No alla globalizzazione dell’indifferenza

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“Il 20 ottobre 2011, il brutale assassinio di Muammar Gheddafi apparve, agli occhi dei più attenti, più che la vendetta di un’orda, inferocita dai crimini commessi dal Colonnello, come un lavoro sporco, commissionato dai mandanti dell’attacco contro uno Stato sovrano, avviato da Francia e Gran Bretagna, “legittimato” dagli Stati Uniti con una risoluzione dell’ONU all’acqua di rosa, e condotta con ferocia e determinazione dalla NATO. Un lavoro sporco, necessario per impedire che Gheddafi potesse difendersi rivelando tutte le complicità, a volte sollecitate, a volte ottenute, a volte concordate, da parte del più ignobile dei mandanti, l’ipocrita, assai interessato al petrolio libico, ma sempre democratico, Occidente.
E così, quella che passò per molti, come la liberazione del popolo libico dal suo dittatore, si è poi rivelata un’operazione, imbellettata da difesa contro un bagno di sangue da evitare (i diritti umani dove li mettiamo!), conclusasi con un bagno di sangue e con l’eliminazione di un fastidioso “capetto” (credo che rais in arabo significhi testa, capo), poco disponibile a svendere il proprio paese e a vendersi facilmente. Perché non mi nascondo che per molti è stato così (e temo continuerà ad esserlo, nonostante quello che sta succedendo in Libia oggi!) ma non per questo voglio confondermi con la maggioranza, come se quello che pensano i più sia elemento di legittimazione di ciò che si fa in nome dei più, mentre interessi particolari vengono nascosti ai più!
La certezza che la maggioranza avrebbe recepito un’interpretazione così lontana dalla realtà, mi aveva spinto a pensare ad un articolo dal titolo provocatorio Elogio di un dittatore. Ne misi al corrente mia figlia che mi fece capire che era importante che io chiarissi, non soltanto l’uso strumentale (e criminale) dei “diritti umani” ma anche cosa ne pensassi io, pena l’accusa esplicita di parteggiare per il dittatore e basta. Illuminato dalla considerazione filiale e dopo aver pensato per qualche giorno, decisi di provare a esplicitare la mia concezione universalistica rispetto al problema, e … alla vita! Ma convinto come sono che non si debba mai destoricizzare nulla, pena l’assoluta incomprensione dei fenomeni, ho pensato bene di inserire i diritti umani in un quadro che va dalla fine della Seconda guerra mondiale ai giorni nostri, analizzandone il significato del tutto diverso nelle due fasi che hanno caratterizzato questo lungo periodo: la Guerra fredda e la Globalizzazione. Ho lavorato per un po’ di tempo in questa direzione e, nel quadro di questo mio “racconto”, mi ripropongo di sottoporre anche i risultati raggiunti alla critica dei lettori, di mia figlia in primo luogo!
Questi dunque i propositi dell’ormai lontano ottobre 2011 ma, senza nulla togliere all’importanza del tema dei diritti umani, ho sentito il bisogno di storicizzare ancor più la situazione che stiamo vivendo, con la speranza innanzitutto di avviare un dialogo con le nuove generazioni, in primo luogo mia figlia e mio genero, (diciamo Silvia e Alessandro, tanto per fare dei nomi!) e anche di portare a compimento questo “saggio” già da tempo confinato in una cartella del computer! E proprio mentre mi accingevo a farlo uscire dalla “cartella”, il nuovo papa recatosi a Lampedusa, ha trovato modo di esplicitare, con quel suo grido «No alla globalizzazione dell’indifferenza», quanto questo periodo storico che stiamo vivendo sia lontano da ogni solidarietà umana, un punto di vista molto ragionevole il suo, ma non nelle corde della chiesa di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Non che sostenessero il contrario, ovviamente! E, per essere al passo con i tempi, ho modificato ancora una volta lo “spazio” con cui misurarmi, convinto come sono della necessità di una riflessione filosofica sul mondo attuale e su di un universalismo all’altezza dei tempi. Tutto questo potrà apparire (e forse lo è), assai presuntuoso, ma mi sembra anche che, rivolgendosi ad una figlia, si debba essere sinceri fino in fondo!
Questa dunque è la genesi di un libretto “presuntuoso”, ma che spero venga giudicato nel merito.”

Dalla Premessa di No alla globalizzazione dell’indifferenza, di Giancarlo Paciello, pp. 448, appena pubblicato presso Petite Plaisance Editrice.

