Un giorno non avremo più un’America di cui doverci preoccupare?

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“Invece di collassare in silenzio, gli Stati Uniti hanno deciso di fare a botte con la Russia. Sembra che abbiano già perso l’incontro, ma rimane un problema: quante altre Nazioni dovranno ancora distruggere gli Stati Uniti prima che si rendano finalmente conto della loro inevitabile sconfitta e disintegrazione?
Come Putin disse la scorsa estate, parlando al Forum per la Gioventù di Seliger, “Ho la sensazione che qualunque cosa tocchino gli americani, finisca come la Libia o l’Irak”. Indubbiamente gli americani ci si sono messi d’impegno a distruggere una Nazione dopo l’altra. L’Irak è stato smembrato, la Libia è un non-Stato, la Siria un disastro umanitario, l’Egitto una dittatura militare con un programma di detenzioni di massa. L’ultimo fiasco è quello dello Yemen, dove di recente è stato rovesciato il governo filo-americano e dove i cittadini americani, che erano rimasti intrappolati, hanno dovuto aspettare che i Russi e i Cinesi li liberassero e li riportassero a casa. Ma è stato il precedente fallimento della politica estera americana in Ucraina che ha indotto i Russi, insieme ai Cinesi, a dichiarare apertamente che gli Stati Uniti si sono spinti troppo oltre e che ogni loro ulteriore mossa porterà ad una escalation automatica della situazione.
Il piano russo è quello di prepararsi, insieme a Cina, India e buona parte del mondo, alla guerra con gli Stati Uniti, ma di fare il possibile per evitarla. Il tempo è dalla loro parte, perché, ogni giorno che passa, essi diventano più forti, mentre l’America diventa più debole. Mentre questo processo fa il suo corso, l’America potrebbe però “toccare” alcuni altri Stati, facendoli diventare come la Libia o l’Irak. E’ la Grecia la prossima in lista? E che cosa ne dite di buttare sotto l’autobus gli Stati baltici (Estonia, Lettonia, Lituania), che sono attualmente membri della NATO (leggi: agnelli sacrificali)? L’Estonia è a poche ore di macchina dalla seconda in grandezza delle città russe, San Pietroburgo, una grossa percentuale della sua popolazione è russa, la capitale è a maggioranza russa e ha un governo ferocemente anti-russo. Di questi quattro fattori solo uno è incongruo. Viene preparata all’autodistruzione? Anche alcune Repubbliche centro-asiatiche, nel ventre molle della Russia, potrebbero essere pronte per una “toccatina”.
Non c’è il minimo dubbio che gli americani continueranno a far danni in giro per il mondo, “toccando” Nazioni vulnerabili e sfruttabili fino a che saranno in grado di farlo. Ma c’è anche un’altra domanda che merita di essere fatta: gli americani “toccheranno” se stessi? Perchè se lo faranno, i prossimi candidati ad essere ristrutturati a forza di bombe, potrebbero essere gli stessi Stati Uniti. Consideriamo questa opzione.”

Il tallone d’Achille dell’America di Dmitry Orlov continua qui.

Far morire la NATO: l’Esercito Europeo è lo strumento per ridurre l’influenza USA in Europa?

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Di Mahdi Darius Nazemroaya per rt.com

Una forza militare europea viene giustificata come protezione dalla Russia, ma potrebbe anche essere una maniera per ridurre l’influenza statunitense nel momento in cui l’Unione Europea e la Germania arrivano ai ferri corti con gli Stati Uniti e la NATO sulla questione ucraina.
Parlando con il giornale Tedesco Welt am Sonntag, il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha annunciato che è giunto il momento per la creazione di una forza militare europea unificata. Juncker ha usato la retorica del “difendere i valori dell’Unione Europea” e ha cavalcato le polemiche antirusse per promuovere la creazione di un esercito europeo, che dovrebbe portare un messaggio a Mosca.
Le polemiche e le discussioni in merito a un Esercito Europeo possono essere intorno alla Russia, ma in realtà l’idea è diretta agli Stati Uniti. La storia che c’è sotto riguarda le tensioni che si stanno sviluppando tra gli Stati Uniti da una parte e la Germania e l’UE dall’altra. Questo è il motivo per cui la Germania ha reagito in maniera entusiasta alla proposta, fornendo il suo sostegno a una forza armata europea condivisa.
Precedentemente, l’idea di un Esercito Europeo era stata presa seriamente in considerazione durante la preparazione all’illegale invasione anglo-americana dell’Irak del 2003, quando Germania, Francia, Belgio e Lussemburgo si incontrarono per discuterne come scelta alternativa alla NATO a guida statunitense. L’idea è stata poi tirata fuori in altre circostanze simili. Nel 2003, il motivo di frizione era l’invasione dell’Irak. Nel 2015, è per la crescente tensione fra Germania e Stati Uniti in merito alla crisi in Ucraina. Continua a leggere

