Chi cerca il Cielo è un po’ stufo

“Senza addentrarci oltre in queste e altre coincidenze teoretiche, poco appassionanti nel merito ma istruttive nel metodo, torniamo ai più tangibili fatti dell’epidemia globale da Covid-19 e delle sue politiche di contenimento, che per molti hanno rappresentato il punto sinora apicale dell’identità Chiesa-mondo. Nella storia della cristianità le sospensioni dei servizi religiosi cum populo sono state rarissime e circoscritte. Tra tante guerre ed epidemie, l’unico precedente certo in Italia è quello della peste del 1576-77 a Milano, che in pochi mesi fece 18.000 morti in una città di 130.000 (come se oggi morissero 8,2 milioni di italiani) e durante la quale il card. Borromeo organizzava processioni e imponeva ai prelati di portare i conforti della fede nelle case dei milanesi in quarantena. Si comprende lo sgomento di chi, come il non certo tradizionalista Andrea Riccardi, ha visto riproporre le stesse misure ma in scala più severa, nazionale e internazionale, per un’epidemia i cui tassi di mortalità si approssimano allo zero per la maggior parte della popolazione.
La prontezza con cui la Chiesa ha ritirato i suoi presidi è pari a quella con cui ha fatto suo il discorso pandemico iniziato dal mondo e lo ha trasmesso alle chiese lasciando che occupasse ogni spazio, fisico e spirituale. Nei templi impregnati di cloro, con l’acqua «ad effugandam omnem potestatem inimici» sostituita dagli impiastri alcoolici del supermercato e i pasdaran dell’igiene a castigare la prossimità del prossimo, queste orecchie hanno udito dal pulpito che «oggi Elia e Gesù ci direbbero di tirare le mascherine fin sul naso». Hanno ascoltato mese dopo mese invocare ascolto al Signore per medici, paramedici, infermieri, farmacisti, ricercatori, OSS ecc. ma anche per «la scienza» e «affinché ci siano vaccini per tutti». Questi occhi hanno visto i fedeli fregarsi le mani coi disinfettanti portati da casa pochi istanti prima di prendere il Corpo di NSGC dalle mani già disinfettate del prete, nemmeno fosse la crosta di un lebbroso. Più che i corpi, il virus infettava le omelie e non mancava mai di ispirare alla fantasia del predicatore metafore, appelli e nuove categorie dottrinali. Il lockdown diventava un periodo di riflessione e purificazione (?), la pandemia un’occasione «per interrogarsi sull’essere comunità», il distanziamento una «riscoperta del prossimo». La via medicale alla secolarizzazione procedeva per facili contaminazioni: tra quarantena e quaresima, sacrifici sanitari e ascesi, isolamento e preghiera, guarigione e conversione, isolamento e carità fraterna, salute del corpo e dell’anima.
L’apice dell’apice si è raggiunto con l’arrivo dei nuovi vaccini. Sullo stesso tema la Chiesa si era invero già espressa qualche anno prima rispondendo a un’altra chiamata del mondo. Allora, era il 2017, si trattava di estendere per decreto gli obblighi di profilassi per l’infanzia sulla spinta di una presunta epidemia di morbillo, il cui vaccino polivalente è stato sviluppato utilizzando anche tessuti di feti umani abortiti volontariamente. C’era però un problema: in un parere del 2005 la Pontificia accademia per la vita aveva censurato questi prodotti raccomandando di «usare i vaccini alternativi e di invocare l’obiezione di coscienza riguardo a quelli che hanno problemi morali». Soluzione: poco più di un mese dopo l’entrata in vigore del decreto italiano la stessa Accademia pubblicò un successivo parere che ribaltava il precedente, questa volta negando «che vi sia una cooperazione moralmente rilevante tra coloro che oggi utilizzano questi vaccini e la pratica dell’aborto volontario». Alle stesse conclusioni sarebbe poi giunta anche la Congregazione per la dottrina della fede con una tempestiva Nota sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-Covid-19 del 21 dicembre 2020.
Questi viraggi dottrinali pro re nata non erano che il preludio di una poderosa discesa in campo tra le fila del mondo per abbracciarne la nuova battaglia e ricondurre i recalcitranti al suo ovile, affidando agli altari la missione improbabile di spingere una campagna farmacologica. Qui possiamo solo offrire una scarna antologia degli eventi, partendo dall’alto. Nell’ultimo messaggio di Natale il Pontefice apriva le danze celebrando accanto alla «luce del Cristo che viene al mondo» anche «diverse luci di speranza, come le scoperte dei vaccini». Due settimane dopo era già passato all’imperativo: «C’è un negazionismo suicida che io non saprei spiegare, ma oggi si deve prendere il vaccino». A Pasqua esortava i capi di Stato «nello spirito di un internazionalismo dei vaccini» e il mese dopo ribadiva il concetto in un videomessaggio indirizzato al pubblico del concerto Global Citizen (sic) VAX Live, allestito coi quattrini del gotha capitalistisco planetario «per celebrare gli incontri e la libertà che il vaccino ci sta portando». Negli stessi giorni Anthony Fauci e i CEO di Pfizer e Moderna partecipavano a una conferenza sulla salute (ovviamente) globale organizzata dalla Santa Sede. In agosto lanciava un altro spot ai presuli sudamericani e al mondo: «Vaccinarsi è un atto d’amore».
Il coinvolgimento delle gerarchie ecclesiastiche non è stato né casuale né spontaneo. In marzo il nuovo dicastero vaticano per il Servizio dello sviluppo umano integrale diffondeva un “Kit per rappresentanti della Chiesa” nelle cui pagine si trovano le risposte da dare ai fedeli dubbiosi, «risorse per omelie e conversazioni» e contenuti preconfezionati da diffondere sui social per trasformare ogni sacerdote in un apostolo della missione. I vescovi rispondevano con lo zelo di chi deve dare l’esempio. Quello di Pinerolo farà il testimonial in una campagna pubblicitaria della ASL per convincere gli indecisi, quello di Treviso promuove il siero nei TG, quello di Nuoro si fa i selfie con l’hashtag #iomivaccino, quelli campani promettono al presidente della loro regione «tutta la collaborazione possibile per velocizzare e rafforzare la campagna di immunizzazione attraverso la sensibilizzazione dei fedeli», quello di Macerata denuncia dal pulpito le fake news che si leggono in rete, quello di Rovigo aggiunge nuove definizioni al catechismo («chi si oppone al vaccino con motivazioni etiche e religiose, rifiuta la dottrina della Chiesa cattolica»), quello di Tempio Pausania esclude religiosi e laici non vaccinati dai servizi comunitari. In alcune diocesi le iniezioni si fanno direttamente nelle chiese consacrate, una scelta oggettivamente senza necessità e senza senso, se non appunto quello di rinsaldare il cerchio tra fiducia nel mondo e fede nell’oltremondo, di sacramentalizzare l’atto secolarizzando il tempio.
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Qui possiamo e vogliamo tralasciare i giudizi sulla direzione di questi interventi. Non ci interessa quanto siano desiderabili la riduzione del biossido di carbonio, l’internazionalismo, le vaccinazioni contro la polmonite, le mascherine chirurgiche, le migrazioni dai Paesi poveri. Da abitatori del mondo, ragioniamo di queste e altre cose nel mondo. Da cristiani, cerchiamo nelle chiese l’Eterno. Non ci disturbano la militanza e l’applicazione dei messaggi eterni alla comprensione e alla correzione dei tempi, al contrario! Ci rattrista la loro assenza, il loro liquefarsi nella ripetizione dei dettati del secolo e dei pruriti dei suoi padroni. Non bisogna stupirsi se le chiese si svuotano. Perché andare a messa se gli stessi messaggi li si può leggere su un giornale a caso o ascoltare in un monologo a caso di un politico a caso? Chi cerca il mondo non sa che farsene di un’imitazione sghemba appesantita da riferimenti sacri tutt’al più retorici, ma fuori contesto. Chi invece cerca il Cielo è un po’ stufo di dover setacciare una particola di eternità rovistando tra educazione civica, veline editoriali, consigli per la profilassi, ciarle filosofiche, logorrea pastorale, fantasie ermeneutiche, patetismo mediatico e contaminazioni spacciate per «dialogo».”

Da La messa in latino, di Stefano Mantegazza.

Non siate invidiosi!

Di Talebani, media e democrazia.

