Srebrenica. Città tradita

Un documento eccezionale realizzato dai giornalisti norvegesi Ola Flyum e David Hebditch, sugli avvenimenti di Srebrenica, in Italiano grazie alla traduzione del Forum Belgrado Italia e del CIVG. Le testimonianze, le denunce, le dichiarazioni, i ricordi di comandanti bosniaci musulmani, che hanno combattuto contro la parte serba nella tragica guerra civile di allora, e che coraggiosamente rievocano e inquadrano sulla base dei fatti e delle loro esperienze dirette, le vicende legate alla battaglia di Srebrenica. Senza sconti, da soldati che avevano combattuto, non per obiettivi criminali o al servizio di poteri stranieri, ma perché lo ritenevano giusto. E da soldati e da protagonisti, così hanno esposto gli avvenimenti a cui hanno preso parte.

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Radon killer alla base NATO sul Monte Venda

Sentenza sul Primo ROC del Monte Venda: due anni di carcere per Agostino Di Donna, ex direttore generale della Sanità militare

Rischiavano di aspettare in eterno Godot, quel personaggio del teatro beckettiano che, pur atteso, non entra mai in scena, se la competenza di un esperto dell’Arpav, la testardaggine di un giovane pm friulano che ha ereditato l’inchiesta e la caparbietà di un gip non avessero fatto quadrato in nome di un principio di Giustizia. Il principio affermato con la sentenza che, ieri, ha stabilito la responsabilità penale in capo a un alto ufficiale militare e al Ministero della Difesa per la morte di due militari uccisi da un tumore al polmone e per l’identica malattia contratta da un collega in seguito all’esposizione al radon durante il servizio.
Esposizione avvenuta quando lavoravano nell’ex base NATO del Primo ROC, due chilometri di gallerie sotterranee ricavate nel ventre del Monte Venda, l’area degli Euganei che custodiva la base militare attiva dal 1958 come ombrello protettivo contro il nemico dell’Est fino al 1998, ben oltre il tramonto della guerra fredda. Una sentenza storica quella pronunciata dal giudice padovano Beatrice Bergamasco: da un lato riconosce il nesso di causalità tra il tumore polmonare e l’esposizione a quel gas naturale oltre i limiti di legge (500 bequerel al metro cubo contro i 36 mila, picco massimo, rilevato nell’ex base NATO), dall’altro apre la strada ad azioni penali, civili o amministrative nei confronti dello Stato da parte delle vittime o delle vedove con figli a carico.
Due anni di carcere (con la condizionale) e il pagamento delle spese sono stati inflitti all’ex direttore generale della Sanità militare Agostino Di Donna, 88 anni di Roma, accusato di omicidio e lesioni colpose per la morte di Graziano Strazzacappa di Selvazzano, avvenuta il 23 giugno 2013 per carcinoma polmonare, e di Nicola Santacroce, 70enne di Rubano, deceduto il 26 settembre 2010 per microcitoma polmonare con metastasi, marescialli dell’Aeronautica assistenti al traffico aereo, 32 anni di servizio in sala operativa, e per la malattia contratta da O. Z. , 74enne di Vo Euganeo, maresciallo elettricista, 27 anni di lavoro nella centrale elettrica del Primo ROC, oggi affetto da adenocarcinoma polmonare. L’alto ufficiale è stato condannato anche al risarcimento, in solido con il Ministero della Difesa, a favore delle due parti civili costituite (le famiglie dei morti tutelate dall’avvocato Patrizia Sadocco), anche se la quantificazione è stata demandata al giudice civile. Assolto per la morte del maresciallo Sergio Proietti di Padova, spirato a 72 anni dopo 33 anni di lavoro al Venda. Nessuna responsabilità penale (e assoluzione per “non aver commesso il fatto”) nei confronti dell’unico coimputato sopravvissuto, l’ex capo di Stato maggiore Franco Pisano, 86 anni di Abano: non è stata raggiunta la prova che fosse a conoscenza della presenza del radon nella base.
Il pm Francesco Tonon aveva chiesto la condanna a 2 anni per entrambi: «C’erano gli strumenti normativi e tecnico-scientifici per capire e agire». L’1 dicembre 1988 l’alto ufficiale Di Donna aveva comunicato al Cresam (Centro ricerche, esperienze e studi per le applicazioni militari) come la Direzione generale della sanità militare da lui guidata intendesse «avviare un’indagine conoscitiva degli eventuali livelli di contaminazione (gas radon) nelle installazioni militari». I vertici militari italiani erano appena stati informati che nella base USA di Aviano era stati accertati alti livelli di radon. E sapevano della situazione nelle altre basi italiane. Eppure hanno taciuto: nessuna tutela o protezione per i lavoratori-militari. Ben 12 mila militari (pure di leva) si sono succeduti nella base del Venda: 150 le morti sospette (l’85% per tumori, fra i quali 28 al polmone) e 50 i malati neoplastici (ma il numero è destinato a lievitare). Molti di loro non sanno nulla del problema-radon.
Commenta l’avvocato Sadocco: «Il processo è costato 12 anni di battaglie. Due le richieste di archiviazione da parte di un precedente pm (Orietta Canova), ma un gip coraggioso come Mariella Fino ha spinto in avanti l’indagine. E siamo arrivati alla condanna: la prima in Europa dei vertici militari per l’esposizione al radon, seconda causa di morte per tumore polmonare dopo il fumo».
Cristina Genesin

