No NATO per la sovranità dell’Italia

Presentazione del Disegno Di Legge Costituzionale n. 1774, d’iniziativa della senatrice Paola De Pin (Gruppo Misto), per la modifica all’articolo 80 della Costituzione, in materia di ratifica dei trattati internazionali di natura militare, nonché disposizioni in materia di basi, caserme, installazioni e servitù militari.

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[Modificato alle ore 11:55]

Ilaria Alpi, cronaca di una vergogna

È il 20 marzo 1994, a Mogadiscio, e il corpo ancora caldo e sanguinante di Ilaria Alpi dopo l’esecuzione in cui ha perso la vita con Miran Hrovatin non è soltanto un’immagine impossibile da dimenticare, ma anche il simbolo della nostra dignità umiliata.
Allo stesso modo, l’inchiesta “Ilaria Alpi, l’ultimo viaggio” trasmessa sabato sera (11 Aprile u.s. – ndr) da Raitre, non è soltanto il miglior lavoro mai realizzato sull’assassinio della giornalista del Tg3 e del suo operatore, ma anche la sintesi del malaffare e l’infamia che hanno sporcato quella stagione di storia.
La violenza, i traffici d’armi, lo smaltimento in Africa dei rifiuti tossici e radioattivi, il ruolo occulto dei servizi segreti, i depistaggi conclamati, le anomalie messe in atto per coprire realtà indicibili: c’era tutto, in quest’ora e quarantadue minuti di televisione d’eccellenza scritta da Claudio Canepari, Mariano Cirino, Massimo Fiocchi e Lisa Iotti, e prodotta per la Rai da Magnolia.
«Ci sono anche riprese e parole di mia figlia che non avevo mai visto e ascoltato», mi raccontava l’altro giorno Luciana Alpi, madre di Ilaria nonché anima di una costante pressione perché la verità potesse sbucare dal fango.
Parole quantomai vere.
Tutto è stato, “Ilaria Alpi, l’ultimo viaggio”, tranne che un video compilativo di già noto e stranoto.
Al contrario, ha spiegato l’intelligenza di una giornalista che non ha seguito, in terra d’Africa, il rituale delle corrispondenze a base di comunicati stampa ed empatia con i poteri presenti sul territorio, ma è andata sempre in cerca di fatti, fatti, e ancora fatti.
Troppo, per essere accettata come postura: infatti è stata recisa senza pietà.
Il che non è un vecchio racconto, ma qualcosa di tanto attuale e sconvolgente da non trovare giustizia.
Lo si è visto, recentemente, con le dichiarazioni del testimone Gelle, il quale ha dichiarato a Chiara Cazzaniga di “Chi l’ha visto?” di essere stato pagato per mentire sull’esecutore dell’omicidio Alpi (accusando quell’Ashi Omar Hassan ancora recluso in un carcere tricolore).
E lo si è rivisto con evidenza raggelante sabato sera, grazie ai documenti che provavano traffici di armi USA e l’ombra della CIA sugli ultimi giorni di Ilaria.
Se avesse un volto, il concetto di servizio pubblico, sarebbe quello dell’inchiesta offerta da Raitre.
E se avesse un volto la vergogna, pure, sarebbe quello di chi continua a manovrare perché vinca il silenzio su Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Riccardo Bocca

Fonte

Air Algérie nello Yemen: l’operazione di salvataggio che si è quasi trasformata in tragedia

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La tensione è al suo apice tra l’Arabia Saudita e l’Algeria. Anche se nessuna dichiarazione ufficiale è giunta a confermarlo, molti segnali, a volte palesi, tradiscono la segretezza che circonda questo conflitto latente.

Prima, 250 algerini bloccati a Gedda a partire da venerdì mentre è in corso il rimpatrio, poi il divieto agli equipaggi di Air Algérie di scendere dal loro aereo e passare la notte a Gedda e, infine, la chiusura dello spazio aereo saudita agli aerei battenti bandiera algerina, sia civili che militari.
Ora gli aerei di Air Algérie dovranno bypassare l’Arabia Saudita per raggiungere Dubai e quindi allungare le distanze, aumentare il consumo di carburante e attraversare delle zone pericolose.
Il motivo di questo picco di rabbia di Riyad è l’audace operazione di espatrio, in piena guerra aerea, di oltre 200 cittadini maghrebini, tra cui 160 algerini, che si è conclusa sabato [4 Aprile u.s. – ndc] sulla pista dell’aeroporto di Algeri Houari Boumediene.

