La resistenza in Yemen: coraggio, compassione e molto cuore

Nella parte più buia dell’Arabia del sud, lontano dai riflettori, là dove nessun giornalista osa avventurarsi perché Riad ha costruito una cortina di ferro, ecco lo Yemen, un Paese spezzato – un sanguinante buco nero umanitario, e un deserto dal punto di vista istituzionale.

Nei sussulti di questo mortale attacco contro il suo popolo, la sua sovranità e il suo diritto all’autodeterminazione politica, lo Yemen è riuscito in qualche modo a resistere alla furia della coalizione militare a guida saudita; eppure, è la parte misera in un conflitto che da tempo avrebbe dovuto vincere ogni sua resistenza.
Ma lo Yemen non è un Paese qualunque. Ha già dimostrato che il suo popolo, anche quando sanguina, mantiene una forza d’acciaio che nessun conquistatore nella storia è mai riuscito a vincere. Gli Yemeniti non sono un popolo conquistato, così come non sono un popolo di conquistatori. Sono, piuttosto, un popolo gentile e armonioso.
L’anima dello Yemen, le sue mura, i suoi monumenti, le sue montagne e vallate recano la memoria dei tempi antichi, quando il profeta camminava sulla Terra e Dio parlava con i miracoli. La leggenda vuole che Sana’a, la capitale, sia stata fondata da Shem, figlio del patriarca Noè.
Gemma storica, Sana’a rischia di essere per sempre annichilita da Riad – e tutto ciò in nome di un feudalesimo politico. Il regno saudita infatti non cerca in Yemen di riportare al potere l’ex presidente Abd Rabbu Mansour Hadi, che da tempo ha perso ogni possibile legittimazione alla presidenza. I reali Saud perseguono piuttosto un obiettivo di riduzione in schiavitù del Paese, dal punto di vista politico e istituzionale, e l’ancoraggio del wahabismo nell’Arabia del sud, l’ultimo bastione religioso indipendente nella regione.
Oggi lo Yemen è piagato dalla distruzione. Da dieci interminabili mesi il regno dei Saud devasta questo Paese impoverito, facendo piovere dal cielo morte, crudeltà e abominio con ogni bomba a grappolo, con ogni esplosione.
La guerra contro lo Yemen è la meno mediatizzata dell’ultimo decennio. Il Paese sta quasi letteralmente scivolando nel precipizio, ignorato e abbandonato perché la sua lotta è contro l’agenda imperialista dell’Arabia Saudita wahabita, una nazione che l’amicizia con gli Stati Uniti d’America ha reso eccezionale. Continua a leggere

La reazione è nemica della pace

12304164_10153735740586678_7771739654668076414_oComunicato del 13 gennaio 2016

L’ultimo attentato a Istanbul ha aggiunto tragedia alla tragedia vissuta dal nostro Paese e da tutta la regione.
Un attentatore suicida ha ucciso dieci persone innocenti, stavolta turisti che visitavano Istanbul. Il colpevole indicato è DAESH.
Come hanno dimostrato le stragi precedenti, il colpevole vero dietro questo attacco è l’establishment e i suoi poteri esecutivi. Questo potere in Turchia è rappresentato dal partito di governo, reazionario, AKP. L’AKP ha sostenuto non solo DAESH ma anche tutte le altre gang reazionarie in Siria e Irak, per lungo tempo. E’ del tutto evidente che la Turchia è servita come base a questi gruppi per attaccare il popolo siriano. Di conseguenza, l’AKP è al centro dei crimini di guerra perpetrati contro il popolo siriano e contro l’umanità.
L’AKP era stata vista, da alcuni movimenti progressisti e pacifisti, come una forza di democratizzazione del Paese. Questi gruppi avevano pensato che le loro richieste di pace e progresso potessero andare avanti di pari passo con richieste religiose reazionarie. La storia ha provato nuovamente che ciò è impossibile. La reazione è nemica di tutti i popoli del mondo.
Il mondo sta andando verso una guerra totale, con le varie forze che si stanno posizionando. L’AKP è alla testa delle forze reazionarie. Il governo ha imposto, già pochi minuti dopo l’attentato. il divieto di ogni copertura mediatica dello stesso.
La morte oggi percorre il nostro Paese, non solo a causa degli attentati suicidi, ma anche rispetto alla questione kurda e con l’aggressione alla Siria. Il governo uccide innocenti nelle province kurde e le sue mani grondano sangue siriano, visto il sostegno ai gruppi armati reazionari nel Paese vicino.
L’unica soluzione a questa tragedia è la lotta politica. Le forze progressiste e amanti della pace in tutto il mondo dovrebbero mostrare solidarietà alle forze loro corrispondenti in Turchia, contro la reazione che in questo Paese è diventata una delle principali nemiche della pace. Come guida della reazione, l’AKP dovrebbe essere il bersaglio della nostra comune lotta politica. Come protagonisti di pace dovremmo smettere di chiedere negoziati all’AKP o attenderci da questa formazione un qualunque rispetto della pace.
Non dovremmo lasciare in mano alle grandi potenze la questione dei crimini di guerra; l’unica forza vera che li può fermare è il popolo.
A Istanbul non è esplosa solo una bomba ma anche l’indecenza accumulata da questo sistema capitalista.
Peace Association of Turkey

