 km/h – costituiscono un nuovo sistema d’arma con capacità di attacco nucleare superiore a quella dei missili balistici. Mentre questi seguono una traiettoria ad arco per la maggior parte al di sopra dell’atmosfera, i missili ipersonici seguono invece una traiettoria a bassa altitudine nell’atmosfera direttamente verso l’obiettivo, che raggiungono in minor tempo penetrando le difese nemiche.

Nel suo intervento alla George Washington School of Media and Public Affairs, il generale McConville rivela che lo US Army sta preparando una «task force» dotata di «capacità di fuoco di precisione a lungo raggio che può arrivare ovunque, composta da missili ipersonici, missili a medio raggio, missili per attacchi di precisione» e che «questi sistemi sono in grado di penetrare lo spazio dello sbarramento anti-aereo». Il generale precisa che «prevediamo di schierare una di queste task force in Europa e probabilmente due nel Pacifico» (evidentemente dirette contro la Cina). Sottolinea quindi che «le stiamo costruendo in questo momento, mentre stiamo parlando».

Ciò viene confermato dalla Darpa (Agenzia per i progetti di ricerca avanzata della Difesa). In un comunicato ufficiale informa di aver incaricato la Lockheed Martin di fabbricare «un sistema missilistico ipersonico a raggio intermedio con lancio da terra», ossia missili con gittata tra 500 e 5500 km della categoria che era stata proibita dal Trattato sulle forze nucleari intermedie firmato nel 1987 dai presidenti Gorbaciov e Reagan, stracciato dal presidente Trump nel 2019. Secondo le specifiche tecniche fornite dalla Darpa, «il nuovo sistema permette ad armi ipersoniche glide con propulsione a razzo di colpire con rapidità e precisione bersagli di importanza critica e prioritaria, penetrando moderne difese aeree nemiche. L’avanzata propulsione a razzo può trasportare vari carichi bellici a più distanze ed è compatibile con piattaforme terrestri di lancio mobili, che possono essere dispiegate rapidamente».

Il capo di stato maggiore dell’Esercito e l’Agenzia di ricerca del Pentagono informano dunque che tra non molto gli Stati Uniti schiereranno in Europa (si parla di una probabile prima base in Polonia o Romania) missili ipersonici armati di  «vari carichi bellici», ossia di testate nucleari e convenzionali. I missili ipersonici nucleari a raggio intermedio installati su «piattaforme terrestri mobili», ossia su speciali veicoli, potranno essere rapidamente dispiegati nei paesi NATO più vicini alla Russia (ad esempio le repubbliche baltiche). Avendo già oggi la capacità di volare a circa 10.000 km/h, i missili ipersonici saranno in grado di raggiungere Mosca in circa 5 minuti.

Anche la Russia sta realizzando missili ipersonici a raggio intermedio ma, lanciandoli dal proprio territorio, non può colpire Washington. I missili ipersonici russi potranno però raggiungere in pochi minuti le basi USA, anzitutto quelle nucleari come le basi di Ghedi e Aviano, e altri obiettivi in Europa. La Russia, come gli Stati Uniti e altri, sta schierando nuovi missili intercontinentali: l’Avangard è un veicolo ipersonico con raggio di 11.000 km e armato di più testate nucleari che, dopo una traiettoria balistica, plana per oltre 6.000 km alla velocità di quasi 25.000 km/h. Missili ipersonici li sta realizzando anche la Cina. Poiché i missili ipersonici sono guidati dai sistemi satellitari, il confronto si svolge sempre più nello spazio: a tale scopo è stata creata nel 2019 dall’amministrazione Trump la Forza Spaziale USA.   

Le armi ipersoniche, di cui vengono dotate anche le forze aeree e navali che hanno maggiore mobilità, aprono una nuova fase della corsa agli armamenti nucleari, rendendo in gran parte superato il trattato New Start appena rinnovato da USA e Russia. La corsa passa sempre più dal piano quantitativo (numero e potenza delle testate nucleari) a quello qualitativo (velocità, capacità penetrante e dislocazione geografica dei vettori nucleari).

La risposta, in caso di attacco o presunto tale, viene sempre più affidata all’intelligenza artificiale, che deve decidere il lancio dei missili nucleari in pochi secondi o frazioni di secondo. Aumenta in modo esponenziale la possibilità di una guerra nucleare per errore, rischiata più volte durante la Guerra Fredda. Il «Dottor Stranamore» non sarà un generale pazzo, ma un supercomputer impazzito. Mancando l’intelligenza umana per fermare questa folle corsa alla catastrofe, dovrebbe almeno scattare l’istinto di sopravvivenza, risvegliatosi finora solo per il Covid-19.”

Da Missili ipersonici USA In Europa a 5 minuti da Mosca, di Manlio Dinucci.

La NATO dei vaccini

Una NATO​ dei vaccini​ contro Cina​ e Russia​: questi i due schieramenti che si oppongono in quella che lo storico e saggista Paolo Borgognone​ ha definito “una guerra geopolitica in corso”, nel corso di un seminario organizzato da “Liberiamo l’Italia”.

Continente eurasiatico

La presentazione del nuovo libro di Marco Pondrelli, con prefazione dell’ambasciatore Alberto Bradanini, sull’attualità dell’emergente multipolarismo geopolitico, le prospettive di integrazione eurasiatica ed i tentativi di “contenimento” da parte dell’Occidente americanocentrico tramite i dispositivi militari, mediatici e d’intelligence atlantici.

Niente è come sembra

Questo libro propone una diversa versione della storia recente, la stessa che Julian Assange voleva che fosse esposta e per la quale sta pagando un caro prezzo.
Leggendolo, scoprirete che “niente è come sembra”. Che il “cattivo” non è tanto cattivo. Che il “buono” non è poi tanto buono. E che la storia non può essere raccontata in bianco e nero. Perché raccontata così, è soltanto una bugia.
Ma soprattutto scoprirete che la manipolazione dell’informazione è capillare al punto da farvi digerire la legittimità di una repressione diretta non più verso colui che commette un crimine, ma verso colui che lo denuncia.
La lotta di Assange non è solo una lotta per contrapporre la verità alla bugia e la trasparenza alla segretezza. E nemmeno solo una battaglia per la libertà di stampa e di espressione. La sua è una lotta per la sopravvivenza della stessa democrazia. È quindi una lotta per tutti noi.