L’unità di crisi
Tutto ha inizio quando comincia l’offensiva aerea “Tempesta Decisiva”, lanciata il 25 Marzo da una coalizione guidata dall’Arabia Saudita contro i ribelli Houthi nello Yemen.
L’Algeria decide in quel momento preciso di istituire un’unità di crisi per monitorare gli eventi. La presidenza della Repubblica, il ministero della Difesa nazionale e quello degli Affari Esteri coordinano la loro azione. Il 26 Marzo, mentre alcune navi cinesi e saudite si dirigono verso Aden per rimpatriare i loro cittadini, l’Algeria inizia a studiare un piano di evacuazione.
Nessuna imbarcazione delle forze navali è nella zona. La Cina è responsabile di recuperare il 31 Marzo un gran numero di suoi cittadini, ma anche quelli di altri Paesi asiatici per via marittima. Questa opzione non rappresenta una soluzione per le autorità algerine, tanto più che il personale diplomatico e la maggior parte dei connazionali si concentrano nella regione di Sana’a.
L’Arabia Saudita, che è riuscita a coalizzare attorno a sé quasi la maggioranza dei Paesi arabi nella sua guerra allo Yemen, ha reagito male all’atteggiamento provocatorio di Algeri. Perché l’Algeria non solo rifiuta di partecipare a questa offensiva, ma difende con forza la sua decisione e osa perfino proporre un’alternativa pacifica per risolvere il conflitto.
Peggio ancora, il disprezzo con cui la diplomazia algerina ha accolto la proposta egiziana di creare una forza militare araba per “lottare contro il terrorismo” è stato sentito dall’asse Riyad-Cairo come un vero affronto, tanto più che gli eventi hanno avuto luogo in territorio egiziano e nel corso di un vertice della Lega Araba.

Pianificazione
Algeri ancora non lo sa, ma Riyad sembra volerla far pagare alla capitale ribelle. A Sana’a, i funzionari dell’ambasciata algerina sono sulle spine. Come tutti gli abitanti della capitale yemenita, essi subiscono i bombardamenti della coalizione. Sono occupati ad identificare i cittadini e a stabilire i contatti con le diverse parti sul territorio per assicurarsi della riuscita di un’operazione di espatrio. Sono entrambe missioni cruciali, poiché da esse deriva il dimensionamento dei mezzi che le autorità algerine dovranno impiegare per la riuscita dell’operazione.
Sono un po’ più di un centinaio, fra cui molte donne, cui si aggiungono i diplomatici e le loro famiglie. In tutto, 160 algerini sono nella lista delle persone da evacuare. La lista è aperta ai cittadini dei Paesi vicini che non hanno potuto lasciare lo Yemen: quaranta tunisini, quattordici mauritani, otto libici, tre marocchini e un palestinese. Si tratta, in tutto, di quasi 230 persone da evacuare.
Stabilita la portata dell’operazione, Algeri decide di inviare il più grosso aereo civile della sua flotta, un Airbus A330 d’Air Algérie. Anche se la tratta aerea Algeri-Sana’a non è mai stata servita dalla compagnia di bandiera, i piloti sono fiduciosi, nonostante le difficoltà che si annunciano.
L’ostacolo maggiore che si presenta di fronte a quest’impresa è innanzitutto il sorvolo e l’atterraggio in una zona di guerra, con un centinaio di caccia che occupano lo spazio aereo, da un lato, e una ribellione che dispiega missili anti-aerei di diversa portata, dall’altro.
Altra difficoltà, l’altitudine dell’aeroporto di Sana’a, più di 7.300 piedi [2.225 metri ca. – ndc], che fa sì che il velivolo faccia fatica a decollare col pieno carico di carburante. Il rapporto peso/portata gli è sfavorevole. Il rifornimento a Sana’a è escluso per motivi di sicurezza. L’equipaggio dovrà fare tutto il tragitto con un solo pieno, e ciò metterà l’aereo ai limiti della sua portata.

Minacce…
Giovedì [2 Aprile u.s. – ndc] l’aereo decolla da Algeri, direzione Sana’a, il ministero degli Affari Esteri avverte l’Arabia Saudita e l’Egitto della missione. Il piano di volo dell’aereo civile è condiviso, convenzionalmente, con tutti i Paesi che saranno attraversati o che potrebbero esserlo. Il volo procede normalmente fino alle prossimità dello spazio aereo saudita. Mentre l’equipaggio di Air Algérie si aspettava una scorta militare a partire dall’Arabia Saudita, esso rimane sorpreso dall’atteggiamento di caccia inviati per dissuaderli a penetrare nello spazio aereo.
Il controllo saudita avverte l’equipaggio del divieto e gli intima di tornare indietro. Sorpresi e pensando a un problema di comunicazione o a un qualche pericolo sopra lo Yemen, gli algerini chiedono di poter deviare verso Dubai. Ancora una volta, sono sorpresi dalla fermezza dei toni del controllo aereo. Lo spazio saudita è chiuso a tutti i velivoli algerini.