25 anni dalla Guerra del Golfo. Stessa guerra, stesso bisogno di pace

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Il 16 gennaio, a 25 anni dall’inizio della Guerra del Golfo, varie forze anti-guerra manifesteranno a Roma e in altre città contro le guerre in corso.

Venticinque anni fa, nelle prime ore del 17 gennaio 1991, iniziava nel Golfo Persico l’operazione «Tempesta del deserto», la guerra contro l’Iraq che apriva la fase storica che stiamo vivendo.
Questa guerra, preparata e provocata da Washington, veniva lanciata nel momento in cui, dopo il crollo del Muro di Berlino, stavano per dissolversi il Patto di Varsavia e la stessa Unione Sovietica. Approfittando della crisi del campo avversario, gli Stati Uniti rafforzavano con la guerra la loro presenza militare e influenza politica nell’area strategica del Golfo.
La coalizione occidentale, formata da Washington, inviava nel Golfo una forza di 750 mila uomini, di cui il 70 % statunitensi, agli ordini di un generale USA. Per 43 giorni, l’aviazione statunitense e alleata effettuava, con 2800 aerei, oltre 110 mila sortite, sganciando 250 mila bombe, tra cui quelle a grappolo che rilasciavano oltre 10 milioni di submunizioni.
Partecipavano ai bombardamenti, insieme a quelle statunitensi, forze aeree e navali britanniche, francesi, italiane, greche, spagnole, portoghesi, belghe, olandesi, danesi, norvegesi e canadesi.
Il 23 febbraio le truppe della coalizione, lanciavano l’offensiva terrestre. Essa terminava il 28 febbraio con un «cessate-il-fuoco temporaneo» proclamato dal presidente Bush.
La Guerra del Golfo fu la prima guerra a cui partecipava, sotto comando USA, la Repubblica Italiana, violando l’articolo 11, uno dei principi fondamentali della propria Costituzione. I caccia Tornado dell’aeronautica italiana effettuarono 226 sortite, bombardando gli obiettivi indicati dal comando statunitense.
Nessuno sa con esattezza quanti furono i morti iracheni nella guerra del 1991: sicuramente centinaia di migliaia, per circa la metà civili. Alla guerra seguiva l’embargo, che provocava nella popolazione più vittime della guerra: oltre un milione, tra cui circa la metà bambini.
Subito dopo la Guerra del Golfo, gli Stati Uniti lanciavano ad avversari e alleati un inequivocabile messaggio: «Gli Stati Uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali. Non esiste alcun sostituto alla leadership americana» (Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, agosto 1991).
La NATO, pur non partecipando ufficialmente, in quanto tale, a quella guerra, mise a disposizione le sue forze e le sue strutture. Pochi mesi dopo, nel novembre 1991, il Consiglio Atlantico varava, sulla base della guerra del Golfo, il «nuovo concetto strategico dell’Alleanza». Nello stesso anno in Italia veniva varato il «nuovo modello di difesa» che, stravolgendo nuovamente la Costituzione, indicava quale missione delle forze armate «la tutela degli interessi nazionali ovunque sia necessario».
Nasceva così la strategia che ha guidato le successive guerre sotto comando USA – contro la Jugoslavia nel 1999, l’Afghanistan nel 2001, l’Iraq nel 2003, la Libia nel 2011, la Siria dal 2013 – accompagnate nello stesso quadro strategico dalle guerre di Israele contro il Libano e Gaza, della Turchia contro i curdi del PKK, dell’Arabia Saudita contro lo Yemen, dalla formazione dell’ISIS e altri gruppi terroristi funzionali alla strategia USA/NATO, dall’uso di forze neonaziste per il colpo di stato in Ucraina funzionale alla nuova Guerra Fredda e al rilancio della corsa agli armamenti nucleari.
Su tale sfondo il Comitato No Guerra No NATO ricorda la Guerra del Golfo di 25 anni fa, nel massimo spirito unitario e allo stesso tempo nella massima chiarezza sul significato di tale ricorrenza, chiamando a intensificare la campagna per l’uscita dell’Italia dalla NATO, per una Italia sovrana e neutrale, per la formazione del più ampio fronte interno e internazionale contro il sistema di guerra, per la piena sovranità e indipendenza dei popoli.
Noi non mettiamo tutti sullo stesso piano. Questa guerra viene dall’Occidente. Il terrorismo viene dall’Occidente. La crisi mondiale viene dall’Occidente.
Tutti coloro che hanno firmato l’appello di questo comitato, e che ne condividono l’analisi e gli scopi, sono invitati a partecipare alla manifestazione romana del 16, e alle manifestazioni che verranno realizzate nei centri minori di ogni parte d’Italia, con queste precise posizioni. Noi chiediamo a tutti i cittadini italiani di unirsi a noi nella richiesta di un’Italia neutrale.
Comitato No Guerra No NATO