Psicosi di massa in Ucraina

La testimonianza di Marcus Godwyn, docente inglese residente per dieci anni in Russia.

“I paraocchi mi erano finalmente caduti durante i mesi di Febbraio e Marzo 2014. La propaganda antirussa dei media principali aveva raggiunto dei livelli mai visti di isteria rabbiosa e razzista, fatta coincidere con i Giochi Olimpici Invernali di Sochi. Nello stesso momento a Kiev, Ucraina, dopo l’uccisione di numerosi manifestanti e poliziotti da parte di misteriosi cecchini, la folla prendeva possesso di Piazza Maidan, ribaltando un accordo ratificato solo il giorno prima, ed il presidente Yanukovich fuggiva per salvarsi la vita. Secondo alcuni, anche questo avvenimento era stato fatto coincidere con le Olimpiadi Invernali di Sochi.
Sono stato in mezzo ai russi per trent’anni e ho vissuto in Russia per dieci, sono stato per vent’anni anche con gli ucraini e conosco bene le tensioni e le divisioni interne insite in quella nazione fin dai tempi dell’Unione Sovietica. Conosco bene anche le caratteristiche del nazionalismo ucraino. In ogni modo, al principio avevo una certa simpatia per la protesta di Maidan, per le ragioni dette prima e poi perché gli amici ucraini mi avevano perfettamente informato degli incredibili livelli raggiunti qui dalla corruzione, anche se trovavo ridicolo da parte degli ucraini incolpare la Russia di tutti i loro problemi, argomentazione questa che ritenevo priva di ogni serietà. Magari l’Unione Sovietica, e di quei tempi poi, poteva avere qualche colpa, ma la Russia moderna non era l’Unione Sovietica ed ero preoccupato nel vedere come alcuni amici ucraini non facessero assolutamente distinzione fra Impero Russo, URSS e Federazione Russa. Secondo loro tutto si riduceva alla Russia e questo era stato, ed era, un male per l’Ucraina. Mi metteva poi sempre più a disagio il livello di sostegno politico che la protesta di Maidan andava ricevendo dai politici occidentali e dai leader, nominati ma non eletti, dell’Unione Europea, gente che non si era mai impressionata troppo per i disordini di piazza nei loro rispettivi Paesi. Non capivo perché l’UE stesse forzando l’Ucraina a fare una netta scelta di campo. Non mi sembrava scienza atomica lasciare gli europeisti ai loro interessi e affari con l’Occidente e permettere la stessa cosa a tutti quelli con interessi verso la Russia. Mi sembrava anche poco intelligente cercare di staccare completamente l’Ucraina dalla Russia, visti i profondi legami familiari, culturali, storici ed economici fra le due nazioni.
Ucraina e Russia sono molto più unite di quanto lo siano Scozia e Inghilterra, anche se alcuni nazionalisti ucraini occidentali rifiutano di accettare questo fatto solo perché questa non è la storia scritta da loro. Inoltre, le differenze visibili fra molti ucraini e russi sono molto meno marcate di quelle che ci possono essere fra gente dell’Essex e dello Yorkshire, per esempio.
“Se questa tensione continua, ci sarà una guerra civile!” Questo dicevo a volte a me stesso e agli altri. Sicuramente i nostri capi lo sanno. Hanno consiglieri ed esperti, o no? Mi ricordavo poi come nel 2008, al tempo della guerra in Georgia, avessi visto, incredulo, il Ministro degli Esteri inglese Milliband volare a Kiev per “creare un fronte antirusso”, come disse la BBC, nonostante il fatto che mezza Ucraina fosse ampiamente russofona e che la Russia non avesse fatto nulla per arrivare a quello stato di cose. In retrospettiva erano solo le prove generali di ciò che stava accadendo. Inoltre, in tutta l’Ucraina centrale e occidentale, gli edifici governativi, le stazioni di polizia e i depositi di armi venivano occupati, come potevo vedere online, da gruppi di nazionalisti bene armati e bene organizzati, anche se questi episodi non venivano mai riportati dai media occidentali. Sui social media notavo come amici russi ed ucraini cominciassero a dividersi in campi opposti, pro o anti Maidan, e non secondo la nazione di appartenenza.