Da Maidan a Myanmar

La spettacolarizzazione delle rivoluzioni colorate

Perché il saluto a tre dita è stato adottato da schiere di manifestanti, dalla Tailandia a Myanmar? Perché i rivoltosi di Hong Kong portavano con sé archi e frecce come parte del loro arsenale e dichiaravano “Se noi bruciamo, voi bruciate con noi”? E perché ancora lo slogan “Hunger Games* dal 1994. Morte al regime” apparve sugli striscioni in Bielorussia?
Per rispondere a queste domande, occorre considerare il modo in cui le rivoluzioni colorate e l’industria dei media creano spirali che si alimentano a vicenda in un contesto di imperialismo culturale, quella sistematica disseminazione di prodotti culturali, valori e comportamenti conformi agli interessi del centro egemonico. È anche utile considerare come il reiterare particolari narrazioni a livello inter-mediatico contribuisca indirettamente alla formazione dell’identità sociale e politica dei soggetti coinvolti.
Quando una rivoluzione colorata fu istigata in Ucraina alla fine del 2013, i mezzi di comunicazione occidentali evidenziarono da subito le analogie fra le rivolte di Kiev e la ribellione contro la tirannide che era al centro di un film che aveva battuto i record d’incasso l’anno precedente. Con la fusione retorica tra le proteste di piazza Maidan e Hunger Games, un franchise cinematografico di Hollywood, i media crearono un ibrido facilmente commerciabile, l’ “Ukraine-ger Games” – per una parte fatti, per due parti fiction – che poi si sarebbe rivelato modello estremamente utile per la promozione globale di successive rivoluzioni colorate.
Poiché le strategie di marketing ruotano attorno alla montatura pubblicitaria, creare il clamore necessario richiedeva una precisa pianificazione comunicativa soprattutto online, attraverso l’utilizzo di canali di informazione già consolidati e la creazione di nuovi, l’aumento di visibilità sui social media grazie al reclutamento di influencer, blogger, opinion leader e dulcis in fundo, celebrità.
Siccome prendere parte a un cambio di regime finanziato dall’estero non è eroico come difendere libertà, giustizia e democrazia, questi concetti di solito vengono evocati per mobilitare le masse: privati di qualsiasi connotazione ideologica potenzialmente divisiva (le rivoluzioni colorate sono interclassiste per definizione), questi ideali rimangono aperti ad ogni interpretazione e possono così stimolare l’immaginario politico. Se gli ideali astratti da soli non si traducono in un movimento di massa, l’industria dei media può facilmente reclutare personaggi ‘cool’ come modelli di comportamento: ed ecco che la pop star ucraina Ruslana Lyzhychko, vistosamente in prima linea durante le proteste, viene paragonata da Newsweek all’eroina Katniss Everdeen di Hunger Games. Grazie a una vaga somiglianza con l’attrice protagonista del film, risultava perfetta per la parte di icona rivoluzionaria.
Chiunque può recitare un ruolo negli “Ukraine-ger Games” e ottenere riconoscimento mediatico, sia esso migliaia di “likes” e followers sui social oppure un’intervista sulla CNN. Nessuna precedente esperienza politica è richiesta: la trilogia cinematografica fornisce un repertorio di tematiche visuali e di battute da copione tanto ricco da essere facilmente convertito in materiale propagandistico: “L’Ucraina è il tredicesimo Distretto nel Centro Europa. Faccio a voi un appello: Ribellatevi!! Richiedete subito sanzioni per l’Ucraina!”. Il riferimento al tredicesimo distretto della fiction non passa inosservato al pubblico giovanile sia nel proprio Paese che all’estero, poiché tutti consumano la stessa cultura pop globale che ne colonizza l’immaginario.
Nel 2014 questo format di successo fece la sua comparsa in Tailandia e a Hong Kong, dove i manifestanti adottarono il saluto a tre dita assieme a cartelli e slogan in Inglese per attrarre l’interesse di un pubblico mondiale. Sebbene questo saluto risalga ai tempi della Rivoluzione Francese, coloro che cominciarono a usarlo a Hong Kong, Bangkok e Yangon lo conoscevano soltanto come il saluto di Hunger Games.
Il Movimento degli Ombrelli si affievolì ma quando una seconda rivoluzione colorata fu tentata nel 2019 il franchise cinematografico di Hollywood diventò nuovamente fonte d’ispirazione. I rivoltosi di Hong Kong scandivano lo slogan “laam chau”, traduzione in cantonese della battuta “Se noi bruciamo, voi bruciate con noi”, usavano arco e frecce, l’arma tipica dell’eroina del film, costruivano enormi falò, incendiavano edifici e veicoli, lanciavano centinaia di bombe molotov, davano fuoco alle persone. Queste azioni, piuttosto che attirare condanne, venivano glorificate dai corrispondenti esteri soddisfatti che i contestatori esprimessero “la Katniss che era in loro”. I fotogiornalisti sceneggiarono, inquadrarono ad arte e manipolarono digitalmente le immagini con effetti luce drammatici per alimentare l’identificazione emotiva con i ribelli, al punto che diventava impossibile stabilire se le foto fossero state fatte su un set cinematografico oppure durante una rivolta. Una tale spettacolarizzazione delle proteste dovrebbe far sorgere delle domande di carattere etico sul fotogiornalismo contemporaneo ma ciò è improbabile che accada quando coloro che commissionano e ricompensano questo lavoro sono gli stessi che hanno il compito di promuovere le rivoluzioni colorate.
Nel momento in cui le proteste sono viste dai partecipanti come modo per ottenere un riconoscimento globale, assistiamo all’erosione del confine fra il Sé e il suo riflesso, con le tragiche conseguenze di produrre narcisismo, alienazione e perdita d’identità. Quando i manifestanti di Hong Kong orgogliosamente sostengono ”Noi non siamo Cinesi” vediamo una conferma di questa alienazione. E quando Joshua Wong, il ragazzo copertina di questa farlocca “Rivoluzione dei Nostri Tempi”, dichiara “essere famoso è parte del mio lavoro” nella biografia romanzata di Netflix, Joshua: Teenager vs. Superpower, dovremmo prestare attenzione perché le sue parole rivelano non soltanto un‘eccessiva considerazione di sé, tipica del carattere narcisistico, ma anche una particolare soggettività politica che si nutre di fama mediatica.
Servendosi di ghostwriter per i suoi libri, recitando se stesso in documentari finanziati dagli Stati Uniti, apparendo sulle copertine di riviste straniere, pronunciando slogan banali, non sorprende che Joshua Wong abbia potuto raggiungere fama mondiale. Ma così facendo involontariamente dimostra quanto il suo attivismo politico abbia in comune con lo show business e quanto quest’ultimo venga ormai utilizzato come un’arma.
Laura Ruggeri

*Hunger Games è un film del 2012 basato su una storia ambientata in un futuro distopico post apocalittico

(Fonte – traduzione a cura della redazione)

Editoria a stelle e strisce

L’opera silente ma efficiente dell’USIS (United States Information Service, poi Agency dal 1953) nell’Italia del dopoguerra

“Per quanto riguarda l’USIS in Italia, l’editoria italiana poté beneficiare delle attenzioni dell’agenzia fin dal principio delle sue attività: dai documenti emerge che già nel 1951 diverse opere furono pubblicate grazie all’intervento statunitense. Solo per citarne alcune, L’igiene mentale nella sanità pubblica di P. V. Lemkau e Imperialismo sovietico: la marcia della Russia verso il dominio del mondo di Ernest Carman per le edizioni Astrolabio; la Cappelli di Bologna pubblicò Storia degli Stati Uniti d’America di Charles e Mary Beard; per Longanesi venne pubblicato Ho scelto la libertà di Viktor Kravchenko; per Bompiani, Dentro l’America di John Gunther. Fra i resoconti delle attività dell’USIS è possibile individuare collaborazioni in Italia almeno fino al 1969. Non tutti i libri venivano inclusi nei programmi di sovvenzione: la diffusione di opere ritenute poco funzionali non era in alcun modo incoraggiata, come poté verificare l’editore vicentino Neri Pozza. Nel 1957 questi chiese l’intervento statunitense per dare alle stampe Common Sense di P. Henry Wicksteed; la risposta dell’agenzia fu affidata ad una lettera della responsabile dell’Ufficio culturale, Gertrude Hooker:
“Mi rendo conto del valore culturale e dell’importanza di una pubblicazione di Common Sense di P. H. Wicksteed in Italia, e al tempo stesso delle difficoltà di ordine finanziario inerenti ad un libro di grossa mole e di non grandi possibilità commerciali. Ci spiace però doverLe comunicare che, non trattandosi di un autore americano, non siamo in grado di fornirLe alcun contributo concreto.”
Pozza riuscì però a ottenere il supporto statunitense per la pubblicazione della collana “Tradizione Americana”: per ammissione dello stesso editore, libri che «nessun editore italiano s’è mai sognato di pubblicare». Titoli come L’uomo di fiducia di Herman Melville o Storia di New York di Washington Irving. Il contributo americano si concretizzava nell’acquisto – a un prezzo di favore – di una percentuale della tiratura di ogni volume oscillante fra il 30 e il 40%: dell’opera La Guerra civile di Miss Ravenel di John W. De Forest (1964) vennero acquisite dall’ente 800 copie su 3.000; per Strade maestre di Hamlin Garland (1965) l’acquisto fu di 800 copie su 2.000; per Storia di New York (1966) di 900 copie su 3.000 di tiratura complessiva.
I titoli pubblicati da Neri Pozza dovevano essere stati ritenuti meritevoli di supporto dagli addetti dell’Operations and Policy Research, un ente che si occupava della verifica dei testi per conto dell’USIA e provvedeva a suddividerli in sei categorie: “Maximum Promotion”, “High level normal use”, “Low level normal use”, “Normal use”, “Conditional use” e “Not suitable”. Le opere che rientravano nell’ultima categoria venivano così descritte:
“Libri mal scritti, di basso livello e lavori che distorcono i fatti e riportano conclusioni non supportate non hanno spazio nel programma. Libri che sono fortemente critici verso gli obiettivi della politica estera degli Stati Uniti sarebbero un intralcio effettivo al programma. I libri che rientrano nella categoria sono quelli che invocano la distruzione delle istituzioni libere, promuovono o rafforzano la propaganda comunista, o sono osceni, di scarsa qualità e sensazionalisti.”
Vita di uno scrittore di Henry D. Thoreau – evidentemente, ben valutato dai revisori americani – venne promosso con solerzia dalla Hooker; nel carteggio con Neri Pozza il funzionario metteva in evidenza la convenienza economica dell’operazione: «Appena possibile la pregherei di farci conoscere i dati e le condizioni necessarie per la stesura di un contratto, tenendo presente che l’USIS ha già provveduto a compensare il traduttore e che quindi Lei non dovrà sostenere a questo riguardo alcuna spesa».
L’agenzia acquistò 700 copie dell’opera e contribuì alle spese di rilegatura. Neri Pozza fece parte del ristretto gruppo di editori che instaurarono relazioni con l’ente americano pur non operando a Milano o Roma, centri nevralgici della produzione libraria italiana. Oltre alla casa editrice veneta, l’USIS ebbe proficui rapporti con il Mulino e Cappelli a Bologna; con Salani e La Nuova Italia a Firenze; con Guanda a Parma; con Nistri-Lischi a Pisa e con Marietti, Taylor ed Einaudi a Torino. Più numerose le collaborazioni con le case editrici milanesi (Longanesi, Mondadori, Bompiani, ecc.) e romane (Opere Nuove, Mundus, Saturnia, ecc.), rapporti che fra il 1951 ed il 1969 portarono alla pubblicazione di oltre 250 opere. La maggior parte delle collaborazioni avvenne nell’ambito del Book Translation Program, ma un numero significativo di testi – almeno 30 fra il 1961 e il 1969 – vide la luce grazie al Public Law 480 Textbook Program. I referenti italiani per l’attuazione di tale programma furono il Mulino, che propose la collana “Classici della democrazia moderna”, e la casa editrice romana Opere Nuove, che grazie al sostegno statunitense pubblicò opere come Ormond il testimonio segreto di Charles Brockden Brown o Vecchio mondo creolo di George Washington Cable. Come negli altri Paesi, la presenza dell’agenzia in Italia si configurava su un duplice livello: agli accordi riservati con gli editori si affiancavano le attività di pubblico dominio, portate avanti tramite gli Information Center presenti su tutto il territorio; questi si occupavano della promozione e diffusione della lettura, proponendosi come un punto di riferimento culturale nelle comunità dove l’accesso ai libri era difficoltoso. In Italia gli Information Center erano 8, a Catania, Firenze, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino e Bari.”

