Interventi alla Banca nazionale svizzera – Moneta Intera

Per lanciare un ampio dibattito, precursore nel mondo, sulla proprietà della moneta.

Nicoletta Forcheri

Ho tradotto i due interventi di François de Siebenthal e di Gérard Foucher alla banca nazionale svizzera, nei sottotitoli
 
Il primo parla del diritto ai Cantoni dei due terzi del signoraggio monetario, e della necessità di votare Si a Moneta Intera, il referendum che avverrà il 10 giugno in Svizzera, per lanciare un ampio dibattito precursore nel mondo, sulla proprietà della moneta.
 
Il secondo si dilunga sul falso in bilancio della contabilità della creazione monetaria: figurano gli oneri per allocazione delle banconote nel conto economico, ma non figurano gli utili da creazione monetaria, mentre il patrimonio, lo stato patrimoniale, è aumentato del valore di creazione monetaria: 47 miliardi.
 
Di questo aumento di attività i 2/3 dovrebbero andare ai Cantoni, perché si tratta di creazione di potere di acquisto, con cui la BNS acquista beni, servizi, titoli e valute,
Nforcheri 12/5/2018

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La salute (non) è in vendita!: incontro-dibattito a Bologna

Non bisogna essere “No Vax” e nemmeno genitori per criticare o almeno guardare con sospetto la normativa che ha introdotto l’obbligo di vaccinazione per l’iscrizione a scuola e multe per i genitori dei bambini che non avessero effettuato la profilassi.
Nei mesi passati abbiamo infatti assistito a una massiccia campagna mediatica con relative manipolazioni dell’informazione, strumentalizzazioni e diffusione di false notizie per convincere l’opinione pubblica circa l’esistenza di una minacciosa pandemia di morbillo e spingerla ad accettare la vaccinazione obbligatoria.
In questo caso si è usato il metodo del divide et impera unito alla regola dell’empatia, dividendo l’opinione pubblica in due “tifoserie”, i pro e i contro, senza considerare che molti erano non contrari a priori ma a sostegno della libertà vaccinale, e aumentando i toni e la violenza del dibattito, mentre la maggior parte dei genitori voleva solo essere rassicurata ed ottenere ulteriori informazioni sui casi di danni da vaccino.
La presunta epidemia di morbillo è stata il cavallo di Troia per la presentazione della normativa: senza una fantomatica emergenza sanitaria essa non sarebbe stata approvata o quanto meno sarebbe stata maggiormente contestata dall’opinione pubblica, sebbene le numerose manifestazioni tenutesi siano state censurate o ridicolizzate dai media. Lo schema non è nuovo ma utilizzato in modo metodico e costante. Ciò non significa che il pericolo sia inventato del tutto, ma amplificato e distorto per inculcare nell’opinione pubblica la percezione di essere in pericolo e di aver bisogno dell’intervento del deus ex machina, ossia degli apparati dello Stato.
Il terrore in materia vaccinale è stato poi esteso, tramite radiazione o sospensione, anche a quei medici che hanno osato manifestare dubbi in merito alle vaccinazioni, che hanno parlato di correlazione tra autismo e vaccini o che hanno esposto l’insorgenza di danni da vaccino.
Infine, perché introdurre l’obbligatorietà di dodici, poi dieci, vaccini se la presunta epidemia riguardava solo il morbillo?
Questa e molte altre domande se le pone da tempo Marcello Pamio che nel suo ultimo libro, Vaccinazioni. Armi chimiche contro il cervello e l’evoluzione dell’uomo (UNO Editori) affronta anche e soprattutto i retroscena dietro l’obbligo vaccinale e gli interessi dell’industria farmaceutica, quella “fabbrica dei malati” dedita all’arte raffinata di vendere malanni.
Perché commercializzando farmaci, vaccini ed esami si creano profitti enormi e si trasformano persone sane in malati cronici da curare.