Fonte

[Lo speciale di Walter Milan sulla base dell’Aeronautica Militare 1° ROC, integrata nel sistema NATO Air Defence Ground Environment (NADGE), è qui.]

Alla scoperta dell’acqua bagnata…

Di Michel Raimbaud*

Oh stupore, oh meraviglia della libertà d’informazione, i media delle “grandi democrazie” occidentali hanno appena scoperto un argomento suscettibile di destare la compassione dei nostri focolai, dei nostri salotti e ambienti dove si pensa “bene”: dopo un’indagine dobbiamo credere molto difficile e una caccia spossante dato che avrebbe richiesto quasi sette anni, alcuni giornalisti d’inchiesta di canali TV “internazionali”, insieme a “grandi ONG” non meno “internazionali”, hanno stanato mercati degli schiavi, in pieno ventunesimo secolo…
È vero che gli schiavisti, venditori e compratori, non sono di casa nostra, e che schiavi in vendita per pochi centinaia di dollari al pezzo provengono da Niger, Nigeria, Mali, Costa d’Avorio e Africa sub-sahariana (come si dice). Pare non ci sia nessun Francese, né tra le vittime, né tra i colpevoli. È anche vero che la storia sta accadendo in Libia, dove ci eravamo abituati alle “maniere” di Gheddafi e alle stranezze della sua Jamahiriyya, che avrebbe potuto spiegare già tutto…
Il guaio – i nostri personaggi televisivi, tra microfoni e riviste patinate forse non lo sanno o l’hanno dimenticato – è che non è rimasto nessuno Stato libico e che i nostri Paesi sono direttamente responsabili della sua scomparsa e del “caos costruttore” che lo ha distrutto, per non parlare dell’assassinio del Colonnello ribelle che sfidava l’Occidente: è tutto così lontano nel tempo, sono già sette anni e fuori dalle nostre acque territoriali. I capi dell’Asse del Bene, tuttavia, si erano fatti in quattro per il popolo libico e per i suoi rivoluzionari improvvisati, a colpi di bombardamenti umanitari, di distruzione delle installazioni militari e civili, afferrando di passaggio “i miliardi di Gheddafi” per impedirgli di massacrare la sua gente. Che dolore per i nostri intellettuali o leader che hanno detto di essere “orgogliosi del bilancio della Francia in Libia…”.
“Confondete tutto”, e “Non capisco” mi diranno i nostri propagandisti e incondizionati dell’ideologia della stampa. Hanno ragione: la vendita di schiavi, non è la stessa cosa. E poi al limite i nostri media finiranno per dire che ogni persona normale e mediamente intelligente poteva saperlo. Bastava leggere o ascoltare: ascoltare dei “complottisti”? Non ci pensate, si scuseranno molti di loro per continuare ad essere ammessi al club dei falsari. Noi, quelli veri, abbiamo fiducia nella stampa del nostro Paese…
Non esigiamo troppo, nonostante la nostra indignazione di fronte all’ipocrisia, al cinismo e alla vigliaccheria. Rallegriamoci per questo risveglio quasi postumo. La massiva mobilitazione dei network dell’informazione si concentrerà presto sulla vendita degli schiavi di Raqqa in Siria, sotto l’egida del DAESH, protetto dai nostri amici Americani, e islamisti turchi e arabi ? Verrà denunciata l’esfiltrazione di terroristi dall’”Organizzazione dello Stato Islamico” alla luce e alla consapevolezza della “Coalizione internazionale” e dei suoi protetti? O le mortali distruzioni causate dai bombardamenti della stessa “coalizione” su Raqqa e Mosul in Iraq? Sarebbe finalmente ora di sollevare il muro d’omertà sul martirio del popolo dello Yemen dove tutto è andato distrutto e dove i Sauditi e i loro alleati si accaniscono su tutto ciò che si muove, gli Yemeniti essendo esposti a bombe, alla fame e al colera, in un silenzio siderale della “Comunità internazionale”.
Allora forza voi, uomini e donne dell’informazione, della politica e del pensiero, aprite gli occhi, aprite le orecchie, spremetevi le meningi, per dire finalmente la verità su queste azioni di morte prima che conducano a un esito che non avevate forse previsto. Nel disastro mediatico, intellettuale e politico, salvate almeno le apparenze e ciò che rimane dell’onore dei nostri Paesi. O presto non potrete proprio più guardarvi neppure allo specchio…