Da L’editoria e la United States Information Agency, di Andrea Marinello.
Nella foto, la sala lettura dell’Information Center USIS a Roma.

Il “Dio” dell’unipolarismo

Non vi è lotta interna alla gerarchia statunitense. L’unica disputa è quella sulle modalità attraverso le quali ridare slancio a quella progettualità geopolitica di egemonico dominio globale che la “Provvidenza” ha garantito agli Stati Uniti. E tale “Provvidenza” altro non è che uno degli attributi di quel Dio “esclusivista” che ha occhi e cuore solo per il “popolo” che con Lui ha stretto un patto. Le forme religiose e culturali “altre” meritano la distruzione in quanto non si conformano ai suoi dettami e voleri e rifiutano di assoggettarsi al (Suo) dominio tramite il popolo che (Lui) ha scelto. Questo è il “Dio” dell’unipolarismo.
Daniele Perra

Fonte

Il bipolarismo tecnologico


“Quando il 6 dicembre 2018 la direttrice finanziaria del gigante cinese Huawei, Meng Wanzhou, figlia del fondatore Ren Zhengfei, venne arrestata a Vancouver, in Canada, in base a un mandato di arresto emesso dagli Stati Uniti per una presunta violazione delle misure di embargo economico all’Iran, il genio uscì definitivamente dalla lampada. La guerra commerciale decretata dall’amministrazione Trump è stata l’utile foglia di fico con cui gli Stati Uniti hanno coperto un ben più cogente obiettivo geopolitico: isolare gradualmente la Cina, frenare l’ascesa tecnologica dell’Impero di Mezzo, ritardarne la scalata in terreni dalle applicazioni decisive per i futuri assetti di potere del pianeta. Vistasi indietro nella gara, Washington ha sdoganato le armi a disposizione: sanzioni commerciali, moniti agli alleati, non a caso divenuti sempre più espliciti poco prima dell’arresto di Meng, a non utilizzare tecnologie cinesi , sfruttamento delle armi del geodiritto, richiamo alla sbandierata “comunità di destino” contro la minaccia posta dalla Cina comunista.
Lo spartiacque del caso Huawei è decisivo, perché da un lato rappresenta il momento in cui lo scontro USA-Cina si fa realmente nuovo bipolarismo e dall’altro rende palese la valenza geopolitica dello scontro al resto del mondo, costringendo, d’altro canto, Washington a rendere palese ciò che negli apparati di potere era già noto, a far cadere la presunta immaterialità e neutralità dei colossi digitali della Silicon Valley, in realtà da sempre intrinseci alle logiche del potere globale statunitense. I campioni nazionali statunitensi sono stati rapidamente arruolati nella guerra a Huawei e al resto dei rivali cinesi. Il mondo della tecnologia, abdicando alla mitologia del paradiso libertario californiano, non può negare il suo sostegno ai programmi governativi, che rappresentano una fetta considerevole dei suoi introiti. La Casa Bianca, per irreggimentare i campioni nazionali statunitensi in una fase di confronto con la Cina, ribadisce la logica della scelta di campo, rilanciando con decisione la matrice statunitense della rete supposta come globale. Invitando i grandi del digitale a una nuova collaborazione con solidi argomenti economici, sotto forma di appalti dal valore di decine di miliardi di dollari e sconti fiscali a tutto campo, il governo federale aggiunge solidi argomenti alla focalizzazione sulla sicurezza nazionale.
(…) Nella tecnologia stiamo dunque parlando di un vero e proprio scenario di matrice bellica, di un conflitto sotterraneo ma continuo che amplifica gradualmente la faglia tra Stati Uniti e Cina, provocando da un lato la costruzione di paradigmi tecnologici paralleli a mano a mano che l’innovazione avanza in forma divergente sulle due sponde del Pacifico; e, dall’altro, producendo un contesto caotico che vede Washington estrarre su scala globale rendite di posizione dall’attuale egemonia dei suoi colossi digitali (Google, Amazon, Facebook e Apple gestiscono ancora l’80% dei dati su scala globale) e Pechino creare, gradualmente, i più efficaci standard del futuro.”

Dall’omonimo articolo a firma di Andrea Muratore, in Eurasia. Rivista di studi geopolitici n. 4/2020, pp. 123-125.

Trump, la bioetica e un affare chiamato Guantanamo


18 anni dopo la sua apertura, il più infame dei “Luoghi Oscuri” e delle carceri infernali che gli USA possiedono nel mondo, è ancora aperto e Donald Trump promette di riportarlo alla sua “gloria” di un tempo e riempirlo di “cattivi soggetti”. Per questo il presidente USA ha eliminato, nel 2017, l’Ufficio dell’Inviato Speciale per la Chiusura di Guantanamo creato da Obama, e nel 2018 ha firmato un ordine esecutivo per mantenerlo aperto.
“Io ci farei qualcosa di molto peggio che il ‘sottomarino’ [l’annegamento simulato]…. Non ditemi che non funziona, la tortura funziona .. e anche se non funzionasse, se la meritano in ogni modo, per quello che ci stanno facendo” disse Trump quando era candidato, e una volta presidente nominò la coordinatrice delle sessioni di tortura in uno di questi “luoghi” statunitensi in Thailandia, la signora Gina Haspel, a capo della CIA. Continua a leggere

L’Occidente non è affatto il destino dell’Europa

“In una prospettiva neoliberale, l’Unione Europea come spazio dei diritti, della pace, del mercato è tutta interna ad una visione “occidentalista”, atlantica, omogenea agli interessi dell’alta finanza mondiale. Questa Europa non soltanto non vuole essere “antiamericana”, ma si colloca esplicitamente sullo stesso piano della globalizzazione neoliberale statunitense. Si tratta di un’Europa occidentale, dove per “Occidente” va intesa la mentalità propria della modernità secolarizzata che ha trovato la sua massima espressione nello stile di vita e di pensiero americani, che stanno unificando il mondo, a seconda dei casi e delle esigenze, in maniera “soft” o con metodi “hard”.
L’Occidente non è affatto il destino dell’Europa né si identifica con l’Europa. Esso è per molti aspetti un’invenzione propria della modernità ed oggi esprime specificamente una immagine del mondo pregna di idee e valori tipicamente americani e neoliberali. Un’Europa unita nel senso e nel segno dell’Occidente non è ciò cui pensano i popoli europei, i quali nella dissoluzione degli Stati nazionali si troverebbero sempre più privi di ogni garanzia e di ogni prospettiva democratica.
(…) Naturalmente, non si tratta di separare l’Europa dall’Occidente per fare la guerra agli Stati Uniti, come qualche sciocco potrebbe voler far credere; (…). E tuttavia soltanto con un comportamento distinto e separato, con una rivendicazione di diversità rispetto all’Occidente americanizzato l’Europa potrà veramente nascere (…). Ciò presuppone però necessariamente una critica della politica occidentalista, una critica dell’americanismo (…); si tratta di rifiutare essenzialmente ogni pensiero unico e indifferenziato, ogni uniformità senza spirito e senza cultura; il compattarsi in un unicum senza differenziazioni, chiedeva giustamente Heidegger, “non è forse più inquietante del frantumarsi di tutto?””.

Da Oltre l’Occidente, di Agostino Carrino, edizioni Dedalo, 2005, pp. 224 e 226.

Come abbiamo venduto l’Unione Sovietica e la Cecoslovacchia per qualche borsa di plastica

Il nostro omaggio ad Andre Vltchek, giornalista e scrittore, autore di una ventina di libri, scomparso lo scorso 22 settembre a Istanbul in circostanze che la polizia turca ha definito sospette.
Una nota biografica di Vltchek è qui.
La medesima fonte ha tradotto un suo recente articolo tratto dal China Daily, che riportiamo insieme a due contributi video risalenti a qualche anno fa.