Al cambio di regime a Kiev fece seguito la riunificazione della Crimea con la Russia e l’isterica canea da parte dei nuovi padroni di Kiev, Washington, Londra e Bruxelles. “Putin deve essere fermato”, “E’ il nuovo Hitler”, “Arriverà ai porti della Manica in qualche settimana, se non facciamo qualcosa”. Certo i resoconti delle proteste di Maidan sono stati di parte, ma non completamente. C’è stato “qualche” accenno al fatto che la metà della nazione che aveva votato per Yanukovich non voleva né l’UE, né la NATO e preferiva rimanere ancora di più nella sfera di influenza russa. C’è stata “qualche” allusione sul coinvolgimento di forze dell’ultradestra nelle proteste e anche di una interferenza da parte americana. Non è molto, ma è già qualcosa. Però, appena fu evidente che Russia e Crimea avrebbero negato l’accesso alla penisola alle formazioni paramilitari nazionalistiche ucraine, e che si stava organizzando un referendum lampo sul ritorno della Crimea in seno alla Russia, la stampa occidentale (personalmente seguivo quella inglese, americana e francese) e, per inciso, tutti i media occidentali, passarono in massa ed al momento giusto alla totale demonizzazione di Putin e della sua nazione ed a una egualmente totale adulazione del nuovo governo di Kiev, in vero stile totalitario. In massa! Come è possibile in nazioni libere, indipendenti e con dei mezzi di informazione che si suppone liberi? La brutale risposta a questa domanda è che, se questo è possibile , allora significa che non viviamo in nazioni libere ed indipendenti e che i nostri mezzi di informazione non sono liberi e indipendenti.
Il ventunesimo secolo iniziò effettivamente a Kiev in una delle 48 ore che vanno dal 20 al 22 febbraio 2014, quando i cecchini cominciarono a sparare a Maidan causando poi il rovesciamento del governo ucraino. Esattamente cento anni dopo che il diciannovesimo secolo era scomparso nella deflagrazione della prima guerra mondiale e della rivoluzione, aprendo le porte al vero ventesimo secolo, nel 2014 abbiamo visto il nostro mondo andare a gambe all’aria quasi alla velocità della luce. Proprio come cento anni fa, i problemi e le motivazioni di questi avvenimenti esistevano e si erano incancreniti da lungo tempo. La loro improvvisa comparsa nel mondo reale sembra abbia colto di sorpresa molti di noi. Non so cosa ne pensiate voi, ma questo ventunesimo secolo di sicuro a me non piace!
In Ucraina stiamo assistendo al più grande episodio di psicosi di massa, proprio nel cuore dell’Europa, dalla morte di Stalin e dai raduni di Norimberga. Invece di cercare di circoscrivere quello che è un fenomeno di enorme potere distruttivo, gli USA, l’UE e la NATO hanno continuamente buttato benzina sul fuoco, hanno cinicamente alimentato le fiamme e usato l’inferno che ne è uscito per presentare una versione dei fatti completamente diversa da quelli che sono i veri interessi dell’Occidente. Stiamo parlando della radicalizzazione di centinaia di migliaia di ucraini, specialmente i giovani, proprio come succede con i fondamentalisti islamici, solo che questa volta vengono convertiti ad un nazionalismo