MH-17, verità negate

“Le cosiddette indagini sul disastro MH-17 rappresentano un caso di studio, anche se uno abbastanza rozzo a causa dei rozzi metodi di guerra dell’informazione dell’Ucraina. Ma è evidente che quasi tutte le “prove” che coinvolgono la Russia o gli insorti della Novorussia sono state preparate dai servizi segreti ucraini, poi riciclate attraverso i social media, prima di essere presentate ai pubblici occidentali come la verità, l’unica verità, e nient’altro che la verità.”
(Fonte)

Sulla rotta della nuova Via della Seta

Buon giorno a tutti!
Sono Daniele Ventola e, come molti amici già sapranno, io e #Ombra stiamo percorrendo la famigerata Via della Seta a piedi.
La Via della Seta è quell’insieme di rotte che connette l’Oriente all’Occidente. Una via storica e leggendaria che ha visto crescere e dissolversi gloriosi imperi.
Ma, date le nuove rotte commerciali pomosse dalla Cina verso l’Europa con il progetto One Belt One Road che richiama una nuova Via della Seta, abbiamo ritenuto che non ci fosse momento migliore per inaugurare, assieme a questi nuovi scambi commerciali, anche i più elevati scambi culturali e umani. Per cui sarà un onore, oltre che un piacere, poter attraversare, partendo da Venezia: Slovenia, Ungheria, Romania, Ucraina, Russia, Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Cina (Zhoukoudian, Pechino).
Un cammino sostenibile e lento, attraverso 10 Paesi e 2 continenti.
Vento della Seta – un Cammino di Umanità, si basa su una triplice sfida: fisica, spirituale e antropologica.
Sono due i motivi che hanno ispirato la nascita di queste sfide:
1) Osservando, leggendo, parlando emerge la percezione di vivere in un’epoca di grandi contraddizioni: un benessere tecnologico lontano dal benessere esistenziale, che va di pari passo ad una superficialità culturale sempre più crescente, mentre parole che diventano virali come “condivisione” e “connessione” mancano sempre più di un interagire con il prossimo autentico e reale per cui sta divenendo sempre più difficile.
2) Se le nuove rotte commerciali della Belt & Road Initiative sono rivolte al futuro geopolitico ed economico del mondo, lo scopo di Vento della Seta è arrivare a piedi alla meta per integrare l’economico con il culturale, l’ecologico… ma soprattutto con l’umano. È per queste motivazioni che il viaggio si concluderà a Zhoukoudian che è un sito paleoantropologico a 48 km sud-ovest di Pechino dove sono stati ritrovati i resti di un ominide risalenti a 750.000 anni fa.
Partendo dal sud-Italia, Vento della Seta intende testimoniare un uso alternativo delle nuove tecnologie di comunicazione e di informazione infatti, documentando con materiale audio-visivo amatoriale le storie, le tradizioni folkloristiche, le abitudini, i “riti sociali”, le usanze, le culture che cambiano lentamente dall’Occidente all’Oriente. Vento della Seta renderà fruibile i materiali raccolti durante il viaggio, che saranno disponibili sulle pagine di Facebook, Instagram, YouTube, Cam.Tv e il sito web.
Particolare interesse per la documentazione visiva sarà quello che riguarda la storia dell’uomo. Partendo da Napoli è stato possibile incontrare numerosi siti di interesse archeologico preistorico per ripercorrere i passi della storia dell’uomo. Auspichiamo che, assieme alla ricapitolazione della nostra storia, il futuro e l’innovazione tecnologica si sviluppino nel rispetto della storia che ci precede e che ci ha reso umani.
In questo modo Vento della Seta diviene dunque una “con-testa-azione” pratica e filosofica nei confronti di quella parte della società contemporanea che ha forse messo al centro dell’esistenza una logica competitiva, di perfomance, di consumo e che rischia di ridurre l’individuo solo ad una risorsa economica reiterandolo ad un homo, homini lupus in giacca e cravatta.
La vera sfida di questo progetto è quella antropologica, la quale intende riportare l’uomo al centro dell’esistenza e porre la tecnologia come sua estensione, testimoniando attraverso l’esperienza del viaggio che nel mondo non sono del tutto veri i valori dominanti che ci vengono proposti di continuo da chi tiene le redini dell’informazione, ma è altrettanto vera e possibile, una diversa forma di umanità, di mutua assistenza. Una volta concluso il viaggio, parte di questo materiale entrerà nella realizzazione di un libro e di un documentario di viaggio reso possibile grazie al sostegno di tutti quanti poiché una cosa che si scopre viaggiando è che alla fin fine difficilmente il viaggiatore se ne va a spasso solo per stesso. Dacché storia è preistoria, il viaggiatore, in quanto ponte di comunicazione tra i popoli e uomini ha l’immensa responsabilità di accorciare quelle che sembrano delle sconfinate distanze. E non necessariamente intendiamo quelle spaziali.

Fonte

Il viaggio di Daniele Ventola può essere seguito e sostenuto sul sito ventodellaseta.org e sulle relative pagine FB, Instagram e Youtube

Cosa succederebbe se il mondo iniziasse ad usare la logica degli USA nelle sue relazioni con l’America?

Sei stato sanzionato! Sei stato bombardato! Sei stato invaso! Gli USA hanno una sfilza di punizioni pronte per gli Stati che secondo loro si stanno comportando male. Ma cosa succederebbe se il resto del modo adottasse gli stessi metodi con gli Stati Uniti?

Lo scorso giovedì è stato un giorno abbastanza strano. Gli USA non hanno imposto nuove sanzioni a qualcuno. A meno che non me ne sia accorto mentre ero disteso sul divano con la tendinite (curata in un giorno, sono lieto di dirlo, da mia moglie con la chiropratica).
Allo stato attuale gli USA utilizzano programmi attivi di sanzioni contro quasi 20 Paesi: dalla Bielorussia allo Zimbabwe. E sapete cosa? In linea di massima le ragioni che gli USA adducono per sanzionare questi Paesi potrebbero essere quasi ugualmente usate per sanzionare gli stessi USA.
Guardiamo le sanzioni recentemente reimposte all’Iran, alcune delle quali sono entrate in vigore il 6 Agosto, con altre valide dal 4 Novembre. Le punizioni finanziarie non colpiscono solo l’Iran. Con una tattica bullista particolarmente odiosa, sullo stile dei campetti scolastici esse colpiscono anche Paesi ed istituzioni finanziarie straniere che commerciano con l’Iran. La Repubblica Islamica è accusata di “comportamento maligno”. Di essere il leader, chiedo scusa, “LO Stato leader mondiale quale sponsor del terrore”.
In verità il crimine di Teheran è stato l’aiutare a sconfiggere il terrorismo, eufemisticamente descritto come “attività ribelle”, sostenuto dagli USA e i suoi alleati regionali in Siria.
Se le sanzioni dovessero essere imposte per “comportamento maligno” e per essere uno “sponsor del terrore” allora sarebbero gli USA a dover essere sanzionati, e non l’Iran. Inoltre, se noi seguiamo la logica statunitense, anche i Paesi e le istituzioni finanziarie che fanno affari con l’America dovrebbero essere colpiti. Provate solo a immaginare le proteste di Washington se l’Iran avesse annunciato lo stesso tipo di misure complessive contro aziende e banche che fanno affari con gli USA che gli Stati Uniti hanno annunciato contro aziende e banche che fanno affari con Teheran. Ma esse sarebbero giustificate, se seguissimo il modo di ragionare del Dipartimento di Stato. Continua a leggere

Sara Reginella, una voce per il Donbass

“Start Up a War – psicologia di un conflitto”, quarto lavoro sulla guerra nel Donbass della documentarista italiana Sara Reginella, distribuito da Premiere Film, sta seguendo un percorso festivaliero iniziato all’European Film Festival di San Pietroburgo, dove è arrivato in finale, e proseguito, tra gli altri festival, al Virgin Spring Cinefest di Calcutta, premiato come Gold Award Documentary del mese di luglio.
Saker Italia ha seguito Sara nel percorso di maturazione tecnica ed artistica che ha intrapreso, guidata dalla convinzione che, nel mondo contemporaneo, i conflitti si combattono sul piano comunicativo prima che sul campo di battaglia (e che, quindi, la scia di morte e distruzione che ogni guerra guerreggiata porta con sé, possa essere provocata, ma anche scongiurata, dall’esito della guerra informativa che si combatte a monte).
All’origine dell’impegno di Sara la sua formazione di psicologa e psicoterapeuta e la constatazione del fatto che, come nei rapporti fra persone, anche in quelli fra stati e fazioni del conflitto la radice del problema risieda spesso nella rimozione e nella negazione delle ragioni e degli interessi di una delle parti coinvolte.
È questo il “filo rosso” che lega le prime opere del 2015 (“I’m italian” e “Voci”), quella del 2016 (“Le stagioni del Donbass”, arricchita anche dalla maggiore conoscenza della situazione sul campo, maturata lavorando in loco) e l’ultimo documentario appena uscito nel circuito dei festival.
Saker Italia ha chiesto a Sara di fare il punto della situazione. Potete leggere le sue risposte qui.

L’Italia cessi di essere inerte verso la catastrofe umanitaria del Donbass

Lettera aperta del Presidente dell’associazione «Aiutateci a Salvare i Bambini” Ennio Bordato al Presidente del Consiglio del nuovo governo italiano

Egregio Presidente,
dal 2014, nel cuore dell’Europa, è in corso una terribile guerra contro la popolazione civile inerme del Donbass. I dati, probabilmente sottostimati, sono sconvolgenti:
– 1,750 milioni di profughi di cui oltre 1 milione nella Federazione Russa;
– oltre 10mila le vittime, 25mila i feriti;
– 223 bambini uccisi, centinaia i feriti, gli invalidi ed i mutilati;
– oltre 4 milioni e mezzo di abitanti colpiti dal conflitto e 3milioni 400mila di questi necessitano di costante aiuto. Il 60% di costoro sono donne e bambini, il 40% anziani;
– 200mila persone che vivono nella “zona grigia di contatto”, una delle zone più minate del mondo, dipendono unicamente dall’aiuto umanitario esterno.
Una sistematica distruzione delle infrastrutture civili: – 25mila abitazioni civili bombardate, distrutte o gravemente danneggiate, oltre 100 le strutture medico ospedaliere distrutte, 600 scuole, asili, istituti d’istruzione, orfanotrofi non più agibili.
La popolazione civile dopo 4 anni di quotidiani bombardamenti e distruzioni, che hanno messo in ginocchio l’intera economica delle regioni un tempo più ricche dell’Ucraina, sta sopravvivendo unicamente grazie agli aiuti umanitari della Russia ed in minima parte alla solidarietà della nostra piccola associazione di volontariato e di gruppi organizzati di cittadini italiani ed ucraini residenti in Italia.
Dall’inizio della guerra l’Italia non solo ha evitato di assumere un ruolo di promotrice del dialogo, ma alcuni suoi rappresentanti politici ed istituzionali, anche a livello europeo, hanno sostenuto la parte ucraina più avversa alla pace che esprime posizioni politiche più estremistiche ed ostili verso la popolazione delle aree del sud-est del Paese.
In questo contesto, sempre più drammatico, serve assumere un concreto ruolo politico che faccia cessare per prima cosa i bombardamenti sui civili e sappia riportare il dialogo al centro delle relazioni fra Kiev ed i rappresentanti delle autoproclamate Repubbliche Popolari di Donezk e Lugansk.
Serve altresì sviluppare, con la massima urgenza, un’ampia iniziativa umanitaria volta a soccorrere le fasce più deboli della popolazione (bambini, donne ed anziani) con un programma straordinario di aiuti umanitari.
Infine chiediamo al Governo italiano di farsi promotore di una campagna di consapevolezza dell’opinione pubblica tenuta all’oscuro in questi anni allo scopo di non ostacolare l’attività di quelle forze che, anche attraverso la guerra in Donbass, vogliono provocare una frattura insanabile con la Federazione Russa danneggiando irrimediabilmente le relazioni internazionali e mettendo in grave pericolo la pace in Europa e nel mondo.

Con stima

Ennio Bordato
Presidente «Aiutateci a Salvare i Bambini Onlus»
«Operatore onorario della clinica pediatrica RDKB di Mosca»
«Cittadino onorario della città di Beslan»

Fonte

Putin e le stelle

Questo 7 di maggio è stato caratterizzato dalla cerimonia di insediamento di Vladimir Putin al Cremlino, per il suo quarto mandato presidenziale dopo quelli ottenuti nel 2000, 2004 e 2012.
Caso vuole che questa cerimonia sia avvenuta il 7 maggio, come in occasione del primo insediamento nel 2000.
Per qualcuno, però, non si tratterebbe di un caso fortuito ma del segno che il Presidente russo riceva da un astrologo suggerimenti circa le decisioni cruciali da prendere e il momento in cui prenderle. E’ la tesi di Claudia Bailetti, astrologa specializzata nell’indagine di eventi legati alla politica internazionale, che nell’ultimo numero del mensile Astra ritiene “probabile che Putin venga sfidato sul piano della reputazione e del valore identitario di sé ma soprattutto della sua nazione, il che potrebbe portarlo allo scontro”.
“Un periodo caldo per Putin sarà l’autunno 2018 quando potrebbe essere interessato da disordini interni o riferiti alla questione con l’Ucraina, che potrebbero portarlo a scontrarsi con i leader occidentali o nell’area mediorientale con i postumi della guerra in Sira dove potrebbero emergere sorprendenti notizie su attività e uso di armi tossiche o nucleari, tali da offuscare la personalità di Putin.”
“A fine 2018 e inizio 2019 – prosegue la Bailetti – si intravede nel Cielo una possibile tregua negli scontri bellici, forse solo per pianificare strategie mirate a un probabile riaccendersi dei conflitti. Tra fine 2018 e tutto il 2019 Putin godrà del sostegno di Giove che lo porterà a raggiungere importanti obiettivi e una momentanea supremazia sugli Stati Uniti, che dovranno scendere a patti con la Russia.”
Per quanto si possa essere scettici in materia (e personalmente lo siamo), le odierne dichiarazioni del Presidente russo inducono comunque a riflettere.
“Le prossime decisioni che dovremo prendere sono, senza esagerazione, storiche e determineranno il destino della patria per i decenni a venire”, ha infatti affermato Putin durante il discorso seguito al giuramento da Presidente. “Abbiamo bisogno di innovazione in tutti i settori della vita – ha poi aggiunto – sono profondamente convinto che una tale svolta è possibile solo con una società libera, che accoglie il nuovo e rifiuta l’ingiustizia, l’inerzia e il conservatorismo”, assicurando infine che lo scopo della sua vita e del suo lavoro rimarrà “servire il popolo e la patria. Per me, questo viene prima di tutto”.
Federico Roberti

