Cambiare strategia, subito!

La drammaticità della situazione italiana richiede un cambio di rotta drastico nella strategia di contrasto del coronavirus

In questa drammatica evenienza non c’è stato praticamente modo di esprimere opinioni diverse da quelle espresse a suon di decreti dal Governo e dagli interventi dei virologi che hanno invaso tutto quel che era possibile invadere manifestando una unanimità di pareri tale da risultare inquietante. In questa unanimità ha operato sia una autocensura a livello individuale, per cui chi aveva un’opinione diversa ha tutto sommato preferito tenersela per sé per paura di essere attaccato e isolato dalla comunità scientifica, sia una censura a livello di giornali e televisione che non hanno lasciato alcuno spazio a posizioni di dissenso.
Paradossale situazione sia perché posizioni di dissenso mai come in questo frangente erano e sono lecite, e perfino ovvie, sia perché l’espressione di esso avrebbe fornito indicazioni che sarebbero potute tornare utili. Perché, c’è poco da girarci attorno, la linea che è stata sin qui seguita dal Governo, in accordo con le autorità di sanitarie e pressoché al gran completo la comunità degli “esperti” (virologi, biologi, medici e via e via), ha portato ai risultati che sono di gran lunga i peggiori del mondo e che metteranno capo a non meno di 60 mila morti a epidemia conclusa.
Il punto di fondo che viene regolarmente ignorato da tutti, autorità ed esperti, è il rapporto tra guariti e deceduti. Al 27 marzo di 86.498 contagiati i guariti erano solo 10.950, i morti 9.134: pochissimi i guariti e moltissimi i morti. Infatti di quanti sono fin ora usciti dallo stato di contagiosità il 45,5 per cento è deceduto, mentre il 54,5 per cento è guarito; con queste proporzioni, che non mostrano di modificarsi nel tempo, dei 66.414 contagiati in essere al 27 marzo ne moriranno altri 30 mila che, aggiunti ai già deceduti, porteranno il totale a quasi 40 mila. Ma l’epidemia continua a un ritmo ch’è perfino aumentato e che del tutto verosimilmente porterà ad almeno altri 50.000 contagiati e, dunque, ad altri 23.000 morti che faranno salire il totale, a fine epidemia, ben oltre i 60.000. (calcolo fatto considerando che resti invariata al 45,5 per cento la percentuale dei morti,)
Ecco dove sta la drammaticità della situazione italiana.
Ma cosa ci dice, questa drammaticità? forse che il problema sta in qualche ciclista che scivola di soppiatto, qualche podista improprio, qualche passeggiatore clandestino? Siamo seri! Ci dice che il sistema che abbiamo messo in piedi per contrastare l’epidemia non funziona!
Non funziona nei due punti decisivi:
(1) perché dopo ben oltre due settimane di zona rossa totale i contagi non mostrano di scendere
(2) perché non sa prendersi cura dei contagiati con una efficacia appena accettabile.