Giancarlo Paciello (1937), ingegnere elettronico, è stato tra i fondatori della rivista Corrispondenza Internazionale nel 1975, occupandosi in particolare dell’Irlanda e della Palestina.
Ha curato la pubblicazione di Blocco H, un testo di Roger Faligot sulle lotte in carcere dei prigionieri politici irlandesi, e di Sabra e Chatila di Amnon Kapeliouk sulla strage nei campi profughi palestinesi durante l’invasione israeliana del Libano del 1982. Ha pubblicato tre libri sulla Palestina: Quale processo di pace? Cinquanta anni di espulsioni e di espropriazioni di terre ai palestinesi; La Nuova Intifada. Per il diritto alla vita ad ogni costo; La conquista della Palestina. Le origini della tragedia palestinese. Fa parte della redazione della rivista Koiné.

La fabbrica della menzogna: incontro-dibattito a Bologna

Tanta acqua e tanto sangue sono passati sotto i ponti dal 1880, da quando John Swinton, ex redattore capo del New York Times, durante il suo discorso di commiato presso l’American Press Association, rivelò al colto e all’inclita che loro, i giornalisti, salvo rare eccezioni, erano prostitute intellettuali. Ci sono poi voluti decenni di maturazione e la nascita di alcune discipline accademiche per far passare sulla pelle della cosiddetta “opinione pubblica” le indicazioni sottili di maestri delle tecniche di propaganda e della manipolazione quali Edward Bernays e Walter Lippmann.
Ad un certo punto è stato fatto accadere l’11 settembre e tutto ha avuto un salto di qualità spettacolare: le false flag, le fake news e tuttto l’armamentario di immagini e di segni che i Megamedia secernono continuamente hanno assunto i contorni di una ciclopica operazione sulla coscienza della specie, per impedirle ad oltranza un risveglio di consapevolezza critica rispetto al mondo in cui ci fanno vivere.
Con l’aiuto di due figure paradigmatiche fuori dal coro, Enrica Perucchietti e Marcello Foa, ci inoltreremo sugli impervi sentieri di questa fabbrica della menzogna.

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Dal jihadismo all’ISIS: incontro-dibattito a Bologna

Il problema della questione jihadista nel mondo contemporaneo è connesso alle sfide più cruciali della nostra epoca. Interessa i conflitti fra grandi potenze non meno dei rapporti di queste con le specificità della civiltà islamica, si muove lungo il fiume in piena delle immigrazioni di massa che coinvolgono il continente eurasiatico e vampirizza le esistenze di quelle “vite di scarto” che l’Occidente ingoia e moltiplica nel suo vortice di disintegrazione dei tessuti sociali.
Il jihadismo in qualche modo precede questi fenomeni, ma si palesa con pienezza in sincronia con gli eventi degli ultimi anni. Sarebbe assai difficile comprendere questo senza riflettere sulla storia musulmana, su come i popoli del Vicino Oriente abbiano subito un’aggressione coloniale (e culturale) incessante da ben due secoli da parte dell’imperialismo occidentale. Fondamentalismo, reazione al colonialismo, lotte fratricide, settarismi socioculturali: l’eterodirezione della lotta armata è alla base di quello che oggi chiamiamo “il fenomeno jihadista”, che con la guerra in Siria e l’avvento dell’ISIS compie un “barbarico” salto in avanti.

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Russofobia: incontro-dibattito a Bologna