Uno scontro epocale, un momento pericoloso

Mentre tutti i giornali e le TV nostrane sono impegnati sulle modeste vicende politiche di casa nostra fatte di patteggiamenti di basso livello, veti incrociati, piccoli ricatti, false promesse, a molti sfugge la drammaticità del contesto internazionale dove assistiamo ad uno scontro epocale dai risvolti molto pericolosi.
Le potenze nord-atlantiche, guidate dagli USA, puntano in modo sempre più aggressivo sulla Russia di Putin, rea di non inchinarsi agli interessi imperiali statunitensi come ai bei vecchi tempi di Gorbaciov ed Eltsin. Contemporaneamente cercano di far fronte alla perdurante stagnazione economica occidentale, ed ai continui pericoli di nuove crisi, cercando di tamponare l’ascesa impetuosa di concorrenti politici ed economici, tra cui si distingue la Cina. Questo grande ex-Paese coloniale, un tempo preda privilegiata di imperialismi occidentali e giapponesi, non solo ha da tempo superato gli USA in termini di produzione globale (espressa in termini reali, cioè tenuto conto dei prezzi interni), ma ormai supera gli USA anche in settori tecnologici di avanguardia come quello dei supercomputer e della computazione quantistica.
Dopo le ridicole mai provate accuse lanciate agli hacker russi che avrebbero determinato la sconfitta della povera Clinton, ora la campagna denigratoria è stata lanciata dagli Inglesi, capeggiati dal borioso ministro degli Esteri Boris Johnson. Il cattivo Putin in persona è accusato di aver fatto avvelenare col gas Sarin (perbacco! Lo stesso che sarebbe stato usato anche in Siria!) una ex-spia di basso livello ormai in tranquilla pensione in Inghilterra da otto anni. Questa follia sarebbe stata commessa da Putin giusto alla vigilia delle elezioni presidenziali russe e dei Campionati di Calcio in Russia cui quel Paese teneva moltissimo come rilancio di immagine. Un vero autogol! Peccato che gli Inglesi, pur di fronte alle argomentate richieste russe, non abbiano fornito alcuna prova. Continua a leggere

L’ultimo viaggio

Eduard porta il peso dei suoi 92 anni, ma anche quello di un passato denso di ricordi ed emozioni che il suo volto segnato lasciano trasparire ma il suo atteggiamento scorbutico e distaccato non lasciano penetrare. Un passato che riemerge prepotente alla morte della moglie e di cui né la figlia Uli – una donna un po’ nevrotica che già pensa di metterlo in una casa di riposo – né tantomeno la nipote Adele – una ragazza che vive alla giornata totalmente disinteressata alle storie del passato – sembrano essere a conoscenza. Eduard, invece, a dispetto di tutti è una forza della natura: ora può finalmente ricomporre il puzzle del suo passato e mettere in ordine i ricordi che lo hanno accompagnato e tormentato per una vita intera.
Con un cappello da cosacco estratto da un vecchio baule e una valigia con poche cose dentro, non esita a salire su un treno diretto dalla Germania a Kiev, in Ucraina, lasciando alla figlia Uli giusto un biglietto con un rapido saluto. Uli ha solo il tempo di allertare Adele, che lavora in un bar nei pressi della stazione, per farla correre alla ricerca del nonno e convincerlo a scendere dal treno. Ma il vecchio Eduard non ha alcuna intenzione di essere dissuaso dai suoi piani e Adele si ritrova, suo malgrado, in partenza per un lungo viaggio nei ricordi personali del nonno, ma anche nella Storia. Un viaggio inaspettato e pieno di sorprese che, sullo sfondo della guerra nel Donbass, porterà Eduard a riconciliarsi con il suo passato e Adele a capire quanto sia importante, per la propria identità, conoscere e accettare le proprie radici.
Al cinema dal 29 marzo.

Il vero libro esplosivo è a firma Trump

Tutti parlano del libro esplosivo su Trump, con rivelazioni sensazionali di come Donald si fa il ciuffo, di come lui e la moglie dormono in camere separate, di cosa si dice alle sue spalle nei corridoi della Casa Bianca, di cosa ha fatto suo figlio maggiore che, incontrando una avvocatessa russa alla Trump Tower di New York, ha tradito la patria e sovvertito l’esito delle elezioni presidenziali.
Quasi nessuno, invece, parla di un libro dal contenuto veramente esplosivo, uscito poco prima a firma del presidente Donald Trump: «Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti». È un documento periodico redatto dai poteri forti delle diverse amministrazioni, anzitutto da quelli militari. Rispetto al precedente, pubblicato dall’amministrazione Obama nel 2015, quello dell’amministrazione Trump contiene elementi di sostanziale continuità.
Basilare il concetto che, per «mettere l’America al primo posto perché sia sicura, prospera e libera», occorre avere «la forza e la volontà di esercitare la leadership USA nel mondo». Lo stesso concetto espresso dall’amministrazione Obama (così come dalle precedenti): «Per garantire la sicurezza del suo popolo, l’America deve dirigere da una posizione di forza».
Rispetto al documento strategico dell’amministrazione Obama, che parlava di «aggressione russa all’Ucraina» e di «allerta per la modernizzazione militare della Cina e per la sua crescente presenza in Asia», quello dell’amministrazione Trump è molto più esplicito: «La Cina e la Russia sfidano la potenza, l’influenza e gli interessi dell’America, tentando di erodere la sua sicurezza e prosperità».
In tal modo gli autori del documento strategico scoprono le carte mostrando qual è la vera posta in gioco per gli Stati Uniti: il rischio crescente di perdere la supremazia economica di fronte all’emergere di nuovi soggetti statuali e sociali, anzitutto Cina e Russia le quali stanno adottando misure per ridurre il predominio del dollaro che permette agli USA di mantenere un ruolo dominante, stampando dollari il cui valore si basa non sulla reale capacità economica statunitense ma sul fatto che vengono usati quale valuta globale.
«Cina e Russia – sottolinea il documento strategico – vogliono formare un mondo antitetico ai valori e agli interessi USA. La Cina cerca di prendere il posto degli Stati Uniti nella regione del Pacifico, diffondendo il suo modello di economia a conduzione statale. La Russia cerca di riacquistare il suo status di grande potenza e stabilire sfere di influenza vicino ai suoi confini. Mira a indebolire l’influenza statunitense nel mondo e a dividerci dai nostri alleati e partner».
Da qui una vera e propria dichiarazione di guerra: «Competeremo con tutti gli strumenti della nostra potenza nazionale per assicurare che le regioni del mondo non siano dominate da una singola potenza», ossia per far sì che siano tutte dominate dagli Stati Uniti.
Fra «tutti gli strumenti» è compreso ovviamente quello militare, in cui gli USA sono superiori. Come sottolineava il documento strategico dell’amministrazione Obama, «possediamo una forza militare la cui potenza, tecnologia e portata geostrategica non ha eguali nella storia dell’umanità; abbiamo la NATO, la più forte alleanza del mondo».
La «Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti», a firma Trump, coinvolge quindi l’Italia e gli altri Paesi europei della NATO, chiamati a rafforzare il fianco orientale contro l’«aggressione russa», e a destinare almeno il 2% del PIL alla spesa militare e il 20% di questa all’acquisizione di nuove forze e armi.
L’Europa va in guerra, ma non se ne parla nei dibattiti televisivi: questo non è un tema elettorale.
Manlio Dinucci

Fonte

Le promesse infrante della NATO: il tempo di ammettere che l’Occidente ha gravi responsabilità per le tensioni nell’Europa dell’Est

Danielle Ryan per rt.com

La questione se i leader occidentali abbiano promesso all’Unione Sovietica che la NATO non si sarebbe allargata verso Est è stata dibattuta per anni. Documenti recentemente declassificati dimostrano ciò che molti funzionari e studiosi occidentali hanno negato: una promessa è stata infranta.

I ricercatori del National Security Archive della George Washington University hanno elaborato 30 documenti che dimostrano che al leader sovietico Mikhail Gorbachov fu data “una serie di assicurazioni” che la NATO non avrebbe marciato verso Est.
Funzionari di alto profilo e studiosi di think tank hanno ripetutamente negato che tali assicurazioni fossero mai state fatte facendo sottintendere che i leader russi hanno dato libero sfogo alla fantasia e che la loro rabbia per la continua espansione della NATO fosse ingiustificata. Di recente, l’anno scorso, l’ex ambasciatore americano a Mosca, Michael McFaul, ha definito “un mito assoluto” il fatto che tali promesse fossero mai state fatte.
Non sono solo le informazioni appena declassificate a dare credito alla versione russa degli eventi. Gran parte delle informazioni che confermano la posizione della Russia è stata pubblica per anni. Semplicemente non è stata resa universalmente nota. Tuttavia, ci sono state persone che hanno esaminato le prove con un occhio imparziale.
La rivista tedesca Der Spiegel ha concluso fin dal 2009, basandosi sul proprio esame dei documenti e delle conversazioni con gli interessati, che: “… non c’era dubbio che l’Occidente ha fatto tutto il possibile per dare ai Sovietici l’impressione che l’appartenenza alla NATO era fuori questione per Paesi come la Polonia, l’Ungheria o la Cecoslovacchia”.
Per capire come tutto questo fosse così importante per Mosca e come abbia contribuito alle recenti tensioni in Europa, è importante capire il contesto storico. Continua a leggere

L’Intermarium visto dall’estrema destra

“Mentre l’idea stessa di Intermarium, mito geopolitico ostile – da ogni punto di vista – al continente europeo o all’Eurasia e sostenuto dagli Stati Uniti, vale a dire dal nemico principale dei nostri popoli, dovrebbe suscitare una nausea salutare in tutti i nazionalisti d’Europa, ve ne sono invece alcuni che si sono dichiarati favorevoli, agendo come collaboratori complementari, coscienti o incoscienti, dello Zio Sam.
Mentre l’idea diplomatica e ufficiale dell’Intermarium è stata sempre difesa in primo luogo dal governo polacco, dal 2016 è stata l’estrema destra ucraina ad appropriarsi del suo aspetto militante. Per iniziativa del deputato ucraino Andriy Biletsky, principale dirigente del Partito del corpo nazionale e fondatore del reggimento Azov, quest’anno è stato creato il Gruppo d’assistenza allo sviluppo dell’Intermarium, che ha tenuto la sua prima riunione a Kiev il 2 luglio 2016 e la seconda nella stessa città il 27 e 28 aprile 2017. La seconda giornata del 2017, che si è svolta sotto il titolo generico di Conferenza paneuropea, all’insegna del motto “Oggi l’Ucraina, domani la Russia e tutta l’Europa”, è per noi la più interessante, perché permette di comprendere la variante dell’Intermarium che vi è stata definita e quali gruppi europei vi abbiano recato il loro sostegno.
Il progetto Intermarium difeso dal Partito del corpo nazionale, dal reggimento Azov e dal Gruppo d’assistenza allo sviluppo dell’Intermarium, non si limita affatto, come il suo nome potrebbe far pensare, all’unione degli Stati compresi tra il Baltico e il Mar Nero; esso è il progetto di un’Unione Europea alternativa alle frontiere mal definite, fondata su un’ideologia d’estrema destra ed ostile alla Russia. Mentre il progetto Intermarium tradizionale si accontenta di dotare la regione Baltico-Nero di difese militari e di risorse diplomatiche, il Partito del corpo nazionale, il reggimento Azov e il Gruppo d’assistenza allo sviluppo dell’Intermarium vorrebbero costruire un trampolino per una rivoluzione nazionalista in Europa.
Se si eccettua il Partito del corpo nazionale, membro di una coalizione elettorale che rappresenta all’incirca il 10% dell’elettorato ucraino, tutti gli altri gruppi suoi alleati nel progetto Intermarium esercitano una scarsa influenza nel migliore dei casi, mentre nel peggiore rientrano nella lunatic fringe.
Tra i movimenti rappresentati a Kiev il 28 aprile 2017 troviamo, innanzitutto, quelli originari dei paesi storicamente membri dell’Intermarium: Nordisk Ungdom (Gioventù nordica) per la Svezia, Generacija Obnove (Rinnovamento generazionale) per la Croazia, i gruppi Szturm (Assalto) e Niklot (Associazione per la tradizione e la cultura, gruppo neopagano) per la Polonia, l’Unione nazionalista lituana, la branca giovanile del Partito conservatore popolare d’Estonia. Troviamo in questa avventura anche Francesi (il Groupe Union Défense ed ex membri del defunto Mouvement d’Action Sociale) e Italiani collegati a Casa Pound e a diverse iniziative di Gabriele Adinolfi (Gilda dei Lanzichenecchi e EurHope), che in un messaggio indirizzato alla conferenza dichiara: “Considero l’Intermarium come un vero passo avanti sulla via della rinascita dei nostri popoli”. Infine, fatto più sorprendente, questo progetto è sostenuto anche da militanti di Paesi contro i quali esso è palesemente diretto: Dritte Weg (Terza via) per la Germania e il Centro Russo e Gioventù Wotan per la Russia.
In altri tempi, Jean Thiriart aveva parlato dell’“Internazionale delle caselle postali”… Siamo lì. Lavorare in subappalto per servire l’imperialismo americano è un’attività miserabile, agire con la volontà consapevole di opporsi all’unificazione continentale è più grave. Tutto ciò merita come minimo di essere denunciato, anzi, di essere combattuto, e con tutti i mezzi necessari.”

Da L’Intermarium, gli USA e l’estrema destra di Christian Bouchet, in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, ottobre-dicembre 2017, anno XIV, n. 4.

Intermarium, chi era costui?