…sequestro
L’equipaggio non ha scelta: [deve] tornare indietro al Cairo e attendere che la macchina diplomatica faccia il suo corso. In meno di un’ora e mezza l’A330 atterra al Cairo. Ma la situazione peggiora. La piccola delegazione algerina viene maltrattata e i suoi membri portati all’albergo dove abitualmente sono alloggiati gli equipaggi di Air Algérie; qui viene loro imposto l’obbligo di domicilio col divieto di lasciare la struttura. Questo sequestro durerà 48 ore.
Ad Algeri il caso desta sorpresa, i sauditi fanno orecchie da mercante. La richiesta algerina per il rimpatrio della sua comunità in Yemen è respinta. Il caso prende una piega seria. Ѐ la Presidenza della Repubblica a gestire ormai il dossier. Algeri avverte Riyad che l’aereo svolgerà la sua missione in ogni caso, visto il suo carattere umanitario.
L’aereo decolla sabato e atterra a Sana’a, i funzionari dell’ambasciata sono stati in grado di riunire e portare tutti in modo organizzato all’aeroporto. Il volo di ritorno avviene senza nessun problema, ma l’equipaggio tira un sospiro di sollievo solo dopo aver raggiunto il Mediterraneo. I funzionari algerini e la direzione della compagnia aerea scelgono di non divulgare questo caso. Le poche persone che scelgono di parlarne mettono in evidenza l’audacia dell’equipaggio e la sua determinazione nell’andare fino in fondo alla missione.
Ma l’Arabia Saudita ha deciso di mantenere la pressione sull’Algeria. La compagnia di bandiera non ha tuttora il diritto di sorvolare lo spazio aereo saudita; viene mantenuto solo il servizio di Gedda, con il divieto agli equipaggi di passarvi la notte. La più piccola formalità in linea con i codici dell’organizzazione dell’aviazione civile internazionale richiede delle ore. Questo è ciò che spiega le difficoltà incontrate dalla compagnia per rimpatriare gli algerini bloccati a Gedda nelle ultime 48 ore. Al Cairo Air Algérie soffre ugualmente della lentezza delle procedure e di pressioni.
Questo sarà, in parte, il prezzo da pagare dall’Algeria per il suo rifiuto di partecipare alla guerra nello Yemen.
Kamel Abdelhamid

[Fonte – traduzione di M. Guidoni]

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Calipari misteri irrisolti

“Gabriele Polo, già direttore del Manifesto ai tempi del sequestro Sgrena, racconta con la specifica visuale della sua redazione la vicenda della morte di Nicola Calipari del SISMI a Baghdad. Tra le molte opzioni Polo sceglie quella agiografica che non entra in nessuno (o quasi) dei nodi irrisolti delle varie inchieste e della ricostruzione ufficiale. Non c’è nemmeno un’adeguata sottolineatura delle ragioni che hanno spinto gli italiani (istituzioni e cittadini) a chiamare Calipari “eroe” e il Presidente della Repubblica a conferirgli la medaglia d’oro. L’eroismo dell’uomo che, in quei momenti, rappresentava lo Stato è consistito, non appena iniziata la sparatoria al posto di blocco sulla via dell’aeroporto, nell’avere protetto con il proprio corpo quello della Sgrena, perdendo per questo motivo la vita. Un gesto che non può essere stato istintivo, ma frutto della precisa consapevolezza dei rischi che entrambi e il capitano dei Carabinieri Andrea Carpani, alla guida, stavano correndo. Polo non risponde a nessuno dei perché che, da allora, rimangono sul tappeto. Vediamoli”.

L’articolo-recensione di Domenico Cacopardo continua qui.

L’Islam buono e quello cattivo

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La memoria genetica dei musulmani.
Sessanta anni di stermini e di milioni di morti dimenticati dalla lotta al terrorismo. La decima crociata di Papa Bergoglio.