Questa mattina c’è da registrare lo sgomento dei media italiani e in genere dei politici occidentali per il fatto che nel neonato governo talebano non hanno trovato posto il cugino di Mastella, il consuocero di Letta e, sopra tutto al ministero delle politiche per la famiglia, lo zio di Zan. Addirittura ci sono ministri talebani che compaiono nelle liste di proscrizione dell’ONU e dell’FBI perché “terroristi”. I medesimi media e politici esprimono sdegno per il fatto che le manifestazioni non autorizzate anti-governative sono state disperse con lacrimogeni e spari in aria (i più dicono semplicemente che i talebani hanno sparato lasciando pensare che hanno sparato in faccia): mica come a Parigi che i lacrimogeni li profumano con la lavanda e gli spari avvengono ad altezza d’uomo (con modalità simili cose accadute a Berlino e a Roma…. Ma con piglio de-mo-cra-tico; vuoi mettere?). Sì, certo, a Parigi proiettili di gomma: deficienti quei manifestanti che hanno perso un occhio perché non hanno indossato occhiali di ghisa. In Parlamento il piagnisteo dei deputati: “Gli USA si ritirano, non ci difendono più! Non vogliono più fare il gendarme del mondo!” “Noi europei dovremo fare da soli, dobbiamo trovare l’unità e avere una voce sola!” In altre parole siamo orfani, mamma USA non ci accompagna più ai giardinetti a giocare sull’altalena. E poi, crimine imperdonabile, i talebani sono gli stessi di 20 anni fa, portano avanti i medesimi valori. Mica come da noi che, per esempio, abbiamo i 5 Stelle, ieri contrari ai vaccini, oggi favorevoli, ieri contrari alla TAV oggi favorevoli, ieri contrari all’alleanza con il PD oggi culo e camicia e via elencando. Minchia! Sono coerenti!!! Media e politici non si capacitano del disastro che hanno combinato in Afghanistan (dopo quello nei Balcani, in Iraq, Siria, Libia etc.) e snocciolano ricette dicendo chiaramente che la loro maggior paura è che una crisi umanitaria provocherà immigrazioni che vanno scongiurate. Ma sì, condiamo i cervelli del popolo con un po’ di paura per la pandemia, un pizzico di paura per i talebani che stanno a migliaia di chilometri da noi ma che, ça va sans dire, possono incubare il terrorismo (per l’Occidente non esistono ribelli: quelli che si oppongono ai valori dell’Occidente e ne propugnano altri e per questi valori si battono, sono solo terroristi). A questo punto qualcuno poco arguto si domanderà se sono pro-talebani afghani e magari per la sharia da importare in Italia. Dovrei rispondere ad una domanda tanto scema? Non è abbastanza chiaro che i “talebani” noi li abbiamo in casa, super operativi nelle redazioni dei giornali e in Parlamento? Che la mefistofelica “sharia occidentale” è da decenni operativa da noi? No, io credo che non abbiamo proprio bisogno di quei dilettanti di talebani afghani. Noi abbiamo eccellenti professionisti della talebaneria e i ciabattanti afghani armati di AK-47 ci spicciano casa tutte le mattine. Non siate invidiosi!

Maurizio Murelli

Tutto questo deve finire

“Tutto questo deve finire. Quando è troppo è troppo. Non posso più sopportare queste stronzate. E’ andata avanti abbastanza e se volete prendervi la mia anima dovrete venire e sfondare questa porta”.

Il potere segreto

Nella cella di una delle più famigerate prigio­ni di massima sicurezza del Regno Unito, un uomo lotta contro alcune delle più potenti istituzioni della Terra che da oltre un decen­nio lo vogliono distruggere. Non è un crimi­nale, è un giornalista. Si chiama Julian Assange e ha fondato WikiLeaks, un’organizzazione che ha profondamente cambiato il modo di fare informazione nel XXI secolo, sfruttan­do le risorse della rete e violando in maniera sistematica il segreto di Stato quando questo viene usato non per proteggere la sicurezza e l’incolumità dei cittadini ma per nascondere crimini e garantire l’impunità ai potenti. Non poteva farla franca, doveva essere punito e so­prattutto andava fermato. Infatti da oltre dieci anni vive prigioniero, prima ai domiciliari, poi nella stanza di un’ambasciata, infine in galera. È possibile che a un certo punto venga libera­to, oppure rimarrà in prigione in attesa di una sentenza di estradizione negli Stati Uniti e poi finirà sepolto per sempre in un carcere ameri­cano. Con lui rischiano tutti i giornalisti della sua organizzazione. L’obiettivo è distruggerli e farlo in modo plateale.
Stefania Maurizi è l’unica giornalista che ha lavorato fin dall’inizio, per il suo giornale, su tutti i documenti segreti di WikiLeaks, a stret­to contatto con Julian Assange, incontrandolo molte volte. Ha contribuito in maniera deci­siva alla ricerca della verità, citando in giudi­zio quattro governi – gli Stati Uniti, l’Inghil­terra, la Svezia e l’Australia – per accedere ai documenti del caso. Gli abusi e le irregolarità emersi da questo lavoro d’inchiesta sono en­trati nella battaglia legale tuttora in corso per la liberazione del fondatore di WikiLeaks.
In queste pagine ripercorre tutta la vicenda, con documenti inediti, una narrazione incal­zante e sempre puntuale. La storia di una ven­detta silenziosa ma feroce. Un libro cruciale su un caso decisivo del nostro tempo.

Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e Wikileaks,

di Stefania Maurizi, Chiarelettere, 2021

L’ipomafia di Stato

“Col loro credere, per insufficienze intellettuali o morali, che sia “la scienza” ad animare le decisioni sul covid, i giuristi accettano e attuano il sovvertimento ontologico della Costituzione. Il sovvertimento della concezione della realtà materiale e sociale che la Costituzione riconosce come autentica.

Nella narrazione covid gli efficienti sistemi di difesa, come i meccanismi di immunità innata individuali e quello dell’immunità di gregge, vengono censurati come inesistenti; sostituendoli con i preparati dell’industria, “miracolosamente” tirati fuori dal cilindro, e invocati e imposti come “unica salvezza”. Si dipinge un uomo nudo, biologicamente privo di difese, analogo al nude mouse di laboratorio. In realtà lo si vuole nudo, cioè inerme, sul piano psicologico, sociale e politico.

Non furono credenze ingenue e superate quelle di coloro che scrivendo la Costituzione considerarono una realtà nella quale di norma si è in uno stato di salute, da tutelare, per evitare di cadere malati e se possibile per evitare di rimanere malati. E’ al contrario psicotica ed eversiva l’attuale concezione per la quale l’intera cittadinanza è in uno stato perenne tale da necessitare la medicalizzazione, così che ad ogni cittadino non è riconosciuto il suo stato di salute, ma è considerato e trattato come portatore di grave malattia in atto, o sull’orlo di essa (L’esproprio della salute da parte della medicina dei banchieri). Prima che la liceità di trattamenti obbligatori, la questione è la cancellazione del diritto alla tutela della salute manomettendone il presupposto di realtà; è la conseguente espropriazione, sulla base di quattro balle sgangherate, dello stato di salute di ciascun cittadino per rivenderglielo dietro denaro e sottomissione a restrizioni schiaviste. Espropriazione che, agendo tramite la leva della paura e della disinformazione, non potrebbe avere luogo se fossero presenti l’immunità intellettuale innata aspecifica, quella che dovrebbe essere rappresentata da intellettuali, e da magistrati, che senza conoscere la biologia e la medicina conoscano il mondo, siano dotati di colonna vertebrale, e non considerino la logica come facoltativa. E se fosse lasciata libera l’immunità intellettuale specifica, gli “anticorpi”, data da persone del settore oneste; come chi scrive, che deve passare la vita a registrare come viene sistematicamente ostracizzato, censurato, minacciato, impestato e imbrattato dall’ipomafia di Stato.”

Da Il sinallagma ipomafioso e la giustizia a cricchetto nell’operazione Shylock, di Francesco Pansera.

Ci stanno mettendo gli uni contro gli altri

Con l’inizio della pandemia c’è stato un vertiginoso aumento delle polarizzazione sociale, polarizzazione calata dall’alto ovviamente. La questione non è più di natura sanitaria, infatti il “lasciapassare” (definizione corretta di “green pass”) è il fine, non il mezzo. E’ stato creato il conflitto orizzontale definitivo che serve a mettere al riparo da quello verticale.

Il commento di Gilberto Trombetta, giornalista economico.

