Dietro il sorriso


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Un libro diretto, sanguigno, di agevole e rapida lettura. Non un testo per soli addetti ai lavori; al contrario, pur non lasciando delusi questi ultimi, esso sa anche come descrivere la realtà e la storia del Tibet a chi è novizio della materia.
Attraverso le sue pagine, si scopre un mondo sconosciuto alla maggior parte dei lettori occidentali, composto dalle ambiguità e dalle trame segrete di uno tra gli uomini più noti, apprezzati ma anche discussi del pianeta: Sua Santità il Dalai Lama.
Chi è il Dalai Lama? Qual è la sua storia? E, soprattutto, quali sono le sue reali intenzioni nei confronti della Cina e del Tibet? Perché l’Occidente sbaglia a fidarsi del suo disarmante sorriso, e chi sono coloro che traggono vantaggio dalla sua lotta per l’autonomia e l’indipendenza del Tibet?
Dietro il sorriso cerca di rispondere a tutte queste domande.

Maxime Vivas è un saggista e giornalista francese, nato nel 1942 da una famiglia di origine spagnola. Il suo La face cachée de Reporters sans frontières. De la CIA aux faucons du Pentagone (2007) mette a nudo le trame segrete e inconfessabili di una delle più importanti ong mondiali.

Dietro il sorriso. Il lato nascosto del Dalai Lama,
di Maxime Vivas, Anteo edizioni, 2015, € 12.