“Il passato e il suo ricordo possono intralciare gli indirizzi politici dei governi. Vengono pertanto revisionati, ristrutturati o sepolti.
A distanza di anni e di decenni hanno comunque la pessima abitudine di riemergere, di riprodursi con sembianze a volte deformate ed effetti tali da seminare sgomento e provocare reazioni anomale e controproducenti in Occidente. Il mondo musulmano vive ancora la nostra recente esperienza in Algeria e nel Medio Oriente, ma conserva una memoria genetica di un passato non troppo lontano, di persecuzioni e del sangue versato dopo la Seconda Guerra Mondiale. E prima o poi quella memoria tornerà a tormentare la coscienza del mondo occidentale.”

Trascriviamo queste note su quanto ci disse Ben Bella nel 1998. Ci aveva presentato all’eroe dell’Armata Popolare di Liberazione Luciana Castellina a Ginevra durante la marcia con cui veniva celebrato il 50° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Non volle parlarci del suo ruolo ad Algeri, della sua prigionia, dell’esilio dopo il colpo di Stato di Boumedienne, ma insistette a lungo sulle sue apprensioni per quanto ci teneva in serbo un futuro incerto, non solo di guerre ma anche di ingiustizia sociale. Parole accorate e profetiche di un personaggio famoso che non si considerava certo un vinto, ma neanche un vincitore trionfante della storia.
A rintracciare quelle note ci ha indotto un eccellente articolo di Tommaso Di Francesco su il Manifesto del 5 aprile scorso. C’è una distrazione generale, scrive, sull’ecatombe dei combattimenti e dei bombardamenti scatenati in Irak, Pakistan e Afghanistan dall’11 settembre 2001 al primo semestre del 2014: più di un milione e trecentomila morti, quasi tutti civili, senza contare le altre centinaia di migliaia di vittime in Siria e a Gaza. Morti che non hanno nome, che non contano niente. Stati Uniti e alleati europei, continuano a sganciare bombe accompagnati dal ritornello dei leader occidentali “Siamo in guerra contro il terrorismo, non contro l’Islam”. Il terrorismo di turno, almeno da otto mesi a questa parte, è quello dei tagliagole dello Stato Islamico, degli sciiti contro i sunniti e viceversa, armati e finanziati in alternanza o contemporaneamente dalla NATO, dagli Emirati, dall’Arabia Saudita e in misura decrescente dall’Iran mentre lo Stato israeliano di Netanyahu se ne sta a guardare più o meno compiaciuto.
Abbiamo poi l’Islam buono e quello cattivo, il primo che cerca invano l’integrazione nelle periferie desolate del mondo occidentale, il secondo minoritario, impermeabile alla cultura occidentale che fa strage di infedeli, cristiani e musulmani pacifici, in Medio Oriente, nel Nord Africa e in misura limitata anche in Europa. Tutti d’accordo perché come ha osservato a febbraio persino Time, il settimanale dedicato al primato di civiltà e allo “eccezionalismo” del popolo statunitense, questo vive in “un presente eterno in cui ogni riflessione è limitata a Facebook e la narrazione storica è delegata a Hollywood”.
Rischiamo ben volentieri di farci assegnare il ruolo di improbabili sostenitori dei tagliagole e ricordiamo per sommi capi alcuni eventi del dopoguerra che nelle parole di Ben Bella sono entrati nella “memoria genetica” del mondo musulmano, un mondo in quegli anni aperto, pacifico e generalmente incline ad abbracciare i valori della giustizia sociale.
In Indonesia, dopo l’indipendenza, è vero, era presente un partito comunista: bastò a Londra e Washington per abbattere con un colpo di stato il governo progressista del Presidente Sukarno per sostituirlo con la dittatura di Suharto e con l’invio di truppe scelte e l’impiego di fazioni dissidenti islamiche e cristiane per scatenare una guerra di sterminio in tutto il paese che provocò da un milione e mezzo a tre milioni di morti musulmani tra il 1965 e il 1966. Le ingenti risorse minerarie e petrolifere dell’Indonesia vennero così assicurate agli USA e alla Gran Bretagna. Per il Grande Impero d’Occidente i movimenti indipendentisti, postcoloniali e progressisti, nel Medio Oriente islamico ed arabo erano diventati inaccettabili e da abbattere con qualsiasi mezzo: venne rafforzato con armamenti e finanziamenti diretti il Wahabismo, una setta islamica ultraconservatrice nell’Arabia Saudita e fiumi di sangue precedettero e accompagnarono l’installazione dello Shah in Iran. Dopo la sua caduta, Saddam Hussein, allora nei favori di Washington fu finanziato ed armato nella guerra di otto anni contro l’Iran di Khomeini (un milione di morti). Un milione e mezzo poi le vittime – tra caduti e per fame da sanzioni – della prima guerra contro l’Irak del 1992, di cui nessuno oggi parla. E poi gli attacchi e le guerre di Israele contro la Palestina, l’Egitto, la Giordania e la Siria, sempre nella memoria della Shoah e in nome del diritto alla sopravvivenza con i quattro miliardi di dollari USA all’anno che hanno fatto di questo Stato la nuova Prussia atomica del Medio Oriente.
E’ questo l’humus del risentimento del mondo musulmano in cui germinano i semi del fanatismo estremo dell’IS. E’ stato detto e ribadito da osservatori di noi ben più autorevoli che ignorare le cause del terrorismo vuol dire perpetuarlo.
Come combattere il Califfato? Suggerimenti razionali e ridimensionamenti del fenomeno abnorme nei suoi aspetti più efferati, vengono offerti da Lucio Caracciolo nell’ultimo numero di Limes “Chi ha paura del Califfo”. Non è comunque un mistero per chi sa far di conto che il primo passo dovrebbe essere quello del taglio dei finanziamenti indiretti e del riciclaggio dei petrodollari dell’IS di cui sono responsabili gli Emirati Arabi (il Dubai si è aggiudicato il titolo di Bancomat del Califfato). Qualche pressione su questi regimi “criminogeni” sono state esercitate negli ultimi mesi dall’Amministrazione Obama, ma “pecunia non olet”, gli affari sono affari e “the business of America is business”.
Facile comprendere invece le ragioni dell’appello ad una Decima Crociata di chi ha sempre parlato del denaro come “sterco del diavolo”, di pace universale, di Dio che tutto e tutti perdona, di misericordia, di amore per i poveri, di cristiana pietas verso i diseredati colpevoli e meno, e cioè di papa Bergoglio. Giusto che il non più sontuoso erede del pescatore di Tiberiade condanni la persecuzione dei cristiani quale pastore del gregge, ma da qualche giorno a questa parte la denunzia del silenzio complice dell’inerzia occidentale suona come un esplicito invito a sterminare i lupi, tutti i lupi.
Se ha assunti i toni di Urbano II e di Pietro l’Eremita – Deus le volt – un altro motivo è più che opinabile: l’alta missione dei Gesuiti, dettata dal fondatore Francesco di Sales (non di Assisi), quella del proselitismo e delle conversioni di massa, la stessa che lo ha portato sul soglio pontificio in piena crisi di vocazioni e di chiese semi vuote aveva trovato in Bergoglio un predicatore popolare e di gran successo. I lupi del Califfato hanno spaventato il gregge e bloccato la missione. Vanno quindi ammazzati in gloria in excelsis Deo.
Lucio Manisco