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Nata in Francia sotto Luigi XV, la russofobia è stata utilizzata da Napoleone per giustificare un’animosità verso la Russia, che era un ostacolo alla politica espansionistica francese.
In Inghilterra, la russofobia apparve intorno al 1815, allorché, alleata con la Russia, sconfisse Napoleone. Una volta che il nemico comune fu sconfitto, l’Inghilterra invertì la rotta e fece della Russia il suo nemico, alimentando la russofobia. Dal 1820, Londra utilizzò un’ideologia anti-russa per mascherare le sue politiche espansionistiche, sia nel Mediterraneo sia in altre regioni – Egitto, India e Cina.
Il terzo tipo di russofobia è americano, ed è iniziato nel 1945. Non appena gli Stati Uniti hanno sconfitto la Germania attraverso iniziative comuni con l’URSS, a costo di milioni di vite sovietiche, hanno disseminato la stessa narrazione creata dopo la vittoria su Napoleone nel 1815. Essi hanno invertito la rotta e l’alleato del giorno prima è diventato il loro principale nemico. Così è iniziata la Guerra Fredda.
Gli Americani hanno usato gli stessi argomenti degli Inglesi nel 1815, sostenendo che essi “combattevano contro il comunismo, la tirannia, l’espansionismo”, e i loro argomenti erano ben poco diversi, fatta eccezione per la cosiddetta lotta contro il comunismo. Questa si è rivelata un trucco, perché al crollo dell’Unione Sovietica il confronto tra l’Occidente e la Russia non è terminato.
Oggi, a quasi trent’anni dalla fine della Guerra Fredda, la russofobia resta una componente chiave della politica estera statunitense, portata avanti in modo fervido dai sostenitori del cosiddetto partito della guerra a Washington. Sembra che l’America sia incapace di venire a patti con il fatto che gli anni ‘90 sono finiti. Oggi, la Russia non è più in macerie, e gli USA non sono più così potenti ed egemonici come lo erano dopo la caduta del Muro di Berlino.
Con il pretesto di assistere l’Ucraina, gli Stati Uniti hanno attivamente rafforzato la propria presenza militare nell’Europa dell’Est, schierando un gran numero di soldati e insediando centri avanzati di comando e controllo negli Stati che sono entrati nella NATO dopo il 1989. In modo analogo in Siria, il conflitto è causato dalla volontà di ridisegnare la mappa del Vicino Oriente, rovesciando i governi sgraditi nella regione, per consentire agli Stati Uniti di ottenere il controllo delle fonti energetiche e non solo. Quando la Russia, per richiesta del governo siriano, è stata coinvolta nelle crisi, Washington era furiosa.
Nel tentativo di compromettere la Russia e le sue posizioni nel mondo, Washington oggi adopera una vasta collezione di strumenti per spargere la russofobia, sfruttando i cosiddetti Panama Papers, il tragico incidente dell’aereo MH17 della Malaysian Airline abbattuto sul Donbass, il cosiddetto “scandalo del doping” nelle ultime Olimpiadi, la situazione in Siria e via di questo passo, il tutto accompagnato dal regime di sanzioni economico-commerciali imposte da Washington (e Bruxelles) contro la Russia a causa degli eventi in Ucraina.
Un sempre maggior numero di analisti e uomini politici, però, chiedono di sapere perché il partito delle guerra negli USA si oppone in modo così inflessibile a qualunque cooperazione con la Russia in qualsiasi parte nel mondo. La richiesta di fermare la demonizzazione della Russia diventa sempre più forte, perché sbarra la strada ad un’autentica e produttiva cooperazione bilaterale che consentirebbe alla comunità internazionale di risolvere i più pressanti problemi globali.
Perché altrimenti, affascinati dalle proprie idee paranoiche di russofobia, i più adamantini sostenitori di questo partito della guerra potrebbero incorrere nella triste sorte di James Forrestal, Segretario della Difesa degli Stati Uniti nel secondo dopoguerra, campione nel promuovere la russofobia e l’isteria anticomunista nella società americana, che il 22 maggio 1949 si gettò dalla finestra, e le ultime parole pronunciate dalla sua bocca furono: “Arrivano i Russi!”.

BelzeBO

BelzeBO nasce a Bologna per i tanti che vedono ogni giorno l’anima putrescente di questa società freneticamente all’opera per dissolvere le speranze di vita altrimenti dignitosa di un intero e – comunque sia – grande Paese. Non siamo soltanto un’aggregazione di persone e realtà fuori e contro l’establishment (economico, politico e culturale) europeo e atlantico: siamo anzitutto anticorpi appartenenti a questa terra patria che raccolgono le istanze più profonde di una fuoriuscita dalla situazione devastata in cui tre generazioni di ceti dominanti ci hanno pervicacemente condotto.
Dal Novecento pensiamo di non aver ricevuto alcuna fulgida eredità di pensiero a cui rifarci con convinzione: una certa consapevolezza insieme ad una differente sapienza ce la stiamo costruendo nell’età turbolenta ed oscurante inaugurata dall’11 settembre 2001, data emblematica da cui si diparte un attacco mediatico alla coscienza della specie votato alla preservazione nichilistica dell’esistente nel caleidoscopio storicamente inedito delle più diverse crisi che si fondono l’una con l’altra (dagli ecosistemi all’economia, dalla conoscenza alla geo-politica, dall’educazione alle reti di comunicazione sociale, ecc.).
Crediamo anche che la specie stia sperimentando su di sé l’evoluzione delle forme della guerra (socio-economica, culturale, ambientale, climatica, mediatica, ecc.), che si avvale di sempre più sofisticate tecniche di invalidazione del pensiero: prime fra tutte quelle che mirano a scongiurare la nascita di una vera opposizione mediante la moltiplicazione ad oltranza delle sue varianti fittizie al servizio dei dominanti.
BelzeBO intende pertanto costruire aggregazioni differenti di persone dotate di un pensiero capace di sottrarsi al mortale abbraccio cognitivo del mainstream: sia tramite eventi di dibattito e presentazioni di libri in città, sia attraverso altre iniziative pubbliche che in un secondo tempo potremo proporre in diverse altre realtà italiane.
BelzeBO, alla cui fondazione hanno partecipato fra gli altri Arianna Editrice, Bye Bye Uncle Sam, Controinformazione.info e Faremondo.org, dà appuntamento al 19 novembre p. v. con la sua prima iniziativa.

