La complicità occidentale nel genocidio in Yemen e il silenzio dei media

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Finian Cunningham per rt.com

Nell’ultima atrocità in Yemen, aerei da guerra sauditi hanno bombardato una zona residenziale, uccidendo almeno 65 persone. La maggior parte delle vittime sarebbero civili del quartiere Salah di Taiz, terza città più grande dello Yemen.
Il supposto crimine di guerra commesso è tragicamente diventato un evento quasi quotidiano durante cinque mesi di bombardamenti aerei incessanti dello Yemen da parte di una coalizione filo-occidentale di potenze straniere.
Nei giorni scorsi, ci sono stati attacchi aerei simili su centri civili nella città portuale di Hodeida sul Mar Rosso e nella provincia settentrionale di Saada.
Save the Children ha avvertito che il pesante bombardamento delle infrastrutture e porti del Paese ha già avuto gravi conseguenze sulla disastrosa situazione umanitaria emergente in Yemen – sia Hodeida che Aden sono passaggi chiave per il trasporto dei rifornimenti di aiuti umanitari, compresi cibo e medicine salvavita ora disperatamente necessari per i 21 milioni di Yemeniti.
Sicuramente, questa dovrebbe essere una notizia di prima pagina, con la CNN, la BBC e France 24, tra gli altri grandi mezzi di comunicazione occidentali, che la rilanciano come la loro storia di punta. Spetta a loro, perché i loro governi sono implicati in crimini gravi. Tuttavia, non vi è stata alcuna copertura giornalistica dei tragici eventi. A parte alcune brevi, vaghe notizie di una crisi umanitaria generalizzata, vi è stato un muro di silenzio su come la coalizione a guida saudita sostenuta dall’Occidente stia polverizzando civili yemeniti e creando la crisi. Ciò suggerisce una censura deliberata da parte dei media occidentali. Continua a leggere

Lo stupro di una Nazione: gli Iracheni resistono su più fronti

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Hadani Ditmars per rt.com

Perché la narrativa dominante dei media continua a rappresentare gli Iracheni sia come terroristi che come vittime che l’Occidente dovrebbe combattere o salvare? Ancora una volta l’oppressione della dialettica binaria alza la sua brutta testa, mentre l’ISIS, dopo una lunga pausa, riporta sull’Irak l’attenzione dei media.
Quando per la prima volta ho viaggiato in Irak nel 1997, per scrivere per il NY Times del disastro umanitario causato dal regime delle sanzioni, i sapientoni di destra, a causa del mio impegno, mi definirono una cattiva saddamista.
Per quanto cercassi con fatica di trasmettere la complessità della situazione – un regime clientelare dove le sanzioni andavano a colpire ogni giorno gli Iracheni e a rafforzare il potere di Saddam; una scena teatrale fiorente con la possibilità di criticare la classe dirigente con sottili doppi sensi; uno status per le donne più elevato di quello di gran parte del mondo arabo, pian piano eroso dagli eccessi dell’embargo – potevo sentire gli occhi della gente sorvolare e qualunque possibile argomentazione veniva spazzata via da una risposta impassibile: “Ma Saddam è malvagio, no?” Era come se l’intera Nazione fosse ridotta all’unica immagine archetipica di un dittatore arabo.
L’altro giorno, a un ricevimento, un’accademica americana mi ha domandato dei miei progetti per l’autunno. Quando ho detto che sarei andata in Irak a fare ricerche per il mio prossimo libro – un diario di viaggio politico in antichi siti che sovverte la tradizionale narrativa turistica con storie di vedove, orfani e sfollati – ho sentito lo stesso sguardo vuoto. “Oh, fantastico! Così hai intenzione di finire come schiava sessuale dell’ISIS?” ha risposto impassibile – come se l’ISIS fosse la sola narrazione possibile – e il solo male – in un Paese di 33 milioni di anime.
Un decennio fa, la riduzione caricaturale di 33 milioni di persone a mini-Saddam che una volta caratterizzava i ritratti degli Iracheni offerti dai principali media prima dell’invasione fu sostituita da una nuova terribile caricatura: gli Iracheni come folli attentatori suicidi magicamente trasformati da secolari a settari in pochi anni di occupazione. Le vittime del nuovo terrore venivano etichettate come i suoi autori. Per anni gli Iracheni hanno dovuto convivere con questa bizzarra fusione e l’ISIS offre ora una nuova opportunità. Continua a leggere

Carattere dell’odierna ascesa cinese

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Vi sono molte storie non dette sull’ascesa della Cina.
Reg Little, diplomatico australiano di lungo corso, ne racconta una.
Da “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. 2/2015, pp. 82-83.