Da mesi c’è una storia che voglio condividere con i giovani lettori di Hong Kong. Ora sembra essere davvero il momento appropriato in cui infuria la battaglia ideologica fra l’Occidente e la Cina e, di conseguenza, Hong Kong e il mondo intero ne soffrono.
Voglio dire che non c’è niente di nuovo in questo, che l’Occidente ha già destabilizzato moltissimi Paesi e territori, ha fatto il lavaggio del cervello a decine di milioni di giovani.
Io lo so, perché nel passato ero uno di loro. In caso contrario, mi sarebbe impossibile comprendere che cosa sta ora succedendo ad Hong Kong.
Sono nato a Leningrado, una bella città nell’Unione Sovietica. Ora si chiama San Pietroburgo, e il Pese è la Russia. La mamma, artista e architetto, è per metà russa e per metà cinese. La mia infanzia era divisa tra Leningrado e Pilsen, una città industriale nota per la sua birra, all’estremità occidentale di quella che fu la Cecoslovacchia. Papà era uno scienziato nucleare.
Le due città erano diverse. Entrambe rappresentavano qualcosa di essenziale nella pianificazione comunista, un sistema che ci veniva insegnato, dai propagandisti occidentali, a odiare.
Leningrado è una delle città più stupende al mondo, con alcuni dei più grandi musei, teatri dell’opera e del balletto, spazi pubblici. In passato fu la capitale russa.
Pilsen è minuta, con soli 180.000 abitanti. Ma quando ero piccolo contava parecchie biblioteche eccellenti, cinema d’arte, un teatro dell’opera, teatri d’avanguardia, gallerie d’arte, il giardino zoologico, con cose che non si potevano trovare, come ho realizzato in seguito (quando era troppo tardi), nemmeno nelle città statunitensi da un milione di abitanti.
Ambedue le città, una grande e una piccola, avevano eccellenti trasporti pubblici, vasti parchi e foreste che lambivano le periferie, nonché eleganti caffè. Pilsen aveva innumerevoli impianti da tennis, stadi di calcio e persino campi da badminton.
La vita era bella, significativa. Era ricca. Non ricca in termini di denaro, ma ricca dal punto di vista culturale, intellettuale e salutare. Essere giovani era divertente, con il sapere libero e facilmente accessibile, con la cultura ad ogni angolo, e sport per tutti. Il ritmo era lento: abbondanza di tempo per pensare, apprendere, analizzare.
Ma era era anche il culmine della Guerra Fredda.
Eravamo giovani, ribelli, e facili da manipolare. Non eravamo mai soddisfatti di ciò che ci veniva dato. Davamo tutto per scontato. Di notte stavamo incollati ai ricevitori radio, ascoltando la BBC, Voice of America, Radio Free Europe ed altri servizi di trasmissione mirati a screditare il socialismo e tutti i Paesi che combattevano contro l’imperialismo occidentale.
I conglomerati industriali socialisti cechi stavano costruendo, per solidarietà, intere fabbriche, dalle acciaierie agli zuccherifici, in Asia, Medio Oriente ed Africa. Ma non vedevamo alcuna gloria in questo perché i mezzi di propaganda occidentale semplicemente ridicolizzavano simili imprese.
I nostri cinematografi mostravano capolavori del cinema italiano, francese, sovietico e giapponese. Ma ci veniva detto di chiedere l’immondizia proveniente dagli USA.
L’offerta musicale era grandiosa, dal vivo e registrata. Quasi tutta la musica era di fatto a disposizione, sebbene con qualche ritardo, nei negozi locali e persino sul palco. Quella che non si vendeva nei nostri negozi era la spazzatura nichilista. Ma era precisamente ciò che ci veniva detto di desiderare. E noi la desideravamo, e la copiavamo con religiosa riverenza, sui nostri registratori a nastro. Se qualcosa non era disponibile, i media occidentali gridavano che era una grossolana violazione della libertà di parola.
Sapevano, e ancora oggi sanno, come manipolare giovani cervelli.
A un certo punto ci siamo trasformati in giovani pessimisti, criticando ogni cosa nei nostri Paesi, senza raffronti, senza nemmeno un po’ di obiettività.
Suona familiare?
Ci veniva detto, e noi ripetevamo: ogni cosa nell’Unione Sovietica o in Cecoslovacchia era negativa. Tutto in Occidente era grandioso. Sì, era simile a qualche religione fondamentalista o follia di massa. Quasi nessuno era immune. Di fatto eravamo infettati, eravamo malati, trasformati in idioti.
Utilizzavamo strutture pubbliche, socialiste, dalle librerie ai teatri, ai caffè sovvenzionati, per glorificare l’Occidente ed infangare le nostre stesse nazioni. Ecco com’eravamo indottrinati, dalle radio e dalle stazioni televisive occidentali, e dalle pubblicazioni introdotte clandestinamente nei Paesi.
A quei tempi le borse di plastica dell’Occidente erano divenute uno status symbol! Sapete, quelle buste di plastica che ti danno in alcuni supermercati economici o ai grandi magazzini.
Quando ci penso a distanza di parecchi decenni, faccio fatica a crederci: giovani ragazze e ragazzi istruiti, che passeggiavano orgogliosamente per le strade, esibendo economiche borse di plastica, per le quali avevano pagato una grossa somma di denaro. Perché venivano dall’Occidente. Perché simboleggiavano il consumismo! Perché ci veniva detto che il consumismo era buono.
Ci veniva detto che dovevamo desiderare la libertà. La libertà in stile occidentale.
Eravamo addestrati a “combattere per la libertà”.
Per molti versi, eravamo molto più liberi dell’Occidente. L’ho capito quando sono arrivato a New York e ho visto com’erano educati male i ragazzini locali della mia età, com’era superficiale la loro conoscenza del mondo. Quanta poca cultura c’era, nelle ordinarie città nordamericane di medie dimensioni.
Volevamo, chiedevamo i jeans firmati. Bramavamo le etichette musicali occidentali al centro dei nostri LP. Non si trattava dell’essenza o del messaggio. Era la forma al di sopra della sostanza.
Il nostro cibo era più gustoso, prodotto ecologicamente. Ma noi volevamo l’imballaggio colorato occidentale. Chiedevamo gli additivi chimici.
Eravamo costantemente arrabbiati, agitati, litigiosi. Ci mettevamo contro le nostre famiglie.
Eravamo giovani, ma ci sentivamo vecchi.
Ho pubblicato il mio primo libro di poesia, poi me ne sono andato, ho sbattuto la porta dietro di me, mi sono trasferito a New York.
Poco dopo ho capito che mi avevano ingannato!
Questa è una versione molto semplificata della mia storia. Lo spazio è limitato.
Ma sono lieto di poterla condividere con i miei lettori di Hong Kong e, naturalmente, con i miei giovani lettori in tutta la Cina.
Due Paesi meravigliosi che furono la mia casa sono stati traditi, letteralmente venduti per nulla, per paia di jeans firmati e borse di plastica.
L’Occidente festeggiava! Mesi dopo il crollo del sistema socialista, entrambi i Paesi sono stati letteralmente derubati di ogni cosa dalle aziende occidentali. La gente ha perso la casa e il lavoro, e l’internazionalismo veniva scoraggiato. Orgogliose aziende socialiste venivano privatizzate e, in molti casi, liquidate. I teatri e i cinema venivano convertiti in economici negozi d’abbigliamento di seconda mano.
In Russia l’aspettativa di vita è crollata a livelli da Africa subsahariana.
La Cecoslovacchia è stata divisa in due parti.
Oggi, decenni dopo, sia la Russia che la Repubblica Ceca sono di nuovo ricche. La Russia ha molti elementi di un sistema socialista con panificazione centrale.
Ma mi mancano i miei due Paesi, com’erano una volta, e tutti i sondaggi mostrano che mancano anche alla maggioranza della gente del posto. Mi sento anche in colpa, giorno e notte, per essermi fatto indottrinare, usare, e in modo da tradire.
Dopo aver visto il mondo, ho compreso che cos’era accaduto sia all’Unione Sovietica che alla Cecoslovacchia, e anche in molte altre parti del mondo. E proprio adesso l’Occidente mira alla Cina, usando Hong Kong.
Ogni volta in Cina, ogni volta ad Hong Kong, continuo a ripetere: non seguite il nostro terribile esempio. Difendete la vostra nazione! Non vendetela, metaforicamente, per alcune puzzolenti borse di plastica. Non fate qualcosa di cui vi pentireste per il resto della vostra vita!
Andre Vltchek