Fonte

Il più esplosivo cocktail da guerra mondiale

566cb29ec361887e358b45dd“Stiamo per cacciarci in un’altra guerra per il petrolio in Medio Oriente, questa volta anche con possibili sviluppi nucleari. Guerre per gli idrocarburi ce ne sono state da più di un secolo, fin dagli albori dell’era petrolifera, ai tempi della Prima Guerra Mondiale. Quella attuale promette però di essere di un ordine di grandezza tale da cambiare l’aspetto politico del mondo in modo assai spettacolare e distruttivo. In un certo senso è una guerra saudita, fatta per ridisegnare i confini nazionali usciti dall’accordo Sykes-Picot del 1916, la famigerata spartizione dell’Impero Turco ottomano in disfacimento. Lo stupido scopo di questa nuova guerra è quello di mettere i campi petroliferi e i relativi oleodotti in Iraq e Siria, e magari anche un’ulteriore fetta di territorio, sotto il controllo diretto dell’Arabia Saudita, con il Qatar e la Turchia di Erdogan complici del crimine di Riyadh. Sfortunatamente, come in tutte la guerre, non ci saranno vincitori.
Tanto per cominciare, il maggior perdente sarà l’Europa, come lo saranno gli attuali cittadini di Iraq, Siria e i Kurdi turchi e siriani, popolazioni assai differenti fra loro. Il “Sultanato” turco di Erdogan sarà distrutto, con grandi perdite di vite umane, e il regno pre-feudale di Re Salman perderà tutta la sua influenza nello scacchiere internazionale. Cadranno per primi in una trappola mortale, accuratamente preparata per loro dalla NATO.
Occorre guardare in modo più approfondito agli elementi ed ai personaggi chiave nella preparazione di questa nuova guerra, una guerra che arriverà molto probabilmente entro l’estate del 2016.
I giocatori principali, in questo perfido groviglio di menzogne e tradimenti ubiquitari, sono quattro gruppi, assai numerosi, ciascuno con i suoi propri obbiettivi.
Nel primo gruppo si trova il regno ultra conservatore, wahabita e sunnita, dell’Arabia Saudita, governata da Re Salman e dal figlio di 31 anni, l’eccentrico e irruente Ministro della Difesa, Principe Salman; vi è poi il bellicoso regime turco del Presidente Recep Tayyp Erdogan, dove il ruolo chiave spetta ad Hakan Fidan, a cui fanno capo i servizi di intelligence (MIT – Milli Emniyet Hizmeti) e infine il DAESH, chiamato anche impropriamente Stato Islamico (IS), una malcelata estensione dell’Arabia Saudia wahabita, finanziato da capitali sauditi e qatarioti, sostenuto e addestrato dal MIT di Fidan. A questi si è recentemente aggiunta l’appena annunciata “Coalizione Islamica contro il Terrore”, formazione saudita di 34 Stati con base a Riyad.
Il secondo gruppo è rappresentato dal legittimo governo siriano di Bashar al-Assad, l’esercito e le altre forze siriane a lui fedeli, l’Iran sciita e il 60% dell’Iraq sciita, assediato dallo stesso Stato Islamico. Dal 30 settembre il fattore sorpresa è costituito dalla Russia di Putin, con la sua coraggiosa campagna militare a sostegno di Assad. Questo secondo gruppo, che combatte in Siria contro il DAESH e gli altri gruppi terroristi anti-regime, comprende, in diversa misura, anche Iran e Iraq, alleati di Assad, inclusi gli Hezbollah sciiti, sostenuti da Teheran. Da quando la Russia è scesa in campo, il 30 settembre, a fianco di Assad, legittimo Presidente siriano, le sorti in campo del regime di Damasco sono migliorate moltissimo
Poi viene l’Israele di Netanyahu, che inganna allegramente tutti quanti mentre porta avanti i suoi progetti in Siria. Netanyahu ha appena stretto una pubblica alleanza sia con l’Arabia Saudita di Salman che con la Turchia di Erdogan. Aggiungeteci la recente scoperta israeliana di “enormi” riserve petrolifere nelle Alture del Golan siriane (sotto occupazione), giacimenti illegalmente rivendicati e scoperti, pare, dalla consociata israeliana di una piccola e sconosciuta compagnia-ombra petrolifera del New Jersey, la Genie Energie, nel cui consiglio di amministrazione si trovano Dick Cheney, Lord Jacob Rothschild e l’ex direttore della CIA James Woolsey.
Il quarto gruppo gioca per il momento il ruolo più ingannevole ed astuto di tutti quanti. E’ capeggiato da Washington e sta usando Francesi, Inglesi e Tedeschi per compiere azioni militari in Siria. Washington sta preparando una rovinosa trappola che condurrà gli incauti Sauditi, i Turchi e gli altri loro alleati wahabiti ad una bruciante sconfitta in Siria e Iraq, che verrà senza dubbio chiamata la “vittoria sul terrorismo” e la “vittoria del popolo siriano”.
Unite il tutto, agitate vigorosamente e avrete gli ingredienti per il più esplosivo cocktail da guerra mondiale dal 1945 in poi.”

Erdogan, Salman e l’imminente guerra “sunnita” per il petrolio, di William F. Engdahl continua qui.

Propaganda e tensione

Quale migliore finzione di quella in cui il perpetratore si presenta come protettore delle sue vittime e custode della loro sicurezza?