La birra nordcoreana può portarti in galera

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“Oggi, la posizione numero uno della classifica dei ricercati è occupata da Kim Jong-Un, l’attuale leader della Repubblica Democratica Popolare di Corea (RPDC). Kim, nipote di Kim Il-Sung, fondatore della RPDC e riverita figura di combattente nella resistenza contro gli occupanti giapponesi, rappresenta la terza generazione dei suoi familiari che occupa il posto di comando. Gli opinionisti occidentali invariabilmente ridicolizzano questo fenomeno bollandolo come successione ereditaria, mentre convenientemente fanno finta di non accorgersi di oltre 80 anni di successione ereditaria del potere nel fedele alleato saudita. Gli altri Hussein, la famiglia reale al potere in Giordania fin dall’indipendenza del Paese, non sono mai allo stesso modo svillaneggiati dalla stampa occidentale. Anche loro sono fedeli amici degli Stati Uniti e dei leaders europei.
La Repubblica Democratica Popolare di Corea ha seguito a lungo una solitaria via di autosufficienza ed autodeterminazione che i loro leader chiamano JUCHE.
Durante l’epoca sovietica, la RPDC mantenne formali ma distanti relazioni con la comunità socialista, insistendo nel percorrere la propria via. Molti osservatori d’area videro questo approccio al Marxismo-Leninismo come eccessivamente volontaristico, cioè, eccessivamente basato sulla capacità di uomini e donne di fronteggiare le condizioni oggettive e gli impedimenti materiali.
Si è detto che la politica estera della RPDC è stata una notevole messa in pratica della filosofia JUCHE.
Nello stesso tempo, l’atteggiamento della RPDC nei confronti delle altre Nazioni è stato profondamente influenzato dalle esperienze della guerra di Corea a metà del secolo passato. La quasi totale distruzione della parte settentrionale della penisola coreana dall’aeronautica degli Stati Uniti e la loro politica della terra bruciata lasciarono la Nord Corea determinata a trovare un deterrente affinché non potesse ripetersi una tale catastrofe. Trovarono questo deterrente nello sviluppo delle armi atomiche. A fronte del tentativo di Stati Uniti e NATO di riordinare il mondo ad immagine e somiglianza dell’Occidente sin dalla caduta del potere sovietico, questa decisione, col senno di poi, appare esser stata saggia ed efficiente.
Nonostante la RPDC sia rimasta in pace per oltre sessant’anni, il governo degli Stati Uniti e i suoi media servili e smidollati hanno continuato la loro spietata campagna di aggressione e calunnia.
Non diversamente dalle campagne del terrore e delle fandonie ordite contro Cuba socialista, la Repubblica Popolare di Corea è stata dipinta come una terra di prigioni e deprivazione. Molto dell’immaginario isterico viene dai fuoriusciti, in particolare Shin Dong-Hyuk. La storia di Shin è stata arrangiata in un libro da un giornalista del Washington Post, Blaine Harden con il sinistro titolo: “Fuga dal campo 14: la notevole odissea di un uomo, dalla Corea del Nord alla libertà in Occidente” Il libro fu positivamente recensito da ogni maggiore testata amica dell’Occidente. Un membro della prima commissione di inchiesta delle Nazioni Unite sugli abusi contro i diritti umani in Nord Corea per quanto riferito ha citato Shin come l'”unica e più forte voce” sulle atrocità all’interno dei campi nordcoreani.
La Corea del Nord ha ufficialmente risposto diffondendo un video del padre e dei familiari di Shin che lo denunciano come bugiardo in fuga da un’accusa di stupro.
Naturalmente, NESSUNO nei media capitalisti di oggi ha riconosciuto credibilità alcuna a questa protesta. Allo stesso modo nessuno dei giornalisti occidentali ha seriamente ascoltato altri fuoriusciti che hanno contestato i dettagli descritti da Shin. La sua storia è troppo buona, troppo spettacolare per metterla in dubbio.
Sfortunatamente non lo è. E sfortunatamente nessuna sorta di confessione potrebbe convincere i gretti media occidentali, le Nazioni Unite o le prevenute associazioni per i diritti umani. Essi hanno avuto tale confessione il 16 di Gennaio, quando Shin ha ammesso che parte della sua straziante storia era inventata. Con molto imbarazzo, ha evitato ogni ulteriore dichiarazione pubblica, anticipando che avrebbe fornito ulteriori spiegazioni.
Il britannico Independent riporta: “Gli attivisti per i diritti umani hanno riferito che ciò può significativamente rallentare la campagna per accusare Kim di crimini contro l’umanità”. E si spera! Si spera che il fatto che la principale fonte per la demonizzazione di Kim abbia ammesso di aver mentito possa spingere i gruppi per la tutela dei diritti umani a riconsiderare la propria campagna. Può essere che alcuni movimenti per i diritti umani siano tanto corrotti quanto i media occidentali che hanno propinato al pubblico la farsa di Shin.
Pur con scarsezza di prove, gli opinionisti americani ed europei costantemente ci ricordano che la Nord Corea è un cupo e depresso paesaggio popolato da gente che muore di fame ed è affamata di libertà. Un fotografo commerciale di Singapore, Aram Pan ha letto ed ascoltato questi crudi giudizi. Come riportato dalla testata conservatrice britannica Daily Mail lo scorso maggio:
“Quando un uomo di Singapore vede soddisfatto il desiderio di visitare la Corea del Nord, cerca di farsi coraggio per affrontare le scene di terre aride e gente veramente molto triste che ha visto in un documentario di “Panorama” sulla BBC”.
Ma quello che ha trovato lo ha mandato fuori di testa per tutte le più giuste ragioni.
All’interno dell’enclave comunista nel 2013, il fotografo Aram Pan ha visto con i propri occhi mercati brulicanti di gente, uomini e donne che si divertono all’interno di un parco acquatico di foggia occidentale ed ettari su ettari di campi pronti per il raccolto, frantumando tutte le sue illusioni su cosa potesse riservare una vacanza in Nord Corea.
Sebbene si aspettasse difficoltà per comunicare con uno Stato che supponeva riservato e segreto, il sig. Pan ha spiegato: “Ho inviato diverse mail a molti contatti nordcoreani, tutti erano facilmente reperibili online con una facile ricerca. Un giorno uno di loro mi ha risposto ed ho incontrato una loro rappresentanza. E’ stato molto più facile di quanto mi aspettassi”.
Dopo due visite, l’incongruenza delle descrizioni date dai media ufficiali con quello che effetivamente aveva avuto modo di vedere, imbarazzò Pan: “Tornando per il mio secondo viaggio, ho potuto comprendere molte cose. Ho viaggiato da Pyongyang ad Hyangsan, da Wonsan a Kumgangsan, a Kaesong e ritorno. Le cose che ho visto e fotografato mi hanno convinto che la situazione non è poi così male come mi ero aspettato”.
“La gente sembra condurre la propria vita quotidiana in modo semplice e tutto sembra incredibilmente normale. Qualcuno dei miei amici mi ha detto che tutto quello che ho visto deve essere falso e che quello che ho fotografato non era altro che una messinscena di massa”.
“Ma più riflettevo su questa prevenzione, più mi convincevo che non aveva senso… come si può fabbricare e mettere in scena miglia e miglia di campi solo perchè i miei occhi potessero vederli, come si può far fingere migliaia di persone che sembrano condurre una vita normale?”
Le foto di Pan possono essere viste in questo sito.
In un altro fulgido esempio di come un alleato degli Stati Uniti sia saldamente onorato al rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, la Repubblica della Corea (la Corea del Sud n.d.t.), il vicino meridionale capitalista della Corea del Nord, ha espulso l’americana-coreana Shin Eun-Mi per aver “lodato” la Corea del Nord in alcune conferenze a Seul. Secondo un articolo della scorsa settimana del Deutsche Welle la signora Shin, nativa della California e con nessun legame di parentela con Shin Dong-Hyuk “ha fatto arrabbiare le autorità della Corea del Sud quando ha detto che un certo numero di nordcoreani che vivono nella Corea del Sud sarebbero ritornati volentieri nella loro patria, causa della difficoltà di vivere nel Sud. La signora Shin ha anche detto che molti nordcoreani sono fiduciosi che il nuovo giovane leader della Nazione comunista possa migliorare la qualità della vita del “regno eremita”.
La scrittrice ha inoltre tessuto le lodi della birra nordcoreana che ha detto essere molto meglio delle insipide birre del Sud.
Sembra proprio che preferire la birra nordcoreana possa portarti in galera per più di dieci anni.”