L’impero nascosto

“Gli Stati Uniti non sono, oggi, un impero simile ai precedenti storici, da quello romano a quello britannico. E quando gli si sono avvicinati hanno comunque seguito modelli acquisitivi ed espansionistici diversi, mostra Immerwahr. Di quello britannico, però, hanno adottato la giustificazione razziale, sposandola con quella Provvidenziale. A fine Ottocento, ne davano testimonianza le parole dello storico e senatore Albert Beveridge, per il quale era stato Dio stesso a gettare “su questo suolo il seme di un popolo forte… una razza conquistatrice… Un popolo imperiale per virtù della sua forza, per diritto delle sue istituzioni, per autorità dei suoi disegni ispirati dal cielo, un popolo che dona la libertà, che non vuole tenersela per sé”. Era il 1898, l’anno in cui gli Stati Uniti annettevano le Hawaii e sconfiggevano la Spagna a Cuba e a Manila, prendendole le Filippine e Guam, Puerto Rico e le Virgin Islands. Subito dopo si sarebbero presi anche la loro parte dell’arcipelago di Samoa. Oceano Pacifico e Caraibi.
È da lì che inizia davvero il libro di Immerwahr ed emerge la sua rilevanza.
(…) Il libro tratta più estesamente la vicenda delle Filippine. Caso più importante e controverso degli altri sia per la loro importanza economica, sia per la densità della loro popolazione, sia per il succedersi dei drammatici passaggi di mano tra Spagna, Stati Uniti, Giappone e di nuovo Stati Uniti nel corso del primo Novecento. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, dopo la conquista giapponese e i bombardamenti statunitensi, tra il 20 e 25 per cento degli edifici risultò distrutto o danneggiato e le vittime furono più di 1,6 milioni. Sebbene la guerra nelle Filippine sia stata “di gran lunga l’evento più distruttivo mai avvenuto sul territorio statunitense”, essa compare raramente nei testi di storia, conclude Immerwahr. Manila era stata anche, però, oggetto di ripetute promesse di indipendenza, prima della guerra. E avendo i Giapponesi concesso l’indipendenza durante la loro occupazione, gli Stati Uniti non potevano fare marcia indietro. Le Filippine divennero indipendenti nel 1946.
Prese forma allora, grazie all’egemonia militare, economica e politica acquisita dagli Stati Uniti con la guerra (e grazie alla Guerra Fredda), la struttura finale, attuale, dell’impero. Immerwahr lo chiama “impero puntillista”: non macchie di colore – come il rosso britannico sulle carte geografiche – distribuite su tutto il globo e collegate tra loro da un’unica rete di cavi per le comunicazioni interimperiali, ma una rete di punti sparpagliati nei luoghi strategici e sempre più collegati tra loro via etere. Durante la guerra, gli Stati Uniti “possedevano la cifra sconvolgente di trentamila impianti su duemila basi oltremare”. Dopo, se da una parte i movimenti anti-imperialisti impedirono a chiunque anche solo di immaginare la possibilità di acquisire nuove colonie, dall’altra, fu proprio quella presenza diffusa a suggerire i nuovi modi per “proiettare potere in tutto il pianeta”. Non nuovi “possedimenti”, dunque, ma egemonia economico-militare (e, non trascurabile, linguistico-culturale), accordi e trattati, basi militari in territori propri oppure in nazioni ospitanti, con estensioni, autonomie ed extraterritorialità diseguali. E certo, sempre, anche guerra; anch’essa però combattuta in modi diversi dal passato.
Le basi in casa altrui possono essere un problema. Tre esempi. Non lo costituisce la più nota, Guantanamo, nonostante sia da oltre cent’anni una enclave ritagliata per contratto sulla costa di una Cuba nel frattempo uscita dall’orbita statunitense. Differenti invece sono i casi della base di Okinawa, dove i militari statunitensi hanno suscitato nel corso dei decenni tensioni sempre più forti con la popolazione locale e con il Giappone, e delle impreviste conseguenze del mantenimento delle basi in Arabia Saudita dopo la fine della guerra irachena del 1990-91. Come è noto, la presenza militare statunitense è stata più volte indicata come prima responsabile dell’organizzazione di al-Qaida e dei vendicativi attentati del settembre 2001 negli Stati Uniti. E delle guerre che l’impero ha combattuto in Asia dopo il 2001.
“Prigioni straniere, zone recintate, basi nascoste, isole-colonie, stazioni GPS, attacchi mirati, reti, aerei e droni: sono questi”, scrive Immerwahr, “i luoghi e gli strumenti della guerra al terrore ancora in corso. Questa è la forma attuale del potere. Questo è il mondo creato dagli Stati Uniti”. I possedimenti oltremare, siano esse le sperdute isolette del Pacifico o le basi possedute o affittate in Paesi terzi, sono essenziali per l’esistenza dell’impero; sono, per così dire, l’assistente non dichiarato che siede accanto ai politici statunitensi quando discutono, minacciano, trattano con i loro simili. Gran Bretagna e Francia, riassume Immerwahr, hanno complessivamente tredici basi all’estero; la Russia ne ha nove e altri Paesi ne hanno una: sono una trentina le basi non appartenenti agli Stati Uniti. Invece gli Stati Uniti, oggi, “ne possiedono circa ottocento, e ci sono accordi che consentono loro l’accesso a ulteriori zone straniere. Quelli che si rifiutano di farlo ne sono comunque circondati. I Grandi Stati Uniti, in altre parole, sono i vicini di casa di tutti”. Molti Statunitensi non lo sanno e tanti, tra i “vicini”, neppure. In condizioni normali l’impero si mantiene sotto traccia, nel logo non compare.”

Da Stati Uniti: l’impero nascosto, di Bruno Cartosio.

Sotto il tricolore che sventola a Camp Darby


Mentre molte attività bloccate dal lockdown stentano a ripartire dopo l’allentamento delle restrizioni, ce n’è una che, non essendosi mai fermata, ora sta accelerando: quella di Camp Darby, il più grande arsenale USA nel mondo fuori dalla madrepatria, situato tra Pisa e Livorno. Completato il taglio di circa 1.000 alberi nell’area naturale «protetta» del Parco Regionale di San Rossore, è iniziata la costruzione di un tronco ferroviario che collegherà la linea Pisa-Livorno a un nuovo terminal di carico e scarico, attraversando il Canale dei Navicelli su un nuovo ponte metallico girevole.
Il terminal, alto una ventina di metri, comprenderà quattro binari capaci di accogliere ciascuno nove vagoni. Per mezzo di carrelli movimentatori di container, le armi in arrivo verranno trasferite dai carri ferroviari a grandi autocarri e quelle in partenza dagli autocarri ai carri ferroviari. Il terminal permetterà il transito di due convogli ferroviari al giorno che, trasportando carichi esplosivi, collegheranno la base al porto di Livorno attraverso zone densamente popolate. In seguito all’accresciuta movimentazione di armi, non basta più il collegamento via canale e via strada di Camp Darby col porto di Livorno e l’aeroporto di Pisa. Nei 125 bunker della base, continuamente riforniti dagli Stati Uniti, è stoccato (secondo stime approssimative) oltre un milione di proiettili di artiglieria, bombe per aerei e missili, cui si aggiungono migliaia di carrarmati, veicoli e altri materiali militari.
Dal 2017 nuove grandi navi, capaci di trasportare ciascuna oltre 6.000 veicoli e carichi su ruote, fanno mensilmente scalo a Livorno, scaricando e caricando armi che vengono trasportate nei porti di Aqaba in Giordania, Gedda in Arabia Saudita e altri scali mediorientali per essere usate dalle forze statunitensi, saudite e altre nelle guerre in Siria, Iraq e Yemen. Proprio mentre è in corso il potenziamento di Camp Darby, il più grande arsenale USA all’estero, una testata toscana online titola «C’era una volta Camp Darby», spiegando che «la base è stata ridimensionata, per i tagli alla Difesa decisi dai governi USA». e il quotidiano Il Tirreno annuncia «Camp Darby, sventola solo il tricolore: ammainata dopo quasi 70 anni la bandiera USA». Il Pentagono sta chiudendo la base, restituendo all’Italia il territorio su cui è stata creata? Tutt’altro.
Lo US Army ha concesso al Ministero italiano della Difesa una porzioncina della base (34 ettari, circa il 3% dell’intera area di 1.000 ha) prima adibita ad area ricreativa, perché vi fosse trasferito il Comando delle forze speciali dell’esercito italiano (Comfose), inizialmente ospitato nella caserma Gamerra di Pisa, sede del Centro addestramento paracadutismo. Il trasferimento è avvenuto silenziosamente durante il lockdown e ora il Comfose annuncia che il suo quartier generale è situato nel «nuovo comprensorio militare», di fatto annesso a Camp Darby, base in cui si svolgono da tempo addestramenti congiunti di militari statunitensi e italiani.
Il trasferimento del Comfose in un’area annessa a Camp Darby, formalmente sotto bandiera italiana, permette di integrare a tutti gli effetti le forze speciali italiane con quelle statunitensi, impiegandole in operazioni coperte sotto comando USA. Il tutto sotto la cappa del segreto militare. Visitando il nuovo quartier generale del Comfose, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini lo ha definito «centro nevralgico» non solo delle Forze speciali ma anche delle «Unità Psyops dell’Esercito».
Compito di tali unità è «creare il consenso della popolazione locale nei confronti dei contingenti militari impiegati in missioni di pace all’estero», ossia convincerla che gli invasori sono missionari di pace. Il ministro della Difesa Guerini ha infine indicato il nuovo quartier generale quale modello del progetto «Caserme Verdi».
Un modello di «benessere ed ecosostenibilità», che poggia su un milione di testate esplosive.
Manlio Dinucci

(Fonte)

Politicamente corretto o politicamente “americano”?