totalmente russofobo. La causa può avere un nome diverso ma il processo mentale e psicologico è identico. Anche il risultato! Questo lo sanno bene i governi occidentali che sostengono Kiev. Come si riconosce un ucraino vittima della psicosi di massa? Questa è la cartina di tornasole: se cominciano a dire che “L’Ucraina è totalmente unita in un’unica nazione. Tutti quelli che si oppongono al nuovo governo scaturito dal Maidan non sono ucraini ma spie di Putin, effettivi delle forze speciali Specnaz, e combattenti russi infiltrati allo scopo di uccidere tutti gli ucraini.” Parlano di questi definendoli “aggressori”, ma in realtà si riferiscono alla Russia intera. Sono in preda ad una psicosi di massa. Non bisogna essere profondi conoscitori dell’Ucraina per capire la follia di tutto ciò. La tua stessa nazione è completamente unita? Lo è la tua città? La tua famiglia? Sei unito con te stesso? L’Ucraina, anche prima dell’indipendenza dall’URSS era una delle nazioni meno unite della Terra! Rimasi perplesso quando un amico ucraino me lo disse per la prima volta. Poi cominciai a sentirlo dire con sempre maggior regolarità da amici, conoscenti e da interviste sui media. La stessa identica frase, sempre pronunciata in fretta e ripetuta in continuazione. Se una situazione del genere la calassimo nella politica degli Stati Uniti, sarebbe come se il Partito Repubblicano improvvisamente incominciasse a dire che in America non ci sono i democratici. “L’America è totalmente unita con noi”. Infatti tutti i cosiddetti “democratici” sono in realtà spie e soldati cubani mandati oltre il confine ad uccidere tutti gli americani. I repubblicani potrebbero poi procedere con una “operazione antiterrorismo”, bombardando e cannoneggiando i distretti democratici nei vari stati allo scopo di assoggettarli o spazzarli via!
È veramente pauroso vedere persone intelligenti, ben istruite, finora lucide, alcune delle quali sono miei stretti amici, e con cui era possibile avere fino ad un anno fa una conversazione razionale sul futuro dell’Ucraina, spegnere una dopo l’altra la loro luce interiore volontariamente, o almeno così sembra, e saltare dentro il distorcente nero fossato dello stupore di massa.
Uno dei risultati più ovvi di tutto questo è che i politici ed i portavoce del regime di Kiev, sostenuto dagli Stati Uniti, sono bugiardi patologicamente illusi; eppure tutto quello che dicono è riportato dalla stampa occidentale come se fosse la verità rivelata, senza nessun esame dettagliato.
Questa è anche la ragione principale per cui l’esercito ucraino si è rivelato così inefficiente in battaglia. La loro intera ragion d’essere è basata su fondamenta totalmente false, su false credenze e su vuoti slogan, mentre i combattenti per l’autodifesa del Donbass, pur se alcuni sono attaccati alle vecchie illusioni della loro infanzia (l’ammirazione per Lenin e talvolta per Stalin, ecc.), rimangono lucidi sulla situazione attuale e sanno esattamente cosa stanno combattendo e perché.
Riportare indietro alla coscienza gli individui radicalizzati è un affare costoso, delicato, lungo e la storia recente mostra che non tutti riescono a tornare indietro. In questa situazione non riesco a vedere niente di buono uscir fuori dall’Ucraina per un periodo molto lungo, indipendentemente da ciò che succederà sul terreno.
Il nazionalismo estremo è semplicemente una ricetta per privazione, disintegrazione, povertà e, alla fine, distruzione e morte, dovunque nel mondo, in qualunque periodo storico. È stato sempre così, così sarà sempre.”