Da Pazzie dell’Impero, di Zoltan Zigedy.

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Facce da schiavi con occhi a mandorla

“In un dibattito sulla Cina di inizio del ventesimo secolo, lo scrittore Lu Xun lamentò di come i cinesi, totalmente assuefatti al loro status coloniale, erano diventati “facce da schiavi”. Faccia da schiavo è l’atteggiamento di una persona abituata ad essere perseguitata e che vive adulando servilmente i potenti. Essa è l’espressione vuota di coloro che hanno perso il coraggio di pensare in proprio sulla condizione in cui si trovano, di quelli che non determinano il proprio destino. Questa è la “faccia da schiavo”.
Monitorando i servizi dei media sulla questione del trasferimento della base di Futenma a partire dall’autunno del 2009, mi resi conto che le espressioni di facce da schiavi sono diventate una caratteristica permanente degli intellettuali giapponesi, compresi i media. L’alleanza militare del Giappone con gli Stati Uniti è diventata rigida come un postulato inalterabile, e l’indolenza intellettuale di quelli che rifiutano totalmente qualsiasi proposta di modificare l’alleanza è semplicemente sconcertante.
Tornare al senso comune. Questo è ciò che è richiesto ai giapponesi, tornare al senso comune della comunità internazionale e ripristinare la consapevolezza che è innaturale per forze militari straniere essere stanziate per un lungo periodo di tempo in una nazione indipendente. Una nazione che non ha la volontà di trascendere i sofismi e lo stretto interesse personale e affrontare direttamente questo problema non può essere chiamata una nazione indipendente. Lasciatemi ancora una volta indicare i fatti che dobbiamo affrontare.
1) Nel 65° anno dalla fine della guerra del Pacifico e 20 anni dopo la fine della guerra fredda, ci sono circa 40.000 soldati statunitensi (e circa 50.000 civili e personale dipendente) di stanza in Giappone su basi USA che occupano approssimativamente 1.010 chilometri quadrati di terreno (1,6 volte l’area della città di Tokyo).
2) Delle prime cinque basi estere su larga scala che gli Stati Uniti mantengono in tutto il mondo, quattro sono in Giappone (la base navale di Yokosuka, e le basi aeree di Kadena, Misawa e Yokota).
3) Dal momento che vige un accordo che rende l’intero territorio del Giappone utilizzabile per le basi, e le decisioni su quali zone fornire sono prese dal Comitato congiunto dei rappresentanti dei governi USA e giapponese (art. 2 dello Status of Forces Agreement [SOFA]), le basi possono essere posizionate ovunque in Giappone, senza l’approvazione della Dieta giapponese. Vi è una concentrazione di basi USA in prossimità della capitale della nazione, Tokyo, che è senza pari in tutto il mondo (la base aerea di Yokota, la base navale di Yokosuka, la base dell’esercito a Zama e la stazione aero-navale di Atsugi, tra gli altri).
4) Il 70 per cento dei costi di stazionamento delle forze USA in Giappone sono a carico del paese ospitante, una situazione che non esiste in nessun’altra parte del mondo.”