“La sensibilità egualitaria del “politicamente corretto” verso le minoranze non è così neutra e universale come ce l’hanno venduta: risente del punto di vista degli Stati Uniti. Il suo trapianto in Europa fa parte del progetto di esportazione – piuttosto colonizzatore – della propria cultura che si basa sull’assunto che “i valori americani sono universali”, per citare Condoleezza Rice quando era consigliera del governo Bush per gli affari esteri.
“Eppure, proprio definire gli statunitensi come americani non è affatto politicamente corretto. L’America è un continente (o due, a seconda dei criteri di classificazione che cambiano da continente a continente), ma pare che a nessuno importi del fastidio che prova un messicano o un peruviano quando si identifica l’America con gli Stati Uniti. “Il condomino che si dichiara il padrone del continente” (per citare Gabriele Valle), come se tutti gli altri Paesi dell’America non esistessero. Come ci sentiremmo se l’Europa venisse fatta coincidere per esempio con la Germania, ed europei diventasse sinonimo di tedeschi, visto che è la nazione in questo momento più importante?
Ciononostante, gli statunitensi si definiscono americani, e noi, nel nostro servilismo, li seguiamo. Il sogno “americano” è quello degli Stati Uniti. Tutto il resto non lo vediamo (e “la faccia triste dell’America” è solo un incubo).
Anche un’espressione come “scoperta dell’America” è frutto di una visione eurocentrica e colonialistica, visto che quelle terre esistevano ben prima della nostra scoperta. Ma ancora una volta pare che nessuno si occupi più di questi dettagli linguistici. La nuova moda è invece quella di contestare il “Columbus Day” e di abbattere le statue di Colombo con un furore iconoclasta piuttosto talebano che ha che fare con il fondamentalismo e il revisionismo storico. Non fu Colombo – che come è noto ignorava di aver “scoperto l’America” e aveva sbagliato strada e continente – a compiere il più grande genocidio della storia.
Accanto al revisionismo storico e alla sensibilità per non discriminare solo ciò che fa comodo, c’è poi il revisionismo linguistico che è stato esportato e ormai trapiantato in Italia in modo profondo. Come è accaduto, per esempio, che una parola come “negro” sia diventata un tabù?
A partire dagli anni Ottanta, negli Stati Uniti, dove il razzismo era ed è tangibile, parole come black, nigger o negro, considerate dispregiative, furono sostituite da afroamericano.
In Italia negro non aveva affatto questa connotazione, di africani e stranieri se ne vedevano ancora pochini a dire il vero, e il problema del razzismo nostrano era ancora legato ai pregiudizi contro i “terroni”. Negro era una parola neutra, usata da secoli nei testi scientifici, presente normalmente nel linguaggio comune e nel doppiaggio cinematografico. Negli anni Sessanta Lola Falana era l’amatissima “Venere negra”, era “negro” il “tremendo” (con tutte le ragazze) Rocky Roberts, e Edoardo Vianello cantava i “Watussi altissimi negri” in modo gioioso.
Dagli anni Novanta in poi i traduttori cominciarono ad applicare i criteri statunitensi anche alla nostra lingua, e nel giro di un decennio l’uso secolare dell’italiano è stato modificato dall’alto: i mezzi di informazione colonizzati, da un giorno all’altro, ci hanno inculcato l’idea che dire in un certo modo significava essere razzisti. Non era affatto vero, ma il nuovo clima culturale nato a tavolino si è imposto, aiutato dall’indice puntato contro chi non si adeguava, tacciato di razzismo. Un intervento moralizzatore sull’uso storico della nostra lingua, non giustificato, perpetuato proprio dagli stessi che si appellano alla sacralità dell’uso che non andrebbe normato in nome di un descrittivismo linguistico che è piuttosto altalenante.
In questo modo si sono affermate alternative ipocrite come “di colore” (ma di quale colore si parla? il nero!), oggi in disuso in favore di neri e afroamericani. Intanto, poco importa che si chiamino negri o neri, l’omicidio di George Floyd a Minneapolis da parte di alcuni poliziotti, e i numerosi altri casi di analoghi soffocamenti che stanno emergendo, hanno portato alle rivolte che occupano le prime pagine di tutti i giornali. E allora che cosa è più importante? Cambiare il nome alle cose o cambiare la sostanza? Meglio parlare di negri, con rispetto, o definirli neri discriminandoli?”

Da Totem e tabù linguistici: dal “politicamente” inglese al linguaggio inclusivo [1], di Antonio Zoppetti.

Com’è NATO un golpe – il caso Moro

Il documentario ripercorre le ultime fasi di vita di Aldo Moro, dal viaggio negli USA del 1974, al rapimento, la detenzione e l’uccisione del Presidente della DC. Una narrazione condotta dal senatore Sergio Flamigni, dall’ex magistrato Carlo Palermo, dai giornalisti ed autori di testi inerenti Marcello Altamura, Rita Di Giovacchino, Carlo D’Adamo e dal perito balistico Martino Farneti.
Una narrazione che si contrappone con dati di fatto alla verità ufficiale del “memoriale”. Una nuova nuova analisi balistica per fare luce sulla dinamica dell’agguato, un filmato inedito di via Fani riguardante la 127 rossa, auto mai presa in considerazione dalle indagini e la fonte “Beirut2”, intervistata da Carlo Palermo, che riferisce di una foto scattata ad Aldo Moro in un cortile durante la prigionia, di come la Guerra Fredda era fattivamente diretta da gruppi che controllavano sia Washington sia il Cremlino, a conferma del fatto che Aldo Moro doveva morire e non per mano delle Brigate Rosse al fine di attuare un golpe in Italia.

Per essere aggiornati sulle proiezioni del documentario o per organizzarne una nella vostra città, potete consultare la seguente pagina.

La Risistemazione Globale

Di Peter Koenig per Global Research

Peter Koenig, economista e analista geopolitico, ha lavorato per la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità nei settori dell’ambiente e delle risorse idriche. Tiene lezioni nelle università in USA, Europa e Sud America. Scrive regolarmente per Global Research e diverse altre testate.
È autore di Implosion – An Economic Thriller about War, Environmental Destruction and Corporate Greed – romanzo basato sui fatti e su trenta anni di esperienza alla Banca Mondiale in giro per il mondo. E’ anche coautore di The World Order and Revolution! – Essays from the Resistance.

Immagina, stai vivendo in un mondo che ti hanno detto sia una democrazia – e tu puoi persino crederci – ma in effetti la tua vita e il tuo destino sono nelle mani di pochi oligarchi ultra ricchi, ultra potenti e ultra disumani. Possono essere chiamati lo “Stato Profondo”, o semplicemente la “Bestia”, o qualsiasi altra cosa di oscuro e non rintracciabile – non ha importanza. Sono meno dello 0,0001%.
Per mancanza di una migliore espressione, per ora chiamiamoli “Oscuri Individui”.
Questi oscuri individui che pretendono di gestire il mondo non sono mai stati eletti. Non abbiamo bisogno di nominarli. Capirete chi sono, e perché sono famosi e perché alcuni di loro sono totalmente invisibili. Hanno creato strutture e organismi senza alcuna struttura legale. Sono pienamente al di fuori della legalità internazionale. Sono un’avanguardia per la Bestia. Può essere che ci siano svariate Bestie in competizione. Ma esse hanno lo stesso obiettivo: un Nuovo Ordine Mondiale (NOM) o un Unico Ordine Mondiale (UOM).
Questi oscuri individui stanno gestendo il Forum Economico Mondiale (in cui si riuniscono i rappresentanti della grande industria, dell’alta finanza e le grandi celebrità), il Gruppo dei 7 – G7, il Gruppo dei 20 – G20 (in cui si riuniscono i leader delle nazioni “economicamente più forti”). Ci sono anche entità minori, chiamate Bilderberg Society, Council on Foreign Relations (CFR), Chatam House e altre ancora.
I membri di tutte loro si sovrappongono. Persino la combinazione di questa avanguardia ampliata rappresenta meno dello 0,0001%. Si sono tutti sovraimposti sui governi nazionali sovrani eletti e sui governi costituzionali, e sulla struttura multinazionale a livello mondiale, l’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Continua a leggere