“Dopo la guerra combattuta tra la Russia e la Polonia e conclusasi il 18 marzo 1921 col trattato di pace di Riga, il Maresciallo Józef Piłsudski (1867-1935), capo provvisorio del rinato Stato polacco, lanciò l’idea di una federazione di Stati che, estendendosi “tra i mari” Baltico e Nero, in polacco sarebbe stata denominata Międzymorze, in lituano Tarpjūris e in latino, con un neologismo poco all’altezza della tradizione umanistica polacca, Intermarium. La federazione, erede storica della vecchia entità politica polacco-lituana, secondo il progetto iniziale di Piłsudski (1919-1921) avrebbe dovuto comprendere, oltre alla Polonia quale forza egemone, la Lituania, la Bielorussia e l’Ucraina. È evidente che il progetto Intermarium era rivolto sia contro la Germania, alla quale avrebbe impedito di ricostituirsi come potenza imperiale, sia contro la Russia, che secondo il complementare progetto del Maresciallo, denominato “Prometeo”, doveva essere smembrata nelle sue componenti etniche.
Per la Francia il progetto rivestiva un certo interesse, perché avrebbe consentito di bloccare simultaneamente la Germania e la Russia per mezzo di un blocco centro-orientale egemonizzato dalla Polonia. Ma l’appoggio francese non era sufficiente per realizzare il progetto, che venne rimpiazzato dal fragile sistema d’alleanze spazzato via dalla Seconda Guerra Mondiale.
Una più audace variante del progetto Intermarium, elaborata dal Maresciallo tra il 1921 e il 1935, rinunciava all’Ucraina ed alla Bielorussia, ma in compenso si estendeva a Norvegia, Svezia, Danimarca, Estonia, Lettonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Grecia, Jugoslavia ed Italia. I due mari diventavano quattro, poiché al Mar Baltico ed al Mar Nero si venivano ad aggiungere l’Artico e il Mediterraneo. Ma anche questo tentativo fallì e l’unico risultato fu l’alleanza che la Polonia stipulò con la Romania.
L’idea di un’entità geopolitica centroeuropea compresa tra il Mar Baltico e il Mar Nero fu riproposta nei termini di una “Terza Europa” da un collaboratore di Piłsudski, Józef Beck (1894-1944), che nel 1932 assunse la guida della politica estera polacca e concluse un patto d’alleanza con la Romania e l’Ungheria.
Successivamente, durante il secondo conflitto mondiale, il governo polacco di Władisław Sikorski (1881-1943) – in esilio prima a Parigi e poi a Londra – sottopose ai governi cecoslovacco, greco e jugoslavo la prospettiva di un’unione centroeuropea compresa fra il Mar Baltico, il Mar Nero, l’Egeo e l’Adriatico; ma, data l’opposizione sovietica e la renitenza della Cecoslovacchia a federarsi con la Polonia, il piano dovette essere accantonato.
Con la caduta dell’URSS e lo scioglimento del Patto di Varsavia, l’idea dell’Intermarium ha ripreso vigore, rivestendo forme diverse quali il Consiglio di Cooperazione nel Mar Nero, il Partenariato dell’Est e il Gruppo di Visegrád, meno ambiziose e più ridotte rispetto alle varianti del progetto “classico”.
Ma il sistema di alleanze che più si avvicina allo schema dell’Intermarium è quello teorizzato da Stratfor, il centro studi statunitense fondato da George Friedman, in occasione della crisi ucraina. Da parte sua il generale Frederick Benjamin “Ben” Hodges, comandante dell’esercito statunitense in Europa (decorato con l’Ordine al Merito della Repubblica di Polonia e con l’Ordine della Stella di Romania), ha annunciato un “posizionamento preventivo” (“pre-positioning”) di truppe della NATO in tutta l’area che, a ridosso delle frontiere occidentali della Russia, comprende i territori degli Stati baltici, la Polonia, l’Ucraina, la Romania e la Bulgaria. Dal Baltico al Mar Nero, come nel progetto iniziale di Piłsudski.
Il 6 agosto 2015 il presidente polacco Andrzej Duda ha preconizzato la nascita di un’alleanza regionale esplicitamente ispirata al modello dell’Intermarium. Un anno dopo, dal 2 al 3 luglio 2016, nei locali del Radisson Blue Hotel di Kiev ha avuto luogo, alla presenza del presidente della Rada ucraina Andriy Paruby e del presidente dell’Istituto nazionale per la ricerca strategica Vladimir Gorbulin, nonché di personalità politiche e militari provenienti da varie parti d’Europa, la conferenza inaugurale dell’Intermarium Assistance Group, nel corso della quale è stato presentato il progetto di unione degli Stati compresi tra il Mar Baltico e il Mar Nero.
Nel mese successivo, i due mari erano già diventati tre: il 25-26 agosto 2016 il Forum di Dubrovnik sul tema “Rafforzare l’Europa – Collegare il Nord e il Sud” ha emesso una dichiarazione congiunta in cui è stata presentata l’Iniziativa dei Tre Mari, un piano avente lo scopo di “connettere le economie e infrastrutture dell’Europa centrale e orientale da nord a sud, espandendo la cooperazione nei settori dell’energia, dei trasporti, delle comunicazioni digitali e in generale dell’economia”. L’Iniziativa dei Tre Mari, concepita dall’amministrazione Obama, il 6 luglio 2017 è stata tenuta a battesimo da Donald Trump in occasione della sua visita a Varsavia. L’Iniziativa, che a detta del presidente Duda nasce da “un nuovo concetto per promuovere l’unità europea”, riunisce dodici paesi compresi tra il Baltico, il Mar Nero e l’Adriatico e quasi tutti membri dell’Alleanza Atlantica: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Austria, Slovenia, Croazia, Ungheria, Romania, Bulgaria.
Sotto il profilo economico, lo scopo dell’Iniziativa dei Tre Mari consiste nel colpire l’esportazione di gas russo in Europa favorendo le spedizioni di gas naturale liquefatto dall’America: “Un terminale nel porto baltico di Świnoujście, costato circa un miliardo di dollari, permetterà alla Polonia di importare Lng statunitense nella misura di 5 miliardi di metri cubi annui, espandibili a 7,5. Attraverso questo e altri terminali, tra cui uno progettato in Croazia, il gas proveniente dagli USA, o da altri Paesi attraverso compagnie statunitensi, sarà distribuito con appositi gasdotti all’intera ‘regione dei tre mari’” .
Così la macroregione dei tre mari, essendo legata da vincoli energetici, oltre che militari, più a Washington che non a Bruxelles ed a Berlino, spezzerà di fatto l’Unione Europea e, inglobando prima o poi anche l’Ucraina, stringerà ulteriormente il cordone sanitario lungo la linea di confine occidentale della Russia.”

Da Il cordone sanitario atlantico, editoriale di Claudio Mutti del n. 4/2017 di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”.

La retorica sui “migranti”: il colmo dell’ipocrisia

Sollecitato dall’amico Geri, vorrei esprimere una personale opinione sull’ondata di retorica e di sospetto pietismo con cui viene affrontato, specie nella sedicente “sinistra” il fenomeno dei “migranti” (ma perché “migranti”? Migranti casomai sono gli uccelli migratori che si spostano secondo cicli naturali…).
Preciso che ho sempre militato nelle file dell’estrema “sinistra” (se questo termine ha ancora un significato, fatto su cui ho molti dubbi, ma questo è un altro discorso che ci porterebbe lontano…).
Sono lontanissimo da qualsiasi suggestione razzista, di superiorità dell’uomo bianco europeo o di missione dei popoli “civilizzati”.
Tuttavia trovo il pietismo nei confronti del fenomeno “migranti” caratterizzato da enormi dosi di ipocrisia e falsa retorica.
La prima causa dell’intensificarsi del fenomeno negli ultimi anni è certamente il contemporaneo intensificarsi di una serie di guerre scatenate dai Paesi “civili” contro Stati nuovi ed ex-coloniali, spesso su iniziative della “sinistra” (mentre la “destra” è stata in genere molto più prudente ed attenta) per presunti motivi “umanitari” e con formule del tipo “responsabilità di difendere i civili” dai “regimi” e dai “dittatori” locali.
Queste motivazioni sono state alla base della distruzione della Libia ad opera della NATO (con l’aiuto dei jihadisti locali). Il risultato è stato che un Paese che era, secondo le statistiche ufficiali dell’ONU, quello con il tenore e la qualità della vita più alti dell’Africa, ha visto la fuga di circa 2 milioni di Libici e di altri 2 milioni di Africani che lavoravano nel paese.
Ora la Libia, che prima funzionava da filtro per i lavoratori che si spostavano dall’Africa centrale, è diventato un buco nero dominato da milizie estremiste e scafisti che speculano sugli spostamenti di torme di disperati. Questi ultimi si spostano da Paesi tuttora sottoposti a sfruttamento post-coloniale da parte dei vecchi padroni (ad esempio la Francia) che in realtà non hanno mai mollato l’osso e organizzano colpi di Stato (come in Costa d’Avorio) se qualche presidente locale si mostra troppo indipendente. Oltre tutto uno dei motivi per cui fu fatto fuori Gheddafi era perché stava creando una Banca Africana per sottrarre il continente nero alle grinfie della grande finanza internazionale.
Altri Paesi riottosi, come il Sudan, o la Somalia, sono stati fatti a pezzi e altri, come l’Eritrea, sono indicati come “Stati canaglia” e sottoposti a sanzioni. Tutto questo alimenta spostamenti di popolazione e fenomeni di destabilizzazione.
Analogo discorso vale oggi per la Siria, sottoposta dal 2011 a sanzioni durissime e ad un attacco concentrico da parte dei Paesi occidentali, alleati con le peggiori dittature confessionali (come l’Arabia Saudita) e bande di jihadisti sunniti fanatici. Sei milioni di Siriani hanno lasciato il Paese, mentre altrettanti si sono dovuti spostare all’interno dalle zone occupate da Al Qaeda e dallo Stato Islamico a quelle poste sotto la protezione dell’esercito. Si badi bene che prima del 2011 nessuno fuggiva dalla Siria o si spostava all’interno. Il Paese era un modello di laicismo e tolleranza interreligiosa (Sunniti, Sciiti, Cristiani, Drusi, atei). Oggi la gente fugge, non dal “regime”, ma dalla guerra e dai terroristi fanatici diretti dall’esterno.
Discorsi analoghi possono farsi per l’Iraq, distrutto e fatto a pezzi dopo l’attacco anglo-americano del 2003 giustificato con la bugia delle “armi di distruzione di massa” e per l’Afghanistan invaso nel 2001 con la scusa della “guerra al terrore” e dove i combattimenti infuriano da 16 anni. Siriani, Afghani, Iracheni, Libici, Africani sub-sahariani formano almeno i due terzi dell’immigrazione complessiva.
E non dimentichiamo l’immigrazione dall’Est Europa, sottoposta alle delizie del capitalismo internazionale. Molti immigrati vengono dalla Romania che, ai tempi del tanto deprecato Ceausescu, conosceva una situazione di piena occupazione e non aveva debito estero. Oggi la popolazione rumena è diminuita di vari milioni rispetto a quei tempi per l’emigrazione massiccia. Situazioni analoghe si hanno, ad esempio, per Ucraina e Moldavia, mentre la Bielorussia, dove il presunto “dittatore” Lukaschenko ha mantenuto molte delle vecchie istituzioni sovietiche, se la passa molto meglio.
Infine, come ultimo esempio, ricordiamo la sfortunata Jugoslavia: prima massacrata dal Fondo Monetario Internazionale cui i dirigenti “riformatori” post-Tito si erano incautamente affidati; poi travolta dagli odi interreligiosi ed interetnici opportunamente alimentati dall’esterno (il presidente musulmano della Bosnia, Itzebegovic, appoggiato dagli estremisti di Al Qaeda, fu fatto passare per un “democratico”); infine bombardata e smembrata definitivamente dalla NATO (con la benedizione del nostro baffetto D’Alema).
Ma, anche se le ragioni dell’immigrazione clandestina, che cresce ogni giorno, fossero puramente economiche, avrebbe un senso la parola d’ordine: “facciamoli entrare tutti”?
Una parola d’ordine del genere può essere forse giustificata in bocca al Papa, visto che la Chiesa pratica il pietismo e la carità per motivi ideologici ed identitari, ma suona stonata e demagogica se pronunciata dai portavoce dell’ex-sinistra o addirittura da settori movimentisti dell’estrema “sinistra”. Sembra quasi che certi settori politici (come il PD, ma non solo), per far dimenticare il fatto di aver abbandonato tutti i loro programmi e le parole d’ordine più qualificanti, si affidino ad una demagogia umanitaria, di cui la difesa dei “migranti” è uno dei punti più caratteristici.
Nel mondo siamo ormai circa 7 miliardi. Ben oltre la metà della popolazione è povera o sull’orlo della povertà. Si può ragionevolmente risolvere il problema con emigrazioni di massa, di stampo biblico? Si può pensare che fenomeni del genere non abbiano effetti destabilizzanti e che possano risolvere il problema della povertà di massa?
E’ evidente che solo assicurando uno sviluppo adeguato dei Paesi di provenienza, rinunciando a sfruttarli, a sottoporli al ricatto finanziario del debito, alle aggressioni militari se cercano di rendersi indipendenti, si potranno dare soluzioni al problema. Altrimenti molti degli ex-Paesi coloniali faranno da soli, come ha fatto la Cina che è diventata la massima potenza mondiale di produzione di beni.
Intanto il fenomeno corrente non può non essere regolamentato, accettando solo quelle persone che richiedono realmente un asilo politico (ad esempio, so per esperienza diretta che molti ragazzi eritrei in cerca di fortuna ed avventura si fingono perseguitati per essere accolti) e, per quanto riguarda gli immigrati “economici”, accettare solo quelli che possano essere integrati con mutua soddisfazione, nostra e loro, evitando che siano ferocemente sfruttati in nero, o ridotti all’accattonaggio, alla prostituzione, o alla delinquenza. Si tratta di razionalizzare e sveltire tutte le procedure finalizzate a questa strategia.
Infine, non si possono non denunciare tutti quei settori che alimentano e si servono del fenomeno per propri fini, ammantandoli di bugie umanitarie. Schematicamente questi settori possono essere così indicati:
– alcuni settori capitalisti dei Paesi sviluppati che si servono dell’ondata immigratoria per abbassare i salari e le pretese dei lavoratori locali. In questa ottica vedo anche le dichiarazioni irresponsabili della Merkel di un paio di anni fa “venite tutti”, fatte in un momento in cui l’economia tedesca era in ascesa ed aveva bisogno di braccia, salvo poi essere costretta a fare marcia indietro. In quest’ottica ritengo sbagliato liquidare alcune obiezioni della Lega o di alcuni governi europei (ad esempio, Ungheria) come pure manifestazioni di razzismo;
– alcuni settori capitalisti e finanziari statunitensi, o di altri Paesi concorrenti della UE, che cercano di favorire il fenomeno in funzione destabilizzante della “concorrenza”. Questo tipo di azioni può avere anche risvolti di destabilizzazione politica e ricatto (vedi ad esempio i ricatti e le minacce della Turchia di Erdogan che si riserva di aprire i rubinetti dell’emigrazione);
– alcune ONG, opportunamente finanziate e manovrate da alcuni Paesi, che alimentano il traffico di carne umana, mandando, ad esempio, le loro navi in prossimità delle coste libiche a prelevare orde di disperati con la complicità di milizie jihadiste e scafisti locali. Alcune di queste ONG vanno per la maggiore, come Amnesty International e Save the Children, notoriamente finanziate da istituzioni e finanzieri USA (come George Soros) e che si attengono strettamente alla politica statunitense in tutte le crisi internazionali. Medici senza Frontiere è invece più legata alla politica francese, com’è dimostrato dalla figura del suo carismatico ex-presidente Kourchner, divenuto poi Ministro degli Esteri di Sarkozy, e grande sponsor delle guerre in Jugoslavia e Libia. Esiste poi una galassia di ONG più piccole create appositamente per gestire questo nuovo commercio degli schiavi sotto sembianze solidaristiche. Tutte queste ONG, così come molte istituzioni legate all’accoglienza gestiscono una fiorente “industria dell’immigrato”.
Vincenzo Brandi