*Già ambasciatore di Francia in diversi Paesi, dopo il ritiro professionale si dedica alla scrittura.
L’ultima sua opera pubblicata è Tempête sur le Grand Moyen-Orient, Editions Ellipses, Parigi, 2017, seconda edizione arricchita e aggiornata.

Fonte – traduzione di C. Palmacci

Intermarium, chi era costui?

“Dopo la guerra combattuta tra la Russia e la Polonia e conclusasi il 18 marzo 1921 col trattato di pace di Riga, il Maresciallo Józef Piłsudski (1867-1935), capo provvisorio del rinato Stato polacco, lanciò l’idea di una federazione di Stati che, estendendosi “tra i mari” Baltico e Nero, in polacco sarebbe stata denominata Międzymorze, in lituano Tarpjūris e in latino, con un neologismo poco all’altezza della tradizione umanistica polacca, Intermarium. La federazione, erede storica della vecchia entità politica polacco-lituana, secondo il progetto iniziale di Piłsudski (1919-1921) avrebbe dovuto comprendere, oltre alla Polonia quale forza egemone, la Lituania, la Bielorussia e l’Ucraina. È evidente che il progetto Intermarium era rivolto sia contro la Germania, alla quale avrebbe impedito di ricostituirsi come potenza imperiale, sia contro la Russia, che secondo il complementare progetto del Maresciallo, denominato “Prometeo”, doveva essere smembrata nelle sue componenti etniche.
Per la Francia il progetto rivestiva un certo interesse, perché avrebbe consentito di bloccare simultaneamente la Germania e la Russia per mezzo di un blocco centro-orientale egemonizzato dalla Polonia. Ma l’appoggio francese non era sufficiente per realizzare il progetto, che venne rimpiazzato dal fragile sistema d’alleanze spazzato via dalla Seconda Guerra Mondiale.
Una più audace variante del progetto Intermarium, elaborata dal Maresciallo tra il 1921 e il 1935, rinunciava all’Ucraina ed alla Bielorussia, ma in compenso si estendeva a Norvegia, Svezia, Danimarca, Estonia, Lettonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Grecia, Jugoslavia ed Italia. I due mari diventavano quattro, poiché al Mar Baltico ed al Mar Nero si venivano ad aggiungere l’Artico e il Mediterraneo. Ma anche questo tentativo fallì e l’unico risultato fu l’alleanza che la Polonia stipulò con la Romania.
L’idea di un’entità geopolitica centroeuropea compresa tra il Mar Baltico e il Mar Nero fu riproposta nei termini di una “Terza Europa” da un collaboratore di Piłsudski, Józef Beck (1894-1944), che nel 1932 assunse la guida della politica estera polacca e concluse un patto d’alleanza con la Romania e l’Ungheria.
Successivamente, durante il secondo conflitto mondiale, il governo polacco di Władisław Sikorski (1881-1943) – in esilio prima a Parigi e poi a Londra – sottopose ai governi cecoslovacco, greco e jugoslavo la prospettiva di un’unione centroeuropea compresa fra il Mar Baltico, il Mar Nero, l’Egeo e l’Adriatico; ma, data l’opposizione sovietica e la renitenza della Cecoslovacchia a federarsi con la Polonia, il piano dovette essere accantonato.
Con la caduta dell’URSS e lo scioglimento del Patto di Varsavia, l’idea dell’Intermarium ha ripreso vigore, rivestendo forme diverse quali il Consiglio di Cooperazione nel Mar Nero, il Partenariato dell’Est e il Gruppo di Visegrád, meno ambiziose e più ridotte rispetto alle varianti del progetto “classico”.