“Se facciamo astrazione per un momento dalla canea mediatica che subito ha accompagnato, in diretta persino, i più recenti avvenimenti di Parigi, è possibile delineare delle caratteristiche comuni tra quanto è successo sabato [14 novembre u.s. – n.d.r.] nella capitale francese e tutti gli altri eventi di consimile natura. Gli stessi fatti parigini dello scorso gennaio rientrano in questo quadro.
D’altro canto, la pronta mobilitazione della macchina della propaganda occidentale, col suo monopolio dell’informazione e della comunicazione, si è rivelata per l’ennesima volta una parte integrante indispensabile della nuova operazione ai danni della popolazione civile e della opinione pubblica internazionale. Vomitando su tutti noi il loro letame mediatico, i Network dell’Occidente si sono comportati come un rullo compressore che ha diffuso un’unica versione di comodo dei fatti, additando nell’Islam radicale il responsabile degli accadimenti. E lo hanno fatto con un preciso scopo in mente e con l’intenzione di raggiungere una pluralità di fini determinati. Fra poco li vedremo.
D’altra parte, se una volta il personale dei servizi che a frotte lavorava in queste agenzie (TV, giornali, carta stampata in genere, Atenei, ecc.) si meritava l’appellativo di “prostituta intellettuale” (testuale John Swinton), oggi il suo status si è addirittura inasprito e questi soggetti sono ormai diventati dei veri e propri agenti in doppiopetto propensi a delinquere e facilitatori del terrorismo di Stato. Non solo. La macchina della propaganda che servono e di cui sono esponenti è divenuta ormai parte attiva in causa nella fabbricazione delle guerre e svolge un ruolo di primo piano nella loro promozione. In una ipotetica società governata dalla giustizia, i suoi funzionari dovrebbero essere trascinati in tribunale per rendere conto delle loro attività. La realtà, diceva Borges, è sempre anacronistica, e possiamo dunque di sicuro aspettarci un’escalation di simili eventi anche in altre parti del Vecchio Continente, del resto già preannunciati e debitamente amplificati poi dai cosiddetti social media e dai Megamedia tradizionali. D’altro canto, è anche logico che conoscano in anticipo le cose, visto che i perpetratori si trovano all’interno dei loro ranghi e loro stessi ne sono il braccio propagandistico.”

La natura occidentale del terrorismo. La realtà dietro gli schermi di fumo dei media, di Franco Soldani continua qui.

C’è donna e donna

550046_514038708642269_138765216_n“Ma quanto sono ridicoli questi “media” occidentali?
In Siria le donne votano dal 1949 e, dall’anno successivo, possono essere elette. Il vice presidente attuale è una donna. E tutti, all’unisono tranne rare eccezioni, da quattro anni attaccano il governo siriano ed appoggiano i “ribelli”.