La Russia, un baluardo contro l’Impero

“Lo scenario politico internazionale nella nostra epoca può forse avere qualche analogia con quello realizzatosi alla vigilia della prima guerra mondiale, ma le divergenze sono di gran lunga più numerose delle somiglianze. A quel tempo esistevano numerose grandi potenze, ciascuna al centro di un impero coloniale. Queste potenze da un lato avevano aspirazioni egemoniche ma non universalistiche (la Germania voleva strappare colonie al Regno Unito, assaltare il “potere mondiale”, ma non conquistare il Regno Unito), dall’altro tendevano a formare blocchi di alleanze, concentrazioni di forza economica, politica e militare in linea di massima equivalenti. Era l’età degli imperialismi. Oggi esiste un solo centro di potere mondiale le cui ambizioni territoriali, economiche e culturali sono illimitate: è l’età dell’Impero. Ignorare, nel 2017, l’esistenza di questo sistema di potere, significa farsi sfuggire non un dettaglio, ma la caratteristica capitale del mondo contemporaneo, caratteristica peraltro già indagata in lungo ed in largo da decenni.
Cos’ è l’Impero?
(…)
E’ la “democrazia totalitaria” profetizzata da Alexander Zinov’ev nel 1999 ed oggi pienamente realizzata. Per quanto ciò sembri paradossale il cosiddetto “totalitarismo” (nel senso di assorbimento totale di ogni aspetto della vita umana in un’unica dimensione economica, politica, ideologica ed etica), strumento concettuale brandito dal liberalismo per legittimarsi, non si è mai realizzato in forma storicamente tanto perfetta quanto lo è oggi, sotto l’Impero del liberalismo stesso.
Questi i tratti essenziali, a cui è utile aggiungere alcuni importanti dettagli.
Nel tempo dell’Impero esistono ancora, di nome, imperialismo, fascismo, ed estremismo religioso. Ma si tratta di copie sbiadite degli omonimi fenomeni del secolo scorso. Di zombie che l’Impero utilizza per conseguire i suoi fini. La stessa “nazione indispensabile”, gli Stati Uniti d’America, non può adottare indirizzi strategici contrastanti con le logiche del potere globale, senza precipitare (come mostra il caso Trump) in una gravissima crisi istituzionale. La dirigenza americana inclina pericolosamente verso il protezionismo? Sarà la centrale europea a far da sponda, fino a che i globalisti d’oltre atlantico non avranno “risolto”, con le buone o con le cattive, l’errore di percorso. L’Impero uniforme ed orizzontale non teme nessuna crisi locale.
Ove si presentano aree di resistenza economica, politica e culturale, l’Impero interverrà suscitando nazionalismo, fondamentalismo o terrorismo, che verranno utilizzati di volta in volta per frantumare e digerire queste sacche (Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria, Ucraina…) o per alimentare la lealtà ed il conformismo delle popolazioni terrorizzate. Ove la guerra ibrida non sia possibile o conveniente, e l’ Impero sia costretto ad un intervento diretto, lo strumento utilizzato non sarà la “guerra” che presuppone un riconoscimento implicito del nemico, ma l’“operazione di polizia internazionale” espressione che abolisce la politica estera declassandola a questione di ordine pubblico discendente da un’unica fonte di legittimazione imperiale. La convergenza ideale e pratica arancio – bruno – verde fra certi ambienti liberal atlantici, la manovalanza neofascista ucraina ed i mangiatori di cuori siriani è solo apparentemente incongrua: nella realtà si tratta di strumenti di potere decisamente integrabili che l’Impero utilizza simultaneamente a diversi livelli.
Poi c’è la questione della sproporzione delle forze: un immenso divario che è militare, ma soprattutto economico, politico e mediatico. Per misurarla è utile osservare la proiezione dello schieramento della NATO dalla Germania Ovest fino al ventre molle della profondità strategica russa, ricordare che il blocco atlantico supera la Russia di quattro volte per popolazione, di dieci volte per spesa militare, di venti volte per potenza economica. E’ utile ma non è sufficiente, perché in realtà la superiorità dell’Impero trascende la realtà della NATO, estendendosi a tutte le organizzazioni e le formazioni internazionali costituite intorno ad esso, di cui l’Impero detiene un pacchetto di controllo che gli consente di usarle a piacere. Alla luce di queste considerazioni è chiaro che non esiste alcuno scontro fra “opposti imperialismi”.
Volendo a tutti i costi utilizzare le categorizzazioni leniniste, la Russia odierna dovrebbe piuttosto collocarsi nella categoria delle “semi colonie” (Persia, Cina, Turchia, nella classificazione di Lenin, che scriveva nel 1916…): quella dei paesi parzialmente egemonizzati che lottano per conservare margini di autonomia politica. In questi casi Lenin era categorico: la borghesia della nazione oppressa deve essere sostenuta nella propria lotta contro la nazione opprimente, ed avversata nella lotta contro il proprio proletariato: “In quanto la borghesia della nazione oppressa lotta contro quella della nazione che opprime, noi siamo sempre, in tutti casi, più risolutamente di ogni altro, in favore di questa lotta, perché noi siamo i nemici più implacabili, più coerenti dell’oppressione. In quanto la borghesia della nazione oppressa difende il proprio nazionalismo borghese, noi siamo contro di essa. Lotta contro i privilegi e le violenze della nazione che opprime; nessuna tolleranza per l’aspirazione della nazione oppressa a conquistare dei privilegi.”. E ancora: “Se noi non ponessimo la rivendicazione dl diritto delle nazioni all’autodecisione, se non agitassimo questa parola d’ordine, aiuteremmo non solo la borghesia, ma anche i feudali e l’assolutismo della nazione che opprime.”
In conclusione la questione si pone esattamente nei termini prospettati da Preve: riconosciuta la (onni)presenza e l’esistenza dell’Impero “liquido” “orizzontale” “globale” dei nostri giorni, occorre decidere se collaborare arrendendosi (è la soluzione implicitamente scelta da Negri-Hardt) o resistergli. E se si decide di resistere si incontra Putin.
Forse voi “di sinistra”, prima di incontrare Putin a questo punto del mio ragionamento, lo avete avvistato altrove, in posti a voi cari. Ad esempio potreste averlo trovato nel Venezuela bolivarista, mentre concorda politiche energetiche con il governo locale o mentre fornisce grano e cooperazione politica e militare. Oppure a Cuba, mentre annulla il 90% dei debiti del Paese verso la Russia. O in Corea del Nord: il mondo accerchia Pjongjang, Putin manda un segnale, aprendo una nuova linea di traghetti con Vladivostok. E ancora in Donbass, in Siria, nelle Filippine. Ovunque l’Impero non riesca ad affermarsi proiettando la luce della propria potenza, si trova Putin. Putin è il rovescio, è l’ombra della globalizzazione.
E’ facile immaginare cosa accadrebbe a queste realtà di resistenza locale il giorno in cui un Maidan moscovita abbattesse lo Zar: sarebbero immediatamente soverchiate, schiacciate annichilite. La stesso pensiero di un altrove, di un altro tempo, soppresso negli anni novanta, recentemente riaffiorato, verrebbe inghiottito nel buco nero del pensiero unico. Putin è l’assillo, il rovello, l’ossessione, lo spettro dei media mainstream. Nella rappresentazione dei nostri organi di informazione Putin è onnipotente, è ovunque, è il male che si annida nel sistema, perché la sua stessa esistenza ne mette a nudo le negate criticità. Il vostro nemico lo sa bene che Putin è dalla vostra parte: e voi no?”

Da A sinistra, con Putin!, di Marco Bordoni.

Il silenzio degli indecenti – il video

La video documentazione dell’incontro-dibattito sulla guerra nel Donbass e la catastrofe umanitaria dimenticata, svoltosi a Bologna lo scorso 18 maggio, con la proiezione del docufilm Stagioni del Donbass e l’intervento di Sara Reginella, psicoterapeuta, regista, impegnata in progetti di sensibilizzazione sul conflitto nel Donbass, ed Ennio Bordato, presidente dalla Onlus Aiutateci a salvare i bambini.
Buona visione!

Il silenzio degli indecenti: incontro-dibattito a Bologna

La guerra nel Donbass e la catastrofe umanitaria dimenticata

Secondo l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, la guerra del sud-est Ucraina ha provocato almeno 9.940 morti e 23.455 feriti. Probabilmente queste cifre prudenziali devono essere riviste al rialzo: nel febbraio del 2015 Frankfurter Allgemeine Zeitung, citando fonti dell’intelligence tedesca, stimò che il numero effettivo delle vittime del conflitto potesse essere di 5 volte superiore a quello indicato nelle statistiche ufficiali. Secondo il Centro Internazionale per il Monitoraggio dei Profughi Interni, 1,6 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le zone colpite dalla guerra per trasferirsi in altre regioni dell’ Ucraina. Il Servizio Federale di Migrazione della Federazione Russa riferisce che 1,1 milioni di cittadini ucraini provenienti dal sud-est del Paese vivono in Russia, nella grande maggioranza dei casi in fuga dal conflitto.
L’enormità di questa tragedia, geograficamente tanto vicina a noi, risalta in maniera netta con il disinteresse dei governi e dei media occidentali. Scandalo nello scandalo: l’informazione non è solo poca, ma anche a senso unico. Nelle nostre TV e sui nostri giornali le ragioni degli uomini e delle donne del Donbass spariscono, mentre la versione dei fatti fornita del governo ucraino viene rilanciata spesso senza il minimo vaglio critico. Questo tipo di informazione non consente all’opinione pubblica di rappresentarsi correttamente quanto avviene, con la conseguenza che il campo politico è occupato da chi non ha nessun interesse a risolvere il conflitto. Spetta quindi alle iniziative spontanee provenienti dalla società civile il compito di supplire alle carenze dell’informazione. L’evento proporrà al pubblico un docufilm, “Stagioni del Donbass”, che verrà commentato da personalità attive nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica italiana, Ennio Bordato e Sara Reginella.

“Il 9 novembre 1989 segnò la fine del ciclo storico socialdemocratico, il 9 novembre 2016 invece l’elezione di Trump a Presidente USA rappresenta la fine di quello neoliberale”

Intervista allo storico Paolo Borgognone (1981), autore di diversi saggi, tra cui presso Zambon editore una trilogia sulla disinformazione strategica, Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina postsovietiche, L’immagine sinistra della globalizzazione. Critica del radicalismo liberale, Deplorevoli? L’America di Trump e i movimenti sovranisti in Europa, nonché di Generazione Erasmus. I cortigiani della società del capitale e la “guerra di classe” del XXI secolo in corso di pubblicazione presso Oaks Editrice.
A cura di Federico Roberti.

Il tuo ultimo libro, “Deplorevoli? L’America di Trump e i movimenti sovranisti in Europa”, prende le mosse con l’affermazione che il 9 novembre 2016 è caduto il muro invisibile caratterizzato, nel suo lato economico, dal neoliberalismo e, in quello culturale, dalla retorica dell’antifascismo in assenza di fascismo volta a fidelizzare alla sinistra politicamente corretta i ceti popolari. Possiamo quindi considerare questa data una sorta di 9 novembre 1989, giorno della caduta del Muro di Berlino, al contrario?
Sì, perché il 9 novembre 1989 il Muro di Berlino fu abbattuto da una controrivoluzione di ceti medi cosmopoliti che desideravano recarsi all’Ovest per guadagnare di più, acquistare prodotti e merci capaci di assicurare loro maggior comfort e riconoscimento in termini simbolici e di status, ovvero accedere ai modelli di consumo e stili di vita europei e americani, entrare in possesso legalmente di valuta pregiata e gestire la propria esistenza secondo i ritmi scanditi dalla società di mercato. La retorica mainstream volta a celebrare la ritrovata libertà di opinione dei tedesco-orientali è poco meno che un orpello propagandistico utilizzato ad hoc per legittimare quello che l’Ottantanove esteuropeo in effetti fu, ossia il trionfo della pseudocultura della mobilità e delle velleità individuali al successo imprenditoriale di una parte rilevante delle società preconsumistiche dei Paesi fino a quel momento interni alle logiche del Patto di Varsavia, del Comecon e del socialismo concretizzato. Il 9 novembre 1989 segnò la fine del ciclo storico socialdemocratico. Il 9 novembre 2016 invece, Brexit e l’elezione di Trump a Presidente USA rappresentarono la fine del ciclo storico neoliberale, poiché questi fenomeni si verificarono all’intersezione tra la destra politico-culturale e la sinistra economica, ovvero ebbero come propria base di consenso un postproletariato nazionale sradicato dai processi di globalizzazione e ostile nei confronti della summenzionata, elitaria, sottocultura della mobilità. Ventisette anni prima il conflitto geopolitico e ideologico in corso tra USA e URSS fu vinto da attori sociali che avevano fatto propria l’articolazione concettuale e simbolica, nichilista, del capitalismo liberale, poiché la proposta politica che scaturì da quel ciclo storico di rivolte controrivoluzionarie si basava sull’egemonia di una cultura gauchiste e libertaria, tutta protesa alla retorica dei diritti cosmetici e sul predominio del neoliberismo in economia. Esattamente l’opposto accade oggi, per questo le citate élite del denaro che “non dorme mai” e della mobilità globale che avevano celebrato l’Ottantanove esteuropeo attivano tutto il potere di fuoco multimediale di cui dispongono per demonizzare, riproponendo l’ormai antistorica dicotomia novecentesca fascismo/antifascismo, l’ascesa degli eterogenei movimenti di insorgenza populista in Europa e Stati Uniti.