Da La NATO attraverso lo specchio: un viaggio personale dall’ingenuità alla lucidità.

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Le mani sul rubinetto

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“L’operazione mediatica imbastita dallo “Stato Islamico” è una piccola opera d’arte. Ripugnante quanto basta per il pubblico occidentale, per spingerlo a credere alla necessità delle opzioni che i suoi dirigenti sciorineranno con disinvoltura, a dispetto del gioco delle tre carte da loro condotto dietro le quinte. Ammaliante quanto basta per parlare agli strati disperati della Umma, presso i quali i vari cartelli dell’islamismo reazionario tentano di accreditarsi come punti di riferimento, promettendo loro, grazie ad un presunto ritorno alle radici del messaggio coranico, il riscatto dalle loro condizioni umilianti. Quindi le vittime occidentali di tali bande vengono presentate alle telecamere nella tunica arancione, tristemente nota per via della famigerata base-prigione di Guantanamo, che, per inciso, Obama si è guardato bene dal chiudere.
Ovviamente a questa strada di presunto riscatto, disperata e falsa, subentra in realtà il gioco delle parti. Più che l’Occidente, queste bande hanno di mira proprio quelle realtà del mondo arabo-islamico che non si piegano all’imperialismo ed ai suoi alleati locali. Ed ecco apparire l’odio confessionale, settario, distruttivo… Tutto quanto abbiamo visto all’opera in Siria, per chi vuole vedere.
Di fronte all’avanzata dello “Stato Islamico”, Washington sostiene l’opzione dei bombardamenti, un impegno limitato. L’applicazione del trattato di amicizia tra Baghdad e Washington porterebbe a ben altre implicazioni. Ma quel trattato non è evidentemente lì perché l’Irak possa chiedere al piromane di spegnere l’incendio.
I bombardamenti chirurgici statunitensi, a detta dello stesso generale Mayville dello Stato Maggiore USA, non sono affatto efficaci per far collassare lo “Stato Islamico”; però permettono a Washington di controllare la situazione, arginando il possibile straripare delle orde del “Califfo” oltre la linea ritenuta conveniente.
(…)
I vantaggi per gli USA sono potenzialmente due. La radicalizzazione dello scontro innescata dal “Califfato” accelera il processo di sgretolamento dello Stato iracheno perseguito tenacemente da anni. Lo “Stato Islamico” è certo una minaccia: per le popolazioni della regione, per lo Stato iracheno, per la Siria, per l’Iran, per il Libano, in prospettiva per tutte le realtà contro le quali può essere giocata la carta della “guerra santa” della CIA.
(…)
In secondo luogo, l’espansione dello “Stato Islamico” potrebbe offrire il pretesto per un intervento diretto nella crisi siriana, ufficialmente contro il “Califfato”, ma di fatto contro lo Stato siriano.
(…)
La vicenda dello “Stato Islamico” e quella della crisi siriana vanno inserite nel contesto più ampio dello scontro geopolitico in corso tra la tendenza all’egemonia unipolare statunitense da una parte e le forze della coalizione antiegemonica che vorrebbe ripristinare un equilibrio di potenza per garantire al mondo un equilibrio multipolare che, solo, può essere capace di garantire la sovranità delle Nazioni e dei popoli.
Da un anno a questa parte ci siamo confrontati con un intensificarsi di crisi internazionali che hanno portato le grandi potenze a un passo dalla guerra: dalla crisi coreana a quella siriana dell’estate scorsa [2013 – ndr], a quella ucraina di oggi. In questo quadro va inserito il Vicino Oriente con il suo recente, drammatico travaglio.
Se si volesse veramente disinnescare la minaccia rappresentata dallo “Stato Islamico”, non resterebbe in realtà che una cosa da fare: chiudere i rubinetti del finanziamento e del sostegno a 360° a queste bande; dove per 360° si intende: fornitura di armi, di soldi, di assistenza tecnica e di intelligence, assistenza logistica, assistenza nell’organizzazione delle retrovie. Bisognerebbe anche far luce sulle troppe zone d’ombra che coprono le attività cosiddette caritative ed assistenziali di tante ong e di tanta brava gente che pensa di aiutare un popolo a liberarsi da una dittatura e invece si fa complice dei più efferati delitti, del collasso di uno Stato e del tracimare di bande criminali capaci di tutto.
Ma il rubinetto è nella mani di Washington e dei suoi alleati mediorientali. Se non viene chiuso, ci sarà pure un perché.”

Da Caos distruttivo nel Vicino Oriente di Spartaco Alfredo Puttini, in Eurasia. Rivista di studi geopolitici, n. 4/2014, pp. 77-79.