In Iraq, fino al 2003, c’erano donne ad ogni livello di responsabilità: persino scienziate, che qui si misero ad etichettare come “lady antrace” e “dottoressa germe”.
In Francia c’è una donna a capo del Front National che tutti i “media” occidentali demonizzano manco fosse Belzebù. E stasera festeggeranno quando il “tremendo pericolo” sarà sventato grazie all’ammucchiata “antifascista” e panciafichista di tutti gli altri partiti (guidati da uomini: le “quote rosa” non contano più?).
Ma che saranno queste quisquilie: gioiamo per le donne saudite che votano (e sono votate) alle comunali!
Non oso pensare con quali grida di giubilo verrà annunciata la concessione della patente di guida. Cortei di auto in festa – ovviamente guidate da donne – saluteranno, da Parigi a New York, i nuovi “pericoli costanti” circolanti per le strade di Mecca e Medina.
Ora, tutta quest’insistenza sulle suffragette saudite (afghane ecc.) e le donne al volante, tutto fumo e poco arrosto, cela malamente il fatto che, come che vada, “loro” saranno sempre considerati un passo “indietro” rispetto a “noi”.
Per la massa beota, infatti, le donna siriana e quella saudita pari sono. Sono tutte “arabe”, e perciò “oppresse” (per colpa di una religione “retrograda”).
La cosa tragica (e non tragicomica perché qui non c’è nulla da ridere) è che gli occidentali (e cioè l’America col suo codazzo) hanno dichiarato guerra alla Siria, e non all’Arabia Saudita. I motivi sono arcinoti, quindi non è il caso di ricordarli qui.
Se, un giorno, in Arabia dovessero sbarazzarsi di questa monarchia e del relativo clan al potere per metter su una qualche altra formazione statuale non incline a legarsi mani e piedi alle sorti dell’Occidente, c’è da stare sicuri che quand’anche le donne uscissero dall’attuale condizione “deprecabile” secondo i parametri occidentali l’Occidente stesso, coi suoi apparati di manipolazione mediatica e culturale, presenterebbe questa nuova realtà come il solito “male assoluto” da cancellare dalla faccia della terra.
Bisogna pertanto ficcarsi bene in testa il seguente assioma: che l’Occidente non prende di mira questo o quello Stato perché non rispetta i “diritti umani” eccetera, ma addita come nemico e concentrato d’ogni nefandezza solo chi non gli si sottomette collaborando su tutta la linea.
Tutto il resto, comprese le donne felici di “scegliere” se farsi fregare da questo o quel “rappresentante del popolo”, è puro spettacolo ed argomento per i cosiddetti “dibattiti” che tanto appassionano il pubblico che li segue. Un pubblico che s’è addirittura dimenticato che qui avevamo un governo, sostituito con un golpe politico-finanziario e sostituito con ben tre altri esecutivi mai eletti.”