Che di due contagiati uno guarisca e l’altro muoia – e si è visto a un dipresso che è così – è qualcosa che non è degno di un Paese avanzato come l’Italia. Qualcosa che davvero richiama i tempi della grande peste, ma qui siamo di fronte a un coronavirus, non al bacillo della peste. Se poi si pensa che si infettano e muoiono medici e infermieri coraggiosi in proporzioni abnormi non possiamo esimerci dal chiederci come sia stato possibile tutto questo, come siamo finiti in questo drammatico, letale, vicolo cieco.
Abbiamo fatto due errori decisivi, che invece di correggere continuiamo imperterriti a perseguire:
1. inseguire nella strategia di contenimento del virus la Cina senza esserlo; senza essere uno Stato di polizia (ma una qualche attenzione al riguardo non guasterebbe perché stiamo pericolosamente scivolando in quella direzione), senza essere confuciani, senza avere uno stile di vita – e un ambiente di vita – essenziale come quello cinese, senza essere una popolazione relativamente giovane come quella cinese.
2. seguire un modello di cura pressoché totalmente ospedaliero – e qui la spinta l’ha data la Lombardia, anche per questo motivo la più tragicamente colpita dal virus – che ha del tutto isolato gli ammalati rendendoli più deboli ed esposti; ha ingolfato i nodi nevralgici dell’organizzazione ospedaliera, dai Pronto Soccorso ai reparti di Terapia Intensiva; ha infettato il personale sanitario in proporzioni mai viste, creato gli ambienti favorevoli alla proliferazione di un virus che lo stesso Istituto Superiore di Sanità definisce “un patogeno dall’elevato potere di trasmissione in ambito assistenziale”.
Il virus poteva essere controllato isolando la fascia a rischio degli anziani problematici e lasciandolo libero di circolare in situazione controllata (vietando, ad esempio, i ritrovi a più intenso e prolungato addensamento). Il fatto che si manifesti a un’età media letteralmente impossibile per un nuovo virus (63 anni) significa che alle età minori colpisce senza dar luogo ad alcun sintomo, cosicché una immunità di gregge si sarebbe potuta ottenere senza conseguenze davvero importanti. Ma i virologi, troppo presi dai virus, ignorano gli umani cosicché non considerano a sufficienza la formidabile resistenza organica di popolazioni, come quella attuale italiana, capace di smorzare e attutire l’impatto dei virus. Più alta è questa resistenza più alta è la proporzione dei positivi asintomatici prodotti da una epidemia ed anche il coronavirus, se lasciato circolare nei modi che si è detto, avrebbe agito dando tantissimi asintomatici e risparmiando i vecchi, nel frattempo protetti.
Cambiare dunque, ecco ciò che si deve fare e bisogna farlo alla svelta.
Coloro che prendono assai meno pedissequamente il modello cinese e distribuiscono più consapevolmente i contagiati tra domicilio, strutture territoriali intermedie e ospedali ottengono risultati assai migliori.
Si può discutere più approfonditamente delle misure più specifiche da prendere ma intanto è doveroso e urgente cambiare rotta e correggere con decisione e coraggio gli errori fatti. Lo dobbiamo agli Italiani che, sprangati in casa e ligi a regole che si sforzano di seguire, aspettano di vedere, è proprio il caso di dirlo, una luce in fondo al tunnel dell’epidemia.
Roberto Volpi

