Soldi, petrolio, sabbia ed imbecilli

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Che cosa potrebbe fare una povera ex superpotenza fallita?

“Quello di cui il Presidente-eletto Trump ha bisogno è un progetto pronto all’uso, con cui trasferire in patria un quantitativo significativo di bottino imperiale, abbastanza fronzoli e carabattole da mostrare alla gente come simboli di una ritrovata grandezza. Ma il problema è: che cosa c’è rimasto da saccheggiare? I rapporto globale debito/PIL è attorno al 300%, e una nazione fallita che derubi un’altra nazione fallita non ha molte speranze di fare bottino. Le nazioni non in bancarotta, che hanno un debito basso e forti riserve di valuta pregiata e di oro (Russia e Cina) non sono esattamente dei bersagli facili. Attacca la Russia e ti ritrovi a terra, senza neanche sapere che cosa è successo. Attacca la Cina e ti becchi dieci anni di agopuntura, molto cara ed estremamente dolorosa. L’Iran potrebbe sembrare un bersaglio più facile, e Trump ha lanciato qualche grido di guerra più o meno in quella direzione, ma anche i Persiani sono molto insidiosi, e sono ormai quasi 26 secoli che stanno perfezionando l’arte dell’insidia. In più, Cina, Russia ed Iran capiscono benissimo il gioco, e vanno tutti mano nella mano, sfidando gli Stati Uniti a fare qualcosa di nuovo. Contro di loro, gli uomini di Trump sarebbero come bambini sperduti nel bosco.
E così, tramite un processo di eliminazione, arriviamo all’unica, ovvia, possibilità: le monarchie del Golfo Persico, con l’Arabia Saudita che fa da primo premio. Naturalmente, l’Arabia Saudita è un protettorato americano e deve la sua esistenza ad un accordo siglato nel 1945 fra Re Abdulaziz ibn Saud e il Presidente Franklin D. Roosevelt. Ma questo non è certo un problema: il sud di prima della guerra era America in tutto e per tutto, ma questo non ha impedito al nord di attaccarlo. Tutto quello che ci vorrebbe è l’annuncio di un drammatico cambio di politica estera: “L’Arabia Saudita si sta comportando male. Il Presidente Trump è molto deluso”.
Perché un cambio di politica? Perché è indispensabile e il tempo stringe. L’Arabia Saudita ha ancora riserve finanziarie in abbondanza, ma si stanno assottigliando rapidamente, dal momento che la nazione dissipa tutti i suoi averi nel tentativo di mantenere in un relativo benessere la sua popolazione di mangiapane a tradimento. Ha riserve petrolifere in quantità (anche se gradualmente diminuisce la qualità e aumentano i costi di estrazione, a causa della mancanza d’acqua e di altri problemi), ma le sta dilapidando molto più in fretta del dovuto. Vedete, l’Arabia Saudita è (come se fosse) un pusher di petrolio, ma è anche drogata di petrolio, e, gradualmente, ne sta consumando sempre di più. Questo fenomeno è conosciuto come Export Land Effect: le nazioni produttrici di petrolio tendono ad investire i ricavi petroliferi all’interno, creando una crescita economica che, a sua volta, fa aumentare i consumi energetici. Distruggere l’economia saudita, salvaguardando allo stesso tempo la sua industria petrolifera, renderebbe nuovamente disponibili per l’esportazione notevoli quantitativi di petrolio.
Ciò che rende questo progetto pronto all’uso è il fatto che l’Arabia Saudita è un bersaglio molto facile. Prima di tutto, è piena di imbecilli. Gente che per tutto il tempo non fa altro che sposarsi fra cugini, e dopo qualche generazione di simili incroci fra consanguinei il suo QI si può contare con le dita delle mani (pollici compresi, se è un numero veramente alto). Neanche il sistema educativo saudita è di molto aiuto: si basa sopratutto sulla ripetizione a memoria del Corano e dei testi ad esso correlati, e non tiene in nessuna considerazione il pensiero critico ed indipendente e quella forte voglia di rivolta che rendono le nazioni difficili da conquistare e da controllare. L’economia dipende quasi completamente dai lavoratori stranieri, dal momento che gli stessi Sauditi non amano lavorare troppo, e questa comunità di lavoratori provenienti dall’estero può essere facilmente intimorita e costretta a fare le valige. Infine, i Sauditi sono estremamente inconsistenti dal punto vista militare, come si è visto nell’attuale assenza di progressi nello Yemen (crisi umanitaria a parte). Tutti i loro sistemi d’arma sono realizzati negli Stati Uniti, e possono essere disabilitati con breve preavviso bloccando l’invio di mercenari, istruttori e pezzi di ricambio. (A differenza del materiale di fabbricazione russa, che può funzionare in maniera autonoma per decenni e che normalmente si riesce a riparare con martello e cacciavite, gli armamenti americani tendono ad essere complessi e necessitano di manutenzione specialistica continua).
(…)
La prima bordata potrebbe essere una serie di poche, semplici richieste. L’Arabia Saudita dovrebbe unirsi alla comunità delle nazioni civili e garantire gli stessi diritti alle donne ed alle minoranze sessuali, la libertà di culto per i non-Mussulmani e gli atei, il diritto al matrimonio fra persone appartenenti a gruppi religiosi diversi, una tabella di marcia verso il raggiungimento di un ordine costituzionale, una democrazia rappresentativa e la rinuncia all’applicazione della dottrina religiosa alle questioni civili. Da qui la situazione potrebbe facilmente degenerare, una bomba qui, un po’ di disordini laggiù e, dopo un po’, tutti i lavoratori stranieri se ne tornano a casa, i consumi petroliferi interni crollano e l’industria petrolifera ritorna sotto il controllo straniero, la ricchezza viene espropriata e utilizzata per “rendere nuovamente grande l’America”. Quest’ultima parte potrebbe non andare a genio a tutti, ma il piano generale ha così tanti aspetti positivi che la maggioranza lo accetterebbe comunque. Specialmente gli Europei, che si lamentano della marea di migranti islamici, molti dei quali radicalizzati dagli insegnamenti sauditi, accoglierebbero a braccia aperte un modo per rendere innocuo e socializzare l’Islam, trasformandolo così in un’altra religione, i cui praticanti evitino di usare la parola “infedele” come un pugno in faccia e non siano così stupidi da cercare di imporre gli atavici dettami della loro religione alla comunità, in gran parte secolare, che li circonda.
Se Trump non romperà quell’uovo di cioccolato che è l’Arabia Saudita e non scapperà con la sorpresa che contiene, allora lo farà qualcun’altro. I giorni dell’Arabia Saudita sono contati. Per adesso è ancora ricca di soldi, petrolio, sabbia ed imbecilli, ma sta consumando sempre più rapidamente i primi due. Aspettate solo una dozzina d’anni o giù di lì, e tutto quello che sarà rimasto saranno sabbia ed imbecilli. Ben prima di allora, qualcuno cercherà di arrivare fino a loro e di portar via quello che rimane del tesoretto. Potrebbero anche essere gli Americani: sono stati loro a dare il via a questo caotico regno nel deserto, potrebbero anche essere quelli che gli daranno il colpo di grazia.”

Da Come rendere nuovamente grande l’America con i soldi degli altri, di Dmitry Orlov.