Da Esultate: le donne saudite al voto! E noi, invece, non si vota più?, di Enrico Galoppini.

Le mire della Turchia e le molte anime dei Kurdi

12304164_10153735740586678_7771739654668076414_oPersino ai nostri “mass media” più o meno “embedded” non è sfuggita l’importanza della notizia: il governo iracheno ha vivamente protestato per l’invasione effettuata da parte dell’esercito turco di una zona dell’Iraq settentrionale non lontana dalle grande città di Mosul tuttora nelle mani dell’ISIS (o DAESH, come lo chiamano gli Arabi) ed ha chiesto il ritiro immediato delle truppe fedeli al Presidente-mafioso Erdogan (circa 1.200 soldati con 25 carriarmati).
Il govero turco ha risposto che quei militari sono in Iraq per “addestrare” i “Peshmerga” kurdi fedeli al governo regionale kurdo del Nord-Iraq, cioè alla fazione kurda fedele al clan tribale di Masoud Barzani ed al partito PDK di cui Barzani è leader (oltre che Presidente dello stesso governo regionale).
Barzani, i cui stretti rapporti con gli USA, con Israele e con i Turchi sono ben noti da tempo (fin da quando i suoi “Peshmerga” hanno contribuito attivamente allo sfascio dell’Iraq), non ha smentito. Anzi, correndo in soccorso all’amico Erdogan, ha fatto dichiarare ad un suo portavoce che le foto pubblicate dai Russi, in cui si vedono enormi file di autobotti che portano in Turchia il petrolio depredato dallo Stato Islamico in Iraq e Siria, ritrarrebbero in realtà autobotti che portano in Turchia petrolio venduto ai Turchi dallo stesso governo regionale kurdo del Nord-Iraq.
In queste dichiarazioni c’è qualcosa di ironico: in pratica Barzani ammette che il suo Stato semi-indipendente formatosi nel Nord-Iraq (con la copertura degli USA, della Turchia, ed Israele) vende alla Turchia petrolio che apparterrebbe allo Stato iracheno. La conquista da parte dei “Peshmerga” della zona petrolifera di Kirkuk, profittando del caos in cui si trova l’Iraq nella stretta dello Stato Islamico, ha dato ai Kurdi di Barzani un’enorme disponibilità di petrolio. Né si può escludere che il governo regionale chiuda un occhio sul contrabbando di petrolio proveniente dalle zone controllate dall’ISIS, molto richiesto in Turchia per il suo basso prezzo, e poi smerciato a vari Paesi occidentali, al Giappone, ed ad Israele.
Queste vicende, da un lato, confermano l’ignobile strategia dell’imperialismo e del neo-colonialismo, consistente nello sfruttare tutte le divisioni etniche e religiose per creare il caos nelle aree di cui si cerca di impedire uno sviluppo indipendente ed autonomo (come in Iraq, Siria, Libia, Jugoslavia, ed altre aree del Vicino Oriente, Africa ed Europa centro-orientale); dall’altro lato attirano l’attenzione sulle varie anime e fazioni, spesso anche in lotta tra di loro, in cui sono divisi i Kurdi, spesso considerati da molti attivisti occidentali come un mitico e quasi “angelico” tutt’unico.