Il saggio di Jitsuro Terashima, consigliere per la politica estera del Primo Ministro giapponese Yukio Hatoyama, nonché rettore dell’Università di Tama, continua qui.

La Cina è vicina (agli Stati Uniti)

A partire soprattutto dallo scoppio della Guerra fredda, per decenni la campagna anticomunista dell’Occidente ha ruotato attorno alla demonizzazione di Stalin. Sino al momento della disfatta dell’Unione Sovietica, non era il caso di esagerare nella polemica contro Mao, e neppure contro Pol Pot, fino all’ultimo appoggiato da Washington contro gli invasori vietnamiti e i loro protettori sovietici. Il mostro gemello di Hitler era uno solo: aveva imperversato per trent’anni a Mosca e continuava a pesare in modo funesto e massiccio sul paese che osava sfidare l’egemonia degli USA.
Il quadro non poteva non cambiare con l’ascesa prodigiosa della Cina: ora è il grande paese asiatico che dev’essere incalzato sino a smarrire la sua identità e la sua autostima. Al di là di Stalin l’ideologia dominante è impegnata a individuare altri mostri gemelli di Hitler. Ed ecco riscuotere un grande successo internazionale un libro che bolla Mao Zedong come il più grande criminale del Novecento o forse di tutti i tempi.
Le modalità della “dimostrazione” sono quelle che già conosciamo: si prendono le mosse dall’infanzia del “mostro” piuttosto che dalla storia della Cina.
(…)
Questa storia tragica alle spalle della rivoluzione dilegua nella storiografia e nella pubblicistica che ruotano attorno al culto negativo degli eroi. Se nella lettura della storia della Russia si procede alla rimozione del Secondo periodo dei disordini, per il grande paese asiatico si sorvola sul Secolo delle umiliazioni (il periodo che va dalla Prima guerra dell’oppio alla conquista comunista del potere). Come in Russia, anche in Cina a salvare la nazione e persino lo Stato è in ultima analisi la rivoluzione guidata dal partito comunista. Nella biografia già citata su Mao Zedong non solo si ignora il retroterra storico qui sommariamente ricostruito, ma il primato dell’orrore a carico del leader comunista cinese viene conseguito mettendo sul suo conto le vittime provocate dalla carestia e dalla fame che hanno afflitto la Cina. Un rigoroso silenzio viene osservato sull’embargo inflitto al grande paese asiatico subito dopo l’avvento al potere dei comunisti.
Su quest’ultimo punto conviene allora consultare il libro di un autore statunitense che descrive in modo simpatetico il ruolo di primo piano svolto nel corso della Guerra fredda dalla politica di accerchiamento e strangolamento economico messa in atto da Washington ai danni della Repubblica popolare cinese. Continua a leggere

Sol levante?

Tokyo, 9 febbraio – Stanno per venire alla luce in Giappone gli accordi segreti con gli Stati Uniti ai tempi della Guerra Fredda che obbligavano Tokyo, tra l’altro, a contribuire alle spese delle basi militari USA e a permettere l’ingresso nei porti di navi da guerra con testate nucleari. E il Paese si spacca, scrive il quotidiano americano ‘New York Times’, spiegando che i leader giapponesi, per decenni, hanno sempre smentito l’esistenza di questi patti.
(Adnkronos)