E’ iniziata la Nuova Guerra Fredda

Il fatto che ci troviamo all’interno di una partita tutta politica, o meglio ancora geopolitica, piuttosto che sanitaria, lo si può evincere da diversi fattori, anche se forse quello più eclatante può essere individuato nel rifiuto a priori del siero russo. Dopo aver tramortito la popolazione con il waterboarding sociale e una campagna propagandistica senza precedenti, hanno iniziato ad inoculare nelle braccia delle povere cavie umane, farmaci di dubbia efficacia e ancor più dubbia sicurezza (i risultati della relazione clinica dovrebbero essere disponibili entro il 2023, anche se ad oggi non risulta chiaro se esista un gruppo di controllo dell’esperimento al quale starebbero iniettando il placebo). Non solo, dopo le notizie allarmanti riguardanti alcuni sieri, sono arrivati addirittura ad autorizzare dei mix improbabili di farmaci da accettare al buio, visto che le stesse case farmaceutiche dichiarano di non aver ancora studiato le eventuali interazioni tra diversi prodotti. Tutto insomma, pur di non approvare il prodotto russo (hanno così a cuore la nostra salute che prima di arrivare ad autorizzarlo, potrebbero essere tentati di fare un giro anche con il cianuro di sodio). Oramai dovrebbe essere evidente che questa volta alla costruzione del Muro ci stanno pensando gli Occidentali; il loro sarà un muro invisibile e per questo ancora più insidioso. Un muro sanitario-burocratico che di fatto sancirà una nuova divisione del mondo tra Est e Ovest e che al posto delle torrette con i VoPos avrà lettori ottici di QR Code e norme ambientali che di fatto impediranno alle imprese dell’Est di commerciare od operare nel cosiddetto Occidente allargato. E’ iniziata la Nuova Guerra Fredda.

Giorgio Bianchi

Al mondo serve verità, non menzogne a stelle e strisce

“Tutti i fatti riportati escludono, in modo sicuro e categorico, che l’epidemia di coronavirus si sia sviluppata a partire dalla Cina e da Wuhan, dalla fine di ottobre del 2019; essa invece era virulenta e attiva in Virginia e negli Stati Uniti fin dal luglio del 2019, quindi almeno tre mesi prima dell’inizio della pandemia in Cina.

Come andarono realmente le cose, per la genesi della tragedia del Covid?

Fase uno: verso la fine di giugno del 2019 e a Fort Detrick, si verifica una contaminazione di personale militare statunitense attraverso il coronavirus contenuto nei laboratori della base.

Fase due: una parte del personale infettato viene portato all’ospedale militare di Fort Belvoir, in Virginia.

Fase tre: attorno al 4 luglio 2019, festa nazionale degli USA, involontariamente alcuni marines di Fort Belvoir contagiati dal Covid-19 portano e distribuiscono a piene mani la malattia nella casa di riposo di Green Spring, oltre che in giro per il Maryland e la Virginia.

Fase quattro: dopo un’incubazione di una settimana, scoppia purtroppo una prima epidemia nella casa di riposo di Green Spring con i suoi 263 residenti: due muoiono, i primi caduti dei futuri tre milioni di morti per la pandemia di coronavirus, mentre il Covid-19 raggiunge con la sua marcia mortale un’altra casa di riposo vicino a Green Spring.

Fase cinque: dopo alcuni giorni il Pentagono inizia a preoccuparsi, ordinando la chiusura di tutte le attività di ricerca batteriologica a Fort Detrick, a metà luglio.

Fase sei: dalla metà di luglio all’inizio di ottobre del 2019 l’epidemia via via si espande sia negli Stati Uniti che all’estero, arrivando sicuramente a Milano e in Lombardia all’inizio di settembre del 2019, come provato dall’Istituto dei Tumori di Milano.

Fase sette: le olimpiadi militari mondiali di Wuhan. A tal proposito l’insospettabile e anticomunista sito intitolato Le Iene ha riportato che «le autorità cinesi hanno più volte sostenuto che l’epidemia sarebbe arrivata a Wuhan con i militari dell’esercito americano che partecipavano alle gare del “World Military Games 2019”, in programma dal 12 al 28 ottobre. Noi ovviamente non lo sappiamo, ma dal periodico delle forze armate americane scopriamo che alcuni militari di Fort Belvoir hanno partecipato a quei Giochi. Tra questi il sergente di prima classe Maatje Benassi e il capitano dell’esercito Justine Stremick, che serve come medico di medicina di emergenza dell’esercito a Fort Belvoir in Virginia. Quindi almeno due atleti dell’ospedale militare situato vicino alle case di riposo dove c’è stata l’epidemia sospetta di luglio sarebbero andati a Wuhan per le olimpiadi di ottobre 2019».

La “fase otto”, che seguì l’inizio di novembre del 2019 e che arriva fino a oggi, risulta purtroppo fin troppo ben conosciuta a livello mondiale…

Le conseguenze della tesi in oggetto dimostrata da numerosi fatti testardi sono fin troppo chiare. Chiediamo innanzitutto all’Organizzazione Mondiale della Sanità, ente dell’ONU che del resto ha già effettuato un’ispezione accurata a Wuhan in Cina verso l’inizio del 2021, di compiere celermente un’analoga e altrettanto approfondita inchiesta anche rispetto a Fort Detrick, all’ospedale militare di Fort Belvoir e alla casa di riposo di Green Spring in Virginia, al fine di far luce finalmente sulla reale origine dell’epidemia di coronavirus a partire dall’estate del 2019. Al mondo serve verità, non menzogne a stelle e strisce.

Può sembrare strano ma anche la precedente e famigerata epidemia di “spagnola”, una gravissima forma di influenza che uccise come minimo cinquanta milioni di persone tra il 1918 e il 1920, non nacque e non si sviluppò certo in Spagna, ma viceversa negli Stati Uniti e in Kansas all’inizio del 1918. Non solo: la cosiddetta epidemia “spagnola” inizialmente venne alla luce e si propagò da una base militare statunitense, anche se quella volta non si trattò di Fort Detrick bensì di Fort Reiley, collocato per l’appunto nel Kansas. Anche in quel caso le menzogne furono molte.

È stato notato, in modo lucido e veritiero, che «ogni epidemia ha la sua infodemia, un alone tossico di panzane e disinformazione. Sentite cosa scriveva il quotidiano americano The Washington Times il 6 ottobre 1918: “Anzitutto bisogna dire che il termine ‘influenza spagnola’ è chiaramente un errore, e che il nome dovrebbe essere ‘influenza tedesca’, perché l’indagine prova che la malattia ha avuto inizio nelle trincee germaniche. Dopodiché ha compiuto un giro dell’intero mondo civilizzato, nel corso del quale è esplosa con particolare virulenza in Spagna, a causa di certe condizioni locali”. Sono i giorni di picco dell’infezione che farà 50, forse 100 milioni di morti in tutto il mondo, un numero cinque o dieci volte superiore alle vittime della Grande Guerra che sta per finire, e l’anonimo articolista ha ragione a dire che la Spagna non c’entra. Ma è altrettanto ingiusto buttare la croce addosso agli odiati crucchi. I primi casi, in primavera, non si sono registrati nelle trincee del Kaiser, ma proprio in America, per l’esattezza a Fort Riley nel Kansas, in un campo militare di quasi centomila metri quadri, dove più di mille reclute sono rimaste contagiate. Da quando, nell’aprile del 1917, gli Stati Uniti sono scesi in guerra, il loro esercito è salito di colpo da 190 mila uomini a più di due milioni. E in maggioranza sono ragazzi alle prime armi, come il soldatino Charlot di Shoulder Arms. Molti di loro vengono da zone rurali dove vivevano in stretto contatto con polli o maiali: niente di più facile che il virus sia arrivato da lì, e che abbia fatto il salto dagli animali all’uomo proprio in qualche fattoria del Kansas. Non influenza spagnola, dunque, e nemmeno tedesca: semmai americana. Ma non contento di dare in pasto al pubblico questa fake news, il Washington Times ne lancia anche un’altra, e ben più colossale: “Che i germi dell’influenza siano stati segretamente disseminati in questo Paese da sommergibili tedeschi è un’accusa difficile da provare, ma i loro attacchi coi gas contro gli equipaggi dei nostri fari e navi-faro sono validi indizi contro di loro”. L’epidemia, insomma, non ha nulla di naturale. All’origine di tutto ci sarebbe un complotto criminale, la guerra biologica ordita dai servizi segreti di Guglielmo II ai danni degli Stati Uniti e dei loro alleati europei. È curioso che a propagare questa bufala sia una testata con lo stesso nome (The Washington Times) di quella che un secolo dopo, allo scoppio del coronavirus Covid-19, ha messo in giro la leggenda del microrganismo ingegnerizzato uscito da un laboratorio militare di Wuhan. Ieri gli elmetti chiodati, oggi gli untori cinesi. Nel 1918 non c’erano Facebook e Whatsapp, e neppure il TgCom24 di Paolo Liguori, pronto a dare per certa la notizia, “confermata da fonte attendibilissima”. In compenso c’era un conflitto mondiale, quel mostruoso mattatoio che abbiamo visto nel film di Sam Mendes, una corsa forsennata all’annientamento reciproco dove tutto sembra ammesso, compreso il cloro per gasare le trincee opposte, ma anche una macchina dell’odio che fabbrica a ciclo continuo le dicerie più assurde, ingigantite dalla cappa di censura sui mezzi di informazione. Un mese prima dell’articolo sul Washington Times era stata un’autorità come il colonnello Philip Doane, responsabile della sezione sanitaria della marina mercantile USA, ad accreditare le tesi cospirazioniste: “Sarebbe molto facile per uno di questi agenti del Kaiser rilasciare germi dell’influenza in un teatro o in qualche altro posto dove si radunano grandi assembramenti di persone. I Tedeschi hanno iniziato le epidemie in Europa, e non c’è motivo per cui debbano essere particolarmente gentili con l’America”». 