“Sarebbe errato parlare di ascesa cinese in senso esteso. È molto più appropriato parlare di rinascita della Cina. Fino alle guerre dell’oppio, alla metà del XIX secolo, la Cina aveva guidato il mondo nella tecnologia e nella produzione economica per gran parte della storia umana.. Alla metà del XX secolo, la rivoluzione di Mao Zedong cominciò a gettare le fondamenta della rinascita cinese. Questa rinascita è diventata evidente circa un quarto di secolo più tardi, quando Deng Xiaoping prese il potere.
La nuova evidente caratteristica della Cina contemporanea sta nel fatto che le potenze angloamericane hanno costruito un nascente sistema globale e che la rinascita della Cina deve aver luogo al centro di questa interconnessione globale. È questa la caratteristica veramente unica della contemporanea ascesa, o rinascita, della Cina. È qualcosa che altre potenze hanno reso inevitabile, non qualcosa che sia avvenuto per iniziativa delle guide della Cina.
Perciò nell’ascesa della Cina contemporanea c’è parecchio che può essere compreso soltanto esaminando l’interazione della moderna influenza occidentale con la rinascita della cultura tradizionale cinese. Finora l’impatto dell’influenza occidentale sembra essere stato dominante. Eppure il successo della Cina può essere spiegato solo osservando il modo in cui la sua cultura tradizionale la ha attrezzata per poter competere con l’Occidente.
Analogamente, gran parte dell’attività cinese è stata dettata da imperativi imposti dalla modernità occidentale. Però, a mano a mano che la Cina diventa più forte, più indipendente e più cinese nelle sue scelte, è possibile sottoporre molte iniziative occidentali ad un profondo riesame.
Basta guardare ai danni procurati dagli imperativi industriali occidentali all’ambiente, all’acqua, all’aria, al cibo ed alla medicina, per vedere i possibili benefici di questo sviluppo. Naturalmente, oggi la Cina rappresenta una misera pubblicità in questo senso, poiché, nella fretta di costruire la sua economia, di ristabilire la sua autonomia culturale e di guadagnare un certo controllo sul proprio avvenire, essa ha dovuto accettare molti di tali imperativi. In ogni caso, ora essa ha ampiamente realizzato questi fini ed ha la possibilità di risolvere i suoi problemi.
Per rimediare ai danni prodotti dagl’imperativi industriali, le tradizioni di legge edi governo della Cina possono sembrare molto più adeguate che non le pratiche comuni delle democrazie occidentali. Le grandi multinazionali hanno dimostrato la loro capacità di scrivere le leggi e le normative dei governi eletti servendosi delle consorterie, dell’influenza mediatica, delle perizie industriali e del finanziamento ai partiti, spesso col minimo riguardo per i danni inflitti al bene comune.
In realtà, lo studio dei classici, della storia e della cultura politica della Cina rivela che molti tratti della civilizzazione angloamericana contemporanea traggono origine dalle avventure imperialistiche delle grandi società commerciali inglesi come la Compagnia delle Indie e, più recentemente, dalle iniziative delle multinazionali americane nel sistema istituzionale globale costruito dopo la sconfitta dell’Europa nel secondo conflitto mondiale.
L’ascesa della Cina e dei suoi alleati asiatici induce a pensare che molte pratiche e molti valori angloamericani subiranno probabilmente un riassestamento, secondo prospettive in grado di sorprendere e marginalizzare le certezze odierne. L’incapacità degli strateghi angloamericani di comprendere i punti vulnerabili della loro cultura e di esplorare i punti di forza di una cultura dotata di un patrimonio straordinario ha accelerato sia il tramonto dell’Occidente sia l’ascesa dell’Oriente. È difficile pensare che adesso questa situazione possa essere ribaltata.
Adesso i popoli occidentali hanno a disposizione un periodo più breve per prepararsi ad un futuro prevedibile, nel quale le certezze e le comodità del passato saranno soggette ad un riesame. Il sistema globale esistente è stato costruito sul dogma della superiorità dei valori occidentali, i quali però si sono dimostrati vulnerabili davanti alla sfida asiatica. È ancora troppo presto per delineare il probabile esito di questa interazione di culture in competizione, ma sarà essenziale riservare una profonda attenzione alla cultura tradizionale cinese, se si vuole valutare l’approccio cinese all’Occidente sperando di ricavarne qualche vantaggio.”

Reg Little ha svolto attività diplomatica in cinque missioni australiane per venticinque anni, durante i quali ha studiato giapponese e cinese. A Canberra, ha diretto l’Australian China Council. Autore di tre libri dedicati alla dottrina confuciana, dal 2009 è stato presidente dell’Associazione Confuciana Internazionale, che ha sede a Pechino.
Questo articolo originalmente è apparso sulla rivista australiana New Dawn (Vol. 9, n. 1).