Ma il sistema di alleanze che più si avvicina allo schema dell’Intermarium è quello teorizzato da Stratfor, il centro studi statunitense fondato da George Friedman, in occasione della crisi ucraina. Da parte sua il generale Frederick Benjamin “Ben” Hodges, comandante dell’esercito statunitense in Europa (decorato con l’Ordine al Merito della Repubblica di Polonia e con l’Ordine della Stella di Romania), ha annunciato un “posizionamento preventivo” (“pre-positioning”) di truppe della NATO in tutta l’area che, a ridosso delle frontiere occidentali della Russia, comprende i territori degli Stati baltici, la Polonia, l’Ucraina, la Romania e la Bulgaria. Dal Baltico al Mar Nero, come nel progetto iniziale di Piłsudski.
Il 6 agosto 2015 il presidente polacco Andrzej Duda ha preconizzato la nascita di un’alleanza regionale esplicitamente ispirata al modello dell’Intermarium. Un anno dopo, dal 2 al 3 luglio 2016, nei locali del Radisson Blue Hotel di Kiev ha avuto luogo, alla presenza del presidente della Rada ucraina Andriy Paruby e del presidente dell’Istituto nazionale per la ricerca strategica Vladimir Gorbulin, nonché di personalità politiche e militari provenienti da varie parti d’Europa, la conferenza inaugurale dell’Intermarium Assistance Group, nel corso della quale è stato presentato il progetto di unione degli Stati compresi tra il Mar Baltico e il Mar Nero.
Nel mese successivo, i due mari erano già diventati tre: il 25-26 agosto 2016 il Forum di Dubrovnik sul tema “Rafforzare l’Europa – Collegare il Nord e il Sud” ha emesso una dichiarazione congiunta in cui è stata presentata l’Iniziativa dei Tre Mari, un piano avente lo scopo di “connettere le economie e infrastrutture dell’Europa centrale e orientale da nord a sud, espandendo la cooperazione nei settori dell’energia, dei trasporti, delle comunicazioni digitali e in generale dell’economia”. L’Iniziativa dei Tre Mari, concepita dall’amministrazione Obama, il 6 luglio 2017 è stata tenuta a battesimo da Donald Trump in occasione della sua visita a Varsavia. L’Iniziativa, che a detta del presidente Duda nasce da “un nuovo concetto per promuovere l’unità europea”, riunisce dodici paesi compresi tra il Baltico, il Mar Nero e l’Adriatico e quasi tutti membri dell’Alleanza Atlantica: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Austria, Slovenia, Croazia, Ungheria, Romania, Bulgaria.
Sotto il profilo economico, lo scopo dell’Iniziativa dei Tre Mari consiste nel colpire l’esportazione di gas russo in Europa favorendo le spedizioni di gas naturale liquefatto dall’America: “Un terminale nel porto baltico di Świnoujście, costato circa un miliardo di dollari, permetterà alla Polonia di importare Lng statunitense nella misura di 5 miliardi di metri cubi annui, espandibili a 7,5. Attraverso questo e altri terminali, tra cui uno progettato in Croazia, il gas proveniente dagli USA, o da altri Paesi attraverso compagnie statunitensi, sarà distribuito con appositi gasdotti all’intera ‘regione dei tre mari’” .
Così la macroregione dei tre mari, essendo legata da vincoli energetici, oltre che militari, più a Washington che non a Bruxelles ed a Berlino, spezzerà di fatto l’Unione Europea e, inglobando prima o poi anche l’Ucraina, stringerà ulteriormente il cordone sanitario lungo la linea di confine occidentale della Russia.”