A tuo parere, sono fondati i timori che possa verificarsi una rivoluzione di velluto nei confronti del neoeletto Presidente USA? Oppure è più probabile che possa essere messo da parte attraverso un golpe che potremmo definire psichiatrico? Per non affrontare la complessa procedura congressuale prevista per il cosiddetto “impeachment”, infatti qualcuno potrebbe essere tentato di ricorrere al paragrafo 4 del 25° emendamento della Costituzione USA, che prevede la destituzione del Presidente nel caso non sia più in grado fisicamente o mentalmente di assolvere alle sue funzioni, le quali verrebbero assunte almeno temporaneamente dal Vice Presidente. Nella fattispecie, una diagnosi di psichiatri di chiara fama, sostenuti da un certo numero di membri dell’esecutivo, sarebbe sufficiente a rimuovere Trump.
Il ricorso alla psichiatria dovrebbe essere lo strumento di analisi con cui interpretare le idiosincrasie ideologiche di chi, e mi riferisco a Bernie Sanders e sodali, alle primarie del Partito Democratico ha fatto continuamente appello al richiamo populista e alla proposta economica socialdemocratica per sfidare le élite del capitalismo finanziario e l’establishment di Wall Street contigui a Hillary Clinton e poi, in sede elettorale, è rifluito sul sostegno alla paladina dello stato di cose presenti. Ora, non dico che Sanders avrebbe dovuto appoggiare Trump ma il sostegno che l’anziano esponente socialista democratico ha regalato incondizionatamente a Hillary Clinton è la riprova, ulteriore, della subalternità ideologica della sinistra al campo liberale. Una subalternità giustificata tramite il ritornello del “nemico principale” identificato nella destra populista e non nel capitalismo di libero mercato in quanto tale. Non dubito che i Millennials che alle primarie del Partito Democratico appoggiarono Sanders, oggi potrebbero fungere da massa di manovra controrivoluzionaria per un “golpe colorato” avente l’obiettivo di neutralizzare l’outsider Donald Trump. Le centrali ideologiche di questo golpe in itinere io le cercherei più nella Silicon Valley (culla degli apologisti dell’ideologia del progresso fondata sulle potenzialità taumaturgiche delle nuove tecnologie sulla strada della transizione al postumano) che non a Wall Street mentre le corporation dell’industria dello spettacolo hollywoodiana potrebbero offrire la sponda di copertura e legittimazione scenica di questa “rivoluzione colorata”. L’impeachment potrebbe essere una strada percorribile da parte degli oppositori di Trump, così come lo sono il sabotaggio parlamentare delle procedure di Brexit. Tuttavia, non credo che i cicli storici di cambiamento epocale dell’approccio pubblico alle questioni interne e internazionali possano essere fermati a colpi di decreto.

A seguito dell’elezione di Trump e degli eventi politici che hanno costellato il 2016 – citiamo, fra gli altri, la vittoria del “leave” al referendum sulla Brexit e la netta maggioranza con la quale in Italia è stato respinto il progetto di riforma costituzionale avanzato dal governo Renzi – quale è, se esiste, la strada tracciata dinanzi a quelli che tu chiami movimenti sovranisti in Europa, più frequentemente e spregiativamente denominati populisti?
Una strada che appare simile a un labirinto. I sovranisti sono attori politici con un’identità ideologica incerta, tra loro eterogenei e spesso incompatibili (la galassia politica sovranista si articola in un perimetro che va dal PVV olandese, liberal-liberista, atlantista, filoisraeliano e interno alla narrativa islamofoba fallaciana fino allo Jobbik ungherese, un partito eurasiatista e antisionista), frutto dei caratteri nazionali dei rispettivi contesti d’origine e piuttosto inclini alle logiche del partito imprenditore della rappresentanza dei ceti genericamente incazzati nei confronti di un’oligarchia i cui contorni politico-affaristici e i cui legami internazionali gli stessi sovranisti esitano a delineare con precisione. Detto questo, i sovranisti sono accomunati da alcune proposte programmatiche condivise, ad esempio il ripristino dei poteri pubblici statali sulle frontiere nazionali dei singoli Paesi, la contestualizzazione del conflitto di classe in corso su linee verticali (chi sta in alto vs chi sta in basso) e la narrativa anti-immigrazione. Quest’ultima sembrerebbe, per ovvi motivi di appeal in quanto l’immigrazione è un problema che tocca, nei Paesi della UE, la quotidianità delle persone assai più di altri sconvolgimenti frutto delle politiche neoliberali sistemiche, la direttrice propagandistica foriera di maggiori consensi pubblici ai partiti sovranisti. Certo, non sarebbe male se i sovranisti inquadrassero il fenomeno migratorio nel contesto del regime dei flussi imposto dal capitalismo finanziario e digitale globale, invece che ingannare l’opinione pubblica perseverando a sentenziare che, una volta giunti al governo dei rispettivi Paesi, avrebbero rispedito i migranti a casa propria con il proverbiale “calcio in culo” di leghista memoria. Nel momento in cui i partiti sovranisti della destra si convinceranno che il “calcio in culo” di cui sopra va assestato, più che agli immigrati, agli esponenti di quella upper class creativa di mode e stili di consumo, desiderio e capriccio forgiate ad hoc per dettare il tono della vita di tutti, potranno costituire un’alternativa di sistema ai partiti globalisti tuttora al governo nei principali Paesi della UE. Sull’altro versante, i partiti populisti di sinistra, qualora vi fossero forze politiche organizzate di questo tipo in Europa (e, francamente, a parte alcune eccezioni, come Unità Popolare in Grecia e spezzoni minoritari della Linke in Germania, non sono in grado di scorgerne), potranno risultare convincenti nel momento in cui si risolveranno a convenire sull’assunto concernente l’irriformabilità dall’interno della UE, abbandonando ogni velleità di “uscire” dalla crisi di sovranità in cui le politiche neoliberali dell’élite finanziaria globalista hanno precipitato popoli e nazioni rimanendo “dentro” le strutture di governance multilivello stabilite proprio dai ceti finanziari che, a parole, la sinistra ambisce contrastare.

In Francia, la pressione mediatica e giudiziaria sui candidati alle prossime elezioni presidenziali considerati filo-russi, François Fillon e Marine Len Pen, sta crescendo vertiginosamente. Con il paradossale esito che i consensi persi dal primo vadano a rafforzare ulteriormente la seconda…
E’ noto che un’eventuale vittoria elettorale di Marine Le Pen in Francia alle prossime presidenziali sconvolgerebbe definitivamente gli assetti neoliberali della UE e pertanto questa vittoria è, da parte di chi si ritrova nella prospettiva politica antiglobalista, auspicabile, al di là delle critiche che si possono muovere alla candidata del FN, come ad esempio l’essere piuttosto filoisraeliana in politica estera, il guidare un partito a direzione familiare o l’aver approntato un programma economico semi-liberista. C’è sempre qualche rivoluzionario più rivoluzionario di tutti pronto a giocare il gioco di un candidato come Macron prestando il fianco, da schizzinoso, agli strali anti-lepenisti della sinistra radicale.
In definitiva, se Marine Le Pen, che parla esplicitamente di fuoriuscita della Francia da UE, euro e strutture militari della NATO, nonché di dar vita a un’Europa di patrie, popoli e nazioni da Lisbona a Vladivostok, dunque alleata con la Russia in funzione anti-atlantista, è avversata dal 100 per cento dei media mainstream internazionali, significa che codesta candidata costituisce il male minore, ossia il bene maggiore, per il suo Paese. E le caste globaliste dei media aziendali faranno di tutto per gettare discredito su Marine Le Pen, rivolgendosi al discorso antifascista di autocelebrazione dello stato di cose presenti e costruendo pretesti scandalistici per incastrare la leader del FN. La strategia è infatti il “metodo Fillon”, utile per levare dai piedi a Macron un avversario potenzialmente urtante in termini di spartizione dei consensi dei ceti medi urbani pro-UE ma, rispetto al giovane banchiere dei Rothschild, percepito come “filo-russo” in politica estera (in passato infatti, Fillon, non si sa se per convinzione personale o per drenare alla propria causa politica, liberale di destra e dunque sistemica, voti appannaggio del FN, aveva denunciato l’«imperialismo americano» nel perimetro geopolitico ex sovietico e condannato le sanzioni imposta dall’amministrazione Obama contro la Russia). Tuttavia, credo che la Commissione Europea e la Merkel ripongano molta fiducia in Macron e abbiano mobilitato tutte le forze di cui dispongono per giungere, in Francia, a un ballottaggio presidenziale tra questi e Marine Le Pen, archiviando la prospettiva, inizialmente coltivata ma divenuta impraticabile nel dopo-Trump, di una presidenza Fillon più difficile da inquadrare nell’ottica di quel conflitto culturale e di classe che oppone flussi a luoghi e globalisti a sovranisti. Dopo Trump i ceti globalisti hanno deciso di serrare i ranghi, puntando tutto sullo showdown finale tra il loro candidato, Emmanuel Macron, banchiere internazionale fedelissimo alla linea liberale di centrosinistra, atlantista, filosionista e clintoniano ideologico, e Marine Le Pen. Le prossime elezioni francesi, il ballottaggio soprattutto, vedranno il concretizzarsi politico e mediatico del conflitto multilivello in corso tra i vincenti della globalizzazione e gli sradicati in cerca di sicurezza, identità e rappresentanza.

La serie di elezioni che sta per prendere il via in Europa rischia di ridisegnare la geografia politica del continente, seppellendo nelle urne l’eurozona e le istituzioni di Bruxelles. Quali potranno essere, a tuo parere, i nuovi possibili scenari di politica internazionale? Sarà possibile trovare una soluzione diplomatica ai conflitti in Siria e Ucraina, nonché avviarsi alla pacificazione del teatro libico? Diminuiranno le tensioni con la Russia oppure la NATO proseguirà nella sua strategia di accerchiamento-avvicinamento ai confini del gigante eurasiatico?
Accolgo con favore i patti di reciproca collaborazione firmati a Mosca tra Russia Unita, il partito di Vladimir Putin, e alcuni soggetti politici a vario titolo considerati “populisti” dei Paesi della UE, come la Lega Nord e la FPӦ. Forse, e mi perdonerai se pecco di ottimismo, un comune sentire filo-russo da parte di questi partiti potrebbe smorzarne l’elemento sciovinistico interno, aiutandoli a convergere in direzione di una più spiccata sensibilità antiglobalista, rinunciando al nazionalismo e a una visione schematica e mistificatoria dell’Islam come sorta di unitario blocco terroristico antioccidentale. Penso che i populismi (reattivi e patrimoniali) europei odierni siano molto eterogenei tra loro e poco inclini alla prospettiva, propria di uno studioso come Dominique Venner, di uno Stato identitario europeo da contrapporre alla UE neoliberale e transatlantica. Tuttavia, i partiti populisti, esito finale della conversione ideologica della sinistra da partito delle classi lavoratrici autoctone a sponda politica privilegiata dei ceti medi creativi, cosmopoliti e affluenti, i cosiddetti figli della globalizzazione liberale, hanno il merito, pur nella loro inequivocabile eterogeneità ideologica di fondo, di contribuire a far emergere quelle contraddizioni interne al capitalismo globale che probabilmente contribuiranno a cortocircuitare questo regime della paranoia e del nichilismo istituzionalizzati. Per quanto riguarda la NATO, penso che continuerà a puntellare i pericolanti governi sciovinisti di destra dei Paesi baltici e dell’Ucraina in funzione anti-russa. Il tutto mentre il ceto politico-intellettuale pseudo-progressista europeo da un lato persevererà nel condannare colui che definisce il “dittatore” Putin e a sfilare, bandiera rossa (o meglio, arcobaleno) in pugno alle manifestazioni di memorialistica e folklore antifascisti del 25 aprile e, dall’altro, utilizzerà litri d’inchiostro per consolidare, nell’immaginario stereotipato dei lettori dei giornali liberal dove codesti intellettuali organici al politically correct ricoprono il ruolo di strapagati editorialisti, l’idea secondo cui la NATO, insieme ai “combattenti per la libertà” ucraini e baltici, costituirebbe un “baluardo democratico” per proteggere i “valori cosmopoliti europei” dall’“aggressione” russa. I media mainstream sono unanimi nella condanna di una invero inesistente “Internazionale Sovranista” coordinata, secondo tale vulgata, di volta in volta da Trump o Putin nonché finalizzata alla demolizione della UE transatlantica, liberista e cosmopolitica e, al contempo, si prodigano nell’apologia diretta e indiscutibile della, concreta e tangibile, “Internazionale Liberal” il cui scopo manifesto è annientare ogni traccia di etica comunitaria e identità collettiva caratteristiche dell’Europa come spazio geopolitico tradizionale propriamente inteso.