Verso un mondo multipolare

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Siamo entrati in una nuova era? In poco più di un secolo, la popolazione planetaria è aumenta di quattro volte ed ancora aumenterà nell’immediato futuro. Solo negli ultimi sessanta anni anche il numero di Stati è quadruplicato. L’aumento di quantità ed intensità delle interrelazioni tra Stati, economie, culture e vari tipi di sistemi con cui si organizza la nostra convivenza planetaria è stato esponenziale. L’Occidente, in quel recente passato, era un terzo della popolazione e la quasi totalità della ricchezza, enorme la distanza in termini di capacità, tecnologia, potenza che permetteva alla nostra parte di mondo di dominare tutte le altre, dominio alla base della qualità del nostro modo di vivere. Oggi siamo diventati poco più di un decimo della popolazione mondiale, più o meno la metà in termini di ricchezza e si sta annullando quella grande differenza di potenza e quindi quella posizione di dominio che ci ha portato tanti vantaggi. Da tempo, la nostra parte di mondo decresce ed il resto del mondo cresce in un movimento che potremmo chiamare: la “grande convergenza”.
In tutto ciò, sia le nostre istituzioni sociali, le democrazie rappresentative tanto quanto la società ordinata dai fatti economici e da ultimo, da quelli finanziari, sia i sistemi di idee che riflettono quelle istituzioni e le élite che quei sistemi hanno espresso, mostrano vistosi segni di disadattamento. Il mondo è cambiato ma non i nostri modi di stare al mondo e neanche quelli di come lo pensiamo e lo giudichiamo. Brexit, bambini morti sulle spiagge, l’instabilità dei mercati, l’ipervolume finanziario sempre sul punto di collassare e le prospettive di stagnazione, il tentato colpo di stato in Turchia, il problema dei migranti, la triste parabola del’euro, la guerra siriana non meno dell’ISIS, di quella libica non meno di quella che sembrava una nuova guerra fredda con i Russi, financo gli annunci di una Terza guerra mondiale, Trump, la diatriba su populismi e globalizzazione, la comparsa di un sempre più chiaro fallimento delle élite politiche non meno di quelle economiche e culturali, per tacere del fondo problematico dell’ambiente, delle risorse, dell’impeto tecnologico divora lavoro, della tragedia etica, sono gli scarabocchi vistosi di un sismografo che rileva la dinamica della preoccupante geologia socio-politica mondiale. Geologia che di par suo, sta meditando anche lei se non rinominare la nostra era con termine Antropocene, l’era in cui l’uomo si è sostituto alla natura in maniera inconsapevole, ciecamente egoista, irresponsabile.
Poiché tutto il mondo sta sviluppando sistemi economici simili ai nostri, s’ingenera un nuovo livello competitivo tra civiltà, aree geo-storiche, Stati, sistemi economici. Tutti sono alla ricerca delle proprie migliori condizioni di possibilità. Gli Stati Uniti, forti di una vantaggiosa posizione che porta a meno di un ventesimo della popolazione un quarto della ricchezza mondiale, capeggiano la resistenza dell’Ancien Régime, spingendo Europei e Giapponesi alla difesa ad oltranza degli antichi privilegi. La Cina, a nome degli emergenti, capeggia la vociante folla che reclama il proprio legittimo posto al sole. Le élite che hanno finanziato e speculato su una crescita che ha divorato la classe media occidentale, sono in piena sindrome di Maria Antonietta e non capiscono perché nel “popolo” stia montando la rabbia. La Russia sogna di saldare Europa ed Asia per suo tramite nel famoso sistema euroasiatico che farebbe del macro-continente il vero centro del mondo. Ma data la nuova dimensione e varietà del mondo, i giochi sono anche più complessi. Mondo islamico e mondo arabo, Sud-est asiatico, Africa e Sud America, tutti vogliono giocare al gioco di tutti i giochi e la geopolitica sta diventando l’occhiale attraverso cui si scorge con più nitidezza la partita di tutte le partite. Tutti si apprestano a partecipare a modo loro alla contesa mentre gli Europei non sembrano aver capito molto di ciò che accade e rimbalzano tra gli imperativi di più crescita o più sovranità, senza neanche domandarsi se ciò che vogliono sia poi anche possibile ed a quali condizioni.
“Verso un mondo multipolare” attraverso le lenti della multidisciplinare cultura della complessità e della teoria dei sistemi, unitamente ad un sguardo critico su forme e contenuti della nostre immagini di mondo, credenze, ideologie, filosofie, cerca di ricostruire lo stato del mondo, la nostra posizione, i rischi a cui stiamo andando incontro. Alla fine, a noi antichi popoli europei in contrazione e declino demografico, si consigliano due prospettive: rivedere a fondo il modo con cui definiamo ed ordiniamo la nostra vita associata, rivedere ancora più a fondo i nostri sistemi di pensiero. Ne va delle nostre possibilità di adattamento alla nuova era complessa evitando guerre e collassi. Il tempo è poco ma in compenso la posta è tragicamente alta.

Pier Luigi Fagan, 1958, una compagna artista, due figli, un gatto. Professionista ed imprenditore del marketing e della comunicazione per 22 anni. Da tredici anni ritirato a confuciana vita di studio, legge, studia, scrive come pensatore indipendente sul tema della complessità, nella sua accezione più ampia: sociale, economica, politica e geopolitica, culturale e soprattutto filosofica.

Verso un mondo multipolare. Il gioco di tutti i giochi nell’era Trump,
di Pier Luigi Fagan
Fazi editore, Roma, 2017, pp. 350, € 25

Il presidente “buono” e quello “cattivo”

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Barack Obama fu «santo subito»: appena entrato alla Casa Bianca fu insignito preventivamente nel 2009 del Premio Nobel per la pace grazie ai «suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli». Mentre la sua amministrazione già preparava segretamente, tramite la Segretaria di Stato Hillary Clinton, la guerra che due anni dopo avrebbe demolito lo Stato libico, estendendosi poi alla Siria e all’Iraq tramite gruppi terroristici funzionali alla strategia USA/NATO.
Donald Trump è invece «demone subito», ancor prima di entrare alla Casa Bianca. Viene accusato di aver usurpato il posto destinato a Hillary Clinton, grazie a una malefica operazione ordinata dal Presidente russo Putin.
Le «prove» sono fornite dalla CIA, la più esperta in materia di infiltrazioni e colpi di stato. Basti ricordare le sue operazioni per provocare e condurre le guerre contro Vietnam, Cambogia, Libano, Somalia, Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria; i suoi colpi di Stato in Indonesia, El Salvador, Brasile, Cile, Argentina, Grecia. Milioni di persone imprigionate, torturate e uccise; milioni sradicate dalle loro terre, trasformate in profughi oggetto di una vera e propria tratta degli schiavi. Soprattutto bambine e giovani donne, schiavizzate, violentate, costrette a prostituirsi.
Tutto questo dovrebbe essere ricordato da chi, negli USA e in Europa, organizza il 21 gennaio la Marcia delle donne per difendere giustamente quella parità di genere conquistata con dure lotte, continuamente messa in discussione da posizioni sessiste come quelle espresse da Trump.
Non è però questa la ragione per cui Trump è messo sotto accusa in una campagna che costituisce un fatto nuovo nella procedura di avvicendamento alla Casa Bianca: questa volta la parte perdente non riconosce la legittimità del presidente neoeletto, ma tenta un impeachment preventivo.
Trump viene presentato come una sorta di «Manchurian Candidate» che, infiltrato alla Casa Bianca, verrebbe controllato da Putin, nemico degli Stati Uniti. Gli strateghi neocon, artefici della campagna, cercano in tal modo di impedire un cambio di rotta nelle relazioni degli Stati Uniti con la Russia, che l’amministrazione Obama ha riportato a livello di Guerra Fredda.
Trump è un «trader» che, continuando a basare la politica statunitense sulla forza militare, intende aprire un negoziato con la Russia, possibilmente anche per indebolire l’alleanza di Mosca con Pechino. In Europa temono un allentamento della tensione con la Russia anzitutto i vertici NATO, cresciuti d’importanza con l’escalation militare della nuova Guerra Gredda, e i gruppi di potere dei paesi dell’Est – in particolare Ucraina, Polonia e Paesi baltici – che puntano sull’ostilità alla Russia per avere un crescente appoggio militare ed economico da parte della NATO e della UE.
In tale quadro, non possono essere taciute nelle manifestazioni del 21 gennaio le responsabilità di quanti hanno trasformato l’Europa in prima linea del confronto, anche nucleare, con la Russia.
Dovremmo manifestare non come sudditi statunitensi che non vogliono un presidente «cattivo» e ne chiedono uno «buono», ma per liberarci dalla sudditanza verso gli Stati Uniti che, indipendentemente da chi ne sia Presidente, esercitano la loro influenza in Europa tramite la Nato; per uscire da questa alleanza di guerra, per pretendere la rimozione delle armi nucleari USA dai nostri Paesi.
Dovremmo manifestare per avere voce, come cittadine e cittadini, nelle scelte di politica estera che, indissolubilmente legate a quelle economiche e politiche interne, determinano le nostre condizioni di vita e il nostro futuro.
Manlio Dinucci