Fake news: incontro-dibattito a Bologna

Bufala, balla, fola, frottola, bugia, fandonia, fanfaluca, panzana… la lingua italiana abbonda di sinonimi di affermazione falsa, inventata. Manca però di un termine che descriva l’affermazione manufatta, fabbricata per scopi non strettamente individuali, ma di controllo sociale e politico. Usiamo un’espressione inglese, “fake new”, per indicare questo particolare aspetto della manipolazione ideologica dell’uomo sugli altri uomini. Ed è perfettamente sensato che sia la lingua di Orwell a rendere questo adescamento, se è vero che il primo trattato sulle fake news risale forse al 1712, con “The art of political lying” del celeberrimo autore dei Viaggi di Gulliver, Jonathan Swift. In questo testo l’autore si proponeva di classificare i diversi tipi di menzogna politica e ne forniva una contromisura: opporre alla menzogna un’altra menzogna.
Più diabolicamente, le fake news del nostro tempo non sono mere “bugie”. Il concetto di fake new – nonché quello di post-truth, la post-verità – descrive invece, con maggiore complessità, la mutazione genetica che le parole “verità” e “falsità” hanno subito ad opera del pensiero mondialista. Le fake news, lungi dal descrivere la realtà, la manipolano con la divulgazione mediatica di notizie e opinioni in cui la narrazione di un qualsiasi evento, dato per avvenuto, viene inquinata da un corredo di interpretazioni che ne indirizzano, surrettiziamente, la comprensione.
La raffinatezza con cui il Potere (che parla Inglese!) usa le fake news – a volte per distorcere i fatti, altre volte per fabbricarli di sana pianta – è lì a simboleggiare come il vero e il falso siano oggi miscelati in tal modo che solo un consapevole discernimento possa mantenerne la tradizionale distinzione. Gettare qualche luce su questo arcanum imperii può senz’altro aiutare i più accorti a rendere manifesto questo discernimento.

Perle di Paolo (Borgognone)

Che marchetta! 😉

Dalla generazione in rivolta alla Generazione Erasmus: conferenza-dibattito a Bologna

Rivolta anticapitalista che segna il termine della stagione postbellica di ottimismo e relativa prosperità?
Oppure movimento di emancipazione dalla mentalità veteroborghese, da parte di una generazione ancora dotata di coscienza infelice?
O, magari, rivoluzione colorata ante litteram, per scalzare dal posto di comando un conservatore illuminato, Charles De Gaulle, scettico verso l’assetto bipolare della Guerra Fredda e la NATO quale strumento di difesa dall’Orso sovietico?
Comunque sia, a distanza di cinquanta anni il Maggio francese (e italiano) non smette di suscitare passioni e sentimenti divergenti, persino contrapposti.
Meno discutibile è che la cosiddetta Generazione Erasmus abbia raccolto l’eredità giovanilistica del movimento sessantottino, pur se essa oggi pare essere la meno propensa ad immaginare ipotesi di emancipazione collettiva. Dove con Generazione Erasmus si intende non tanto un gruppo sociale quanto una forma mentis, un progetto di ingegneria antropologica, artificio mediatico-pubblicitario finalizzato a creare una base di consenso attorno alle strategie neoliberali in Europa. Veicolo privilegiato di una (sub)cultura di apologia della mobilità planetaria, di acritica esaltazione dello high tech e di sostanziale adattamento alle logiche di sfruttamento, sradicamento e godimento consumistico proprie della società del Capitale globalizzato, con uomini e merci che divengono intangibili come una transazione finanziaria.
Conseguenza ne è che la nuova “guerra di classe” del XXI secolo non risulta più fondata sulla condizione di censo ma sugli orientamenti culturali degli attori sociali. Cosmopolitismo/radicamento, centro/periferia, politicamente corretto/scorretto sono le dicotomie emergenti, animate da coloro i quali non intendono arrendersi alla tecnocrazia “europeista” della vita low cost, al fine di valorizzare il principio sovranista volto al riscatto politico, sociale ed economico delle comunità di uomini e donne che vivono, lavorano e lottano per riprendere in mano le redini del proprio destino in un determinato territorio.
L’esito delle consultazioni elettorali appena svoltesi avrà insegnato qualcosa?