A volte la storia si ripete e a una vecchia tragedia se ne aggiunge una nuova, anche se accompagnata da menzogne abbastanza simili a quelle di un secolo fa.”

Da Trump, Fort Detrick e il Covid-19. Il colpevole silenzio degli Stati Uniti sulla vera origine del coronavirus, di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli.

Vae victis

L’Italia e la Germania hanno perso la guerra.
Negli ultimi settant’anni ogni tanto si sono presi la briga di ricordarcelo, ma non hanno potuto calcare troppo la mano altrimenti si sarebbe potuta spezzare la corda.
Ci hanno fatto vivere al di sopra delle nostre possibilità perchè era il modo più intelligente per controllarci e perchè dovevamo fungere da vetrinetta per far schiattare d’invidia i cittadini del Patto di Varsavia e facilitare l’inoculazione di quel sentimento anti-russo che tanto utile sta tornando in questi tempi per tenere lontana l’Europa Occidentale dall’unica possibilità che ha per affrancarsi dal giogo imperiale: un’alleanza strategica con la Russia (il nostro posto nel frattempo è stato preso dai Polacchi, dai Baltici, dai Cechi, che ora vivono nell’illusione che ha caratterizzato i nostri anni più belli).
Caduto il Muro, hanno polverizzato un’intera classe dirigente ambigua (per loro) e fatto avanzare le quinte colonne storiche (Napolitano in primis) e le seconde linee preventivamente indottrinate all’atlantismo, al neoliberismo, al carrierismo (in Germania con la Baerbock addirittura stanno per promuovere le seste linee: ma è gggiovane, è donna, è “green”, cosa si può voler di più dalla vita ? Forse si accorgeranno tra una decina d’anni del calibro che hanno usato per spararsi nelle mutande; del resto noi ancora non l’abbiamo capito).
Nel momento stesso in cui hanno rimosso la minaccia del socialismo reale, hanno iniziato a richiedere indietro, un poco alla volta, tutti i fringe benefit che avevano concesso per rammollire la popolazione, nascondere lo status di Paesi occupati, disinnescare la resistenza e per marcare la differenza con l’Impero del Male (diritti sociali, garanzie costituzionali, standard di vita tra i più alti al mondo) e sono gradualmente passati, modello rana bollita, dal soft power (cit. Joseph Samuel Nye) allo hard power che stiamo vivendo in questi giorni.
Questo cambio di paradigma nei Paesi sotto occupazione mascherata è estremamente pericoloso visto che non può essere indolore e pertanto necessita di provvedimenti da Paese sotto controllo militare: sistemi di sorveglianza di massa, coprifuoco, Stato di polizia, chiusura delle frontiere, check point, pass sul modello dell’ahnenpass nazista, amministrazione controllata dell’economia con particolare riferimento alla libera impresa, normalizzazione dell’autoritarismo a partire dalle scuole, criminalizzazione del dissenso, propaganda sfrenata, promozione sociale dei collaborazionisti, apartheid…
Il passaggio dal soft allo hard power richiede un periodo di transizione, necessario per riprogrammare attraverso la propaganda e la manipolazione occulta le menti dei popoli sotto occupazione e per costruire le infrastrutture necessarie per l’esercizio del governo autoritario.
E questo è esattamente il momento che stiamo vivendo: il Sistema sta velocemente abbandonando la vecchia pelle democratica, ormai troppo stretta e lacerata, e sta consolidando all’aria la nuova, più robusta e adatta a contenere un corpo sociale non ancora pronto per la svolta autoritaria.
Questa è l’ultima occasione che abbiamo, dobbiamo agire mentre sono in muta, è l’unico momento di vulnerabilità del Sistema; una volta cambiata la pelle, inizierà l’epoca della repressione manu militari del dissenso oppure, in caso estremo, la guerra civile.
E’ chiaro che per uscirne non c’è altra via che una guerra di liberazione, prima ce ne rendiamo conto, meglio sarà per tutti.
Bisogna spiegarlo anche ai nostri fratelli oltre le Alpi e oltre cortina sanitaria, perchè una cosa sola è certa, da soli non ne usciremo liberi.
Giorgio Bianchi

L’impero del male al traguardo finale

“Il Forum Economico Mondiale in Event201 auspicava con grande fervore che nella futura pandemia (allora, ottobre 2019, era futura) tutti i media fossero “inondati” dai pareri e dalle concioni degli “esperti del settore privato”. Cioè dai loro dipendenti e/o dirigenti, che a noi vengono presentati solo come virologi, medici, primari di ospedali e simili. Le merci sanitarie oggi hanno un valore e determinano un potere paragonabile a quello del petrolio negli anni cinquanta. Così come il capitalismo del petrolio forgiò una società a sua misura, in cui il consumo di tale prodotto diventò indispensabile in quantità stratosferiche già soltanto per far funzionare i meccanismi della produzione e della vita quotidiana, così il capitalismo sanitario ha forgiato una società della malattia cronica e generalizzata, della medicalizzazione di ogni aspetto della vita umana. E ambedue, attraverso la realizzazione dei loro progetti e profitti, hanno distrutto terre e mari e atmosfera, la società e la salute umana, e persino la nostra cultura e il nostro spirito. Ridotti in molti casi e in questi ultimi tempi, alla stregua dei virus e dei batteri con cui ci terrorizzano, a considerare la mera sopravvivenza fisica come unico scopo e bene supremo della nostra esistenza.

(…) Il capitalismo globale ha tessuto una rete di istituzioni, organizzazioni, associazioni sovranazionali, con l’obiettivo di far passare le sue politiche esautorando governi nazionali, istituzioni locali e, conseguentemente, popoli. Una rete che costituisce un accentramento di poteri di tipo imperiale ma, per la prima volta nella storia dell’umanità, di un impero mondiale. Questo impero è arrivato al punto che, per sopravvivere, deve ingannare e danneggiare tutti i popoli e tutte le classi sociali. Per questo motivo possiamo pensare che sia arrivato al traguardo finale. E lo dimostra il fatto che la salute umana sia diventata, in questa logica, un inconveniente; che la malattia sia diventata il presupposto per i profitti delle finanziarie globali; che per le multinazionali dei farmaci i vaccini o definiti tali siano stati eletti a prodotti di largo, infinito consumo, a costo di doverli imporre per legge.”

Da Il capitalismo sanitario e la miniera d’oro dei vaccini, di Sonia Savioli.

L’abbraccio mortale di scienze e politica

“Non smette mai di sorprendere il modo in cui le scienze naturali, dacché le si è imbracciate per imporre i provvedimenti più radicali mai osati in tempo di pace, stanno fornendo non solo il combustibile del rogo su cui bruciano intere pagine della nostra carta costituzionale, ma anche i loro stessi statuti, le basi cognitive che le rende praticabili. È, quello tra scienze e politica, l’abbraccio reciprocamente mortale di due naufraghi che si avvinghiano, si intralciano e si trascinano insieme negli abissi, come dimostra l’ultimo anno trascorso nel segno della «crisi pandemica».

Consideriamo le chiusure, i coprifuoco e le restrizioni. Ne è valsa la pena? Ci stanno proteggendo dai danni della nuova malattia? Non potendosi fare una contro-osservazione in laboratorio sarebbe impossibile dare una risposta apodittica, ma è onesto riconoscere che le prove analogiche accumulatesi dall’esordio dell’emergenza sono molto lontane dal promuoverli in modo statisticamente solido. Sui mezzi di informazione si è parlato del paradosso svedese, di praticare un lockdown leggero senza perciò patire conseguenze peggiori di altri Paesi che hanno chiuso con più rigore. Ma senza piluccare nei casi particolari, la generale assenza di correlazioni significative tra intensità delle restrizioni e impatto clinico della malattia non è un segreto: ribadita fin dall’inizio da numerosi studi (qui l’ultimo in ordine di tempo), è approdata anche in televisione. È toccato pochi giorni fa al giornalista Federico Rampini rivelare in prima serata che «quei Paesi che sono praticamente usciti indenni, con dei numeri della mortalità microscopici, non hanno usato lockdown a tappeto». Lo stesso dato è accessibile a chiunque incollasse su un foglio elettronico i numeri sulla pandemia nel mondo diffusi quotidianamente dall’Università di Oxford. L’ho fatto anch’io nel mio piccolo e ho scoperto che la correlazione tra la severità media dei lockdown e i decessi totali attribuiti al SARS-Cov-2 per milione di abitanti è addirittura positiva (cioè all’aumentare dell’una aumentano i secondi), anche se in modo scarsamente significativo (R2 = 3%).