In realtà nel Kurdistan convivono realtà politiche di orientamento molto diverso. Tra i Kurdi della Turchia una posizione di grande rilievo ha assunto il PKK, partito di ispirazione marxista-leninista fondato da Abdullah Ocalan, duramente represso dal governo turco, e che da oltre 30 anni conduce una lotta armata di liberazione nella Turchia sud-orientale (o Kurdistan del Nord, secondo i Kurdi) ed ha forti agganci nella società civile kurda della Turchia e nei partiti legali che partecipano alle elezioni in Turchia. Il PKK ha le sue basi in alcune zone dell’estremo Nord dell’Iraq (o Kurdistan del Sud nella versione kurda), che vengono regolarmente bombardate dai Turchi nell’ambito della particolare versione turca di “lotta al terrorismo”. I combattenti del PKK, oltre che difendere la popolazione kurda della Turchia dagli attacchi dell’esercito di Erdogan, hanno dato un contributo decisivo anche alla lotta contro l’ISIS (o DAESH) in Iraq, ben più incisivo di quello dato dai “Peshmerga” di Barzani, con cui spesso sono confusi dalla disattenta (o maliziosa?) stampa occidentale. Nello stesso Iraq altri partiti e movimenti kurdi (ad esempio quelli legati al clan dell’ex vicepresidente dell’Iraq Talabani, con centro in Suleymania) contestano il predomino e la politica di Barzani.
Legati al PKK sono anche i combattenti kurdi della Siria settentrionale (o Kurdistan dell’Ovest, secondo i Kurdi) organizzati nelle formazioni femminili JPG e maschili YPG, e nel partito PYD. Questi combattenti da circa 4 anni hanno raggiunto una tregua di fatto con l’esercito siriano, con cui hanno anzi collaborato nella battaglia di Hassaka, durante la quale l’ISIS è stato scacciato lontano da questa importante città della Siria nord-orientale. I rapporti con la Turchia sono pessimi, in quanto i Turchi, dopo che i combattenti kurdi si erano impossessati di gran parte della frontiera tra Siria e Turchia dopo la battaglia di Kobani, hanno minacciato ripetutamente un intervento militare se i Kurdi avessero superato il fiume Eufrate e avessero chiuso gli ultimi 90 Km di frontiera ancora controllati dall’esercito turco e dall’ISIS, congiungendosi con il cantone kurdo isolato di Efrin. Questo tratto di 90 Km di frontiera, controllato a Nord dall’esercito turco e a Sud da DAESH, è quello attraverso cui passa verso Nord la maggior parte del petrolio contrabbandato dallo Stato Islamico e, verso Sud, il flusso di armi e combattenti islamici fanatici e mercenari provenienti da 90 Paesi, che attraversano la Turchia con l’appoggio del governo turco.
Ma ora anche i Kurdi siriani del PYD sono corteggiati dagli USA che se ne vogliono servire come truppe di terra, e domani magari contro il governo di Bashar Al-Assad. Contemporaneamente però anche i Russi, la cui azione in Siria si fa sempre più oculata ed efficace, hanno offerto supporto alle azioni dei Kurdi locali, che si barcamenano.
Come si vede la situazione sul campo è complicata e l’imperialismo non ha rinunciato ai suoi piani di divisione, mentre i suoi infidi alleati (come Turchia ed Arabia Saudita) continuano i loro giochi di ingerenza e sopraffazione, a volte anche autonomamente dalle direttive emanate dal sempre più debole Obama, contestato anche dai “falchi” statunitensi. Gli Europei che contano (Francia, Gran Bretagna, Germania) da parte loro hanno deciso di intervenire, ma senza il consenso del governo siriano, e senza coordinarsi con l’esercito siriano, per cui la loro reale strategia non è affatto chiara e le loro azioni militari alimentano i peggiori sospetti.
L’intervento russo ha cambiato i giochi nel Vicino Oriente, ma la strada verso la piena sovranità di Paesi come l’Iraq e la Siria è ancora lunga ed irta di ostacoli.
Vincenzo Brandi