La digitalizzazione prossima ventura

“Il mondo sta combattendo la pandemia oppure il pianeta e il virus sono un campo di battaglia di un’altra gigantesca guerra di dimensioni planetarie? Qualche volta, nel liquidare con un’alzata di spalle il cosiddetto “complottismo”, un rischio grave c’è, bisognerà pur dirlo. È quello di appiattire a certe tesi caricaturali molte evidenze tutt’altro che fantasiose. Michel Chossudovskj, direttore di Global Research, il centro canadese di ricerca sulla globalizzazione, considerato uno dei massimi esperti internazionali di economia e geopolitica e collaboratore dell’Enciclopedia Britannica, sostiene da tempo che lo sganciamento delle risorse umane e materiali dai processi di produzione, scatenato dal confinamento paralizzando l’economia reale, è stato un atto di guerra. Un’operazione pianificata con cura, che è parte di un piano militare e di intelligence degli Stati Uniti e della NATO, per indebolire Cina, Russia e Iran e destabilizzare il tessuto economico dell’Unione Europea. Chossudovsky trova conferma della sua tesi in certe affermazioni “leggere” di Mike Pompeo, segretario di Stato USA. Ci si creda o meno, spiega Carlos Fazio su La Jornada, la disputa geopolitica per il controllo di zone di influenza fra le potenze – Stati Uniti e Cina, in particolare -, ha avuto nell’emergenza mondiale vincitori e sconfitti. È la solita fake news perché i morti sono ovunque? Difficile crederlo, Amazon e Jeff Bezos, per fare un esempio, in sole tre settimane di pandemia hanno accresciuto il patrimonio di 25 miliardi di dollari. Non sono i soli, né quelli che hanno guadagnato di più. Tutte le corporation della Silicon Valley, le grandi protagoniste di quello che Shoshana Zuboff chiama il capitalismo di sorveglianza, così come il primo fondo di investimenti del pianeta, BlackRock – che possiede il 5% di Apple e di Exxon Mobil e il 6% di Google ed è più grande di GoldmanSachs, J.P. Morgan e Deutsche Bank messi insieme – vivono una vera e propria Grande Abbuffata. Pechino risponde, intanto, lanciando la prima moneta digitale nazionale e la Via digitale della Seta. La guerra per la leadership digitale nel mondo – con i suoi assi portanti principali: l’intelligenza artificiale, l’Internet delle cose, le reti 5G e il Big Data – era già in corso molto prima dell’irruzione del coronavirus (in particolare, naturalmente, tra Cina e Stati Uniti), ma di certo il Covid-19, magari indipendentemente dalla sua genesi, non gli è estraneo. Nulla gli è estraneo. Lo si vede da tempo anche con la forsennata corsa al business sul vaccino. La colonizzazione digitale, quella che trasforma tutto quel che pensiamo e facciamo lasciando tracce nella rete in merce informativa da vendere e comprare, resta però il piatto forte delle nuove forme del dominio e della guerra, senza alcuna esclusione di colpi, per conquistarne l’egemonia.”

Così il sito comune-info.net presenta l’articolo di Carlos Fazio, Sul capitalismo della sorveglianza, di cui consigliamo attenta lettura.

Questa è sovranità limitata


“C’è un episodio che bisogna richiamare. Quando nel 1973 capita la guerra del Kippur, Moro rifiuta [di concedere] l’utilizzo delle basi militari della NATO per aiutare Israele. Sostiene la tesi, diventata di tutto il governo italiano, che quella guerra esorbita dall’area della NATO, quindi gli Americani non possono utilizzare le basi che sono nel nostro territorio per svolgere un’azione che è sì di aiuto anche ad un Paese nostro alleato come Israele, ma che deve tener conto che noi abbiamo una politica per il Medio Oriente di pacificazione, tendiamo alla soluzione di quel problema e non possiamo metterci contro i Paesi arabi. Pertanto, il nostro governo ritiene di assumere quella posizione e Kissinger “se la lega al dito”. Moro farà riferimento all’acredine che, a seguito di quel fatto, Kissinger crea. E’ una causa che probabilmente ha giocato.
(…) Non ci soffermiamo qui a parlare di quello che avviene a Portorico quando si riunisce lo stato maggiore atlantico e lasciano Moro fuori dalla porta, proprio nel momento in cui si discute sugli aiuti da dare all’Italia e si finisce col condizionare quegli aiuti. Siamo dopo le elezioni del 1976. E’ bene che guardiate cosa avviene a Portorico. In quel momento Moro viene lasciato fuori, eppure è ancora Presidente del Consiglio italiano; ma lui e Mariano Rumor, che è ministro degli Esteri, vengono lasciati alla porta mentre si discute degli aiuti all’Italia. Se ne escono con un comunicato in cui danno l’incarico al tedesco Helmut Schmidt di esprimere la posizione che era quella della discriminazione: “Se voi mettete al governo i comunisti, non vi daremo gli aiuti”.
Questa è sovranità condizionata, limitata, indiscutibilmente, dopo il suffragio popolare che aveva dato quei risultati e che non permetteva il grande gioco politico, perché i rapporti di forza erano quelli che erano e la politica di Moro era lungimirante. Dunque, il fatto di liberarsi di un personaggio che rappresentava quella politica era una tentazione non solo di Kissinger, anche di altri dirigenti di Stato nei Paesi europei, perché avevano timore di una diffusione della stessa formula di collaborazione in altri Paesi.”

Dall’audizione del senatore Sergio Flamigni, svoltasi il 2 dicembre 2014, nell’ambito della II Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro.
Ora in Rapporto sul caso Moro. Il sequestro di Aldo Moro, Steve Pieczenik e il golpe atlantico quarant’anni dopo, di Sergio Flamigni, 2019, Kaos edizioni, pp. 75-76.

Oltre la sudditanza psicologica

La dismisura, il gigantismo della tecnica che sovrasta e schiaccia la natura, la violenza predatoria, sono i fondamenti della società nordamericana. Dunque, non dovrebbero affatto sorprendere i metodi utilizzati dalle forze di polizia per garantire un ordine che si fonda sul monopolio dell’uso della violenza. Non dovrebbe neanche sorprendere il sistema del “due pesi due misure” con il quale i mezzi di informazione ed i vertici politici dell’“Occidente” a guida nordamericana si rapportano alle manifestazioni di protesta negli Stati Uniti o a quelle di Hong Kong, così come in qualsiasi altro Paese “non allineato”.
Uno degli effetti indubbiamente più deleteri degli oltre sette decenni di occupazione militare dell’Europa da parte di Washington è senza ombra di dubbio quello status mentale che porta a considerare ciò che avviene nel centro pseudoimperiale come qualcosa di determinante anche per la sua periferia. La sudditanza psicologica nei confronti degli Stati Uniti è arrivata ad un punto tale da scatenare vere e proprie tifoserie che sostengono le parti opposte nello spettacolo elettorale della democrazia americana, nella speranza che la vittoria dell’una o dell’altra possa per lo meno garantire un qualche miglioramento nella comunque ben accetta condizione di sottoposto.
Tale condizione ha subito un forte processo di estremizzazione nel corso delle elezioni presidenziali del 2016, che hanno portato alla vittoria del magnate Donald J. Trump, arrivata comunque in un momento di declino per la potenza talassocratica.
In questo contesto non si vuole in alcun caso riportare l’ormai stucchevole spettacolarizzazione propagandistica della lotta tra il Presidente ed il cosiddetto “deep state”. Chiunque abbia un minimo di familiarità con i meccanismi di potere nordamericani sa perfettamente che esiste un complesso industriale-politico-militare che persegue delle finalità geopolitiche e si muove in determinate direzioni, a prescindere da chi stia al vertice dell’impianto. Lo stesso processo di privatizzazione del Pentagono ha creato un sistema di contrattazione militare privata che si nutre di conflitto, ricavando da questo immani profitti. Basti pensare che, in piena pandemia, Washington ha votato contro una risoluzione ONU per il congelamento dei conflitti e delle sanzioni.
In questo senso l’attuale costruzione di una nuova retorica bipolare (in cui la Cina è presentata come un nuovo impero del male), oltre a garantire a Washington quel ruolo di guida democratica del “mondo libero” che gli USA non potrebbero permettersi di assumere in una condizione di multipolarità, serve essenzialmente a mantenere tale sistema in costante tensione.
Viene spesso enfatizzato il fatto che l’amministrazione Trump non ha scatenato alcun nuovo conflitto. Questa affermazione non trova alcun riscontro nella realtà geopolitica. In primo luogo, è un dato di fatto che le “guerre commerciali” sono guerre a tutti gli effetti e spesso rappresentano il preludio a più articolate azioni militari. In secondo luogo, ciò che ha impedito nuove azioni militari non è stata l’elezione di Trump, ma il rafforzamento dell’alleanza strategica tra Mosca e Pechino (fattore che aveva già spaventato la precedente amministrazione), la quale ha da subito lasciato intendere le sue posizioni, ad esempio, nel caso venezuelano e in quello iraniano. Lo stesso trumpismo, tra l’altro, non è affatto estraneo all’istinto eccezionalista che vorrebbe modellare il mondo a immagine e somiglianza degli USA. Si pensi, a questo proposito, al progetto di matrice bannoniana della New Federal China: ovvero l’idea di fare della Cina, liberata dal governo del PCC, una sorta di nuova CSI (la Comunità di Stati Indipendenti che soppiantò l’URSS dopo il suo crollo).
Quella che è stata definita come violenza predatoria (il saccheggio delle risorse petrolifere in Siria, ad esempio) è, di fatto, ciò che continua a garantire agli Stati Uniti una forza egemonica sufficiente per mantenere il dominio coloniale su un’Europa che ha rinunciato da tempo tanto alla volontà quanto alla decisione. Aspetti che hanno invece caratterizzato la sua tradizione politica prima del totale asservimento all’“Occidente”.
Ora, se l’Europa, in uno slancio di ritrovata autostima, volesse provare a riconquistare la propria sovranità, il primo passo da compiere sarebbe necessariamente l’identificazione del proprio nemico esistenziale e geopolitico. Questo nemico è l’America.”

