La Nuova Via della Seta

Con alle spalle il primo lustro di storia, la Belt and Road Initiative è entrata ora in una nuova fase di sviluppo, in alcuni casi anche di adeguamento in risposta alle problematiche e alle critiche emerse.

Laureato in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Milano, Diego Angelo Bertozzi si occupa da tempo della storia e dei più recenti sviluppi della Cina. In relazione alla Belt and Road Initiative ha collaborato con il Centro Europa Ricerca di Roma alla realizzazione del rapporto La Nuova Via della Seta: impatto sugli scambi internazionali e opportunità per l’Italia. Collabora con diversi siti e riviste specializzate in relazioni internazionali.

La Nuova Via della Seta.
Il mondo che cambia e il ruolo dell’Italia nella Belt&Road Initiative
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di Diego Angelo Bertozzi, Diarkos, pp. 256, € 17

Don Rodrigo

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“Un Leone d’Oro lungo quattro ore. Venezia: vince a sorpresa, ma meritatamente, il dramma in bianco e nero del filippino Lav Diaz.”
Premesso che non sono propriamente quel che si suol dire un cinefilo, frequento le sale forse tre volte all’anno e leggo distrattamente le recensioni che mi passano sotto gli occhi, devo confessare che un titolo di tal fatta mi ha colpito.
Tanto più che arrivo al punto in cui il critico di turno specifica che il film è stato girato completamente con la cinepresa fissa, e nella competizione in laguna ha superato tutti i colossi di Hollywood… nonché il mio adorato Emir, ma uno che si è messo a dire certe cose potrà mai più vincere un qualche premio importante?
Apprendo quindi che il regista di The woman who left ha voluto dedicare la conquista del prestigioso cimelio “al popolo filippino, per la sua lotta e per la lotta di tutta l’umanità”.
Sempre memore della massima di Pierre-Joseph Proudhon – “Chi dice umanità cerca di ingannarti” – decido di indagare e cosa scopro?
Scopro che Lav Diaz mette al centro della vicenda una donna, Hortencia, che ha già scontato trent’anni per omicidio. Trent’anni durissimi, in cui però è diventata un punto di riferimento per le altre detenute e per i loro figli. Maestra elementare, insegna a leggere, dà lezioni di grammatica e scienze, organizza gruppi di lettura, è lei stessa autrice di racconti. Ha raggiunto un suo equilibrio, insomma. Finché una delle sue compagne, Petra, devastata dal rimorso, non confessa una verità terribile. È stata lei a commettere il delitto e l’ingiusta condanna di Hortencia è stata orchestrata dal suo amante di quegli anni, Rodrigo Trinidad, un personaggio “demoniaco” che ha sempre esercitato il suo potere e la sua influenza senza alcuno scrupolo.
Un momento… Rodrigo… ma il neo presidente delle Filippine, Paese di origine del regista, quello che ha mandato all’inferno Obama e chiede il ritiro dei soldati USA dalla regione meridionale di Mindanao, circa 500 militari dispiegati a partire dal 2002 “per fornire addestramento e intelligence alle truppe filippine impegnate a combattere le milizie islamiste della rete di Al Qaeda” ca va sans dire… non si chiama proprio Rodrigo (Duterte)?
“E in controluce, ovviamente, sembra di vedere il presente (a parte i rapimenti di Mindanao, il nome del “cattivo” può far pensare all’attuale presidente delle Filippine, il controverso Rodrigo Duterte?). La lucidità politica è intatta”, chiosa infatti il critico.
A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.
Federico Roberti

“La Cina non è più una colonia occidentale e non può essere prevaricata”

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Mentre l’attenzione del mondo si concentra su ciò che accade in Medio Oriente, in Ucraina e sullo scontro USA-Russia, un’altra crisi si sta svolgendo nel Mare Cinese del Sud, dove l’ordine statunitense è contestato dalla Cina.
E’ una disputa territoriale che ci riporta indietro di secoli, ma che ha causato crescenti tensioni negli anni recenti.
Le sempre più profonde tensioni nel Mare Cinese del Sud riguardano una disputa territoriale sulle isole Paracel e Spratly – in realtà, porzioni sommerse di roccia – particolarmente delicata, visto che la disputa coinvolge diversi Paesi quali Cina, Vietnam, Singapore, Malesia, Taiwan e le Filippine.
Le acque che circondano queste isole sono famose per essere ricche di risorse naturali che costituirebbero una manna per l’economia dello Stato che ne potesse disporre.
In tutto ciò la Cina – con grande costernazione degli Stati Uniti – sta costruendo un’isola artificiale nell’area, con una pista di atterraggio adeguata agli aerei militari.
Questa disputa non può essere considerata fuori dal suo più largo contesto geopolitico. Con l’economia cinese che continua a crescere rispetto a quella degli Stati Uniti, Washington sta utilizzando questa disputa come una scusa per esercitare pressione militare, con l’obiettivo di intimidire Pechino e di ricordare quale sia il suo posto nello schema globale delle cose. Continua a leggere

Carattere dell’odierna ascesa cinese

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Vi sono molte storie non dette sull’ascesa della Cina.
Reg Little, diplomatico australiano di lungo corso, ne racconta una.
Da “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 2/2015, pp. 82-83.

