Civilizzare la diversità

Rifiutare di riconoscere le differenze non può che indurle ad affermarsi in modo convulsivo, se non addirittura patologico.
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L’integrazione implica che un immigrato debba abbandonare l’insieme delle componenti identitarie ereditate dalla sua famiglia o dal suo Paese di origine? Il rifiuto di staccarsi da questa parte della sua memoria collettiva è veramente in grado di impedirgli di inserirsi nel Paese di accoglienza? Il rispetto delle regole del vivere insieme è necessariamente correlato all’oblio delle radici (intimato da coloro che si vantano di non dimenticare le proprie)? Come minimo, la risposta non è scontata.
(…)
L’unico criterio in materia dev’essere l’ordine pubblico che implica il riconoscimento di una legge comune. Una legge comune è necessaria al vivere insieme di tutti coloro che abitano lo stesso Paese. Questo è un punto sul quale non si può transigere: è nella natura stessa del molteplice esigere un principio di unità; altrimenti si entra effettivamente in una spirale infinita di rivendicazioni di “diritti” e favoritismi equivalente alla “tirannia delle minoranze” temuta da Tocqueville.
(…)
Un Paese non diventa più coeso annientando le appartenenze particolari. La natura sociale dell’uomo può essere pensata solo a partire dalle comunità che formano il tessuto della società. Soltanto così si potrà, forse, civilizzare la diversità.
Alain de Benoist

Fonte

Le multinazionali USA contro l’allattamento al seno

Se è verò che gli Stati Uniti vogliono resuscitare il negoziato sul TTIP, nonostante l’iniziale ostracismo dimostrato da Donald Trump, ecco i pericoli cui sarebbero esposti i cittadini dei Paesi europei, ben sintetizzati nelle parole di Tiziana Beghin, europarlamentare del M5S.

Populismo

La separazione tra il popolo e la nuova classe dominante sta crescendo sempre di più. Ovunque emergono nuove divisioni che rendono superata la vecchia contrapposizione destra-sinistra, che all’oggi può essere sostituita da quella tra il populismo e il governo di poche persone, o in un’accezione ideale, tra culture comunitarie e individualismo liberale.
Ma che cos’è esattamente il “populismo”?
Si tratta di un semplice sintomo di una crisi generale di chi ci rappresenta al potere? Di un’ideologia? Di uno stile? Oppure il populismo è fondamentalmente la manifestazione di una richiesta di democrazia di fronte a governi tecnici che vogliono paradossalmente governare senza il popolo?
Da oggi in libreria, l’ultima fatica di Alain De Benoist, tra i più significativi pensatori europei, scrittore, saggista, filosofo e noto conferenziere, autore di più di 80 libri e oltre 2.000 articoli, tradotti in una quindicina di lingue.

Populismo. La fine della destra e della sinistra
di Alain de Benoist,
Arianna Editrice, pp. 336, € 14,50

Europa 2017

In un’epoca di durezza, l’Europa vuole essere più molle (e materna) che mai, dimentica della sua storia e della sua identità, beatamente adagiata sulle nuvole della moralina politicamente corretta. In un’epoca in cui la politica ritorna in forze, essa continua a credere alla “comunità internazionale” (o alla “comunità atlantica”) e si abbandona al mito della persuasione disarmata. In un’epoca in cui emerge l’irresistibile desiderio di trovare dei punti di riferimento, essa si impegna a privatizzare la questione del senso ed a far scomparire tutte le forme di radicamento. Avendo messo l’individuo al centro del corpo sociale, rimane estranea ai grandi progetti collettivi e sogna di dissolvere le frontiere insieme con le genealogie e adddirittura di far nascere un uomo nuovo, che, liberato dai pesi della storia, si fabbricherebbe egli stesso da solo – un self made man insomma. Lungi dall’approfittare dell’attuale ridiscussione dell’architettura geopolitica del mondo per rendersi autonomi, i dirigenti europei continuano a dibattere sul marciapiede della stazione ferroviaria. Senza accorgersi che il treno è già partito.
Alain de Benoist