Fonte

L’omicidio di Olof Palme

Mentre in Svezia la stampa formula accuse circostanziate all’apparato di sicurezza nazionale, riproponiamo al riguardo il video dell’inchiesta datata 1990 dell’allora giornalista RAI Ennio Remondino (come riproposta da Maurizio Torrealta) e un recente articolo di remocontro.it, nella cui redazione figura lo stesso Remondino.

Svezia, nuova inchiesta omicidio Palme e ancora P2

La Svezia si prepara a riaprire l’inchiesta sull’assassinio irrisolto del carismatico premier Olof Palme, avvenuto 30 anni fa. Il procuratore capo di Stoccolma, Krister Petersson, sarà a capo della nuova indagine. Palme fu colpito nel 1986 da un ignoto sparatore mentre usciva da un cinema di Stoccolma con la moglie e morì dissanguato sul marciapiede. A seguito dell’assassinio del leader socialdemocratico furono interrogate 10mila persone. In 134 sostennero di aver ucciso Palme. Il compito di Petersson si preannuncia erculeo: il dossier Palme occupa 250 metri di scaffale. L’inchiesta sull’omicidio Palme riaprirà a febbraio [2017 – ndc] e Petersson ha dichiarato alla stampa svedese che tenterà di risolvere l’omicidio e che è ottimista. “Mi sento onorato e accetto la missione con grande energia” ha detto in una nota.

La pista italiana, 1990
“L’ ipotesi di un coinvolgimento di Licio Gelli nell’ omicidio di Olof Palme, il premier svedese assassinato a Stoccolma alcuni anni fa, è stata avanzata dal quotidiano Dagens Nyheter. Nell’ articolo, firmato da un giornalista molto noto in Svezia, Olle Alsén, si ricorda l’ esistenza di un telegramma che parrebbe compromettere il capo della P2. Alsen riferisce, inoltre, che l’ FBI starebbe indagando sull’ omicidio Palme e attribuisce l’ informazione ad una ex collaboratrice di Ronald Reagan, Barbara Honegger. Nel suo articolo, Alsen ricorda che la Honegger ha scritto, in un libro intitolato ‘October Surprise’, di avere saputo che Gelli il 28 febbraio 1986, tre giorni prima dell’ assassinio, aveva inviato un telegramma a un esponente dell’ amministrazione americana in cui si affermava: “Dite al vostro amico che l’ albero svedese sarà abbattuto”. Un portavoce della commissione d’inchiesta ha commentato che la pista italiana è di estrema rilevanza”.

Olof Palme, un caso ancora aperto
La ricostruzione su ‘Il Fatto’ del 27 febbraio 2013, di Enrico Fedrighini. «Washington, 25 febbraio 1986, martedì. Philip Guarino, esponente del Partito Repubblicano molto vicino a George Bush senior, rilegge il messaggio che gli è stato appena recapitato; un telegramma inviato da una località remota del Sud America, una sorta di codice cifrato: «Tell our friend the Swedish palm will be felled». La firma è di un italiano, Licio Gelli, vecchia conoscenza di Guarino; alcuni anni prima, avevano entrambi sottoscritto un affidavit a favore di un finanziere, Michele Sindona. “Informa i nostri amici che la palma svedese verrà abbattuta”. Curioso: in Svezia non crescono le palme». Il telegramma attribuito a Gelli sarebbe stato in realtà inviato dal Sud America da Umberto Ortolani anche al gran Maestro della loggia massonica P2 Licio Gelli. Il testo parla di ‘palme’, che è una dizione popolare di ‘albero’, con un possibile doppio significato evidente.

‘L’albero svedese sarà abbattuto’
In quel 1986 l’ONU aveva affidato a Olof Palme il delicato incarico di arbitrato internazionale fra Iraq e Iran, in guerra da sei anni. Una guerra sanguinosa e sporca, un crocevia di traffico d’armi e operazioni coperte. l’Iran sta ricevendo segretamente forniture di armi attraverso una rete formata da pezzi dell’apparato politico/militare USA; i proventi servono anche a finanziare l’opposizione dei Contras in Nicaragua. Ma c’è qualcosa di più grave che sta emergendo, di più spaventoso: la rete che fornisce armi all’Iran sembra agire ed avere strutture operative ramificate all’interno di diversi Paesi dell’Europa Occidentale. Anche nella civilissima Scandinavia. Quella sera del 28 febbraio 1986, Palme è a Stoccolma, all’uscita dei cinema dove era andato con la moglie, quando un’ombra nel buio si avvicina alla coppia e spara due colpi alla schiena dell’ex primo ministro.

Il colpevole che non convince
Per l’omicidio Palme viene condannato in primo grado nel 1988 un pregiudicato, Christer Petterson, prosciolto poi in appello del 1989 per mancanza di prove. Il 15 settembre 2004, Petterson contatta Marten Palme, il figlio dell’ex premier ucciso: desidera incontrarlo, ha qualcosa di importante da confidargli sulla morte del padre. Il giorno dopo, Petterson viene ricoverato in coma al Karolinska University Hospital con gravi ematomi alla testa. Muore il 29 settembre per emorragia cerebrale, senza mai aver ripreso conoscenza. Nell’aprile 1990 il quotidiano svedese Dagens Nyheter rivela la notizia del telegramma inviato da Licio Gelli a Guarino nel 1986, tre giorni prima dell’omicidio Palme. Tante, troppe vicende oscure attorno a quel delitto che aveva colpito il mondo.

L’inchiesta CIA-P2 del TG1
Ancora Enrico Fedrighini. «Contattando i colleghi svedesi un giornalista del TG1, Ennio Remondino, rintraccia e intervista le fonti, due agenti della CIA che confermano la notizia del telegramma, rivelando anche l’esistenza di una struttura segreta operante in diversi Paesi dell’Europa occidentale denominata Stay Behind (nella versione italiana, Gladio), coinvolta da decenni in traffici d’armi ed azioni finalizzate a “stabilizzare per destabilizzare” (la ‘strategia della tensione’ detta in linguaggio più elaborato). L’intervista con uno dei due, Dick Brenneke, viene trasmessa dal TG1 nell’estate 1990 e provoca la reazione furibonda di Cossiga, il licenziamento in tronco del direttore del TG1 Nuccio Fava e il trasferimento di Remondino all’estero come inviato sui principali fronti di guerra».