Fonte

Sovranità alimentare in Russia

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A proposito della notizia secondo la quale i cineasti russi Nikita Mikhalkov, già premio Oscar, e il fratello Andrej Konchalovsky hanno inviato una lettera al presidente Vladimir Putin, chiedendo un contributo pubblico di quasi un miliardo di rubli (poco più di 18 milioni di dollari) per la creazione di una catena di fast food patriottici dal nome “Mangiamo a casa”, in alternativa alle catene di ristoranti occidentali tipo McDonald’s – riceviamo e volentieri pubblichiamo la seguente riflessione di Paolo Borgognone.

“L’ho letto ieri e riscatta il senso di nausea e delusione che provai quando, nel Gennaio 1990, il primo McDonald’s aprì i battenti a Mosca, con Boris Eltsin che subito accorse a ingozzarsi a uso e consumo delle telecamere occidentali.
Da notare il passaggio dove il giornalista scrive che si dovrebbe mangiare meno cibarie dei fast food americani (Super Size Me docet) non per amor di Patria (guai, sentimento proibito!) ma per il mero piacere di “mangiar sano”.
“Vero è che la risposta alle catene americane in Italia è già partita da qualche anno con le hamburgherie a chilometro zero. Certo, non una risposta di Stato e non un inno alla Patria, quanto piuttosto la voglia di mangiare, si spera, cibo più sano, dando la priorità ai prodotti del territorio”.
Come a dire: vabbè, il “cibo” dei fast food ogni tanto lo smettiam di mangiare per evitare di avvelenarci (ancora Super Size Me insegna) oltre ogni limite, però rimaniamo culturalmente fedeli, nei secoli e indefettibilmente, non vi preoccupate.
La Stampa rimane il miglior giornale di esilarante (e a tratti davvero grottesca nella sua goffaggine propagandistica) promozione degli interessi americani (abilmente mascherati da “valori culturali democratici”) in Italia.”