Da Il cordone sanitario atlantico, editoriale di Claudio Mutti del n. 4/2017 di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”.

Carthago intossicanda est

Il buon Trump qualche mese fa (nella notte fra il 6 e il 7 aprile, per la precisione) lavava l’onta dell’ennesimo attacco chimico del macellaio Assad deliziando il regno del male con un assaggio dei suoi “Tomauòc”, di cui peraltro una manciata raggiunse il bersaglio e il resto finì allegramente sparso nella sabbia del deserto circostante.
Giustificò poi questo attacco – con preavviso ai Russi per dar loro modo di sgomberare tutto meno che gli hangar – con un lungo spataffio presentato alle Nazioni Unite, al cui confronto sembravano verità rivelata i rapporti di Starsky & Hutch a fine puntata, col loro capo incazzato e con le bretelle fumanti che sempre chiosava, più sconsolato che perplesso: “E io mi devo bere tutto questo?” “Si, capo”.
Peccato che l’allegato 2, prova probante con nomi e cognomi registrati al pronto soccorso per intossicazione di gas chimico… smonta tutto l’impianto accusatorio.
Ammesso e non concesso che i Siriani bombardarono, ammesso e non concesso che lo fecero con armi chimiche, ammesso e non concesso ancora che il bombardamento iniziò alle 6:30 del mattino, come mai i poveri civili intossicati iniziarono a registrarsi al pronto soccorso già alle 6:00? E chi controllava all’epoca quel territorio, chi possedeva armi chimiche, chi ha rilasciato il gas PRIMA del bombardamento siriano?
Il buon Robert Parry chiude così il cerchio: “The JIM (Joint Investigative Mechanism) consigned the evidence of a staged atrocity, in which Al Qaeda operatives would have used sarin to kill innocent civilians and pin the blame on Assad” (vedi qui).
Conclude, a mio avviso, in maniera fin troppo benevola: “So, if it becomes clear that Al Qaeda tricked President Trump not only would he be responsible for violating international law and killing innocent people, but he and virtually the entire Western political establishment along with the major news media would look like Al Qaeda’s “useful idiots.”
Trump utile idiota di Al-Qaeda è come dire Messina Denaro utile idiota del primo picciotto ancora incensurato, a mio modesto parere.
E non si tratta neppure di un maldestro tentativo di infangare prove, come nel caso del funzionario russo che, qualche giorno fa, “sbagliò” a passare delle foto per la versione inglese ufficiale del Ministero della Difesa russo che denunciava la fuga di armi e munizioni di un’intera colonna in armi dell’ISIS da Albukamal verso ovest, in pieno territorio controllato dall’alto dalle forze aeree della “Coalizione” che, “inspiegabilmente”, si rifiutavano di bombardarle su segnalazione e richiesta russa perchè “prigionieri di guerra e quindi sotto la Convenzione di Ginevra”. Tutto documentato, stenogrammi e conversazioni registrate… peccato che il funzionario girava foto tratte da videogiochi (sic!) e filmati di anni precedenti. Peccato che appena un quarto d’ora dopo la messa in onda, si sarebbe detto un tempo, partiva la denuncia di “fake” con tutte le foto sbugiardate con relativi equivalenti, peccato che, non appena accortosi dell’errore, il Ministero provvedeva a diffondere sulla versione inglese le foto corrette (tutto ricostruito minuziosamente qui e qui). Nulla da fare, la macchina del fango era già partita… ma il tempo è galantuomo e i conti si faranno alla fine anche per questo (anzi, subito, nel caso del “collaboratore” che ha diffuso le foto e per cui penso che la mannaia sia calata in maniera non molto dissimile da qualche tempo fa, quando il Sette Novembre si festeggiava in maniera ufficiale).
Qui non siamo di fronte a un allegato sbagliato di fronte a una notizia giusta, ma al suo esatto contrario: un allegato giusto di fronte a una notizia sbagliata, una notizia per cui – come sottolinea Parry – non molto tempo fa partì la guerra di Bush; un costrutto falso, ma organicamente coerente di pagine e pagine messo in crisi da un semplice, inosservato dettaglio.
Carthago intossicanda est…
Paolo Selmi