“Sarebbe errato parlare di ascesa cinese in senso esteso. È molto più appropriato parlare di rinascita della Cina. Fino alle guerre dell’oppio, alla metà del XIX secolo, la Cina aveva guidato il mondo nella tecnologia e nella produzione economica per gran parte della storia umana.. Alla metà del XX secolo, la rivoluzione di Mao Zedong cominciò a gettare le fondamenta della rinascita cinese. Questa rinascita è diventata evidente circa un quarto di secolo più tardi, quando Deng Xiaoping prese il potere.
La nuova evidente caratteristica della Cina contemporanea sta nel fatto che le potenze angloamericane hanno costruito un nascente sistema globale e che la rinascita della Cina deve aver luogo al centro di questa interconnessione globale. È questa la caratteristica veramente unica della contemporanea ascesa, o rinascita, della Cina. È qualcosa che altre potenze hanno reso inevitabile, non qualcosa che sia avvenuto per iniziativa delle guide della Cina.
Perciò nell’ascesa della Cina contemporanea c’è parecchio che può essere compreso soltanto esaminando l’interazione della moderna influenza occidentale con la rinascita della cultura tradizionale cinese. Finora l’impatto dell’influenza occidentale sembra essere stato dominante. Eppure il successo della Cina può essere spiegato solo osservando il modo in cui la sua cultura tradizionale la ha attrezzata per poter competere con l’Occidente.
Analogamente, gran parte dell’attività cinese è stata dettata da imperativi imposti dalla modernità occidentale. Però, a mano a mano che la Cina diventa più forte, più indipendente e più cinese nelle sue scelte, è possibile sottoporre molte iniziative occidentali ad un profondo riesame.
Basta guardare ai danni procurati dagli imperativi industriali occidentali all’ambiente, all’acqua, all’aria, al cibo ed alla medicina, per vedere i possibili benefici di questo sviluppo. Naturalmente, oggi la Cina rappresenta una misera pubblicità in questo senso, poiché, nella fretta di costruire la sua economia, di ristabilire la sua autonomia culturale e di guadagnare un certo controllo sul proprio avvenire, essa ha dovuto accettare molti di tali imperativi. In ogni caso, ora essa ha ampiamente realizzato questi fini ed ha la possibilità di risolvere i suoi problemi.
Per rimediare ai danni prodotti dagl’imperativi industriali, le tradizioni di legge edi governo della Cina possono sembrare molto più adeguate che non le pratiche comuni delle democrazie occidentali. Le grandi multinazionali hanno dimostrato la loro capacità di scrivere le leggi e le normative dei governi eletti servendosi delle consorterie, dell’influenza mediatica, delle perizie industriali e del finanziamento ai partiti, spesso col minimo riguardo per i danni inflitti al bene comune.
In realtà, lo studio dei classici, della storia e della cultura politica della Cina rivela che molti tratti della civilizzazione angloamericana contemporanea traggono origine dalle avventure imperialistiche delle grandi società commerciali inglesi come la Compagnia delle Indie e, più recentemente, dalle iniziative delle multinazionali americane nel sistema istituzionale globale costruito dopo la sconfitta dell’Europa nel secondo conflitto mondiale.
L’ascesa della Cina e dei suoi alleati asiatici induce a pensare che molte pratiche e molti valori angloamericani subiranno probabilmente un riassestamento, secondo prospettive in grado di sorprendere e marginalizzare le certezze odierne. L’incapacità degli strateghi angloamericani di comprendere i punti vulnerabili della loro cultura e di esplorare i punti di forza di una cultura dotata di un patrimonio straordinario ha accelerato sia il tramonto dell’Occidente sia l’ascesa dell’Oriente. È difficile pensare che adesso questa situazione possa essere ribaltata.
Adesso i popoli occidentali hanno a disposizione un periodo più breve per prepararsi ad un futuro prevedibile, nel quale le certezze e le comodità del passato saranno soggette ad un riesame. Il sistema globale esistente è stato costruito sul dogma della superiorità dei valori occidentali, i quali però si sono dimostrati vulnerabili davanti alla sfida asiatica. È ancora troppo presto per delineare il probabile esito di questa interazione di culture in competizione, ma sarà essenziale riservare una profonda attenzione alla cultura tradizionale cinese, se si vuole valutare l’approccio cinese all’Occidente sperando di ricavarne qualche vantaggio.”

Reg Little ha svolto attività diplomatica in cinque missioni australiane per venticinque anni, durante i quali ha studiato giapponese e cinese. A Canberra, ha diretto l’Australian China Council. Autore di tre libri dedicati alla dottrina confuciana, dal 2009 è stato presidente dell’Associazione Confuciana Internazionale, che ha sede a Pechino.
Questo articolo originalmente è apparso sulla rivista australiana New Dawn (Vol. 9, n. 1).