Pur con ogni eccezione e cautela, come si può continuare a subordinare con certezza redditi, sussistenza e benessere a nessi di questa qualità? Quale consolatio scientiae si può rivolgere ai ristoratori senza clienti, agli albergatori senza lavoro e agli adolescenti reclusi, a quali dure leggi naturali dovrebbero rassegnarsi i nostri lavoratori della neve costretti alla disoccupazione mentre, pochi chilometri più a nord, i loro colleghi svizzeri facevano correre gli skilift pur contando quest’anno meno della metà dei nostri decessi attribuiti SARS-Cov-2 (377 vs 804 su milione di abitanti)? Che cosa sono allora questi sacrifici se non scongiuri o fioretti pasquali, digiuni propiziatori fatti con la pancia degli altri? È questa la società che ascolta solo il nudo verbo della scienza?

Ora però qualcuno alza voce e dice: basta con le chiusure, avanti con le vaccinazioni, perché non c’è altro modo di «venirne fuori». Ma la musica non cambia. Come già i chiusuristi, anche i vaccinisti comprimono la complessità e le incognite del nuovo scenario in una manciata di slogan che tutti devono ripetere. Bisogna perciò parlar piano quando si ricorda che i nuovi farmaci sono soggetti a un’autorizzazione condizionata (conditional marketing authorisation) che ne consente l’uso pur mancando al regolatore tutti i dati necessari alla loro piena valutazione. E che nelle more di questi studi si è sinora stabilito che possono sì scongiurare gli esiti gravi della malattia, ma «gli studi per stabilire se le persone vaccinate, infettate in modo asintomatico, possano contagiare altre persone sono in corso», sicché «le persone vaccinate e quelle che sono in contatto con loro devono continuare ad adottare le misure di protezione anti COVID-19» (dalle FAQ Aifa). Nel frattempo si indaga anche sulla durata dell’immunizzazione, sull’efficacia protettiva verso le mutazioni del patogeno, sull’eventuale ruolo della profilassi nello sviluppo di nuove varianti per pressione selettiva, sul perché «aumentano i casi di operatori sanitari vaccinati che si ricontagiano», anche in modo sintomatico, sulla frequenza e le caratteristiche degli effetti collaterali non rilevati dai primi studi, sull’opportunità di ripetere le somministrazioni e altro.

Globalmente, i dati sugli effetti della campagna di immunizzazione in corso non possono dirsi conclusivi. Se è vero che in Inghilterra e Israele, dove più della metà della popolazione ha già ricevuto almeno una dose di vaccino, i decessi giornalieri sono crollati dalla fine di gennaio ad oggi, dinamiche simili si osservano però anche in Albania con lo 0,2% di vaccinati, o in Sud Africa con lo 0,6%. Altri Paesi come Giappone (2,2%), Thailandia (1,6%) e Taiwan (0,14%) hanno registrato fin dall’inizio dell’anno tassi di mortalità da SARS-Cov-2 uguali o inferiori a quelli raggiunti da inglesi e israeliani, pur con coperture vaccinali prossime allo zero. All’opposto, alcune delle nazioni più vaccinate hanno invece visto crescere in modo preoccupante i decessi, come ad esempio il Cile (43%), l’Uruguay (35%) e l’Ungheria (43%), che è anche il Paese oggi più colpito dalle morti associate alla malattia. Estendendo l’analisi, non si riscontra fino a questo momento una correlazione significativa tra i tassi di vaccinazione e i decessi attribuiti a livello globale.”

Superior stabat lupus, de Il Pedante continua qui.

Insieme contro il regime terapeutico

La video documentazione della “due giorni” di convegno svoltosi alla presenza di Giorgio Bianchi, Antonello Cresti, Francesco Toscano, Manlio Dinucci, Riccardo Paccosi ed altri illustri ospiti, di fronte ad un pubblico nutrito e partecipe.

Covida Loca

Covida Loca è l’ultimo trip di MancHego e i suoi amici. Covida Loca è il progetto per un’irriverente WebSerie (tragi)comica che intende ribaltare il vostro concetto di normalità anche più di quanto sia stato ribaltato nell’ultimo anno. Quella del coraggioso eroe del distanziamento è la prima di 10 storie incredibili e paradossali come il tempo che viviamo. Con Covida Loca apriremo squarci video di “surreale vita c*Vidiana” in cui lo spettatore si potrà specchiare per come sta cambiando. Per far riflettere e far, soprattutto, tornare un pizzico di allegria. Perché tornare a sorridere è una cosa che manca tanto. Perché sorridere è un atto rivoluzionario, se le bocche sono prigioniere.

Se ti è piaciuto questo episodio aiutaci a produrre gli altri (molto più esplosivi) episodi della serie. Il primo episodio interpretato da Riccardo Paccosi​ e Laura Spimpolo inaugura una raccolta fondi con l’intento di produrre dal basso una serie che sovverta la significazione mediatica che permea il reale in cui siamo immersi, ribaltandola e, così facendo, ridicolizzandola. Perché siamo convinti che è solo ridendo di noi stessi che possiamo per un attimo tornare a ragionare. E’ solo con l’ironia che possiamo trovare logica. E’ solo contro-narrando questo periodo che parteciperemo al risveglio.

DONATE QUANTO VOLETE, DONATE QUANTO POTETE, ANCHE POCO. Se, come noi, pensate che in un momento socialmente e psicologicamente drammatico sia salvifico tornare a ridere di nuovo.. Se, come noi, siete convinti che l’unico modo per esorcizzare gli spettri dalla nostra nuova realtà, sia quello di una risata, non limitatevi a donare. CONDIVIDETELO coi vostri amici, nelle vostre pagine preferite, nei vostri siti di riferimento, con chiunque pensiate possa essere abbastanza pazzo da aiutarci a produrlo!! Covida Loca è un grande trip ma soprattutto una grande utopia. AIUTATECI A FARE DIVENTARE QUESTO SOGNO DI LIBERTA’, una splendida REALTA’.

Segui Covida Loca su donmanchego.it

Epidemie e controllo sociale

Con la crisi pandemica è nato un nuovo dispositivo di controllo sociale e bio-politico che si può definire la colpevolizzazione del cittadino. Un epilogo che certo non dispiace alla classe dirigente del Paese, che avrà la possibilità di nascondere, dietro lo stereotipo dell’italiano indisciplinato – peraltro falsificato, una volta tanto, da ogni statistica – quella catena di errori, ritardi, leggerezze, mancanze e forzature della Costituzione, che prima hanno mandato la situazione fuori controllo nelle regioni del Nord, e poi costretto decine di milioni di persone agli arresti domiciliari. Una narrazione che ha fatto comodo ai media e agli organi di informazione, che da un lato hanno costruito la favola del modello italiano, e dall’altro hanno aperto la stagione della caccia all’uomo, con una retorica di colpevolizzazione dei comportamenti più innocui, che ha distolto l’attenzione da cose ben più serie.

Quello che il ciclo epidemico rischia di lasciarci in eredità, insieme al costo umano e al danno economico, è la rottura del contratto sociale su cui si fonda la convivenza: e le conseguenze della crisi sulla vita civile del Paese, se non si riconducono gli eventi alle proporzioni corrette, potrebbero essere perfino più gravi della spaventosa recessione economica in corso.

Il complottista

“Appiccicare l’etichetta di complottista a qualcuno serve, più che altro, a evitare un confronto: “sei solo un complottista” diventa una frase magica che annulla la possibilità di interlocuzione del destinatario.”

“La scienza o è complottista o è qualcosa di diverso dalla scienza.”

“Spesso glossato come “paranoico”, il complottista ha in realtà in sé la vocazione anti-seriale a voler vagliare le informazioni, e questo si mostra tanto più vero in questi mesi nei quali la pandemia è, a ben guardare, soprattutto una pandeMedia: lo è in quanto una crisi, per sua natura complessa, può diventare un’isteria collettiva attraverso una semplificazione narrativa sistemica. Il complottista diffida proprio di questo: egli diffida della narrativa sistemica.”

“Il complottista sceglie di continuo di non sentirsi suddito di un’ideologia autoritaria dominante e di farsi portavoce di un colpevole dissenso. Il complottista, insomma, è il più feroce nemico del negazionismo autoritario.”