L’unica riconciliazione possibile

“Verificata la possibilità di ottenere i voti di poco più di un milione di Italiani che, abbagliati dalla propaganda antifascista, lo vedevano come l’erede del fascismo, il Movimento Sociale Italiano si offre come ruota di scorta della Democrazia Cristiana con i cui attivisti svolge la campagna elettorale della primavera del 1948 con lo slogan “Chi vota DC vota bene, chi vota MSI vota meglio”.
Dopo, più si allontana dai postulati dottrinari ed ideologici del fascismo più s’impegna nel campo attivistico contro il Partito Comunista per rendersi strumento prezioso ed indispensabile dell’alta borghesia e del Vaticano, non trascurando di servire gli interessi degli Stati Uniti e della neo-costituita Alleanza Atlantica.
Si viene, in questo modo, a formare un “neo-fascismo” di propaganda al servizio dell’antifascismo cattolico e liberale al potere.
Già negli anni Cinquanta, il MSI è solo un partito di estrema destra senza più legami ideologici e storici con il fascismo mussoliniano e rivoluzionario che considerava la borghesia la “rovina dell’Italia” e che aveva invitato i propri militanti ad aderire al Partito Socialista di Unità Proletaria di Pietro Nenni.
Del resto, la Democrazia Cristiana guidata dalla gesuitica politica vaticana la sua riconciliazione l’aveva portata avanti, per fini elettoralistici, fin dal febbraio del 1946, quando aveva chiamato alla leva tutti quei giovani che avevano fatto parte delle Forze Armate repubblicane [si intenda Repubblica Sociale Italiana – n.d.r.].
Erano seguiti la fine dell’operazione, il reimpiego dei licenziati, il reintegro nelle Forze Armate di quanti avevano pur giurato fedeltà allo Stato repubblicano, riconoscimenti pensionistici e quanto altro poteva servire per dimostrare che per la Democrazia Cristiana ed i suoi alleati la guerra civile italiana era solo un ricordo.
Lo stesso Movimento Sociale Italiano era ritenuto, giustamente, forza politica di sostegno esterno ai governi democristiani e, forse, sarebbe riuscito perfino ad ottenere qualche sottosegretariato se lo scarso seguito elettorale suo e dei partiti laici non avesse convinto Aldo Moro a varare la politica di centro-sinistra con la benedizione dell’amministrazione Kennedy ed il contributo decisivo della CIA.
Un partito di estrema destra che rappresentava solo sé stesso non poteva rappresentare la controparte fascista all’antifascismo perché era al servizio, anche segreto, delle sue componenti cattoliche e liberali.
Quale conciliazione si sarebbe mai potuta fare con una forza fascista che non esisteva se non nelle manifestazioni esteriori di un partito che ingannava i suoi elettori autorizzando saluti romani e slogan nostalgici alle sue manifestazioni salvo servire gli interessi del potere antifascista?
Una commedia all’italiana, una tragica commedia che ha raggiunto il suo apice con i grotteschi abbracci fra reduci della RSI e delle forze di liberazione nel 1994 quando il pregiudicato Silvio Berlusconi sdoganò il Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale per farne il proprio alleato politico.
Non passarono due anni che tutti i “fascisti” del MSI-DN, a partire dal loro segretario nazionale, Gianfranco Fini, si volsero in antifascisti condannando esplicitamente il fascismo ritenuto il “male assoluto”.
A quel punto, non si comprende con chi gli antifascisti avrebbero potuto riconciliarsi, se non con i sparuti gruppuscoli di estrema destra che ostentavano di restare fedeli al Movimento Sociale Italiano che mai era stato fascista.
In realtà, l’unica riconciliazione possibile in questo Paese sarebbe quella con la storia che andrebbe raccontata secondo verità.
Ma questo non è possibile perché il potere antifascista si regge sulla menzogna.
E per non smentirsi inventa l’esistenza, ancora nel 2017, di temibili gruppi “fascisti” la cui unica attività è quella di presentarsi ogni anno, almeno a Milano, nella parte del cimitero riservata ai caduti della RSI per offenderne la memoria con il saluto romano.
Per il resto dell’anno brigano con La Russa, Alemanno, Meloni, Salvini con i quali devono salvare l’Italia da migranti, zingari e barboni.
Anche le pulci reclamano un palcoscenico saltellando fra i piedi dei Pulcinella e degli Arlecchino nazionali.
Nessuna riconciliazione nazionale, quindi, è mai stata fatta e mai potrà essere fatta in un Paese in cui solo i morti rimangono coerenti: così per i fascisti, così per i comunisti, così per i “terroristi”.
Per i pochissimi che non rinnegano, non ripudiano, non si dissociano rimane la prospettiva consolante di morire in una solitudine orgogliosa, dimenticati nel tempo presente perché mai vinti.
Ed è quello che alla fine conta.”

Da Riconciliazione, di Vincenzo Vinciguerra.

Generazione Erasmus

Pubblichiamo un breve estratto dalle considerazioni conclusive del nuovo libro di Paolo Borgognone, Generazione Erasmus. I cortigiani della società del capitale e la “guerra di classe” del XXI secolo, Oaks Editrice, pp. 514, €25, in libreria a partire dal 16 novembre.