Quella dannata estate 1990
Fonte, Repubblica luglio 1990. «I carabinieri nella redazione del TG1 in via Teulada non c’erano mai stati. Sono arrivati alle 13,30 di ieri. Accompagnavano l’ inviato speciale del telegiornale Ennio Remondino. Il giornalista stringeva nelle mani un decreto di sequestro, appena firmato dal giudice istruttore Francesco Monastero, per la documentazione raccolta in un secondo viaggio negli Stati Uniti. Per tutto il pomeriggio il giornalista ha svuotato i suoi armadi, firmato uno ad uno, i fogli (circa un migliaio) che, secondo l’ ex-agente della Central Intelligence Agency Richard A. Brenneke, dovrebbero confermare quel che ha dichiarato proprio a Remondino in un’ inchiesta del TG1 sull’ omicidio di Olof Palme».

Cossiga – Andreotti
Sempre Repubblica. «Fin da venerdì, con una telefonata di un ufficiale dei carabinieri del Nucleo antiterrorismo, il magistrato aveva convocato a Palazzo di Giustizia il giornalista. Alle 10,30 in punto, Remondino era nell’ ufficio del giudice istruttore, dove, alla presenza del pubblico ministero Elisabetta Cesqui, è stato interrogato per tre ore. Ha spiegato tutti i passaggi, gli incontri, i contatti avuti negli Stati Uniti in un secondo viaggio che doveva ulteriormente confermare le conclusioni delle prime quattro puntate dell’ inchiesta del TG1 mandata in onda tra gli ultimi giorni di giugno e i primi di luglio. Una inchiesta che è diventata arroventato terreno di una polemica politica che ha visto scendere in campo adirittura il presidente della Repubblica. Cossiga, in una lettera ad Andreotti, ha chiesto o l’accertamento di verità così clamorose o la punizione dei responsabili di un’informazione intemerata».

Fonte

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Putin non li spaventa più!

bufala-275x200_c“Prima di tutto questa ennesima allucinazione mediatica è il segno definitivo dello scollamento in atto fra le elite e le masse in tutto l’occidente. Il processo è ormai chiaro e probabilmente irreversibile.
Vivete su Marte o a Strasburgo? Ecco il riassunto. Dopo la fine della guerra fredda, dopo la cosiddetta “fine della storia” marcata dal trionfo del liberismo, politica ed informazione hanno marciato al passo scandito dall’economia. In un primo momento le masse si sono accodate, perché ingannate sulla natura del processo in atto e sedotte dal fogno del desiderio infinito di consumo.
In quegli anni l’informazione, con la collaborazione di uno stuolo di “tecnici” a gettone, si è giocata tutta la sua credibilità spacciando menzogne sulle provette di Colin Powell, sulle armi di distruzione di massa di Saddam, sulle magnifiche sorti e progressive dell’Unione Europea, sulla efficienza dello stato minimo e sulle meraviglie dell’immigrazione incontrollata. Nel frattempo la politica si è suicidata rinunciando a progettare il futuro e consegnandosi a piazzisti ed esperti di marketing che hanno gareggiato nel consegnare ai privati tutte le leve di comando della società. Ma poi, con il passare del tempo, si sono riscossi i dividendi del liberalismo: guerra, disuguaglianza, rapina, povertà, caos. Gli yesman nelle istituzioni hanno fatto sempre più fatica a imbellettare il maiale, e i media a spacciarlo per una bambola da sogno. Alla fine, nel 2016, dopo 25 anni esatti di trattamento all’olio di ricino, la corda si è spezzata: le masse si sono rese conto che i rappresentanti hanno tradito il mandato e l’informazione le ha ingannate ed hanno disertato. Brexit, Trump, referendum italiano. Un solo, assordante, messaggio: non vi voteremo mai più!
In teoria questi tre sonori, inequivocabili ceffoni avrebbero potuto produrre un ripensamento. Certo, le elite avrebbero dovuto riconoscere la responsabilità della catastrofe, cambiare rotta, fare autocritica, ma cavalcando le sacrosante richieste dei popoli si sarebbero potute salvare: in fondo gli specialisti sopravvivono ad ogni rivoluzione. Era una strada percorribile? Io credo lo fosse. Comunque ormai è chiaro che non si andrà in questa direzione.
Ciò che invece è successo e a cui stiamo assistendo è un avvitamento, un arroccamento, una chiusura suicida. La politica ha concluso che se gli elettori non votavano le riforme il problema è che le riforme non erano abbastanza numerose e traumatiche. Hanno deciso che la soluzione è più riforme. Le teste d’uovo della informazione tradizionale, da parte loro, hanno pensato che se la gente non legge più un giornale nemmeno ad infilarglielo sotto la porta di nascosto, nottetempo, non è colpa del fatto che la carta stampata è piena di frottole, ma che le frottole non sono abbastanza numerose, o abbastanza fantasiose: “Putin non solo non li spaventa più, ma li entusiasma?” paiono aver pensato. “Potremmo inventare gli hacker, o i bufalari. O magari gli hacker bufalari di Putin! E quando arriveranno a commentare i nostri pezzi sommergendoli sotto tonnellate di pernacchie e di insulti potremmo invocare l’intervento delle autorità. Chiamare la forza. Si, può funzionare!”. Questo devono aver pensato. Pare di vederli.
Siamo dunque arrivati al momento in cui le masse subalterne, che vivono nel mondo reale, sono divenute insensibili non solo alle blandizie ed alle promesse, ma anche alle minacce, mentre le elite urbane e globalizzate, vittime della propria stessa propaganda, considerano i popoli governati estranei o addirittura nemici. Questa spaccatura, comunque la si guardi, è pericolosa. Gli assediati sembrano avere solo due opzioni: la resa o la repressione violenta. Molto dipenderà dal contesto intellettuale, istituzionale e politico, in cui agiscono.”

Da Crociata Anti Bufala: situazione tragica ma non seria, di Marco Bordoni.

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Dedicata ai bombaroli “fiorentini”

Monsignor Capucci e la pace, “ossigeno della vita”