Siria e Donbass: lo stato dell’arte

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La situazione siriana è estremamente complessa. Ma non senza una logica, almeno da parte russa. Una logica che solo un folle potrebbe pensare preesistente da sempre. Una logica che si è costruita nel corso degli anni ma che, a ben vedere, appare oggi strutturata secondo linee solide.
Partiamo dal 2012. “Asad dolžen ujti zakonno” (Assad deve andarsene in modo legale) diceva il buon Putin preoccupato di infilarsi in un cul de sac più grande di lui (infatti richiamava l’Afghanistan). Non saremmo certo noi a cacciarlo, ma se le cose da un anno sono così come sono… forse è meglio fare un rimpasto, a patto che i nuovi vengano lo stesso da noi, n’est pas?
Invece, non cambia nulla, anzi la situazione progressivamente si deteriora. La Siria è dilaniata. Arriviamo al 2014. Con Maidan si apre un altro fronte, più vicino, anzi, nella culla stessa della Rus’. Ad agosto di quell’anno truppe regolari e squadre della morte di ispirazione nazista massacravano quelli che, ai loro occhi, “erano andati coi Russi”. Milioni di profughi varcavano i confini non presidiati dagli ukrofašisty (milioni di persone che si fermavano a Rostov sul Don e poi proseguivano fino a Mosca), mentre chi era in forze per combattere, o chi era troppo vecchio per partire, restava. Chi documentava i crimini perpetrati da Kiev, semplicemente veniva fatto fuori, come il nostro Andrea Rocchelli, un morto di serie B per cui nessun istituto espone il cartello “Verità per …”.
La Russia si pone come mediatrice e viene sanzionata. In realtà, si limita a fornire un appoggio esterno e a non impedire l’afflusso di volontari (se ce ne sono ben 12 dei nostri, provenienti dalle esperienze e dai percorsi più disparati e impensabili, figurarsi il numero dei volontari che sentivano colpito il proprio stesso sangue). Di colpo, la situazione si raddrizza, e inizia la cosiddetta “tregua”. Kiev è obbligata a rispettare regole rigide:
1. no forze aeree (restano i droni che vengono abbattuti come i MIG a loro tempo);
2. no armi chimiche o non convenzionali (es. bombe a grappolo, entrambe usate contro i civili fino al 2014, oggi causa copresenza di osservatori OSCE non possono essere usate);
3. zona smilitarizzata (puntualmente occupata dagli ukrofashisty, che rappresenta però l’ultimo limite oltre il quale la provokacija diviene agressija).
A queste condizioni, Kiev risponde in tre modi:
1. tiri di artiglieria (11.480 solo nell’ultima settimana, che è una settimana “media” da ormai due anni a questa parte);
2. attacchi insensati a testa bassa, costati ENORMI perdite di vite umane e di mezzi, finiti tutti a rimpolpare lo scarno arsenale dei miliziani (fino ad allora, si erano anche smontati mortai e carri armati della II Guerra Mondiale per mandarli a difendere le due repubbliche). Una felice sintesi in questo articolo tradotto in italiano;
3. blocco economico. E questo ha condotto a un’ulteriore disfatta (economica) per il popolo ucraino. Mi blocchi il carbone che mi serve per vivere? E io ti nazionalizzo tutte le tue fabbriche e vendo al resto del mondo tramite i Russi (tecnicamente non la hanno chiamata nazionalizzazione, ma “gestione esterna” (vnešnee upravlenie): qui una mappa dei maggiori siti bloccati). Zaharčenko ha semplicemente detto: noi siamo abituati a fare la fame da due anni, grazie a voi. Ora la farete fare anche a quei poveretti che stanno sotto di voi. Inutile dire che il malcontento del popolo ucraino non tarderà a trasformarsi in un boomerang.
Questo, unito al riconoscimento dei passaporti delle due repubbliche da parte di Mosca, penso che parli da solo. Il popolo del Donbass è determinato a proseguire nella sua battaglia, questo Porošenko (i suoi burattinai, più che altro) non lo aveva messo nel conto.
Torniamo però alla Siria.
Questa la situazione all’alba dell’intervento militare russo.
Intervento determinato dall’imminente collasso dell’esercito siriano, attaccato da troppi nemici e su troppi fronti. Intervento che, a differenza del caso ucraino, doveva essere diretto, efficace ma, allo stesso tempo, non poteva coinvolgere – similmente al caso ucraino – truppe russe. In questo caso, perché comprensibilmente impreparate a gestire operazioni nel deserto siriano. Intervento, dove i compiti sono quindi “separati” fin da subito fra forze di terra, Esercito siriano ed Hezbollah, da un lato e forze aeree congiunte siriane e russe dall’altro.
Oggi, i risultati sono i seguenti:
1. Aleppo è libera e oltre 20mila persone sono tornate ad abitare nei quartieri sminati e a loro restituiti. Medici russi assistono decine di migliaia di civili;
2. la Siria è tornata a controllare oggi 1/3 del suo immenso territorio (il 35%, per l’esattezza), tutti i maggiori centri e regioni limitrofe, per un totale di 10 milioni di persone che ne rappresentano la maggioranza. Il territorio dell’ISIS è ridotto di 1/4 dall’inizio del 2016, da oltre 78 mila a 60 mila kmq. Processo in corso, se è vero che, da gennaio a oggi, 2611,7 kmq di territorio sono stati liberati, 52 centri abitati sono stati liberati nel solo mese di febbraio;
3. la tregua, pattuita con le opposizioni, continua ad allargarsi e – a oggi – sono 1291 i centri abitati dove si è ritornati a vivere civilmente;
4. Palmira è stata presa, quindi ripersa. Su questa tragedia ho tradotto l’unico racconto di prima mano, apparso in arabo e tradotto in russo. In sostanza, l’esercito siriano, pur nel suo valore e coraggio straordinario, è militarmente malmesso. E’ bastato il trasferimento di qualche migliaio di uomini e mezzi per far capitolare in due giorni una difesa assolutamente impreparata a far fronte a tale situazione di inferiorità. In questa situazione, i Russi hanno coordinato la difesa strenua, merito comunque tutto dei Siriani, della base retrostante di Tiyas, che se fosse capitolata avrebbe aperto le porte per tutta la regione di Homs. Spenti i fuochi, è ripartita la ripresa, questa volta con un maggior coinvolgimento di Mosca (che vuol dire morti e feriti): non ci fosse stata, anche per l’impiego massiccio da parte dell’ISIS di forze e mezzi (anche carri armati) per non perderla, Palmira sarebbe restata ancora sua. A puro titolo esemplificativo, l’aviazione russa nel solo scorso mese ha completato un migliaio di missioni. Palmira è stata ripresa e siamo già oltre Palmira di 20 km. Obbiettivo: Deir Ez-zor;
5. per quanto riguarda Deir Ez-zor, le due parti comunicano ma restano ancora separate di qualche centinaio di metri. I Russi hanno portato nello scorso mese via aerea 320 tonnellate di aiuti umanitari. E’ chiaro, comunque, che si tende a raggiungerla da terra, proprio da Palmira. Solo allora l’assedio sarà finalmente tolto;
6. e veniamo alla regione di El Bab. L’ISIS continua ad arretrare, negli ultimi 10 giorni i Siriani hanno conquistato 400 kmq di territorio liberando 36 centri abitati, grazie anche alla copertura aerea russa che, nel frattempo, colpiva 278 obbiettivi ISIS. Sopra questa zona, più centrale, Curdi e Turchi costituiscono un problema per Assad. Finora, tuttavia, se le danno di santa ragione fra loro. Washington è lontana, per entrambi. Erdogan lo sa bene, sin da quello “strano” colpo di Stato. Ma lo sanno anche i Curdi, da quando i loro nuovi amici non hanno mosso un dito per impedire l’operazione turca in terra di Siria. Operazione che, con successo, è riuscita finalmente a separare Rojava da Afrin. Mossa che, sinceramente, non dispiace neppure ad Assad, visto che impedisce mire indipendentistiche maggiori di quelle già in corso. Mossa che, comunque, andava delimitata. Da qui la cessione temporanea di El Bab e la corsa, perché davvero di questo bisogna parlare, a est dei reparti Tigre dell’esercito siriano. Operazione chiusa con successo. I Turchi sono nella sacca. Giù non possono andare, perché ci sono ormai i Siriani. A est… ci hanno provato (il buon Erdogan…) e hanno fatto un errore non da poco. Prevedibile, peraltro. Hanno provato a spingersi verso Manbij. Ma Manbij era in mano ai Curdi. Risultato: scontro armato (1 marzo), 11 morti da parte curda e 16 da parte turca (mappe in caratteri latini, peraltro). Conseguenza: l’intraprendenza militare turca ha costretto le Forze per le Operazioni Speciali statunitensi a varcare l’Eufrate e a porsi a nord di Manbij, come deterrente. Deterrente che, evidentemente, non bastava. I Curdi hanno quindi chiesto aiuto ad Assad contro i Turchi! La zona resta ad autonomia curda ma occupata militarmente – fino a Manbij! – dalle truppe siriane. Della serie, anche a est cari Turchi, fatevi una ragione, non si va. I Siriani, quindi, senza sparare un colpo, sono entrati da liberatori a Manbij con il relativo corredo di aiuti umanitari russi. Washington è sempre più lontana e la sua azione più appannata (si vede che ultimamente sono stati troppo abituati al puro caos creativo, senza troppa strategia…) e la cartina di Wikipedia è già vetusta.
Concludo: la logica russa è ora abbastanza chiara, dimostra non tanto il semplice appoggio ad Assad, ma la costruzione SU Assad del nuovo ordine siriano. Ruolo che Assad è, sempre più in questa fase, in grado di svolgere, ponendosi addirittura come mediatore e interlocutore affidabile. Questo quanto accade in Medio Oriente. Qui, invece, occorrerebbe fare qualche corso di aggiornamento alla stampa di regime: ma questo è un altro discorso.
Paolo Selmi

[Il presente contributo costituisce una versione rivista e corretta di un commento, originalmente pubblicato in quattro parti, all’articolo Amnesty e le parche facilitatrici di Fulvio Grimaldi.
Si ringrazia l’autore per la cortese disponibilità]

Testimonianze dal Donbass sotto assedio

Quella della famiglia Tuv è una delle tante storie drammatiche del Donbass, dove da tre anni si combatte una guerra civile tra indipendentisti filorussi e il governo centrale nato dal colpo di Stato di Euromaidan, dalle connotazioni fortemente russofobe.
La povera Anna da Maggio 2015 si trova a dover accudire suo figlio con un braccio solo, avendo subito l’amputazione del braccio sinistro in seguito al bombardamento di Gorlovka da parte dell’esercito di Kiev. In quel disgraziato episodio Anna ha perso il suo amato marito e la piccola Katja, sua figlia di 11 anni.
Dopo l’accaduto Anna Tuv non ha mai smesso di lottare per la verità, portando la sua testimonianza su quanto sta accadendo in Donbass, tirando avanti con grande coraggio.
Lo scorso due febbraio Anna è stata ospitata dal “Centro Informazione e Solidarietà con il Donbass e l’Ucraina resistente” – CISDU per raccontare la sua storia.

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La Svezia si arrende a USA/NATO

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Sottomarini fantasma sono impiegati per spingere alla resa della pacifica neutralità

Nel suo discorso di accettazione del Premio Nobel 2005, il drammaturgo Harold Pinter stronco l’impero USA e notò che esso “ora occupa 702 installazioni militari in 132 Paesi di tutto il mondo – con l’onorevole eccezione della Svezia, certamente”.
Da allora, la presenza militare globale degli Stati Uniti ha continuato a crescere; ma il premiato scrittore era disinformato circa l’onorevole eccezionalismo della Svezia. Circa nello stesso momento in cui il mortalmente malato Pinter stava registrando il suo discorso, un funzionario del Ministero della Difesa svedese osservava che il Paese era già così profondamente coinvolto nel dispositivo USA/NATO che avrebbe costituito una piccola trascurabile differenza se ne fosse diventato formalmente membro.
Ciò era vero nel 2005, e lo è ancora di più dieci anni dopo. Benché la Svezia non sia ancora ufficialmente un Paese membro, le sue forze armate sono ora quasi completamente incorporate nel sistema USA/NATO. Truppe svedesi hanno partecipato alle guerre di aggressione ed occupazione degli USA e dei suoi alleati in Afghanistan, Libia e nei Balcani. Un gruppo segreto dei reparti speciali ha combattuto a fianco delle truppe USA/NATO in luoghi lontani come il Ciad e il Congo, ed è rappresentato al quartier generale delle forze speciali statunitensi in Florida.
Esercitazioni militari congiunte sono svolte con crescente frequenza nei cieli, in terra e nelle acque territoriali della Svezia. A partire da aprile dell’anno scorso [2014 – ndt], ad USA/NATO è stato garantito libero accesso allo spazio aereo svedese al fine di spiare la Russia mediante i suoi velivoli di sorveglianza AWACS.
Lo scorso agosto, il governo ha firmato un accordo cosiddetto di nazione ospitante che aumenta grandemente l’accesso USA/NATO al territorio svedese in caso di guerra e, come al tempo attuale, per i preparativi bellici. L’accordo – che deve ancora essere ratificato dal parlamento svedese – sembra inoltre violare il rifiuto svedese di lunga data degli armamenti atomici e le politiche connesse. E proprio recentemente, USA/NATO ha condotto l’esercitazione aerea più grande al mondo sul terzo più settentrionale del territorio svedese. Parte della sempre più intensa lotta con la Russia per il controllo dell’Artico in via di scioglimento, “Arctic Challenge Exercise” ha coinvolto 100 velivoli militari da 10 Paesi, inclusi gli USA, Germania, Francia e Inghilterra. Continua a leggere

Gli eroi perduti del Donbass

Il comandante dell’unità “Somalia” delle Forze Armate Mikhail Tolstykh (nome di battaglia “Givi”) è stato ucciso a Donetsk alle 6.12 di questa mattina. Givi era nato ad Ilovaisk nel 1980. Aveva servito nelle forze armate ucraine prima della guerra, e poi nella milizia della Repubblica di Donetsk dall’ inizio del conflitto. Aveva partecipato alla difesa di Slovyansk, alle battaglie di accerchiamento dell’ estate 2014 (c.d. battaglia di Ilovaysk) e poi a quelle per l’aeroporto di Donetsk fra la fine del 2014 e l’ inizio del 2015. Aveva il grado di Colonnello, ed era stato insignito di due croci di San Giorgio e della medaglia “per la difesa di Slovyansk”. Era stato più volte ferito in battaglia.
Le riprese dal luogo dell’ attentato mostrano segni di una violenta esplosione nel caseggiato dove si trovava Givi. Secondo i primi accertamenti l’ attentato sarebbe stato compiuto con un lanciarazzi portatile “Shmel”.
Il momento è di grande dolore per tutti i simpatizzanti della causa della Novorussia. Dolore ma anche rabbia. Ovviamente in primo luogo contro i mandanti ucraini ed atlantici di questi crimini. Ma anche contro le paurose falle che questo sanguinoso elenco denuncia: Mikhail Tolstykh (Givi) 8/2/17, Oleg Anaschenko 4/2/17, Arsenij Pavlov (Motorola) 16/10/2016, Evgenij Zhilin 20/9/16 (in un ristorante di Mosca), Pavel Dremov 12/12/15, Alexej Mozgovoj (Most) 23/5/15, Alexander Bednov (Batman) 1/1/15, Pavel Gubarev 12/10/14 (gravemente ferito). Con questa struggente lista fra le mani, è comprensibile la stanchezza nel sentire sempre gli stessi discorsi commemorativi senza che si riesca ad arginare un problema che ormai costituisce una minaccia mortale per Donetsk e Lugansk.