Questo è Chavez

“L’oppressione produce un rivoluzionario che diventa liberatore. Ecco Chavez, un rivoluzionario del XXI secolo. Fidel è stato il rivoluzionario del XX secolo. Anche se non trascuriamo i meriti di Fidel in questo secolo, Chavez è stato un rivoluzionario del XXI secolo. Ci ha insegnato ad organizzare le elezioni per sconfiggere l’impero con le sue stesse armi, con i suoi sistemi. Ha elevato la dignità di un popolo e cancellato le frontiere… Chavez ha eliminato le frontiere perché credeva nella solidarietà internazionalista. Ha internazionalizzato la solidarietà. Ha parlato dell’umano. Si è riunito con i popoli arabi, il popolo palestinese, gli oppressi. Chavez è una personalità di cui non è ancora possibile misurare le dimensioni.
Col passare degli anni, possiamo calcolare non la sua dimensione messianica ed anche “profetica”, ma l’importanza della sua eredità, delle lezioni che dobbiamo trarre dalla vita di Chavez. Ha creato una dinamica sociale, una forza che oggi ci permette di avanzare. Come nella mitologia greca, è un Icaro che va verso il sole nella speranza di abbracciarlo e che, sciolte le ali, muore, lasciando però una traccia nello spazio, nell’universo. Un segno che dobbiamo seguire. Questo è Chavez.”

Da Intervista esclusiva a Manuel Zelaya, il presidente deposto dell’Honduras, di Jean Araud.
Manuel Zelaya fu deposto nel 2009 da un colpo di Stato patrocinato dagli USA dopo aver dichiarato pubblicamente la propria distanza da Washington e che l’Honduras avrebbe aderito all’ALBA, l’Alleanza Bolivariana per le Americhe, progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra i Paesi dell’America indiolatina e quelli caraibici, promosso dal Venezuela e da Cuba in alternativa all’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) voluta dagli Stati Uniti.

E… viva “il tiranno” Maduro!

Una ricetta per il disastro

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“1. Prendi una Nazione che, invece di combattere, risponde alle offese mandandoti all’inferno e rifiutandosi di avere ancora a che fare con te. Assicurati che sia una Nazione le cui risorse naturali siano essenziali per tenere le tue luci accese e le tue case riscaldate, per costruire i tuoi aeroplani e i tuoi caccia da combattimento, e per tante altre cose. Si tenga a mente che un quarto delle lampadine degli Stati Uniti sono accese grazie al combustibile nucleare russo, così come una interruzione del gas russo verso l’Europa sarebbe un cataclisma di prim’ordine.
2. Falli sentire sul punto di essere invasi installando un governo a loro ostile in un territorio che considerano parte della loro patria storica. L’unica vera parte non russa della Ucraina è la Galizia, da cui si è separata molti secoli fa e della quale la maggior parte dei Russi vi direbbe “Può andare all’inferno con te”. Se ti piacciono i tuoi neonazisti, puoi tenerteli. Si ricordi anche come i Russi trattano gli invasori: li escludono.