(Fonte)

“Giornalisti comprati” a Biella

La prima presentazione pubblica della traduzione italiana di Giornalisti comprati, di Udo Ulfkotte, svoltasi sabato 22 febbraio a Biella.
Buona visione!

Sinofobia 2020


“Mi occupo professionalmente di ricerche sulla stregoneria in Europa fra Medioevo e prima età moderna. Generalmente, quando propongo il tema in ambiti extra-accademici, in tanti mi chiedono come sia stata possibile la caccia alle streghe con tutte le sue vittime: era il frutto dell’arretratezza e dell’ignoranza dei “secoli bui”? Alla risposta che no, è un fenomeno perfettamente comprensibile razionalmente e che ha avuto luogo in tempi che chiamiamo “Rinascimento” per la scienza, le arti, la letteratura, dunque quanto di più lontano si possa immaginare da un’età di cupa ignoranza, il mio argomento viene accolto con sorpresa e persino scetticismo, perché non sembra proprio possibile che un’età illuminata possa aver prodotto tale scempio.
Eppure, basta vedere cosa sta succedendo con l’isteria da coronavirus per rendersi conto che, per quanto ci si ritenga oggi informati e razionali, di fatto siamo labili e manipolabili senza alcuna difficoltà. Proprio oggi mentre scrivo (10 febbraio) ho letto su Facebook un titolo di “Repubblica” nel quale si riporta la protesta del governo cinese presentata a quello italiano per il blocco di tutti i voli aerei dalla Cina, ritenuta misura eccessiva. Le centinaia di commenti che lo accompagnano sono, al di là di rarissime eccezioni, pervasi da bieco furore: i Cinesi dovrebbero vergognarsi, hanno tenuto nascosto il virus, vivono nella sporcizia, sono crudeli con gli animali (in particolare i cani, che sono ormai un tabù nella nostra società, per cui li possiamo soltanto amare moltissimo o rischiare il linciaggio: ma questo è un altro tema sul quale varrebbe la pena tornare), mangiano qualsiasi cosa (il che è vero solo che non c’entra molto, ma lo si ripete di continuo), vivono sotto una dittatura.
Questo livore anticinese va avanti dall’inizio della faccenda ed è un fenomeno europeo, che si manifesta non solo con l’odio sui social networks, ma anche con comportamenti più concreti, come la diserzione di negozi e ristoranti cinesi, quasi a immaginare cuochi e camerieri che tornano in Cina ogni sera e ci portano il virus a tavola l’indomani. A provocare il fenomeno è stata la stampa: in Italia c’è stata una breve pausa per parlare dei meriti o demeriti di Achille Lauro, di Morgan e Bugo, di Amadeus e… insomma di Sanremo, il che in qualsiasi altro momento avrebbe infastidito, ma che nello specifico ha fatto tirare un sospiro di sollievo, distraendo giornali e televisioni dai bollettini tragici del coronavirus.
(…) Tuttavia, qualcuno ricorda per l’influenza 2009-2010 lo stesso genere di isteria collettiva? Io ho un ricordo personale a riguardo: nel 2009 avevo programmato un viaggio estivo in Messico; pensai brevemente alla possibilità di annullarlo, ma mi sembrò una reazione eccessiva, e infatti partii e rientrai senza aver contratto alcuna influenza. In quegli anni nessuno si sognò di bloccare voli aerei fra le Americhe e l’Europa, nessuno invocò provvedimenti simili a quelli di questi giorni. I giornali ne parlarono di meno, e soprattutto non si scatenò l’odio contro i Messicani e gli Statunitensi, che pure arrivano a frotte da noi per le vacanze, non ci furono le reazioni volgari, sovraeccitate, isteriche che oggi si leggono sul web contro i Cinesi. Aggiungo: per fortuna, ché né Messicani né Statunitensi l’avrebbero meritato, così come non lo meritano oggi i Cinesi.
Però domandiamoci quali sono le ragioni: da una parte l’assillo mediatico di questo inizio 2020 mi sembra molto sospetto e guidato, con le conseguenze disastrose che sta avendo sull’economia cinese, dalla volontà di nuocere alla Cina; dall’altra, ed è ciò che personalmente mi preoccupa di più, c’è la prontezza con la quale una parte ampia dell’opinione pubblica risponde a queste sollecitazioni sospette, senza un barlume di lucidità, senza freni inibitori, cascando in una trappola e divenendone complice, individuando un capro espiatorio sul quale sfogare paure e rabbie incontrollate, in un meccanismo di transfert attraverso il quale la ricerca di un nemico pare essere divenuta per molti una ragione di vita. Parliamo di una società che avrebbe alla sua portata strumenti di conoscenza immensi, inediti rispetto al passato, e che pure li spreca così, rendendosi complice di nuove cacce alle streghe.”

Da Il coronavirus e la caccia alle streghe, di Marina Montesano.