Per quanto riguarda il nostro (?) Paese, rimaniamo in trepida attesa…

L’Agente Arancio

Lo scorso 10 agosto, si è svolto in Vietnam il primo “Giorno Arancio” per ricordare le vittime dell’Agente Arancio e sottolineare il comune sentire al riguardo diffuso nel Paese. Un’attenta analisi dei documenti oggi accessibili ha rivelato che i responsabili dell’esposizione di cittadini vietnamiti e soldati statunitensi ai defolianti tacquero circa le loro conseguenze sulla salute, pur essendone a conoscenza.
Le aziende chimiche americane che producevano l’Agente Arancio e le autorità governative e militari che ordinarono di irrorarne il Vietnam erano consapevoli degli effetti devastanti che poteva avere sugli esseri umani. Ciò risulta appunto da una serie di documenti segreti vecchi di decenni, elaborati dalle stesse aziende ed autorità, ora resi pubblici.
Una lettera di V.K. Rowe a Ross Milholland, dirigente della Dow’s Biochemical, datata 24 giugno 1965, dimostra chiaramente che l’azienda sapeva che la diossina presente nei suoi prodotti – incluso l’Agente Arancio – poteva provocare danni alle persone.
Riferendosi al 2,4,5-triclorofenolo ed al 2,3,7,8-tetracloruro di benzodiossina (componenti dell’Agente Arancio), Rowe affermava: “Questo materiale è tossico in maniera eccezionale; possiede un tremendo potenziale di produrre cloracne e danni sistemici”.
Rowe era preoccupato delle conseguenze negative che l’azienda avrebbe potuto subire se la cosa fosse diventata di dominio pubblico: “L’intera industria del 2,4,5-T sarebbe colpita duramente e prevedo l’adozione di una legislazione restrittiva, che metta al bando la sostanza oppure imponga controlli molto rigidi”.
Così egli suggeriva di mantenere il riserbo sulla tossicità: “Non c’è ragione per non tenere questo problema sotto stretto controllo e quindi evitare auspicabilmente una legislazione restrittiva… Confido che tu sia molto giudizioso nell’uso di queste informazioni. Potrebbe essere piuttosto imbarazzante se esse venissero equivocate o mal utilizzate… P.S.: questa lettera non può essere riprodotta, mostrata o spedita ad alcuno al di fuori della Dow in nessun caso.”
La Dow giocò bene le sue carte, e non incorse mai in alcun problema. L’irrorazione dell’Agente Arancio in Vietnam proseguì per altri sei anni.

Benché vari rapporti indichino che aziende chimiche come la Dow e la Monsanto occultarono scientemente al governo l’evidenza delle conseguenze mediche relative alla diossina, il Rapporto Zumwait del 1990, ora declassificato, suggerisce che gli esperti militari statunitensi erano a conoscenza della pericolosità dell’Agente Arancio all’epoca del suo utilizzo.
Il rapporto cita una lettera del 1988 di James R. Clary, scienziato precedentemente impiegato nella ricerca governativa sulle armi chimiche, al senatore Tom Daschle. Clary, che si occupava di progettare la strumentazione per spargere erbicidi e defolianti in Vietnam, raccontava a Daschle: “Quando noi (scienziati militari) iniziammo il programma sugli erbicidi negli anni sessanta, eravamo consapevoli del potenziale di danno dovuto alla contaminazione da diossina negli erbicidi. Eravamo anche coscienti che la formulazione a scopi militari aveva una concentrazione di diossina più alta rispetto a quella per usi civili, a causa del minor costo e della velocità di produzione. Comunque, poiché la sostanza doveva essere usata sul “nemico”, nessuno di noi era eccessivamente preoccupato. Non considerammo mai uno scenario in cui il nostro personale potesse essere contaminato con gli erbicidi. E, se lo avessimo fatto, ci saremmo aspettati che il nostro governo avrebbe dato assistenza ai veterani così contaminati”.