3. Imponi sanzioni economiche e finanziarie sulla Russia. Osserva sbigottito come i tuoi esportatori cominciano a perdere soldi quando, con una rappresaglia subitanea, essa blocca le tue esportazioni agricole. Tieni a mente che la Russia è una Nazione che, in virtù della sopravvivenza ad una lunga serie di tentativi di invasione, si affida tradizionalmente agli Stati stranieri potenzialmente ostili per finanziare la sua difesa contro di loro. Se essi non lo fanno, allora passerà ad altri modi per scoraggiarli, come l’esclusione. “No gas per i membri NATO” sembra uno slogan orecchiabile. Spera e prega che non prenda piede a Mosca.
4. Monta un attacco alla sua valuta nazionale, causando la perdita di parte del suo valore insieme ad un minor prezzo del petrolio. Osserva sbigottito come ridono i funzionari russi perfino alla banca centrale perché il rublo svalutato ha prodotto le stesse entrate fiscali nonostante i prezzi più bassi del petrolio, evitando un potenziale deficit di bilancio. Osserva sbigottito come i tuoi esportatori in Russia vanno in fallimento per i prezzi fuori mercato dei loro prodotti. Tieni a mente, la Russia non ha un debito nazionale di cui parlare, il suo deficit di bilancio è trascurabile, è piena di valuta straniera e ha grandi riserve auree. Tieni pure a mente che le tue banche hanno prestato centinaia di miliardi di dollari alle imprese russe, a cui hai or ora tolto l’accesso al tuo sistema bancario mediante l’imposizione delle sanzioni. Spera e prega che la Russia non congeli il pagamento dei debiti alle banche occidentali finché non siano rimosse le sanzioni, poiché questo farebbe scoppiare le tue banche.
5. Osserva sbigottito come la Russia sigla importanti contratti di esportazione di gas con tutti fuorché te. Ci sarà rimasto abbastanza gas per te quando saranno firmati tutti? Bene, sembra i Russi non la considerano più una loro preoccupazione, perché li avete offesi ed essendo loro quelli che sono, vi hanno mandato all’inferno (non dimenticatevi di portare la Galizia con voi) ed ora essi trattano con altre, più amichevoli Nazioni.
6. Continua ad osservare sbigottito come la Russia cerca attivamente di tagliare tutti i legami commerciali con te, trova fornitori in altre parti del mondo ed organizza la produzione per sostituire le importazioni.
Ma ora ecco la sorpresa, come minimo un po’ sottaciuta. La Russia ha appena offerto un accordo alla UE. Se la UE rinuncia a siglare l’accordo Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (TTIP) con gli Stati Uniti, che fra l’altro la danneggerebbe economicamente, allora potrebbe unirsi alla Russia nella Unione Doganale Euroasiatica. Perché escludersi da soli quando fra tutti possiamo invece escludere Washington? Questa è la riparazione che la Russia accetterebbe per l’offensivo comportamento della UE riguardo l’Ucraina e le sanzioni. Venendo da uno Stato doganale, è una offerta generosa. Densa di implicazioni: il riconoscimento che la UE non minaccia militarmente la Russia e neanche economicamente; il fatto che i Paesi europei sono tutti carini e piccini e adorabili e fanno formaggi e salsicce saporiti; la comprensione che il loro attuale gruppo di politici nazionali è irresponsabile e vincolato a Washington, e che hanno bisogno di una grossa spinta per fargli capire dove si trova il loro vero interesse nazionale. La UE accetterà l’offerta, o prenderanno la Galizia come nuovo membro e si “escluderanno”?”