Brani liberamente tratti da…

Prigionieri della caverna mediatica

Da più di un anno la popolazione occidentale è costretta a vivere sotto ad un regime autoritario che sfrutta la pandemia per abolire i diritti umani più elementari, impoverire le masse per asservirle ulteriormente, concentrare il potere politico-finanziario in circoli sempre più ristretti per sostenere il costo di un’escalation del conflitto con Cina e Russia.
L’asservimento dei media è pressoché totale, chiunque osi mettere in discussione la loro narrazione viene imbavagliato o messo alla gogna. I cittadini europei devono restare prigionieri nella caverna platonica mediatica che ormai ha sostituito la loro esperienza della realtà.
In un rovesciamento che ha tutte le caratteristiche di una proiezione, Cina e Russia vengono dipinti come Paesi autoritari che violano i diritti umani, quando in Europa i diritti costituzionali sono stati di fatto aboliti con la scusa della pandemia. Quello che i cittadini europei non devono sapere è che la vita in Cina e Russia (come in gran parte del mondo) è tornata alla normalità da mesi, e non certo a causa dei vaccini, visto che solo una percentuale minima della popolazione è stata vaccinata. Mentre i democratici nostrani si riempiono la bocca di libertà, democrazia e diritti umani, questi stessi “valori” sono calpestati quotidianamente in Europa.

Laura Ruggeri

L’uscita da questa situazione non sarà indolore


Molti ingenui attendono l’arrivo del vaccino pur di uscire da questa situazione, illudendosi che questo comporti la fine di tutto quello che da un anno stiamo vivendo.
Ora, io ho subito l’esperienza del racket e ho sempre rifiutato massicciamente di pagare. Ne ho subito gravi conseguenze, mi hanno incendiato due automobili, mi hanno tagliato i cavi della fibra ottica su cui si reggevano i server del mio lavoro, arrivai a subire danni attorno ai 30.000 euro e conseguenze di non poco conto che si riverberarono anche sulla mia famiglia. Si può dire che mia madre si sia ammalata proprio per colpa di quello stress. Per non parlare di chi, attorno a me, mi dava del pazzo perché rifiutavo di pagare. Per anni ho girato con una pistola in tasca, timoroso che da un momento all’altro qualcuno mi venisse incontro e mi sparasse, ben consapevole che se questo fosse accaduto, manco la pistola mi sarebbe servita.
Ne sono uscito in una maniera che qui in pubblico non posso scrivere, per varie ragioni.
Perché ho tenuto dritta la barra? Non perché io sia un cuor di leone ma perché se si paga il prepotente, questi si sente autorizzato ad alzare il prezzo.
Noi tutti dobbiamo convincerci che l’uscita da questa situazione non sarà indolore e soprattutto non potrà avvenire rispettando le regole dell’attuale democrazia perché sono proprio queste regole ad aver consentito questa situazione.
Poi non capisco, volete l’autorizzazione a vaccinarvi da me? Ma vaccinatevi! Chi vi trattiene. Siete sicuri che una volta vaccinati, poi non alzeranno il prezzo?
Queste sono cose che ho già visto e che mi hanno insegnato, una volta e per tutte, che quando qualcuno ci minaccia, mostrare debolezza è il modo migliore non per rabbonirlo ma al contrario incattivirlo.
Di fronte ai prepotenti esiste un unico atteggiamento: un fermo e deciso no, anche a costo di rischiare la vita.
Chi di fronte al prepotente sceglie la strada di piegarsi, illudendosi che tra il disonore e la guerra si possa scegliere, scegliendo il disonore avrà lo stesso la guerra.
E’ questo quello che nessuno ha ancora capito di tutta questa storia.
Voi vi illudete che una volta vaccinati finirà tutto? Siete dei poveri fessi. Il vaccino sarà la resa che li ecciterà ancora di più e li convincerà che ci potranno fare cose ancora peggiori.
Io non dico no al vaccino perché sono un irresponsabile o un antivaccinista. Ma perché non ho nessuna fiducia in questa classe politica. Perché in primo luogo non mi fido di ciò che c’è nel vaccino e in secondo luogo so che non finirà qui la faccenda.
E la fiducia nella popolazione, in una democrazia, non si conquista col ricatto, con la violenza ma con la forza della persuasione, la cui radice etimologica è, non a caso, derivante da “soave”. Perché è con la pazienza, la calma, la dolcezza che si convincono le persone, non intimorendole, facendo valere il proprio potere.
Questo se voi ambite ad una civiltà in cui valgano le regole democratiche e non la violenza.
Fidatevi di uno che i prepotenti li ha conosciuti. E fidatevi anche del fatto che quelli che ci governano sono molto peggiori dei prepotenti che mi hanno reso la vita impossibile per anni.
Non esistono sottili strategie politiche, non esistono piani elaborati che farebbero pensare a strappi futuri.
Questa è gente che deve andarsene via, a calci, dalle istituzioni, che va arrestata e processata in massa come a Norimberga.
PUNTO E BASTA.
Franco Marino

Continente eurasiatico

La presentazione del nuovo libro di Marco Pondrelli, con prefazione dell’ambasciatore Alberto Bradanini, sull’attualità dell’emergente multipolarismo geopolitico, le prospettive di integrazione eurasiatica ed i tentativi di “contenimento” da parte dell’Occidente americanocentrico tramite i dispositivi militari, mediatici e d’intelligence atlantici.

Niente è come sembra

Questo libro propone una diversa versione della storia recente, la stessa che Julian Assange voleva che fosse esposta e per la quale sta pagando un caro prezzo.
Leggendolo, scoprirete che “niente è come sembra”. Che il “cattivo” non è tanto cattivo. Che il “buono” non è poi tanto buono. E che la storia non può essere raccontata in bianco e nero. Perché raccontata così, è soltanto una bugia.
Ma soprattutto scoprirete che la manipolazione dell’informazione è capillare al punto da farvi digerire la legittimità di una repressione diretta non più verso colui che commette un crimine, ma verso colui che lo denuncia.
La lotta di Assange non è solo una lotta per contrapporre la verità alla bugia e la trasparenza alla segretezza. E nemmeno solo una battaglia per la libertà di stampa e di espressione. La sua è una lotta per la sopravvivenza della stessa democrazia. È quindi una lotta per tutti noi.