I sostenitori dell’uso dell’Agente Arancio hanno sempre preferito chiamarlo un “programma erbicida” piuttosto che una guerra chimica. Ma i documenti ufficiali rivelano che il Senato USA conosceva la sua vera natura.
Nei registri congressionali del Senato, alla data dell’11 agosto 1969, una tavola presentata ai senatori dimostra che l’organo legislativo statunitense chiaramente classificò il 2,4-D ed il 2,4,5-T (principali componenti dell’Agente Arancio) nella categoria della Guerra Chimica e Biologica. La tavola include nella stessa categoria anche l’acido cacodilico, un componente importante dell’Agente Blu, un altro prodotto chimico irrorato in Vietnam per annientare la vegetazione. La tavola lo descrive come “un composto a base di arsenico… alte concentrazioni causeranno avvelenamento da arsenico negli essere umani. Ampiamente utilizzato in Vietnam. L’arsenico è presente nella percentuale del 54,29%”.
Come ha concisamente affermato lo studioso della guerra in Vietnam e veterano statunitense, W.D. Ehrhart, in un’intervista rilasciata al Thanh Nien Daily: “Sarebbe difficile descrivere l’Agente Arancio come qualcosa di diverso da un’arma chimica. La diossina è un prodotto chimico”.
Ed anche l’arsenico.

Postilla
A proposito di veterani di guerra. Le aziende chimiche produttrici non hanno mai realmente risarcito la grande maggioranze di loro. Nel 1984 venne trovato un accordo extragiudiziale al riguardo ma i risarcimenti furono effettuati solo nel 1994, e solamente circa 60.000 dei 2.400.000 soldati impegnati in Vietnam hanno ricevuto qualcosa.
L’ammontare dei risarcimenti era pressoché ridicolo: una volta sottratte le parcelle degli avvocati, il risarcimento variava fra i 256 ed i 12.800 dollari, con una media stimata di 4.000. Che anche nel 1984 erano ben poca cosa.