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Monsignor Hilarion Capucci è morto a Roma il 1 gennaio 2017, dunque in occasione della cinquantesima giornata mondiale della pace (istituita da Paolo VI e celebrata per la prima volta il 1 gennaio 1968). E’ morto, a 95 anni, pochi giorni dopo la fine della battaglia di Aleppo, sua città natale. La guerra in Siria era stata fonte di grande dolore per lui, da decenni rifugiato in Italia con status sempre incerto a causa delle sue note vicissitudini come vicario di Gerusalemme…
A quante iniziative ha accettato di partecipare, con umile, naturale autorevolezza, esile e diritto nel suo pesante abito nero di rito orientale.
Il 23 giugno 2016, a Roma, egli svolgeva il saluto introduttivo al seminario «A fianco della Siria e del suo popolo. Oltre il muro della disinformazione», organizzato dal comitato «Per non dimenticare» (e in particolare da Maurizio Musolino, anch’egli scomparso). Dopo aver ringraziato organizzatori e partecipanti, «solidali con il popolo siriano sofferente e martoriato», monsignor Capucci diceva:
«La Siria era il cuore battente della nazione araba, ponte fra occidente e mondo arabo, modello di convivenza e fratellanza fra tutte le sue componenti. Oggi purtroppo, con la guerra infernale che subisce da quasi sei anni, con questo complotto diabolico, ben preparato, la nostra patria che era paradiso è diventata inferno. La salvezza della Siria, la sua prosperità, risiedono nel dialogo serio e sincero fra gli stessi Siriani, nel dialogo franco, il mezzo migliore, direi unico per la ricostruzione di uno Stato siriano, una Siria indipendente sovrana, prospera che superi tutti i complotti e le trappole. Ripristinare dunque la pace in Siria tramite il dialogo è indispensabile. Difatti la pace è l’ossigeno della vita, mentre la guerra è un disastro nel quale tutti sono perdenti. Non ci sono vincitori ma solo sconfitti. Avendo raggiunto i 95 anni, mi preparo all’incontro con il mio Signore pregando. Prego tanto per la pace, pace nel mondo, nel Medioriente, e innanzitutto nella carissima nostra Siria. Prego perché se Dio non costruisce la casa, inutilmente lavorano gli operai. Nel lavoro con la preghiera risiede la salvezza. Supplico dunque il Signore che finalmente si attui questa benedetta riconciliazione fra le diverse componenti siriane, affinché gli angeli nel cielo della Siria risorta cantino il loro bell’inno Gloria a Dio nell’alto del cielo siriano, pace sulla sua terra, gioia, serenità, prosperità per tutti i Siriani, e allo stesso modo per tutti i popoli».
Il 15 ottobre 2016, monsignore partecipava al presidio organizzato da Rete No War a Montecitorio per chiedere all’Italia di dissociarsi dalle sanzioni europee alla Siria e di non vendere più armi all’Arabia Saudita contro lo Yemen. In quell’occasione egli ripeté: «Siamo qui per dire no alla guerra, la guerra è una calamità, un disastro, nella guerra tutti sono perdenti».
Era sempre disponibile a incontrare attivisti e militanti. Con l’aiuto del suo angelo custode, Muntah, dava loro appuntamento all’ambasciata palestinese. Dove tutti gli dimostravano rispettoso amore.
Marinella Correggia

Fonte

L’Europa fino a Vladivostok – 3° parte

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La copertina della biografia di Jean Thiriart, recente pubblicazione in lingua francese

A seguire, la terza ed ultima parte dell’articolo di Jean Thiriart, la cui prima parte (corredata di nota biografica dell’autore) è qui e la seconda parte qui.

L’autarchia per 800 milioni
La complementarietà delle attuali economie dell’Europa dell’Ovest e dell’ex-URSS salta agli occhi.
Riserva inestinguibile di materie prime, il sottosuolo della Siberia è dieci volte più ricco di quello dell’Occidente americano (19).
Il generale De Gaulle – a cui nessuno contesta un carattere deciso – non ha mai brillato per la sua visione prospettica della Storia.
Era un dinosauro intellettuale del XIX secolo francese, cattolico, militare e maurrassiano.
E’ così che poté essere lanciata la frase antistorica del nostro generale di brigata: “L’Europa fino agli Urali”. Zero meno. Si ripresenti l’anno prossimo, direbbe l’esaminatore (20).
Niente di più idiota è stato pronunciato, da un uomo importante, da cento anni almeno. Chiunque abbia ricevuto una formazione economica da un lato e geopolitica dall’altro è accecato da questa evidenza, questa obbligatorietà, questo destino: l’Europa comincia in Groenlandia e finisce a Vladivostok.
Vladivostok costituisce per me un simbolo, un punto fermo sul quale non si dovrà né potrà mai esitare, mercanteggiare o transigere.
Sarebbe fatale per l’Impero europeo non avere i piedi ben piantati nell’Oceano Pacifico. La Siberia – il cui sfruttamento era stato sì pianificato dall’URSS, ma non mai pienamente compiuto a causa di una messa in atto astenica, asfittica, burocratica che l’ha in parte vanificato – deve domani, e non dopodomani, vedersi valorizzata appieno sul piano industriale e demografico; deve diventare la nostra California e il nostro Texas messi insieme.
I mezzi industriali, i mezzi finanziari esistono qui nell’Europa dell’Ovest. A Essen, a Liegi, a Torino, a Bilbao, a Birmingham centinaia d’industrie, migliaia di officine che girano attualmente a passo ridotto sono disponibili per l’espansione economica della Siberia.
Non è una Transiberiana che serve, ma cinque.
Non un Centro spaziale, ma parecchi.
Una Siberia dieci volte meglio sviluppata di adesso permetterà all’Impero europeo di praticare in caso di bisogno l’autarchia economica, industriale, militare, in gradi diversi a seconda delle circostanze.
Per il lettore russo di queste righe, e che non conosce i miei scritti precedenti, devo insistere una volta di più sul mio concetto di Nazione politica totalmente estraneo, totalmente opposto a quelli di nazione razziale, religiosa, linguistica. Ed etnica, per i vergognosi razzisti che usano ed abusano di questo eufemismo ipocrita.
Quando scrivo “Siberia”, semplificando, intendo proprio dire il Centro degli Imperi – per riprendere l’espressione di Cagnant e di Jan (21).
L’Impero Europeo è per postulato euroasiatico.
Pertanto, sempre per il lettore russo, insisto sul fatto che la nazione politica non tollera, nemmeno per un istante, una qualsivoglia discriminazione.
Lo scrivo senza mezzi termini: i Turchi, dovunque essi siano, sono sul territorio dell’Impero Europeo e nelle sue strutture politiche. Già nel 1987 avevo scritto con chiarezza e determinazione “Turchia provincia d’Europa”. A beneficio dei razzisti sentimentali dell’Europa occidentale, soprattutto tedeschi (22).
Ora che il capitolo dei Turchi dell’ex-URSS si è appena aggiunto alla storia, bisogna dirlo subito: non se ne parla nemmeno di escludere dall’Impero Europeo nemmeno uno solo dei 70 milioni di uomini appartenenti ai gruppi turco, afghano, mongolo.
La gente della CIA ha già pronta in mano tutta una serie di carte truccate da questo punto di vista.
12289695_576054219199866_6486232115058603906_nLa CIA non ha che da premere un bottone per scatenare domani un “turchismo” anti-russo, che preferisco definire anti-europeo.
La CIA tiene sempre di riserva, nel doppiofondo dei suoi cassetti, mucchi di soluzioni ciniche ed efficaci. Efficaci per gli Stati Uniti.
L’Afghanistan fa parte del nostro spazio geopolitico.
L’URSS ha dovuto abbandonarlo a causa della propria disgregazione.
Noi, gli Europei dell’Impero, ci torneremo.
Nell’Oceano Indiano, anche là, dobbiamo tenere i piedi ben saldi nell’acqua salata.
A questo riguardo non possiamo assolutamente tollerare nel nostro fianco iraniano un ascesso afghano o un cavallo di troia afghano.
L’Impero Europeo rivendica la totalità del retaggio sovietico. Dell’impero sovietico di un tempo e della sua maggiore estensione.
Durante la guerra ho sentito – e proprio di prima mano, visto che capitavo spesso a Berlino – la propaganda imbecille (dal punto di vista storico) di Goebbels, a beneficio del popolino, sul tema “Mongoli e Tartari come bolscevichi”.
Ai maniaci del razzismo, che ignorano tutto della storia dei Mongoli, ricordo che essi un tempo hanno perfino realizzato una vasta costruzione politica di tutto rispetto dal Dnepr all’Oceano Pacifico.
Duby e Mantran, nel loro notevole saggio su L’Eurasia dall’XI al XIII secolo (23) insistono sul fatto che l’Impero di Gengis Khan era assolutamente non razziale. E mettono in evidenza una nozione estremamente importante ai miei occhi. Vale a dire l’obbligazione di matrimoni esogamici per rafforzare il tessuto politico. I capi erano obbligati a sposare donne appartenenti ad altri clan, altre tribù, altre confederazioni (Duby-Mantran, op. cit., p. 504).
Se Goebbels batteva sul tasto “l’Europa senza Mongoli” (sic!), dunque, io faccio esattamente il contrario.
Henri Maspéro nota anche, nel suo ormai classico saggio Storia della Cina antica, che la regola fondamentale del matrimonio patrizio era l’obbligatorietà esogamica (24).
I miei lettori russi conoscono la storia delle steppe per averla vissuta. Per contro i miei lettori dell’Europa occidentale sanno generalmente poco e male di questa pagina affascinante della Storia. E’ per loro che ricordo il grande classico di René Grousset L’Empire des Steppes. Attila, Gengis Khan, Tamerlan (25).
Quasi un mezzo secolo più tardi, riapro il libro di Grousset, accuratamente annotato fra il 1946 e il 1947 – avevo il tempo di leggere – quando ero prigioniero politico, cella 417 della Caserma Penitenziaria del Petit-Château, istituzione celebre a Bruxelles.
Karl Haushofer, come ogni lettore istruito sa, è il padre del concetto geopolitico di un asse Berlino-Mosca-Tokyo (26). Rudolf Hess era intimamente legato ad Haushofer. Haushofer fu testimone alle nozze di Rudolf Hess.
Rudolf Hess faceva da tramite tra Haushofer e Hitler; il che non impedì al Cancelliere di attaccare in modo suicida l’URSS nel 1941.
Ci sono grandi debolezze concettuali in Haushofer. Disprezzo dei latini, nozione di “popoli ausiliari” (è chiaro quello che l’espressione significa), cecità nei confronti del concetto europeo, ignoranza totale del Mediterraneo e del suo concetto di Mare internum. Haushofer, assai erudito, aveva messo in evidenza il possibile ruolo della Russia, quello di unire l’Europa e l’Asia. Ed è ancora Haushofer che ricorda come degli uomini politici americani avessero già elaborato nel 1855 la formula cosiddetta della “politica dell’anaconda”.
Washington ha cominciato il lavoro dell’anaconda con Gorbaciov e lo porta ora a compimento con Eltsin.
Per vanificare la politica dell’anaconda (di mare…) Haushofer scrive: “(…) potrebbe essere creata una grande unità germanico-russa-asiatica orientale, la sola unità contro la quale qualunque tentativo di blocco britannico e di blocco americano, perfino congiunti, sarebbe impotente (…)”.
L’insegnamento di Haushofer deve essere riattualizzato, decantato degli stati d’animo tedeschi, del disprezzo razziale nei confronti dei latini. E allargato con la nozione di Mediterraneo come Mare internum.
Proprio su questo argomento tornerò prossimamente con un altro scritto.
us-encircles-russiaL’autarchia di 800 milioni di persone deve essere la nostra risposta alla politica dell’anaconda avanzata da Washington (27).
Roma non ha messo in ginocchio Cartagine al primo colpo. Ma poi ci è riuscita.
Roma ha avuto sul suo territorio Annibale, proprio come noi abbiamo oggi la NATO e i suoi senegalesi.
Nell’autunno 1940 un uomo geniale, Ribbentrop, aveva vagheggiato e concepito il progetto grandioso della spartizione dell’Impero Britannico. La responsabilità di Molotov nel fallimento di questo piano è pesante. E quella di Hitler lo è ancora di più (28).
La preda era immensa, a portata di mano.
La storia non si conclude mai. Il corpo sociale americano è patogeno e morboso (vedi le recenti sommosse di Los Angeles, primavera 1992). Niente è ancora perduto per noi.
All’imperialismo di sfruttamento americano bisogna opporre l’imperialismo di integrazione europeo. Opporre il nostro Impero continentale al loro impero talassocratico (29).