Da Il nemico è l’America, di Daniele Perra.

5G, nuovo campo della corsa agli armamenti


Alla base aerea Nellis in Nevada – annuncia il Pentagono – inizierà in luglio la costruzione di una rete sperimentale 5G, che diverrà operativa nel gennaio 2021.
In questa base si è svolta lo scorso marzo la Red Flag, la più importante esercitazione aerea degli Stati uniti, cui hanno partecipato forze tedesche, spagnole e italiane. Queste ultime erano composte anche da caccia F-35 che – comunica l’Aeronautica militare – sono stati «integrati con i migliori assetti dell’aviazione americana» così da «sfruttare al massimo le potenzialità dei velivoli e dei sistemi d’arma in dotazione», compresi sicuramente quelli nucleari.
Alla Red Flag del 2021 saranno già probabilmente in funzione, per essere testate in un ambiente reale, reti mobili 5G formate da torri montabili e smontabili in meno di un’ora per essere rapidamente trasferite a seconda dell’operazione in corso.
La base Nellis è la quinta selezionata dal Pentagono per sperimentare l’uso militare del 5G: le altre si trovano nello Utah, in Georgia, in California e nello stato di Washington.
Un documento del Servizio di ricerca del Congresso (National Security Implications of Fifth Generation 5G MobileTechnologies, 22 maggio 2020) spiega che questa tecnologia di quinta generazione della trasmissione mobile di dati può avere «numerose applicazioni militari».
Una di queste riguarda i «veicoli militari autonomi», ossia i veicoli robotici aerei, terrestri e navali in grado di effettuare autonomamente le missioni di attacco senza neppure essere pilotati a distanza. Ciò richiede l’archiviazione e l’elaborazione di una enorme mole di dati che non possono essere effettuate unicamente a bordo del veicolo autonomo. Il 5G permetterà a questo tipo di veicolo di usare un sistema esterno di archiviazione ed elaborazione dati, analogo all’odierno cloud per l’archiviazione personale di file.
Tale sistema può rendere possibili «nuovi concetti operativi militari», come quello dello «sciame» in cui ciascun veicolo si collega automaticamente agli altri per effettuare la missione (ad esempio di attacco aereo a una città o attacco navale a un porto).
Il 5G permetterà di potenziare l’intero sistema di comando e controllo delle forze armate statunitensi su scala mondiale: attualmente – spiega il documento – esso usa le comunicazioni satellitari ma, a causa della distanza, il segnale impiega un certo tempo per arrivare, causando ritardi nell’esecuzione delle operazioni militari. Tali ritardi saranno praticamente eliminati dal 5G.
Esso avrà un ruolo determinante in particolare nell’uso delle armi ipersoniche le quali, dotate anche di testate nucleari, viaggiano a velocità superiore a 10 volte quella del suono.
Estremamente importante sarà il 5G anche per i servizi segreti, rendendo possibili sistemi di controllo e spionaggio molto più efficaci di quelli attuali.
«Il 5G è vitale per mantenere i vantaggi militari ed economici dell’America», sottolinea il Pentagono. Particolarmente vantaggioso è il fatto che «l’emergente tecnologia 5G, commercialmente disponibile, offre al Dipartimento della Difesa l’opportunità di usufruire a costi minori di tale sistema per le proprie esigenze operative». In altre parole, la rete commerciale del 5G, realizzata da società private, viene usata dalle forze armate statunitensi con una spesa molto più bassa di quella che sarebbe necessaria se la rete fosse realizzata unicamente a scopo militare.
Ciò avviene anche in altri Paesi. Si capisce quindi che il contenzioso sul 5G, in particolare fra Stati Uniti e Cina, non fa parte solo della guerra commerciale. Il 5G crea un nuovo campo della corsa agli armamenti, che si svolge non tanto sul piano quantitativo ma su quello qualitativo.
Ciò viene taciuto dai media e largamente ignorato anche dai critici di tale tecnologia, che concentrano la loro attenzione sui possibili effetti nocivi per la salute. Impegno questo di grande importanza, che deve però essere unito a quello contro l’uso militare di tale tecnologia, finanziato inconsapevolmente dai comuni utenti dei cellulari di quinta generazione.
Manlio Dinucci

(Fonte)

Gli “zii d’America”

“Pochi casi più della presente convergenza sulla Cina aiutano a capire quanto la presunta incompatibilità tra Soros e Bannon sia una narrazione strumentale: i due rappresentano le principali manifestazioni della proiezione oltre Atlantico degli interessi strategici USA.
Soros, da un lato, protagonista già a partire dagli anni Ottanta di assidue campagne di finanziamento volte a erodere il terreno ai regimi comunisti dell’Est Europa, è portavoce e capofila dell’ala liberal-progressista del mondo a stelle e strisce. Un’ala, con relativi apparati, gruppi d’influenza e cordate politiche, favorevole a difendere lo status quo e la narrazione della globalizzazione in quanto estremamente favorevole al mantenimento della supremazia e della centralità statunitense nel mondo. Capace di portare avanti un’agenda ideologica (in cui l’apertura delle frontiere al libero commercio e alla libera circolazione dei capitali sono molto spesso sottovalutate rispetto al più visibile sostegno alla libera circolazione degli uomini) che ha preso piede soprattutto nella Sinistra europea in cerca di punti di riferimento dopo la caduta del Muro e l’avvio della globalizzazione.
Bannon, invece, rilancia in tono “sovranista” la narrazione che aveva già animato l’azione degli Stati Uniti ai tempi dell’egemonia dei gruppi neoconservatori nell’epoca di George W. Bush. Dunque: occidentalismo spinto, esaltazione del legame con alleati come Israele contro un mondo, quello islamico, ritenuto compatto nella sua incompatibilità con l’Occidente; critica formale alla globalizzazione in nome del primato dell’interesse americano (il famoso “America First” di Trump) senza la sostanziale volontà di stravolgere la governance mondiale; rilancio delle culture wars contro la presunta egemonia dell’ideologia del “politicamente corretto”; sdoganamento dell’ideologia economica neoliberista. Un’ideologia che Pietrangelo Buttafuoco ha definito una “minestra revotata dei neo-con occidentalisti”.
Soros e Bannon rappresentano dunque due diverse anime degli apparati di potere americani, in certi momenti estremamente duri nel loro confronto e nella loro dialettica (la fase attuale non fa eccezione), ma concordi sul nocciolo duro dell’interesse nazionale statunitense, ovvero il mantenimento del controllo geopolitico sull’Europa e la lotta contro qualsiasi forma di potere esterno capace di sfidare l’egemonia americana nel mondo. La comune critica alla Cina segnala la salda convinzione dei decisori strategici di Washington che sia arrivato il tempo di iniziare a capire come regolare i conti con Pechino. E in questa campagna gli USA hanno bisogno dell’Europa come alleato fedele, non tentato da cedimenti all’Impero di Mezzo.
(…) Soros e Bannon sono gli “zii d’America” che hanno offerto al mondo politico europeo fondi, propulsione ideologica e organizzazione per strutturare una nuova dialettica. Nel caso di Bannon il risultato è stato addirittura più radicato, in quanto l’ex consigliere di Donald Trump è riuscito a impiantare in Europa un’ideologia che ha, nelle sue priorità, diverse assonanze con l’interesse nazionale dell’amministrazione USA: essa, infatti, dal sovranismo incassa la destabilizzazione dell’Unione Europea, nell’ottica del divide et impera, un avvicinamento all’asse costruito in Medio Oriente con Israele e Arabia Saudita e, ora, la dura e profonda critica alla Cina. Condivisa da Soros, che nell’evoluzione in senso gradito a Pechino della globalizzazione avrebbe da perdere in influenza assieme alla sua ala politica di oltre Atlantico.
Il problema di fondo è la debolezza politica dell’Europa: continente incapace di produrre spinte ideologiche o politiche propulsive, sviluppi innovativi o idee da portare al grande dibattito mondiale, ma anche di esercitare la minima influenza sui decisori dell’ordine mondiale. Soros o Trump, Bannon o Xi che sia, l’Europa è sempre vista come oggetto, e non come soggetto, delle dinamiche internazionali. E questo certifica più di ogni altra considerazione il declino del Vecchio Continente.”

Da Come mai Soros e Bannon la pensano uguale sulla Cina?, di Andrea Muratore.