“Il capitalismo contemporaneo è illimitato esattamente come lo sono le velleità di divertimento, di acquisizione di “esperienze” e il culto della mobilità caratteristici della sedicente Generazione Erasmus (una generazione culturalmente ultracapitalistica). Gli studenti internazionali della Generazione Erasmus, così come il clero politico-economico e accademico-mediatico di complemento al globalismo e all’imposizione planetaria del dogma del libero mercato, ritengono infatti che fermare il capitalismo equivalga a fermare il progresso e pertanto assumono il ruolo, innegabile, di guardia pretoriana dei meccanismi, anonimi e impersonali, di riproduzione del capitalismo sfruttatore. La Generazione Erasmus è infatti contraria al liberismo selvaggio in economia (nel senso che gli studenti internazionali di nuovo conio vorrebbero, dopo il semestre di “vacanza-studio” a zonzo per l’Europa e gli USA, “piazzarsi” nei meccanismi di riproduzione della società di mercato come piccoli borghesi novecenteschi retribuiti, para-statalizzati e assunti a tempo indeterminato) ma è favorevole alla teologia delle nuove forme di comunicazione digitale globale (dai voli low cost per raggiungere in un paio d’ore di viaggio le destinazioni più esotiche e rinomate in tema di possibilità di accesso, a costi contenuti, al divertimentificio postmoderno e fino ai dispositivi hi tech in stile smatphone, ecc.) direttamente generatrici e responsabili dei processi di radicalizzazione del liberismo in economia e di consolidamento della società dello sfruttamento e della precarizzazione di massa in ambito occupazionale ed esistenziale. La contraddizione di fondo interna alla Generazione Erasmus consiste nel fatto che i teenager postmoderni sono tendenzialmente contrari allo sfruttamento capitalistico generalizzato ma favorevoli ai dispositivi capitalistici di comando e controllo costituenti la causa principale dei processi di precarizzazione e pauperizzazione di cui sopra. Il fatto è che i teenager della Generazione Erasmus, per motivi di mera convenienza individuale (vedersi ridimensionate le possibilità di accesso al divertimentificio “no border”?!… Giammai!), si rifiutano aprioristicamente di intendere il capitalismo come fatto totale onnicomprensivo, dunque anche culturale e non soltanto economico, e limitano la loro critica al mondo così com’è a una serie di patetici e innocui lamenti, in perfetto stile “indignados”, contro quelli che gli studenti internazionali di nuova generazione definiscono gli eccessi del liberismo in materia economica. In altri termini, gli studenti Erasmus Generation sono contro la precarietà economica e occupazionale, ma a favore della società di mercato. E questo atteggiamento, volutamente utilitaristico e codardo, da parte delle nuove generazioni conquistate alle logiche individualistiche proprie di una società di sopraffazione, rappresenta una palese, vergognosa e insanabile contraddizione in termini. La Generazione Erasmus è parte integrante del pensiero unico della mondializzazione e della crisi antropologica dell’uomo contemporaneo (di cui la crisi economico/finanziaria degli Stati non è che la conseguenza diretta e perseguita), tanto che il motto identitario di riferimento di questa nebulosa adolescenziale postmoderna è «laissez-passer», ossia la formula di istituzione, sin dai tempi del Codice napoleonico, del liberismo economico negli ordinamenti giuridici di alcuni Paesi europei, Francia in testa.
(..) La Generazione Erasmus è l’embrione sociologico di questa “nuova classe” di servitori plaudenti della pseudo-élite globale. I giovani cosmopoliti odierni infatti, coloro i quali il giornalista Bernard Guetta ebbe a celebrare come «i battaglioni della democrazia» market friendly, si limitarono, nel proprio percorso esistenziale, ad approfittare della compressione dei costi della comunicazione e della mobilità caratteristici dei processi di digitalizzazione e di liberalizzazione del capitalismo e, come direbbe Emmanuel Macron, si “misero in gioco”, ossia adeguarono il loro modus vivendi agli schemi ideologici predisposti ad hoc dalle celebrities del liberalismo che tali “battaglioni” avevano interesse ad arruolare per consolidare l’egemonia ideologica, politica ed economica del regime di libero mercato transnazionale. La Generazione Erasmus infatti, proprio come le celebrities del capitalismo globale, risponde perfettamente, a livello di stereotipi di stili di vita, desiderio e consumo, «alla logica della deterritorializzazione che governa i flussi di segni di valore e informazioni» e, ideologizzata in senso propriamente neoliberale com’è, respinge in toto quella che Formenti definisce invece la «logica della riterritorializzazione, la logica dei corpi che cercano territori da occupare per affondarvi le radici e ricostruire comunità». Il conflitto di classe contemporaneo scaturisce dalla contrapposizione, innanzitutto metafisica e poi di prassi fattuale, tra i sostenitori (i “nuovi europei”) dell’ideologia nichilista e giovanilistica del presente sclerotizzato all’insegna dei cosiddetti processi progressivi necessari dell’omologazione monoculturale americanocentrica e i fautori della filosofia del Sacro, del Sovrano e dell’Eterno (gli “ultimi europei”).”