L’equilibrio dei blocchi continentali, la pace e gli ostaggi
Lascio ai letterati adolescenti di Parigi, avessero anche 50 anni, di scrivere delle stupidaggini irresponsabili sul guerriero… e il valore virile delle guerre.
Non esistono guerre pulite.
Ogni guerra prepara la seguente per il solo fatto che il vincitore è privo di nobiltà d’animo. E privo di senso politico. La generosità può essere anch’essa una politica.
Per noi Europei, divisi in grandi tribù cullate da giocondi ricordi – la francese, la tedesca, la russa, l’inglese – e in sottotribù agitate da fantasmi primitivi – croata, moldava, slovacca, basca, è giunto il momento di cambiar pelle.
Proprio come quando ci si arruola, bisognerà presentarsi all’Europa tutti nudi, lasciando in guardaroba coltelli e piume di pavone. Accettare di essere una sola immensa nazione, una Repubblica imperiale unita dal senso politico.
Accettare di parlare una sola lingua, l’inglese, e di portare sui nostri berretti (militari) una sola stella – non certo gialla, ma rossa.
A partire dall’atomica la guerra è divenuta una mossa totalmente suicida. La pace mondiale potrebbe essere concepibile nel rapporto di blocchi geopoliticamente uguali in potenza – blocco europeo, cinese (30), americano dall’Alaska alla Patagonia, indiano dal Pakistan a Ceylon.
La gravità e l’eventualità di una guerra atomica nel secolo a venire mi portano a rispolverare una vecchia ma efficace formula dell’Antichità, quello dello scambio degli ostaggi.
Ogni potenza detentrice di armi atomiche dovrebbe inviare alle altre potenze in possesso di analoghe armi totali decine di migliaia di studenti universitari scelti fra le classi dirigenti.
Si potrebbero così aprire delle università europee a fianco delle rampe di lancio americane e viceversa.
Ritengo che 4, 5 o 6 grandi insiemi continentali autosufficienti (almeno per superare i periodi di crisi) potrebbero ristabilire una sorta di equilibrio mondiale per domani, come noi abbiamo conosciuto un equilibrio europeo, certo imperfetto, ancora ieri, fra il 1650 e il 1913.
nation-europeenne-us-go-homeLa potenza talassocratica americana divenendo una potenza continentale estesa dall’Alaska alla Patagonia, i rischi di conflitto diminuirebbero considerevolmente.
Le flotte americane al largo di Formosa e nel nostro Mediterraneo costituiscono delle provocazioni intollerabili e pericolose. Pericolose per tutti, anche per gli stessi provocatori.
In altri articoli continuerò a descrivere la mia geometria planetaria ad uso e consumo del secolo a venire (31).
Occorre gestire il pianeta con intelligenza fredda e non più attraverso le passioni, i rancori, i fantasmi.
Chiuderò questo scritto con la descrizione esaustiva della differenza fra volontà di potenza e volontà di superiorità. Per l’Europa io scelgo la superiorità. Superiorità intellettuale.