L’Australia nella NATO asiatica

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Il 2 marzo scorso, il Dipartimento della Difesa australiano ha reso noto un rapporto di centoquaranta pagine intitolato Difendendo l’Australia nel secolo dell’Asia Pacifico: la forza 2030, che prevede nuove spese militari per 72 miliardi di dollari.
Nell’ambito di questa cifra, è compreso l’acquisto di 100 esemplari del F-35 Lightning II, che nella versione australiana sarà dotato del Joint Strike Missile, un nuovo armamento per l’attacco a terra e la distruzione delle difese antiaeree nemiche sviluppato congiuntamente con la Norvegia.
Secondo il Financial Times del 4 maggio scorso, il ministro della Difesa australiano Joel Fitzgibbon avrebbe affermato che il rapporto di cui sopra, il primo elaborato nell’ultimo decennio, riconosce la supremazia a livello regionale degli Stati Uniti. Fitzgibbon mette, inoltre, in guardia rispetto alle “tensioni strategiche” causate dalle nuove potenze, specialmente la Cina ma anche l’India, nonché dal “ritorno della Russia”.
In un articolo apparso su un quotidiano australiano nel febbraio 2007, intitolato “Una nuova base spionistica segreta USA ha avuto la luce verde”, si sosteneva che la stretta alleanza militare australiana con gli Stati Uniti sarebbe stata rafforzata con la costruzione di una base di telecomunicazioni ad alta tecnologia nell’ovest dell’Australia. Si tratterà di una struttura cruciale per la nuova rete di satelliti militari a sostegno delle capacità belliche americane nel Medio Oriente ed in Asia. Questa base sarà la prima grande installazione militare USA ad essere costruita in Australia negli ultimi decenni, dopo le controversie avutesi su altri grandi insediamenti quali quelli di Pine Gap e North West Cape.
L’Australia è il Paese non membro della NATO con il maggior numero di truppe in Afghanistan, più di mille, mentre il Primo Ministro Kevin Rudd ha annunciato ad aprile scorso l’invio di altri 400 soldati, incluse alcune unità destinate ad operazioni speciali di combattimento.
Nel giugno 2008, il capo delle forze armate australiane Maresciallo dell’Aria Angus Houston, a proposito dell’impegno di Stati Uniti e NATO sul terreno afghano, ebbe a dire che esso sarebbe durato almeno altri dieci anni. Senza che l’Australia abbia intenzione di tirarsene fuori.
Le truppe del Paese dei canguri sono, fra l’altro, state fra le prime ad entrare in Iraq dopo l’invasione del 2003 e sono fra i pochi contingenti nazionali che ancora vi permangono. Alla fine del 2008, il parlamento irakeno – non senza dissensi – ha approvato una risoluzione che autorizza accordi bilaterali in merito ai soli contingenti non statunitensi ivi presenti: quelli di Gran Bretagna, Estonia, Romania, NATO ed appunto Australia. Negli stessi giorni, il Primo Ministro Rudd era in visita negli Emirati Arabi Uniti dove l’Australia sta riunendo le sue forze aeree ed il proprio quartier generale in Medio Oriente in una sola base, segreta. La presenza di soldati australiani nella regione è di circa 1.000 unità, che si vanno quindi ad aggiungere agli altri 1.000 in Afghanistan, 750 a Timor Est e 140 nelle Isole Salomone.
Qualcuno avanza, in questi ultimi tempi, l’ipotesi di una sorta di NATO asiatica volta ad integrare le nazioni asiatiche direttamente con la NATO e con i suoi singoli membri, gli Stati Uniti prima di tutto, quasi a realizzare un’estensione geografica dell’Alleanza Atlantica verso oriente. Ciò sarebbe l’esito di diverse misure, dagli accordi bilaterali di cooperazione all’insediamento di basi militari, dallo svolgimento di regolari esercitazioni multinazionali al dispiegamento di truppe nei teatri caldi. Lo scorso marzo, è giunta la notizia che l’Australia sta concludendo un accordo con la NATO per l’interscambio di informazioni militari riservate al fine di realizzare un più approfondito “dialogo strategico” ed una maggiore collaborazione sui “comuni interessi di lungo periodo”.
Insieme al Giappone, l’Australia – oltre ad ospitare sul proprio territorio basi militari statunitensi e dispiegare truppe nei teatri afghano ed irakeno – ha messo i piedi su un terreno ancora più pericoloso, unendosi al sistema antimissilistico globale progettato dagli Stati Uniti. Essa verrebbe così a costituire la controparte orientale di uno scudo che vede analoghe infrastrutture impiantate, per quanto riguarda l’emisfero occidentale, in Polonia e Repubblica Ceca.
Questi sviluppi, comunque, non allarmano soltanto la Russia e non coinvolgono unicamente Australia e Giappone. Lo scorso dicembre, infatti, i ministri della Difesa russo e cinese Anatoly Serdyukov e Liang Guanglie si sono incontrati a Pechino per discutere il progetto regionale di difesa antimissile portato avanti, oltre che da USA, Australia e Giappone, anche da Corea del Sud e Taiwan. Inutile sottolineare il disappunto della Cina.
Lo scopo della cosiddetta NATO dell’Asia sarebbe, allora, quello di stabilire una superiorità – se non egemonia – militare americana e più in generale occidentale attraverso tutto il continente asiatico, per quanto riguarda l’intero spettro sia delle forze che dei sistemi d’arma terrestri, aerei, navali e spaziali. Le notizie di stampa degli ultimi mesi confermano l’ampliarsi ed il rafforzarsi di questa tendenza. Come esempio paradigmatico, possiamo riportare l’esercitazione militare congiunta denominata Balikatan 2009, svoltasi dal 16 al 30 aprile u.s. nelle Filippine, sui terreni della base aerea di Clark, che l’aviazione USA – caso più unico che raro – aveva abbandonato volontariamente nel 1991. Sul sito della base sono tornati non solo i marines ma anche gli F-16 Fighting Falcon, i primi cacciabombardieri statunitensi operativi nelle Filippine dopo sedici anni.

Intervistato lo scorso novembre a proposito dell’”invasione russa della Georgia”, così ebbe a dire il magnate dei media austrialiano Rupert Murdoch: “E’ necessario che l’Australia sia parte di una riforma delle istituzioni maggiormente responsabili per il mantenimento della pace e della stabilità. Sto pensando specialmente alla NATO… L’unico percorso per riformare la NATO è di espanderla al fine di includervi nazioni come l’Australia. In tal maniera, essa diverrebbe una comunità basata meno sulla geografia e più sulla comunanza dei valori. Questo è l’unico modo per rendere la NATO efficace. E la leadership australiana è determinante per questo scopo”.