Da Maidan a Myanmar

La spettacolarizzazione delle rivoluzioni colorate

Perché il saluto a tre dita è stato adottato da schiere di manifestanti, dalla Tailandia a Myanmar? Perché i rivoltosi di Hong Kong portavano con sé archi e frecce come parte del loro arsenale e dichiaravano “Se noi bruciamo, voi bruciate con noi”? E perché ancora lo slogan “Hunger Games* dal 1994. Morte al regime” apparve sugli striscioni in Bielorussia?
Per rispondere a queste domande, occorre considerare il modo in cui le rivoluzioni colorate e l’industria dei media creano spirali che si alimentano a vicenda in un contesto di imperialismo culturale, quella sistematica disseminazione di prodotti culturali, valori e comportamenti conformi agli interessi del centro egemonico. È anche utile considerare come il reiterare particolari narrazioni a livello inter-mediatico contribuisca indirettamente alla formazione dell’identità sociale e politica dei soggetti coinvolti.
Quando una rivoluzione colorata fu istigata in Ucraina alla fine del 2013, i mezzi di comunicazione occidentali evidenziarono da subito le analogie fra le rivolte di Kiev e la ribellione contro la tirannide che era al centro di un film che aveva battuto i record d’incasso l’anno precedente. Con la fusione retorica tra le proteste di piazza Maidan e Hunger Games, un franchise cinematografico di Hollywood, i media crearono un ibrido facilmente commerciabile, l’ “Ukraine-ger Games” – per una parte fatti, per due parti fiction – che poi si sarebbe rivelato modello estremamente utile per la promozione globale di successive rivoluzioni colorate.
Poiché le strategie di marketing ruotano attorno alla montatura pubblicitaria, creare il clamore necessario richiedeva una precisa pianificazione comunicativa soprattutto online, attraverso l’utilizzo di canali di informazione già consolidati e la creazione di nuovi, l’aumento di visibilità sui social media grazie al reclutamento di influencer, blogger, opinion leader e dulcis in fundo, celebrità.
Siccome prendere parte a un cambio di regime finanziato dall’estero non è eroico come difendere libertà, giustizia e democrazia, questi concetti di solito vengono evocati per mobilitare le masse: privati di qualsiasi connotazione ideologica potenzialmente divisiva (le rivoluzioni colorate sono interclassiste per definizione), questi ideali rimangono aperti ad ogni interpretazione e possono così stimolare l’immaginario politico. Se gli ideali astratti da soli non si traducono in un movimento di massa, l’industria dei media può facilmente reclutare personaggi ‘cool’ come modelli di comportamento: ed ecco che la pop star ucraina Ruslana Lyzhychko, vistosamente in prima linea durante le proteste, viene paragonata da Newsweek all’eroina Katniss Everdeen di Hunger Games. Grazie a una vaga somiglianza con l’attrice protagonista del film, risultava perfetta per la parte di icona rivoluzionaria.
Chiunque può recitare un ruolo negli “Ukraine-ger Games” e ottenere riconoscimento mediatico, sia esso migliaia di “likes” e followers sui social oppure un’intervista sulla CNN. Nessuna precedente esperienza politica è richiesta: la trilogia cinematografica fornisce un repertorio di tematiche visuali e di battute da copione tanto ricco da essere facilmente convertito in materiale propagandistico: “L’Ucraina è il tredicesimo Distretto nel Centro Europa. Faccio a voi un appello: Ribellatevi!! Richiedete subito sanzioni per l’Ucraina!”. Il riferimento al tredicesimo distretto della fiction non passa inosservato al pubblico giovanile sia nel proprio Paese che all’estero, poiché tutti consumano la stessa cultura pop globale che ne colonizza l’immaginario.
Nel 2014 questo format di successo fece la sua comparsa in Tailandia e a Hong Kong, dove i manifestanti adottarono il saluto a tre dita assieme a cartelli e slogan in Inglese per attrarre l’interesse di un pubblico mondiale. Sebbene questo saluto risalga ai tempi della Rivoluzione Francese, coloro che cominciarono a usarlo a Hong Kong, Bangkok e Yangon lo conoscevano soltanto come il saluto di Hunger Games.
Il Movimento degli Ombrelli si affievolì ma quando una seconda rivoluzione colorata fu tentata nel 2019 il franchise cinematografico di Hollywood diventò nuovamente fonte d’ispirazione. I rivoltosi di Hong Kong scandivano lo slogan “laam chau”, traduzione in cantonese della battuta “Se noi bruciamo, voi bruciate con noi”, usavano arco e frecce, l’arma tipica dell’eroina del film, costruivano enormi falò, incendiavano edifici e veicoli, lanciavano centinaia di bombe molotov, davano fuoco alle persone. Queste azioni, piuttosto che attirare condanne, venivano glorificate dai corrispondenti esteri soddisfatti che i contestatori esprimessero “la Katniss che era in loro”. I fotogiornalisti sceneggiarono, inquadrarono ad arte e manipolarono digitalmente le immagini con effetti luce drammatici per alimentare l’identificazione emotiva con i ribelli, al punto che diventava impossibile stabilire se le foto fossero state fatte su un set cinematografico oppure durante una rivolta. Una tale spettacolarizzazione delle proteste dovrebbe far sorgere delle domande di carattere etico sul fotogiornalismo contemporaneo ma ciò è improbabile che accada quando coloro che commissionano e ricompensano questo lavoro sono gli stessi che hanno il compito di promuovere le rivoluzioni colorate.
Nel momento in cui le proteste sono viste dai partecipanti come modo per ottenere un riconoscimento globale, assistiamo all’erosione del confine fra il Sé e il suo riflesso, con le tragiche conseguenze di produrre narcisismo, alienazione e perdita d’identità. Quando i manifestanti di Hong Kong orgogliosamente sostengono ”Noi non siamo Cinesi” vediamo una conferma di questa alienazione. E quando Joshua Wong, il ragazzo copertina di questa farlocca “Rivoluzione dei Nostri Tempi”, dichiara “essere famoso è parte del mio lavoro” nella biografia romanzata di Netflix, Joshua: Teenager vs. Superpower, dovremmo prestare attenzione perché le sue parole rivelano non soltanto un‘eccessiva considerazione di sé, tipica del carattere narcisistico, ma anche una particolare soggettività politica che si nutre di fama mediatica.
Servendosi di ghostwriter per i suoi libri, recitando se stesso in documentari finanziati dagli Stati Uniti, apparendo sulle copertine di riviste straniere, pronunciando slogan banali, non sorprende che Joshua Wong abbia potuto raggiungere fama mondiale. Ma così facendo involontariamente dimostra quanto il suo attivismo politico abbia in comune con lo show business e quanto quest’ultimo venga ormai utilizzato come un’arma.
Laura Ruggeri

*Hunger Games è un film del 2012 basato su una storia ambientata in un futuro distopico post apocalittico

(Fonte – traduzione a cura della redazione)

Inventori di malattie

Quando il servizio radio-televisivo pubblico faceva ancora il proprio mestiere…
Relativamente a Silvestro Montanaro, autore del video, precocemente scomparso nel 2020, si legga questo ricordo.
L’archivio delle sue inchieste è qui.

Ricchi e buoni?

“Perché l’élite dell’1% del pianeta, la classe più predatoria della storia umana, è anche la più socialmente impegnata a sostenere cause nobili come salute, educazione, lotta alla fame, con la scusa di cambiare il mondo? Che cosa si nasconde dietro la rinascita della filantropia a vocazione globale? L’impegno sempre più pervasivo dei filantropi è davvero la soluzione alle sfide della contemporaneità o non è piuttosto un ambiguo e problematico effetto delle disuguaglianze strutturali che rendono la nostra epoca la più ingiusta di tutti i tempi? E che cosa è il «filantrocapitalismo», la versione più sofisticata della filantropia che da due decenni domina la scena internazionale e che si consolida oggi nel tempo di Covid19?
Sono queste, e molte altre, le domande che la giornalista Nicoletta Dentico, esperta di salute globale e cooperazione internazionale, affronta nel suo formidabile saggio-inchiesta Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo (Editrice Missionaria Italiana, pp. 288, euro 20, già in libreria). Si tratta del primo libro in Italia dedicato al tema del filantrocapitalismo, un’abile strategia inaugurata all’inizio del nuovo millennio da una ristretta classe di vincitori sulla scena della globalizzazione economica e finanziaria. Grazie alle donazioni erogate tramite le loro fondazioni in nome della lotta alla povertà questi imprenditori, nuovi salvatori bianchi, hanno cominciato a esercitare un’influenza sempre più incontrollata sui meccanismi di governo del mondo e sulle loro istituzioni, modificandole profondamente. Il tutto, in un intreccio di soldi, potere e alleanze con il settore del business che i governi non sanno più arginare né possono più controllare. Anzi, sono i leader del mondo politico ad accogliere i ricchi filantropi a braccia aperte, ormai, senza più fare domande.”

(Fonte)

Nicoletta Dentico, giornalista, è esperta di cooperazione internazionale e salute globale. Dopo una lunga esperienza con Mani Tese, ha coordinato in Italia la Campagna per la messa al bando delle mine vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 1997, e diretto in Italia Medici Senza Frontiere (MSF) – premio Nobel per la Pace nel 1999 – con un ruolo di primo piano nel lancio e promozione della Campagna internazionale per l’Accesso ai Farmaci Essenziali.
Co-fondatrice dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (OISG), ha lavorato a Ginevra per Drugs for Neglected Diseases Initiative (DNDI) e poi per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Più di recente è stata per alcuni anni responsabile della sezione internazionale della Fondazione Lelio Basso. Dal 2013 al 2019 è stata consigliera di amministrazione di Banca Popolare Etica e vicepresidente della Fondazione Finanza Etica. Dalla fine del 2019 dirige il programma di salute globale di Society for International Development (SID).