Da Particolarità dell’animo nazionale russo, di Dmitry Orlov.

L’Unione Europea è l’antitesi dell’Europa

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“Le stucchevoli polemiche cui abbiamo assistito negli ultimi anni e hanno opposto coloro che rivendicano la necessità del riconoscimento delle radici cristiane e coloro che vorrebbero negarla, preferendo invece riconoscere quelle illuministiche, indicano quanto la cultura attuale sia abitata da opposti monismi e percio lontana dal superamento delle contraddizioni, insomma quanto poco sia europea: difatti si tratta di una cultura che emerge dal fenomeno pervasivo della globalizzazione, che con altre parole potremmo definire occidentalizzazione ovvero americanizzazione.
L’ ideologia globalista è portatrice d’una sorta di monismo economicistico secondo il quale il mondo in cui viviamo è l’unico possibile, non esistono alternative, il valore economico è l’unica discriminante tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, quindi le leggi del mercato devono prevalere.
Questo pensiero unico corrisponde al progetto statunitense, come ben evidenzia Jeremy Rifkin quando asserisce che per gli americani la libertà è associata all’autonomia, cioè al fatto di non dipendere dagli altri, soprattutto dal punto di vista economico: per essere liberi, gli americani pensano che si debba essere ricchi.
II sogno europeo invece è esattamente l’opposto: per gli Europei essere liberi è porsi in relazione con gli altri, unirsi, condividere, aprirsi. La nostra è da sempre una società dell’inclusione. Ora è evidente che l’Unione Europea e le sue istituzioni sono volte realizzare non il sogno europeo, ma quello a stelle e strisce, che è il suo opposto. Perciò si può dire che l’azione politica dell’Unione Europea è antieuropea e che l’uso della parola Europa come sinonimo di CEE e poi di UE, dapprima raro ed informale, negli ultimi anni più regolare ed esteso, nasconde non solo un’insidia, ma addirittura una menzogna.
I padri fondatori dell’Unione Europea posero gli Stati nazionali al centro del loro progetto d’integrazione, che essi concepivano appunto come un graduale negoziato tra Stati sovrani; poi, negli anni Ottanta del secolo scorso, prese piede la politica economica del cosiddetto Washington consensus, improntato sulla teoria neoliberale e sul principio del minimo intervento statale. Si innestò un processo che portò rapidamente all’erosione delle sovranita nazionali dei singoli Stati membri, giungendo cosi, per citare le parole del compianto professor Costanzo Preve, alla «incorporazione di quest’Europa politicamente e spiritualmente morente in questo mercenariato militare occidentalistico globalizzato».
La tendenza a confondere gli interessi dell’Unione Europea con quelli della NATO è emersa dopo la fine della Guerra Fredda e si è rafforzata con la pratica dell’ interscambiabilità di persone che occupano posti chiave nei due organismi. L’Unione Europea era all’origine una grande opportunità, difficile è capire se lo possa essere ancora, di certo perché ciò sia possibile si dovrebbe eludere ogni richiesta, da parte delle istituzioni UE, di cessioni di sovranità, anzi i singoli Stati membri dovrebbero fare ogni sforzo per riconquistare ognuno la propria e poi, volendo ancora perseguire una politica europeista, trovare piuttosto un modo di sommare sovranità e forze, cosi da poter divenire davvero un attore globale.
Per rendere possibile il cambiamento dell’attuale scenario è allora necessario un recupero culturale dell’identità europea che parta dalla soluzione di un malinteso che inquina da molto tempo l’opinione pubblica, ovvero dalla presa di coscienza del fatto che l’Europa non è Occidente o per meglio dire, essendo sua caratteristica principale la coesistenza armonica degli opposti, è sia Oriente sia Occidente. L’ identità europea va piuttosto difesa dai rischi connessi alla globalizzazione.
Far coincidere il concetto di Europa con quello di Occidente è truffaldino, almeno quanto farlo coincidere con quello di Unione Europea, ed anche di più, se si considera che l’idea contemporanea di Occidente è stata elaborata nell’ambito del pensiero politico statunitense «proprio per differenziarsi dall’Europa; anzi, addirittura contro l’Europa». Creare il malinteso è utile alla propaganda occidentalista per poi definire come nemico l’orientale di turno.
L’effetto è quello di indebolire la società europea, rendendola inconsapevole della particolare forma di convivenza di cui è portatrice.
(…)
La forma di coesistenza che permette di non scegliere tra due poli opposti ma di conciliarli è quella comunitaria, la quale, dopo aver caratterizzato a lungo l’Europa, ha lasciato spazio alla forma societaria; quest’ultima, sommamente individualista, promette il massimo della libertà, ma alla fine si rivela un apparato fatto per addomesticare i suoi membri e indirizzarli ad obiettivi precostituiti, decisi in altre sedi e talvolta perfino contrari agli interessi dei singoli coinvolti. Nell’epoca della globalizzazione il singolo è soprattutto consumatore, «solitario collezionista di sensazioni», educato fin dalla più tenera età attraverso la pubblicità, che pone molta attenzione e investe molte risorse nel tentativo di fidelizzarlo: quando ha successo, lo renderà a un tempo omologato e solitario.
In un’ideale organizzazione informata ad un perfetto collettivismo, invece, sarebbe escluso il problema della solitudine, ma esasperato il rischio dell’omologazione.
La comunità altresì può permettere all’individuo di svilupparsi pienamente, in quanto il senso d’appartenenza esalta o almeno aiuta ad accettare le peculiarità individuali. Vi è un’evidente omologia fra I’equilibrio tra generale e particolare che caratterizza l’ idea di Europa e I’equilibrio tra comunita e individuo.
Se il percorso politico necessario per una ricostruzione europea potrebbe passare indifferentemente da una modifica dell’attuale Unione Europea, oppure da un suo scioglimento e da una successiva riaggregazione mediante istituzioni con nomi differenti, imprescindibile è compiere in parallelo un percorso culturale di ricomposizione dei dualismi.”

Da L’Unione antieuropea, di Michele Orsini in “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 2/2014, pp. 160-162 (grassetto nostro).