Goldman Sachs – NATO Corp.

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Dopo essere stato dal 2009 al 2014 segretario generale della NATO (sotto comando USA), Anders Fogh Rasmussen è stato assunto come consulente internazionale dalla Goldman Sachs, la più potente banca d’affari statunitense.
Il curriculum di Rasmussen è prestigioso. Come primo ministro danese (2001-2009), si è adoperato per «l’allargamento della UE e della NATO contribuendo alla pace e prosperità in Europa». Come segretario generale, ha rappresentato la NATO nel suo «picco operativo con sei operazioni in tre continenti», tra cui le guerre in Afghanistan e Libia, e, «in risposta all’aggressione russa all’Ucraina, ha rafforzato la difesa collettiva a un livello senza precedenti dalla fine della guerra fredda». Rasmussen inoltre ha sostenuto il «Partenariato transatlantico su commercio e investimenti (TTIP)» tra Stati Uniti e UE, base economica di «una comunità transatlantica integrata».
Competenze preziose per la Goldman Sachs, la cui strategia è allo stesso tempo finanziaria, politica e militare. Suoi dirigenti e consulenti, dopo anni di lavoro alla grande banca, sono stati messi in posti chiave nel governo USA e in altri: tra questi Mario Draghi (governatore della Banca d’Italia, poi presidente della BCE) e Mario Monti (nominato capo del governo dal presidente Napolitano nel 2011).
Non c’è quindi da stupirsi che la Goldman Sachs abbia le mani in pasta nelle guerre condotte dalla NATO. Ad esempio, in quella contro la Libia: si è prima impadronita (adducendo perdite del 98%) di fondi statali per 1,3 miliardi di dollari, che Tripoli le aveva affidato nel 2008; ha quindi partecipato nel 2011 alla grande rapina dei fondi sovrani libici (stimati in circa 150 miliardi di dollari) che USA e UE hanno «congelato» al momento della guerra. E, per gestire attraverso il controllo della «Central Bank of Libya» i nuovi fondi ricavati dall’export petrolifero, la Goldman Sachs si appresta a sbarcare in Libia con la progettata operazione USA/NATO sotto bandiera UE e «guida italiana».
In base a una lucida «teoria del caos», si sfrutta la caotica situazione provocata dalle guerre contro Libia e Siria, strumentalizzando e incanalando verso Italia e Grecia (tra i Paesi più deboli della UE) il tragico esodo dei migranti conseguente a tali guerre. Esso serve come arma di guerra psicologica e pressione economica per dimostrare la necessità di una «operazione umanitaria di pace», mirante in realtà all’occupazione militare delle zone strategicamente ed economicamente più importanti della Libia.
Come la NATO, la Goldman Sachs è funzionale alla strategia di Washington che vuole una Europa assoggettata agli Stati Uniti. Dopo aver contribuito con la truffa dei mutui subprime a provocare la crisi finanziaria, che dagli Stati Uniti ha investito l’Europa, la Goldman Sachs ha speculato sulla crisi europea, consigliando «gli investitori a trarre vantaggio dalla crisi finanziaria in Europa» (si veda il rapporto riservato reso noto dal Wall Street Journal nel 2011).
E, secondo documentate inchieste effettuate nel 2010-2012 da Der Spiegel, New York Times, BBC, Bloomberg News, la Goldman Sachs ha camuffato, con complesse operazioni finanziarie («prestiti nascosti» a condizioni capestro e spaccio di «titoli tossici» USA), il vero ammontare del debito greco. In tale faccenda, la Goldman Sachs si è mossa più abilmente di Germania, BCE e FMI, il cui cappio messo al collo della Grecia è evidente.
Reclutando Rasmussen, con la rete internazionale di rapporti politici e militari da lui tessuta nei cinque anni alla NATO, la Goldman Sachs potenzia la sua capacità di influenza e penetrazione.
Manlio Dinucci

(il manifesto, 18 agosto 2015)

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Finiamola

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“Gli Stati Uniti non hanno mai inteso liberare alcun popolo, ma solo estendere il loro controllo sui Continenti, primo quello europeo, dove oggi trovano la sola opposizione della Russia.
Proiettati ora alla conquista dell’Asia e dell’Africa, chiamano gli “Stati-clienti” a versare il tributo di soldi e di sangue che gli è dovuto per le loro guerre. Per riacquistare sovranità nazionale, indipendenza, bisogna riscoprire la dignità nazionale e riappropriarci della nostra storia e del nostro passato, con tutte le sue luci e le sue ombre.
La riscoperta di ciò che è nostro, più che il risparmio finanziario sulle spese militari, farà comprendere agli Italiani la necessità di uscire da un’alleanza che ci ha procurato lutti e sangue in passato e che altri ce ne porterà in futuro.
Oggi, l’Italia è una Repubblica fondata sulla menzogna, dalla “guerra di liberazione” alla “sconfitta del terrorismo”, alle “missioni di pace”, che hanno l’unico scopo di far accettare agli Italiani il nostro inserimento in uno schieramento politico e militare che è utile solo per gli Stati Uniti e la loro politica imperiale.
Vogliamo uscire dalla NATO?
Rifondiamo la Repubblica sulla verità che permetterà agli Italiani di riconoscere il disegno strategico di una Potenza che si propone di asservire i popoli al proprio dominio.
Si può giungere alla neutralità e, quindi alla libertà passando però per l’unica via possibile, quella della verità.”