[Modificato il 6/3/2018]

Socialismo patriottico cercasi

Un sicuro antidoto contro l’indifferenza

Giancarlo Paciello, con il libro edito da Petite Plaisance No alla globalizzazione dell’indifferenza, offre al lettore un testo singolare, per struttura e per respiro, coinvolgendolo in un percorso impegnativo e stimolante che spazia dalla storia all’economia, alla filosofia, al diritto, all’ecologia. Un invito a leggere il mondo contemporaneo, nelle sue diverse articolazioni e nella sua unità di fondo, con la lente critica di un pensiero forte che continua ad interrogarsi sulla storia e sulla condizione dell’uomo, un’ agguerrita strumentazione intellettuale capace di affrontare e dissolvere le nebbie ideologiche che, oggi più che mai, offuscano la realtà brutale dei rapporti di produzione capitalistici e che non rinuncia ad indicare possibili vie d’uscita a chi non crede che questo sia “il migliore dei mondi possibili”.
Il libro è costruito attorno ad una ricchissima, per quantità e qualità, rete di riferimenti testuali che fanno di questo saggio non solo uno strumento prezioso per chiunque aspiri ad una comprensione profonda, attenta ai fondamenti storici e filosofici, della società attuale, ma anche una via maestra di accesso alle ricerche e alle teorie di tanti, significativi studiosi. Non solo: la varietà degli ambiti conoscitivi in cui si dispiegano la curiosità intellettuale e la visione universalistica dell’autore permettono al lettore di costruirsi un suo proprio percorso, approfondendo certe tematiche e scoprendo relazioni non scontate tra fenomeni apparentemente distanti. Operazione legittima , a patto di non rinunciare a scoprire l’unità dell’insieme che può sfuggire ad una lettura frettolosa. E’ l’autore stesso, nella pagina iniziale, a fornirci la bussola da utilizzare in questo viaggio: con materiale di grande valore, cucito con il filo rosso della storia e della filosofia, ha messo a punto una “coperta dell’umanità”.
Afflato universalistico, dunque: e proprio qui, nell’appassionata rivendicazione di un “universalismo universale” fondato su una comune natura umana, pur nel riconoscimento delle diversità culturali, si esercita la critica dissolvente di Giancarlo Paciello che prende le distanze dall’ideologia dominante dei “diritti umani”, ricondotti alla loro precisa matrice storica (la Rivoluzione americana e quella francese) e demistificati in quanto espressione di una fasulla ed ipocrita universalità dietro la quale si celano interessi molto, troppo particolari – politici, militari, economici – che coincidono con quelli dell’Occidente liberista.
La visione universalistica si sviluppa, invece, in tutta la sua grandezza, e urgenza, nell’attenzione posta nella necessità di un ritrovato, armonioso equilibrio tra l’uomo e la natura: l’ecologia occupa un posto centrale nella riflessione di Paciello, fa da collante tra le diverse parti del suo lavoro, tesse richiami tra ambiti differenti dell’attività umana, istituisce uno sguardo alternativo sull’economia e disegna una prospettiva di uscita dalle secche dall’attuale sistema socio-economico.
Una “ecologia integrale” non può che scontrarsi con la voracità onnivora del “capitalismo assoluto” dei nostri tempi: sostenuto dalle argomentazioni di pensatori di grande rilievo (basti qui citare Aristotele, Marx, Preve) e dalle ricerche di storici, economisti e sociologi (Hobsbawm, Bontempelli, Bevilacqua, Polanyi, Wallerstein, Michéa, Nebbia, Livi Bacci e tanti altri) l’autore fa tabula rasa di una “mitologia” capitalistica contrabbandata come incontrovertibile verità scientifica, stabilmente installata nell’immaginario contemporaneo: l’economia neoclassica, riportata alla sua natura di crematistica, accumulazione di denaro fine a se stessa, la costruzione dell’individuo “razionale”, calcolatore della teoria liberale, l’idea di un progresso infinito che disconosce il limite, l’ imbroglio ecologico” che ha occultato le radici capitalistiche della violenza contro una natura rimossa dalla sua dimensione storica, l’universalismo “farlocco” a stelle e strisce delle guerre “umanitarie”.