Come le agenzie di stampa globali e i media occidentali parlano di geopolitica

“Ciò che il pubblico non iniziato percepisce come frutto del lavoro dei giornalisti nel proprio Paese, sono solo una copia dei dispacci da New York, Londra e Parigi.
Alcuni media vanno ancora oltre e, per mancanza di risorse, esternalizzano tutti gli affari internazionali a un’agenzia. È anche noto che molti siti web pubblicano solo lanci di agenzie.
Alla fine, questa dipendenza dalle agenzie globali crea una sorprendente somiglianza nel trattamento delle notizie internazionali: da Vienna a Washington, i media trattano gli stessi argomenti, con le stesse parole – un fenomeno che tendiamo ad associare con il “controllo dei media” degli Stati totalitari.
(…) “Più l’agenzia di stampa o il giornale sono rispettati, più il senso critico si affievolisce. Se qualcuno vuole diffondere informazioni discutibili sulla stampa mondiale, è sufficiente che vengano divulgate da un’agenzia rispettabile per essere sicuri di vederle raccolte subito dopo da altri. A volte le informazioni false vanno di agenzia in agenzia, diventano sempre più credibili”. (Steffens 1969, p. 234)
(…) Attraverso questo “moltiplicatore della propaganda”, le notizie dubbie di esperti di comunicazione che lavorano per governi o agenzie di intelligence possono raggiungere il pubblico senza verifica o filtro. I giornalisti si riferiscono alle agenzie e le agenzie si riferiscono alle loro fonti. Anche se lasciano spazio al dubbio (e si tutelano) con termini come “apparentemente” e altri, la voce si diffonde molto rapidamente in tutto il mondo e l’effetto si riproduce.”

La prima parte de Il moltiplicatore di propaganda. Come le agenzie di stampa globali e i media occidentali parlano di geopolitica, studio a cura dello Swiss Propaganda Research, è qui.
Continua…

Per Julian Assange (II)

A Cagliari, Piazza Yenne (per dettagli, cliccare sull’immagine seguente)

 

[Per Julian Assange]

Bombardare Paesi, devastare territori, seminare morte

“Il generale italiano Giulio Douhet pubblicò nel 1921 un libro, Il dominio dell’aria, dove sviluppò l’utilità dell’aviazione e dei bombardamenti per spezzare la resistenza del nemico, utilizzando la paura, la distruzione, la disorganizzazione della struttura economica e il crollo della produzione. Qualche anno prima, coinvolto nella Grande Guerra, Douhet aveva partecipato in Libia ai combattimenti contro il Turco: lì ebbe luogo il primo bombardamento aereo della storia. Poco dopo ci sono i bombardamenti sulla popolazione civile, che vanno a ingrossare l’infamia dei crimini di guerra. Nel 1925, in quel nord africano, gli aerei spagnoli bombardavano i souk pieni di gente, come a Beni Ider e i piloti americani arruolati nelle forze francesi facevano lo stesso lanciando le loro bombe sulla popolazione civile di Xauen: secondo Sven Lindqvist non c’erano uomini in età militare, solo donne e bambini.
Da allora la possibilità di schiacciare con i bombardamenti, nemici e avversari, guerre o rivolte e proteste, è stata una costante e gli Stati Uniti sono diventati un applicato e feroce seguace delle tesi del generale Douhet. Con la complicità, la menzogna o il silenzio dei media, gli Stati Uniti hanno continuato a bombardare Paesi, devastare territori, seminare morte sul pianeta.
Poiché gli Stati Uniti non sono solo l’unico Paese nella storia ad aver usato bombe nucleari contro civili, ma sono anche l’unico Paese che ha bombardato decine di Paesi in tutti i continenti della terra, tranne che nella disabitata Antartide e nella loro alleata Australia (Oceania). E l’unico Paese che ha usato contro la popolazione civile i tre tipi di armi di distruzione di massa: quelle nucleari, chimiche e batteriologiche. Gli Stati Uniti sono una potenza criminale e gran parte della loro forza risiede nel fatto che continuano a ricorrere alla loro devastante capacità di spazzare via città o Paesi dal cielo.”

Da La pioggia nera. Breve storia della strategia occidentale del bombardamento su vasta scala delle popolazioni civili e delle bugie per giustificarla, di Higinio Polo.

Raqqa, Siria (2017)