Esotismo e politica: le anticaglie vanno di moda
E’ da diversi anni che subiamo la moda letteraria che porta ancora una volta l’esotismo alla ribalta.
Alla ribalta politica, dove non ha niente a che farci.
Si tenta di farci piangere sul “buon armeno” (non appena libera questa gente mette su famiglia e si riproduce bestialmente), il “buon curdo” (esistono due varietà di Curdi: il buon curdo e il cattivo curdo. Il buon curdo, nel 1992, è il curdo dell’Irak. E al tempo stesso il cattivo curdo è il curdo di Turchia. Il primo è un patriota, e il secondo un terrorista), il “buon basco”, il “buon moldavo”, il “buon croato”.
Già Montaigne, in questo caso mal ispirato, contrapponeva il “povero cannibale innocente e virtuoso al cattivo guerriero imbevuto di dottrine e proveniente dalla perniciosa Europa”.
Bernardin di Saint-Pierre e Chateaubriand collocano i loro eroi nell’Oceano Indiano (attualmente i voli charter vi riversano scapoli in cerca di femmine socialmente disponibili).
Montesquieu ci distrae col suo Persiano, Voltaire ci diverte col suo Urone.
Oggi i piccoli pedanti della “Nuova (sic!) Destra” coltivano il “buon croato” o il “buon slovacco” (32).
Questi monelli parigini, incontinenti del calamaio, ci avevano già sommerso di noia con le loro anticaglie neo-paganiste, Dioniso, l’Atlantide a Heligoland. Le anticaglie han preso piede, il mercato delle pulci intellettuale cerca di allargare la sua clientela di abbonati.
Dopo averci rifilato qualche filosofo tedesco senza troppa importanza storica, eccoli gettare sul mercato delle “idee e degli abbonamenti” le povere etnie oppresse. La faccenda si vende bene: proprio come gli oroscopi.
Si arriva a parlare della “croatità”.
Ci si ritroverà presto in qualche ospedale psichiatrico.
Mi corre l’obbligo di denunciare qui, vigorosamente e implacabilmente, queste mode esotiche che distolgono dall’azione politica e distraggono dalla realtà storica.
L’unità europea in formazione deve denunciare questi slittamenti letterari, queste derive pseudo-storiche. Il vero problema politico, oggettivo, storico si traduce nella domanda “siete vittime di una discriminazione?”. Se sì, parlate e giustizia vi sarà resa.
Sono vittima di una discriminazione i Palestinesi e gli Irlandesi – discriminazione e occupazione da parte di un esercito straniero. Se no, se non siete cioè vittime di una discriminazione, tacete e levatevi dalla scena politica, dove i vostri discorsi sono malaccetti e sconvenienti, se non addirittura bislacchi.
La Francia non ha mai impedito a nessuno che fosse nato in Corsica di diventare ministro, ammiraglio, perfino imperatore.
La Spagna non ha mai impedito a un catalano o a un basco di diventare generale, deputato, senatore, ministro.
Dove non c’è discriminazione non possono esservi rivendicazioni oggettive.
Lo Stato politico giacobino di cui mi dichiaro erede non conosce del resto alcuna di queste classificazioni zoologiche. Esso vuol riconoscere soltanto degli uomini, dei cittadini.
L’esotismo nella politica di basso profilo, politica elettorale, politica-spettacolo per la plebe, incontra un lusinghiero successo clientelare.
Un agitatore galileo, Gesù, aveva già preteso di moltiplicare i pani (sic!). Oggi si moltiplicano i formaggi, si moltiplicano le sinecure politiche come in altri tempi i benefici religiosi.
La scissione imbecille e criminale della Jugoslavia permette di moltiplicare per dieci il numero di deputati chiacchieroni, il numero di diplomatici, il numero di funzionari all’ONU.
Che manna! Miracolo. Meglio di Gesù.
La Vallonia si permette degli ambasciatori… Grottesco.
L’esotismo, nei fatti, ha anche il suo lato sordido, bestiale, primitivo.
Il terrorismo basco ha accumulato capitali considerevoli in Francia e in Svizzera (in seguito alle tasse obbligatorie e occulte imposte ai commercianti). Il terrorismo corso sogna una Corsica libera, centro della droga e della prostituzione.
Qualunque tassista, affiancato da venti compagni armati di fucili d’assalto, si crede un Lenin locale; qualunque padrone di bistrot circondato da venti clienti e provvisto di qualche panetto di plastico crede di essere Robin Hood.
Quello che vedevamo in Croazia, in Armenia, in Moldavia, in Libano ieri, e vedremo domani alla frontiera ungaro-slovacca, è l’irruzione di delinquenti comuni nella politica.
La cosa va denunciata a chiare lettere.
Nel 1943-44 la mafia siciliana, manovrata dai Servizi americani, sognava anch’essa una Sicilia indipendente… di già.
Ho detto e ripetuto molte volte che la lotta armata dev’essere per un rivoluzionario niente più che un’ipotesi virtualmente praticabile.
Non si può pretendere di essere un pensatore storico o un rivoluzionario storico se si scarta a priori l’ipotesi del terrorismo in un dato momento, in un dato luogo, contro un dato bersaglio ben definito.
Non si devono confondere i rivoluzionari con i gangsters mafiosi.
Soprattutto non li si deve mischiare.
In altri e prossimi articoli denuncerò anche quelle entità metafisiche – per dirla con Pareto – che sono i “popoli” virtuosi, coscienti, intelligenti, spontanei, i popoli escatologici.
Dopo la stupidità del proletariato escatologico venuto di moda con Proudhon e Marx, ci troviamo oggi a dover subire un’altra parodia, un’altra mistificazione – quella dei popoli escatologici ritenuti martiri, intelligenti, virtuosi.
Ci sarebbe cioè un popolo di volta in volta croato, basco, moldavo, fiammingo schiacciato dai cattivi Stati-nazione centralizzati.
In realtà questi popoli sognano birra, salsicce, calcio, sottane, corride, telenovelas.
Branchi di animali da macello strumentalizzati.

Conclusioni per il lettore russo
Il presente articolo essendo destinato soprattutto al lettore russo, devo di necessità concludere per quest’ultimo in modo più puntuale (33).
La vitalità del pensiero politico, in Russia, attualmente, è infinitamente più intensa di quella osservata nelle masse ingozzate dell’Europa estremo-occidentale.
La pancia vuota sembra essere più stimolante della pancia piena.
Nella stampa russa attuale si trovano il meglio e il peggio, certo. Ma c’è movimento, c’è curiosità – ciò che non esiste più, appunto, qui nella parte più occidentale dell’Europa.
14232551_1127103477335786_5925088972613407652_nQui in Francia, in Germania, la sazietà materiale corrisponde a un abbruttimento intellettuale terribile, totale, assoluto.
La pancia piena, il carrello del supermercato debordante di detersivo e salame, il plebeo accetta supinamente l’occupazione americana senza recalcitrare.
Dice: “Sono uno stupido e sono fiero di esserlo”.
George Orwell, nel suo ormai classico romanzo di anticipazione 1984 aveva descritto il totalitarismo crudele in un universo di miseria. Visione molto gauchiste. Orwell, il cui vero nome è Eric Blair, fu poliziotto in Birmania (l’impiccagione vi era molto in voga) e le sue ossessioni erano imperniate soprattutto sulla povertà e la miseria. Per comprendere le ossessioni e i fantasmi di Orwell bisogna conoscere la sua vita personale, grigia, scalcinata, recentemente descritta da Bernard Crick (34).
Al contrario Aldous Huxley ha descritto un mondo totalitario nell’abbondanza, nella sazietà, prima ne Il Mondo Nuovo (1931) e poi in Ritorno al Mondo Nuovo (1956).
Huxley, intellettuale, figlio della borghesia illuminata e scettica, aveva preannunciato il “Mondo Americano” che noi subiamo ora.
Questo mondo futuro, descritto da Huxley, è oggi impiantato da Londra a Francoforte e da Copenhagen a Roma. Ci si abboffa, si fa sesso liberamente, ci si istupidisce di finzioni televisive (perfino la storia è riscritta come finzione biblica), ci si annega nel calcio.
Io consiglio, io invito caldamente il mio lettore russo istruito a leggere e paragonare i mondi futuri di Orwell e di Huxley (35).
Vi si trova in abbondanza materia di riflessione per tutti coloro che vogliono esaminare, comprendere, padroneggiare la politica storica dei tempi che verranno.
Lo stomaco troppo vuoto impedisce di pensare bene. Anche lo stomaco troppo pieno. Allora, che fare?
Jean Thiriart