(Fonte: Tre tigri e un’anatra senza testa)

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Se il vecchio nazionalismo dei popoli europei ha impedito a suo tempo l’unificazione positiva dell’Europa, adesso ci troviamo di fronte ad un altro pericolo, più perverso: lo sviluppo di un individualismo di livello continentale, a livello sia degli Stati sia degli individui. Questo individualismo è apparentemente meno distruttivo, poiché non presuppone la lotta contro gli altri. Purtroppo, invece, è altrettanto pernicioso, perché, come contropartita, nega ogni tipo di iniziativa costruttiva, transindividuale. Inoltre, esso impedisce ogni tentativo di costituire un profilo unitario dell’Europa, di un’identità europea a sé stante. L’Europa non si autodistrugge più con le guerre intestine, ma per la mancanza di volontà di costruire al di là della comodità personale. In ogni Europeo è nato un non Europeo. A lungo termine, ciò significa una neutralizzazione dell’Europa più pericolosa che all’epoca dei conflitti tra le grandi potenze continentali.
Oggi il quadro dell’Europa, a dir il vero, non presenta un bell’aspetto. La confusione tra Europa e Unione Europea serve interessi estranei al continente. Parimenti, la difesa dell’Europa tramite il braccio armato degli USA può condurre soltanto ad una ancor più grave neutralizzazione dello spirito europeo.
Cristi Pantelimon

(Fonte: La Romania, l’UE, la NATO)

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Una certa stampa ipocrita (e l’italiano “Corriere della Sera” si distingue) ci parla regolarmente dell’alleanza “obbligatoria” con gli Stati Uniti. Una specie di alleanza postulato. Tutte queste acrobazie dialettiche cercano, molto semplicemente, di nasconderci l’evidenza e cioé che questa “alleanza” non è che un’egemonia o una tutela.
Un’alleanza non si fa tra un vuoto e una realtà. L’Europa è il vuoto militare e politico all’ennesima potenza. Inoltre un’alleanza implica una scelta: cosa che questi campioni di pusillanimità respingono con meraviglia, orrore e panico.
Si potrà parlare di alleanza nel senso proprio della parola quando esisterà un esercito europeo (con armamento atomico) e quando noi potremo scegliere il nostro alleato.
Jean Thiriart

(Fonte: La NATO: strumento di servitù, da “La Nazione Europea”, novembre 1967, anno I, n. 9)