Da Un’iniziativa da condividere, di Vincenzo Vinciguerra.

Sempre pronti ad abboccare

lupo“Che cos’altro si devono inventare per far arrivare l’esasperazione degli occidentali ad un punto oltre il quale c’è solo il massacro, con gusto sadico e vendicativo, del primo arabo-musulmano che passa per strada?
Al di là di ciò che si può legittimamente criticare di questo cosiddetto “Islam” tutto “lettera” e nulla “spirito”, resta il fatto che oltre ad essere fondamentalmente eterodiretto (torneremo sul punto), questo spauracchio coi suoi dettagli “terrificanti” sparati nelle case degli Occidentali a dosi massicce svolge perfettamente la funzione (cinematografica) del “pericolo” che incombe su un “pacifico” Occidente, che altrimenti se ne starebbe tranquillo ed in pace, senza doversi imbarcare di continuo in qualche impresa nella quale, controvoglia ma per spirito di servizio (sempre secondo la sceneggiatura made in USA), gli Americani si devono imbarcare per salvare non solo l’Occidente (cioè quelli sotto il loro dominio) ma addirittura l’intero genere umano e quindi i musulmani stessi. Che da soli non riescono a venire a capo dei loro problemi, tanto sono “medievali” e “fanatici”.
Peccato che per uno “stupro del califfo” che diventerà vero nella misura in cui il SITE ne diffonderà la “notizia” e farà imbestialire tutti quanti, pochi svolgeranno un elementare esercizio di memoria, provando a ricordare come l’Irak, oggi teatro delle peggiori nefandezze che fan gridare vendetta, abbia dovuto patire, principalmente per colpa di questi artisti della manipolazione e della contraffazione, almeno venticinque anni di sofferenze, in mezzo alle quali c’è stata una vera e propria sagra della bufala, tra cormorani impiastricciati (ma rigorosamente “d’archivio”) e incubatrici spente, con altre piccole creature infilzate, negli ospedali del Kuwayt, dalle baionette del “quarto esercito più potente del mondo”… Che poi tutto fosse rigorosamente falso, e pilotato da una cabina di regia ubicata negli USA (che comprendeva anche la figlia dello stesso ambasciatore del Kuwayt), che cosa importa? L’importante era ciò che era stato fatto credere, ed in quel preciso momento serviva far odiare come un novello Hitler il presidente iracheno. Che non sarà stato uno stinco di santo, ma almeno ebbe il merito, come il suo omologo siriano, di far convivere su un’unica terra, i cui confini erano stati tracciati dai colonialisti, etnie e religioni le più diverse. Con quei costumi “barbari” e “medievali” che oggi devono toglierci il sonno i quali – udite udite – erano non solo scoraggiati ma talvolta banditi dall’odioso dittatore.
Nessuno o quasi, oggi, è in grado di riportare alla mente l’immane strage che, nel giorno di Purim, venne compiuta ai danni delle colonne motorizzate irachene, in rotta dal Kuwayt, nel febbraio del 1991. Una fila chilometrica di mezzi bruciati e di corpi abbrustoliti, disciolti e resi come pezzi di carbone dalla “vendetta” che, inesorabile, doveva aver ragione di chi aveva “impiastricciato il cormorano” e “squartato i neonati”.
A questo serve, infatti, quest’infame propaganda per dementi: a giustificare ogni atrocità dei “buoni”, tra l’altro mai commisurata a quelle vere o presunte che i “cattivi” avrebbero commesso, a danno degli Americani o no, non importa, perché l’America ha il monopolio della vendetta universale, col compito, non negoziabile né rimandabile, di ripristinare la “giustizia” ovunque questa venga infranta.
E così, tra Bin Laden II ed un califfo dedito al lenocinio, ci si tenga pronti ad un nuovo scatenamento di potenza bellica “purificatrice”, accanto alla quale, un’altra potenza di fuoco, quella mediatica, non mancherà di fare le sue vittime tra i molti, troppi deficienti sempre pronti ad abboccare.”

Da Gli Americani, maestri della recitazione, di Enrico Galoppini.

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