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La prigione dalle mura invisibili

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Non esisterà mai qualcosa che possa definirsi habeas mentem; infatti non c’è sceriffo o carceriere che possa portare in tribunale una mente carcerata illegalmente; e la persona il cui cervello sia stato fatto prigioniero (…) non può essere in condizione di reclamare contro la propria prigionia. Tale è la natura della costrizione psicologica che chi la subisce serba l’impressione di agire di propria iniziativa. La vittima della manipolazione mentale non sa di essere vittima. Invisibili sono le mura della sua prigione, ed egli si crede libero.

“A questo punto ci troviamo dinanzi a una domanda inquietante: vogliamo noi agire veramente in base alle nostre conoscenze? La maggioranza della popolazione ritiene davvero che valga la pena di prendersi qualche fastidio allo scopo di arrestare e se possibile rovesciare la corsa al controllo totalitario di tutto? Negli Stati Uniti, e l’America è l’immagine profetica di quel che sarà fra pochi anni il resto del mondo urbano-industriale, recenti indagini sull’opinione pubblica hanno dimostrato che la maggioranza dei giovani sotto i venti anni, cioé gli elettori di domani, non hanno alcuna fiducia negli istituti democratici, non hanno nulla da obiettare alla censura delle opinioni eterodosse, non credono che sia possibile il governo del popolo, e accetterebbero tranquillamente, purché la loro vita continui secondo il modello a cui sono abituati, un governo dall’alto, d’una oligarchia di esperti di vario genere. Ci rattrista, ma non ci sorprende, il fatto che tanti giovani e ben nutriti spettatori della televisione, nella più potente democrazia del mondo, siano in modo così totale indifferenti all’idea di autogoverno e così piattamente disinteressati alla libertà di pensiero e al diritto di opposizione. “Libero come un uccello” diciamo noi e invidiamo quelle creature alate che si possono muovere a piacimento nelle tre dimensioni. Ahimè, ci siamo scordata la sorte del tacchino. Quando un uccello impara a ingozzarsi a sufficienza senz’essere costretto a usare le ali, rinuncia al privilegio del volo e se ne resta a terra, in eterno. Qualcosa di simile vale anche per gli uomini. Date all’uomo pane abbondante e regolare tre volte al giorno, e in parecchi casi egli sarà contentissimo di vivere di pane solo, o almeno di solo pane e circensi. “Alla fine”, dice il Grande Inquisitore nella parabola di Dostoevskij, “alla fine essi deporranno la libertà ai nostri piedi e ci diranno: ‘Fateci vostri schiavi, ma dateci da mangiare’.”E quando Aljoscia Karamazov chiede a suo fratello, che racconta la storia, se c’era ironia nelle parole del Grande Inquisitore, Ivan risponde: “Per nulla! Egli segna a merito suo e della sua Chiesa l’aver vinto la libertà, e così l’aver fatti felici gli uomini”. Sì, felici gli uomini, “perché nulla” continua l’Inquisitore “è mai stato più insopportabile agli uomini o alla società umana della libertà”.
(…)
Gli antichi dittatori caddero perché non sapevano dare ai loro soggetti sufficiente pane e circensi, miracoli e misteri. E non possedevano un sistema veramente efficace per la manipolazione dei cervelli. In passato liberi pensatori e rivoluzionari furono spesso i prodotti della educazione più ortodossa e più osservante. Un fatto che non ci deve sorprendere perché i metodi usati da quell’educazione erano e sono quanto mai inefficaci. Ma sotto un dittatore scientifico l’educazione funzionerà davvero e di conseguenza la maggior parte degli uomini e delle donne cresceranno nell’amore della servitù e mai sogneranno la rivoluzione. Non si vede per quale motivo dovrebbe mai crollare una dittatura integralmente scientifica.”
Aldous Huxley

(Ritorno al mondo nuovo, 1958)