La benedizione siriana

Di Michel Raimbaud*

Durante questi anni interminabili di nebbia e d’inferno che hanno attraversato la Siria, che sarebbe stata la vita senza la speranza? Pensiamo soprattutto al popolo siriano martoriato ed esposto ad un etnocidio, al suo esercito nazionale che avrà pagato un tributo così pesante all’aggressione barbara lanciata dal gruppo dei suoi “amici”, e ai responsabili che di fronte alla “comunità internazionale” hanno dovuto portare a forza di braccia lo Stato fatto oggetto di una congiura politica…
Pensiamo anche agli amici, difensori e partigiani della Siria legale, a tutti quelli che amavano questa società pluralista, tollerante, amichevole ed altamente civilizzata, e temevano che essa scomparisse per sempre.
Di certo, la fiamma non si è mai spenta, ma era permesso ai più ottimisti di interrogarsi talvolta o di dubitare del futuro di fronte agli assalti di una coalizione islamo-israelo-occidentale innaffiata di centinaia di miliardi di petrodollari e che pesca i suoi combattenti in un mare infinito di mercenari venuti da cento orizzonti. La Siria  ci sarebbe, di fronte alla massa feroce delle potenze imperiali – grandi, piccole o medie – dell’”Asse del Bene”, contro l’orda selvaggia dei jihadisti democratici, dei terroristi moderati, dei rivoluzionari travestiti da conigli? Resisterebbe alle coorti dei disertori, dei transfughi che si davano appuntamento dentro un “esercito libero” teleguidato dai suoi peggiori nemici, agli ordini e al soldo degli islamisti e dei loro sponsor, facendo la ruota per sedurre l’antico “nemico sionista”?
Come tutti i Paesi immersi in situazioni turbolente, la Siria ha sperimentato l’inevitabilità delle infedeltà, delle viltà, del compromesso, delle piccole o grandi corruzioni, ma il suo popolo, nel senso più nobile del termine, resisteva vigorosamente, le sue istituzioni rimasero salde e i suoi governanti hanno tenuto bene. Grazie alla sua incredibile resilienza, lo Stato siriano si è fatto solidi alleati dei quali ha saggiato la lealtà: la Russia e la Cina da un lato, l’Iran, Hezbollah e i suoi alleati dall’altro. Una realtà che stava per proibire la ripetizione nel “Paese di Cham” [nome antico della Siria – n.d.r.] di uno scenario iracheno, libico o yemenita.
Tuttavia, le “grandi democrazie” non potevano che rimanere cieche e sorde a queste realtà inquietanti e scomode, essendo la Siria dalla fine della Guerra Fredda un Paese da distruggere e da abbattere. Le élite acquisite ormai al neoconservatorismo non hanno trovato niente di meglio da fare che sottomettere le “opinioni” ad un martellamento mediatico senza precedenti andando di pari passo con un’ostinata omertà e ad uno stupefacente lavaggio del cervello. I media occidentali sul conflitto in Siria hanno speso solo una o due frasi lapidarie, simboli abbastanza desolanti della poca sensibilità dei nostri governanti, dei nostri analisti e dei nostri intellettuali, espressione dell’incorreggibile arroganza degli Occidentali. “Bashar deve andarsene”, “nessun posto per Bashar nel futuro della Siria”…
È allora che entra in gioco la “maledizione siriana” che ha sanzionato i decisori, gli opinionisti, tutti coloro che avevano perso l’opportunità di tacere. E’ lungo l’elenco di questi imprecatori che hanno mandato a morte Bashar Al Assad all’Aia, a Mosca, a sei metri sotto terra o altrove, e che hanno architettato piani sulla Siria, scrivendo un futuro che non vedrebbero mai. Quanti hanno ripetuto la canzone come pappagalli per anni prima di essere inviati dagli elettori, dalla provvidenza o dalla giustizia immanente al cestino dei rifiuti o all’oblio della storia. Ecco usciti fuori i numerosi buffoni e gli impostori “amici della Siria”.
Da parte sua, Bashar Al Assad è sempre lì, imprescindibile, popolare a casa sua come molti altri sognerebbero… La Siria, che sta andando verso una vittoria decretata “impensabile” contro tanti nemici così potenti, sta in piedi, mentre la discordia, frutto della sconfitta, si è instaurata dalla parte degli aggressori e il caos vi regna sovrano…
Non c’è bisogno affatto di credere nel cielo per ammettere che c’è una “maledizione siriana” che ha colpito e colpisce i nemici di questa “terra santa” che “Dio protegge” (Allah hami-ha), ma in ogni caso, è necessario parlare di una benedizione siriana. Quello che sta accadendo è logico e giusto, ma l’esito previsto di questa guerra universale è una sorta di miracolo e soprattutto per coloro che hanno fede nel futuro.
Questa vittoria, la Siria l’avrà ampiamente meritata! Malgrado tutto quello che diranno gli uccelli del malaugurio, che ammirabile gente, quale esercito di eccezione! E cederemo alla tentazione di dire: se c’è un uomo di Stato che merita di essere sulla terra, è questo Presidente che avrà saputo incarnare la speranza, avrà saputo rimanere fedele alle sue alleanze e guidare il suo Paese alla vittoria.
La Siria, secondo tutti gli auspici, ha vinto la guerra. Non gli resta che conquistare la pace. Ma il coraggioso Paese che ha combattuto per noi ha sicuramente tutte le capacità necessarie per raccogliere con successo questa nuova sfida in modo che questa guerra non sia stata “una guerra inutile”. Ciò che a Dio non piace! Sarà una ricompensa che, molto meglio della vendetta, pagherà il sacrificio delle innumerevoli vittime, dei morti come dei vivi.

*Già ambasciatore di Francia in diversi Paesi, dopo il ritiro professionale si dedica alla scrittura.
L’ultima sua opera pubblicata è Tempête sur le Grand Moyen-Orient, Editions Ellipses, Parigi, 2017, seconda edizione arricchita e aggiornata.

Fonte – traduzione di C. Palmacci