Sfatare il mito del progresso, cui siamo tutti devoti da almeno duecento anni, è operazione che richiede una buona dose di coraggio intellettuale, anche perché implica fare i conti, in modo maturo e talora doloroso, con la tradizione ideale e l’esperienza politica della sinistra. La riflessione di Paciello, alimentata dalle tesi di Larsch, Michéa e Orwell, apre, qui, un terreno ancora in gran parte, almeno nel nostro Paese, da dissodare e che potrebbe essere foriero sia di un’ adeguata interpretazione in sede storica, nonché politica di diversi fenomeni, sottraendoli innanzitutto alla categoria inconsistente e fuorviante del “tradimento”, sia di una progettualità alternativa che sappia prendere le distanze da quanto in quella tradizione conteneva le premesse per la sua resa al modello economico e culturale dominante.
E’, questo, un libro che ha il pregio di rispondere a molte domande essenziali del nostro tempo, ma, contemporaneamente, di suscitarne sempre di nuove, di fare il punto in modo rigoroso ed appassionato su numerosi temi e di dischiuderne altri. Il ruolo della dottrina sociale della Chiesa, cui l’attuale Pontefice è particolarmente attento, è sicuramente, per chi scrive, uno di questi. Pur non disconoscendo l’elemento di rottura rispetto ai suoi predecessori rappresentatato da papa Bergoglio, né la bellezza e la grande umanità dell’Enciclica Laudato si’ (ampi stralci della quale sono proposti nella parte seconda) e pur comprendendo il carattere universale, come sottolinea Giancarlo Paciello, di un messaggio rivolto alle “persone di buona volontà”, interessate alla “cura della casa comune”, due sono le questioni aperte dalla scelta di dare una tale centralità all’Enciclica. La prima è piuttosto scontata, ma non perciò da accantonare: il divario tra l’accorata denuncia papale dello strapotere del denaro e la decisa presa in carico della sofferenza dei poveri stridono drammaticamente con l’effettiva potenza economica dello Stato del Vaticano e dell’istituzione religiosa, sì da prestarsi a confermare, nelle nuove circostanze, la giustezza del famoso detto di Marx sull’oppio dei popoli. La seconda, pur nella consapevolezza del debito storico e culturale verso l’universalismo cristiano, si interroga sul rischio, davanti allo sfacelo culturale, politico, sociale ed antropologico della tarda modernità, di un ritorno all’indietro, nell’alveo rassicurante di una comunità che trova nelle forme della religione uno dei suoi fondamenti, nonché un baluardo da opporre allo sradicamento devastante del capitalismo assoluto. Rischio di cui è ben consapevole Giancarlo Paciello il quale, pur auspicando un dialogo tra scienza, religione e filosofia in merito alle sorti dell’umanità e alla necessità di una comune battaglia contro una “Divinità….falsa e bugiarda, l’Economia”, rivendica, nel solco di Preve, la centralità della filosofia, distanziandosi ancora una volta dal conformismo culturale-accademico che riconosce solo l’alternativa tra scienza e religione, dopo avere delegittimato la filosofia, per sua natura poco disposta a piegarsi davanti alla nuova divinità economica che non teme la scienza di cui, anzi, si serve in funzione tecnologica, né la religione che supplisce all’insensatezza sociale creata dalla produzione illimitata di merci. Un’insensatezza che si alimenta della stessa indifferenza – al saccheggio dell’ambiente, a diseguaglianze sociali insostenibili, alla mercificazione di ogni ambito dell’esistenza – che produce e contro la quale questo libro costituisce un sicuro antidoto.
Fernanda Mazzoli

Fonte