Se l’Europa diventa solo la periferia della cultura USA

Régis Debray

Da un paio di settimane un libro sta sconvolgendo la fauste certezze di Parigi. Régis Debray, che dopo aver combattuto con il Che è diventato uno degli intellettuali più corrosivi del continente da noi tradotto a singhiozzo, a causa, chissà, di triti pregiudizi ha spiegato, usando una parola volutamente ambigua e greve di storia, Civilisation, «come siamo diventati americani» (Gallimard, pagg. 240, euro 19), come mai, insomma, senza accorgercene «un tempo eravamo francesi, tedeschi o polacchi e ora siamo Yankee. E siamo felici di esserlo». Debray non è un cupo populista né un pessimista cosmico, al contrario, con sguardo regale e perfino sorridente ci mostra che ogni civiltà è un groviglio di incroci e di fraintendimenti. La «civiltà cristiana», ad esempio, è tutt’altro che «pura», va letta, piuttosto come «uno zigzagare di storie. All’inizio era un evento ebraico proclamato da Joshua detto Gesù, che un sabato, durante l’omelia, interpretò un passo della Scrittura alla luce degli eventi del suo tempo; poi diventa un moto filosofico nel II secolo che fonde il dissenso giudaico nella sfera dell’ellenismo, con lingua e categorie greche; infine è la fusione di questa teologia nell’alveo del diritto romano, siamo nel III secolo e diventa il candidato a succedere alla civilizzazione romana». Un «guazzabuglio della storia» è pure Babbo Natale: «Nella piazza della basilica di Digione, il 25 dicembre del 1951, il vescovo bruciò in pubblico una effigie di Santa Claus, icona del paganesimo. Babbo Natale giunge a noi, con tutti i suoi prodigi, dall’America, ma la sua origine affonda nei miti scandinavi e nei Saturnali romani e ancora più indietro, nel culto preistorico degli alberi».
Troppo intelligente per scandalizzarsi se la Francia ha svenduto la propria grandeur per un McDonald’s, Debray, questo incrocio tra Cioran e Charlot, prende atto che l’Europa, ormai, «è una provincia americana», e che l’ecumenismo degli idioti e il buonismo ci hanno fatto irrimediabilmente dimenticare chi siamo. La civilizzazione americana ha una qualità diversa dalle civiltà precedenti: non s’impone tramite la persuasione culturale o la prevaricazione di una guerra. Essa «ha soppiantato l’homo politicus con l’homo oeconomicus». Propagata dai social, moltiplicata dalla bulimia digitale, questa è la prepotenza americana: piegati dal potere dei dollari, gli uomini «ormai ignorano la frattura che da Riga a Spalato ha separato l’Europa in Oriente e Occidente a causa del Filioque». Rispetto alla variazione degli indici di Borsa, la divisione tra Chiesa ortodossa e cattolica è una baruffa culturale irrilevante. In questo deserto di identità, il neo Presidente della Repubblica Francese Emmanuel Macron è «un prodotto pienamente americano», lo si capisce dal modo in cui assapora la Marsigliese, «non con le braccia lungo il corpo, ma con una mano sul cuore, scimmiottando il modo in cui i cittadini americani ascoltano il proprio inno nazionale».
Fu Paul Valéry, tuttavia, il santino di Debray, poeta sgargiante e pensatore intransigente, ad aver capito tutto prima di tutti. Nel 1919, nel saggio intitolato La Crise de l’esprit, il poeta scrive che «l’Europa aveva in sé di che sottomettere, e guidare, e regolare a fini europei il resto del mondo». Eppure, «gli sciagurati europei», rosi da «dispute paesane, di campanile e di bottega», da «gelosie e rancori da cortile», non sono stati in grado di «farsi carico su tutto il globo della grande funzione che nella società della loro epoca i Romani avevano saputo sostenere per secoli. In confronto ai nostri, il loro numero e i loro mezzi non erano nulla; ma nelle viscere dei polli essi trovavano più idee giuste e coerenti di quante non ne contengano le nostre scienze politiche». Chapeau. Quanto a noi, bislacchi eredi dei Romani, beh, siamo americanizzati dalla Linea Gotica in poi, da quando Celentano imitava le nevrosi di Elvis e Cinecittà si tramutava nel vecchio West.
Davide Brullo

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E’ ora di unirsi

“La grande novità degli ultimi anni è che sempre più persone non considerano più la globalizzazione nella sua attuale forma come un processo ineluttabile e a esserlo non sono i “no-global” della prima ora ma rappresentanti della borghesia, di quell’opinione pubblica moderata, di esponenti del centrodestra e del centrosinistra che non propongono soluzioni estreme ma che, in coscienza, sentono l’esigenza e talvolta il dovere morale di dire basta e di rivendicare la difesa della propria peculiarità nazionale, linguistica, identitaria. Rappresentano, costoro, gli anticorpi della globalizzazione e non propongono un ritorno al nazionalismo (come invece lasciano intendere i loro detrattori), bensì la ricerca di una diversa e più armoniosa collaborazione fra i popoli e la supremazia di valori che sembravano acquisiti – come la democrazia popolare – e che ora non lo sono più. Sono di destra? Di sinistra? Apolitici? Poco importa, gli orientamenti politici sono molto diversi, non però l’esigenza che accomuna i “neosovranisti”: quella di tornare ad essere padroni del proprio destino e di continuare a credere nella supremazia della volontà popolare, in evidente rottura con l’approccio ultraélitario che accomuna l’establishment internazionalista.”

L’appello di Marcello Foa può essere letto qui.

Francia 2017