NOTE
(19) Alfred Max, Sibérie: ruée vers l’Est, Editions Gallimard, 1976.
(20) Jean Thiriart, L’Europe jusqu’à l’Oural: un suicide, “La Nation Européenne”, n. 14, mars 1967.
(21) René Cagnat e Michel Jan, Le milieu des empires: entre Chine, URSS et Islam le destine de l’Asie centrale, Robert Lafont, Paris 1981.
(22) Rivista “Conscience Européenne”, juillet 1987: Jean Thiriart, La Turquie, la Méditerranée et l’Europe; Luc Michel, La Turquie, province d’Europe.
(23) Georges Duby e Robert Mantran, L’Eurasie XIèem-XIIIème siécles, Presses Universitaires de France, 1982.
(24) Henri Maspéro, La Chine antique, Presses Universitaires de France, III edizione, 1985. Un eccellente passaggio sui legisti dell’Antichità Cinese si trova alle pp. 426-470. Curiose similitudini col pessimismo di Thomas Hobbes.
(25) René Grousset, L’Empire des Steppes, Payot, Paris 1939.
(26) Karl Haushofer, De la Géopolitique, Fayard, 1986.
Andreas Dorpalen, The World of general Haushofer, Kennikat Press, Port Washington N.Y., 1942.
Hans Adolf Jacobsen, Karl Haushofer: Leben und Werk, Schriften des Bundes Archiv Koblenz, Boppard am Rhein 1979.
(27) M.A. Heilperin, Le nationalism économique, Payot, 1963.
(28) The Department of State (Washington), La vérité sur les rapports germane-soviétiques del 1939 à 1941, pp. 255, edizione francesce 1948.
Valentin Beriejkov, J’étais l’interprête de Staline (Histoire diplomatique 1939-1945). Editions du Sorbier, Paris 1985; edizione russa Mejdounarddnye otnochenia-URSS, 1983.
Gabriel Louis Jaray, Tableau de la Russie jusqu’à la mort de Staline, Editions Plon, Paris 1954; cfr. Ch. XIII “La Russie et le Reich”, pp. 345-394.
Anthony Read e David Fischer, The Deadly Embrace. Hitler, Staline and the nazi-soviet Pact 1939-1941, W.W. Norton Cy, New York-London 1988.
(29) Nicholas John Spykman, Yale University, America’s Strategy in world politics, Ed. Harcourt, Brace Cy, New York 1942.
Albert K. Weinberg, Johns Hopkins University, Manifest Destiny. A study of nationalist expansionism in american history, The Johns Hopkins Press, Baltimore 1935.
Robert Strausz-Hupe, Geopolitics: the struggle for Space and Power, G.P. Putnam’s Sons, New York 1942.
Pierre Naville, Mahan et la maîtrise des Mers, Editions Berger-Levrault 1981.
T.D. Allman, Un destin ambigu. Les illusions et les ravages de la politique étrangère américaine de Monroe à Reagan, Flammarion 1986; traduzione Americana Unmanifest Destiny, Doubleday & Cy, New York 1986. Libro d’importanza capitale, assolutamente obbligatorio.
(30) La quasi totalità delle persone vive nella temporalità dell’immediato, dell’attualità. Ben pochi pensano in termini di secoli. Anche oggi soltanto il Giappone meraviglia, affascina, inquieta. Nell’attualità il Giappone è l’Asia. Niente è più precario, nella dimensione prospettica, della temporalità. Demograficamente la Cina è cinque volte il Giappone, e territorialmente 20 volte. Nel XXI secolo la Cina potrebbe divenire lei sola e a buon diritto l’Asia. Il centro, la capitale geopolitica della Cina è Canton/Hong Kong, e non certo Pechino, capitale decentrata – se mai può esserlo una capitale.
In geopolitica dunque è alla Cina che appartiene la missione di prendere l’iniziativa di un blocco asiatico autoequilibrato, autosufficiente. Malesia, Thailandia, Borneo, Filippine sono le zone d’espansione indicate dalla geografia.
Abbiamo un problema in comune con la Cina. Essa non può tollerare a breve termine nei suoi mari l’arroganza e le provocazioni della flotta americana, proprio come noi non possiamo tollerare a medio, se non addirittura a breve termine, la lordura e la provocazione della Sesta Flotta americana nel Mediterraneo. Sotto la dinastia Ming e in particolare fra il 1405 e il 1433 l’espansione marittima cinese verso il sud è stata stupefacente.
(31) Gérard Chaliand e Jean-Pierre Rageau, Atlas Stratégique. Géopolitique des rapports de forces dans le Monde, Editions Fayard, 1983. Cartine eccellenti. Cenni laconici su Mackinder, Mahan, Ratzel, Haushofer. Gli autori riportano la celebre frase di Napoleone: “La politica di uno Stato è nella sua geografia”.
Cfr. ugualmente (cartine molto buone): General Jordis von Lohausen, Mut zur Macht. Denken in Kontinenten, Kurt Vowinckel Verlag, 1979. Il generale von Lohausen è autore di una lunga analisi dei miei concetti, pubblicata dalla rivista tedesca “Nation Europa”, Coburg 1981.
Cfr. pure (cartine e statistiche): Michael Kidron e Ronald Segal, Atlas Encyclopédique du Monde, Calmann-Levy 1981 (stampato a Hong-Kong).
Claude Nicolet, L’Inventaire du Monde. Géographie et politique aux origines de l’Empire romain, Editions Fayard, 1988. Nicolet ci ricorda che il padre della geografia scientifica fu Eratostene di Cirene (273-192 prima della nostra èra). Nicolet ritiene che Strabone (-58/+21) fu il primo geografo politico; su di lui scrive (pp. 93-94): “(…) Ma questa geografia è propriamente politica: essa si indirizza in primo luogo ai governanti per permettere loro di governare meglio; ma – sia detto en passant – è ancora lei a determinare, almeno nella sua epoca, le forme di governo ed è sempre lei a spiegare la nascita dell’Impero”. Nicolet ricorda anche come le carte geografiche romane collocassero l’Est in alto e l’Ovest in basso, mentre nelle carte greche in alto figurava il Nord, e in basso il Sud. Ai nostri giorni abbiamo ripreso il sistema greco.
(32) Jean Thiriart, La balkanisation de l’Europe, “La Nation Européenne”, n. 26, avril 1968 (“La manipulation des particularismes”).
(33) José Cuadrado Costa, L’Union soviétique dans la pensée de Jean Thiriart (1960-1969), opuscolo di 25 pagine, 1983.
(34) Bernard Crick, George Orwell, a life, ed. Secker e Warburg, Londra 1980. Ne esiste una traduzione francese in edizione tascabile presso Balland-Seuil. Studente a Eaton, Orwell – il cui vero nome è Blair – ebbe per professore di francese Aldous Huxley.
(35) Aldous Huxley, Il Mondo Nuovo; Ritorno al Mondo Nuovo. Huxley mostra la sua intima percezione dei valori ellenici antichi nel suo libro L’Angelo e la Bestia [ed. franc. La Jeune Parque, Paris 1951 – n.d.t.]. Nella sua opera L’animale più sciocco Huxley afferma che Vilfredo Pareto è l’autore al quale egli deve di più. Condivido. Huxley è lo scetticismo colto e raffinato. Il che ci compensa della pseudo-cultura attuale con i suoi filosofi a un tanto la dozzina e il suo bric-à-brac neo-paganista.

Fonte: Orion, n. 96, settembre 1992, pp. 11-23

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