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Il presidente “buono” e quello “cattivo”

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Barack Obama fu «santo subito»: appena entrato alla Casa Bianca fu insignito preventivamente nel 2009 del Premio Nobel per la pace grazie ai «suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli». Mentre la sua amministrazione già preparava segretamente, tramite la Segretaria di Stato Hillary Clinton, la guerra che due anni dopo avrebbe demolito lo Stato libico, estendendosi poi alla Siria e all’Iraq tramite gruppi terroristici funzionali alla strategia USA/NATO.
Donald Trump è invece «demone subito», ancor prima di entrare alla Casa Bianca. Viene accusato di aver usurpato il posto destinato a Hillary Clinton, grazie a una malefica operazione ordinata dal Presidente russo Putin.
Le «prove» sono fornite dalla CIA, la più esperta in materia di infiltrazioni e colpi di stato. Basti ricordare le sue operazioni per provocare e condurre le guerre contro Vietnam, Cambogia, Libano, Somalia, Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria; i suoi colpi di Stato in Indonesia, El Salvador, Brasile, Cile, Argentina, Grecia. Milioni di persone imprigionate, torturate e uccise; milioni sradicate dalle loro terre, trasformate in profughi oggetto di una vera e propria tratta degli schiavi. Soprattutto bambine e giovani donne, schiavizzate, violentate, costrette a prostituirsi.
Tutto questo dovrebbe essere ricordato da chi, negli USA e in Europa, organizza il 21 gennaio la Marcia delle donne per difendere giustamente quella parità di genere conquistata con dure lotte, continuamente messa in discussione da posizioni sessiste come quelle espresse da Trump.
Non è però questa la ragione per cui Trump è messo sotto accusa in una campagna che costituisce un fatto nuovo nella procedura di avvicendamento alla Casa Bianca: questa volta la parte perdente non riconosce la legittimità del presidente neoeletto, ma tenta un impeachment preventivo.
Trump viene presentato come una sorta di «Manchurian Candidate» che, infiltrato alla Casa Bianca, verrebbe controllato da Putin, nemico degli Stati Uniti. Gli strateghi neocon, artefici della campagna, cercano in tal modo di impedire un cambio di rotta nelle relazioni degli Stati Uniti con la Russia, che l’amministrazione Obama ha riportato a livello di Guerra Fredda.
Trump è un «trader» che, continuando a basare la politica statunitense sulla forza militare, intende aprire un negoziato con la Russia, possibilmente anche per indebolire l’alleanza di Mosca con Pechino. In Europa temono un allentamento della tensione con la Russia anzitutto i vertici NATO, cresciuti d’importanza con l’escalation militare della nuova Guerra Gredda, e i gruppi di potere dei paesi dell’Est – in particolare Ucraina, Polonia e Paesi baltici – che puntano sull’ostilità alla Russia per avere un crescente appoggio militare ed economico da parte della NATO e della UE.
In tale quadro, non possono essere taciute nelle manifestazioni del 21 gennaio le responsabilità di quanti hanno trasformato l’Europa in prima linea del confronto, anche nucleare, con la Russia.
Dovremmo manifestare non come sudditi statunitensi che non vogliono un presidente «cattivo» e ne chiedono uno «buono», ma per liberarci dalla sudditanza verso gli Stati Uniti che, indipendentemente da chi ne sia Presidente, esercitano la loro influenza in Europa tramite la Nato; per uscire da questa alleanza di guerra, per pretendere la rimozione delle armi nucleari USA dai nostri Paesi.
Dovremmo manifestare per avere voce, come cittadine e cittadini, nelle scelte di politica estera che, indissolubilmente legate a quelle economiche e politiche interne, determinano le nostre condizioni di vita e il nostro futuro.
Manlio Dinucci

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Il Pentagono fa il giro del mondo

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Arriva oggi in Italia il capo del Pentagono Ash Carter che, a nome dell’uscente amministrazione Obama, sta facendo «il giro del mondo per ringraziare le truppe USA schierate in Asia, Medioriente ed Europa e incontrare importanti partner e alleati».
Il tour è iniziato il 3 dicembre dalla California, dove Carter ha tenuto il discorso di chiusura al «Forum Reagan», che gli ha conferito il premio «La pace attraverso la forza».
Carter si è quindi recato in Giappone, dove ha passato in rasegna le truppe USA e incontrato il ministro della difesa Inada.
Il Giappone, che contribuisce con 1,6 miliardi di dollari annui alla permanenza di 50mila soldati USA sul proprio territorio, è particolarmente importante quale base avanzata dei sistemi missilistici USA schierati contro la Cina a «scopo difensivo» e, precisa il Pentagono, è un alleato «in grado di difendere altri paesi che possano essere attaccati».
Dal Giappone Carter è volato in India, divenuta il secondo acquirente mondiale di armi USA dopo l’Arabia Saudita: un risultato della strategia di Washington che mira a indebolire i rapporti dell’India con la Russia, minando il gruppo dei BRICS attaccato allo stesso tempo attraverso il golpe «istituzionale» in Brasile.
Il capo del Pentagono è quindi andato in Bahrein, dove ha partecipato al «Dialogo di Manama» organizzato dall’Istituto internazionale di studi strategici, influente think tank britannico finanziato dall’emirato con oltre 38 milioni di dollari.
Intervenendo sulla «logica della strategia americana in Medioriente», Carter ha precisato che in questa regione sono schierati oltre 58 mila militari USA, tra cui più di 5 mila sul terreno in Iraq e Siria, «non solo per contrastare terroristi come quelli dell’ISIS, ma anche per proteggere i nostri interessi e quelli degli alleati» (ragione per cui gli USA e le monarchie del Golfo, come ampiamente documentato, hanno segretamente sostenuto l’ISIS, funzionale alla loro strategia in Siria e Iraq).
Carter ha accusato la Russia di non combattere l’ISIS in Siria, ma di aver solo «infiammato la guerra civile e prolungato le sofferenze del popolo siriano». Ha quindi aggiunto che, poiché «l’Iran continua a schierare missili», gli USA stanno realizzando con gli alleati «una difesa missilistica regionale», comprendente un potente radar in Qatar, missili Thaad negli Emirati e altri sistemi missilistici (in realtà non di difesa ma di offesa, dato che gli stessi tubi di lancio possono essere usati per missili da attacco anche nucleare).
Dal Bahrein Carter è andato in Israele, dove ieri ha partecipato col ministro della difesa Lieberman alla cerimonia dell’arrivo dei primi due caccia F-35 per l’aeronautica israeliana, simbolo della sempre più stretta partnership militare con gli USA, «portata a livelli senza precedenti dall’accordo decennale di assistenza firmato lo scorso settembre».
Da Israele il capo del Pentagono arriva oggi in Italia, per una visita di due giorni alle truppe USA qui stazionate allo scopo – dichiara un documento ufficiale – di «sostenere le operazioni degli USA e della loro coalizione su scala mondiale, tra cui la deterrenza all’aggressione russa nell’Europa orientale e il rafforzamento del fianco sud della NATO».
Il tour mondiale, che si concluderà a Londra il 15 dicembre con una riunione della «coalizione anti-ISIS», ha uno scopo politico ben preciso: riaffermare alla viglia delle consegne la strategia dell’amministrazione Obama, che avrebbe dovuto proseguire la democratica Clinton, perché restino aperti i fronti di tensione e guerra a Sud e ad Est che il democratico Obama lascia in eredità al repubblicano Trump. Che ha almeno il merito di non essere Premio Nobel per la pace.
Manlio Dinucci

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nobels

Russia: chiamare bene il bene e male il male

index“Dopo la preparazione molto prolissa, vorrei prendere in considerazione il Dharma. La condotta dell’attuale dirigenza russa nel coltivare buoni valori morali (e mantenere il male lontano dalle giovani generazioni), che è nella natura di tutti gli esseri umani, mostra chiaramente che la leadership russa è composta da persone in cui i principi del Dharma sono ben stabiliti. In contrasto con i “valori occidentali” moderni che chiamano bene il male e male il bene e operano in antitesi a tutte le leggi della natura e di Dio, possiamo vedere chiaramente che la leadership russa vive all’interno di principi Dharmici.
In realtà, io sono probabilmente non qualificato per discutere sul Dharma. Se si desidera ottenere una maggiore comprensione, vi consiglio la Bhagavad Gita, il dialogo tra Krishna e Arjuna sul campo di battaglia di Kurukshetra durante la guerra del Mahabharata. Vorrei far notare che una traduzione può non essere perfetta, ma si dovrebbe comprendere che stiamo parlando di principi universali.
La verità è un principio fondamentale del Dharma, che sia la ricerca della verità nell’universo o semplicemente dire la verità, essa è priva del carattere della menzogna. Putin, vediamo chiaramente, dice la verità. Dice quello che fa. La sua squadra allo stesso modo segue questo principio.
Ahimsa è un termine sanscrito molto abusato da Mohan Das Gandhi. Ahimsa non significa ‘non-violenza’, significa la minor quantità possibile di violenza.
Dharma non vuol dire fuggire dal male e dall’ingiustizia, non significa sacrificare la propria nazione per amore della ‘non-violenza’ o dei ‘valori democratici’ o dei ‘diritti umani’, come definiti dalle potenze occidentali e dai loro lacchè. Ahimsa significa intraprendere l’azione che comporta la minor quantità di violenza. Da quando l’attuale leadership della Federazione Russa è andata al potere, essa ha rigorosamente e coscienziosamente aderito a questa linea di principio, sia in Cecenia, che Georgia, in Ucraina e in Siria.
Un altro principio del Dharma è evitare di acquisire ricchezze illegittime. Basta guardare agli stili di vita degli ex funzionari del servizio di sicurezza del gruppo dirigente russo per vedere che essi non indulgono in corruzione o acquisizione di ricchezze illecite. Questo è fuori discussione, nonostante tutte le accuse della stampa e dell’establishment occidentale, che non hanno alcuna statura morale.
Un principio chiave del Dharma è quello di stabilire e mantenere il controllo sui sensi. In altre parole, non indulgere eccessivamente nei piaceri dei sensi, che si tratti di cibo, alcool, attività sessuali o altre attività che coinvolgono i sensi. Questo non vuol dire che uno deve essere un asceta e ritirarsi in montagna, ma significa mantenere l’equilibrio e non lasciare che i sensi dominino la persona. Vediamo dalla condotta, sia pubblica che privata, dei membri della leadership russa, che la disciplina dei sensi è stabilita in profondità nel loro carattere. Si spera che la prossima generazione sia della stessa forgia.
Un altro principio del Dharma è quello della purezza nel pensiero, nella parola e nell’azione. In termini semplici, questo significa evitare di coltivare cattivi pensieri. Essere buoni dentro e fuori e non pensare male degli altri. Avidità o invidia o altre emozioni negative non devono avere un posto stabile nel proprio essere. Anche se non siamo in grado di entrare nelle teste della leadership russa, siamo in grado di vedere i loro comportamenti esteriori che si presume riflettano un ordine interno. Per quanto riguarda Putin, possiamo vedere chiaramente il calore genuino e i sentimenti umani di quest’uomo. In particolare, ricordo un documentario in cui, sul tatami, veniva atterrato da un giovane judoka giapponese. Tale condotta mostra che siamo in presenza di un uomo dall’ego sotto controllo.
Ci sono molti altri principi del Dharma, come il rendere servizio ad altri, evitare l’avidità e l’egoismo e il considerare tutto il mondo e tutte le persone come una unica grande famiglia. Lascio a voi prendere in considerazione questi e altri principi Dharmici nella valutazione della leadership della Federazione Russa.
Assumo che le valutazioni occidentali sulla leadership russa sono irrilevanti, perchè la leadership occidentale e i suoi vari livelli di autorità di controllo sono privi di autorità morale perché sono fondamentalmente di natura A-dharmica. Pertanto, lasciamo che i popoli di tutto il mondo rifiutino questa autorità morale falsa. Lasciate che tutte le persone, comprese le persone comuni all’interno delle potenze occidentali, considerino i loro antichi santi e guru più moralmente autorevoli di questi demoni Adharmici che si autodefiniscono autorità morali.”

Da L’attuale leadership dello Stato russo valutata sui principi del Dharma, di Student.

Russofobia: incontro-dibattito a Bologna

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Nata in Francia sotto Luigi XV, la russofobia è stata utilizzata da Napoleone per giustificare un’animosità verso la Russia, che era un ostacolo alla politica espansionistica francese.
In Inghilterra, la russofobia apparve intorno al 1815, allorché, alleata con la Russia, sconfisse Napoleone. Una volta che il nemico comune fu sconfitto, l’Inghilterra invertì la rotta e fece della Russia il suo nemico, alimentando la russofobia. Dal 1820, Londra utilizzò un’ideologia anti-russa per mascherare le sue politiche espansionistiche, sia nel Mediterraneo sia in altre regioni – Egitto, India e Cina.
Il terzo tipo di russofobia è americano, ed è iniziato nel 1945. Non appena gli Stati Uniti hanno sconfitto la Germania attraverso iniziative comuni con l’URSS, a costo di milioni di vite sovietiche, hanno disseminato la stessa narrazione creata dopo la vittoria su Napoleone nel 1815. Essi hanno invertito la rotta e l’alleato del giorno prima è diventato il loro principale nemico. Così è iniziata la Guerra Fredda.
Gli Americani hanno usato gli stessi argomenti degli Inglesi nel 1815, sostenendo che essi “combattevano contro il comunismo, la tirannia, l’espansionismo”, e i loro argomenti erano ben poco diversi, fatta eccezione per la cosiddetta lotta contro il comunismo. Questa si è rivelata un trucco, perché al crollo dell’Unione Sovietica il confronto tra l’Occidente e la Russia non è terminato.
Oggi, a quasi trent’anni dalla fine della Guerra Fredda, la russofobia resta una componente chiave della politica estera statunitense, portata avanti in modo fervido dai sostenitori del cosiddetto partito della guerra a Washington. Sembra che l’America sia incapace di venire a patti con il fatto che gli anni ‘90 sono finiti. Oggi, la Russia non è più in macerie, e gli USA non sono più così potenti ed egemonici come lo erano dopo la caduta del Muro di Berlino.
Con il pretesto di assistere l’Ucraina, gli Stati Uniti hanno attivamente rafforzato la propria presenza militare nell’Europa dell’Est, schierando un gran numero di soldati e insediando centri avanzati di comando e controllo negli Stati che sono entrati nella NATO dopo il 1989. In modo analogo in Siria, il conflitto è causato dalla volontà di ridisegnare la mappa del Vicino Oriente, rovesciando i governi sgraditi nella regione, per consentire agli Stati Uniti di ottenere il controllo delle fonti energetiche e non solo. Quando la Russia, per richiesta del governo siriano, è stata coinvolta nelle crisi, Washington era furiosa.
Nel tentativo di compromettere la Russia e le sue posizioni nel mondo, Washington oggi adopera una vasta collezione di strumenti per spargere la russofobia, sfruttando i cosiddetti Panama Papers, il tragico incidente dell’aereo MH17 della Malaysian Airline abbattuto sul Donbass, il cosiddetto “scandalo del doping” nelle ultime Olimpiadi, la situazione in Siria e via di questo passo, il tutto accompagnato dal regime di sanzioni economico-commerciali imposte da Washington (e Bruxelles) contro la Russia a causa degli eventi in Ucraina.
Un sempre maggior numero di analisti e uomini politici, però, chiedono di sapere perché il partito delle guerra negli USA si oppone in modo così inflessibile a qualunque cooperazione con la Russia in qualsiasi parte nel mondo. La richiesta di fermare la demonizzazione della Russia diventa sempre più forte, perché sbarra la strada ad un’autentica e produttiva cooperazione bilaterale che consentirebbe alla comunità internazionale di risolvere i più pressanti problemi globali.
Perché altrimenti, affascinati dalle proprie idee paranoiche di russofobia, i più adamantini sostenitori di questo partito della guerra potrebbero incorrere nella triste sorte di James Forrestal, Segretario della Difesa degli Stati Uniti nel secondo dopoguerra, campione nel promuovere la russofobia e l’isteria anticomunista nella società americana, che il 22 maggio 1949 si gettò dalla finestra, e le ultime parole pronunciate dalla sua bocca furono: “Arrivano i Russi!”.