Il senso politico ultimo della pandemia


All’incirca dal mese di novembre, sto scrivendo ripetutamente che il senso politico ultimo della pandemia si è ormai palesato, ch’è visibile a chiunque tranne alla massa di zombie assoggettati alla narrazione dominante.
La pandemia, ho scritto a più riprese, è il terreno su cui si sta giocando la partita dell’ingresso diretto delle multinazionali nella governance tanto globale quanto delle singole nazioni.
Non più influenza e potere d’indirizzo come nei decenni scorsi, ma diretta funzione amministrativa e normativa della sfera pubblica. Tutto questo è ravvisabile nelle trattative in corso fra Stati-nazione e corporation intorno ai vaccini, intorno al tracciamento biometrico, intorno ai social media.
Ed è riscontrabile, altresì e nella formulazione più esplicita possibile, in saggi teorico-strategici quali COVID 19 – The Great Reset di Klaus Schwab.
E questo – ho scritto sempre in questi mesi – è infine il motivo per cui le corporation, fin dall’inizio dell’emergenza ovvero da quasi un anno, stanno ripetendo in maniera martellante, tramite i loro opinion leader e tramite spot pubblicitari, che “non si tornerà più al mondo di prima”, ovvero che il distanziamento sociale rimarrà per sempre.
Infatti, tutte le trattative economico-normative fra governi nazionali e aziende multinazionali volte a far sì che le seconde possano amministrare la società attraverso i propri strumenti tecnologici, sono ancora aperte. Un’eventuale soluzione sanitaria dall’emergenza, manderebbe all’aria tutto.
La necessità di portare avanti la strategia d’ingresso diretto delle corporation nella governance della società, fa dunque sì che l’emergenza debba essere permanente. Questo obiettivo viene perseguito dalle èlite economiche attraverso tre strumenti:
a) attraverso il possesso dei media tradizionali, tutti allineati a costruire una narrazione altamente allarmistica, volta a minimizzare i costi sociali ed economici dei lockdown, impegnata nella criminalizzazione di ogni pensiero dissenziente bollato come “negazionismo”;
b) attraverso il possesso dei social media, volti a tenere sotto controllo e quando è il caso reprimere le posizioni avverse;
c) attraverso la casta dei tele-virologi, ovvero figure tecniche che, facendo da consulenti dei governi e avendo garantita una presenza onnipervasiva sui media, svolgono intermediazione a favore delle corporation e stimolano l’opinione pubblica ad accettare la prospettiva del distanziamento permanente.
Partecipando al World Economic Forum – una partecipazione peraltro anomala e il cui senso politico andrebbe quindi decifrato – Vladimir Putin ha esposto una lettura pressoché identica a quella sopra esposta.
“Ci sono alcuni giganti economici che sono già, de facto, in competizione con gli Stati. Dov’è il confine tra un business globale di successo, servizi richiesti e consolidamento dei big data – e tentativi di governare la società in modo aspro e unilaterale, sostituire istituzioni democratiche legittime, limitare il diritto naturale delle persone di decidere da soli come vivere, cosa scegliere? quale posizione esprimere liberamente?”
Oltre a mettere a fuoco il problema delle multinazionali, Putin ha altresì tracciato un quadro allarmante sostenendo di “sperare che una guerra mondiale non sia possibile in linea di principio” ma che i rischi di uso unilaterale della forza militare sono in aumento e che sussiste dunque il rischio di “un collasso dello sviluppo globale che potrebbe sfociare in una guerra di tutti contro tutti.”
Il discorso di Putin non esprime una prospettiva contro la globalizzazione in quanto tale o anti-liberista bensì manifesta, esattamente come nel caso di Trump, una visione politica che vorrebbe far ancora coesistere paradigma neoliberale e sovranità nazionali.
Il punto è che questa coesistenza, oggi, è probabilmente impossibile.
Per questo, a mio parere, figure come Trump o Putin possono essere ascoltate con interesse in quanto forze ostacolanti e rallentanti determinati processi del capitalismo globalista, ma non essere viste – come spesso accade – come i latori di un’autentica prospettiva di alternativa sociale e sistemica.
Ad ogni modo, un discorso così apertamente contrapposto alla narrazione dominante nei Paesi occidentali, fa inevitabilmente tornare alla memoria un’altra esternazione del presidente russo, ovvero quella pronunciata in occasione del Forum di Valdai nel settembre 2013. In quel contesto, infatti, Putin delineò una visione alternativa ai capisaldi del liberalismo occidentale quali multiculturalismo e superamento degli Stati-nazione.
Pochi mesi dopo quel discorso, gli Stati Uniti e l’Unione Europea promossero la sommossa anti-russa in Ucraina capeggiata dalle formazioni neonaziste e incrementarono i finanziamenti al terrorismo jihadista in Siria, facendo così tornare il mondo alla Guerra Fredda e al riarmo nucleare.
Pertanto, senza bisogno di pensare a una relazione diretta causa-effetto col discorso di Davos, è lecito supporre che, analogamente a quanto accaduto nel 2014, nei prossimi mesi vedremo incrementarsi la campagna dei media occidentali a favore del fascista xenofobo e antisemita Navalny e, soprattutto, assisteremo al preoccupante spettacolo delle fiamme della guerra in Siria che tornano a divampare.
Contrastare in tutti i modi la propaganda anti-russa dei governi e dei media occidentali, dunque, non implica considerare Putin e il sistema di governo russo come un modello da seguire (come invece pensano i cerebrolesi della sinistra o, per ragioni opposte, i rossobruni affascinati dall’autoritarismo).
Significa, invece, comprendere che le stesse èlite che vogliono sottomettere la nuda vita alla tecnologia e gettare fuori dal mercato del lavoro un terzo della popolazione, sono le stesse che vogliono incendiare il mondo con la guerra.
Il campo atlantista occidentale – e soprattutto la parte ideologicamente progressista di quest’ultimo – rappresenta la più grande minaccia per l’umanità dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
E spetta ai popoli che ci vivono – oggi tenuti reclusi e privati dei loro diritti costituzionali – il compito di abbatterlo.
Riccardo Paccosi

Lode alla crisi

“Occorre impedire che l’umanità imbocchi questa strada, bisogna combattere l’ideologia dell’élite mondialista. Occorre farlo con ogni mezzo, occorre farlo sin da ora. Anzitutto smascherando il grande inganno della “pandemia”, contrastando l’uso biopolitico autoritario che ne viene fatto, quindi opponendo un’opposta visione della società e del mondo. Perderemmo la partita se spingessimo il nostro tecno-pessimismo fino ad abbracciare un’idea di società arcadica e agreste — equivarrebbe ad auto-esiliarci nella riserva indiana che lorsignori hanno già immaginato per quelli come noi. Non si può opporre un’utopia ad una distopia, nostalgie passatiste alla progressistica furia del dileguare.
Accettare davvero la sfida significa concepire un’idea opposta di progresso, in cui la scienza sia spodestata dal suo piedistallo e considerata una delle forme del sapere nient’affatto quella suprema, in cui la tecnica sia un mezzo per l’uomo e non viceversa, in cui le forze economiche siano sottoposte a controllo sociale. Infine, contro ogni irenismo, dobbiamo ribadire che il conflitto e la lotta sono la vera forza motrice della storia, che l’umano spirito di libertà, in ultima istanza, sempre prevarrà rispetto a quello della sottomissione e della servile obbedienza.
Occorre darsi una mossa poiché siamo molto indietro per quanto attiene ad un progetto fattibile di un’alternativa di società. Per questo occorre fare come Pollicino: dobbiamo rubare gli stivali all’orco per procedere spediti in una diversa direzione.
Occorre farlo ora che l’umanità è posta innanzi ad un bivio. Siamo appena entrati uno di quei passaggi storici in cui la bonaccia lascia il posto alla tempesta, alle porte di una rottura e di un brusco salto che deciderà del futuro della civiltà. L’élite ha drammatizzato la “pandemia” ed è riuscita così a trasformarla nell’evento scioccante per giustificare il salto sistemico. Invece di cadere preda dello sconforto, occorre avere l’audacia di utilizzare lo shock per utilizzarne la forza di spinta.
Lode dunque alle crisi! come sostenne Jakob Burckhardt:
«La crisi deve essere considerata come un nuovo nodo dello sviluppo […] Energie insospettate si risvegliano negli individui, nelle masse, e perfino il cielo ha un altro colore. Chi è qualcosa può farsi valere, perché le barriere sono state o vengono infrante».
Le vecchie barriere stanno in effetti cadendo. Sta a noi mostrare se siamo qualcosa, pensare e agire per farci valere.”

Da La sfida dell’avvenire, di Moreno Pasquinelli.

Il contro-discorso di fine 2020 di Roberto Quaglia

F-A-V-O-L-O-S-O

Cultura e Covideologia: la necessità di una contro-narrazione

A fianco delle misure sanitarie e di distanziamento sociale, stiamo assistendo allo sviluppo di una narrazione ideologica intorno all’emergenza Covid-19, che utilizza i linguaggi artistico-culturali. Grandi aziende come Coca-Cola, Amazon o Lavazza, infatti, stanno producendo spot finalizzati a promuovere non già il proprio prodotto, bensì un nuovo stile di vita conseguente all’emergenza pandemica. Il tratto comune a questi spot, è l’enunciazione del fatto che il distanziamento sociale sia destinato a rimanere per sempre e che il nuovo stile di vita che ne deriverà sia da abbracciare con entusiasmo. È singolare assistere all’allineamento della stragrande maggioranza degli artisti alla narrazione dominante, soprattutto se si considera il fatto che le arti sono, dal punto di vista professionale e occupazionale, uno dei settori maggiormente colpiti dalle norme di distanziamento.
In quest’incontro due operatori del settore teatrale e musicale, Riccardo Paccosi (attore e regista) ed Antonello Cresti (saggista e musicologo), analizzano come stiano funzionando le strategie culturali delle covideologia, quale funzione strategica ricoprano i linguaggi culturali nel nuovo ordine sociale che si sta creando, in che modo si possa costituire un fronte autonomo dell’ambito artistico-culturale, che sia in grado di mettere in campo una contro-narrazione.