Perché non aderiamo all’appello ed alla manifestazione del 24 Settembre

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Pur avendo sostenuto per anni la lotta del popolo curdo, siamo molto preoccupati delle scelte che una parte della sua dirigenza ha imposto in Siria. Queste scelte e le loro conseguenze non sono assolutamente messe in discussione dall’appello per il 24 settembre:
1) non viene minimamente condannato il fatto che l’esercito turco ha invaso uno stato indipendente, la Siria, in cui gli stessi Curdi vivono, violandone platealmente la sovranità;
2) Non viene chiarito che gli stessi Curdi della Siria, ed i loro alleati delle “forze democratiche siriane” (spezzoni di vecchie formazioni jihadiste facenti capo al sedicente Esercito Libero Siriano), hanno per primi essi stessi violato la sovranità del loro Paese consegnando nelle mani dell’alleato esercito statunitense una serie di basi su suolo siriano;
3) Viene taciuto che gli stessi statunitensi si servono di queste basi per attaccare e minacciare l’esercito nazionale siriano che difende l’unità, l’indipendenza e la sovranità del Paese, mentre contemporaneamente l’esercito nazionale viene bombardato anche da Israele, che cura anche i feriti di Fateh al-Sham (ex al-Nusra) e dell’ISIS nei propri ospedali..
L’ultimo deliberato bombardamento dell’esercito USA sulle posizioni dell’esercito siriano a Deir Es Zor, città assediata dalle bande dell’ISIS, che ha causato decine di morti, favorendo così gli attacchi dell’ISIS, dovrebbe far riflettere sulle reali intenzioni degli USA. Gli Statunitensi stanno anche sabotando la tregua umanitaria concordata con la Russia, non onorando l’impegno preso di costringere le formazioni armate da loro controllate a cessare il fuoco ed a distaccarsi dai terroristi estremisti dell’ex al-Nusra ed ISIS.
Fin dagli anni ’90 i neocons USA nei loro documenti indicavano una serie di Paesi da distruggere perché non compatibili con i loro sogni di domino mondiale, tra cui la Siria, la Jugoslavia, l’Iraq, l’Iran, la Libia e altri Paesi. A partire dall’amministrazione di Bush jr le indicazioni dei neocons sono state adottate ufficialmente come strategia della politica estera statunitense. Di questo ci sono oltre che i fatti, varie testimonianze, a partire da una famosa intervista rilasciata nel 2008 dal generale Wesley Clark.
Come conseguenza, fin dal 2011 è stata formata una vasta alleanza filo-imperialista con l’intento di distruggere lo Stato siriano laico e progressista, uscito dalle lotte anticoloniali, così come già è stato fatto per la Jugoslavia, Libia, Iraq, Ucraina, Somalia, Costa d’Avorio, Sudan.
Di questa alleanza fanno parte USA, UE, NATO, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, e bande di mercenari jihadisti terroristi che fanno capo all’ex al-Nusra, ISIS, e presunte formazioni “moderate” legate agli USA.
Il movimento curdo siriano, che dichiara di voler lottare per una Siria democratica, dovrebbe precisare se intende portare avanti le proprie rivendicazioni nell’ambito dello Stato laico e progressista siriano, che ha assicurato pieni diritti alle donne, e alle numerose religioni ed etnie presenti nel Paese, o cercare illusoriamente di realizzare le proprie aspirazioni a costo della distruzione della Siria, programmata da tempo dall’imperialismo, con la creazione di uno staterello fantoccio, stile Kosovo.
Altrettanta chiarezza richiediamo a tutte quelle organizzazioni sedicenti pacifiste e di sinistra, che non mancano occasione di attaccare e demonizzare il governo della Siria, e che oggi trovano un facile alibi nell’adesione all’ambigua manifestazione del 24.
Roma, 19 settembre 2016
Lista No Nato – Rete No War Roma

Venti di guerra in Siria e Libia: l’imperialismo non demorde

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L’intervento russo iniziato nel settembre 2015 aveva segnato un punto di svolta nella drammatica guerra in Siria. Finalmente si era vista una luce in fondo al tunnel in cui il Paese era stato spinto dalle spietate sanzioni, dal blocco economico-finanziario imposto dalle potenze della NATO, e dalla guerra indiretta scatenata, con l’uso strumentale di bande mercenarie, sia dai paesi occidentali che dalle potenze reazionarie locali (come la Turchia, l’Arabia Saudita ed il Qatar) tesa a rovesciare il governo legittimo del Presidente Assad.
A partire dal 2011-2012 nell’Est del paese hanno agito le bande jihadiste, poi raggruppatesi sotto la sigla dello Stato Islamico (o DAESH), sostenuto sotto banco da Arabia Saudita, Turchia, Qatar e all’inizio falsamente combattuto dagli USA, che anzi ne avevano favorito la nascita in funzione anti-Assad. Le bande dell’ISIS hanno in gran parte occupato le province di Raqqa e Deir-Es-Zor.
La provincia di Idlib nel Nord-Ovest è stata invece invasa da una coalizione di Al-Nusra (ramo siriano di Al-Queda), con Ahrar Al-Sham e altri gruppi minori, che si è data il nome di Esercito della Conquista (Jaish Al-Fatah), apertamente sostenuta dalla Turchia che faceva passare attraverso il confine rifornimenti e combattenti mercenari e fanatici provenienti da 90 paesi. La città di Aleppo, la più grande e ricca della Siria, era stata assediata dal 2012 e i jihadisti erano riusciti a penetrare in alcuni quartieri del centro.
La stessa capitale Damasco era bombardata con mortai dalle bande del Jaish Al-Islam, fedeli al Wahabismo saudita, la corrente più reazionaria dell’Islam, che erano riusciti ad infiltrarsi in alcuni sobborghi (Goutha occidentale ed orientale). Nel sud altre bande, in gran parte facenti capo ad Al-Nusra e ISIS, sostenute dalla Giordania ed Israele, agivano nelle province meridionali di Deraa, Quneitra e Sweda.
La controffensiva dell’esercito nazionale siriano, sostenuta dall’aviazione russa, aveva ottenuto importanti successi, come la riconquista della città storica di Palmyra (Tadmoor in arabo) e la liberazione di gran parte della zona intorno ad Aleppo, dove le bande che si erano infiltrate in alcuni quartieri della città, da cui bombardavano i quartieri “lealisti”, erano rimaste completamente circondate.
Ma invece di addivenire ad un accordo per un cessate il fuoco, che sembrava possibile, le varie potenze che hanno giurato di distruggere la Siria hanno rilanciato gli attacchi. Migliaia di mercenari potentemente armati sono affluiti dalla Turchia, attraverso la provincia di Idlib, unendosi ad Al-Nusra (che intanto ha cambiato nome in Failaq Al-Sham nel tentativo di far dimenticare di essere ufficialmente nell’elenco delle organizzazioni terroriste) ed attaccando Aleppo. Questa città martire, ormai priva di cibo, acqua, energia elettrica, è divenuta ancora una volta campo di battaglia, mentre la vergognosa propaganda di guerra dei mass media occidentali sfruttava la falsa immagine del bambino Omran per gettare al solito la colpa di tutti i presenti orrori sull’esercito di Assad e sui Russi.
Nel Nord le milizie curde, ormai divenute le truppe di terra di una coalizione diretta dagli USA, con la scusa di combattere l’ISIS, hanno “liberato” la città completamente araba di Manbij. Ma contemporaneamente i Curdi, scoprendo apertamente il loro doppio gioco, hanno attaccato la guarnigione dell’esercito siriano nell’importante città araba di Hassakeh. Gli aerei siriani non sono potuti intervenire perché esplicitamente minacciati di intervento dall’aviazione USA, cui i Curdi hanno concesso arbitrariamente l’uso di una base aerea su suolo siriano. E’ stata è così creata di fatto una “No Fly Zone” nel Nord della Siria.
Chi scrive ha appoggiato in passato le giuste rivendicazioni del popolo curdo recandosi anche nel Kurdistan varie volte, ma queste rivendicazioni non possono giustificare il fatto di mettersi al servizio – come mercenari – di potenze imperialiste che intendono distruggere i Paesi indipendenti del Vicino Oriente. L’avanzata curda ha provocato un nuovo disastro, quando le truppe turche, con l’aiuto di bande di mercenari turkmeni e jihadisti, con la scusa di combattere DAESH e contemporaneamente di frenare l’avanzata USA-curda, hanno invaso la Siria occupando la città di frontiera di Jarabulus. Si sta quindi realizzando il vecchio sogno di Erdogan di creare una fascia cuscinetto nella Siria del Nord occupata dall’esercito turco. E’ auspicabile che i Russi, cui Erdogan ha cercato di riavvicinarsi dopo lo strano tentativo di “colpo di Stato” subito fallito in Turchia, non si facciano turlupinare come fece l’ex-Presidente Medvedev nel 2011 nel caso dell’attacco della NATO alla Libia.
In quest’ultimo Paese – sempre con la scusa di combattere l’ISIS – proseguono le illegali operazioni militari, più o meno nascoste, di USA e Paesi UE (tra cui anche l’Italia), in realtà condotte allo scopo di rafforzare l’alleato “governo” Serraj di Tripoli, legato alla Fratellanza Musulmana, ed indebolire il governo laico di Tobruk, sostenuto dall’Egitto, che continua a non riconoscere Serraj e condanna tutti gli interventi militari stranieri.
D’altra parte proseguono su scala mondiale le grandi manovre contro chiunque cerchi di opporsi al predominio dell’imperialismo USA, del sub-imperialismo subordinato della UE, e dei loro alleati locali come l’orribile monarchia wahabita-saudita, che – da parte sua – continua a massacrare l’eroico popolo dello Yemen, che continua bravamente a resistere.
Si moltiplicano le provocazioni alle frontiere europee della Russia, nei Paesi baltici come in Crimea. Nell’ambito della strategia “Pivot to Asia”, gli USA rafforzano le loro guarnigioni e flotte nel Pacifico che circondano la Cina; cercano di tirare dalla loro parte, con pressioni di vario genere, anche Paesi come il Vietnam (quanto mutato dai tempi eroici della resistenza!) ed il Myanmar (ex-Birmania), quest’ultimo tradizionalmente in buoni rapporti con la Cina. I Cinesi non si lasciano intimorire e stringono un accordo militare con il governo Assad, carico di promesse.
Ma che succederà quando a novembre dovesse diventare prima Presidente USA donna la guerrafondaia Hillary Clinton (quella che chiedeva l’attacco militare alla Siria, appoggiava il colpo di Stato di Piazza Maidan in Ucraina, e metaforicamente ballava sul cadavere di Gheddafi schignazzando con le sprezzanti parole:”I came, I saw, He died”)? Ancora oggi in settori della pseudo-sinistra italiana c’è chi tifa per la “Killary”, perchè ha orrore del folkloristico Trump, accusato tra l’altro di voler dialogare con Putin e di aver sostenuto l’ultimo governo legale dell’Ucraina spazzato dal colpo di Stato. Per fortuna Siriani, Iracheni, Libici, Yemeniti, Libanesi continuano a resistere e Russia, Cina, Iran vigilano. La partita è aperta.
Vincenzo Brandi

Ucraina e Olimpiadi

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Ieri, l’Ucraina ha festeggiato i 25 anni dell’indipendenza raggiunta dopo la disintegrazione dell’URSS.
Domenica scorsa, la sua rappresentativa nazionale ha concluso l’edizione 2016 dei Giochi Olimpici estivi di Rio de Janeiro con il peggior risultato della propria storia per il numero di medaglie d’oro (2), numero totale di medaglie (11) e posto nel medagliere (31°).
Nell’edizione precedente, Londra 2012, pre-golpe, essa aveva conseguito 6 ori, 5 argenti e 9 bronzi, per un totale di ben 20 medaglie.
Le magnifiche sorti e progressive della democrazia euro-atlantica…

La guerra è pace, la libertà è schiavitù – le operazioni informative della NATO

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Operazioni psicologiche o PSYOP sono operazioni programmate per trasmettere informazioni e indicatori selezionati per il pubblico al fine di influenzare le sue emozioni, motivazioni, ragionamento obiettivo, e in ultima analisi il comportamento di organizzazioni, gruppi e individui.

Scritto e prodotto dal gruppo di Southfront: J.Hawk, Daniel Deiss, Edwin Watson

L’inizio di interesse nelle operazioni di informazione del post-Guerra Fredda può essere fatto risalire all’intervento delle Nazioni Unite in Somalia e al genocidio in Ruanda. I rapporti relativamente onesti e diretti da queste zone di guerra hanno fatto sì che l’opinione pubblica dei Paesi occidentali sia stata un fattore che doveva essere considerato dalle classi politiche. Da qui la protesta al momento circa il cosiddetto “effetto CNN”, che indusse i politici a inviare e/o ritirare le truppe a prescindere da ciò che le élite in realtà volevano accadesse nello stesso tempo. I primi metodi per influenzare l’opinione pubblica manipolando i media, anche se ragionevolmente efficaci, non erano sufficienti. Abbiamo visto i loro punti di forza e limiti durante entrambe le guerre contro l’Irak, in cui la maggior parte dei mezzi di comunicazione è stata effettivamente cooptata attraverso il processo di frequenti conferenze stampa (con abbondanza di video che mostravano le bombe della NATO cadere infallibilmente sui loro ovviamente malvagi obiettivi) e più tardi con “l’arruolamento” di giornalisti per lo più di sesso maschile in unità militari, che naturalmente ha avuto il duplice effetto di compiacere i loro ego e adottare il punto di vista dei militari.
Eppure, nonostante tutto questo, non è stato possibile controllare la narrazione, e il sostegno pubblico per le varie guerre degli Stati Uniti e della NATO è crollato sotto la pressione di notizie scomode provenienti anche da media mainstream che chiaramente hanno mantenuto un certo grado di indipendenza. Ma se corriamo in avanti di un decennio, alle guerre in corso in Libia, Siria, Yemen, Irak, Ucraina, e altre, è chiaro che qualcosa è cambiato. C’è una narrativa dominante che viene spinta da letteralmente ogni fonte dei media mainstream, a prescindere dal loro apparente orientamento ideologico. Ovunque ci si gira, si legge o sente parlare di “barili bomba” di Assad, “massacri” di Gheddafi, o “aggressione russa”. Questi rapporti rappresentano sempre un punto di vista che non è solo del tutto unilaterale, ma anche di fatto sbagliato, pure sulle questioni più fondamentali. Gli USA e la NATO come sono riusciti a raggiungere una tale stupefacente disciplina all’interno dei media occidentali apparentemente liberi e indipendenti? Continua a leggere